Elena la Saggia.

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Tanto tempo fa, in un certo reame, in terre lontane accadde a un soldato di montare la guardia ai piedi di una torre di pietra; la torre era chiusa da un catenaccio e sigillata con un sigillo. Si era di notte. Esattamente alla mezzanotte, il soldato sente qualcuno gridare da dentro quella torre: «Ehi, sentinella!». Il soldato chiede: «Chi mi chiama?». «Sono io, il Maligno» fece la voce da dietro l’inferriata. «Sono qui da trent’anni senza mangiare né bere». «E che vuoi allora?» «Liberami, e quando avrai bisogno ti ripagnerò; appena pronuncerai il mio nome, all’istante verrò in tuo aiuto!» Il soldato subito strappò il sigillo, ruppe il catenaccio e parì la porta: il Maligno volò via dalla torre, salì fino alle stelle e sparì più veloce di un lampo. “Bene” pensa il soldato “l’ho fatta proprio grossa; tutti i miei anni di servizio in fumo. Ora mi metteranno agli arresti, sarò giudicato dalla corte marziale e, niente di più facile, mi condannerano a morte mediante fustigazione; è megio sparire finché sono in tempo». Gettò a terra il fucile e lo zaino e partì alla ventura.
Camminò un giorno, due, tre; era affamato e non aveva niente da mangiare né da bere; si sedette sulla strada e scoppiò in lacrime: “Non sono un vero idiota?” pensava. “Ho servito lo zar per dieci anni e ho sempre mangiato a volontà, mi davano tre libbre di pane al giorno; e invece no! Ho preso la via dei campi per crepare di fame. Eh, Maligno, sei tu la causa di tutto”. Il Maligno comparve all’improvviso da non si sa dove e chiede: «Buongiorno, soldato! Cosa ti affligge?». «E come non affliggermi se muoio di fame da tre giorni». «Non ti disperare, a questo c’è rimedio!», disse il Maligno; corse di qua e di là e portò ogni tipo di vino e provviste, ristorò il soldato e poi lo invitò a seguirlo: «starai benone a casa mia: berrai, mangerai e te la spasserai quanto vuoi; tutto quello che ti chiedo è di sorvegliare le mie figlie, di più non voglio». Il soldato accettò; il Maligno lo prese sottobraccio, lo portò in alto in alto con sé nell’aria e lo dpositò lontano, molto lontano, ai confini del mondo, in un palazzo di pietra bianca.
Il Maligno aveva tre figlie, belle come la luce del giorno. Comandò loro di obbedire al soldato, di nutrirlo, di dissetarlo finché avesse voluto, e se ne andò a commettere i suoi misfatti; tutti sanno chi è il Maligno! Non resta mai nello stesso posto, vagabonda per il mondo e corrompe la gente, la spinge ad agire male. Il soldato rimase con le tre belle e la sua vita era cocì piacevole che gli sembrava di stare già in paradiso. Non ha che una preoccupazione: ogni notte le belle fanciulle si assentano e chissà dove se ne vanno in giro. Prese a interrogarle, ma quelle si rifiutano di confessare. “Bene” pensa il soldato “starò con gli occhi aperti tutta la notte e vedrò certo dove scappate”. La sera, il soldato si mise a letto, finse di dormire come un sasso e aspettò, invece, di vedere cosa sarebbe successo.
Al momento giusto, scivolò di soppiatto fino alla camera da letto delle ragazze, si fermò accanto alla porta, si chinò e guarda dal buco della serratura. Le belle avevano preso un tappeto magico, lo stesero sul pavimento, vi si lasciarono cadere e si trasformarono in colombe; spiegarono le ali e volarono via dalla finestra. “Questa poi!” pensa il soldato. “Bisogna che ci provi anch’io”. Piombò nella camera, si buttò sul tappeto e si trasformò in una capinera, che volò via dalla finestra dietro a loro. Le colombe si posarono su di un prato verde; la capinera, invece, si mise sotto un cespuglio di ribes, si nascose tra le foglie e le spia. Arrivarono in quello stesso posto altre colombe in stormo, il prato ne era coperto; nel centro si ergeva un trono d’oro. Un po’ più tardi, si illuminarono cielo e terra: vola nell’aria un carro dorato, trainato da sei draghi di fuoco; sul carro siede la principessa Elena la Saggia, di una beltà tale che non si può né descrivere, né immaginare, néindovinare, né nelle favole raccontare! Scese dal carro e sedette sul trono d’oro; chiaò a sé le colombe a una a una e insegnò loro ogni sorta di astuzia. Finita la lezione, risalì sul carro e chi s’è visto s’è visto!
Allora, le colombe, tutte quante erano, lasciarono il prato e si dispersero; la capinera volò dietro alle tre sorelle e si ritrovò con loro in camera da letto. Le colombe si gettarono sul tappeto e ridivennero delle belle fanciulle; anche la capinera si gettò e ridivenne soldato. «Da dove vieni?», gli chiedono le fanciulle. «Ero con voi in quel prato verde, ho visto la bella principessa sul trono d’oro e ho sentito come vi insegnava la principessa diverse magie». «Sei stato fortunato a scamparla! Quella principessa è Elena la Saggia, la nostra potente sovrana. Se avesse avuto sotto mano il suo libro di magia, ti avrebbe riconosciuto all’istante e saresti stato un uomo morto. Stai attento, soldato! Non tornare mai più in quel prato verde, non guardare Elena la Saggia; altrimenti perderai la tua testa impetuosa». Il soldato, per nulla intimidito, non si cura affatto dei loro avvertimenti; aspettò la notte successiva, si gettò sul tappeto e si cambiò in capinera. Volò la capinera fino al prato verde, si nascose sotto il cespuglio di ribes; guarda Elena la Saggia, ammira la sua bellezza inaudita e pensa: “Se avessi una moglie come quella, non potrei desiderare niente altro al mondo! Voglio seguirla per sapere dove abita”.
Ecco che Elena la Saggia scese dal suo trono d’oro, saì sul suo carro e volò via attraverso i cieli, in direzione del suo magnifico palazzo; la capinera la seguì. La principessa arrivò a palazzo; cameriere e governanti le corsero incontro, la presero sottobraccio e la condussero nelle sale sontuose. La capinera si introdusse nel giardino, scelse un bell’albero, che per l’appunto stava sotto la finestra della camera da letto della principessa, si mise su un rametto e iniziò a cantare con una voce tanto gentile e languida, che la principessa, incantata, non poté chiudere occhio tutta la notte. Appena il bel solicello si fu levato, gridò Elena la Saggia con voce sonora: «Cameriere e governanti, correte subito in giardino; acchiappatemi quella capinera!». Cameriere e governanti si precipitarono in giardino, si misero a dare la caccia all’uccelletto canterino; macché, povere vecchie! La capinera svolazza di ramo in ramo, vola sotto il loro naso, ma senza lasciarsi prendere.
Spazientita, la principessa corse nel verde giardino, vuole lei stessa prendere la capinera; si avvicina a un cespuglio — l’uccellino non si muove dal ramo, sta con le ali abbassate, come se l’aspettasse. La principessa, felice, prese l’uccellino tra le mani, lo portò a palazzo, lo mise in una gabbia d’oro e la appese nella sua camera da letto. Il giorno passò, il sole calò, Elena la Saggia volò verso il prato verde, tornò, si tolse gli abiti, si mise in libertà e andò a letto. La capinera contempla il suo corpo bianco, la sua bellezza inaudita e trema dalla testa ai piedi. Quando la principessa si fu addormentata, la capinera si cambiò in mosca, uscì dalla gabbia d’oro si gettò sul pavimento e ridivenne un bel giovane. Si avvicinò il bel giovane al letto della principessa, guardava, guardava la bella e non poté trattenersi dal darle un bacio sulle labbra zuccherine. Vede che la principessa si sta svegliando, ridivenne svelto una mosca, rientrò nella gabbia e si tramutò in capinera.
Elena la Saggia aprì gli occhi, si guardò intorno: nessuno. «Avrò sognato!», si disse. Poi si girò sull’altro fianco e si riaddormentò. Il soldato era molto impetuoso; ci provò una seconda e una terza volta: la principessa ha il sonno leggero e si sveglia a ogni bacio. La terza volta, si alzò dal letto e dice: «Di certo non mi sbaglio: vediamo un po’ nel mio libro di magia». Consultò il suo libro di magia e venne subito a sapere che nella gabbia d’oro non c’era una semplice capinera, ma un giovane soldato. «Razza di villano!» gridò Elena la Saggia. «Esci dalla gabbia. Per la tua impudenza pagherai con la vita».
Non ci fu niente da fare — l’uccellino uscì dalla gabbia d’oro, si gettò sul pavimento e ridivenne un bel giovane. Cadde il soldato in ginocchio davanti alla principessa e le chiese perdono. «Perdi il tuo tempo, canaglia», rispose Elea la Saggia, e chiamò il boia perché tagliasse sul ceppo la testa al soldato. Subito apparve davanti a lei un gigante con un’ascia e un ceppo, gettò il soldato a terra, gli mise la testa impetuosa sul ceppo e alzò l’ascia. La principessa non doveva far altro che dare il segnale col suo fazzoletto e quella testa ardita sarebbe rotolata!… «Di grazia, bella principessa» implora il soldato piangendo «permettimi di cantare un’ultima volta». «Va bene, ma fa’ in fretta!» Il soldato intonò un canto talmente triste, talmente malinconico, che Elena la Saggia scoppiò in lacrime; ebbe pietà del povero giovane, dice al soldato: «Ti concedo dieci ore di rinvio; se, nel frattempo, riesci a nasconderti in modo che io non ti trovi, ti sposerò; se non riuscirai a farlo, ti farò tagliare la testa».
Il soldato uscì dal palazzo, si addentrò in una fitta foresta, si sedette sotto un cespuglio e si mise a pensare, con la morte nel cuore: «Ah, Maligno! Tu sei la colpa di tutte le mie sventure». Il Maligno subito gli apparve: «Che vuoi, soldato?». «Ahimè» dice «sto per morire! Come nascondermi da Elena la Saggia?» Il Maligno si gettò sull’umida terra e si cambiò in un’aquila cenerina: «Sali sulla mia schiena, soldato; io ti porterò nell’alto dei cieli». Il soldato salì sull’aquila: l’aquila si alzò nel cielo e volò oltre le nuvole cupe. Passarono cinque ore, Elena la Saggia prese il suo libro di magia, lo consultò e vide tutto come sul palmo della mano; esclamò con voce sonora: «Hai volato abbastanza nei cieli, aquila; posati, non puoi sfuggire ai miei occhi». L’aquila ridiscese a terra.
Il soldato era più che mai desolato: «Che fare ora? Dove nascondermi?». «Aspetta» dice il Maligno «ti aiuterò». Si avvicinò al soldato, gli diede uno schiaffo e lo tramutò in spillo; poi si trasformò in topolino, prese la spilla tra i denti, si intrufolò a palazzo, trovò il libro di magia e ci piantò dentro la spilla. Passarono le ultime cinque ore, Elena la Saggia prese il suo libro di magia, lo guardò, lo sfogliò, ma il libro non le dice niente; furiosa, la principessa lo gettò nel fuoco. La spilla cadde dal libro, si gettò sul pavimento e ridivenne un bel giovane. Elena la Saggia lo prese per mano. «Io» dice «sono scaltra, ma tu lo sei più di me!» Si sposarono senza porre indugi e, da allora, vivono d’amore e d’accordo.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Il principe Ivan e Campestre Bianco.

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In un certo reame, in terre lontane, c’era una volta uno zar; quello zar aveva tre figlie e un figlio, il principe Ivan. Lo zar divenne vecchio e morì, e prese la corona il principe Ivan. Quando i sovrani dei reami vicini lo vennero a sapere, riunirono subito delle truppe enormi e gli dichiararono guerra. Il principe Ivan non sa come comportarsi; va dalle sue sorelle e chiede: «Mie care sorelline! Che devo fare? Tutti i sovrani marciano contro di me». «Sei proprio un prode cavaliere! Di che hai paura? Che dire di Campestre Bianco, che fa la guerra con la baba-jaga dal piede d’oro, da trent’anni da cavallo non scende, una sosta non prende? E tu, che non hai visto niente, hai paura!» Subito il principe Ivan sellò il suo destriero, indossò la sua armatura, prese la sua spada preziosa, una lunga lancia e uno scudiscio di seta, disse le sue preghiere e partì verso il nemico; per quanto colpisca con la sua spada, tanto più il suo cavallo calpesta e uccide; sterminò l’intera armata nemica, tornò in città, si mise a letto e dormì per tre giorni di un sonno profondo. Il quarto giorno si svegliò, uscì sul balcone e guardò la campagna: i sovrani avevano riunito truppe ancora più numerose e minacciavano addirittura le mura della città.
Il principe, costernato, va dalle sue sorelle: «Ah, sorelline! Che devo fare? Ho sterminato un’armata, ma eccone un’altra, più temibile ancora, sotto le nostre mura». «Che cattvio cavaliere sei! Hai combattuto un giorno e dormito tre profondamente. Che dire di Campestre Bianco, che fa la guerra con la baba-jaga dal piede d’oro, da trent’anni da cavallo non scende, una sosta non prende?» Il principe Ivan corse alle scuderie di pietra bianca, seelò il suo poderoso destriero, indossò la sua armatura, cinse la sua spada preziosa, in una mano prese la sua lunga lancia, nell’altra il suo scudiscio di seta, disse le preghiere e partì verso il nemico. Come un falco lucente attacca un branco di oche, di cigni e di anatre, così il principe Ivan si avventa sull’esercito nemico; per quanto colpisca, tanto più il suo cavallo calpesta e uccide. Dopo aver vinto forze così immense, se ne tornò a casa, si mise a letto e dormì per sei giorni di un sonno profondo. Il settimo giorno si svegliò, uscì sul balcone e guardò la campagna: i sovrani avevano riunito un’armata più numerosa che mai e di nuovo circondavano la città.
Va il principe Ivan dalle sorelle: «Mie care sorelline! Che devo fare? Ho sterminato due armate, ma una terza, più temibile ancora, è sotto le nostre mura». «Che valente guerriero! Hai combattuto un giorno e dormito sei profondamente. Che dire di Campestre Bianco, che fa la guerra con la baba-jaga dal piede d’oro, da trent’anni da cavallo non scende, una sosta non prende?» Il principe, esacerbato, corse alle scuderie di pietra bianca, sellò il suo poderoso destriero, indossò la sua armatura, cinse la sua spada preziosa, in una mano prese la sua lunga lancia, nell’altra il suo scudiscio di seta, disse le preghiere e partì verso il nemico. Come un falco lucente attacca un branco di oche, di cigni e di anatre, così il principe Ivan si avventa sul nemico; per quanto colpisca, tanto pi il suo cavallo calpesta e uccide. Distrusse quell’enorme armata; tornò a casa, si mise a letto e dormì per nove giorni di un sonno profondo. Il decimo giorno si svegliò, mandò a chiamare tutti i ministri e i senatori: «Signori ministri e signori senatori! Ho intenzione di andare in paesi lontani, a far visita a Campestre Bianco; vi chiedo di governare e di occuparvi di tutto con giustizia». poi si accomiatò dalle sorelle, montò in sella e si mise in cammino.
Passarono ore o mesi, entrò in una cupa foresta; vede un’izbà, nell’izbà vive un vecchio. Il principe Ivan entrò da lui: «Buongiorno, nonno!». «Buongiorno, principe russo! Dove vai?» «Cerco Campestre Bianco; non sai dov’è?» «Io no, ma aspetta, chiamerò i miei fedeli servitori e li interrogherò». Il vecchio uscì sulle scale, suonò una tromba d’argento: e all’improvviso, da tutte le parti, volarono da lui gli uccellini. Erano davvero molti, una nube nera che nascondeva il cielo. Il vecchio gridò con voce tonante, fischiò potentemente: «Uccelli migratori, miei fedeli servitori! Avete mai visto Campestre Bianco o sentito parlare di lui?». «No, non l’abbiamo mai visto né sentito!» «Senti, principe Ivan» dice il vecchio «vai ora dal mio fratello maggiore; lui, forse, ti darà informazioni utili. Tieni, prendi questo gomitolo, fallo rotolare davanti a te; dove il gomitolo rotolerà, manda il tuo cavallo». Il principe Ivan rimontò sul suo destriero, fece rotolare il gmitolo e lo seguì; intanto la foresta si faceva sempre più fitta.
Giuge il principe Ivan a un’izbà, entra dalla porta; nell’izbà c’è un vecchio, bianco come la neve. «Buongiorno, nonno!» «Buongiorno, principe russo! Dove ti dirigi?» «Cerco Campestre Bianco; non sai dov’è?» «Aspetta, chiamerò i miei fedeli servitori e li interrogherò». Il vecchio uscì sulle scale, suonò una tromba d’argento: e all’improvviso, da tutte le parti, accorsero da lui bestie diverse. Il vecchio gridò con voce tonante e fischiò potentemente: «Animali corridori, miei fedeli servitori! Avete mai visto Campestre Bianco o sentito parlare di lui?». «No» rispondono le bestie «non l’abbiamo mai visto né sentito». «Su, contatevi, forse manca qualcuno». Le bestie si contarono: mancava la lupa guercia. Il vecchio la mandò a cercare; partirono di corsa dei messaggeri e la riportarono. «Dimmi, lupa guercia, conosci Campestre Bianco?» «E come non conoscerlo, se sto sempre incollata a lui; lui uccide i guerrieri e io divoro i loro cadaveri». «Dov’è ora?» «In mezzo alla pianura, in cima a un colle, dorme nella sua tenda. Ha combattutocon la baba-jaga dal piede d’oro e dopo la lotta si è addormentato e dormirà per dodici giorni». «Conduci da lui il principe Ivan». La lupa correva e il principe la seguiva a cavallo.
Giunge sul colle, entra nella tenda: Campestre Bianco dorme profondamente. «Le mie sorelle dicevano che Campestre Bianco combatteva senza sosta e io lo trovo che dorme per dodici giorni! E se mi facessi anch’io una dormitina?» Ci pensò un po’ sopra il principe Ivan e poi si stese accanto a lui. Allora un uccelletto volò nella tenda, inizia a svolazzare sopra le loro teste e dice queste parole: «In piedi, svegliati, Campestre Bianco, e uccidi mio fratello, il principe Ivan; sennò quando si alzerà sarà lui a uccidere te!». Il principe Ivan saltò su, acchiappò l’uccelletto, gli strappò la zampa destra, lo gettò fuori dalla tenda e si rimise a dormire accanto a Campestre Bianco. Non fece in tempo ad ddormentarsi che arriva un altro uccelletto, inizia a svolazzare sopra le loro teste e dice: «In piedi, svegliati, Campestre Bianco, e uccidi mio fratello, il principe Ivan; sennò quando si alzerà sarà lui a uccidere te!». Il principe Ivan saltò su, acchiappò l’uccelletto, gli strappò l’ala destra, lo gettò fuori dalla tenda e si rimise a dormire nello stesso posto. Dopo quello entra un terzo uccelletto, inizia a svolazzare sopra le loro teste e dice: «In piedi, svegliati, Campestre Bianco, e uccidi mio fratello, il principe Ivan; sennò quando si sveglierà sarà lui a uccidere te!». Il principeIvan saltò su, acchiappò l’uccelletto e gli strappò il becco; poi gettò fuori l’uccelletto e si rimise giù e si addormentò di un sonno profondo.
A un certo momento, Campestre Bianco si svegliò, guarda: al suo fianco è steso un prode sconosciuto; afferrò la sua spada tagliente e voleva ucciderlo, ma si fermò in tempo: “No” pensa “quest’uomo mi ha sorpreso nel sonno e non ha voluto bagnare la sua spada col mio sangue; sarebbe indegno e disonorevole per un cavalieri valoroso come me ucciderlo! Chi dorme è simile a un morto! Piuttosto, svegliamolo”. Svegliò il principe Ivan e chiede: «Sei un prode o un malvagio? Dimmi: come ti chiami e cosa ti ha condotto qui?». «Mi chiamo principe Ivan e sono venuto per conoscerti, per mettere alla prova la tua forza». «Sei molto audace, principe! Entri nella mia tenda senza invito, dormi accanto a me sena il mio permesso: solo per questo già meriteresti la morte!» «Eh, Campestre Bianco! Non hai ancora saltato il fossato e già ti vanti; attnto alle cadute! Hai due braccia, ma mia madre non mi ha certo partorito monco».
Montarono sui loro poderosi destrieri, si misero uo di fronte all’altro e si scontrarono, ma in modo così violento che le loro lance volarono in mille pezzi e i loro bei cavalli caddero in ginocchio. Il principe Ivan disarcionò Campestre Bainco e lo minacciava con la sua spada affilata. Campestre Bianco lo implorava: «Non darmi la morte, dammi la vita! Sarò per te un fratello cadetto, ti onorerò come un padre». Il principe Ivan gli tese la mano, lo aiutò a rialzarsi, lo baciò sulle labbra e lo dichiarò suo fratello cadetto: «Ho sentito, fratello, che da trent’anni combatti contro la baba-jaga da l piede d’oro, perché questa guerra?». «Perché ha una figlia molto bella che vorrei conquistare e sposare». «Bene» disse il principe «se siamo amici, dobbiamo aiutarci nelle difficoltà! Andiamo a combattere insieme!»
Montarono in sella ai loro cavalli, sbucarono in una vasta pianura; la baba-jaga dal piede d’oro aveva un’armata enorme. Come falchi lucenti che assalgono uno stormo di colombi, i magnifici prodi si scagliano sull’esercito nemico! Per quanto colpiscano con le loro spade, tanto più i loro cavalli calpestano e uccidono; sciabolarono, calpestarono migliaia di soldati. La baba-jaga si diede alla fuga, ma il principe Ivan la inseguì. Stava quasi per prenderla, quando improvvisamente quella raggiunse un profondo crepaccio, sollevò una lastra di ghisa e disparve sottoterra. Il principe Ivan e Campestre Bianco comprarono un gran numero di buoi, li uccisero, gli levarono la pelle e la tagliarono in strisce; con quelle strisce fecero una corda, ma tanto lunga che avrebbe unito questo mondo a quell’altro. Dice il principe a Campestre Bianco: «Fammi scendere subito nel crepaccio e non tirare su la corda, ma aspetta finché non ti faccio segno con uno strattone: allora tira!». Campestre Bianco lo fece scendere proprio in fondo alla voragine. Il principe Ivan si diede un’occhiata intorno e partì alla ricerca della baba-jaga.
Cammina cammina, guarda — ci sono dei sarti dietro un cancello. «Che fate?» «Ecco, principe Ivan: stiamo cucendo un’armata per la baba-jaga dal piede d’oro». «Come, state cucendo?» «È semplice: a ogni punto salta fuori un cosacco con una lancia, monta in sella, si mette in fila e va a cobattere contro Campestre Bianco». «Eh, fratelli, voi lavorate in fretta, ma il vostro lavoro manca di solidità; mettetevi in fila, vi insegnerò a cucire come si deve». Non appena quelli si furono allineati, il principe Ivan roteò la spada e li decapitò d’un sol colpo. Uccise i sarti e andò avanti. Cammina cammina, guarda — ci sono dei calzolai dietro un cancello. «Che fate? »Stiamo preparando un’armata per la baba-jaga dal piede d’oro». «Come, fratelli, state preparando un’armata?» «Allora: a ogni colpo di lesina, salta fuori un fuciliere, monta in sella, si mette in fila e va in guerra contro Campestre Bianco». «Eh, ragazzi, voi lavorate in fretta, ma il vostro lavoro è un po’ tirato via. Mettetevi in fila e vi insegnerò come far meglio». Appena quelli si furono allineati, il principe Ivan roteò la spada e li decapitò d’un sol colpo. Uccise i calzolai e si rimise in cammino.
Passarono ore o mesi, arrivò in una città grande e bella; in quella città c’era un palazzo reale dove abitava una fanciulla di beltà indescrivibile. Vide dalla finestra il bel cavaliere; le piacquero i suoi riccioli neri, gli occhi da falco, le sopracciglia di seta e l’andatura fiera; chiamò il principe e gli chiese dove andava e perché. Lui le disse che cercava la baba-jaga dal piede d’oro. «Ah, principe Ivan, sono sua figlia; ora sta dormendo un sonno di piombo, riposerà per dodici giorni». Lo condusse fuori città e gli indicò una strada. Il principe Ivan andò dalla baba-jaga dal piede d’oro, la trovò che dormiva, sguainò la sua spada e le tagliò la testa. La testa rotolò dicendo: «Colpisci ancora, principe Ivan!». «Un prode non deve colpire che una sola volta!», replicò il principe, tornò al palazzo dalla bella e sisedette con lei a una tavola di quercia riccamente imbandita. Dopo aver mangiato e bevuto a volontà, lui le chiese: «C’è qualcuno al mondo che sia più forte di me e più bello di te?». «Ah, principe Ivan! Non sono poi così bella! In un paese lontano, in un reame ai confini del mondo vive da un re-drago una principessa; è davvero un beltà indescrivibile: io non sono degna che di fare il bagno nell’acqua in cui lei si è lavata i piedi!»
Il principe Ivan prese la bella fanciulla per la bianca manina, la portò nel posto in cui pendeva la corda e fece il segnale a Campestre Bianco. Quello impugnò la corda e giù a tirare; tirò, tirò, finché il principe e la bella non furono tornati in superficie. «Buongiorno, Campestre Bianco» disse il principe Ivan «ecco la tua fidanzata; vivi e sii felice, senza darti pensiero di niente! Io parto per il reame del drago». Montò sul suo poderoso destriero, prese congedo da Campestre Bianco e dalla fidanzata di lui e se ne andò al galoppo verso il paese lontano. Passarono ore o mesi, cavalcò per monti e valli — si fa prima in una favola a raccontarlo che nella realtà a farlo — giunse al reame del drago, uccise il re-drago, liberò la bella principessa e la sposò; dopodiché tornò a casa e vissero con la giovane moglie felici e contenti, diventando sempre più abbienti.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Le oche-cigni.

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C’erano una volta un vecchio e una vecchia che avevano una figlia e un bambino piccolo. «Piccola, piccola mia» diceva la madre «noi andiamo a lavorare, ti porteremo del pane bianco, ti faremo un bel vestitino, ti compreremo un fazzoletto; ma tu fai la brava, bada al fratellino e non uscire dal cortile». I genitori se ne andarono, e la bambina si dimenticò le loro raccomandazioni: sistemò il fratellino sull’erba sotto la finestra e se ne corse in strada, a giocare, a divertirsi. Passarono le oche-cigni, afferrarono il piccolo e lo portarono via sulle loro ali. La bambina tornò… il fratellino era scomparso! Disperata, si precipitò di qua e di là: nessuno! Lo chiamò, pianse, si lamentò, pensando alla collera del padre e della madre, il fratellino non rispose! Corse in aperta campagna e in lontanza intravide per un attimo le oche-cigni che sparivano oltre il fitto bosco. Le oche-cigni da tempo godevano di una pessima reputazione: ne combinavano di tutti i colori e rapivano i bambini piccoli; la bambina indovinò che erano state loro a rapire il fratellino e si lanciò all’inseguimento. Corri corri, ecco un forno. «Forno, forno, dimmi, dove sono fuggite le oche-cigni?» «Mangia la mia galletta di segale e te lo dirò». «Oh, da mio padre non si mangiano nemmeno quelle di grano!» Il forno tacque. Corse avanti la bambina, ecco un melo. «Melo, melo, dimmi, dove sono fuggite le oche-cigni?» «Mangia le mie mele selvatiche e te lo dirò». «Oh, da mio padre non si mangiano neanche quelle del giardino!» Corse avanti, ecco un fiume di latte dalle rive di gelatina. «Fiume di latte, rive di gelatina, dove sono fuggite le oche-cigni?» «Mangia della semplice gelatina bagnata di latte e te lo dirò». «Oh, da mio padre non si mangia nemmeno la panna!»
Avrebbe a lungo corso per i campi e vagato per il bosco se, per sua fortuna, non avesse incontrato un porcospino; fu tentata di spingerlo via, ebbe paura di pungersi e chiese: «Porcospino, caro porcospino, non hai per caso visto dove sono fuggite le oche-cigni?». «Di là!», indicò quello. La bambina corse, ecco un’izbà su piedi di gallina: un momento sta ferma, un momento gira su se stessa. Dentro c’è la baba-jaga, faccia ossuta, gamba argillosa; c’è anche il fratellino su una panchetta, gioca con delle melucce d’oro. La sorella lo vide, si avvicinò quatta quatta, lo afferrò e lo portò via; ma le oche-cigni la inseguirono a volo; la stanno per raggiungere, le scellerate, dove cacciarsi? Corre il fiume di latte tra le rive di gelatina. «Fiume caro, nascondimi!» «Mangia della mia gelatina!» Non c’era altro da fare: la bambina ne mangiò. Il fiume la nascose sotto i suoi argini e le oche-cigni passarono oltre. La bambina uscì, disse: «Grazie!» e corse avanti col suo fratellino; ma le oche-cignierano tornate indietro e le volano incontro. Che fare? Che disgrazia! Ecco il melo. «Melo, caro melo, nascondimi!» «Mangia la mia mela selvatica!» La bambina si affrettò a mangiarla. Il melo la abbracciò con i suoi rami e la coprì con le sue foglie; le oche passarono oltre. Lei uscì e si rimette a correre col fratellino, ma le oche l’avevano vista e la inseguivano; la raggiungono, già la stanno colpendo con le loroali e a momentile strappanodalle mani il fratellino! Per fortuna, c’è il forno sulla strada. «Signor forno, nascondimi!» «Assaggia la mia galletta di segale!» La bambina si mise in bocca subito la galletta e via dentro il forno a sedere nell’abboccatoio. Le oche volarono, volarono, gridarono, gridarono, ma a mani vuote tornarono. Quanto alla bambina, arrivò di corsa a casa e fu un bene che facesse in tempo ad arrivarci, perché a quel punto il padre e la madre rientrarono.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Buon Compleanno!

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Non è il numero degli anni a contare, quel che conta è che mi ritrovo a festeggiare un altro compleanno e, per la prima volta, non ho alcuna voglia di farlo.

4 mesi
18 settimane
126 giorni
3.024 ore
181.440 minuti
10.886.400 secondi

Questo è, a oggi, il saldo del conto che vorrei presentare alla vita per non essersi fermata ad aspettarmi mentre l’AnarcoPatia mi costringeva, e continua a costringermi, a un immobilismo quasi assoluto.

Secondo l’inflazionatissima metafora che paragona la vita dell’essere umano a un libro, gli anni potrebbero essere i capitoli, e io ora mi sento come se qualcosa mi stesse obbligando a passare al capitolo successivo senza avermi dato la possibilità di concludere con calma quello in corso.
Il risultato non può essere altro che una sensazione di vuoto, come di un buco nella trama che rende difficile continuare a seguire la storia in maniera fluida e comprensibile.
È come se un lettore un po’ maldestro, in un attimo di distrazione, avesse rovesciato la sua tazza di caffè su quelle pagine e un terzo di quel capitolo fosse andato perduto per sempre: la carta macchiata, l’inchiostro sciolto, le parole incomprensibili, la storia in qualche modo amputata.

Non ci sarà un’altra opportunità di scrivere delle mostre non viste, degli eventi mancati, degli incontri annullati, dei dolci non preparati, dei luoghi nonvisti, degli inviti declinati, delle cene saltate, delle esperienze perse, delle occasioni sacrificate, perché il tempo scorre a senso unico e voltarsi a guardare indietro di rado è una buona idea, anzi, molto spesso può essere pericoloso: si rischia di non notare l’ennesimo ostacolo e di schiantarcisi.

Non sono mai stata molto dedita alle feste comandate, le uniche a cui ho sempre tenuto in modo particolare sono proprio i compleanni, perché li considero momenti unici, in cui coccolare e viziare le persone a cui tengo, ma quest’anno è proprio il mio giorno ch mi sta mandando in crisi: non riesco a liberarmi di questo senso di privazione costante. Penso a “come avrei festeggiato se…” e mi rendo conto che concedermi un intero fine settimana “normale” potrebbe vanificare tutto l’ultimo mese di sforzi e sacrifici, così, invece di pensare a divertirmi e a godermi la mia festa, mi ritrovo a scervellarmi nella maniacale ricerca di alternative che siano all’altezza delle mie abitudini.

Angosciata: ecco come mi sento.
Per la mia incapacità di fare i passi che vorrei e la mia impotenza di fronte a quelli imposti.

E ora che mi sono sfogata, mettiamo su il mio miglior sorriso e prepariamoci ad affrontare questa bizzarra giornata… buon compleanno a me!

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Macchietta d’olio.

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Da martedì mattina sono ufficialmente un ingranaggio omologato della perversa macchina del lavoro a tempo indeterminato. Alla veneranda età di 32 anni, mi hanno assegnato il mio numerino nei registri e piazzata nella mia casellina predeterminata nel grande archivio dei lavoratori “fortunati”, quelli che accettano qualunque condizione pur di continuare ad avere uno stipendio che gli consenta di (soprav)vivere.

Sia chiaro, non mi lamento, anzi!
Il tono polemico è uno strascico delle mirabolanti peripezie che ho dovuto attraversare per giungere all’agognato traguardo: mi limito a dichiarare che si è più e più volte rasentato il ridicolo.
A fronte di questo la domanda è una sola: perché?

Passi che non si possa pretendere, meno che mai coi tempi che corrono, di trovare il proprio lavoro ideale, ma anche ammesso che si riesca a trovarne uno qualunque, di lavoro, perché ci vogliono mesi, se non anni, per “stabilizzare” la propria situazione?
Perché se hai una qualifica vogliono l’esperienza, se hai l’esperienza vogliono una qualifica, e magari se le hai entrambe non ti assumono lo stesso perché “dovremmo pagarti troppo e non ce lo possiamo permettere”.
Come fai, fai, sbagli.
Come sei, sei, non sei mai abbastanza.

È qui che scatta l’apatia.
Non intesa come disinteresse e menefreghismo, ma come strategia di autodifesa, come unica via percorribile per la sopravvivenza.
Quando le due paroline magiche “tempo indeterminato” fanno capolino nella travagliata esistenza della precaria, d’improvviso è come se la piccola, preoccupante crepa che da tempo ormai immemore minava la sua stabilità mentale cedesse, aprendosi in una vera e propria voragine in cui si riversa l’irruenta cascata di tutte le ansie, le paure e le preoccupazioni che ne hanno angustiato la vita per interminabili mesi.
Un’inaspettata boccata d’aria fresca riempie i polmoni della poveretta e d’un tratto è il silenzio.
Di colpo tutte le fastidiose vocine che ti riempivano la testa tacciono e tu, quasi spaesata, fai una cosa che non facevi da così tanto tempo da aver dimenticato l’ultima volta che te l’eri concessa: respiri.

È una cosa rapidissima, questione di pochi istanti, poi tutto riprende come prima, con la sola, non certo trascurabile, differenza di una leggerezza prima estranea, una sensazione del tutto sconosciuta che ti si insinua nel cervello per insegnarti un concetto nuovo, o meglio ancora, per rilasciarti un’autorizzazione in cui non speravi quasi più: ora puoi iniziare a costruirti la tua vita.

Tempo fa, durante un corso di formazione, la docente di comunicazione mi colse un po’ di sorpresa con questo commento: «Non sono mai stata a favore dell’atteggiamento comunicativo passivo, anche se negli anni mi sono resa conto che possa diventare una sorta di “armatura” difensiva. Tu però sei proprio una macchietta d’olio: non è che non ti metti in gioco nel tentativo di preservarti, è che proprio tutto quello che riguarda il tuo ambito lavorativo ti scivola addosso. A volte vorrei proprio saper essere come te».
Mi pare abbastanza evidente che non fosse proprio un complimento, ma la verità è che quando il lavoro si spoglia di ogni suo valore sociale, intellettuale e umano, gli resta solo quello economico, e quando lavori solo perché hai bisogno dello stipendio, di tutto il resto finisce per importarti davvero ben poco.
Capisci che le cose a cui vale la pena dedicare il poco tempo e le poche energie di cui puoi disporre a tuo piacimento sono altre, e l’entusiasmo per quella cosa che, si dice, dovrebbe nobilitare l’uomo, il lavoro per l’appunto, scema poco a poco fino a svanire, facendone un mero mezzo di sostentamento, a volte addirittura una sorta di “finanziamento” per progetti alternativi con cui ci si augura di riuscire, un giorno, a sostituire la mesta routine quotidiana, che pure si è tanto faticato per costruire.

È così che il lavoro di tutti i giorni diventa poco più che un mezzo, uno svilito strumento per raggiungere fini e obiettivi altri, per provare ad alimentare i sogni nella speranza che crescano a sufficienza da realizzarsi.
Già, realizzarsi, quell’utopia che la mia disorientata generazione insegue da sempre, con tenacia, senza però mai venirne a capo.

Pessimista? Forse…
Ma sono abbastanza convinta di essere in solidale e, ahimè, abbondante compagnia.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Il gatto, il gallo e la volpe.

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C’era una volta un vecchio che aveva un gatto e un gallo. Il vecchio se ne andò nel bosco a lavorare, mentre il gallo fu lasciato a far la guardia alla casa. In quel momento arrivò una volpe.

Chicchirichì Galletto,
Cresta d’oro, graziosetto!
Mostrati, fatti ammirare,
Ti darò dei piselli da mangiare.

Così cantava la volpe, seduta sotto la finestra. Il gallo aprì la finestra e mise fuori la testina per vedere chi cantasse. La volpe afferrò il gallo e lo portò via. Il gallo iniziò a gridare: «La volpe mi ha preso, porta il gallo per boschi scuri, verso paesi lontani, verso terre straniere, terre ai confini del mondo, in un reame ai confini del mondo, in uno stato ai confini del mondo. Gatto Gattonovič, salvami!». Il gatto nel campo sentì la voce del gallo, si lanciò all’inseguimento, raggiunse la volpe, liberò il gallo e lo riportò a casa. «Sta’ attento, Galletto» gli dice il gatto «non ti affacciare più, non credere alla volpe; ti mangerà senza lasciare nemmeno un ossetto».
Il vecchio se ne andò di nuovo nel bosco a lavorare e il gatto gli portò da mangiare. Andandosene, il vecchio raccomandò al gallo di fare la guardia alla casa e di non affacciarsi. Ma la volpe stava spiando, aveva una voglia matta di mangiare il gallo; si avvicinò all’izbà e iniziò a cantare:

Chicchirichì Galletto,
Cresta d’oro, Graziosetto!
Mostrati, fatti ammirare,
Ti darò dei piselli da mangiare,
Tanto grano da scoppiare.

Il gallo camminava avanti e indietro per l’izbà e taceva. La volpe di nuovo iniziò a cantare la sua canzoncina e lanciava dei piselli attraverso la finestra. Il gallo beccò i piselli e dice: «No, volpe, non mi inganni! Tu vuoi mangiarmi senza lasciare nemmeno un ossetto». «Ma cosa dici, Galletto! Io volerti mangiare! Vorrei solo che tu venissi ospite da me, che vedessi come me la passo e dessi un’occhiata alle mie cose!», e giù a cantare:

Chicchirichì, Galletto,
Cresta d’oro, graziosetto!,
Con le piume varipinte!
Mostrati, fatti ammirare,
Dei piselli hai avuto in dono,
Ti darò anche del grano.

Il gallo diede solo un’occhiata dalla finestra e subito la volpe lo afferrò. Il gallo si mise a gridare a squarciagola: «La volpe mi ha preso, porta il gallo per boschi scuri, per fitte pinete, per monti e mari; vuole mangiarmi senza lasciare nemmeno un ossetto!». Il gatto nel campo sentì, si lanciò all’inseguimento, liberò il gallo e lo riportò a casa: «Non ti avevo: non aprire la finestra, non affacciarti, la volpe vuole mangiarti senza lasciare nemmeno un ossetto? Sta’ attento, dammi ascolto! Domani saremo molto lontani».
Il vecchio di nuovo se ne andò a lavorare e il gatto gli portò da mangiare. La volpe scivolò sotto la finestra e iniziò a cantare la stessa canzoncina; cantò tre volte, ma il gallo non fiatava. La volpe dice: «Guarda un po’, il gallo oggi è diventato muto!». «No, volpe, non mi inganni, non mi affaccerò». La volpe iniziò a lanciare piselli e grano attraverso la finestra e riprese a cantare:

Chicchirichì Galletto,
Cresta d’oro, graziosetto,
Con le piume variopinte!
Mostrati, fatti ammirare,
Ho un enorme appartamento
Pieno di chicchi di frumento:
Mangerai fino a scoppiare!

Poi aggiunse: «Se tu vedessi, Galletto, quante rarità ci sono da me! Mostrati dunque, Galletto! Basta, non credere al gatto. Se avessi voluto davvero mangiarti, l’avrei fatto da un pezzo; invece, vedi, mi sei simpatico, ti voglio far vedere il mondo, darti dei buoni consigli e insegnarti a vivere. Andiamo, Galletto, mostrati, mi metterò dietro l’agolo!», e si appiattì di più contro il muro. Il gallo saltò su una panca e guardò lontano, per assicurarsi che la volpe se ne fosse andata. Ma non appena si fu affacciato, la volpe lo afferrò e chi s’è visto s’è visto.
Il gallo si mise a gridare come al solito, ma il gatto non lo sentì. La volpe portò il galletto oltre la giovane abetaia e se lo mangò, lsciando sparpagliare al vento la coda e le piume. Il vecchio e il gatto arrivarono a casa e non trovarono il gallo; per quanto si affliggessero, alla fine dissero: «Ecco dove conduce la disubbidienza!».

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Moglie e marito.

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C’erano una moglie e un marito, all’apparenza tutto andava bene, ma la moglie era un po’ strana: se il marito parte — è contenta, se torna — si sente male; e non faceva altro che cercargli da fare, sbolognarlo; oggi lo manda di là, domani in un altro posto, e senza di lui fa festini, banchetti! Arriva il marito — tutto pulito e in ordine; lei geme, è malata, sta stesa sulla panchetta. Il marito ci crede, per poco non piange anche lui. Ecco che una volta la moglie ebbe l’idea di mandarlo a prendere una medicina a Krymgrad. Il marito andò. Per la strada incontrò un soldato: «Dove vai, contadino?». «A Krymgrad per una cura!» «Chi è malato?» «Mia moglie!» «Torna indietro, torna indietro senza indugio; io stesso sono esperto, verrò con te!» Lo fece voltare, e si ritrovò il contadino di nuovo nella sua aia. «Siedi qui tu» dice l’esperto «io capirò subito qual è la malattia».
Entrò nel cortile, appoggiò l’orecchio all’izbà: giochi, salti, divertimenti! Cominciò ad agitarsi il petto del soldato, diede un colpo alla porta, si spalancò l’izbà: la padrona l’attraversa veloce come un cigno, davanti a lei un giovane è scatenato in un ballo, sul tavolo dei bicchieri pieni di un bel vinello. Arrivò il soldato a tempo, bevve una coppa e si mise a ballare; piacque alla padrona: che soldato, che fusto! Premuroso, sagace, come se avesse vissuto lì da un secolo! Al mattino bisogna cuocere dei dolci. «Soldato fai un salto nell’aia, porta una manciata di paglia».
Il soldato andò; raccolse la paglia, ci avvolse il marito, lo legò con una corda, se lo buttò in spalla e lo portò alla padrona. La padrona, contenta, attaccò una canzoncina: «È andato mio marito a Krymgrad a comprare un filtro forte, per curare con quel filtro la pancia alla consorte! Che non ci possa arrivare e non ne possa tornare! Soldato, accompagnami!». Il soldato iniziò la sua canzone: «Lo senti, paglia, lo senti che canaglia?». «Oh, la tua non è bella, la mia è meglio; su, insieme: è andato mio marito a Krymgrad a comprare un filtro forte, per curare con quel filtro la pancia alla consorte». Lei canta forte, ma il soldatoancora più forte: «Lo senti, paglia, lo senti che canaglia? La frusta è appesa al muro, la schiena picchia duro!». La paglia sentì, si scosse, ruppe la corda, il fascio si sparpagliò, e saltò fuori il marito, afferrò la frusta e giù a frustare la padrona. Come per magia, guarì la moglie.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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I ciechi.

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A Mosca dalle pietre bianche viveva un ragazzo che lavorava come bracciante; pensò di andare al paese per l’estate e chiese al padrone la liquidazione. Ma non gli toccarono molti soldi, in tutto solo mezzo rublo. Prese la moneta e oltrepassò la barriera di Kaluga; guarda: su un baluardo sta seduto un mendicante cieco e chiede l’elemosina in nome di Cristo. Il contadino pensa che ti ripensa ne ebbe pietà; gli diede il mezzo rublo e dice: «Questo è mezzo rublo, vecchio; prendine per il bene di Cristo due copeche, e ridammene quarantotto di resto». Il cieco si mise il mezzo rublo in borsa e di nuovo attaccò: «Ortodossi, fate la carità in nome di Cristo a un cieco non vedente!». «Che fai vecchio? Dammi il resto». Ma quello come se non sentisse: «Non è niente, caro! Il solicelloè ancora alto, ce la farò a trascinarmi pian pianino fino a casa». «Ma che sei diventato sordo? Io stesso devo fare buone quaranta verste, i soldi mi servono per il viaggio!» Colpì il contadino un dolore più forte di un coltello affilato: «Ehi» dice «vecchio diavolo! Dammi il resto; altrimenti ti aggiusterò alla mia maniera!». E iniziò a voltarlo da ogni lato. Il cieco si mise a gridare a squarciagola: «Aiuto, mi derubano! Aiuto, soccorso!».
Ebbe paura il contadino di ritrovarsi nei guai, mollò il cieco; meglio, pensa tra sé, fuggire dal peccato, altrimenti da un momento all’altro accorreranno le guardie, e mi riportranno in città! Si allontanò di una decina di passi o più, si fermò sulla strada e non fa che guardare il mendicante: è che gli dispiaceva per i suoi soldi sudati! E quel cieco camminava con due stampelle, e ambedue le stampelle erano sistemate accanto a lui: una dal lato destro, l’altra dal sinistro. Si infiammò il cuore del contadino, contento di fargli del male: «Aspetta un po’ ch ti abbia portato via una stampella e voglio vedere come ti trascinerai a casa!». Allora si avvicinò pian pianino e portò via una stampella; il cieco rimase seduto per un po’, spalancò i bianchi degli occhi verso il sole e dice: «Be’, il solicello non è tanto alto; dev’essere tempo di rientrare a casa. Ehi voi, stampelline, belle signorine! Non è il momento di andare a casa?». Si mise a cercare dai due lati: a sinistra la stampella c’è, ma a destra no: «È già da tempo che questa stampella mi dà noia! Non la trovo mai subito». Cercò-cercò e dice tra sé: «Forse qualcuno si è divertito alle mie spalle! Ma non importa: ce la farò anche con una». Si alzò e si trascinò su un’unica stampella; dietro di lui si avviò anche il contadino.
Cammina cammina, non lontano dal villaggio, proprio sul margine del bosco, ci sono due vecchie casette. Si avvicinò il vecchio a una casetta, si tolse la cinta, tirò fuori dalla cinta una chiave e aprì la sua cella; aveva appena spalancato la porta che il contadino ci entrò alla svelta, si introdusse davanti a lui, sedette sulla panca e teneva il fiato. “Vedrò” pensa “cosa succederà.” Ecco che il cieco entrò nella casetta, mise dall’interno il gancetto alla porta, si voltò verso l’angolo anteriore e pregò per un po’ alle sacre icone; dopodiché gettò la borsa e il cappello su un bancone e si infilò sotto la stufa: e giù a far rumore padelle e forchettoni. Poco dopo trascina fuori da lì un barilotto; lo tirò fuori, lo mise sul tavolo e iniziò a far cadere dalla borsa i soldi raccolti e a metterli nel barilotto; quel barilotto aveva di lato una piccola fessura, in modo da lasciar passare una monetina di rame. Ci mise i soldi, e disse queste parole: «Grazie a Dio! A stento ho raggiunto i cinquecento rubli; e grazie a quel giovanotto che mi ha dato mezzo rublo; se non mi fosse capitato, sarei rimasto seduto sulla strada ancora almeno tre giorni».
Ridacchiò il cieco, sedette sul pavimento, si mise a gambe aperte e giù a far rotolare il barilotto con i soldi; lo fa rotolare lontano da sé, e quello colpisce la parete e gli ritorna indietro.“Fammelo un po’ aiutare” pensa il contadino “deve smetterla, vecchio diavolo, di darsi tono!”, e subito mise le mani sul barilotto con i soldi. «To’, si sarà agganciata alla panca!», dice il cieco e andò a tastare; tastò, tastò, nulla trovò; si spaventò, poveretto, socchiuse la porta, tirò fuori la testa e si mise a gridare: «Pantelej, ehi, Pantelej! Vieni un po’ qui, fratello!».
Arrivò Pantelej, anche lui cieco; viveva accanto al primo, nella cella vicina. «Che succede?», chiede. «Vedi un po’ che roba è successa! Rotolavo sul pavimento il barilotto con i soldi, ma dove si è cacciato ora — non lo so davvero; non è uno scherzo: cinquecento rubli! Non li avrà soffiati qualcuno? Mi sembrava non ci fosse nessuno nell’izbà». «Ben ti sta!», disse Pantelej. «Ma tu devi proprio essere fuori di testa, vecchio! Come un ragazino si mette a giocare con i soldi; ecco, ora piangi pure per il tuo gioco! Se avessi fatto alla mia maniera: anch’io ho i miei cinquecento rubli, su per giù, ma li ho cambiati in assegnati e li ho cuciti in questo vecchio cappelletto; non credo nessuno se ne lasci tentare!».
Il contadino sentì quelle parole e pensa: “Bene! Il cappello non ce l’hai mica inchiodato sulla testa!”. Pantelej entrò nell’izbà, appena ebbe oltrepassato la soglia, il contadino zaffete! gli toglie il cappello, e via, corse a casa senza voltarsi. E Pantelej pensò che gli avesse rubato il cappello il vicino, lo afferrò per il muso: «Da noi, fratello, non si fa così! Hai perso i tuoi soldi e ti fanno gola quelli degli altri!». Si accapigliarono i due e ci fu una gran lotta. Mentre lottavano, il contadino se n’era già andato lontano; con quei soldi si rimise completamente in sesto e visse come un pascià.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

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Tre su tre.

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Proprio come il mese scorso, eccoci di nuovo a una settimana che si apre con un 13 e si conclude con un 17. A febbraio quella settimana per me era iniziata con tre medici in tre giorni.
Febbraio è finito, con dei prelievi, e marzo è iniziato, con una visita di controllo in cui mi hanno pasticciato ancora i dosaggi della terapia: mese nuovo, copione ormai vecchio e scontato.
Che dire? Non male!

Non è su questo però che si sta focalizzando la mia attenzione, bensì sulla mia persistente incapacità di programmare il lavoro, perfino quello che faccio volentieri: la scarsa produttività di queste ultime settimane ne è la prova lampante.

«Sono i farmaci», mi dicono tutti, ma in fondo che differenza fa quale sia la causa?
Malattia in sé o effetti collaterali della terapia, resta il fatto che il cervello non è lucido e reattivo come dovrebbe.

Dopo mesi, si era deciso a partorire un’idea decente, un progetto che, per una volta, sembrava essere interessante, solido, addirittura ragionevole, ma poi si è fermato lì. Non riesce a fare il passo successivo, procedendo dall’illuminazione divina alla messa in atto pratica, e mi ritrovo per l’ennesima volta in un esasperante stato di stallo. Nella testa funziona tutto benissimo, ma poi non riesco a dare alle cose una forma concreta e questo mi fa ammattire.

La frequentazione assidua e obbligatoria di ambienti medici e ospedalieri ha l’aberrante capacità di destabilizzare e riorganizzare a proprio piacimento la scala delle priorità umane.
Occuparti di tutto quello di cui ti DEVI occupare ti sfinisce al punto che non ti restano energie per occuparti di quello di cui VORRESTI occuparti.

Giusto qualche giorno fa, ad esempio, mi sono resa conto che la crescente difficoltà nel concentrarmi mi ha resa intollerante al rumore. Io che leggevo, spesso addirittura studiavo, nel caos regnante di un treno pendolari o camminando sulla banchina sovraffollata della metropolitana, ora fatico a concentrarmi nel silenzio e nella solitudine più assoluti.
Avevo una mia teoria riguardo a questo, secondo cui il frastuono fa da incentivo a concentrarsi meglio, mentre nel silenzio è più facile che un singolo suono riesca a distrarre l’attenzione, ma ora di quella teoria me ne faccio ben poco.

I progetti vanno a rilento, arranco a rispettare le scadenze, imposte o autoimposte che siano, lo studio va a rilento, sembra quasi che nella testa non ci sia più spazio per nuove nozioni, la scrittura e la lettura vanno a rilento, gli strafalcioni abbondano e lo stile zoppica, la “reclusione” invece continua.
È come vivere in un acquario: spazio ben delimitato e una lentezza d’azione quasi surreale.
Non che questo mi fermi o mi impedisca di continuare a provarci, è solo che a volte mi strema, mi sfinisce. Sul lungo termine il continuo dover investire energie doppie, se non triple, per fare qualunque cosa, può diventare logorante.

Il risultato di tutto questo è una serie di post che, almeno a me, sembrano tutti uguali, in cui prima mi lagno e poi tento di farmi coraggio da sola.
Che tristezza…

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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8 Marzo: the day after.

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Bene. L’8 Marzo è passato. E oggi?

Un solo giorno all’anno per celebrare le donne mi sembra davvero una gran presa in giro a fronte del trattamento che poi ci viene riservato negli altri 364, per questo tendo a non festeggiarlo.

Trovo alquanto paradossale che moltissime donne in tutto il mondo abbiamo passato questo 8 Marzo, loro presunta festa, in piazza, manifestando per rivendicare diritti che dovrebbero esser loro riconosciuti in quanto esseri umani, ancor prima che in quanto donne.

Se vuoi fare figli i costi sono proibitivi, se vuoi abortire devi sperare in quella risicata fetta di medici non obiettori, una volta che i figli ce li hai nessuno ti aiuta con un minimo di servizi.
Sul lavoro, sorvolando sulle innegabili influenze del fattore figli anche in questo ambito, a parità di competenze ed esperienza, siamo pagate dal 16% al 30% in meno dei colleghi uomini, in tutti i settori e qualunque sia la mansione. Per non parlare di quando un lavoro proprio non ce l’hai e, nel cercarlo, la domanda principale che ti senti sottoporre è, per l’appunto: «Ha figli? Ha intenzione di averne?» E se fosse? Mi dicano, lor signori, quale improvviso e irreparabile deficit apporterebbe la cosa alle mie capacità professionali?
Uomini incapaci di ammettere che una donna possa essere brava quanto loro, magari anche di più, uomini incapaci di accettare che una donna possa lasciarli, uomini incapaci di capire che una donna è, innanzi tutto, una persona, proprio come loro.

Credo non si contino gli approfondimenti possibili sulla questione della discriminazione di genere, ma per chi volesse dilettarcisi è sufficiente aprire qualunque quotidiano, ascoltare qualunque notiziario, alla radio o in TV, prendere in biblioteca uno dei molti saggi, frequentare gli incontri di una delle tante associazioni, insomma, ce n’è per tutti i gusti.

In questo triste scenario, per rimanere fedele a me stessa, io voglio proporvi due libri:

Storie della buonanotte per bambine ribelli. 100 vite di donne straordinarie.
di Francesca Cavallo e Elena Favilli; tradotto da L. Baldinucci
Edito da: Mondadori

Cattive ragazze. 15 storie di donne audaci e creative.
di Assia Petricelli e Sergio Riccardi
Edito da: Sinnos

Recentissimo il primo, un po’ meno il secondo, sono due libri che parlano di donne alle donne. Un totale di 111 storie di donne semplici ma meravigliosamente complesse, come solo le donne sanno essere, incredibili e comuni allo stesso tempo, raccolte perché le donne non dimentichino mai il loro valore e quanto lontano la loro passione e la loro determinazione possano portarle.

 
 

Donne, rompiamo il Silenzio!

 
 

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