Caterina e il diavolo.

Come avrete di sicuro indovinato dal silenzio prolungato, io e l’AnarcoSocio siamo in vacanza.

Dove siamo lo scoprirete presto, per oggi mi limito a dirvi che la fiaba di questa settimana non è russa, ma originaria della terra che ci sta ospitando.

Buona lettura!!!

 

Caterina-diavolo-Čert-Káča

 

In un paese viveva una donnina di nome Caterina, che possedeva una casetta, un giardinetto e qualche soldino, ma se anche fosse stata seduta su una montagna d’oro, neanche il più povero dei giovani l’avrebbe sposata, perché era un vero diavolo e quando litigava la si sentiva a centocinquanta passi di distanza.
Quando la domenica in paese si faceva musica, Caterina era la prima a presentarsi: i giovanotti facevano l’occhiolino alle ragazze e loro si lanciavano nelle danze sorridendo, ma a Caterina non era mai capitata questa fortuna in tutta la sua vita, nonostante avesse già quarant’anni. Nessuno voleva ballare con lei, eppure lei non mancava neanche una domenica.
Un giorno uscì di casa e si mise a pensare: «Sono già così vecchia e non ho ancora ballato con un giovanotto, c’è di che arrabbiarsi! Ho una tale voglia di danzare, che oggi potrei accettare anche l’invito del diavolo!”
Imbronciata, entrò nella locanda, si sedette accanto alla stufa e si mise a guardare chi andava a ballare con chi. D’improvviso entrò un signore vestito da cacciatore, che sedette vicino a Caterina e si fece servire da bere. La ragazza gli portò una birra, il sognore la prese e ne offrì a Caterina, perché brindasse con lui.
Caterina non credeva ai suoi occhi che quel signore potesse farle un tale onore, esitò un po’, ma alla fine bevve un sorso.
Il signore appoggiò il boccale, prese di tasca un ducato, lo lanciò allo zampognaro e gridò: «Ora ballo io, ragazzi!»
I giovanotti si fecero da parte e il signore condusse Caterina al centro della stanza.
«Ahi, ahi, ma chi sarà?», si chiedevano i più anziani, confabulando fra loro; i ragazzi facevano delle smorfie e le fanciulle si nascondevano il viso nei grembiuli, perché Caterina non le vedesse sorridere. Ma Caterina non aveva occhi per nessuno, era talmente felice di poter danzare che se anche il mondo intero si fosse sbellicato dalle risa, lei non se ne sarebbe accorta. Per tutto il pomeriggio, e poi tutta la sera, il signore ballò solo con Caterina, le comprò il marzapane e l’acqua e zucchero, e quando giunse l’ora di tornare a casa, l’accompagnò a piedi attraverso il paese.
«Se solo potessi ballare per tutta la vita con voi come oggi», disse Caterina al momento del commiato.
«Si può fare, se vieni con me».
«E dove vivete?»
«Aggrappati al mio collo e io te lo dirò».
Caterina obbedì, ma a quel punto il signore si trasformò nel diavolo e la condusse con sè all’inferno. Si fermò davanti alla porta, bussò e i suoi compari gli vennero ad aprire, e vedendolo così stanco, si offrirono di prendere loro Caterina. Ma lei rimase aggrappata e non voleva lasciare andare la presa a nessun costo; così il diavolo fu costretto a presentarsi al Grande Diavolo con Caterina appesa al collo.
«Chi mi porti?», chiese lui.
Il diavolo raccontò che durante il suo girovagare per il mondo aveva udito il grido di richiamo di Caterina, che voleva a tutti i costi un uomo con cui ballare, e così aveva voluto consolarla e alla fine aveva pensato anche di mostrarle l’inferno. «Non sapevo che non mi avrebbe lasciato andare», concluse poi.
«Perché sei uno sciocco e non vuoi imparare mai la lezione», lo apostrofò il vecchio padrone. «Prima di cominciare qualcosa con qualcuno, devi conoscere la sua natura; se ci avessi pensato prima, non avresti portato Caterina con te. Ora allontanati dal mio sguardo e fai in modo di liberarti di lei».
Il povero diavolo risalì nel mondo degli umani insieme a Caterina. Le promise mari e monti se solo l’avesse lasciato andare, la rimbrottò, ma inutilmente. Sfinito e irato, raggiunse un campo dove un giovane pastore, avvolto in un’enorme pelliccia, stava pascolando il suo gregge. Il diavolo aveva assunto le sembianze umane e quindi il pastore non lo riconobbe. «Chi portate con voi, amico?», chiese fiducioso al diavolo.
«Ah, se lei sapesse, non riesco neanche più a respirare. Pensate un po’, me ne andavo per la mia strada, pensavo ai fatti miei, quando questa donna mi salta al collo e si rifiuta di lasciarmi andare. Volevo portarla fino al paese dopo e scrollarmela di dosso, ma non ce la faccio, i miei piedi non mi reggono più».
«Se volete vi posso venire in soccorso, ma non per molto, perché poi devo badare alle mie pecore. Posso portarla per metà del cammino».
«Oh, quanto ne sarei felice».
«Hai sentito? Aggrappati a me», disse il pastore a Caterina.
Non appena udite quelle parole, Caterina lasciò andare il diavolo e si aggrappò al manto di pecora. Ora sì che il poveretto aveva un bel carico, la sua pelliccia e Caterina! Ben presto si stancò e cominciò a pensare a come liberarsi di Caterina. Se solo avesse potuto spogliarsi di lei come della pelliccia! Lentamente provò a vedere se gli riusciva, proprio mentre passava accanto a uno stagno. Tirò fuori una mano, poi tirò fuori l’altra e Caterina non si accorse di nulla, aprì il primo bottone, poi il secondo, infine il terzo e pluff — Caterina si ritrovò in acqua insieme alla pelliccia.
Il diavolo non aveva seguito il pastore, ma era seduto a terra, stava fermo al freddo a badare alle pecore e aspettava di veder tornare il ragazzo con Caterina. Non dovette attendere a lungo. Con la pelliccia fradicia sulle spalle, il pastore tornò di corsa al suo gregge, nel timore che lo straniero se ne fosse già andato e avesse lasciato sole le sue pecorelle. Quando si incontrarono, si guardarono per un attimo. Il diavolo non credette ai suoi occhi perché il pastore era tornato senza Caterina, e il pastore si sbalordì nel vedere lo straniero ancora intento a badare al gregge. «Ti ringrazio», disse infine il diavolo al pastore. «Mi hai fatto un grande favore, altrimenti non avrei saputo come fare con Caterina. Non lo dimenticherò mai e mi sdebiterò con te. Affinché tu sappia chi hai aiutato nel momento del bisogno, ti dico che io sono il diavolo». Così dicendo, scomparve. Il pastore rimase un po’ a grattarsi il capo, poi si disse: «Se tutti i diavoli sono così sciocchi come questo, posso stare tranquillo».
Nel paese dove viveva il pastore, regnava un giovane principe con due governatori, i quali governavano molto male. La gente imprecava contro il principe e i suoi due luogotenenti. Una volta, il principe chiamò un astrologo e gli ordinò di leggere nelle stelle il destino suo e dei governatori. L’astrologo obbedì, e scrutò le stelle per vedere quale fosse la fine di quei tre. «Perdonate, vostra maestà principesca», disse lui una volta concluso il suo studio. «Ma voi e i Vostri due uomini siete in grave pericolo e io temo di parlarvene».
«Voglio sapere tutto, qualunque cosa sia! Ma resta qui, perché se le tue profezie non si dovessero avverare, perderai la testa».
«Mi inchino volentieri ai Vostri ordini. Allora ascolti: prima che si presenti il secondo quarto di luna, il diavolo si porterà via i due governatori alla tale e tale ora, nel tale e tale giorno e all’inizio della luna piena verrà a prendere Voi, principesca maestà e vi porterà tutti e tre all’inferno».
«Chiudete in prigione questo truffatore imbroglione!», ordinò il principe e i sui servitori gli obbedirono. Ma nel suo cuore, il principe non era così sicuro come voleva apparire: le parole dell’astrologo lo avevano scosso. Per la prima volta si sentiva in pericolo! I due governatori erano spaventati a morte, arraffarono tutti i loro averi, corsero nelle loro proprietà e le fecero fortificare per essere sicuri che il diavolo non potesse andare a prenderli. Il principe invece riprese la retta ivia, sperando che la terribile profezia non si avverasse.
Il povero pastore non sapeva nulla d tutto ciò; giorno per giorno pascolava il suo gregge e non si curava minimamente di quanto accadeva nel mondo. Un giorno, il diavolo i presentò inatteso da lui e gli disse: «Pastore mio, sono venuto per ripagarti del favore. Dopo il primo quarto di luna devo portare con me all’inferno i due governatori, perché hanno derubato la povera gente e hanno consiglito male il principe. Ma se dovessi vedere che possono redimersi, li lascerò qui e al tempo stesso premierò te. Il tale e tale giorno presentati al primo castello, dove sarà riunita una gran folla. Non appena si sentirà un frastuono terribile, i servitori apriranno i portoni e io porterò fuori il signore. A quel punto vienimi vicino e dì: “Allontanati all’istante, altrimenti te la passerai male!”. Io ti ubbidirò e me ne andrò. Dopo fatti consegnare dal signore due sacchi d’oro e se non te li vuole dare, allora digli che mi richiamerai. A quel punto, vai al secondo castello, fai lo stesso e pretendi lo stesso compenso. Impiega a dovere quell’oro e usalo per il bene. Quando verrà la luna piena, dovrò andare a prendere il principe, ma non vorrei consigliarti di liberare anche lui, altrimenti dovrai dare in cambio la tua pelle». Detto questo, se ne andò.
Il astore tnne a mente ogni singola parola. Quando giunse il primo quarto di luna, lasciò il suo gregge e si recò a castello, dove viveva uno dei due governatori. Arrivò proprio al momento giusto. La gente era riunta a guardare il diavolo che voleva portasi via il signore. Si udì un urlo raccapricciante, il portone si aprì e il maligno trascinò fuori il poveretto agonizzante. A quel punto, il pastore si fece avanti, prese per mano il signore e allotanò il diavolo con queste parole: «Vattene o te la passerai male!» Il diavolo svanì all’istante e l’incredulo signorebaciò la mano del pastore, chiedendogli cosa volesse in cambio. Il pastore gli disse che voleva due sacchi d’oro e il signore lo accontentò all’istante.
Soddisfatto, il pastore si recò al secondo castello e anche lì si comportò allo stesso modo. Si capiva che il principe era veuto a sapere del pastore, difatti chiedeva di continuo informazioni sulla sorte dei due governatori. Dopo aver appreso tutto quanto era successo, mandò una carrozza con quattro cavalli, perché accompagnasse il pastore da lui, e poi lo pregò di aiutare anche lui e salvarlo dalle grinfie del diavolo.
«Mio signore», gli rispose il pastore, «a voi non posso prometterlo; in questo caso si tratta di me. Voi siete un grande peccatore, ma se saprete migliorare e regnare in modo giusto saggio e buono sul vostro popolo, come si conviene a un principe, allora potrò fare il tentativo e prendere l vostro posto fra le fiamme dell’inferno».
Il principe accettò tutte le condizioni, il pastore se ne andò, dopo aver promesso che si sarebbe presentato all’appuntamento.
Si attendeva la luna piena, in preda all’ansia e alla paura. Inizialmete tutti auguravano il peggio al principe, ma poi tutti si ricredettero, perché egli aveva cominciato a comportarsi irreprensibilmente e non avrebbe potuto esserci un principe migliore. I giorni volavano tanto in fretta, che la gente non riusciva a tenenrne il conto! Prima che il principe se ne accorgesse, giunse il momento in cui avrebbe dovuto prendere congedo da tutto ciò che gli dava gioia. Si vestì di nero, e bianco come un cencio, e si sedette ad aspettare che arrivassero il pastore o il diavolo. D’un tratto la porta si aprì e comparve il Maligno.
«Preparati signor principe, è giunta l’ora che ti porti via con me».
Senza ribattere, il principe si alzò e insieme al diavolo attraversò il cortile dove era riunita una gran folla. All’improvviso, il pastore si fece largo, correndo verso il diavolo e urlando già da lontano: «Fuggi, fuggi, altrimenti te la passerai male».
«Come puoi pensare di fermarmi? Non ricordi quello che ti ho detto?», sussurrò il diavolo al pastore.
«Povero sciocco, non penso al principe, ma a te. Caterina è viva e chiede di te!»
Non appena il diavolo udì il nome di Caterina, svanì in un soffio, lasciando in pace il principe. Il pastore rise di gusto, felice di aver salvato il principe con quel trabocchetto. Per ricompensarlo, il principe lo nominò primo ministro e cominciò a trattarlo come un fratello. Il pastore si rivelò un bravo consigliere e un fedele servitore. Dei due sacchi d’oro, tenne per sé solo una corona e con il resto aiuto tutta la povera gente che era stata derubata dai due overnatori malvagi.

 

Božena Němcová

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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La principessa che scioglieva gli indovinelli.

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C’era una volta un vecchio che aveva tre figli, il terzo dei quali era Ivan lo sciocco. C’era allora un certo zar — era tanto tempo fa, che aveva una figlia. Dice al padre: «Permettimi, padre, di indovinare gli indovinelli; se indovino gli indovinelli di qualcuno, che gli taglino la testa, se non indovino, lo sposerò». Subito fecero un bando; molti si presentarono, tutti li giustiziarono: la principessa indovinava gli indovinelli. Ivan lo sciocco dice al padre: «Benedicimi, padre! Vado dallo zar a proporre degli indovinelli!». «Ma che dici, sciocco! Anche gente meglio di te è stata giustiziata!» «Se mi benedici — vado, se non mi benedici — vado lo stesso!» Il padre lo benedì. Ivn lo sciocco andò, vede: sulla strada c’è del grano, nel grano un cavallo; lo cacciò con la frusta perché non lo calpestasse, e dice: «Eccolo qui l’indovinello!». Va avanti, vede un serpente; prese e lo trapassò con una lancia e pensa: “Ecco un altro indovinello!”.
Arriva dallo zar; lo accolgono e ordinano di proporre gli indovinelli. Quello dice: «Stavo venendo da voi, vedo per la strada un bne, in quel bene un altro bene, presi quel bene e con un bene lo cacciai dal bene; il bene a causa del bene corse via dal bene». La principessa prese un libretto, guarda: non c’è quell’indovinello; non sa indovinare e dice al padre: «Padre! Oggi mi fa male la testa, i pensieri si sono confusi; lo indovinerò domani». Rimandarono al giorno seguente. Ivan lo sciocco fu accompagnato in una camera. La sera si fa una pipatina; ma la principessa scelse una fedele cameriera, la manda da Ivan lo sciocco: «Vai» dice «Chiedigli che razza di indovinello è; promettigli oro e argento a volontà».
La cameriera arriva, bussa; Ivan lo sciocco aprì la porta, quella entrò e chiede dell’indovinello, promette montagne di oro e di argento. Ivan lo sciocco dice: «A che mi servono i soldi! Ne ho già molti. Che la principessa passi l’intera notte senza dormire nella mia camera, allora le spiegherò l’indovinello». La principessa lo seppe, stette in piedi tutta la notte — non dormì. Ivan lo sciocco al mattino le spiegò l’indovinello, che aveva cacciato dal grano il cavallo. E la principessa indovinò.
Ivan lo sciocco propose un altro indovinello: «Stavo venendo da voi, per la strada vedo un lae, presi e lo colpii con un male, il male per il male morì». La principessa di nuovo afferrò il libretto, non riesce a indovinare l’indovinello e chiede tempo fino all’indomani. La sera manda la cameriera per sapere da Ivan lo sciocco la soluzione dell’indovinello: «Promettigli» dice «dei soldi!». «A che mi servono i soldi! Ne ho già molti» risponde Ivan lo sciocco «ce la principessa passi l’intera notte senza dormire nella mia camera, allora le spiegherò l’indovinello». La principessa acconsentì, non dormì la notte e indovinò l’indovinello.
Il terzo indovinello Ivan lo sciocco non iniziò nemmeno a proporlo, ma ordinò di convocare tutti i senatori e propose un indovinello su come la principessa non fosse stata capace di indovinare gli indovinelli e avesse mandato da lui una cameriera per corromperlo con dei soldi. La principessa non poté indovinare neanche questo indovinello; di nuovo mandò da lui a chiedere: promise oro e argento a volontà e voleva rimandarlo a casa a pascolare. Invece no! Di nuovo passò la notte senza dormire; quando lui le ebbe detto a proposito di cosa fosse l’indovinello, indovinarlo non le fu possibile; significava far sapere a tutti come aveva carpito a Ivan lo sciocco anche gli altri indovinelli. E rispose la principessa: «Non lo so». Ecco che con un allegro banchetto si fecero le nozze: Ivan lo sciocco la sposò; vissero felici e contenti, e ancora adesso vivono.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

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Oggi va così… #3

для-тебя-per-te

 

In silenzio.
Per TE.

 
 

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Buchtan Buchtanovič

Бухтан-Бухтанович-Buchtan-Buchtanovič

 

In un certo reame, in terre lontane c’era una volta un certo Buchtan Buchtanovič; Buchtan Buchtanovič aveva in mezzo a un campo una stufa su palafitte. Se ne sta sulla stufa, appoggiato ai gomiti, nel latte di scarafaggio. Arrivò da lui la volpe e disse: «Buchtan Buchtanovič, vuoi che ti faccia sposare la figlia dello zar?». «Che dici, volpettina!» «Hai un gruzzoletto?» «Ma certo: in tutto una moneta da cinque rubli». «Dammela qui!» La volpe andò, cambiò la moneta in copeche, soldini e quarti di copeche; andò dallo zar e dice: «Zar, uomo libero! Dammi un secchio per misurare i soldi di Buchtan Buchtanovič». Quello dice: «Prendi». Lei lo portò a casa; un soldo, una copeca li cacciò dietro il cerchione e lo riportò allo zar e dice: «Zar, uomo libero! Un scchio è poco; dammi mezza misura per misurare i soldi di Buchtan Buchtanovič». «Prendi».
La prese, l portò a casa; un soldo, una copeca li cacciò dietro il cerchione e lo riportò allo zar: «Zar, uomo libero! Mezza misura è poco, dammi una misura». «Prendi una misura». La prese, la portò a casa e il resto dei cinque rubli lo cacciò dietro il cerchione e lo riportò allo zar. Lo zar dice: «Hai misurato, volpe?». La volpe disse: «Tutto quanto. Be’, zar, uomo libero! Sono venuto da te per un buon affare: fai sposare tua figlia con Buchtan Buchtanovič». «Va bene, fammi un po’ vedere il fidanzato». Quella corse a casa. «Buchtan Buchtanovič! Hai un vestito? Indossalo». Buchtan Buchtanovič si vestì e andò con la volpe dallo zar. Vanno in fila, e gli capita di dover passare un ponticello, ma così sporco! La volpe lo spinse, e Buchtan Buchtanovič cadde nel fango. Lei accorse: «Che fai, che fai, Buchtan Buchtanovič?». E lei stessa lo cospargeva con quel fango. «Stai qui, Buchtan Buchtanovič! Io corro dallo zar».
La volpe arrivò di corsa dallo zar e dice: «Zar, uomo libero! Passavamo con Buchtan Buchtanovič per un ponticello — un ponticello così sporco! — siamo stati poco attenti, siamo caduti; Buchtan Buchtanovič si è tutto infangato; in quelle condizioni non si può venire in città; non hai per caso un vestito per casa?». « To’, prendi». La volpe corse. Arrivò. «Buchtan Buchtanovič! To’, cambiati d’abito e andiamo». Arrivarono dallo zar. Dallo zar avevano già preparato la tavola. Buchtan Buchtanovič non fa che guardarsi, non aveva mai visto in vita suaun abito del genere! Lo zar strizzò l’occhio alla volpe: «Volpe, come mai Buchtan Buchtanovič non fa altro che guardarsi?». «Zar, uomo libero! Sembra si vergogni di indossare quel vestito; Buchtan Buchtanovič non ha mai avuto in vita sua un vestito così misero. Zar, uomo libero! Dagli il vestito che tu porti a Pasqua». E quindi bisbiglia a Buchtan Buchtanovič: «Non ti guardare!». Buchtan Buchtanovič di nuovo non fa che guardare la sedia: la sedia era dorata. Lo zar bisbigliò alla volpe: «Volpe, perché Buchtan Buchtanovič non fa che guardare la sedia?». «Zar, uomo libero! Da loro di sedie del genere ce n’è molte, nei bagni». Lo zar scaraventa la sedia fuori dalla porta. La volpe bisbigliò a Buchtan Buchtanovič: «Non guardare in un punto; guardati intorno». Be’, qui si misero a parlare del buon affare, delle nozze.
Be’, fecero le nozze; ci vuole molto da uno zar? Niente birra da far fermentare, né vodka da distillare, tutto era pronto. Per Buchtan Buchtanovič caricarono tre navi, e andarono a casa in nave. Vanno a casa: Buchtan Buchtanovič va sulle navi con la moglie, mentre la volpe corre lungo la riva. Buchtan Buchtanovič vide la sua stufa e gridò: «Volpe, volpe! Ecco la mia stufa!». «Sta’ zitto, Buchtan Buchtanovič, vergogna!» Buchtan Buchtanovič va, e la volpe corre avanti lungo la riva; corse avanti, salì su un monte, c’è sul monte una casa di pietra enorme, e apparve un regno immenso. Entra nell’izbà: nell’izbà non c’è nessuno; corse nel palazzo: in un grande angolo sta steso Serpente Serpentovič, sul palo della stufa sta Corvo Corvonič, siede sul trono Gallo Gallonič. La volpe dice: «Che fate seduti lì! Lo zar arriva col fuoco, la zarina col fulmine, vi bruceranno e vi arrostiranno». «Volpe, dove possiamo andare?» «Gallo Gallonič, vai nel barile!» La volpe chiuse nel barile Gallo Gallonič. «Corvo Corvonič, vai nel mortaio, su!» Chiuse Corvo Corvonič nel mortaio; Serpente Serpentovič lo arrotolò nella paglia e lo portò fuori in strada. Le navi arrivarono. La volpe ordinò di buttarli tutti in acqua; i servi li calarono subito nell’acqua.
Buchtan Buchtanovič passò tutta la sua vita in quel palazzo, lì vissero felici e contenti, diventando sempre più abbienti, lì regnò-governò, la sua vita terminò.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

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Il sole, il quarto di luna e Corvo Corvonič.

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C’erano una volta un vecchio e una vecchia che avevano tre figlie. Il vecchio andò nel granaio a prendere del grano; prese il grano, lo portò a casa, ma nel suo sacco c’era un buco; e il grano ne cade in quantità. Arrivò a casa. La vecchia chiede: «Dov’è il grano?», perché il grano si era tutto versato. Andò il vecchio a raccoglierlo e dice: «Se il Solicello riscaldasse, il Quarto di luna illuminasse, se Corvo Corvonič mi aiutasse a a raccogliere il grano: al Solicello darei la mia figlia maggiore, al Quarto di luna &Mdash; la mediana, e a Corvo Corvonič — la minore!». Iniziò il vecchio a raccogliere — il Solicello riscaldò, il Quarto di luna illuminò, e Corvo Corvonič aiutò a raccogliere il grano. Arrivò il vecchio a casa, disse alla figlia maggiore: «Vestiti per benino e esci sul terrazzino». Quella si vestì, uscì sul terrazzino; il Solicello se la portò via. Alla figlia mediana anche ordinò di vestirsi per benino e di uscire sul terrazzino. Quella si vestì e uscì; il Quarto di luna afferrò e portò via la seconda figlia. Anche alla figlia minore disse: «Vestiti per benino e esci sul terrazzino». Quella si vestì e uscì sul terrazzino; Corvo Corvonič l’afferrò e la portò via.
Il vecchio dice: «Me ne vado in visita da un genero». Andò dal Solicello, ed eccolo arrivato. Il Solicello dice: «Cosa ti posso offrire?». «Non voglio niente». Il Solicello disse alla moglie di preparare delle frittelle. E la moglie le preparò. Il Solicello si sedette sul pavimento, la moglie gli mise sopra la padella — e le frittelle furono fritte. Diedero da mangiare al vecchio. Arrivò il vecchio a casa, ordinò alla vecchia di preparare delle frittelle; lui si sedette sul pavmento e ordina di mettergli sopra la padella con le frittelle. «Ma come fanno a cuocersi su di te!», dice la vecchia. «Non ti preoccupare» dice «tu mettila, si cuoceranno». Quella ce la mise; tutte le frittelle che c’erano non solo non si cossero, ma a momenti diventavano acide. Niente da fare, mise la vecchia la padella nel forno, si cossero le frittelle, si saziò il vecchio.
Il giorno dopo il vecchio andò in visita dal secondo genero, dal Quarto di luna. Arrivò. Il Quarto di luna dice: «Cosa ti posso offrire?». «Io» risponde il vecchio «non voglio niente». Il Quarto di luna gli scaldò il bagno. Il vecchio dice: «Forse sarà buio in quel bagno!». E il Quarto di luna a lui: «No, c’è luce; vai». Andò il vecchio nel bagno, mentre il Quarto di luna infilò il mignolo in un buchetto e il bagno diventò luminosissimo. Fece un bagno di vapore il vecchio, arrivò a casa e ordina alla vecchia di scaldare il bagno di notte. La vecchia lo scaldò; e lui ce la manda a fare la sauna. La vecchia dice: «È buio per fare la sauna!». «Vai, ci sarà luce!» Andò la vecchia, e il vecchio aveva visto come gli aveva fatto luce il Quarto di luna, ci andò anche lui: fece un buco nel bagno e ci infilò il dito. Ma nel bagno nessuna luce! La vecchia dai a gridargli: «È buio!». Niente da fare, andò a prendersi del fuoco e si fece la sauna.
Il terzo giorno il vecchio andò da Corvo Corvonič. Arrivò. «Cosa ti posso offrire?», chiede Corvo Corvonič. «Io» dice il vecchio «non voglio niente». «Be’ andiamo almeno a dormire sul posatoio». Corvo Corvonič sistemò una scala e si arrampicò col vecchio. Corvo Corvonič se lo mise sotto l’ala. Quando il vecchio si addormentò, caddero e si ammazzarono tutti e due.

 

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Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Una fanciulla intelligente.

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Viaggiavano insieme due fratelli: uno povero, l’altro ricco; avevano tutti e due un cavallo: il povero una giumenta, il ricco un castrone. Si fermarono allo stesso alloggio per la notte. La giumenta del povero durante la notte partorì un puledrino; il puledrino rotolò sotto il carro del ricco. Quello, al mattino, sveglia il povero: «Alzati fratello, il mio carro stanotte ha partorito un puledrino!». Il fratello si alza e dice: «Come è possibile che un carro partorisca un puledrino! L’ha partorito la mia giumenta!». Il ricco dice: «Se l’avesse partorito la tua giumenta, il puledrino sarebbe accanto a lei!». Iniziarono a discutere e andarono dalle autorità; il ricco paga i giudici, mentre il povero cerca di convincerli con le parole.
L’affare arrivò alle orecchie dello zar. Ordinò di far venire tutti e due i fratelli e pose loro quattro indovinelli: «Qual è la cosa più forte e più veloce del mondo? Qual è la cosa più grassa del mondo? Qual è la cosa più morbida? Qual è la cosa più amabile?». E diede loro tre giorni di tempo: «Il quarto giorno tornate e la risposta mi date!».
Pensa che ti ripensa, il ricco si ricordò della sua comare e andò a chiederle consiglio. Quella lo fece sedere a tavola, lo fece mangiare; e chiede: «Perché sei così triste, compare?». «Il sovrano mi ha posto quattro indovinelli e mi ha dato tre giorni di tempo per risolverli». «Di cosa si tratta? Dimmi». «Ecco, comare: il primo indovinello è: qual è la cosa più forte e più veloce del mondo?» «Che indovinello! Mio marito ha una giumenta marrone; non c’è niente più veloce di lei! Se le dai una frustata, è capace di raggiungere una lepre». «Il secondo indovinello: qual è la cosa più grassa del mondo?» «È il secondo anno che alleviamo un porco pezzato; è diventato talmente grasso che non si regge nanche in piedi!» «Il terzo indovinello: qual è la cosa più morbida del mondo?» «È una cosa nota: un piumino, non si può immaginare niente di più morbido!» «Il quarto indovinello: qual è la cosa più amabile del mondo?» «La cosa più amabile di tutte è il mio nipotino Ivanuska!» «Grazie, comare! Mi hai tirato fuori da un impiccio, non lo scorderò mai»
Il fratello povero, intanto, tornò a casa piangendo; gli va incontro la figlioletta di sette anni (aveva solo quella bambina al mondo): «Perché, padre, sospiri e piangi?». «E com non sospirare, come non piangere? Lo zar mi ha posto quattro indovinelli, ma non mi basterebbe una vita per trovare la soluzione» . «Dimmi, quali sono gli indovinelli?» «Eccoli, bambina mia: qual è la cosa più forte e veloce del mondo? Qual è la cosa più grassa? Qual è la cosa più morbida? Qual è la cosa più amabile?» «Vai, padre, e diì allo zar: più forte e più veloce di tutto è il vento; più grassa di tutto è la terra: qualsiasi cosa cresca, qualsiasi cosa viva, la terra la nutre! Più morbida di tutto è la mano: ovunque un uomo si stenda, mette sempre la mano sotto la testa; e più amabile del sonno non c’è niente al mondo!»
Andarono dallo zar tutti e due i fratelli: il ricco e il povero. Li acoltò lo zar e chiede al povero: «Hai trovato tu le soluzioni o te le ha suggerite qualcuno?». Rispose il povero: «Vostra Altezza Reale! Ho una bambina di sette anni, me le ha suggerite lei». «Visto che tua figlia è intelligente, eccole un filo di seta, che per domani mattina mi tessa un asciugamano arabescato». Il contadino prese il filo di seta e torna a casa afflitto, amareggiato. «Che disgrazia!» dice alla figlia. «Lo zar ha ordinato che da questo filo tu tessa un asciugamano». «Non ti affliggere, padre!», rispose la piccola, ruppe un rametto di saggina della scopa, lo dà al padre e dice: «Vai dallo zar, digli che trovi un artigiano che sappia fare con questo rametto un telaio: su quel telaio tesserò l’asciugamano!». Il contadino riferì la cosa allo zar. Lo zar gli dà centocinquanta uova: «Dalle» dice «a tua figlia; che per domani ne faccia uscire fuori centocinquanta pulcini».
Tornò il contadino a casa ancora più afflitto, ancora più amareggiato: «Ah, figlia mia! Abbiamo appena evitato una disgrazia e ce ne capita un’altra!». «Non ti affliggere, padre!», rispose la piccola, fece cuocere le uova e le conservò per il pranzo e per la cena; rimanda poi il padre dallo zar: «Digli che i pulcini hanno bisogno di nutrirsi con del miglio di un giorno: che in un giorno il campo sia lavorato, seminato, mietuto, trebbiato; i nostri pulcini non beccheranno miglio di due giorni!». Lo zar ascoltò e dice: «Visto che tua figlia è intelligente, che domani mattina venga da me di persona, né a piedi, né a cavallo, né nuda, né vestita, né con un regalo, né a mani vuote». “Ahimè” pensa il contadino “questo indovinello è talmente difficile che neanche mia figlia potrà risolverlo: siamo perduti!” «Non ti affliggere, padre!» gli disse la piccola. «Vai dai cacciatori e comprami una lepre viva e una quaglia viva». Il padre andò e le comprò una lepre e una quaglia.
Il giorno dopo, al mattino, la piccola si spogliò, si mise addosso una rete, prese in mano la quaglia, montò a cavallo della lepre e andò a palazzo. Lo zar la sta aspettando sulla porta. Lei si inchinò allo zar: «Eccoti, sovrano, un regalino!», e gli dà la quaglia. Lo zar allungò la mano: la quaglià agitò le ali — e volò via! «Bene» dice lozar «hai fatto ciò che avevo chiesto. Dimmi ora: tuo padre è molto povero, con cosa vi nutrite?» «Mio padre pesca il pesce sulla riva, non getta reti in acqua; io, invece, porto il pesce con il mio gembiule e cucino la zuppa». «Che dici, sciocca! Quando mai si è visto del pesce vivere sulla riva? Il pesce nuota nell’acqua!» «E tu sei intelligente? Quando mai si è visto che un carro ha partorito un puledrino? Non il carro, la giumenta partorisce!» Lo zar decise di dare il puledrino al contadino povero, e sua figlia la prese con sé; quando la piccola fu cresciuta, la sposò e ne fece una zarina.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Un pezzo alla volta.

 

Graduali prese di consapevolezza che, oggi, fanno male, ma forse, domani, si riveleranno provvidenziali.

Lenta e faticosa comprensione del fatto che i problemi del corpo vanno risolti innanzi tutto nella testa.

Poi una canzone, rimasta chiusa in un CD comprato sei mesi fa e ascoltato per la prima volta solo la settimana scorsa, mi si è piantata in testa.

In quattro minuti e una manciata di secondi ho ritrovato tutte le sensazioni che mi tormentano in questo periodo, descritte con parole che rendono alla perfezione quello che io cercavo di esprimere ormai da settimane, senza riuscirci.

All’inizio volevo mettere in grassetto le parti in cui riconoscevo me stessa e tutte le emozioni a cui sto soccombendo, poi ho pensato che sarebbe stato meglio mettere in evidenza i buoni propositi che, per l’ennesima volta, stanno tentando di insinuarsi nelle spesse mura del ‘sepolcro’ di frustrazione in cui mi sono blindata.

Alla fine, non ho saputo decidere quale delle due cose fosse più importante, così ho scelto di usare i colori: uno per le emozioni e un altro per i buoni propositi, così che nulla restasse escluso.

 

Alzati e cammina
Per scoprire di essere vivo come non mai

Lazzaro stamattina
E resuscita un pezzo alla volta la volontà

Ora che sei un’emozione scaduta
Ora che sei una certezza tradita
Ora che sei un’ambizione svenduta
Chiuso nel tuo sepolcro

Quello che avevi oggi non vale più
Hai studiato, creduto, lottato e sofferto
C’era un sorriso negli occhi che non c’è più
Col futuro qualcuno ha giocato d’azzardo

Alzati e cammina
Per scoprire di essere vivo come non mai

Lazzaro stamattina
E resuscita un pezzo alla volta la volontà

Ora che sei una protesta ammaestrata
Ora che sei una carezza svogliata
Ora che sei una speranza piegata
Chiuso nel tuo sepolcro

Alzati e cammina
Per scoprire di essere vivo come non mai

Lazzaro stamattina
E resuscita un pezzo alla volta la volontà
Un pezzo alla volta
Un pezzo alla volta
Un pezzo alla volta

Se ci hai creduto oggi c’è un più
Hai discusso sprecato amato ed offerto
C’è un’ipoteca anche sulla tua dignità
Nel crudele silenzio delle notti insonni

Alzati e cammina
Per scoprire di essere vivo come non mai

Lazzaro Stamattina
E resuscita un pezzo alla volta la volontà
Un pezzo alla volta
Un pezzo alla volta
Un pezzo alla volta
Un pezzo alla volta

C’era un volta ora non c’è più
Mentre l’unica cosa che resta davvero sei TU

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Lo specchio magico.

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In un certo reame, in terre lontane,viveva un mercante vedovo; aveva un figlio, una figlia e un fratello… Un giorno questo mercante decide di andare all’estero a comprare merci diverse, prende con sé il figlio, lascia a casa la figlia; fa venire il fratello e gli dice: «Ti affido, caro fratello, la mia casa e i miei beni e ti prego caldamente di una cosa: sorveglia da vicino mia figlia, insegnale a leggere e a scrivere, non le far perdere la retta via!». Dopodiché il mercante salutò il fratello e la figlia e si mise in viaggio. La figlia del mercante era già grande e di una bellezza talmente indescrivibile, che potresti girare il mondo intero, ma non ne troveresti una uguale! Lo zio fu preso da un insano pensiero, non le dà pace né di giorno, né di notte, faceva di continuo proposte alla bella fanciulla. «O fai un peccato con me» dice «o morirai; io mi perderò e ti ucciderò!…»
Un bel giorno, la fanciulla andò al bagno, lo zio dietro — ma sulla porta lei afferrò un catino pieno di acqua bollente e glielo versò in testa. Tre settimane stette a letto quello, a fatica si ristabilì; un odio terribile gli rode l’anima, e iniziò a pensare: come vendicarsi di quella beffa? Pensa che ti ripensa, decise di scrivere a suo fratello una lettera: tua figlia si comporta male, se ne va sempre in giro per case altrui, non dorme a casa e non mi dà ascolto. Ricevette il mercante questa lettera, la lesse e si arrabbiò molto; dice al figlio: «Tua sorella è il disonore della nostra famiglia! Non voglio essere pietoso con lei: torna subito indietro, taglia la miserabile a pezzettini e portami il suo cuore sulla punta di questo coltello. Che la brava gente non possa più ridere della nostra stirpe!».
Il figlio prese l’aguzzo coltello e andò a casa; arrivò nella sua città natale alla chetichella, non parlò con nessuno, ma cominciò a chiedere in giro: come si comporta la figlia del mercante? Tutti danno la stessa risposta, nessuno si stanca mai di lodalrla: è dolce, modesta, pia, e ascolta i buoni consigli. Ben informato, quello andò dalla sorella, che si rallegrò, gli corse incontro, lo abbraccia lo bacia: «Caro fratello! Qual buon vento ti ha portato qui? Come sta il nostro caro padre?». «Ah, cara sorellina, non è il momento di rallegrarsi. Il mio viaggio è per te una grande sventura: mi manda nostro padre, mi ha ordinato di fare a pezzettini il tuo corpo bianco, di strappartiil cuore e di portarglielo sulla punta di questo coltello».
La sorella si mise a piangere. «Dio mio» dice «perché un tale odio?» «Ecco perché!», rispose il fratello e le raccontò della lettera dello zio. «Ah, fratellino, non sono colpevole!» Il figlio del mercante sentì quel che era successo, e dice: «Non piangere, sorellina! Lo so bene che non sei colpevole, e, sebbene nostro padre mi abbia ordinato di repingere ogni giustificazione, tuttavia non voglio giustiziarti. È meglio che tu ti prepari e te ne vada dalla casa di nostro padre, il più lontano possibile; Dio non ti abbandonerà!». La figlia del mercante non ci pensò due volte, si preparò per il viaggio, salutò il fratello e partì, senza sapere lei stessa dove andare. Intanto il fratello uccise il cane di casa, gli strappò il cuore, lo infilò sulla punta dell’aguzzo coltello e lo portò al padre. Gli dà il cuore del cane: «Ecco» dice «secondo la tua volontà di padre ho giustiziato la mia sorellina». «Al diavolo! Un cane fa una fine da cane!», rispose il padre.
Giorni o mesi vagò la bella fanciulla per il mondo, alla fine sbucò in una foresta fitta e selvaggia: attraverso gli alti alberi si vede a stento il cielo. Iniziò a camminare per questa foresta e per caso si trovò in una vasta piana; in quella piana c’è un palazzo di pietra bianca, intorno al palazzo un cancello di ferro. “Be’” pensa la ragazza “entrrò in questo palazzo, non tutti sono cattivi, speriamo che non mi succeda niente di male!” Entra in quelle stanze — nelle stanze non c’è anima viva; decise di tornare indietro — improvvisamente arrivarono al galoppo nel cortile due possenti eroi, entrarono nel palazzo, videro la fanciulla e dicono: «Salve, bellezza!». «Salve, nobili paladini!» «Ecco, fratello» disse un eroe all’altro «ci affliggevamo di non avere nessuno che si occupasse della casa; e Dio ci ha mandato una sorellina». Gli eroi fecero restare la figlia del mercante a vivere con loro, la consideravano una sorella, le diedero le chiavi e la responsabilità di tutta la casa; poi sfoderarono le loro sciabole affilate, se le appoggiarono reciprocamente sul petto e prestarono il seguente giuramento: «Se uno di noi oserà attentare alla virtù di nostra sorella, sarà ucciso senza pietà da questa stessa sciabole».
Così comincia a vivere la bella fanciulla dai due eroi; suo padre, intanto, fece i suoi acquisti oltremare, tornò a casa e, dopo un po’, si risposò. Questa donna era di una bellezza indescrivibile e aveva uno specchio magico; se guardavi nello specchio, sapevi subito quel che succedeva in un dato posto. Una volta, gli eroi decisero di andare a caccia e raccomandano alla loro sorellina: «Bada di non fare entrare nessuno fino al nostro ritorno!». La salutarono e se ne andarono. Nel frattempo, la moglie del mercante guardò lo specchietto, ammira la propria bellezza e dice: «Non esiete al mondo nessuna più bella di me!». E lo specchietto in risposta: «Tu sei bella, non c’è che dire! Ma hai una figliastra che vive con due eroi in un fitto bosco: lei è ancora più bella!».
Queste parole non piacquero affatto alla matrigns, che subito convocò una vecchietta cattiva. «Eccoti» dice «un anellino; vai nel fitto del bosco, in quel bosco c’è un palazzo di pietra bianca, nel palazzo vive la mia figliastra; salutala e dalle questo anellino, dicendo: te lo manda tuo fratello in ricordo!» La vecchia prese l’anello e si diresse dove le era stato detto; arriva al palazzo di pietra bianca: la vide la bella fanciulla, le corse incontro — voleva avere notizie del suo paese. «Salve, nonna! Qual buon vento ti porta? Sono tutti sani e salvi?» «Stanno bene non gli manca mai il pane! Tuo fratello mi ha chiesto di informarmi della tua salute e ti manda in dono questo anellino; eccolo, fatti bella!» La fanciulla era talmente felice, talmente felice, da non potersi dire; condusse la vecchietta in casa, le diede da mangiare e da bere e le raccomandò di salutare affettuosamente il fratello. Dopo un’ora la vecchietta ripartì, mentre la fanciulla prese ad ammirare l’anellino e ebbe l’idea di provarlo; appena lo ebbe infilato al dito — in quell’istante cadde morta.
Tornano i due eroi, entrano nel palazzo — la sorellina non corre loro incontro: che significa? Guardarono nella sua camera da letto; quella giace morta, non dice una sola parola. Si disperarono gli eroi: la morte improvvisamente aveva tolto loro ciò che di più bello avevano! «Bisogna» dicono «cambiarla d’abito e metterla in una bara». Mentre la vestivano, uno di loro si accorse dell’anellino che la bella fanciulla portava al dito: «Dovremo seppellirla con questo anellino? Forse è meglio levarlo, per ricordo tenerlo». «Appena le ebbero tolto l’anellino, la bella fanciulla subito aprì gli occhi, fece un sospiro e tornò viva. «Cosa ti era successo, sorellina? È venuto qualcuno?», chiedono gli eroi. «È venuta dal mio paese una vecchietta che conoscevo e mi ha portato un anellino». «Ah, come sei disobbediente! Eppure ti avevamo raccomandato di non aprire a nessuno in nostra assenza. Bada di non farlo mai più!»
Dopo un po’ di tempo, la moglie del mercante guardò nel suo specchietto e venne a sapere che la sua figliastra era viva e bella come prima; mandò a chiamare la vecchietta, le dà un nastro e dice: «Vai nel palazzo di pietra bianca, dove vive la mia figliastra, e dalle questo regalo; dille che glielo manda suo fratello!&raaquo;. Di nuovo la vecchietta andò dalla bella fanciulla, le raccontò un sacco di cose e le diede il nastro. La fanciulla, entusiasta, si mise il nastro al collo — e all’istante cadde sul letto morta. Tornano gli eroi dalla caccia, guardano: la sorellina giace morta; le cambiarono i vestiti e, appena le ebbero tolto il nastro, subito lei aprì gli occhi, fece un sospiro e tornò viva. «Cosa ti era successo, sorellina? C’è forse stata ancora la vecchietta?» «Sì» dice «è venuta la vecchia del mio paese, mi ha portato un nastro». «Ah, è troppo! Eppure te l’avevamo detto: non fare entrare nessuno se non ci siamo!» «Scusatemi, cari fratellini! Ero impaziente, volevo avere notizie di casa».
Passarono ancora alcuni giorni, guardò la moglie del mercante nello specchietto: la figliastra era ancora viva. Mandò a chiamare la vecchietta. «Eccoti» dice «un capello! Vai dalla mia figliastra, falla morire, costi quel che costi!» La vecchia approfittò del momento in cui gli eroi erano a caccia, arrivò al palazzo di pietra bianca; la vide da una finestrella la bella fanciulla, non riuscì a trattenersi, le corse incontro: «Salve, nonna! Come va la vita?». «Si tira avanti, colombella! Me ne andavo a zonzo per il mondo e sono venuta a vedere come stavi». La condusse la bella fanciulla in casa, le diede da mangiare e da bere, le chiese dei suoi cari e le raccomandò di salutarle il fratello. «Bene» dice la vecchietta «lo farò. Ma mi sembra, colombella, che tu non abbia nessuno che ti pettini i capelli; fallo fare a me». «D’accordo, nonna!» Quella iniziò a pettinare la bella fanciulla e intrecciò alla sua treccia il capello fatato; appena ebbe intrecciato quel capello, la ragazza all’istante morì. La vecchietta ghignò malvagiamente e se ne andò in fretta, perché nessuno la trovasse, la vedesse.
Tornano gli eroi, entrano in casa: la sorella giace morta; a lungo cercarono-osservarono, se ci fosse su di lei qualcosa di superfluo. No, non c’era niente! Allora fecero una bara di cristallo, talmente splendida da non pensare, non indovinare, solo nelle favole raccontare; misero alla figlia del mercante un vestito scintillante, come se dovesse andare all’altare, e la adagiarono nella bara di cristallo; sistemarono la bara in mezzo a una grande stanza, e sopra ci costruirono un baldacchino di velluto rosso con nappe brillanti e frange d’oro, circondato da dodici pali di cristallo con altrettante lampade. Dopodiché versarono gli eroi lacrime amare, furono presi da una profonda disperazione. «Che serve, ormai» dicono «restare al mondo? andiamo a farla finita!» Si abbracciarono, in segno di addio, uscirono su un alto balcone, si presero per mano e si buttarono giù; caddero su delle pietre taglienti e posero fine alle loro vite.
Passarono molti e molti anni. Un giorno, un principe andò a caccia; penetrò nella fitta foresta, sguinzagliò i suoi cani, si allontanò dagli altri cacciatori e si incamminò da solo per un sentiero abbandonato. Cavalca cavalca, ecco davanti a lui una radura, nella radura il palazzo di pietra bianca. Il principe scese da cavallo, salì per le scale, iniziò a curiosare nelle stanze; l’arredamento ovunque era ricco, sontuoso, ma la mano del padrone sembrava assente: tutto era stato abbandonato da molti anni, tutto trascurato! In una stanza c’è una bara di cristallo, e nella bara giace una fanciulla morta di una bellezza indescrivibile: ha ancora le guance rosse, il sorriso sulle labbra, pare quasi dorma.
Si avvicinò il principe, guardò la fanciulla e rimase lì impalato, come se una forza invisibile lo trattenesse. Le resta accanto dalla mattina a tarda sera, non potendo staccarle gli occhi di dosso, col cuore in gola: lo stregava la bellezza di quella fanciulla, una bellezza straordinaria, mai vista, che non ha uguali in tutto il mondo! Intanto, i cacciatori da tempo lo stanno cercando; battevano il bosco, suonavano le trombe, lo chiamavano: il principe sta accanto alla bara di cristallo, non sente niente. Il sole calò, venne l’oscurità, e solo allora lui si riebbe: baciò la fanciulla morta e tornò indietro. «Ah, Vostra Altezza, dove siete stato?», chiedono i cacciatori. «Inseguendo un animale, mi sono perso». Il giorno dopo, all’alba, il principe già si prepara ad andare a caccia; entrò nel bosco, si separò dagli altri cacciatori e per lo stesso sentiero arrivò al palazzo di pietra bianca. Passò di nuovo tutto il giorno accanto alla bara di cristallo, senza staccare gli occhi dalla bella morta; solo a tarda notte tornò a casa. Il terzo giorno, il quarto stessa cosa, e così l’intera settimana passò. «Cosa succede al nostro principe?» dicono i cacciatori. «Seguiamolo, fratelli, per sorvegliare che non gli succeda niente di male».
Ecco che il principe andò a caccia, sguinzagliò i cani per il bosco, si separò dalla scorta e prese la strada del apalazzo di pietra bianca; i cacciatori subito dietro, arrivano nela radura, entrano nel palazzo: là in una stanza c’è una bara di cristallo, nella bara giace una fanciulla morta, accanto alla fanciulla sta il principe. «Be’, Vostra Altezza, non è senza ragione che avete vagato per il bosco l’intera settimana! Ora anche noi non ci muoveremo di qui fino a asera». Attorniarono la bara di cristallo, guardando la fanciulla, ammirando la sua bellezza, e rimasero in quel luogo dalla mattina fino a tarda sera. Quando fu buio, il principe disse ai cacciatori: «Fatemi, fratelli, un grande favore: prendete la bara con la fanciulla morta, portatela e mettetela nella mia camera da letto; ma con discrezione, agite in segreto, affinché nessuno lo scopra, lo sappia. Vi ricompenserò generosamente, vi darò tanto oro quanto non ne avete mai avuto». «Sei libero di ricompensarci, ma noi, principe, siamo felici anche solo nel servirti!», dissero i cacciatori, sollevarono la bara di cristallo, la trasportarono fuori, la sistemarono sui cavalli e la portarono al palazzo reale; la portarono e la misero nella camera da letto del principe.
Da quel giorno il principe smise di pensare alla caccia; se ne sta a casa, non esce mai dalla sua stanza: resta tutto il giorno in ammirazione della fanciulla. “Cosa succede a nostro figlio?” pensa la zarina. “È da molto tempo ormai che sta sempre in casa, non esce dalla sua camera e non lascia entrare nessuno. È un accesso di tristezza, di malinconia, oppure ha una qualche malattia? Vado a dargli un’occhiata”. Entra la zarina nella camera da letto del figlio e vede la bara di cristallo. Che cos’era? Fece domande-si informò e subito diede ordine di seppellire quella fanciulla secondo gli usi, nell’umida madre terra.
Pianse il principe, andò in giardino, colse dei fiori splendidi, li portò in camera e iniziò a pettinare la treccia della bella morta e ad adornarla di fiori. A un tratto dalla treccia di lei cadde il capello magico — la fanciulla aprì gli occhi, fece un sospiro, si sollevò dalla bara di cristallo e dice: «Ah, quanto ho dormito a lungo!». Il principe si rallegrò enormemente, la prese per la mano, la portò dal padre e dalla madre. «Dio» dice «me l’ha resituita! Non posso vivere senza di lei un solo attimo. Permettetemi, caro padre, e tu, cara madre, di sposarla». «Sposala, figliolo! Non andremo contro il volere di Dio, e poi, una tale bellezza, non la troveresti in tutto il mondo!» Gli zar non perdono mai tempo: quello stesso giorno con un allegro festino vennero festeggiate le nozze.
Sposò il principe la figlia del mercante, viveva con lei, non se ne rallegrava mai abbastanza. Passò un po’ di tempo: le venne in mente di tornare al suo paese, a far visita al padre e al fratello; il principe acconsentì e chiese l’autorizzazione al padre, «Bene» dice lo zar «andate, miei cari figli! Tu, principe, viaggerai via terra, nell’occasione visiterai tutti i nostri possedimenti e ne conoscerai gli usi, mentre tua moglie vada per via diretta, in nave». Prepararono una nave per il viaggio, imbarcarono dei marinai, nominarono un generale; la principessa salì a bordo e si diresse in mare aperto, mentre il principe andò via terra.
Il generale, vedendo la bella principessa, fu sedotto dalla bellezza di lei e iniziò a farle delle proposte; di cosa aver paura, pensa, ora è nelle mie mani, posso fare quel che voglio! «Amami» dice alla principessa «se non mi amerai, ti butterò in mare!» La principessa si voltò, senza dargli una risposta, e si mise a piangere. Aveva sentito le parole del generale un marinaio, la sera andò dalla principessa, e le disse: «Non piangere, principessa! Mettiti il mio vestito, mentre io mi metterò il tuo, tu vai sul ponte e io resterò in cabina. Che il generale mi getti pure in mare, non ho paura, spero di farcela a nuotare fino al porto: fortunatamente, la terra ora è vicina!». Si scambiarono d’abito; la principessa andò sul ponte, mentre il marinaio si mise a letto al suo posto. Durante la notte fece irruzione nella cabina il generale, afferrò il marinaio e lo gettò in mare. Il marinaio si mise a nuotare e verso il mattino raggiunse la riva. La nave arrivò in porto, i marinai scesero a terra, scese anche la principessa, si precipitò al mercato, si comprò un abito da cuoco, si travestì da cuoco e si fece assumere come lavorante nella cucina di suo padre.
Dopo un po’ arriva dal mercante il principe. «Salve» dice «babbo! Accogli tuo genero, giacché sono sposato con tua figlia. Ma dov’è? Forse non è ancora arrivata?» Intanto il generale viene a fare il suo rapporto: «Così e così, Vostra Altezza! È successa una disgrazia: stava la principessa sul ponte, si è alzata una tempesta, la nave ha preso a rullare, la testa le ha iniziato a girare: in un batter d’occhio la principessa è caduta in mare ed è annegata!». Il principe si disperò, pianse, ma non si resuscita dal fondo del mare; evidentemente era quello il suo destino! Rimase ospite il principe dal suocero per qualche tempo e poi ordinò alla sua scorta di prepararsi per il viaggio; il mercante diede una grande festa d’addio; furono invitati da lui mercanti, e boiari, r tutti i parenti: c’erano anche suo fratello, la crudele vecchietta, e il generale.
Mangiarono, bevvero, si divertirono; uno degli ospiti dice: «Ascoltate, onorevoli signori! Continuare a bere e a mangiare lontano non vi farà andare; perché non raccontiamo delle storie?» «Bene, bene!» gridarono da tutti i lati. «Chi inizia?» Quello non è capace, l’altro nemmeno, un terzo ha a memoria annebbiata dal vino. E allora? Prese la parola a questo punto un commesso del mercante: «Danoi in cucina c’è un nuovo cuoco, ha viaggiato molto per paesi stranieri, ha visto cose strane e interessanti ed è un tale maestro nel raccontare le storie che levati!». Il mercante fece chiamare questo cuoco. «Intrattieni» dice «i miei ospiti!» Gli risponde il cuoco-principessa: «Cosa volete che vi racconti, una favola o una storia vera?». «Racconta una storia vera!» «Bene, vada per la storia vera, ma a una condizione: chi mi interromperà, prenderà un colpo di mestolo sulla fronte».
Tutti furono d’accordo. E la principessa iniziò a raccontare tutto quello che le era successo. «Allora» dice «un mercante aveva una figlia; andò il mercante oltremare e incaricò il fratello di badare alla ragazza; lo zio, affascinato dalla bellezza di lei, non le dà un attimo di tregua…» Lo zio sente che si sta parlando di lui, e dice: «Questo,signori, non è vero!». «Per te non è vero? Eccoti un colpo di mestolo sulla fronte!» Dopodiché il discorso passò alla matrigna, su come aveva interrogato lo specchio magico, e alla vecchia cattiva, che era andata nel palazzo di pietra bianca dei due eroi, e la vecchia e la matrigna gridarono come un sol uomo: «Questo è uno sproposito! Non può essere». La principessa diede loro un colpo di mestolo sulla fronte e continuò a raccontare di come giacesse in una bara di cristallo, di come l’avesse trovata il principe, l’avesse resuscitata e sposata e di come fosse partita per andare a trovare il padre.
Il generale intuì che le cose si mettevano male, e chiede alla principessa: «Permettete che vada a casa; mi è venuto un gran mal di testa!». «Non è niente, resta ancora un pochino!« La principessa gli diede un colpo di mestolo sulla fronte, si tolse gli abiti da cuoco e si rivelò al principe: «Io non sono un cuoco, sono tua moglie!». Il principe si rallegrò, il mercante anche; si gettarono ad abbracciarla, a baciarla; poi vennero giudicati i colpevoli; la vecchia cattiva e lo zio furono fucilati, la matrigna-strega fu attaccata alla coda di uno stallone, lo stallone volò per la campagna e disperse le ossa di lei per roveti e erti dirupi; il generale fu condannato dal principe ai lavori forzati, e al suo posto fu nominato il marinaio che aveva salvato la principessa dalla rovina. Da allora il principe, sua moglie e il mercante vissero insieme felici e contenti.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Ma sul serio??! #1

 

Circa quattro anni e mezzo fa, per ragioni che mi sono tutt’oggi ignote, sono stata assunta nel sedicente Ufficio Marketing in cui lavoro.
“Sedicente” perché, in concreto, non abbiamo un grafico, non abbiamo un copy, non abbiamo nessuno che abbia mai ricevuto un minimo di formazione specifica in marketing e pubblicità, quindi ci arrabattiamo facendo del nostro meglio.

Col tempo ho scoperto che, a quanto pare, le mie carte vincenti siano state la capacità di scrivere, ai tempi avevo già pubblicato e lavorato come editor, e il fatto che studiassi russo.

Volente o nolente mi sono trovata a confrontarmi col magico mondo della pubblicità, di cui mi definirei del tutto digiuna ancora adesso.

È cambiato però lo spirito con cui osservo, con cui vivo il mio ruolo di destinataria del lavoro pubblicitario altrui.

Alla luce di tutto ciò mi chiedo: puoi pagare una persona per produrre ciò???

Sorvolando sull’aspetto video e grafico dello spot, che io non trovo granché originale, ma che tutto sommato potrebbe anche starci, la mia irritazione esplode quando sento la stupidissima canzoncina.

Per chi, come me, ha bisogno di “visualizzare” per riuscire a mettere a fuoco una questione, riporto le parole di questa “perla” compositiva:

 

Mare, mare
Sole, sole
Molto sole
Troppo sole
Non fa bene, no!
Cosa fa?
Scottature, eritemi: questo fa.

 

Vi prego! Ditemi che non sono l’unica a sentirsi presa in giro…

Chiunque di voi abbia figli, nipoti, amici con pargoli al seguito sa che, alla tenera età di 4/5 anni, un cucciolo d’uomo è in grado di dare vita a creazioni poetiche di livello ben superiore a questo.
In confronto, il “sole, cuore, amore” che gli appartenenti alla mia generazione di sicuro ricordano, diventa alta classe.

Ok, ok, il fatto che io ora sia qui a scriverne dimostra che, nel bene o nel male, hanno comunque fatto centro, perché la loro pubblicità mi è rimasta in testa, ma l’attenzione è attratta nello stesso modo fastidioso in cui lo sarebbe da una zanzara che ronza nel buio della stanza impedendoti di dormire.

Cercando sul web la definizione di “neuromarketing”, di cui tanto si sente parlare, almeno nell’ambiente, ho scelto quella che segue, solo perché è la più sintetica: “Il complesso delle tecniche di marketing che sfruttano le scoperte e le metodologie delle neuroscienze per determinare le forme di comunicazione più efficaci a influire sui processi decisionali del consumatore.”.
Detto con parole mie: lo studio di come abbindolare il maggior numero di potenziali clienti, riuscendo a convincerli a comprare il proprio prodotto, qualsiasi sia il reale livello di qualità di quest’ultimo.

Rifletto su quanto gli esperti di questo settore chiedano per le loro preziosissime e vitali consulenze e mi chiedo quale sopraffino genio del male debba essere colui che ha selezionato e approvato cotanta ‘opera musicale’.

Dico sul serio, presentatemelo!
È molto probabile che agli occhi di un personaggio del genere i miei scritti apparirebbero come inestimabili capolavori letterari e la mia strenua lotta per emergere nel caotico e perfido mondo della scrittura vedrebbe finalmente far capolino il tanto agognato traguardo.

Bene! Mi sono sfogata…
Ora posso tornare a far finta di saper fare pubblicità a cuor leggero…

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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In Busta Chiusa.

busta-chiusa

 

Dopo il successo riscosso da “Lettera Aperta”, oggi CartaResistente dà il via al suo nuovo progetto: “In Busta Chiusa”.

26 autori, uno per ogni lettera dell’alfabeto, uno per ognuno dei prossimi 26 venerdì, che per tutta questa estate 2016 terranno compagnia ai lettori di CartaResistente.

Questo post, oltre a proporsi di promuovere questa bella iniziativa, vuole essere un ringraziamento per l’inivito di CartaResistente a parteciparvi.

Avendo io scelto la lettera V, dovrete aspettare fino alla fine di novembre per leggere il mio pezzo, ma vi invito a non perderne nessuno, a partire da quello di oggi, perché sono convinta che piacevolissime sorprese aspettino chiunque decida di seguire con costanza l’evolversi del progetto.

 

Buona lettura!!!

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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