Moglie e marito.

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C’erano una moglie e un marito, all’apparenza tutto andava bene, ma la moglie era un po’ strana: se il marito parte — è contenta, se torna — si sente male; e non faceva altro che cercargli da fare, sbolognarlo; oggi lo manda di là, domani in un altro posto, e senza di lui fa festini, banchetti! Arriva il marito — tutto pulito e in ordine; lei geme, è malata, sta stesa sulla panchetta. Il marito ci crede, per poco non piange anche lui. Ecco che una volta la moglie ebbe l’idea di mandarlo a prendere una medicina a Krymgrad. Il marito andò. Per la strada incontrò un soldato: «Dove vai, contadino?». «A Krymgrad per una cura!» «Chi è malato?» «Mia moglie!» «Torna indietro, torna indietro senza indugio; io stesso sono esperto, verrò con te!» Lo fece voltare, e si ritrovò il contadino di nuovo nella sua aia. «Siedi qui tu» dice l’esperto «io capirò subito qual è la malattia».
Entrò nel cortile, appoggiò l’orecchio all’izbà: giochi, salti, divertimenti! Cominciò ad agitarsi il petto del soldato, diede un colpo alla porta, si spalancò l’izbà: la padrona l’attraversa veloce come un cigno, davanti a lei un giovane è scatenato in un ballo, sul tavolo dei bicchieri pieni di un bel vinello. Arrivò il soldato a tempo, bevve una coppa e si mise a ballare; piacque alla padrona: che soldato, che fusto! Premuroso, sagace, come se avesse vissuto lì da un secolo! Al mattino bisogna cuocere dei dolci. «Soldato fai un salto nell’aia, porta una manciata di paglia».
Il soldato andò; raccolse la paglia, ci avvolse il marito, lo legò con una corda, se lo buttò in spalla e lo portò alla padrona. La padrona, contenta, attaccò una canzoncina: «È andato mio marito a Krymgrad a comprare un filtro forte, per curare con quel filtro la pancia alla consorte! Che non ci possa arrivare e non ne possa tornare! Soldato, accompagnami!». Il soldato iniziò la sua canzone: «Lo senti, paglia, lo senti che canaglia?». «Oh, la tua non è bella, la mia è meglio; su, insieme: è andato mio marito a Krymgrad a comprare un filtro forte, per curare con quel filtro la pancia alla consorte». Lei canta forte, ma il soldatoancora più forte: «Lo senti, paglia, lo senti che canaglia? La frusta è appesa al muro, la schiena picchia duro!». La paglia sentì, si scosse, ruppe la corda, il fascio si sparpagliò, e saltò fuori il marito, afferrò la frusta e giù a frustare la padrona. Come per magia, guarì la moglie.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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I ciechi.

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A Mosca dalle pietre bianche viveva un ragazzo che lavorava come bracciante; pensò di andare al paese per l’estate e chiese al padrone la liquidazione. Ma non gli toccarono molti soldi, in tutto solo mezzo rublo. Prese la moneta e oltrepassò la barriera di Kaluga; guarda: su un baluardo sta seduto un mendicante cieco e chiede l’elemosina in nome di Cristo. Il contadino pensa che ti ripensa ne ebbe pietà; gli diede il mezzo rublo e dice: «Questo è mezzo rublo, vecchio; prendine per il bene di Cristo due copeche, e ridammene quarantotto di resto». Il cieco si mise il mezzo rublo in borsa e di nuovo attaccò: «Ortodossi, fate la carità in nome di Cristo a un cieco non vedente!». «Che fai vecchio? Dammi il resto». Ma quello come se non sentisse: «Non è niente, caro! Il solicelloè ancora alto, ce la farò a trascinarmi pian pianino fino a casa». «Ma che sei diventato sordo? Io stesso devo fare buone quaranta verste, i soldi mi servono per il viaggio!» Colpì il contadino un dolore più forte di un coltello affilato: «Ehi» dice «vecchio diavolo! Dammi il resto; altrimenti ti aggiusterò alla mia maniera!». E iniziò a voltarlo da ogni lato. Il cieco si mise a gridare a squarciagola: «Aiuto, mi derubano! Aiuto, soccorso!».
Ebbe paura il contadino di ritrovarsi nei guai, mollò il cieco; meglio, pensa tra sé, fuggire dal peccato, altrimenti da un momento all’altro accorreranno le guardie, e mi riportranno in città! Si allontanò di una decina di passi o più, si fermò sulla strada e non fa che guardare il mendicante: è che gli dispiaceva per i suoi soldi sudati! E quel cieco camminava con due stampelle, e ambedue le stampelle erano sistemate accanto a lui: una dal lato destro, l’altra dal sinistro. Si infiammò il cuore del contadino, contento di fargli del male: «Aspetta un po’ ch ti abbia portato via una stampella e voglio vedere come ti trascinerai a casa!». Allora si avvicinò pian pianino e portò via una stampella; il cieco rimase seduto per un po’, spalancò i bianchi degli occhi verso il sole e dice: «Be’, il solicello non è tanto alto; dev’essere tempo di rientrare a casa. Ehi voi, stampelline, belle signorine! Non è il momento di andare a casa?». Si mise a cercare dai due lati: a sinistra la stampella c’è, ma a destra no: «È già da tempo che questa stampella mi dà noia! Non la trovo mai subito». Cercò-cercò e dice tra sé: «Forse qualcuno si è divertito alle mie spalle! Ma non importa: ce la farò anche con una». Si alzò e si trascinò su un’unica stampella; dietro di lui si avviò anche il contadino.
Cammina cammina, non lontano dal villaggio, proprio sul margine del bosco, ci sono due vecchie casette. Si avvicinò il vecchio a una casetta, si tolse la cinta, tirò fuori dalla cinta una chiave e aprì la sua cella; aveva appena spalancato la porta che il contadino ci entrò alla svelta, si introdusse davanti a lui, sedette sulla panca e teneva il fiato. “Vedrò” pensa “cosa succederà.” Ecco che il cieco entrò nella casetta, mise dall’interno il gancetto alla porta, si voltò verso l’angolo anteriore e pregò per un po’ alle sacre icone; dopodiché gettò la borsa e il cappello su un bancone e si infilò sotto la stufa: e giù a far rumore padelle e forchettoni. Poco dopo trascina fuori da lì un barilotto; lo tirò fuori, lo mise sul tavolo e iniziò a far cadere dalla borsa i soldi raccolti e a metterli nel barilotto; quel barilotto aveva di lato una piccola fessura, in modo da lasciar passare una monetina di rame. Ci mise i soldi, e disse queste parole: «Grazie a Dio! A stento ho raggiunto i cinquecento rubli; e grazie a quel giovanotto che mi ha dato mezzo rublo; se non mi fosse capitato, sarei rimasto seduto sulla strada ancora almeno tre giorni».
Ridacchiò il cieco, sedette sul pavimento, si mise a gambe aperte e giù a far rotolare il barilotto con i soldi; lo fa rotolare lontano da sé, e quello colpisce la parete e gli ritorna indietro.“Fammelo un po’ aiutare” pensa il contadino “deve smetterla, vecchio diavolo, di darsi tono!”, e subito mise le mani sul barilotto con i soldi. «To’, si sarà agganciata alla panca!», dice il cieco e andò a tastare; tastò, tastò, nulla trovò; si spaventò, poveretto, socchiuse la porta, tirò fuori la testa e si mise a gridare: «Pantelej, ehi, Pantelej! Vieni un po’ qui, fratello!».
Arrivò Pantelej, anche lui cieco; viveva accanto al primo, nella cella vicina. «Che succede?», chiede. «Vedi un po’ che roba è successa! Rotolavo sul pavimento il barilotto con i soldi, ma dove si è cacciato ora — non lo so davvero; non è uno scherzo: cinquecento rubli! Non li avrà soffiati qualcuno? Mi sembrava non ci fosse nessuno nell’izbà». «Ben ti sta!», disse Pantelej. «Ma tu devi proprio essere fuori di testa, vecchio! Come un ragazino si mette a giocare con i soldi; ecco, ora piangi pure per il tuo gioco! Se avessi fatto alla mia maniera: anch’io ho i miei cinquecento rubli, su per giù, ma li ho cambiati in assegnati e li ho cuciti in questo vecchio cappelletto; non credo nessuno se ne lasci tentare!».
Il contadino sentì quelle parole e pensa: “Bene! Il cappello non ce l’hai mica inchiodato sulla testa!”. Pantelej entrò nell’izbà, appena ebbe oltrepassato la soglia, il contadino zaffete! gli toglie il cappello, e via, corse a casa senza voltarsi. E Pantelej pensò che gli avesse rubato il cappello il vicino, lo afferrò per il muso: «Da noi, fratello, non si fa così! Hai perso i tuoi soldi e ti fanno gola quelli degli altri!». Si accapigliarono i due e ci fu una gran lotta. Mentre lottavano, il contadino se n’era già andato lontano; con quei soldi si rimise completamente in sesto e visse come un pascià.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Tre su tre.

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Proprio come il mese scorso, eccoci di nuovo a una settimana che si apre con un 13 e si conclude con un 17. A febbraio quella settimana per me era iniziata con tre medici in tre giorni.
Febbraio è finito, con dei prelievi, e marzo è iniziato, con una visita di controllo in cui mi hanno pasticciato ancora i dosaggi della terapia: mese nuovo, copione ormai vecchio e scontato.
Che dire? Non male!

Non è su questo però che si sta focalizzando la mia attenzione, bensì sulla mia persistente incapacità di programmare il lavoro, perfino quello che faccio volentieri: la scarsa produttività di queste ultime settimane ne è la prova lampante.

«Sono i farmaci», mi dicono tutti, ma in fondo che differenza fa quale sia la causa?
Malattia in sé o effetti collaterali della terapia, resta il fatto che il cervello non è lucido e reattivo come dovrebbe.

Dopo mesi, si era deciso a partorire un’idea decente, un progetto che, per una volta, sembrava essere interessante, solido, addirittura ragionevole, ma poi si è fermato lì. Non riesce a fare il passo successivo, procedendo dall’illuminazione divina alla messa in atto pratica, e mi ritrovo per l’ennesima volta in un esasperante stato di stallo. Nella testa funziona tutto benissimo, ma poi non riesco a dare alle cose una forma concreta e questo mi fa ammattire.

La frequentazione assidua e obbligatoria di ambienti medici e ospedalieri ha l’aberrante capacità di destabilizzare e riorganizzare a proprio piacimento la scala delle priorità umane.
Occuparti di tutto quello di cui ti DEVI occupare ti sfinisce al punto che non ti restano energie per occuparti di quello di cui VORRESTI occuparti.

Giusto qualche giorno fa, ad esempio, mi sono resa conto che la crescente difficoltà nel concentrarmi mi ha resa intollerante al rumore. Io che leggevo, spesso addirittura studiavo, nel caos regnante di un treno pendolari o camminando sulla banchina sovraffollata della metropolitana, ora fatico a concentrarmi nel silenzio e nella solitudine più assoluti.
Avevo una mia teoria riguardo a questo, secondo cui il frastuono fa da incentivo a concentrarsi meglio, mentre nel silenzio è più facile che un singolo suono riesca a distrarre l’attenzione, ma ora di quella teoria me ne faccio ben poco.

I progetti vanno a rilento, arranco a rispettare le scadenze, imposte o autoimposte che siano, lo studio va a rilento, sembra quasi che nella testa non ci sia più spazio per nuove nozioni, la scrittura e la lettura vanno a rilento, gli strafalcioni abbondano e lo stile zoppica, la “reclusione” invece continua.
È come vivere in un acquario: spazio ben delimitato e una lentezza d’azione quasi surreale.
Non che questo mi fermi o mi impedisca di continuare a provarci, è solo che a volte mi strema, mi sfinisce. Sul lungo termine il continuo dover investire energie doppie, se non triple, per fare qualunque cosa, può diventare logorante.

Il risultato di tutto questo è una serie di post che, almeno a me, sembrano tutti uguali, in cui prima mi lagno e poi tento di farmi coraggio da sola.
Che tristezza…

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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8 Marzo: the day after.

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Bene. L’8 Marzo è passato. E oggi?

Un solo giorno all’anno per celebrare le donne mi sembra davvero una gran presa in giro a fronte del trattamento che poi ci viene riservato negli altri 364, per questo tendo a non festeggiarlo.

Trovo alquanto paradossale che moltissime donne in tutto il mondo abbiamo passato questo 8 Marzo, loro presunta festa, in piazza, manifestando per rivendicare diritti che dovrebbero esser loro riconosciuti in quanto esseri umani, ancor prima che in quanto donne.

Se vuoi fare figli i costi sono proibitivi, se vuoi abortire devi sperare in quella risicata fetta di medici non obiettori, una volta che i figli ce li hai nessuno ti aiuta con un minimo di servizi.
Sul lavoro, sorvolando sulle innegabili influenze del fattore figli anche in questo ambito, a parità di competenze ed esperienza, siamo pagate dal 16% al 30% in meno dei colleghi uomini, in tutti i settori e qualunque sia la mansione. Per non parlare di quando un lavoro proprio non ce l’hai e, nel cercarlo, la domanda principale che ti senti sottoporre è, per l’appunto: «Ha figli? Ha intenzione di averne?» E se fosse? Mi dicano, lor signori, quale improvviso e irreparabile deficit apporterebbe la cosa alle mie capacità professionali?
Uomini incapaci di ammettere che una donna possa essere brava quanto loro, magari anche di più, uomini incapaci di accettare che una donna possa lasciarli, uomini incapaci di capire che una donna è, innanzi tutto, una persona, proprio come loro.

Credo non si contino gli approfondimenti possibili sulla questione della discriminazione di genere, ma per chi volesse dilettarcisi è sufficiente aprire qualunque quotidiano, ascoltare qualunque notiziario, alla radio o in TV, prendere in biblioteca uno dei molti saggi, frequentare gli incontri di una delle tante associazioni, insomma, ce n’è per tutti i gusti.

In questo triste scenario, per rimanere fedele a me stessa, io voglio proporvi due libri:

Storie della buonanotte per bambine ribelli. 100 vite di donne straordinarie.
di Francesca Cavallo e Elena Favilli; tradotto da L. Baldinucci
Edito da: Mondadori

Cattive ragazze. 15 storie di donne audaci e creative.
di Assia Petricelli e Sergio Riccardi
Edito da: Sinnos

Recentissimo il primo, un po’ meno il secondo, sono due libri che parlano di donne alle donne. Un totale di 111 storie di donne semplici ma meravigliosamente complesse, come solo le donne sanno essere, incredibili e comuni allo stesso tempo, raccolte perché le donne non dimentichino mai il loro valore e quanto lontano la loro passione e la loro determinazione possano portarle.

 
 

Donne, rompiamo il Silenzio!

 
 

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Racconto su Alessandro il Macedone.

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C’era una volta uno zar; il suo nome era Alessandro il Macedone. Ciò succedeva nell’antichità, tanto tanto tempo fa, cosicché né i nonni, né i bisnonni, né i trisnonn, né i nostri avi se ne ricordano. Questo zar era il più prode dei prodi. Nessun eroe al mondo poteva vincerlo. Amava guerreggiare, e il suo esercito era tutto di soli eroi. Contro chi porta la guerra lo zar alessandro il Macedone, vince sempre. E sottomise al suo potere tutti i regni della terra. E giunse ai confini della terra e troò popoli tali che lui stesso, per quanto fosse audace, li temeva: crudeli più delle belve feroci e mangiano le persone vive; alcuni di loro hanno un solo occhio — e quello in mezzo alla fronte, e altri ne hanno tre; alcuni hanno solo una gamba, e altri ne hanno tre, e corrono così velocemente come una freccia vola dall’arco. Il nome di questi popoli era: Gog e Magog.
Tuttavia lo zar Alessandro il Macedone non si fece intimorire da quei popoli selvaggi; iniziò a guerreggiare con loro. Se a lungo o no combatté contro di loro — questo non si sa; ma i popoli selvaggi ebbero paura e scapparono da lui. Lui dietro, rincorre-rincorre, e li costrinse in antri, burroni e montagne tali da non potersi nelle favole narrare, né in un libro raccontare. Proprio là si nascosero dallo zar alessandro il Macedone. Cosa ne fece allora lo zar Alessandro? Unì una montagna con un’altra ad arco sopra di loro, e mise sull’arco delle trombe, e ne viene un terribile ululato; quelli, stando lì, gridano: «Oh, si vede che Alessandro il Macedone è ancora vivo!». Questi Gog e Magog sono ancora vivi e tremano a pensiero di Alessandro, e usciranno di là solo prima della fine del mondo.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Tu sei una favola!


 

Un bicchierone di latte macchiato, un caffè americano fumante e una curiosa chiacchierata con l’AnarcoSocio sulle conseguenze della discriminazione di genere sul lavoro.

Si ragionava su quanto le donne, costrette da retaggi culturali inamovibili a fare molto più degli uomini per ottenere un trattamento lavorativo paritario, finiscano per diventare acide arpie senza cuore.
L’aspetto bizzarro è che, in genere, questo atteggiamento viene riservato alle altre donne, quasi mai ai colleghi uomini. L’ipotesi che ne è uscita più accreditata è stata quella di una sorta di “guerra fra poverE”, che cercano in qualche modo di emergere nel contesto delle loro ‘pari’, ben consapevoli che provare a fare altrettanto rispetto alla controparte maschile sarebbe una battaglia persa in partenza.

Parlando, mi è tornato in mente l’ultimo cartone animato visto, davvero bellissimo: “Ballerina”.
Una coppia di amici inseparabili, una femmina e un maschio, entrambi orfani, scappano a Parigi nella speranza di realizzare i propri sogni. Alla fine, fra i due, è lei quella che ce la fa, grazie a un’incrollabile determinazione.

Tralasciando la riflessione femminista da cui questo post è nato, vorrei concentrarmi sul messaggio che questo fantastico cartone animato trasmette.
A differenza delle eroine di molti suoi predecessori, forse perfino più gettonati, la protagonista è una ragazzina “normale”, solo un po’ fantasiosa e molto intraprendente. Niente fate, animaletti prodigiosi o magie varie, solo tanta buona volontà e un’incredibile voglia di farcela, condite da qualche momento di debolezza e dall’umanissima tendenza ad approfittare di eventuali circostanze favorevoli, a volte perfino al costo di commettere qualche piccola scorrettezza.

Un invito, semplice ma efficace, a non arrendersi, a lottare per ottenere ciò che si desidera davvero, a scegliere il sentiero indicato dall’istinto, a credere sempre e innanzi tutto in sé stessi, a fare appello alla propria passione quando niente sembra andare per il verso giusto.
Un insegnamento prezioso per grandi e piccini, basato su quel principio di meritocrazia tanto oscuro all’epoca in cui viviamo, ma in cui non voglio smettere di credere.

 

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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La 15ª Domenica…

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Image Credit © VeRA Marte

 

La mia reclusione, sotto la denominazione ufficiale di ‘riposo forzato’, è iniziata di sabato, per la precisione il 26 novembre 2016, ma allo stato attuale non credo sia un singolo giorno a poter fare la differenza.

Settimana dopo settimana, oggi è la 15ª domenica in cui devo arrovellarmi il cervello per trovare qualcosa da fare che soddisfi la mia estrema necessità di evasione, senza però destabilizzare la mia salute capricciosa.

Niente più mostre, perché due ore in piedi in ambienti affollati e poco areati per me potrebbero rivelarsi delle vere e proprie bombe batteriologiche.
Niente passeggiate, o quanto meno con moderazione, perché ogni passo in più potrebbe essere quello fatale, l’innesco di una nuova rivolta autoimmune.
Niente merende, perché la vecchia terapia ha devastato il fegato, circostanza che ha portato all’imposizione di una ferrea dieta disintossicante.

Tanto cinema, almeno quello sì, perché, per ragioni a me ignote, ma per mia grande fortuna, il cervello si ostina vivere qell’agglomerato di persone stipate in uno spazio chiuso come una situazione ‘sicura’.

Insomma, passano i giorni, le settimane, i mesi, ma io rimango bloccata sempre nello stesso fotogramma di vita.
Nella foto i due lati della mia scatolina porta-farmaci, con il necessario per il weekend: 38 pastiglie, 18 e mezza al giorno, a cui si aggiungono quelle a frequenza variabile, fiale, gocce, pomate varie per gli sfoghi da farmaco, e chi più ne ha, più ne metta.

Difficile programmare un fine settimana ‘normale’ con queste premesse, ma io non mollo!
Proseguo la mia crociata d’assalto a tutte le librerie possibili e immaginabili, alla faccia dei puntini neri davanti agli occhi con cui il prednisone tenta di rendermi impossibile perfino la lettura.
Persevero nella frequentazione di locali in cui si fa musica dal vivo, giocandomi lo sgarro salato settimanale in hamburger, patatine e anelli di cipolla, per la prima volta dopo due mesi abbondanti di dieta, accompagnati però da una diligentissima e dignitosissima acqua naturale, che i farmaci con l’alcol fanno male.
Riservo lo sgarro dolce alla domenica pomeriggio, passando dai locali metallari del sabato sera a composte e graziose sale da tè, con le pareti color lavanda e i tavolini in legno bianco, imbanditi di tazze di profumate tisane alla frutta e scenografiche fette di torta in candidi piattini da dessert, che dopo le ore piccole una parentesi ristoratrice ci vuole.

Ebbene sì, cara la mia AnarcoPatia, ci hai provato a fermarmi, ma col ca**o che te la do vinta!
Ti ho concesso di rallentarmi, è vero, ma questo è quanto, non aspettarti altro.
Perché io sono io, non sono la mia malattia, non sono te: io ero io prima di te e continuerò a esserlo dopo di te. Tu invece, sei solo un parassita, senza di me non esisti, non sei nulla.

Ora ti è chiaro chi comanda?

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Verlioka.

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C’erano una volta un vecchio e una vecchia che avevano due nipotine-orfane così carine e tranquille, che il nonno e la nonna non potevano rallegrarsene abbastanza. Ecco che una volta il nonno pensò di seminare dei piselli; li seminò: crebbero i piselli, fiorirono. Il nonno li guarda, e pensa anche: “Ora tutto l’inverno mangerò pasticci di piselli”. Per dispetto del nonno, dei passeri si gettarono sui piselli. Il nonno vede che la cosa si mette male, e mandò la nipote più giovane a scacciare i passeri. La nipote si sedette accanto ai piselli, agita una verga e cantilena: «Via, via passeri! Non mangiate i piselli del nonno!». Ma sente: il bosco rumoreggia, scricchiola — viene Verlioka, alto di statura, con un solo occhio, il naso a uncino, la barba a pizzettino, i baffi lunghi a iosa, la testa setolosa, su una gamba sola — con uno stivale di legno, si appoggia a una stampella, sogghigna e hai la tremarella. Verlioka aveva questa abitudine: se vede da lontano una persona, anche tranquilla, non resiste dal mostrargli la sua amicizia, dallo spianargli le costole; non si salvava da lui né un vecchio, né un giovane, né un mite, né un audace. Vide Verlioka la nipotina del vecchio — così carina, e come non toccarla? Ma a lei, evidentemnete, non piacquero i suoi giochetti: forse lo insultò, non lo so; ma Verlioka subito la uccise con la stampella.
Aspettava-aspettava il nonno: niente nipote; mandò a cercarla la maggiore. Verlioka aggiustò anche quella. Aspetta-aspetta il nonno — anche l’altra sparita! — e dice alla moglie: «Ma che hanno da attardarsi? Magari si sono messe a far chiasso con i ragazzi, come crepitano le raganelle, e i passeri sgranano i piselli. Vai un po’ tu, vecchia, e riportale al più presto per le orecchie». La vecchia scese a fatica dalla stufa, prese in un angolo un bastoncino, oltrepassò la soglia, e non tornò a casa. Si sa, quando vide le nipoti e poi Verlioka, indovinò che era opera sua; per il dispetto lo prese per i capelli. Ma il nostro attaccabrighe non cercava di meglio…
Il vecchio aspetta le nipoti e la vecchia, non ce la fa più; niente di niente! Il vecchio si dice: «Ma che bel furbetto! Non è piaciuto forse a mia moglie un brunetto? Dice il detto: dalla nostra costola non apettare niente di buono; una donna è sempre una donna, anche se è vecchia!». Dopo questi saggi pesnieri, si alzò da tavola, indossò la pelliccetta, accese la pipetta, pregò Dio, e lentamente si mise in strada. Arriva ai piselli, guarda: distese ci sono le sue amate nipoti, sembrano dormire; ma a una si vede una striscia di sangue sulla fronte, come un nastro vermiglio, mentre all’altra sul collicino bianco cinque ditate han lasciate. E la vecchia è stata così storpiata che non è possibile riconoscerla. Il vecchio si mise a singhiozzare sul serio, le baciò, le carezzò, tra le lacrime parlò.
E avrebbe pianto a lungo, ma sente: il bosco rumoreggia, scricchiola — viene Varlioka, alto di statura, con un solo occhio, il naso a uncino, la barba a pizzettino, i baffi lunghi a iosa, la testa setolosa, su una gamba sola — con uno stivale di legno, si appoggia a una stampella, sogghigna e hai la tremarella. Afferrò il vecchio e giù a picchiarlo; a stento il poveretto riuscì a scappare e filò a casa. Arriv di corsa, si sedette su una panca, si riposò e dice: «Ehi, fare a noi di questi scherzi! Aspetta, fratello, ho anch’io le braccia… Con la lingua parla quanto ti pare, ma dalle mani non ti farò scappare. Anche noi abbiamo i baffi! Chi di mano ferisce, di mano perisce. Evidentemente, Verlioka, non ti hanno insegnato mai il detto: il bene è ripagato, ma chi la fa l’aspetti! Hai preso una mano, ridarai un braccio!». A lungo rifletté il vecchio tra sé, ma, alla fine, avendo chiacchierato a sazietà, prese una stampella di ferro e si diresse a picchiare Verlioka.
Cammina cammina, vede uno stagno, e nello stagno c’è un papero codamozza. Vide il vecchio il papero e grida: «Sì, sì, sì! Avevo indovinato che qui ti avrei aspettato. Salute nonno per cento e un anno!». «Salute, papero! Perché mai mi hai aspettato?» «Ma sapevo che saresti venuto da Verlioka a dargli una lezione a causa della vecchia e delle tue nipoti». «E a te chi l’aveva detto?» «La comare». «E la comare come lo sapeva?» «La comare sa tutto quel che succede al mondo; alle volte una cosa non è ancora ccaduta, ma la comare già la sussurra all’orecchio di un’altra comare, e se sussurrano due comari — tutto il mondo lo saprà». «Ma guarda che prodigio!», dice il nonno. «Non è un prodigio, ma la verità! Ed è talmente vero che succede non solo a noi altri, ma avviene anche tra i grandi». «Ecco com’è!», disse il nonno e rimase a bocca aperta; e poi, ripresosi, si tolse il cappello, si inchinò al papero codamozza e dice: «E voi, signore, conoscete Verlioka?». «Come, come, come non conoscerlo! Lo conosco, lo zoppo».
Il papero girò la testa da un lato (di lato vedono meglio), strizzò gli occhi, guardò il nonno, e dice: «Ehe! A chi non succedono guai? Vivi una vita, impari una vita, ma morirai sempre sciocco. Sì, sì, sì!». Si aggiustò le ali, agitò il didietro e si mise ad addestrare il nonno: «Ascolta, nonno, e impara come si deve stare al mondo! Una volta proprio qui sulla riva iniziò Verlioka a picchiare un poveraccio. E allora avevo l’abitudine di dire a ogni parola: ah, ah, ah! Verlioka si diverte, io me ne sto nell’acqua e grido: ah, ah, ah! Ecco che lui, aggiustato a suo modo il poveraccio, corse da me, e, senza dire niente di male, mi prende per la coda! Ma non era capitato su uno nato ieri, gli rimase solo la coda nelle mani. Ma anche se era una coda non tanto grande, comunque me ne dispiace… Chi non ha a cuore il proprio bene? Dicono: a ogni uccello la propria coda è più vicina al corpo. Verlioka andò a casa, e dice per la strada: “Fermo un po’! Ti insegnerò io a prendere le parti degli altri”. E così mi sono fatto più furbo da allora — chiunque faccia qualunque cosa, non grido: ah, ah, ah! ma annuisco: sì, sì, sì! Allora? Anche la vita è diventata migliore, e ho più rispetto dagli uomini. Tutti dicono: “Guarda il papero: anche se è codamozza è intelligente!”».. «Allora non potresti, per gentilezza, mostrarmi dove abita Verlioka?» «Sì, sì, sì!» Il papero uscì dall’acqua e, barcollando come una mercantessa, si avviò lungo la riva, e il nonno dietro di lui.
Cammina cammina, sulla strada c’è un cavetto e dice: «Salve nonnino, saggio capino!». «Salve, cavetto!» «Come stai? Dove vai?» «Sto così così; vado da Verlioka a dargli una lezione; la mia vecchia ha soffocato, le due nipoti ammazzato, ed erano nipoti così carine, una meraviglia!» «Conoscevo le tue nipoti, rispettavo la tua vecchia; prendi anche me in aiuto!» Il vecchio pensò: “Forse sarà necessario legare Verlioka””, e rispose: «Vieni, se conosci la strada». Il cavetto strisciò dietro di loro, come fosse un serpente.
Cammina cammina, sulla strada c’è un battipanni, e dice: «Salve nonnino, saggio capino!». «Salve, battipanni!» «Come stai? Dove vai?» «Sto così così; vado da Verlioka a dargli una lezione. Pensa: la mia vecchia ha soffocato, le due nipoti ammazzato, ed erano una meraviglia di nipoti!» «Prendi anche me in aiuto!» «Vieni, se conosci la strada». Il vecchio pensa: “Un battipanni mi aiuterà davvero”. Il battipanni si alzò, si appoggiò con il manico a terra e saltò.
Andarono avanti. Cammina cammina, e sulla strada c’è una ghianda e pigola: «Salve, nonno gambalunga!». «Salve, ghianda di quercia!» «Dove vai di buon passo?» «Vado a picchiare Verlioka, se lo conosci». «Come non conoscerlo! È tempo ormai di ripagarlo; prendi anche me in aiuto». «E in che mi aiuterai?» «Non sputare, nonno, nel pozzo: potresti aver bisogno di bere; il fringuello non è un grande uccello, eppure bruciò tutto il campo. E ancora dicono: botte piccola, vino buono; grande e frescone!» Il nonno pensò: “Fallo venire! Quanti più siamo, meglio sarà”, e dice: «Marcia in coda!». Marciare in coda! La ghianda giù a saltare davanti a tutti.
Ecco che arrivarono a un fitto e impenetrabile bosco, e in quel bosco c’è una casetta. Guardano: nella casetta non c’è nessuno. Il fuoco da tempo è spento, e sulla stufa c’è della polenta. La ghianda la sa lunga: saltò nella polenta, il cavetto si tese sulla soglia, il nonno mise il battipanni su un ripiano, mise il papero sulla stufa e lui si piazzò dietro la porta. Arrivò Verlioka, gettò la legna a terra e si mise a sistemarla nella stufa. La ghianda, stando nella polenta, attaccò una canzone: «Pi… pi… pi! Son venuti a battere Verlioka!». «Zitta, polenta! Ti butto nel secchio», gridò Verlioka. Ma la ghianda non lo ascolta, e giù a pigolare. Verlioka si arrabbiò, afferrò il pentolino e versò la polenta nel secchio. La ghianda saltò dal secchio, e zac! dritta nell’occhio di Verlioka, cavò anche l’ultimo. Verlioka voleva darsela a gambe, ma figuriamoci! il cavetto lo fece inciampare, e Verlioka cadde. Il battipanni sbucò dal ripiano, e il nonno da dietro la porta, e giù a dargliele; e il papero sta dietro la stufa e ripete: «Sì, sì, sì!». Non aiutarono Verlioka né la sua forza, né la sua audacia. Ecco a voi una storiella, e a me una ciambella.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Oggi va così… #4


 

Oggi va così perché…

Perché a volte è bello poter credere che le coincidenze non esistano e che i “segni” siano tali, nella loro quasi banale semplicità, senza stare a farsi troppe domande in merito.

Perché a volte è giusto concedersi di concentrarsi sulla metà piena del bicchiere, lasciando qualunque riflessione su quella vuota a un “dopo” non meglio definito.

Perché a volte credere è fondamentale, non importa in cosa, purché ci si creda.

Perché a volte rimanere tagliata fuori dal mondo per un fastidioso problema di connessione è la cosa migliore che possa capitarti, l’opportunità più stimolante per riprendere in mano carta e penna.

Perché a volte volgere lo sguardo al sole che sorge fuori dal finestrino dell’auto, sfumando il cielo azzurro di rosa e arancio, è sufficiente a farti apprezzare il viaggio, al di là del fatto che la destinazione sia poco invitante.

Perché a volte l’ottimismo è un’occasione da cogliere al volo, non un affabulatore da cui guardarsi con prudente malfidenza.

Perché a volte allentare un po’ la tenacia e l’ostinazione nella lotta, abbandonandosi al corso delle cose, è la scelta più riposante e rigenerante che si possa fare.

Perché a volte, semplicemente, tutto possa andare come deve andare.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Rare Disease Day 2017

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Scopri di più!

 

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Una delle cose peggiori delle condizioni di autoimmunità è la percezione che una presenza aliena si sia impossessata del nostro corpo. All’improvviso siamo occupati da una forza misteriosa che ci fa tremare, provare dolore, andare in panico, sentire deboli, che ci provoca degli arrossamenti, e che ci impedisce di dormire, di concentrarci, per non parlare dell’opprimente sensazione di affaticamento, annebbiamento mentale e debolezza muscolare che essa genera.
[…] È brutto sentirsi deboli, esausti, con la testa che gira. D’accordo, ci sentiamo così quando abbiamo l’influenza e sappiamo che possiamo riprenderci e tornare alla vita consueta. Ma con una condizione di autoimmunità, se il dottore tradizionale ci ha dipinto il quadro consueto abbiamo la sensazione che la malattia ci privi di ogni potere, come se essa — e non noi — potesse decidere del nostro futuro.
Possiamo andare in vacanza con i nostri famigliari? Occorre chiederlo alla malattia. Possiamo assumere una nuova sfida interessante al lavoro? Occorre chiederlo alla malattia. Possiamo iscriverci alla facoltà di medicina o a giurisprudenza o a una scuola di specializzazione universitaria, prenderci il nostro “anno sabbatico” per andare in Nepal, mettere su famiglia con il coniuge, o allenarci per una gara di triathlon? Occorre chiederlo alla malattia, perché ora che abbiamo questa patologia misteriosa non possiamo più fare affidamento sul nostro organismo e, se è per questo, neppure sulle nostre energie, sulla nostra capacità di concentrazione mentale o sul benessere emozionale. Forse staremo bene per un meseo due; potremmo persino sentirci meglio di come stiamo adesso. Se questi nuovi farmaci funzionano come si suppone che facciano, se non sviluppiamo un qualche effetto collaterale non previsto, se lo stress di viaggiare o di fare gli straordinari al lavoro o la nascita di un figlio non fanno deragliare il nostro ipersensibile sistema immunitario, se andando all’estero non ci viene un’altra infezione e non siamo sollecitati da un ulteriore motivo di stress o da una minaccia, la nostra vita potrebbe anche procedere in modo soddisfacente. O anche non farlo. Occorre chiederlo alla malattia.

♦ “La soluzione autoimmune”,
di Amy Myers

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Questo brano è tratto dal libro “La soluzione autoimmune” di Amy Myers, medico e paziente ma, soprattutto, autoimmune.

Senza molto da aggiungere, direi che le sue parole esprimono piuttosto bene come ci si senta quando si deve convivere con una diagnosi di autoimmunità.

Certo, le prospettive sono abbastanza angoscianti, ma se ci si approccia nel modo giusto, si scopre che c’è una cosa importante da imparare: l’arte dell’improvvisazione.
Programmare la propria vita smette di essere un’opzione contemplabile e ti ritrovi a non poter fare altro che vivere nel “qui e ora” per la maggior parte del tempo. Detta così può quasi sembrare un cosa bella, ma la verità è che ti fa sentire ancora più “anomala”, perché riduce ancor di più quel che hai da spartire con le persone che ti circondano. Chi più, chi meno, tutte le persone delle nostra vita pensano al lavoro, alla famiglia, alle vacanze, a come trascorrere il tempo libero, ma tu no: tu devi pensare alle analisi, alle visite, alle terapie. C’è chi, nel tempo, riesce ad aggiustare il tiro, imparando a starti accanto senza dimenticare la malattia, ma riuscendo a vederti al di là di essa, però si tratta di una ristretta minoranza. La maggior parte delle persone finisce per allontanarsi perché non sa come porsi di fronte a una cosa tanto grossa o perché si sente in colpa a parlarti, magari anche lamentandosene, delle piccole difficoltà della quotidianità.

Passando oltre, per la Giornata Mondiale delle Malattie Rare 2017, che si celebrerà domani, 28 febbraio, vorrei sfogarmi anche con una piccola “riflessione-appello” personale.
Negli ultimi decenni l’oncologia ha raggiunto risultati ammirevoli, tanto che da molti tipi di tumore oggi è possibile guarire completamente.
Altrettanto lodevoli sono le continue (e sacrosante, sia chiaro) campagne di sensibilizzazione promosse dalle varie associazioni a favore della ricerca sulle malattie rare genetiche.
Ma i Rari autoimmuni? Vorrei davvero che ci si ricordasse un po’ di più anche di noi, invece di “bollarci” come predestinati per poi abbandonarci a noi stessi.
Il non conoscere le cause di queste patologie dovrebbe essere uno sprone a cercare di capirne di più, non una giustificazione per declassarle come meno degne di investimenti di altre. Certo, mi rendo conto che possa apparire più sensato investire dei fondi su ricerche che, almeno all’apparenza, sembrano offrire maggiori possibilità di portare a esiti significativi e, sul lungo periodo, positivi per la popolazione dei malati, ma sono sicura che proprio i malati, in quanto tali, sarebbero i primi a esprimersi in favore di un trattamento equo, anche in fatto di gestione delle risorse.
Detto questo, la malattia, quella rara, cronica, invalidante, è una condizione terribile, qualunque essa sia e in maniera del tutto indipendente dallo stadio in cui versa, perché ruba i tuoi progetti, ruba il tuo modo di essere, ruba le tue energie: la malattia ruba la TUA vita.

Per queste ragioni oggi, alla vigilia della 10ª Giornata Mondiale delle Malattie Rare, quest’anno dedicata per l’appunto alla ricerca, vorrei soltanto chiedere che mi venisse concessa almeno una possibilità, un domani, di scrollarmi dalle spalle la pesante etichetta di “gestibile, ma incurabile” che la diagnosi di autoimmunità si porta con sé.

Domani più che mai…

… rompiamo il Silenzio!

 
 

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