Lutonjuška

Lutonjuška-Лутонюшка

 

C’erano una volta un vecchio e una vecchia, che avevano un figlio di nome Lutonja. Un giorno il vecchio e Lutonja si stavano occupando di qualcosa nel cortile, mentre la vecchia era nell’izbà. Tirò giù dal soppalco un ciocco, lo fece cadere sul focolare e qui a voce spiegata iniziò a gridare e a strillare. Il vecchio sentì le grida, si precipitò nell’izbà e chiede alla vecchia perché gridi. La vecchia tra le lacrime gli disse: «Se avessimo fatto sposare il nostro Lutonjuška, e se gli fosse nato un figlio, e se si fosse seduto qui sul focolare, io gli avrei fatto del male con questo ciocco!». Be’, anche il vecchio iniziò a gridare insieme a lei, dicendo: «È vero, vecchia! Gli avresti fatto del male!…». Gridavano tutti e due a più non posso!
Arriva allora di corsa dal cortile Lutonja e chiede: «Perché gridate?». Quelli glielo dissero: «Se ti avessimo fatto sposare, e se tu avessi avuto un figlio, e se poco fa fosse stato seduto qui, la vecchia lo avrebbe ucciso con il ciocco; è caduto proprio qui, e così bruscamente!». «Be’» disse Lutonja «che Dio vi abbia in gloria!» Poi prese il suo cappello tra le braccia e dice; «Addio! Se troverò qualcuno più sciocco di voi, allora tornerò, se non lo troverò, allora non aspettatemi!», e se ne andò.
Cammina cammina, vede dei contadini che stanno trascinando sopra un’izbà una vacca. «Perché trascinate sul tetto la vacca?», chiese Lutonja. Quelli gli dissero: «Vedi anche tu quanta erba ci è cresciuta!». «Ah, asini calzati e vestiti!», disse Lutonja, si arrampicò sull’izbà, strappò l’erba e la gettò alla vacca. I contadini ne furono davvero sbalorditi e chiesero insistentemente a Lutonja di restare a vivere con loro e di insegnar loro qualcosa. «No» disse Lutonja »devo ancora vedere molti imbecilli come voi al mondo!», e andò avanti.
Ecco che in un villaggio vide un sacco di contadini accanto a un’izbà: avevano legato al portone un giogo e con dei bastoni cercavano di fare andare verso il giogo un cavallo, che per le botte era più morto che vivo. «Che fate?», chiese Lutonja. «Ecco, batjuška, vogliamo aggiogare il cavallo». «Ah, voi, asini calzati e vestiti! Lasciate un po’ fare a me». Prese il giogo e lo mise sul cavallo. Anche quei contadini rimasero a bocca aperta dallo stupore, cercarono di trattenerlo e lo pregarono in tutti i odi perché rimanesse da loro almeno una settimanella. Ma no, Lutonja andò avanti.
Cammina cammina, si stancò ed entrò in una locanda. Là vide che la padrona, una vecchietta, aveva fatto una gelatina, l’aveva messa sul tavolo davanti ai suoi bambini, e lei va continuamente in cantina con un cucchiaio a prendere la panna acida. «Perché, vecchia, consumi invano le ciabatte?», disse Lutonja. «Come perché?» rispose la vecchia con voce fioca «vedi bene, batjuška, che la gelatina è sul tavolo e la panna acida in cantina». «E se invece, vecchia, prendessi la panna cida e la portassi qui; sarebbe un affare coi fiocchi!» «Giusto, caro!» Portò nell’izbà la panna acida e fece accomodare a tavola Lutonja. Lutonja mangiò a più non posso, si arrampicò sul soppalco e si addormentò. Quando si sveglierà, allora anche la mia favola continuerà, per ora è tutto qua.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Il gallo e la macina.

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C’erano una volta un vecchio e una vecchia, ma così poveri! Non avevano niente da mangiare; allora andarono nel bosco, raccolsero delle ghiande, le portarono a casa e si misero a mangiarle. Mangiarono un’ora o un giorno, la vecchia seminò una ghianda sottoterra. Germogliò la ghianda e in poco tempo crebbe fino al pavimento. La vecchia lo notò e dice: «Vecchio! Bisogna spaccare il pavimento, perché la quercia cresca ancora; quando sarà cresciuta, non dovremo andare nel bosco a raccogliere le ghiande, ma le avremo in casa». Il vecchio spaccò il pavimento, l’alberello crebbe, crebbe e arrivò fino al soffitto. Il vecchio ruppe anche il soffitto, e in seguito tolse anche il tetto; l’albero continua a crescere a vista d’occhio, e crebbe addirittura fino al cielo. Non videro più il vecchio e la vecchia le ghiande, lui prese un sacchetto e si arrampicò sulla quercia.
Salì, salì, e montò fino al cielo. Cammina cammina per il cielo, vide un galletto dalla crestina d’oro, la testina unta, e c’era anche una macina. Il vecchio non ci pensò sopra due volte, prese con sé sia il galletto che la macina e ridiscese nell’izbà. Sceso giù, dice: «Che faccaimo, vecchia, che mangamo?». «Aspetta» disse la vecchia «io provo la macina». Prese la macina e iniziò a macinare: e giù frittelle e dolci, frittelle e dolci! Comunque girasse, sepre frittelle e dolci!… E sfamò il vecchio.
Passava di lì un signore e fece un salto in casa del vecchio e della vecchia. «Non avreste qualcosa» chiede «da mangiare?» La vecchia dice: «Non abbiamo altro da darti, caro, se non delle frittelle». Prese la macina e macinò: caddero frittelle e dolcetti. L’ospite mangiò e dice: «Vendimi, nonna, la tua macina». «No» dice la vecchia «non posso». E lui allora le rubò la macina. Quando il vecchio e la vecchia si accorsero che avevano rubato loro la macina, si rattristarono molto. «Aspetta» dice il galletto dalla crestina d’oro «io volerò, lo raggiungerò!» Arrivò in volo al palazzo del boiaro, si posò sul portone e grida: «Chicchirichì! Boiaro, boiaro, ridacci la nostra macina d’oro, il nostro tesoro! Boiaro, boiaro, ridacci la nostra macina d’oro, il nostro tesoro!». Quando il boiaro sentì, subito ordina: «Ehi, ragazzo! Prendilo e buttalo nell’acqua». Acchiapparono il galletto, lo buttarono nel pozzo; ma quello prese a dire: «Beccuccio, beccuccio, bevi l’acqua! Boccuccia, boccuccia, bevi l’acqua!», e bevve tutta l’acqua. Bevve tutta l’acqua e volò al palazzo del boiaro; si posò su di un balcone e di nuovo grida: «Chicchirichì! Boiaro, boiaro, ridacci la nostra macina d’oro, il nostro tesoro! Boiaro, boiaro, ridacci la nostra macina d’oro, il nostro tesoro!». Il signore ordinò al cuoco di gettarlo nel forno ardente. Acchiapparono il galletto, lo gettarono nel forno ardente — proprio nel fuoco; ma quello prese a dire: «Beccuccio, beccuccio, versa l’acqua! Boccuccia, boccuccia, versa l’acqua!», e spense il fuoco del forno. Spiccò il volo e volò alla camera del boiaro e di nuovo grida: «Chicchirichì! Boiaro, boiaro, ridacci la nostra macina d’oro, il nostro tesoro! Boiaro, boiaro, ridacci la nostra macina d’oro, il nostro tesoro!». Gli ospiti lo sentirono e di casa fuggirono, mentre il padrone corse loro dietro; il galletto dalla crestina d’oro afferrò la macina e ritornò dal vecchio e dalla vecchia.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Gelo.

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Una donna aveva una figliastra e una figlia propria; qualsiasi cosa fa la figlia, le accarezzano la testa e dicono: «Quant’è sensata!». Qualsiasi cosa, invece, fa la figliastra per compiacerla, non riesce mai a soddisfarla, è sempre tutto sbagliato, fatto male; ma, a dire la verità, la bambina era un tesoro, in buone mani avrebbe avuto una vita spensierata, mentre dalla matrigna ogni giorno piageva tanto che avrebbe potuto fare il bagno nelle lacrime. Che fare? Il vento per un po’ soffia, poi si calma, ma la vecchia aveva sempre i nervi a fior di pelle — non si sarebbe calmata entro breve, tutto avrebbe escogitato e i denti ben spazzolato. E venne in mente alla matrigna di cacciare di casa la figliastra: «Portala, portala dove vuoi, vecchio, ma che non mi compaia più davanti agli occhi, e che le mie orecchie non sentano mai più parlare di lei; e non la portare dai parenti in una calda casetta, ma in aperta campagna al freddo e al gelo!». Il vecchio si afflisse, pianse; tuttavia mise la figlia sulla slitta, voleva coprirla con una gualdrappa — ebbe paura anche di questo; condusse la poveretta in aperta campagna, la gettò su un mucchio di neve, la benedisse e se ne tornò in fretta a casa, per non vedere morire la figlia.
Rimase la poverina a tremare dal freddo e iniziò a pregare piano piano. Arriva Gelo: saltò, balzò, la bella ragazza guardò: «Ehi, ragazza, ti sono addosso, sono Gelo dal naso rosso!» «Benvenuto, Gelo; deve essere Dio che ti manda a prendere la mia anima peccatrice». Gelo voleva colpirla e gelarla, ma gli piacquero le parole intelligenti di lei e ne ebbe pietà! Le gettò una pelliccia. Lei la indossò, incorciò i piedini e si sedette. Di nuovo le fu addosso Gelo dal naso rosso, saltò, balzò, la bella ragazza guarò: «Ehi, ragazza, ti sono addosso, sono Gelo dal naso rosso!». «Benvenuto, Gelo; deve essere Dio che ti manda a prendere la mia anima peccatrice». Gelo, però, non era venuto per l’anima, ma aveva portato alla bella ragazza un baule grande e pesante, pieno di ogni ben di Dio. Quella si sedette con la sua pelliccetta sul bauletto, era così allegra, così carina! Di nuovo le fu addosso Gelo dal naso rosso, saltò, balzò, la bella ragazza guardò. Lei lo salutò, e lui le regalò un vestito, cucito in oro e argento. La ragazza lo indossò ed era tanto bella, tanto elegante! Sta seduta e si mette a cantare.
La matrigna, intanto, prepara la festa di commemorazione; aveva cotto delle frittelle. «Va’, arito mio, riporta tua figlia per seppellirla». Il vecchio partì. E il cagnolino sotto il tavolo: «Arf! arf! La figlia del vecchio coperta d’oro e d’argento porteranno mentre quella della vecchia i fidanzati non la vorranno!». «Taci, sciocco! Eccoti una frittella, di’: la figlia della vecchia i fidanzati prenderanno, mentre di quella del vecchio solo le ossa riporteranno!» Il cagnolino mangiò la frittella e di nuovo: «Arf, arf! La figlia del vecchio coperta d’oro e d’argento porteranno, mentre quella della vecchia i fidanzati non la vorranno!». La vecchia pria gli dette delle altre frittelle, poi lo picchiò, ma il cagnolino continuava a ripetere: «La figlia del vecchio coperta d’oro e d’argento porteranno, mentre quella della vecchia i fidanzati non la vorranno!«.
Cigolò il portone, si aprì la porta: portano un baule grande, pesante, arriv la figliastra — risplende come una signora! La matrigna gettò uno sguardo e le caddero le braccia! «Vecchio, vecchio, attacca degli altri cavalli, portaci anche mia figlia, il più presto possibile! Lasciala nello stesso campo, nello stesso posto». La condusse il vecchio nello stesso campo, nello stesso posto la lasciò. Anche a lei fu addosso Gelo dal naso rosso, diede un’occhiata alla sua ospite, saltò, balzò, ma belle parole non ascoltò; si arrabbiò la afferrò e la uccise. «Vecchio, va’, riporta mia figlia, attacca dei cavalli poderosi, la slitta non far rovesciare, il baule non far cadere!» Ma il cagnolino sotto il tavolo: «Arf, arf! La figlia del vecchio i fidanzati prenderanno, mentre di quella della vecchia le ossa in un sacco porteranno!» «Non mentire! Eccoti un dolcetto, di’: la figlia della vecchia nell’oro e nell’argento porteranno!» Cigolò il portone, la vecchia corse incontro alla figlia, ma invece di lei abbracciò il suo corpo freddo. Pianse, si lamentò, ma troppo tardi!

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

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Caffellatte a mezzanotte.

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Maggio è cominciato con un caffellatte caldo poco dopo la mezzanotte, tanta pioggia, l’inizio delle “vacanze di primavera” in Russia, l’antica festa pagana di Beltane, il raggiungimento della doppia cifra in chili persi (- 10,4 kg), una buona dose di belle speranze e, per non farsi mancare nulla, un sospetto di trombo alla gamba “buona”, che mi porterà a nuove mirabolanti avventure ospedaliere fuori programma.

Un fine settimana lungo, quello del 1° Maggio, trascorso in preda a dolori fra i più acuti provati dall’esordio dell’AnarcoPatia, eppure con tanta voglia di rinnovarmi e rimettermi in gioco, o quanto meno di (ri)provarci per l’ennesima volta, sperando che sia quella buona.

Guardo la mia inseparabile Moleskine e penso che sì, ci ho già scritto parecchio, ma non quanto avrei voluto.
Controllo le statistiche della pagina facebook e mi accorgo che non solo i “Mi piace” non aumentano, ma c’è chi addirittura si sbatte a togliermelo, ben 3 solo negli ultimi due giorni.
In parallelo a questo prendo atto del drastico rallentamento subìto da quello che, in questo preciso momento, dovrebbe essere il mio progetto principale.

Allora mi domando se, per quanto a malincuore, non sia il caso di mettere in satndby quelle fra le mie attività che sembrano essere in stallo, così da avere più tempo ed energie da dedicare invece a quelle che dimostrano di avere ancora del potenziale da esprimere.
Non posso negare che l’idea mi rattristi, in fondo, come dicevo, ci ho investito parte del mio tempo e delle mie energie, ma tante cose, forse troppe in un periodo così breve, sono cambiate e temo sia arrivato il momento di decidermi ad accettare questa evidenza, con tutte le conseguenze che comporta.

Il numero di strade percorribili si è ridotto in modo netto e piuttosto significativo, sia dal punto di vista personale che da quello lavorativo, e ormai è palese che continuare a temporeggiare in attesa di un migliorameto non abbia più molto senso: devo scegliere quale, fra quelle rimaste, sia quella da percorrere, per poi dedicarmici senza riserve.

Per qualche ragione che non mi spiego, questa situazione mi ha catapultata in uno stato d’animo malinconico e nostalgico, ha portato il mio sguardo interiore a volgersi al passato, un passatto abbastanza lontano a dire il vero, quando solitudine e insonnia erano uno stile di vita intrapreso per scelta, quando la dedizione a quella che consideravo la mia “arte” era assoluta e predominante.
Oggi a intralciare quella determinazione così inscalfibile, segno distintivo della me stessa di allora, c’è il costante torpore mentale da farmaci, ma forse la soluzione sta in un radicale cambio d’approccio alla questione da parte mia.
Forse il segreto sta nella tanto ovvia quanto impegnativa scelta di provare a scoprire e imparare a conoscere le nuove modalità con cui poter continuare a fare al meglio quel che mi piace e mi fa star bene.
Senza arrendermi. Mai.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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La pecora, la volpe e il lupo.

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Dal gregge di un contadino scappò una pecora. Le si fece incontro una volpe e chiede: «Dove te ne vai di bello, comare?». «Ohi, comare! Stavo nel gregge di un contadino, ma non era vita: il montone era matto, e io, povera pecora, sempre colpevole! Così ho deciso di andarmene via, il più lontano possibile». «E anch’io!» rispose la volpe. «Mio marito acchiappava le galline, e io, povera volpe, sempre colpevole. Andiamocene insieme». Dopo qualche tempo, incontrarono un lupo. «Salute, comare!» «Salve», dice la volpe. «Vai lontano?» Quella rispose: «Dove mi portano le gambe!» e, quado ebbe raccontato le sue pene, il lupo disse: «E anch’io! La lupa sgozzava gli agnelli, e io, povero lupo, sempre colpevole. Andiamocene insieme».
Si incamminarono. Per l strada il lupo dice alla pecora: «Perché, pecora, porti tu la mia pelliccia?». La volpe sentì e aggiunse: «Davvero, compare, è tua?». «Ma certo, è mia!» «Lo giuri?» «Lo giuro!» «Solennemente?» «Solennemente». «Bene, allora devi confermare il giuramento con un bacio». Qui la volpe notò che i contadini avevano messo sul viottolo una tagliola; condusse il lupo proprio davanti alla tagliola e dice: «Ecco, bacia là!». Il lupo fu tanto stupido da ficcarcisi: la tagliola scattò e gli prese il muso. La volpe e la pecora si allontanarono subito di corsa sane e salve.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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L’indovina.

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In un certo villaggio viveva una donna molto vecchia che aveva un figlio, né grande né piccolo, ma ancora non in grado di lavorare bene la terra. Sopravvissero finché poterono, un bel giorno, però, non ebbero più niente da mangiare; allora la vecchia si mise a fare tristi riflessioni, se ne stette a pensare, scervellandosi sul come fare, come al mondo restare e come procurarsi qualche cosina da mangiare.
Pensa che ti ripensa, le venne un’idea e ne parlottò col suo ragazzino: «Figliolo, vai per esempio a rubare a qualcuno dei avallucci e attaccali a un cespuglio, dà loro del fieno, e poi staccali di nuovo, portali nella tale valle e lasciali intanto lì». Il piccolo era, non c’è che dire, molto lesto; sentito quel che la madre gli aveva ordinato, ancdò subito a rubare da qualche parte dei cavallucci e fece tutto quello che la madre gli aveva suggerito.
Quanto alla vecchia, su di lei girava la voce che sapesse un sacco di cose e che, se glielo si chiedeva, all’occasione si dava alla magia.
Quando i padroni si accorsero di non avere più i cavallucci, si misero a cercarli e a lungo si affaticarono, poveretti, ma non li trovarono da nessuna parte. Allora si misero a parlottare: «Che fare? Ci vorrebbe un indovino che ci dicesse dove trovarli e che non si facesse pagare una gran cifra». Allora si ricordano della vecchia, e dicono: «Su, andiamo da lei e chiediamole di aiutarci con la magia; forse lei ci potrà dire qualcosa di utile». Detto fatto. Arrivarono dunque dalla vecchia e dicono: «Nonnina, benefattrice nostra! Abbiamo saputo da certe brave persone che sai un sacco di cose, che sai leggere le carte e interpretarle come un libro aperto: usa il tuo potere anche per noi, cara! Abbiamo perduto i nostri cavallucci». La vecchia allora risponde: «Oh, batjuški miei cari, ma se non ho neanche un briciolo di forza! Soffoco, miei cari, sono sfinita». Ma quelli insistono: «Ma su, nonna, un piccolo sforzo, cara! Non te lo chiediamo gratis, ti pagheremo per il tuo lavoro».
Allora quella, sussultando e tossicchiando, stese le carte, le osservò lungamente e disse loro (sebbene non sapesse nulla, ma non aveva scelta: la fame non scherza, aguzza l’ingegno): «È un vero rebus! Devo riflettere. Guardate qui, batjuški! Eccoli, forse, i vostri cavallucci, che stanno nel tal posto, attaccati a un cespuglio». I padroni allora si rallegrarono, pagarono la vecchia per il disturbo e se ne andarono a cercare i loro animali.Giunsero al detto cespuglio, ma là i loro cavalli già non c’erano più; c’erano, invece, delle tracce nel punto in cui erano stati attaccati i cavalli, perché una correggia tagliata delle briglie pendeva dal cespuglio, e c’era del fieno ammassato, e parecchio per giunta. Arrivarono dunque, si guardarono intorno, ma di quelli neanche l’ombra; si avvilirono i poveretti e non sanno cos’altro fare; rifletterono un po’ e poi tornarono dalla vecchia: visto che già una volta aveva dato delle buone indicazioni, forse ne avrebbe date anche ora.
Arrivarono dunque di nuovo dalla vecchia, e quella sta stesa sulla stufa, ansima e si lamenta di avere non si sa che malattia. Quelli iniziarono umilmente a pregarla di leggere ancora le carte. Lei si comportò come la volta precedente, iniziò col rifiutare, dicendo: «Non ne posso più, la vecchiaia mi ha tolto le forze!», e tutto per farsi pagare di più le sue fatiche. Quelli promisero, se avessero ritrovato i cavalli, di non lesinare sulle spese e di darle subito subito, intanto, un acconto. La vecchia allora scese dalla stufa, gemendo e tossicchiando, stese di nuovo le carte, pensò, le osservò e dice: «Anadate, cercateli nella tale valle, sono lì che pascolano, sicuramente!». I padroni la pagarono per il lavoro con gioia e generosamente, e uscirono di casa sua per andare di nuovo alla ricerca. Arrivarono dunque nella valle, guardano: i loro cavalli se ne stanno lì a pascolare sani e salvi; li presero e li riportarono a casa.
Naturalmente, la vecchia divenne molto famosa, perché, dice, è talmente abile che sa interpretare qualsiasi segno: se dice una cosa, è di sicuro così. La sua fama si sparse ovunque e queste voci arrivarono fino all’orecchio di un boiaro che aveva perso non si sa dove un intero baule di monete. Quando egli lo seppe, mandò a prendere l’indovina con la sua carrozza, perché la portassero da lui a qualunque costo, anche se era malata; e mandò due dei suoi uomini — Simone e Lodovico (erano stati proprio loro a rubare i soldi del padrone). Quelli arrivarono dunque dalla donna, e quasi con la forza la misero nella carrozza per portarla dal padrone. Per la strada, la nonna iniziò a lamentarsi, a gemere e a respirare con l’affanno, e borbotta tra sé e sé: «Ohi, ohi, ohi! Se non fosse stato per Mammone e per l’appetito, questo non sarebbe successo: ora io, povera indovina, non starei in questa carrozza per andare da un signore e farmi rinchiudere là, dove il corvo non porterà via nemmeno le mie ossa. Oh, che brutto affare!».
Simone, che aveva ascoltato tutto, dice: «Senti, Lodovico! La vecchia da un pezzo sta borbottando qualcosa sul nostro conto. Mi sa che le cose si mettono male!». Lodovico gli risponde: «Perché ti preoccupi, è la paura che ti fa avere questa impressione». Ma Simone gli dice: «Ascolta un po’ tu stesso, ecco che ricomincia a parlottare». La vecchia era in preda alla paura e all’angoscia: ed ecco che dopo un po’ ripete le stesse parole: «Ohi, ohi, ohi! Se non fosse stato per Mammone e per l’appetito, non mi troverei in questa situazione!». I ragazzi allora si misero ad ascoltare quello che la vecchia borbottava; e quella, dopo un po’, ripete: «Mammone e l’appetito», e continuava a ripeterlo per la paura. Quando i due ragazzi lo sentirono, furono presi dal panico: che fare? Palottarono tra di loro e decisero che bisognava convincere in ogni modo la nonna a non spifferare la cosa al padrone, ma la vecchia continua: «Se non fosse stato per Simone e per Lodovico, non mi troverei in questa situazione!». Quelli, terrificati, per la paura non capirono che la vecchia parlava di Mammone e dell’appetito, ma credettero di sentire Simone e Lodovico.
Detto fatto, iniziarono a pregare la vecchia: «Nonna cara, benefattrice, non ci rovinare, e in terno pregheremo Dio per l’anima tua. Che te ne verrebbe se ci denunciassi e parlassi col padrone? Non tirarci in ballo, inventa qualcosa, e noi per questo ti pagheremo quel che vorrai». La nonna non era una sciocca, anzi, era molto scaltra, comprese quelle parole, si rassicurò, le passò di colpo la paura — come cancellata — e chiede loro: «Dove avete messo i soldi, figlioli?». Essi dicono ormai in lacrime: «Ahimè, cara, deve essere stato il diavolo a toglierci la ragione e a farci commettere un tale peccato». La vecchia di nuovo chiede: «Ma dove sono?». Quelli, allora, rispondono: «E dove nasconderli se non sotto la diga del mulino, nell’attesa che passasse la bufera?».
Dopo essersi messi d’accordo come bisognava per la strada, arrivarono alla casa del signore. Quando il boiaro vide che gli avevano portato la vecchia, si fece quanto mai allegro, la condusse sottobraccio nella sue stanze, le diede tutti i tipi di bevande e di cibi che desiderava, e, dopo averla ristorata a dovere, prese a chiederle di leggere le carte a proposito dei soldi. Ma la noтna, che è scaltra, ripete di non sentirsi bene e di non avere più forze; il boiaro disse: «Andiamo, nonna! Fai come fossi a casa tua: se vuoi mettiti seduta, oppure stenditi, se non hai la forza di stare seduta, ma devi assolutamente dirmi quello che ti chiedo, e cioè chi ha preso i miei soldi; se ritroverò quel che ho perso, non solo ti ospiterò, ma in più ti ricompenserò secondo i tuoi desideri, come si deve, senza offesa».
La vecchia dunque, sussultando come in preda a un brutto male, prese le carte, le stese per bene e le osservò a lungo, sempre bisbigliando qualcosa tra i denti. Dopo averle osservate, dice: «Quel che hai perso sta sotto la diga del mulino». Udito ciò che aveva detto la vecchia, subito il boiaro mandò Simone e Lodovico perché li cercassero e glieli riportassero: non sapeva che erano stati proprio loro a combinare tutto. Quelli li trovarono, li presero e li portarono al signore; il signore, guardando i suoi soldi, si rallegrò talmente che non si mise nemmeno a contarli, e diede subito alla vecchia cento rubli e altri regali di valore, promettendole, per un simile favore, di non smettere mai anche in futuro; poi, dopo averle offerto un bel pranzetto, la rimandò a casa in carrozza, dandole ancora qualche provvista per il viaggio. Per la strada, Simone e Lodovico ringraziarono la vecchia di non aver detto al padrone quel che sapeva del loro impiccio, e le diedero degli altri soldi.
Da allora, la nostra vecchietta divenne ancora più famosa e cominciò una vita di agi: non solo ebbe sempre pane in abbondanza, ma anche tante altre cose, e tutto a volontà, e il bestiame pure crebbe in gran numero; prese a vivere felice e contenta con il figlio, i suoi beni ad aumentare, birra e vino a gustare. Anch’io ci sono stato, ho bevuto del moscato, ma in bocca non è arrivato, sui miei baffi è scivolato.

 

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Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Elena la Saggia.

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Tanto tempo fa, in un certo reame, in terre lontane accadde a un soldato di montare la guardia ai piedi di una torre di pietra; la torre era chiusa da un catenaccio e sigillata con un sigillo. Si era di notte. Esattamente alla mezzanotte, il soldato sente qualcuno gridare da dentro quella torre: «Ehi, sentinella!». Il soldato chiede: «Chi mi chiama?». «Sono io, il Maligno» fece la voce da dietro l’inferriata. «Sono qui da trent’anni senza mangiare né bere». «E che vuoi allora?» «Liberami, e quando avrai bisogno ti ripagnerò; appena pronuncerai il mio nome, all’istante verrò in tuo aiuto!» Il soldato subito strappò il sigillo, ruppe il catenaccio e parì la porta: il Maligno volò via dalla torre, salì fino alle stelle e sparì più veloce di un lampo. “Bene” pensa il soldato “l’ho fatta proprio grossa; tutti i miei anni di servizio in fumo. Ora mi metteranno agli arresti, sarò giudicato dalla corte marziale e, niente di più facile, mi condannerano a morte mediante fustigazione; è megio sparire finché sono in tempo». Gettò a terra il fucile e lo zaino e partì alla ventura.
Camminò un giorno, due, tre; era affamato e non aveva niente da mangiare né da bere; si sedette sulla strada e scoppiò in lacrime: “Non sono un vero idiota?” pensava. “Ho servito lo zar per dieci anni e ho sempre mangiato a volontà, mi davano tre libbre di pane al giorno; e invece no! Ho preso la via dei campi per crepare di fame. Eh, Maligno, sei tu la causa di tutto”. Il Maligno comparve all’improvviso da non si sa dove e chiede: «Buongiorno, soldato! Cosa ti affligge?». «E come non affliggermi se muoio di fame da tre giorni». «Non ti disperare, a questo c’è rimedio!», disse il Maligno; corse di qua e di là e portò ogni tipo di vino e provviste, ristorò il soldato e poi lo invitò a seguirlo: «starai benone a casa mia: berrai, mangerai e te la spasserai quanto vuoi; tutto quello che ti chiedo è di sorvegliare le mie figlie, di più non voglio». Il soldato accettò; il Maligno lo prese sottobraccio, lo portò in alto in alto con sé nell’aria e lo dpositò lontano, molto lontano, ai confini del mondo, in un palazzo di pietra bianca.
Il Maligno aveva tre figlie, belle come la luce del giorno. Comandò loro di obbedire al soldato, di nutrirlo, di dissetarlo finché avesse voluto, e se ne andò a commettere i suoi misfatti; tutti sanno chi è il Maligno! Non resta mai nello stesso posto, vagabonda per il mondo e corrompe la gente, la spinge ad agire male. Il soldato rimase con le tre belle e la sua vita era cocì piacevole che gli sembrava di stare già in paradiso. Non ha che una preoccupazione: ogni notte le belle fanciulle si assentano e chissà dove se ne vanno in giro. Prese a interrogarle, ma quelle si rifiutano di confessare. “Bene” pensa il soldato “starò con gli occhi aperti tutta la notte e vedrò certo dove scappate”. La sera, il soldato si mise a letto, finse di dormire come un sasso e aspettò, invece, di vedere cosa sarebbe successo.
Al momento giusto, scivolò di soppiatto fino alla camera da letto delle ragazze, si fermò accanto alla porta, si chinò e guarda dal buco della serratura. Le belle avevano preso un tappeto magico, lo stesero sul pavimento, vi si lasciarono cadere e si trasformarono in colombe; spiegarono le ali e volarono via dalla finestra. “Questa poi!” pensa il soldato. “Bisogna che ci provi anch’io”. Piombò nella camera, si buttò sul tappeto e si trasformò in una capinera, che volò via dalla finestra dietro a loro. Le colombe si posarono su di un prato verde; la capinera, invece, si mise sotto un cespuglio di ribes, si nascose tra le foglie e le spia. Arrivarono in quello stesso posto altre colombe in stormo, il prato ne era coperto; nel centro si ergeva un trono d’oro. Un po’ più tardi, si illuminarono cielo e terra: vola nell’aria un carro dorato, trainato da sei draghi di fuoco; sul carro siede la principessa Elena la Saggia, di una beltà tale che non si può né descrivere, né immaginare, néindovinare, né nelle favole raccontare! Scese dal carro e sedette sul trono d’oro; chiaò a sé le colombe a una a una e insegnò loro ogni sorta di astuzia. Finita la lezione, risalì sul carro e chi s’è visto s’è visto!
Allora, le colombe, tutte quante erano, lasciarono il prato e si dispersero; la capinera volò dietro alle tre sorelle e si ritrovò con loro in camera da letto. Le colombe si gettarono sul tappeto e ridivennero delle belle fanciulle; anche la capinera si gettò e ridivenne soldato. «Da dove vieni?», gli chiedono le fanciulle. «Ero con voi in quel prato verde, ho visto la bella principessa sul trono d’oro e ho sentito come vi insegnava la principessa diverse magie». «Sei stato fortunato a scamparla! Quella principessa è Elena la Saggia, la nostra potente sovrana. Se avesse avuto sotto mano il suo libro di magia, ti avrebbe riconosciuto all’istante e saresti stato un uomo morto. Stai attento, soldato! Non tornare mai più in quel prato verde, non guardare Elena la Saggia; altrimenti perderai la tua testa impetuosa». Il soldato, per nulla intimidito, non si cura affatto dei loro avvertimenti; aspettò la notte successiva, si gettò sul tappeto e si cambiò in capinera. Volò la capinera fino al prato verde, si nascose sotto il cespuglio di ribes; guarda Elena la Saggia, ammira la sua bellezza inaudita e pensa: “Se avessi una moglie come quella, non potrei desiderare niente altro al mondo! Voglio seguirla per sapere dove abita”.
Ecco che Elena la Saggia scese dal suo trono d’oro, saì sul suo carro e volò via attraverso i cieli, in direzione del suo magnifico palazzo; la capinera la seguì. La principessa arrivò a palazzo; cameriere e governanti le corsero incontro, la presero sottobraccio e la condussero nelle sale sontuose. La capinera si introdusse nel giardino, scelse un bell’albero, che per l’appunto stava sotto la finestra della camera da letto della principessa, si mise su un rametto e iniziò a cantare con una voce tanto gentile e languida, che la principessa, incantata, non poté chiudere occhio tutta la notte. Appena il bel solicello si fu levato, gridò Elena la Saggia con voce sonora: «Cameriere e governanti, correte subito in giardino; acchiappatemi quella capinera!». Cameriere e governanti si precipitarono in giardino, si misero a dare la caccia all’uccelletto canterino; macché, povere vecchie! La capinera svolazza di ramo in ramo, vola sotto il loro naso, ma senza lasciarsi prendere.
Spazientita, la principessa corse nel verde giardino, vuole lei stessa prendere la capinera; si avvicina a un cespuglio — l’uccellino non si muove dal ramo, sta con le ali abbassate, come se l’aspettasse. La principessa, felice, prese l’uccellino tra le mani, lo portò a palazzo, lo mise in una gabbia d’oro e la appese nella sua camera da letto. Il giorno passò, il sole calò, Elena la Saggia volò verso il prato verde, tornò, si tolse gli abiti, si mise in libertà e andò a letto. La capinera contempla il suo corpo bianco, la sua bellezza inaudita e trema dalla testa ai piedi. Quando la principessa si fu addormentata, la capinera si cambiò in mosca, uscì dalla gabbia d’oro si gettò sul pavimento e ridivenne un bel giovane. Si avvicinò il bel giovane al letto della principessa, guardava, guardava la bella e non poté trattenersi dal darle un bacio sulle labbra zuccherine. Vede che la principessa si sta svegliando, ridivenne svelto una mosca, rientrò nella gabbia e si tramutò in capinera.
Elena la Saggia aprì gli occhi, si guardò intorno: nessuno. «Avrò sognato!», si disse. Poi si girò sull’altro fianco e si riaddormentò. Il soldato era molto impetuoso; ci provò una seconda e una terza volta: la principessa ha il sonno leggero e si sveglia a ogni bacio. La terza volta, si alzò dal letto e dice: «Di certo non mi sbaglio: vediamo un po’ nel mio libro di magia». Consultò il suo libro di magia e venne subito a sapere che nella gabbia d’oro non c’era una semplice capinera, ma un giovane soldato. «Razza di villano!» gridò Elena la Saggia. «Esci dalla gabbia. Per la tua impudenza pagherai con la vita».
Non ci fu niente da fare — l’uccellino uscì dalla gabbia d’oro, si gettò sul pavimento e ridivenne un bel giovane. Cadde il soldato in ginocchio davanti alla principessa e le chiese perdono. «Perdi il tuo tempo, canaglia», rispose Elea la Saggia, e chiamò il boia perché tagliasse sul ceppo la testa al soldato. Subito apparve davanti a lei un gigante con un’ascia e un ceppo, gettò il soldato a terra, gli mise la testa impetuosa sul ceppo e alzò l’ascia. La principessa non doveva far altro che dare il segnale col suo fazzoletto e quella testa ardita sarebbe rotolata!… «Di grazia, bella principessa» implora il soldato piangendo «permettimi di cantare un’ultima volta». «Va bene, ma fa’ in fretta!» Il soldato intonò un canto talmente triste, talmente malinconico, che Elena la Saggia scoppiò in lacrime; ebbe pietà del povero giovane, dice al soldato: «Ti concedo dieci ore di rinvio; se, nel frattempo, riesci a nasconderti in modo che io non ti trovi, ti sposerò; se non riuscirai a farlo, ti farò tagliare la testa».
Il soldato uscì dal palazzo, si addentrò in una fitta foresta, si sedette sotto un cespuglio e si mise a pensare, con la morte nel cuore: «Ah, Maligno! Tu sei la colpa di tutte le mie sventure». Il Maligno subito gli apparve: «Che vuoi, soldato?». «Ahimè» dice «sto per morire! Come nascondermi da Elena la Saggia?» Il Maligno si gettò sull’umida terra e si cambiò in un’aquila cenerina: «Sali sulla mia schiena, soldato; io ti porterò nell’alto dei cieli». Il soldato salì sull’aquila: l’aquila si alzò nel cielo e volò oltre le nuvole cupe. Passarono cinque ore, Elena la Saggia prese il suo libro di magia, lo consultò e vide tutto come sul palmo della mano; esclamò con voce sonora: «Hai volato abbastanza nei cieli, aquila; posati, non puoi sfuggire ai miei occhi». L’aquila ridiscese a terra.
Il soldato era più che mai desolato: «Che fare ora? Dove nascondermi?». «Aspetta» dice il Maligno «ti aiuterò». Si avvicinò al soldato, gli diede uno schiaffo e lo tramutò in spillo; poi si trasformò in topolino, prese la spilla tra i denti, si intrufolò a palazzo, trovò il libro di magia e ci piantò dentro la spilla. Passarono le ultime cinque ore, Elena la Saggia prese il suo libro di magia, lo guardò, lo sfogliò, ma il libro non le dice niente; furiosa, la principessa lo gettò nel fuoco. La spilla cadde dal libro, si gettò sul pavimento e ridivenne un bel giovane. Elena la Saggia lo prese per mano. «Io» dice «sono scaltra, ma tu lo sei più di me!» Si sposarono senza porre indugi e, da allora, vivono d’amore e d’accordo.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Il principe Ivan e Campestre Bianco.

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In un certo reame, in terre lontane, c’era una volta uno zar; quello zar aveva tre figlie e un figlio, il principe Ivan. Lo zar divenne vecchio e morì, e prese la corona il principe Ivan. Quando i sovrani dei reami vicini lo vennero a sapere, riunirono subito delle truppe enormi e gli dichiararono guerra. Il principe Ivan non sa come comportarsi; va dalle sue sorelle e chiede: «Mie care sorelline! Che devo fare? Tutti i sovrani marciano contro di me». «Sei proprio un prode cavaliere! Di che hai paura? Che dire di Campestre Bianco, che fa la guerra con la baba-jaga dal piede d’oro, da trent’anni da cavallo non scende, una sosta non prende? E tu, che non hai visto niente, hai paura!» Subito il principe Ivan sellò il suo destriero, indossò la sua armatura, prese la sua spada preziosa, una lunga lancia e uno scudiscio di seta, disse le sue preghiere e partì verso il nemico; per quanto colpisca con la sua spada, tanto più il suo cavallo calpesta e uccide; sterminò l’intera armata nemica, tornò in città, si mise a letto e dormì per tre giorni di un sonno profondo. Il quarto giorno si svegliò, uscì sul balcone e guardò la campagna: i sovrani avevano riunito truppe ancora più numerose e minacciavano addirittura le mura della città.
Il principe, costernato, va dalle sue sorelle: «Ah, sorelline! Che devo fare? Ho sterminato un’armata, ma eccone un’altra, più temibile ancora, sotto le nostre mura». «Che cattvio cavaliere sei! Hai combattuto un giorno e dormito tre profondamente. Che dire di Campestre Bianco, che fa la guerra con la baba-jaga dal piede d’oro, da trent’anni da cavallo non scende, una sosta non prende?» Il principe Ivan corse alle scuderie di pietra bianca, seelò il suo poderoso destriero, indossò la sua armatura, cinse la sua spada preziosa, in una mano prese la sua lunga lancia, nell’altra il suo scudiscio di seta, disse le preghiere e partì verso il nemico. Come un falco lucente attacca un branco di oche, di cigni e di anatre, così il principe Ivan si avventa sull’esercito nemico; per quanto colpisca, tanto più il suo cavallo calpesta e uccide. Dopo aver vinto forze così immense, se ne tornò a casa, si mise a letto e dormì per sei giorni di un sonno profondo. Il settimo giorno si svegliò, uscì sul balcone e guardò la campagna: i sovrani avevano riunito un’armata più numerosa che mai e di nuovo circondavano la città.
Va il principe Ivan dalle sorelle: «Mie care sorelline! Che devo fare? Ho sterminato due armate, ma una terza, più temibile ancora, è sotto le nostre mura». «Che valente guerriero! Hai combattuto un giorno e dormito sei profondamente. Che dire di Campestre Bianco, che fa la guerra con la baba-jaga dal piede d’oro, da trent’anni da cavallo non scende, una sosta non prende?» Il principe, esacerbato, corse alle scuderie di pietra bianca, sellò il suo poderoso destriero, indossò la sua armatura, cinse la sua spada preziosa, in una mano prese la sua lunga lancia, nell’altra il suo scudiscio di seta, disse le preghiere e partì verso il nemico. Come un falco lucente attacca un branco di oche, di cigni e di anatre, così il principe Ivan si avventa sul nemico; per quanto colpisca, tanto pi il suo cavallo calpesta e uccide. Distrusse quell’enorme armata; tornò a casa, si mise a letto e dormì per nove giorni di un sonno profondo. Il decimo giorno si svegliò, mandò a chiamare tutti i ministri e i senatori: «Signori ministri e signori senatori! Ho intenzione di andare in paesi lontani, a far visita a Campestre Bianco; vi chiedo di governare e di occuparvi di tutto con giustizia». poi si accomiatò dalle sorelle, montò in sella e si mise in cammino.
Passarono ore o mesi, entrò in una cupa foresta; vede un’izbà, nell’izbà vive un vecchio. Il principe Ivan entrò da lui: «Buongiorno, nonno!». «Buongiorno, principe russo! Dove vai?» «Cerco Campestre Bianco; non sai dov’è?» «Io no, ma aspetta, chiamerò i miei fedeli servitori e li interrogherò». Il vecchio uscì sulle scale, suonò una tromba d’argento: e all’improvviso, da tutte le parti, volarono da lui gli uccellini. Erano davvero molti, una nube nera che nascondeva il cielo. Il vecchio gridò con voce tonante, fischiò potentemente: «Uccelli migratori, miei fedeli servitori! Avete mai visto Campestre Bianco o sentito parlare di lui?». «No, non l’abbiamo mai visto né sentito!» «Senti, principe Ivan» dice il vecchio «vai ora dal mio fratello maggiore; lui, forse, ti darà informazioni utili. Tieni, prendi questo gomitolo, fallo rotolare davanti a te; dove il gomitolo rotolerà, manda il tuo cavallo». Il principe Ivan rimontò sul suo destriero, fece rotolare il gmitolo e lo seguì; intanto la foresta si faceva sempre più fitta.
Giuge il principe Ivan a un’izbà, entra dalla porta; nell’izbà c’è un vecchio, bianco come la neve. «Buongiorno, nonno!» «Buongiorno, principe russo! Dove ti dirigi?» «Cerco Campestre Bianco; non sai dov’è?» «Aspetta, chiamerò i miei fedeli servitori e li interrogherò». Il vecchio uscì sulle scale, suonò una tromba d’argento: e all’improvviso, da tutte le parti, accorsero da lui bestie diverse. Il vecchio gridò con voce tonante e fischiò potentemente: «Animali corridori, miei fedeli servitori! Avete mai visto Campestre Bianco o sentito parlare di lui?». «No» rispondono le bestie «non l’abbiamo mai visto né sentito». «Su, contatevi, forse manca qualcuno». Le bestie si contarono: mancava la lupa guercia. Il vecchio la mandò a cercare; partirono di corsa dei messaggeri e la riportarono. «Dimmi, lupa guercia, conosci Campestre Bianco?» «E come non conoscerlo, se sto sempre incollata a lui; lui uccide i guerrieri e io divoro i loro cadaveri». «Dov’è ora?» «In mezzo alla pianura, in cima a un colle, dorme nella sua tenda. Ha combattutocon la baba-jaga dal piede d’oro e dopo la lotta si è addormentato e dormirà per dodici giorni». «Conduci da lui il principe Ivan». La lupa correva e il principe la seguiva a cavallo.
Giunge sul colle, entra nella tenda: Campestre Bianco dorme profondamente. «Le mie sorelle dicevano che Campestre Bianco combatteva senza sosta e io lo trovo che dorme per dodici giorni! E se mi facessi anch’io una dormitina?» Ci pensò un po’ sopra il principe Ivan e poi si stese accanto a lui. Allora un uccelletto volò nella tenda, inizia a svolazzare sopra le loro teste e dice queste parole: «In piedi, svegliati, Campestre Bianco, e uccidi mio fratello, il principe Ivan; sennò quando si alzerà sarà lui a uccidere te!». Il principe Ivan saltò su, acchiappò l’uccelletto, gli strappò la zampa destra, lo gettò fuori dalla tenda e si rimise a dormire accanto a Campestre Bianco. Non fece in tempo ad ddormentarsi che arriva un altro uccelletto, inizia a svolazzare sopra le loro teste e dice: «In piedi, svegliati, Campestre Bianco, e uccidi mio fratello, il principe Ivan; sennò quando si alzerà sarà lui a uccidere te!». Il principe Ivan saltò su, acchiappò l’uccelletto, gli strappò l’ala destra, lo gettò fuori dalla tenda e si rimise a dormire nello stesso posto. Dopo quello entra un terzo uccelletto, inizia a svolazzare sopra le loro teste e dice: «In piedi, svegliati, Campestre Bianco, e uccidi mio fratello, il principe Ivan; sennò quando si sveglierà sarà lui a uccidere te!». Il principeIvan saltò su, acchiappò l’uccelletto e gli strappò il becco; poi gettò fuori l’uccelletto e si rimise giù e si addormentò di un sonno profondo.
A un certo momento, Campestre Bianco si svegliò, guarda: al suo fianco è steso un prode sconosciuto; afferrò la sua spada tagliente e voleva ucciderlo, ma si fermò in tempo: “No” pensa “quest’uomo mi ha sorpreso nel sonno e non ha voluto bagnare la sua spada col mio sangue; sarebbe indegno e disonorevole per un cavalieri valoroso come me ucciderlo! Chi dorme è simile a un morto! Piuttosto, svegliamolo”. Svegliò il principe Ivan e chiede: «Sei un prode o un malvagio? Dimmi: come ti chiami e cosa ti ha condotto qui?». «Mi chiamo principe Ivan e sono venuto per conoscerti, per mettere alla prova la tua forza». «Sei molto audace, principe! Entri nella mia tenda senza invito, dormi accanto a me sena il mio permesso: solo per questo già meriteresti la morte!» «Eh, Campestre Bianco! Non hai ancora saltato il fossato e già ti vanti; attnto alle cadute! Hai due braccia, ma mia madre non mi ha certo partorito monco».
Montarono sui loro poderosi destrieri, si misero uo di fronte all’altro e si scontrarono, ma in modo così violento che le loro lance volarono in mille pezzi e i loro bei cavalli caddero in ginocchio. Il principe Ivan disarcionò Campestre Bainco e lo minacciava con la sua spada affilata. Campestre Bianco lo implorava: «Non darmi la morte, dammi la vita! Sarò per te un fratello cadetto, ti onorerò come un padre». Il principe Ivan gli tese la mano, lo aiutò a rialzarsi, lo baciò sulle labbra e lo dichiarò suo fratello cadetto: «Ho sentito, fratello, che da trent’anni combatti contro la baba-jaga da l piede d’oro, perché questa guerra?». «Perché ha una figlia molto bella che vorrei conquistare e sposare». «Bene» disse il principe «se siamo amici, dobbiamo aiutarci nelle difficoltà! Andiamo a combattere insieme!»
Montarono in sella ai loro cavalli, sbucarono in una vasta pianura; la baba-jaga dal piede d’oro aveva un’armata enorme. Come falchi lucenti che assalgono uno stormo di colombi, i magnifici prodi si scagliano sull’esercito nemico! Per quanto colpiscano con le loro spade, tanto più i loro cavalli calpestano e uccidono; sciabolarono, calpestarono migliaia di soldati. La baba-jaga si diede alla fuga, ma il principe Ivan la inseguì. Stava quasi per prenderla, quando improvvisamente quella raggiunse un profondo crepaccio, sollevò una lastra di ghisa e disparve sottoterra. Il principe Ivan e Campestre Bianco comprarono un gran numero di buoi, li uccisero, gli levarono la pelle e la tagliarono in strisce; con quelle strisce fecero una corda, ma tanto lunga che avrebbe unito questo mondo a quell’altro. Dice il principe a Campestre Bianco: «Fammi scendere subito nel crepaccio e non tirare su la corda, ma aspetta finché non ti faccio segno con uno strattone: allora tira!». Campestre Bianco lo fece scendere proprio in fondo alla voragine. Il principe Ivan si diede un’occhiata intorno e partì alla ricerca della baba-jaga.
Cammina cammina, guarda — ci sono dei sarti dietro un cancello. «Che fate?» «Ecco, principe Ivan: stiamo cucendo un’armata per la baba-jaga dal piede d’oro». «Come, state cucendo?» «È semplice: a ogni punto salta fuori un cosacco con una lancia, monta in sella, si mette in fila e va a cobattere contro Campestre Bianco». «Eh, fratelli, voi lavorate in fretta, ma il vostro lavoro manca di solidità; mettetevi in fila, vi insegnerò a cucire come si deve». Non appena quelli si furono allineati, il principe Ivan roteò la spada e li decapitò d’un sol colpo. Uccise i sarti e andò avanti. Cammina cammina, guarda — ci sono dei calzolai dietro un cancello. «Che fate? »Stiamo preparando un’armata per la baba-jaga dal piede d’oro». «Come, fratelli, state preparando un’armata?» «Allora: a ogni colpo di lesina, salta fuori un fuciliere, monta in sella, si mette in fila e va in guerra contro Campestre Bianco». «Eh, ragazzi, voi lavorate in fretta, ma il vostro lavoro è un po’ tirato via. Mettetevi in fila e vi insegnerò come far meglio». Appena quelli si furono allineati, il principe Ivan roteò la spada e li decapitò d’un sol colpo. Uccise i calzolai e si rimise in cammino.
Passarono ore o mesi, arrivò in una città grande e bella; in quella città c’era un palazzo reale dove abitava una fanciulla di beltà indescrivibile. Vide dalla finestra il bel cavaliere; le piacquero i suoi riccioli neri, gli occhi da falco, le sopracciglia di seta e l’andatura fiera; chiamò il principe e gli chiese dove andava e perché. Lui le disse che cercava la baba-jaga dal piede d’oro. «Ah, principe Ivan, sono sua figlia; ora sta dormendo un sonno di piombo, riposerà per dodici giorni». Lo condusse fuori città e gli indicò una strada. Il principe Ivan andò dalla baba-jaga dal piede d’oro, la trovò che dormiva, sguainò la sua spada e le tagliò la testa. La testa rotolò dicendo: «Colpisci ancora, principe Ivan!». «Un prode non deve colpire che una sola volta!», replicò il principe, tornò al palazzo dalla bella e sisedette con lei a una tavola di quercia riccamente imbandita. Dopo aver mangiato e bevuto a volontà, lui le chiese: «C’è qualcuno al mondo che sia più forte di me e più bello di te?». «Ah, principe Ivan! Non sono poi così bella! In un paese lontano, in un reame ai confini del mondo vive da un re-drago una principessa; è davvero un beltà indescrivibile: io non sono degna che di fare il bagno nell’acqua in cui lei si è lavata i piedi!»
Il principe Ivan prese la bella fanciulla per la bianca manina, la portò nel posto in cui pendeva la corda e fece il segnale a Campestre Bianco. Quello impugnò la corda e giù a tirare; tirò, tirò, finché il principe e la bella non furono tornati in superficie. «Buongiorno, Campestre Bianco» disse il principe Ivan «ecco la tua fidanzata; vivi e sii felice, senza darti pensiero di niente! Io parto per il reame del drago». Montò sul suo poderoso destriero, prese congedo da Campestre Bianco e dalla fidanzata di lui e se ne andò al galoppo verso il paese lontano. Passarono ore o mesi, cavalcò per monti e valli — si fa prima in una favola a raccontarlo che nella realtà a farlo — giunse al reame del drago, uccise il re-drago, liberò la bella principessa e la sposò; dopodiché tornò a casa e vissero con la giovane moglie felici e contenti, diventando sempre più abbienti.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Le oche-cigni.

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C’erano una volta un vecchio e una vecchia che avevano una figlia e un bambino piccolo. «Piccola, piccola mia» diceva la madre «noi andiamo a lavorare, ti porteremo del pane bianco, ti faremo un bel vestitino, ti compreremo un fazzoletto; ma tu fai la brava, bada al fratellino e non uscire dal cortile». I genitori se ne andarono, e la bambina si dimenticò le loro raccomandazioni: sistemò il fratellino sull’erba sotto la finestra e se ne corse in strada, a giocare, a divertirsi. Passarono le oche-cigni, afferrarono il piccolo e lo portarono via sulle loro ali. La bambina tornò… il fratellino era scomparso! Disperata, si precipitò di qua e di là: nessuno! Lo chiamò, pianse, si lamentò, pensando alla collera del padre e della madre, il fratellino non rispose! Corse in aperta campagna e in lontanza intravide per un attimo le oche-cigni che sparivano oltre il fitto bosco. Le oche-cigni da tempo godevano di una pessima reputazione: ne combinavano di tutti i colori e rapivano i bambini piccoli; la bambina indovinò che erano state loro a rapire il fratellino e si lanciò all’inseguimento. Corri corri, ecco un forno. «Forno, forno, dimmi, dove sono fuggite le oche-cigni?» «Mangia la mia galletta di segale e te lo dirò». «Oh, da mio padre non si mangiano nemmeno quelle di grano!» Il forno tacque. Corse avanti la bambina, ecco un melo. «Melo, melo, dimmi, dove sono fuggite le oche-cigni?» «Mangia le mie mele selvatiche e te lo dirò». «Oh, da mio padre non si mangiano neanche quelle del giardino!» Corse avanti, ecco un fiume di latte dalle rive di gelatina. «Fiume di latte, rive di gelatina, dove sono fuggite le oche-cigni?» «Mangia della semplice gelatina bagnata di latte e te lo dirò». «Oh, da mio padre non si mangia nemmeno la panna!»
Avrebbe a lungo corso per i campi e vagato per il bosco se, per sua fortuna, non avesse incontrato un porcospino; fu tentata di spingerlo via, ebbe paura di pungersi e chiese: «Porcospino, caro porcospino, non hai per caso visto dove sono fuggite le oche-cigni?». «Di là!», indicò quello. La bambina corse, ecco un’izbà su piedi di gallina: un momento sta ferma, un momento gira su se stessa. Dentro c’è la baba-jaga, faccia ossuta, gamba argillosa; c’è anche il fratellino su una panchetta, gioca con delle melucce d’oro. La sorella lo vide, si avvicinò quatta quatta, lo afferrò e lo portò via; ma le oche-cigni la inseguirono a volo; la stanno per raggiungere, le scellerate, dove cacciarsi? Corre il fiume di latte tra le rive di gelatina. «Fiume caro, nascondimi!» «Mangia della mia gelatina!» Non c’era altro da fare: la bambina ne mangiò. Il fiume la nascose sotto i suoi argini e le oche-cigni passarono oltre. La bambina uscì, disse: «Grazie!» e corse avanti col suo fratellino; ma le oche-cignierano tornate indietro e le volano incontro. Che fare? Che disgrazia! Ecco il melo. «Melo, caro melo, nascondimi!» «Mangia la mia mela selvatica!» La bambina si affrettò a mangiarla. Il melo la abbracciò con i suoi rami e la coprì con le sue foglie; le oche passarono oltre. Lei uscì e si rimette a correre col fratellino, ma le oche l’avevano vista e la inseguivano; la raggiungono, già la stanno colpendo con le loroali e a momentile strappanodalle mani il fratellino! Per fortuna, c’è il forno sulla strada. «Signor forno, nascondimi!» «Assaggia la mia galletta di segale!» La bambina si mise in bocca subito la galletta e via dentro il forno a sedere nell’abboccatoio. Le oche volarono, volarono, gridarono, gridarono, ma a mani vuote tornarono. Quanto alla bambina, arrivò di corsa a casa e fu un bene che facesse in tempo ad arrivarci, perché a quel punto il padre e la madre rientrarono.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Buon Compleanno!

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Non è il numero degli anni a contare, quel che conta è che mi ritrovo a festeggiare un altro compleanno e, per la prima volta, non ho alcuna voglia di farlo.

4 mesi
18 settimane
126 giorni
3.024 ore
181.440 minuti
10.886.400 secondi

Questo è, a oggi, il saldo del conto che vorrei presentare alla vita per non essersi fermata ad aspettarmi mentre l’AnarcoPatia mi costringeva, e continua a costringermi, a un immobilismo quasi assoluto.

Secondo l’inflazionatissima metafora che paragona la vita dell’essere umano a un libro, gli anni potrebbero essere i capitoli, e io ora mi sento come se qualcosa mi stesse obbligando a passare al capitolo successivo senza avermi dato la possibilità di concludere con calma quello in corso.
Il risultato non può essere altro che una sensazione di vuoto, come di un buco nella trama che rende difficile continuare a seguire la storia in maniera fluida e comprensibile.
È come se un lettore un po’ maldestro, in un attimo di distrazione, avesse rovesciato la sua tazza di caffè su quelle pagine e un terzo di quel capitolo fosse andato perduto per sempre: la carta macchiata, l’inchiostro sciolto, le parole incomprensibili, la storia in qualche modo amputata.

Non ci sarà un’altra opportunità di scrivere delle mostre non viste, degli eventi mancati, degli incontri annullati, dei dolci non preparati, dei luoghi nonvisti, degli inviti declinati, delle cene saltate, delle esperienze perse, delle occasioni sacrificate, perché il tempo scorre a senso unico e voltarsi a guardare indietro di rado è una buona idea, anzi, molto spesso può essere pericoloso: si rischia di non notare l’ennesimo ostacolo e di schiantarcisi.

Non sono mai stata molto dedita alle feste comandate, le uniche a cui ho sempre tenuto in modo particolare sono proprio i compleanni, perché li considero momenti unici, in cui coccolare e viziare le persone a cui tengo, ma quest’anno è proprio il mio giorno ch mi sta mandando in crisi: non riesco a liberarmi di questo senso di privazione costante. Penso a “come avrei festeggiato se…” e mi rendo conto che concedermi un intero fine settimana “normale” potrebbe vanificare tutto l’ultimo mese di sforzi e sacrifici, così, invece di pensare a divertirmi e a godermi la mia festa, mi ritrovo a scervellarmi nella maniacale ricerca di alternative che siano all’altezza delle mie abitudini.

Angosciata: ecco come mi sento.
Per la mia incapacità di fare i passi che vorrei e la mia impotenza di fronte a quelli imposti.

E ora che mi sono sfogata, mettiamo su il mio miglior sorriso e prepariamoci ad affrontare questa bizzarra giornata… buon compleanno a me!

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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