25ª Giornata Mondiale della Traduzione.

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Innanzi tutto, tanti auguri San Gerolamo!
Ebbene sì, verso la fine del 300 d.C. il simpatico malandrino si imbarcò in un’impresa a dir poco epica: la prima traduzione della Bibbia dall’ebraico al latino.
Gli ci vollero ben 23 anni, ma il risultato fu che circa 1500 anni dopo, per la precisione nel 1953, la sua festa venne scelta come data ufficiale per la celebrazione della Giornata Mondiale della Traduzione.

Molte delle riflessioni che questa giornata mi suscita non differiscono granché da quelle espresse nel post di lunedì, quindi eviterò di annoiarvi con inutili ripetizioni, però vorrei citare le parole di Hado Lyria, traduttrice italiana di Manuel Vázquez Montalbán, Juan Marsé, Jorge Louis Borges e Pedro Almodóvar.

 

L’Europa tende sempre più a individuare nel traduttore (anche a livello legale) una sorta di co-autore. Ma è un argomento tuttora molto discusso. Voglio comunque ricordare che una buona esecuzione musicale viene sempre citata con i due nomi: quello dell’autore della partitura e quello del musicista che l’interpreta. Questo non avviene ancora per la traduzione letteraria, se non in casi assai rari. Si ricorda qualche Shakespeare di Montale, e via dicendo. Ma si tratta di eccezioni.

 

Questa considerazione è tratta da un’intervista pubblicata nella raccolta “Gli autori invisibili. Incontri sulla traduzione letteraria.”, realizzata da Ilide Carmignani ed edita da Besa Editrice.

Non credo ci sia molto da aggiungere, il confronto fra l’opera musicale e l’opera letteraria suggerito da Hado Lyria rende alla perfezione la situazione dei traduttori in Italia.

D’altronde, potevo forse io dannarmi l’anima all’inseguimento di obiettivi semplici, risolutivi e, soprattutto, fin da subito appaganti?
Ovvio che no!

 

Buona 25ª Giornata Mondiale
della Traduzione!

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Vercelli in Bionda 2016.

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Come sempre io scopro le cose per puro caso e… con irrimediabile ritardo!
Per una volta, però, l’improvvisata mi è riuscita. Fondamentale, come sempre, la complicità dell’AnarcoSocio.

A zonzo senza meta, rimuginando su come trascorrere il sabato sera, incrociamo un’amica che ci saluta di corsa, dicendo di essere in ritardo per un evento letterario a Vercelli.

L’iniziativa non esplode subito, ma dopo qualche minuto, cellulare alla mano, scovo l’evento e propongo all’AnarcoSocio: «Guarda! Che te ne pare? A me sembra una cosa carina, potremmo andare lì stasera…».

L’idea piace. Si parte subito.
In pochi istanti passiamo dal cazzeggio libero per assoluta assenza di programmi all’avere i tempi stretti e una certa fretta.
L’unica cosa che rimane immutata è: dove andiamo a cena?
L’AnarcoSocio si illumina: gli è appena venuto in mente un self-service carino gestito da ristoratori di un certo calibro che, caso vuole, è anche di strada.
Scelta azzeccata: le porzioni si rivelano talmente abbondanti che perdiamo quel già risicato margine d’anticipo che pensavamo di avere per la ricerca di un parcheggio. In realtà la porzione gigante era il mio fritto misto, ihihih!

Arriviamo. Trovare un parcheggio non è l’impresa più semplice del mondo, ma ce la caviamo abbastanza in fretta.

Risfodero il fedele cellulare e identifico la strada.
Arriviamo, hanno iniziato da poco.
I posti a sedere sembrano tutti occupati, invece l’AnarcoSocio scorge un posticino che, da metallaro gentiluomo qual è, cede a me, piazzandosi in piedi lì vicino.

Missione compiuta!
Siamo ufficialmente parte del pubblico di “Vercelli in bionda 2016”.
20 autori, 5 minuti a testa per presentare il proprio libro e scolarsi una birra media, offerta dallo storico Birrificio Sant’Andrea, partner ufficiale dell’edizione vercellese della manifestazione fin dal suo esordio, nel 2013.

Nata da un’idea dello scrittore Paolo Roversi, l’iniziativa sfida prende il via a Milano nel 2008, per poi approdare anche a Vercelli cinque anni dopo.
20 autori, nel caso specifico 20 giallisti, 20 libri, un’ora e 40 minuti di tempo, tanta gente e tanta birra: una formula irresistibile!
Modalità insolita per una kermesse letteraria, che però, a quanto pare, di anno in anno raccoglie un numero sempre maggiore di consensi.
Una serata dinamica, interessante e divertente: impossibile annoiarsi!

Tre i compiti assegnati al pubblico: ascoltare, votare e… bere!
Mentre io mi applicavo con scrupolo ai primi due, l’AnarcoSocio si è dedicato con altrettanta devozione al terzo.
Alla fine delle presentazioni, abbiamo deciso di comprare un libro a testa fra quelli presentati: io ho scelto “Trasfigurazioni” di Elisa Caramella.
Vi dirò di più quando l’avrò letto…

Concludendo, evento promosso: senza dubbio un’esperienza da ripetere!

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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La moglie spia.

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C’erano una volta un vecchio e una vecchia. Non sapeva la vecchia tenere a freno la lingua; succedeva che qualunque cosa sentisse dal marito — subito lo sapeva tutto il villaggio. Finché non bisticciano tra loro — pazienza, ma succede al vecchio di azzuffarsi con la vecchia e di batterla: lei si arrabbia e corre da tutti, perfino nel cortile del signore, racconta ogni particolare; a volte dice il doppio di bugie rispetto alla verità. E a causa di quelle calunnie prendono di peso il vecchio; e allora hai voglia a cercare di salvarti la schiena!
Ecco che una volta andò il vecchio nel bosco a fare legna; mise il piede in un punto: il piede rimase incastrato. «Che roba è! Fammi un po’ scavare, forse avrò la fortuna di trovare qualcosa». Afferrò una vanga; diede una vangata, una seconda, una terza, e dissotterrò un paiolo pieno zeppo d’oro. «Grazie a Dio! Ma come portarlo a casa? Non potrò nasconderlo a mia moglie e lei darà la notizia a tutto il mondo; mi procurerò solo guai!» Pensa che ti ripensa, riseppellì il paiolo e andò in città, comprò un luccio e una lepre viva, il luccio lo appese a un albero — propriop sulla cima, e la lepre la mise in una nassa.
Arriva all’izbà: «Non sai, moglie, che fortuna mi ha mandato Dio, ma non si può dirtelo; magari lo vai a raccontare a tutti!». «Parla, vecchio» insiste la donna «parola d’onore, non lo dirò a nessuno; se vuoi, te lo giuro, stacco l’immagine e la bacio». «Ecco, vecchia: ho trovato nel bosco un paiolo pieno d’oro». «Ma che dici! Andiamoci alla svelta, portiamolo a casa…» «Bada bene, vecchia! Non lo raccontare a nessuno, altrimenti saranno guai». «Non temere, bada di non raccontarlo tu, io non lo dirò! Tu, quando sei ubriaco, non fai che vantarti!»
Condusse il contadino la donna, arrivò nel punto in cui il luccio era appeso all’albero, si fermò, alzò la testa e guarda: «Be’, che guardi? Muoviamoci!». «Ma non vedi? Guarda, è cresciuto un luccio sull’albero!» «Possibile! Arrampicati a prenderlo; più tardi ce lo arrostiremo per la cena». Il vecchio salì sull’albero e prese il luccio. Andarono avanti. Cammina cammina: «Faccio una corsa al fiume, vecchia, a guardare le nasse». Guardò la nassa e giù a chiamare la moglie: «Guarda un po’, una lepre è finita nella nassa!». «Se ci è finita, prendila alla svelta, andrà bene per il pranzo di festa». Prese il vecchio la lepre e condusse la vecchia nel bosco; dissotterrarono tutti e due il paiolo con l’oro e se lo portarono a casa. La cosa avveniva verso sera; si era fatto completamente buio. «Vecchio, ehi, vecchio!» dice la donna «Che siano le pecore a belare?» «Ma quali pecore? Sono i diavoli che scorticano il nostro signore». Cammina, cammina, la vecchia dice di nuovo: «Vecchio, ehi, vecchio! Che siano le vacche amuggire?». «Ma quali vacche! Sono i diavoli che scorticano il nostro signore». Cammina, cammina, si stavano avvicinando al villaggio; la vecchia dice al vecchio: «Che siano i lupi a ululare?». «Ma quali lupi? Sono i diavoli che scorticano il nostro signore»
Si arricchirono il vecchio e la vecchia. Si ammattì la vecchia più di prima, andava ogni giorno a invitare ospiti e organizzava certi banchetti che il marito se la batteva di casa. Il vecchio pazientò-pazientò, ma non ce la fece più, la prese per la treccia e giù a trascinarla per terra; si divertì a sazietà! Non appena la donna gli si fu sottratta, subito iniziò a bestemmiare: «Fermo, canaglia! Saprai chi sono. Tu vuoi tenerti tutto l’oro per te; no, ti sbagli! Ti cucinerò a dovere, non troverai un posto in Siberia! Ora vado dal signore!».
Corse dal signore, iniziò a urlare, a piangere: «Così e così» dice «ha trovato mio marito un paiolo pieno d’oro e da quel momento ha cominciato a darci sotto con il vino. Io cerco di convincerlo, ma lui mi picchia; mi ha trascinato e trascinato per la treccia, a stento gli sono sfuggita dall mani! Sono corsa da vostra grazia a esternare la mia pena, a fare una supplica contro un cattivo marito: portategli via, a quella canaglia, tutto l’oro, che lavori e non vada in giro a ubriacarsi!». Il signore fece chiamare alcuni camerieri e andò dal vecchio. Arriva all’izbà e gli grida: «Ehi tu, ma che imbroglione! Hai trovato sulla mia terra un intero paiolo d’oro — quanto tempo è passato e a me ancora non l’hai riferito! Hai cominciato a ubriacarti, a fare il brigante e a tiranneggiare tua moglie! Dammi subito l’oro…». «Pietà, signore» risponde il vecchio «non so di cosa parliate: non ho trovato nessun oro». «Menti, lo si vede dagli occhi che sei un impudente!», si avventò su di lui la vecchia. «Venite con me, signore; vi mostrerò dove sono nascosti i soldi».
Lo conduce a un baule, sollevò il coperchio: non c’è nulla, niente di niente. «Ah, quell’imbroglione! Mentre io non c’ero li ha nascosti da un’altra parte». Qui il signore si attaccò al vecchio con decisione: «Mostra l’oro!». «E dove lo devo andare a prendere? Abbiate la compiacenza di farvi raccontare tutto dalla mia vecchia per filo e per segno». «Allora, colombella, raccontami come si deve, per benino: dove e quando è stato trovato il paiolo con l’oro?» «Ecco, signore» iniziò la vecchia «camminavamo per il bosco… è stata quella volta che abbiamo preso il luccio sull’albero…» «Riprenditi, sciocca» dice il vecchio «stai parlando a vanvera!» «No, mascalzone, non parlo a vanvera, ma dico la verità, e abbiamo anche tirato fuori la lepre dalla nassa…» «Be’, è andata! Mi pare che ora la senti anche tu, signore! Ma com’è possibile che gli animali si trovino nel fiume, e un pesce cresca su un albero nel bosco?» «Quindi per te non è stato così? Ma ti ricordi che mentre tornavamo indietro io ho detto: “Che siano le pecore a belare?”. E tu hai risposto: “Non sono le pecore che belano, sono i diavoli che scorticano il nostro signore!”». «Menti, vecchia! Sei fuori di testa!» «Io ho detto anche: “Che siano le vacche a muggire?”. E tu: “Ma quali vacche! Sono i diavoli che scorticano il nostro signore”. E mentre ci stavamo avvicinando al villaggio mi è parso che i lupi ululassero; ma tu hai detto: “Ma quali lupi! Sono i diavoli che scorticano il nostro signore…”». Il signore ascoltò-ascoltò, si arrabbiò e giù a prendere a pedate la vecchia. Dopodiché la vecchia non sopravvisse a lungo, mentre il vecchio si prese una moglie giovane, comprò merce in quantità e visse felice e contento commerciando in città.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Giornata Europea delle Lingue.

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Oggi, 26 settembre, si celebra la Giornata Europea delle Lingue, proclamata il 6 dicembre 2001 dal Consiglio d’Europa, con il patrocinio dell’Unione Europea.

Obiettivi di questa giornata sono la sensibilizzazione sull’importanza dell’apprendimento delle lingue per migliorare il plurilinguismo e la comprensione interculturale, promuovere la diversità linguistica dell’Europa e incoraggiare uno studio delle lingue esteso a tutta la vita.

Averne scoperto l’esistenza solo pochi giorni fa mi ha fatta stupire di me stessa: com’è possibile che non ne sapessi nulla??!

Sono quasi sicura che oggi, in Italia, saranno tutti concentrati sulla Giornata Mondiale di Qualunque-Cosa-È-Più-Importante-Delle-Lingue, forse per questo non ne avevo mai sentito parlare prima.

Stando alle indagini degli ultimi anni, infatti, il “Bel” Paese mantiene salda la sua posizione fra i peggiori in Europa riguardo la conoscenza della lingua straniera per eccellenza, l’inglese.

Io, che alle lingue straniere ho dedicato buona parte delle mie energie, del mio tempo e, più in generale, della mia vita, credo di poter dire che l’italiano medio è convinto che il nostro animato gesticolare abbia un potere comunicativo molto più efficace delle parole, così tende a improvvisare le lingua enfatizzando la mimica, e riuscendo in questo modo a renedere “maccheronica” qualsiasi lingua in cui decida di cimentarsi.

Egregi Signori, stimate Signore, mi duole informarvi che le cose non vanno proprio così.

Sapere una lingua straniera significa dedicarle l’intera vita, perché non esiste un punto d’arrivo da raggiungere, un traguardo da tagliare, esistono solo vocaboli, espressioni idiomatiche e strutture linguistiche da imparare, in continuazione, giorno dopo giorno.

Ne sa qualcosa l’AnarcoSocio che, dopo lo sciagurato incontro con la sottoscritta, si è ritrovato a confrontarsi con fenomeni quali la valenza semantica degli accenti, le riduzioni vocaliche, le consonanti vocalizzate, le coppie aspettuali dei verbi; tutte cose che, nello specifico, riguardano le lingue slave, dato che questo è il mio principale “campo d’azione”.
In fondo, però, chi non si è mai scontrato con i paradigmi dei verbi inglesi, con le lettere mute del francese, con i generi e le declinazioni del tedesco?

Imparare sul serio una lingua è faticoso, richiede impegno e dedizione, perché la differenza fra sapere una lingua e barcamenarcisi, il classico “farsi capire” all’italiana, non è cosa da poco.
C’è un abisso fra scimmiottare quel che si crede di star dicendo, nella speranza che i gesti chiarifichino eventuali dubbi dell’interlocutore, e padroneggiare le modalità comunicative proprie di ogni lingua.

Alla luce di tutto questo, in questa giornata proclamata per poi essere dimenticata, quanto meno dall’Italia, vorrei lanciare un piccolo appello: smettetela di chiedere a noi, bistrattati linguisti, cosa ce ne facciamo della grammatica approfondita e di tutte le regole fonetiche, morfologiche, lessicali, semantiche e sintattiche con cui ci facciamo scoppiare il cervello.

La risposta è una, quasi banale nella sua semplicità: noi, con tutta quella “robaccia”, ci muoviamo nelle retrovie, permettendo non solo la reale interazione fra paesi e culture diverse, ma anche una migliore qualità di vita a chi le lingue le guarda con supponenza, ritenendole inutili.

Siamo noi a tenere i rapporti lavorativi con i collaboratori esteri, noi a dedicarci al ramo traduttivo permettendo a ognuno di leggere un libro o guardare un film nella propria lingua d’appartenenza, noi a portarvi in giro per il mondo, non solo facendovi da guide, ma anche risolvendovi qualunque eventuale magagna vi capiti mentre vi godete le vacanze in un paese in cui sapete a mala pena salutare e ringraziare, sempre noi, attraverso l’insegnamento, a far sì che le nuove generazioni siano più “cittadine del mondo” delle precedenti.

Insomma, noi siamo ripetitori in carne o ossa, in grado di trasmettere dati e informazioni anche quando “non c’è campo” e la nostra batteria non si scarica mai, perché a muoverci è la passione per quello che facciamo.

 
 

Rompiamo il Silenzio…
… in tutte le lingue del mondo!

 
 

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Benvenuto Autunno!

Autunno-Осень

San Pietroburgo, Russia

 

Giovedì scorso, 15 Settembre, a Milano è stato il primo giorno al di sotto dei 30°, con tanto di pioggia: era ora!
Unico fastidio, la comprovata incapacità del milanese medio a gestire se stesso e l’ombrello in contemporanea.

Nonostante la temperatura sia finalmente arrivata a un livello tollerabile, per quanto mi riguarda ancora non ci siamo.
Mi rendo conto che, forse, il mio termine di paragone è un tantino irrealistico, ma trattandosi di me la scelta era inevitabile e quasi scontata.

 

Per farvi capire:

15/09/2016. Milano. Ore 6:00. → 20°
Temperatura massima della giornata: 25°

15/09/2016. San Pietroburgo. Ore 7:00. → 8°
Temperatura massima della giornata: 16°

E parlando di oggi:

23/09/2016. Milano. Ore 6:00. → 15°
Temperatura massima della giornata: 23°

23/09/2016. San Pietroburgo. Ore 7:00. → 10°
Temperatura massima della giornata: 10°

 

Non credo servano commenti.

Così, mentre tutti si lamentano da ormai una settimana dell’infausto clima sopraggiunto, sgradito profeta annunciatore della fine dell’estate, io quasi rinasco, galvanizzata come non mai dalla manciata di gradi Celsius in meno.

Ribadendo il concetto con parole più semplici e dirette:

È arrivato l’autunno!

 

Tutti depressi dal progressivo e insesorabile assopirsi della natura, io invece inizio a sentire il cervello che si risveglia.

Certo, il freddo rattrappisce i miei muscoli acciaccati, ma non riesce a scalfire la mia opinione: se fa freddo, non c’è limite al numero di strati sotto cui posso infilarmi, se fa caldo, una volta che sono in mutande cosa faccio?

Vi faccio un altro esempio…

CALDO.
Rientrate dopo una giornata pesante, appiccicaticci e grondanti di sudore.
Vi rinfrescate, vi infilate addosso quel che di più leggero riuscite a trovare nell’armadio, spalancate le finestre seguendo una strategia ben precisa, per far sì che l’aria circoli, aprire il frigorifero e… orrore!
Vi siete dimenticati di mettere qualcosa da bere in fresco, o peggio, qualcuno è arrivato alle scorte prima di voi, ma poi si è scordato di rifornire il frigo.

FREDDO.
Rientrate dopo una giornata pesante, a un passo dall’ibernazione. Vi liberate della tenuta da lavoro, qualsiasi essa sia, sostituendola con numerosi strati di morbidi maglioni di lana e comode felpone di pile, aprite le finestre giusto quei 10 minuti necessari ad arieggiare la casa, tanto semi-congelati come siete non saranno certo quei 10 minuti a uccidervi, soprattutto considerando che ora siete provvisti di un’armatura riscaldante inaccessibile al più infido degli spifferi.
Mentre fate tutto questo, il bollitore che avete messo sul fuoco appena rientrati inizia a borbottare. Cosa manca da fare? Una cosa soltanto: scegliere da quale tè o tisana bollente farvi tenere compagnia.
Mio unico rammarico sarebbe di aver usato, da occidentale, un bollitore al posto di un samovar

Insomma, checché possano dirne gli amanti dell’estate, per me non c’è confronto: non esiste una stagione migliore dell’autunno!

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Eight Days a Week

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Si è conclusa ieri, 21 settembre 2016, la proiezione del film-documentario «Eight Days A Week – The touring years», con cui Ron Howard ha scelto di rendere omaggio alla più grande band di tutti i tempi: The Beatles.

Da che parte cominciare?
Forse dall’immenso rimpianto di non essere vissuta negli anni ’60, quando la musica era più vissuta e meno monetizzata, sia per chi la faceva che per chi l’ascoltava.
Questo non toglie che i grandissimi nomi abbiano fatto soldi a palate, ma il prezzo da pagare era molto più alto di quanto non sia oggi, epoca in cui i “musicisti”, o sedicenti tali, riescono a guadagnare soldi perfino con un semplice e banale click del pubblico.

È stato curioso sentire persone che hanno avuto modo di ascoltare i Beatles “in tempo reale”, lamentarsi perché il film era in inglese con sottotitoli in italiano.
È vero che i sottotitoli attirano lo sguardo distraendolo dall’immagine, ma è vero anche che a me non era neanche passato per la testa che potesse essere doppiato.

Purtroppo non ho mai avuto la buona abitudine di approfondire la biografia dei musicisti che ascolto, lo faccio di rado perfino con gli autori che leggo, quindi figuratevi. Questo documentario, però, è stato un’esperienza commovente, un viaggio nel tempo di due ore e un quarto, un salto indietro di oltre 50 anni che mi ha catapultata in una realtà che mi ha conquistata.
Io, che nel mondo odierno mi sento sempre un po’ fuori luogo, ho scoperto che è esistito un periodo, fra l’altro neanche così lontano, in cui il mio essere alienata a causa di passioni più o meno condivise dalle masse, sarebbe stato la “normalità”. Un periodo in cui l’aspirare a fare della propria arte un’attività a tempo pieno non era visto come un’infantile e idealista utopia.

È stato interessante sentir svelare le origini autobiografiche di alcune canzoni e scoprire di più sulle personalità dei “Fab Four” di Liverpool, al punto che mi sono vergognata a morte dell’immensa ignoranza in cui galleggiavo quando, ragazzina in vacanza studio, mi è capitata la fortuna di visitare il museo loro dedicato proprio a Liverpool.

Con questo film Ron Howard non ha voluto celebrare l’immensa fama dei Beatles, ma ha voluto mostrare quali conseguenze questa fama abbia avuto sulle loro vite, personali e artistiche.
Venticinque concerti in trenta giorni, attraverso tutti gli Stati Uniti. Nella famosissima esibizione allo Shea Stadium di New York City, con 56.000 spettatori in delirio, i visi sono tirati, gli occhi stanchi, nonostante l’evidente sforzo per continuare a sorridere. Il grido d’aiuto di John Lennon nella canzone “Help!” mi ha colpita come un pugno allo stomaco.
La sensazione che ho provato io è stata che un sogno può spiccare il volo, ma se vola troppo in alto e troppo in fretta, non ti lascia il tempo di abituarti all’improvvisa mancanza d’ossigeno, finendo per soffocarti.

È stato davvero tremendo sbattere il naso contro il fatto che anche le aspirazioni più genuine, una volta realizzate, possono trasformarsi da inesauribili forze motrici a inarrestabili schiacciasassi che ti travolgono, annientandoti sotto il loro insostenibile peso.

Mi ha fatto riflettere parecchio sulla fase che sto vivendo.
Su quanto io mi stia perdendo il bello del viaggio perché troppo concentrata sulla meta, senza alcuna certezza che, se mai la raggiungerò, si riveli come io mi ostino a immaginarla.

 

E proprio con quel grido vorrei chiudere questo post, perché rimanga a monito dell’estrema delicatezza con cui sarebbe opportuno maneggiare i sogni.

 

 
 

Rompiamo il Silenzio…
…magari con della buona musica!

 
 

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La vedova e il diavolo.

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C’era una volta un contadino che aveva una moglie bellissima; si amavano appassionatamente e vivevano e d’accordo. Passò né molto, né poco tempo, il marito morì. Lo seppellì la povera vedova e iniziò a farsi pensierosa, a piangere, ad affliggersi. Tre giorni, tre notti pianse di continuo; il quarto giorno, esattamente a mezzanotte, arriva da lei un diavolo con l’aspetto del marito. Lei si rallegrò, gli si gettò al collo e chiede: «Come sei venuto?». «Sento» dice «che tu, poverina, mi piangi tanto amaramente: ho avuto pietà di te, ho chiesto il permesso e sono venuto». Si misero a letto insieme; al mattino, appena i galli ebbero cantato, scomparve come nebbia. Va il diavolo da lei un mese e un secondo; lei non ne parla con nessuno, ma si fa sempre più secca, si scioglie come una candela al fuoco!
Una volta arriva dalla vedova la vecchia madre, si mise a chiederle: «Come mai, figliola, sei tanto magra?». «Dalla gioia, mamma!» «Quale gioia?» «Il povero marito viene da me la notte». «Ah, tu, sciocca che sei! Ma quale marito, è il maligno!» La figlia non ci crede. «Be’, ascolta quello che ti dirò: quando arriverà da te e si metterà a tavola, tu fai cadere apposta il cucchiaio , e mentre lo raccogli — guardagli le gambe». Diede ascolto alla madre la vedova; la prima notte che venne da lei il maligno, fece cadere sotto il tavolo il cucchiao, si chinò per cercarlo, gli guardò le gambe e vide che aveva la coda. Il giorno seguente corse dalla madre. «Allora, figliola? Dicevo il vero?» «Sì, mamma! Cosa devo fare, povera me?» «Andiamo dal pope». Andarono, gli raccontarono tutto quel che era successo; il pope iniziò a esorcizzare la vedova, per tre settimane la esorcizzò: a stento scacciò da lei il perfido diavolo!

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Un lunedì mattina… bollente!

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Image Credit © VeRA Marte

 

La mia settimana è iniziata così, e credo che questo la dica lunga sullo stato in cui potrei versare ora di venerdì…

Non ricordo nemmeno più l’ultima volta che mi sono “ubriacata” di caffè americano, ma credo si possa parlare in termini di anni.
La speranza era che il beverone mi aiutasse a carburare, ma non è stato così.
Rimbambita per essere stata costretta a prendere il treno prima, ho pensato bene di completare l’opera dandomi a commissioni varie e finendo per tornare col treno dopo.

Lo so, lo so, si tratta di una sola ora aggiunta alla mia giornata milanese, ma di lunedì, col torpore del fine settimana ancora addosso, ogni singolo minuto in più può essere davvero traumatico, figuriamoci un’ora.

Mi spiego meglio…
Come accennavo, stamattina la logistica famigliare mi ha imposto il treno prima, così ho pensato di approfittare del motruoso anticipo per passare da Arnold Coffee a fare rifornimento di caffè americano, nella ferma convinzione che fosse l’unico modo per sopravvivere al lunedì mattina.
Entro. Quasi non ci credo quando mi accorgo che la cassa è già libera.
Mentre il mio cervello fatica a mettersi d’accordo con se stesso su una questione di importanza vitale, “medio o grande?”, una cassiera tanto arzilla da sembrare fatta di anfetamina mi accoglie, con uno squillantissimo e rumorosissimo “Buongiorno!”.

 

Con le monetine già in mano, mi concentro per scandire bene: «Buongiorno a te! Vorrei un caffè americano grande da portar via, grazie.».

Prima domanda a tradimento: «Caldo?».

Io: *Rispondi, puoi farcela!*
«Ehm… Sì, caldo, grazie…»

Lei: «Se vuoi, con la bevanda grande, puoi avere anche la mug di Arnold a 4 euro…»

Io: *La cosa??? Mi guardo intorno smarrita, seguendo la direzione verso cui ha fatto un cenno col il mento.*
«Ah, la mug… Ehm… Non saprei… Più che altro non ho dove metterla e avrei paura di romperla… Va beh, dài, la prendo! Per il trasporto m’inventerò qualcosa…»

Lei: *Mi fa lo scontrino, prende i soldi e mi saluta mettendomi in una mano un saccheto che, di mug, avrebbe potuto contenerne almeno 10, e nell’altra un bicchierone da mezzo litro di caffè americano a temperatura lava vulcanica.*

 

Insomma, alla fine ho raggiunto il mio scopo: svegliarmi!
Peccato che io contassi sulla caffeina, non su un’ustione di terzo grado al palmo di una mano…

Il lato positivo di questo allegro siparietto mattutino è che ora ho una fantastica tazzona, la mitologica mug per l’appunto, con il bellissimo logo di Arnold Coffee.

Che altro dire? L’ennesimo lunedì è andato, speriamo che il prossimo sia un po’ meno… “scottante”!

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Baldak Boris’evič

Baldak-Borisevic-Балдак-Борисьевич

 

Nella gloriosa città di Kiev dallo zar Vladimir si riunirono principi e possenti eroi per un banchetto d’onore. Disse lo zar Vladimir queste parole: «Ascoltate, ragazzi miei! Riunitevi, radunatevi a un unico tavolo». Si riunirono a un unico tavolo, si saziarono a metà, si dissetarono a metà, e disse lo zar Vladimir: «Chi mi farebbe un grande servigio: andare in una terra oltre ogni confine, in un regno oltre ogni confine, direttamente dal sultano turco — a portargli via il cavallo dalla criniera d’oro, il [?] purpureo, a uccidere il gatto parlante, a sputare negli occhi dello stesso sultano turco?». Si offrì volontario il prode Il’ja Muromec, figlio di Ivan. Lo zar Vladimir aveva un’amata figlia; dice queste parole: «Ascolta, padre, zar Vladimir! Sebbene si vanti Il’ja Muromec, figlio di Ivan, non è lui che può compiere questo servigio! Congeda, padre, il banchetto d’onore; vai a cercare nella tua città, per le osterie reali il giovane Baldak, figlio di Boris, dell’età di sette anni».
E diede ascolto lo zar alla figlia, andò a cercare il giovane Baldak, figlio di Boris, e lo trovò in un’osteria: dorme sotto una panca. Lo scosse con la punta del piede lo zar Vladimir; allora Baldak aprì gli occhi e saltò su come se niente fosse. «Ascolta, zar Vladimir! Per che cosa hai bisogno di me?» Al che gli rispose lo zar Vladimir: «Ti voglio al banchetto d’onore». «Non sono degno di andare al bnchetto d’onore; sbevazzo nelle locande, mi rotolo sotto le gambe». Gli dice lo zar Vladimir queste parole: «Se ti invito al banchetto, devi venire; ho per te una grande incombenza». E lo rimanda indietro il giovane Baldak, figlio di Boris, dall’osteria al palazzo reale, e io, dice, ti seguirò tra poco.
Rimase da solo Baldak all’osteria, bevve per disintossicarsi quanto vino verde occorreva, e andò dallo zar Vladimir nelle alte stanze senza farsi annunciare; deposita la croce come prescritto, fa un inchino come insegnato; si inchina da tutti i lati, e allo zar in particolare: «Salve, zar Vladimir! Per cosa hai bisogno di me?». Gli risponde lo zar Vladimir: «Ascolta, giovane Baldak, figlio di Boris! Fammi un grande servigio: vai nella terra oltre ogni confine, nel reame oltre ogni confine, dal sultano turco; portagli via il cavallo dalla criniera d’oro, il [?] purpureo, uccidi il gatto parlante, e al sultano turco sputa negli occhi. Prendi con te tutte le forze che ti serviranno; prendi dal tesoro reale quanto vuoi!». E dice il giovane Baldak, figlio di Boris: «Ascolta tu, zar Vladimir! Dammic ome forza solo ventinove prodi, e io sarò il trentesimo».
Si fa prima in una favola a raccontarlo che nella realtà a farlo; si mette il giovane Baldak, figlio di Boris, in viaggio, in cammino verso il sultano turco; fece in modo di arrivare proprio a mezzanotte. Entrò nel cortile del sultano, portò via dalla stalla il cavallo dalla criniera d’oro, il [?] purpureo, afferrò il gatto parlante, lo fece in due pezzi, e al sultano sputò negli occhi. E aveva il sultano turco un giardino fvorito, di tre verste; ogni tipo di albero nel giardino era stato piantato, ogni tipo di fiore generato. Il giovane Baldak, figlio di Boris, ordinò ai suoi compagni, ventinove prodi, di sconvolgere-tagliare tutto il giardino, mentre lui prese del fuoco, e con quel fuoco bruciò tutto, e piantò trenta tende bianche di tela sottile.
Al mattino presto si sveglia dal sonno il sultano turco; il suo primo sguardo fu per il suo amato giardino, e non appena gettò un’occhiata — vede che tutti gli alberi sono stati tagliati, bruciati, e nel giardino ci sono trenta tende di tela bianca. “Chi è venuto all’improvviso da me” pensa tra sé “uno zar o un principe, un re o un possente eroe?” Gridò qui il sultano con voce potente al suo pascià turco preferito, lo fa chiamare e gli dice queste parole: «Non va bne nel mio regno! Mi aspettavo un colpevole russo, il giovane Baldak, figlio di Boris; ma ora è arrivato all’improvviso da me… uno zar o un principe, un re o un possente eroe? — questo non lo so e come saperlo non mi viene in mente».
A quel consiglio arriva la figlia grande del sultano turco e dice a suo padre: «Di cosa confabulate, cosa non potete sapere? Oh tu, padre, sultano turco! Dammi un po’ la tua benedizione e ordina di scegliere in tutto il regno ventinove fanciulle, che non ce ne siano di più belle! Io sarò la trentesima, andrò in quelle tende di tela a passare la notte e scoprirò per voi il colpevole». Il padre acconsentì, e lei andò in quelle tende con ventinove fanciulle: di più belle non ce n’erano in tutto il reame. Le uscì incontro il giovane Baldak, figlio di Boris, la prese per le bianche mani e gridò con la sua voce potente: «Ehi voi, prodi compagni! Prendete le belle fanciulle per le mani, portatevele nelle tende e fate quel che sapete!». Dormirono insieme un’unica notte; al mattino tornò dal sultano turco la sua figlia maggiore, gli dice: «Ascolta, amato padre! Ordina a tutti e trenta i prodi di venire a casa tua dalle tende di tela biaca; io stessa ti mostrerò il colpevole».
All’istante manda il sultano turco alle tende il suo pascià preferito per invitarli da lui: voleva avere il giovane Baldak, figlio di Boris e tutti i suoi compagni. Uscirono dalle tende i trenta prodi; tutti con lo stesso viso, come fratelli, gli stessi capelli, la stessa voce! E dicono al messo queste parole: «Torna indietro, noi ti seguiremo entro breve!». Il giovaneBaldak, figlio di Boris, disse ai suoi ragazzi: «Non ho qualche segno di riconoscimento? Guardate bene tutto». E si scoprì che aveva fino alle ginocchia le gambe nell’oro, fino ai gomiti le braccia nell’argento. «È furba, ma io non mi faccio ingannare!», disse Baldak e fece a tutti i suoi compagni lo stesso identico segno: ai ragazzi fino alle ginocchia le gambe nell’oro, fino ai gomiti le braccia nell’argento; ordinò loro di mettere dei guanti. «Quando saremo in casa del sultano, nessuno li tolga senza un mio ordine!»
Ecco che arrivarono a casa del sultano; appare la sua figlia maggiore e riconosc il colpevole, il giovane Baldak, figlio di Boris. Le dice Baldak: «Come hai fatto a riconoscermi, da quali indizi?». Risponde la figlia maggiore del sultano: «Togliti un po’ da un piede uno stivale e dalla mane un guanto: lì ho messo un segno: fino alle ginocchia le gambe nell’oro, fino ai gomiti le braccia nell’argento». «Che forse non ce ne sono da noi di prodi del genere?», e ordina il giovane Baldak, figlio di Boris, ai suoi ragazzi: «Toglietevi tutti da un piede uno stivale, dalla mano un guanto!». Il segno che aveva lui, apparve uguale su tutti gli altri — nelle stanze tutto si illuminò! Il sultano turco, che era molto benevolo, in questo caso non credette alla propria figlia: «Menti! Mi serviva un solo colpevole, e ora secondo te sarebbero risultati tutti e trenta!». Ordinò il sultano turco: «Andate tutti fuori!».
Dopodiché ancora di più si rabbuiò, ancora di più si rattristò e si rimise a pensare, col suo pascià preferito a confabulare su come avrebbero potuto riconoscere il colpevole. A quel consiglio arriva la seconda figlia del sultano turco e dice a suo padre: «Dammi, padre, ventinove fanciulle, io stessa sarò la trentesima, andrò con loro in quelle tende di tela bianca, passerò un’unica notte in quelle tende e scoprirò pe voi il colpevole». Detto fatto. Al mattino chiama il sultano turco il giovane Baldak, figlio di Boris, nelle sue stanze, e lo chiama con i suoi compagni per mezzo del suo pascià preferito. Risponde Baldak come in precedenza: «Torna indietro, noi ti seguiremo entro breve!». Non appena fu uscito il pascià, il giovane Baldak gridò con la sua voce potente: «Uscite dalle tende, compagni miei, tutti e ventinove prodi quanti siete; guardate se ho qualche segno di riconoscimento». Subito tutti saltarono fuori dalle tende e gli videro sulla testa dei capelli d’oro. Dice il giovane Baldak, figlio di Boris: «È furba, ma io non mi faccio ingannare!». Fece a tutti i prodi, così come l’aveva lui, dei capelli d’oro e ordinò di mettersi dei cappelli sulle teste impetuose: «Quando saremo a palazzo dal sultano turco, nessuno se lo tolga senza un mio ordine!».
Appena entrò il giovane Baldak, figlio di Boris, con i suoi compagninelle stanze del sultano, disse subito il sultano alla sua figlia mediana: «Riconosci, figlia adorata, chi è il colpevole?». E lei lo sa veramente, proprio perché ci aveva passato la notte; va dritta dal giovane Baldak e dice: «Eccovi il colpevole!». Al che risponde il giovane Baldak, figlio di Boris: «Come hai fatto a riconoscermi, da quali indizi?». «Togliti dalla testa il cappello; lì ho fatto un segno: dei capelli d’oro&Raquo;. «Che forse non ce ne sono da noi di prodi del genere?», e ordinò il giovane Baldak ai suoi ragazzi di tirare giù il cappello: apparvero anche a loro i capelli d’oro — nelle stanze tutto si illuminò! Si arrabbiò il sultano con la sua seconda figlia: «La tua è una bugia! Ho bisogno di un colpevole, e secondo te tutti lo sono risultati!», e ordinò: «Uscite un po’ fuori dal palazzo!».
Ancora di più di rabbuiò-si rattristò il sultano turco; entra la terza, la figlia minore e rimprovera le due sorelle maggiori, e poi si presenta al padre: «Mio amato padre! Ordina che mi scelgano ventinove fanciulle — che non ce ne siano di più belle nel regno; io stessa sarò la trentesima e riconoscerò per te il colpevole». Su richiesta della sua figlia minore il sultano eseguì il compito. Si diresse a quelle stesse tende a passare la notte. Qui saltò fuori il giovane Baldak, figlio di Boris, dalla sua tenda, prende la figlia del sultano per le bianche mani e la porta da sé; e ai suoi prodi gridò con voce tonante: «Prendetevi un po’, ragazzi, le belle fanciulle per la mano e portatele nelle vostre tende». Passarono lì la notte, e al mattino andarono le fanciulle a casa. Manda il sultano a chiamare i prodi il suo pascià favorito. Va il messo alle tende di tela bianca, chiama il giovane Baldak con i suoi compagni a palazzo dal sultano turco. «Torna indietro, noi ti seguiremo entro breve!» Dice il giovane Baldak, figlio di Boris, ai suoi compagni: «Be’, ragazzi, guardate se non ho qualche segno di riconoscimento». Tutto esaminarono, ovunque ispezionarono, non poterono trovarlo. «Ah, fratellini, è chiaro che ora sono spacciato!», e si mise il giovane Baldak a chiedere che gli facessero un ultimo servizio; diede loro una sciabola affilata a testa e ordinò di tenerla sotto il vestito: «Quando darò il segnale, taglia da ogni lato!».
Quando arrivarono davanti al sultano turco, apparve la sua figlia minore, indicò il giovane Baldak: «Eccolo il colpevole! Ha sotto il tallone una stella d’oro». E dopo quelle parole gli trovò sotto il tallone la stella d’oro. Mandò via il sultano turco dalle sue stanze tutti e ventinove i prodi; trattenne solo il colpevole, il giovane Baldak, figlio di Boris, si mise a gridare contro di lui con voce possente e sonora: «Se ti prendo, ti metto su un palmo e ci batto con l’altro, non resterà che umidiccio!». Gli risponde il giovane Baldak: «Ascolta, sultano turco! Ti hanno temuto zar e principi, re e possenti eroi, e io bambino di sette anni non ti temo: ti ho portato via il cavallo dalla criniera d’oro, il purpureo, ho ucciso il gatto parlante, ti ho sputato, sultano, negli occhi, e in più ho tagliato-bruciato il tuo giardino preferito!». Si adirò il sultano più di prima, ordinò ai suoi servi di alzare sulla piazza due pali di quercia, uniti da un tronco d’acero, e di preparare su quel tronco tre cappi: il primo di seta, il secondo di canapa, il terzo di tiglio, e fece sapere per tutta la città che tutti, dal più piccolo al più grande, si radunassero sulla piazza a vedere come avrebbero giustiziato il colpevole russo.
Il sultano turco in persona salì su una carrozzella leggera, prese con sé il suo pascià preferito e la figlia minore che aveva scoperto il colpevole; e il giovane Baldak lo legarono, gli misero i ferri, lo fecero inginocchiare, e andarono dritti ai pali di quercia. Ecco che per la strada disse il giovane Baldak queste parole: «Farò degli indovinelli, e tu, sultano turco, indovina. Va un buon cavallo, perché la coda si trascina?». «Non credi di essere uno sciocco?» rispose il sultano. «Il cavallo con la coda ci è nato». Proseguirono un pezzo, dice di nuovo Baldak: «Le ruote davanti le trascina il cavallo, ma quelle dietro chi diavolo le porta?». «Che sciocco! Si prepara a morire ed è fuori di testa, gioca con le parole! L’artigiano ha fatto le quattro ruote — tutte e quattro girano». Arrivarono sulla piazza e scesero dalla carrozzella; presero il colpevole, lo slegarono, gli tolsero i ferri, lo portarono alla forca.
Il giovane Baldak, figlio di Boris, si fece il segno della croce, si inchinò da tutti i lati e disse con voce possente: «Ascolta, sultano turco! Non mi far morire, le mie parole stai a sentire». «Parla, che c’è?» «Ho un regalino di mio padre, una benedizione di mia madre, un cornetto giocattolo. Ordinami in questo momento supremo di suonarlo un po’: per calmarmi e rallegrarvi». «Suona, suona nel momento supremo!» Il giovane Baldak si mise a suonare una allegra: tutti persero la ragione; lo guardarono, lo ascoltarono, per cosa erano venuti dimenticarono; al sultano non si muove la lingua. Sentirono il cornetto i ventinove prodi, avanzarono dalle ultime file e dai a tagliare la gente con le sciabole affilate. Il giovane Baldak suonò finché i prodi suoi compagni non ebbero fatto a pezzi tutta la gente, finché non furono arrivati proprio sotto la forca.
Qui il giovane Baldak, figlio di Boris, smise di suonare e disse al sultano turco queste ultime parole: «Non sei tu lo sciocco? Voltati un po’, guardati indietro: le mie oche beccano il tuo grano!». Il sultano turco si voltò: tutto il popolo è stato ucciso, in terra è steso; rimanevano solo in tre accanto alla forca: il sultano stesso con la figlia e il pascià preferito. Il giovane Baldak ordinò ai suoi prodi di appendere il sultano al cappio di seta, il suo pascià preferito a quello di canapa, e la figlia minore a quello di tiglio. Così portarono a termine il loro compito e si diressero verso la gloriosa città di Kiev dallo zar Vladimir.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Respirando Quiete.

non-lo-so-Незнайко

Image Credit © VeRA Marte

 

Il fine settimana appena trascorso ha confermato la teoria che, spesso, le cose improvvisate all’ultimo minuto si rivelano essere le migliori.

Una passeggiata di prima mattina con un’amica, qualche faccenda domestica e qualche commissione inevitabile, un bel film al cinema da sola e poi una birra di quelle buone con l’amica storica: questi gli ingredienti del mio sabato improvvisato.

Per la domenica, invece, qualche ora di sonno in più, l’AnarcoSocio che riesce a recuperare il tempo e le energie sufficienti per raggiungermi dopo una trasferta, un buon libro e una panchina in riva al lago, seguiti da un ottimo frappè al cioccolato e una pizza per cena.

Poche, semplici cose che sono riuscite a regalarmi qualche ora di serenità autentica, quella che ti fa sentire leggera e in pace con te stessa e col mondo.
Pochi attimi durante i quali è riaffiorata la rassicurante sensazione che, se credi davvero in qualcosa, nulla è impossibile.
Non importa se si è trattato solo di qualche istante, prima che la ruvida concretezza della realtà tornasse ad abbattersi su quel raro momento di quiete, quello che conta è essere riuscita a respirare, a immagazzinare abbastanza ossigeno per sopravvivere fino alla prossima boccata d’aria.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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