I bambini promessi sposi.

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C’erano una volta due ricchi mercanti: uno di Mosca e l’altro di Kiev; viaggiavano spesso insieme per commercio e divennero molto amici. Un giorno il mercante di Kiev arrivò a Mosca, si incontrò col suo amico e gli dice: «Dio mi ha concesso una grande gioia: mia moglie ha partorito un bel bambino!». «A me, invece, è nata una figlia!», risponde il mercante di osca. «Via! Accordiamoci: io ho un figlio, tu una figlia, niente di meglio: fidanzato e fidanzata! Quando cresceranno, li faremo sposare e diventeremo parenti». «Bene, ma questa non è cosa da farsi con tanta leggerezza. Metti che tuo figlio rompa con la sua fidanzata; dammi ventimila rubli in pegno!» «E se tua figlia morisse?» «Be’, allora avrai i soldi indietro!» Il mercante di Kiev tirò fuori i ventimila rubli e li diede a quello di MOsca; quello li prese, torna a casa e dice alla moglie: «Sai che ti dico? Ho già promesso in sposa nostra figlia!». La moglie si meravigliò: «Che dici! Sei diventato matto? Ma se è ancora nella culla!». «E cosa importa che è ancora nella culla? Io l’ho promessa lo stesso: intanto ho avuto ventimila rubli in pegno».
Bene. Vivono i mercanti ognuno nella propria città, non si fanno visita: sono lontani, e gli affari andavano in modo tale che bisognava restare a casa. Intanto i loro figli crescono senza sosta: il ragazzo è bello, ma la ragazza ancor di più. Passarono diciotto anni; il mercante di Mosca vide che non aveva più notizie dal suo vecchio conoscente, e fece fidanzare la figlia con un colonnello. Nel frattempo, il mercante di Kiev chiama a sé il figlio e gli dice: «Va’ a Mosca; lì c’è un lago, in quel lago ho messo una rete; se nella rete è caduta un’anatra, porta l’anatra, se non c’è l’anatra, allora riporta la rete». Il figlio del mercante si equipaggiò e andò a Mosca; cammina cammina, ecco che è già vicino, è rimasta solo una fermata. Doveva attraversare un fiuma, e sul fiume c’era un ponte: una metà è lastricata, l’altra no.
Per quella stessa strada, per caso, passava anche il colonnello; si avvicinò al ponte e non sa come arrivare dall’altra parte. Vide il figlio del mercante e chiede: «Tu dove vai?». «A Mosca». «Perché?» «Là c’è un lago, in quel lago, diciotto anni fa, mio padre mise una rete, e ora mi ha mandato a vedere se nella rete è cadua un’anatra: se c’è, devo riportarla, se non c’è, devo riportare la rete». “Ecco una bella incombenza!” pensa il colonnello. “Può forse resistere per diciotto anni una rete? Ma, ammesso pure che la rete abbia resistito, come potrebbe un’anatra essere sopravvissuta tanto tempo?” Pensa che ti ripensa, cercò di indovinare, ma non ce la poté fare. «E come faremo» disse «a passare il fiume?» «Io andrò avanti col dietro!», disse il figlio del mercante; spronò i cavalli, arrivò alla metà del ponte e iniziò a passare le travi dietro davanti, lastricò l’altra parte del ponte e arrivò dall’altro lato; insieme a lui passò anche il colonnello. Ecco che arrivarono in città. «Tu dove ti fermi?», chiede al figlio del mercante il colonnello. «In quella casa dove primavera e inverno stanno alla porta». Si salutarono e ognuno andò per la sua strada.
Il figlio del mercante si fermò da una povera vecchia; il colonnello, invece, andò dalla fidanzata. Là gli diedero da bere, da mangiare, gli chiesero del viaggio. Quello allora racconta: «Ho incontrato il figlio di un mercante, gli ho chiesto: perché vai a Mosca? E quello in risposta: a Mosca c’è un lago, in quel lago, diciotto anni fa, mio padre ha messo una rete, e ora mi ha mandato a vedere se nella rete è caduta un’anatra: se c’è, devo riportarla, se non c’è, devo riportare la rete! Poi ci è toccato attraversare un fiume; su qel fiume c’era un ponte, per metà lastricato e per metà no. Io cercavo di farmi venire in mente come passare dall’altra parte. Il figlio del mercante, invece, ha capito subito tutto, ha attraversato col dietro davanti e mi ha fatto passare». «E dove ha preso alloggio?», chiede la fidanzata. «In quella casa dove primavera e inverno stanno alla porta».
La figlia del mercante, allora, corse in camera sua, chiamò la sua cameriera e le ordina: «Porta una brocca di latte, una pagnotta e un cestino di uova; bevi dalla brocca, addenta la pagnotta, assaggia un uovo dal cestino. Poi va’ in quella casa dove sono legati sulla porta l’erba e il fieno; trova il figlio del mercante, dagli il pane, il latte e l’uovo e chiedi: il mare sta tra le sue rive o è caduto? La luna è piena o calante? Le stelle sono tutte in cielo o sono rotolate giù?». Arrivò la cameriera dal figlio del mercante, gli diede i doni e chiede: «Il mare sta tra le sue rive o è caduto?». «È caduto». «La luna è piena o calante?» «Calante». «Le stelle sono tutte in cielo?» «No, una è rotolata giù». La cameriera tornò a casa e riferì le risposte alla figlia del mercante. «Be’, padre» dice la figlia del mercante «il vostro fidanzato non mi serve; io ho il mio da tempo: col padre ti sei accordato, la tua parola gli hai dato». Subito mandarono a prendere il vero fidanzato, iniziarono a preparare le nozze e la festa, e il colonnello venne rifiutato. A quelle nozze sono stato, ho bevuto del moscato, sui miei baffi è scivolato, nella bocca non è andato.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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La principessa-Musona.

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Il mondo è proprio grande! Ci vivono i ricchi e i poveri, e c’è spazio per tutti, e Dio vede e giudica tutti allo stesso modo. Ci vivono gli opulenti, e festeggiano; ci vivono i poveretti, e lavorano; a ognuno il proprio destino!
Nei palazzi reali, nelle sale principesche, in un alto appartamento si pavoneggiava la principessa-Musona. Che vita faceva, che libertà, che lusso! Aveva tutto quello che una persona può desiderare; e tuttavia non sorrideva mai, non rideva mai, il suo cuore non si era mai rallegrato per niente.
Lo zar suo padre non sopportava più di vedere la figlia triste. Aveva aperto i suoi palazzi reali a chiunque volesse essere suo ospite. «Che tentino» dice «di rallegrare la principessa-Musona; chi ci riuscirà, quello la avrà in moglie». Appena pronunciate queste parole, subito un sacco di gente iniziò ad affluire ai portoni reali! Vengono da ogni parte, a cavallo, a piedi, principi e zar, boiari e cortigiani, militari e gente semplice; iniziarono festini, scorreva l’idromele: la principessa continuava a non ridere.
All’altro estremo del paese, nel suo angoletto, viveva un onesto bracciante; ogni mattina il cortile puliva, ogni sera il bestiame pascolava, senza sosta lavorava. Il suo padrone — un uomo ricco, sincero, non lo ingannava sulla paga. Appena finì l’anno, gli mise un sacchetto di soldi sul tavolo: «Prendi» dice «quanto vuoi!», e poi uscì. Il bracciante si avvicinò al tavolo e pensa: che non sia un peccato davanti a Dio, che non abbia dato troppo per un lavoro? Prese solo un soldino, lo strinse nel pugno e pensò di bere un po’ d’acqua, si chinò su un pozzo, il soldino gli cadde e andò a fondo.
Rimase, poveretto, senza niente. Un altro al suo posto avrebbe pianto, si sarebbe afflitto e per l’angoscia avrebbe incrociato le braccia, ma lui no. «È Dio» dice «che manda tutto; il Signore sa cosa dare e a chi: a qualcuno distribuisce soldi, a qualcuno toglie gli ultimi. Evidentemente, non sono stato abbastanza zelante, ho faticato poco, ora diventerò più solerte!» E di nuovo si mise al lavoro: ogni cosa nelle sue mani aveva ottima riuscita! Finì il termine, passò ancora un anno, il padrone gli mise un sacchetto di soldi sul tavolo: «Prendi» dice «quanto vuoi!», e poi uscì. Il bracciante di nuovo pensa di non far adirare Dio, di non prendere troppo per il lavoro; prese un soldino, andò a bere e inavvertitamente si lasciò scappare di mano il soldino, che cadde nel pozzo. Con più solerzia ancora si mise al lavoro: la notte non dorme a sufficienza, il giorno non mangia abbastanza. Guarda: a uno il grano diventa secco, giallo, al suo padrone, invece, sempre più bello; a uno il bestiame ha le zampe deboli, mentre il suo scalcia per la strada; uno deve trascinare i cavalli, mentre i suoi non si riescono a tenere per le briglie. Il padrone sapeva chi ringraziare, a chi un bravo dire. Finì il termine, passò il terzo anno, quello mise un mucchio di soldi sul tavolo: «Prendi, caro, quanto vuoi; tuo il lavoro e tuoi anche i soldi!», e uscì.
Prende il bracciante sempre un soldino, va al pozzo a bere l’acqua — guarda: l’ultima moneta è salva, e le altre due vennero a galla. Le prese, indovinò che Dio lo aveva ricompensato per le sue fatiche, si rallegrò e pensa: “È tempo che vada in giro per il mondo a conoscere gente!”. Dopodiché si mise in cammino senza una meta. Cammina per un campo, passa di corsa un topo: «Forgiatore, caro compare! Dammi un soldino; io ti sarò utile!». Gli diede un soldino. Cammina per un bosco, si trascina un maggiolino: «Forgiatore, caro compare! Dammi un soldino; io ti sarò utile!». Diede anche a quello un soldino. Attraversava un fiume, incontrò un siluro: «Forgiatore, caro compare! Dammi un soldino; io ti sarò utile!». Non disse di no neanche a questo, gli diede l’ultimo soldino.
Arrivò quindi in città; quanta gente, quante case! Guardava, si girava il bracciante da tutte le parti, non sapeva dove andare. Davanti a lui si ergono i palazzi reali, ornati d’oro e d’argento, accanto alla finestra siede la principessa-Musona e lo guarda dritto negli occhi. Dove nascondersi? Gli si annebbiarono gli occhi, fu preso dal sonno, e cadde direttamente nel fango. Da non si sa dove saltarono fuori il siluro dal baffo scuro, dietro di lui il maggiolino-vecchino e il topolino-pelatino. Si danno da fare, fanno tenerezza: il topolino gli toglie l’abitino, il maggiolino lustra lo stivalino, il siluro caccia via un moschino. La principessa-Musona a furia di guardare i loro servizi si mise a ridere. «Chi, chi ha rallegrato mia figlia?», chiede lo zar. Uno dice: «Io»; un altro: «Io». «No!» disse la principessa-Musona. «Ecco chi è stato!», e indicò il bracciante. Subito lo portarono a palazzo, e il bracciantesi presentò davanti allo zar giovane e bello! Lo zar mantenne la sua parola di re; quel che aveva promesso, quello diede. Io dico: non ha forse il bracciante sognato tutto? Mi assicurano che no, andò proprio così: allora bisogna crederci.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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In Busta Chiusa: V – Veloce

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Veloce come un bel libro

 

Sai, piccola L,
il mondo è un posto strano.
Ha tante cose bellissime, ma anche tanti difetti.
Uno dei peggiori, forse perché non c’è modo di correggerlo, è il suo sfrecciare veloce attraverso il monotono ma inesorabile ticchettio del tempo.

È difficile da spiegare, soprattutto a chi, come te, vive ancora ogni giornata come un’avventura piena di novità da scoprire, posti da esplorare, cose da imparare.
Tu stessa sembri crescere a una velocità folle e incontrollabile.
Veloce è il continuo cambiamento dei tuoi lineamenti, delicati eppure così espressivi.
Veloce è l’arricchimento del tuo fantasioso e originale vocabolario.
Veloce, ormai, è il tuo passo quando sali e scendi le scale senza neanche più appoggiare la manina al muro per non perdere l’equilibrio, proprio “come fanno i grandi”.

Molto presto il variopinto universo della zia smetterà di affascinarti, quel mondo fantastico che in realtà è solo una mansarda in cui l’accumulatrice compulsiva che c’è in me ha dato sfogo alla propria indole.
Molto presto vedrai molte delle mie cose per quello che sono realmente, cianfrusaglie, e allora forse l’aura “magica” che circonda la zia perderà un po’ della sua luce, ma vorrei che del gran caos di quei locali ricordassi una cosa in particolare: i libri, l’enorme quantità di libri.

Sono sicura che, giorno dopo giorno, sarai sempre un pochino più consapevole e più capace di costruirti da te la tua strada, ma so anche che plasmerai quella strada valutando quel che hai intorno: cose belle e cose brutte, utili e inutili, persone buone e persone cattive, atteggiamenti positivi e atteggiamenti negativi, esperienze che fanno bene ed esperienze che, pur avendo una lezione da insegnare, fanno male.

Quello che vorrei ti restasse impresso è che nessuno è perfetto, nemmeno nella cerchia dei “grandi” che tu ora vedi come invincibili, ma molto di quel che della zia ti piace, molto di quel che ho di buono deriva dal mio amore per i libri.

Tanti tanti anni fa Cicerone ha detto che “Una stanza senza libri è come un corpo senz’anima” ed è proprio questo il punto: ognuno dei circa 6000 volumi che ho “adottato” in 32 anni di vita è un tassello del caleidoscopico mosaico della mia anima.
Ogni libro è un’emozione, un ricordo, una persona, un momento, un segnalibro per fissare nella memoria un passaggio importante di un libro ben più articolato e complesso: la vita.

Non si può sapere cosa ci sia in serbo per noi nella pagina successiva, ma questa è la prospettiva con cui vorrei che continuassi a pensare alla zia, a me, anche quando il tempo ti avrà incastrata nel suo veloce e inarrestabile vorticare.
Mi piacerebbe che, proprio come me, scegliessi di conservare qualcuno dei tuoi primi libri e che, fra quelli, ce ne fosse almeno uno di quelli che ti ho regalato io, trasformato, o almeno così spero, in un segnalibro messo a contrassegno di uno di quei ricordi a cui si ripensa sempre col sorriso, in quel libro ancora tutto da scrivere che è la tua, di vita.

Ricorda, piccola L,
non importa quanto veloce il tempo e la vita mi costringeranno a correre per non perdere il passo, per non perdermi nulla di ciò che hanno da offrire: una cosa che non perderò mai sarà la capacità di mettere tutto in pausa, perfino la folle e impetuosa corsa del tempo, ogni volta che avrai bisogno di me, perché i momenti trascorsi con te sono i paragrafi del libro della mia vita che scorrono più veloci, ma anche quelli che non posso fare a meno di sottolineare con un delicato ma deciso tratto di matita, così che risaltino sul confuso e indistinto sfondo della quotidianità.

Ti voglio bene,
Zia V

 

In Busta Chiusa n. 22, un progetto di Cartaresistente
Lettera V di VeRA Marte
Illustrazioni di Davide Lorenzon

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La favola della capra scuoiata.

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Una capra cocciuta, per metà fianco scuoiata!… Ascolta, sta’ a sentire! C’era una volta un contadino, che aveva un leprottino. Ecco che andò il contadino nel campo; là vide una capra distesa con metà fianco scuoiato e metà no. Il contadino ne ebbe pietà, la prese, la portò a casa e la mise sotto il fienile. Dopo aver mangiato e riposato un po’, andò nell’orto, e il leprottino dietro. Allora la capra da sotto il fienile nell’izbà si intrufolò e con un gancetto ci si barricò.
Ecco che il leprottino ebbe voglia di mangiare un boccone e corse alla porta dell’izbà; un colpo con la zampa: la porta era chiusa! «Chi c’è?», chiede il leprottino. La capra risponde: «Sono la capra cocciuta, per metà fianco scuoiata; se esco, tutto il fianco romperò!». Il leprottino, abbattuto, si allontanò dalla porta, arrivò in strada e piange. Gli si fece incontro un lupo. «Perché piangi?», chiese il lupo. «Nella nostra izbà c’è qualcuno», disse tra le lacrime il leprottino. E il lupo: «Vieni con me, io lo caccerò!». Arrivarono alla porta. «Chi c’è?», chiese il lupo. La capra iniziò a pestare coi piedi e disse: «Sono la capra cocciuta, per metà fianco scuoiata; se esco, tutto il fianco romperò!».
Allora quelli si allontanarono dalla porta. Il leprottino di nuovo si mise a piangere e uscì in strada, mentre il lupo corse via nel bosco. Va incontro alla lepre un gallo: «Perché piangi?». Il leprottino glielo disse. Allora il gallo dice: «Vieni con me, io la caccerò!». Arrivati alla porta, il leprottino, per spaventare la capra, grida: «Arriva il gallo dalle piume belle, con una sciabola sulle spalle, viene un’anima a rovinare, la testa della capra a tagliare». Eccoli vicini; il gallo chiede ancora: «Chi c’è?». La capra come le altre volte: «Sono la capra cocciuta, per metà fianco scuoiata; se esco, tutto il fianco romprò!».
Il leprottino ancora una volta con le lacrime agli occhi uscì in strada. Lì gli si avvicinò a volo un’ape, volteggiò ronzando e chiede: «Cosa ti hanno fatto? Perché piangi?». Il leprottino glielo disse e l’ape volò all’izbà. Là chiese: «Chi c’è?». La capra rispose come le altre volte. La piccola ape si arrabbiò, iniziò a volare intorno alle pareti; ronzò, ronzò, e un buchetto trovò, ci si infilò e punzecchiò la capra scuoiata sul fianco nudo, facendole venire un bozzo. La capra si lanciò fuori dalla porta, e chi s’è visto s’è visto! Allora il leprottino corse nell’izbà, mangiò e bevve a sazietà e si mise a dormire. Quando il leprottino si sveglierà, allora anche la favola ricomincerà.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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La gru e l’airone.

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Volava una civetta, una testa matta; volò, volò, poi si fermò, la coda girò, da ogni parte guardò, e poi di nuovo volò; volò, volò, poi si fermò, la coda girò e da ogni parte guardò… Ma questa è la premessa, la fiaba viene adesso.
C’erano una volta in una palude una gru e un airone che si erano costruiti delle belle casette. L’airone si era stufato di vivere da solo, così decise di prendere moglie. «Andrò a chiedere in moglie la gru!»
Andò l’airone — ciaf, ciaf! Per sette verste camminò nella palude; arriva e chiede: «È in casa la gru?». «Sì». «Sposami!» «No airone, non ti sposerò, hai le gambe lunghe, il vestito corto, voli in modo goffo, e non hai di che nutrirmi! Vattene, collolungo!» L’airone, con le pive nel sacco, se ne tornò a casa.
Ma la gru ci ripensò e disse: «Piuttosto che vivere sola, è meglio sposare l’airone». Arriva dall’airone e dice: «Airone sposami!». «No, gru, non ho bisogno di te! Non voglio sposarmi non ti prenderò in moglie. Fila!» La gru si mise a piangere dalla vergogna e tornò indietro. L’airone ci ripensò e disse: «Ho fatto male a non prendermi la gru, da solo mi annoio proprio. Ora vado e la prendo in moglie& raquo;. Arriva e dice: «Gru! Ho avuto l’idea di prenderti in moglie; sposami&raquo:. «No, airone; non ti sposerò!» Tornò l’airone a casa.
Allora la gru ci ripensò: «Perché ho rifiutato? Perché vivere da sola? È meglio sposare l’airone!». Va a combinare il matrimonio ma l’airone non vuole. Ecco come avvenne che in quel periodo andarono a chiedersi reciprocamente in matrimonio, ma poi non si sposarono mai.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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La saggia fanciulla e i sette briganti

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C’era una volta un contadino che aveva due figli: il minore era sempre in viaggio, il maggiore sempre a csa. Quando il padre fu in punto di morte, decise di lasciare tutto in eredità al figlio che stava in casa, mentre all’altro non lasciò niente; pensava che si sarebbero messi d’accordo tra di loro. Alla sua morte, il figlio maggiore lo seppellì e si tenne tutta l’eredità per sé. Torna l’altro figlio e piange amaramente perché il padre non è più tra i vivi. Il maggiore gli dice: «Il babbo ha lasciato tutto a me!». Lui non aveva figli, mentre il minore aveva un figlio suo e una figlia adottiva.
Il maggiore con i soldi dell’eredità divenne ricco, e prese a commerciare su larga scala; il minore, invece, rimase povero, tagliava la legna nel bosco e la vendeva al mercato. I vicini, impietositi di fronte alla sua povertà, fecero una colletta e gli diedero dei soldi perché potesse aprire un negozietto. Ma il poveretto, impaurito, dice loro: «No, brava gente, non posso accettare i vostri soldi; se dovessi fallire come potrei ripagarvi il debito?». Allora due dei vicini si misero d’accordo per dargli dei soldi con l’astuzia. Quando il poveretto andò nel bosco a tagliare la legna, uno di loro lo raggiunse facendo un giro più lungo e dice: «Ho deciso, fratello, di fare un lungo viaggio; per la strada un debitore mi ha ridato trecento rubli: non so proprio dove acciarli! Non mi va di tornare a casa; prendili tu, te ne prego, e conservali, anzi, investili in qualcosa; io tornerò tra parecchio tempo; mi rimborserai poco a poco».
Il poveretto prese i soldi e li portò a casa; teme di perderli, o che la moglie li trovi e li speda credendoli suoi. Pensa che ti ripensa, li mise nel secchiello della cenere e uscì. In sua assenza, arrivarono quelli che raccoglievano la cenere: comprano la cenere e la scambiano con altra merce. La moglie prese il secchiello con la cenere e glielo diede. Tornò a casa il marito, vede che il secchiello non c’è più, e chiede: «Dov’è la cenere?». La moglie risponde: «L’ho venduta». Quello fu preso dal panico, si dispera, si affligge, ma non dice una parola. La moglie vede che è triste; gli si avvicinò: «Che guaio ti è successo? Perché sei così triste?». Lui le raccontò che nella cenere erano nascosti dei soldi non suoi; la donna si arrabbiò molto — e dà in smanie, e piange: «Perché non hai avuto fiducia in me? Io avrei trovato un miglior nascondiglio!».
Di nuovo andò il contadino a fare legna per poi venderla al mercato e comprare del pane. Lo raggiunge l’altro vicino, gli dice le stesse cose del primo e gli dà da tenere cinquecento rubli. Il poveretto non li prende, rifiuta, ma quello di forza gli ficcò i soldi in mano e se ne andò in fretta per la sua strada. Stavolta i soldi erano in banconote; pensa che ti ripensa: dove metterli? Finì per nasconderli nella fodera del suo cappello. Arrivato nel bosco, appese il cappello a un abete e iniziò a tagliare la legna. Per sua sfortuna arrivò un corvo e rubò il cappello con i soldi. Il contadino si disperò, si afflisse, ma, alla fine, se ne dovette fare una ragione! Continua a vivacchiare come prima, a vendere legna e altre cose senza valore, a sbarcare il lunario in qualche modo. Vedono i vicini che è passato un bel po’ di tempo e il povero non ha fatto fortuna; gli chiedono: «Che succede, fratello, ti vanno male gli affari? O hai paura di usare i nostri soldi? Se è così, è meglio che tu ce li renda». Il poveretto si mise a piangere e raccontò come aveva perso i loro soldi. I vicini non gli credettero e lo citarono in tribunale. “Come risolvere questa questione?” pensa il giudice. “Il contadino è una persona umile, senza un soldo, non gli si può prendere niente; se lo si mette in prigione, morira di fame!”
Il giudice sedeva, rattristato, vicino alla finestra e meditava. In quel momento, manco a farlo apposta, per la strada stavano giocando dei ragazzini. Uno di loro, un tipo svelto, dice: «Io ero il borgomastro e voi, ragazzi, venivate da me con delle lamentele per avere il mio giudizio». Si sedette su di una pietra; gli si avvicina un altro ragazzino, gli fa un inchino e dice: «Io ho prestato del denaro a questo contadino e ora lui non me lo vuole restituire; sono venuto a pregarti di prendere dei provvedimenti contro di lui ». «Hai avuto un prestito?», chiede il borgomastro al colpevole. «Sì». «Perché non paghi?» «E con che cosa, batjuška?» «Senti, supplic! Lui non nega di aver avuto in prestito da te del denaro, ma non può ridartelo; accordagli ancora cinque o sei anni, forse se la passerà meglio e potrà pagarti con gli interessi. D’accordo?» I due ragazzini si inchinarono al borgomastro: «Grazie, batjuška! Siamo d’accordo». Il giudice, che aveva sentito tutto, si rallegrò e dice: «Quel ragazzino mi ha dato una bella idea! Dirò anch’io ai miei supplici di accordare dell’altro tempo a quel poveretto». Convinse i due ricchi vicini ad aspettare due o tre anni; forse per allora il contadino se la sarebbe passata meglio!
Ecco che il poveretto di nuovo andò nel bosco a fare la legna, ne tagliò da riempire mezzo carretto — e si fece buio. Decise di restare la notte nel bosco: «Domani tornerò a casa con un carretto pieno». E pensa: devo dormire? Il posto era selvaggio e c’erano molte bestie feroci; se si fosse steso accanto al cavallo, probabilmente lo avrebbero divorato. Si inoltrò nel folto del bosco e si arrampicò su di un grosso abete. Durante la notte arrivarono proprio in quel posto dei briganti — sette in tutto e dicono: «Porticina, porticina, apriti!». Subito si aprì la porta di un sotterraneo; i briganti presero a portarci il loro bottino, lo portarono tutto e comandano: «Porticina, porticina, chiuditi!». La porta si chiuse e i briganti se ne andarono a procurarsi dell’altro bottino. Il contadino, che aveva visto tutto, quando intorno a lui ci fu silenzio, scese dall’albero: «E se provassi anch’io a vedere se mi si apre la porta o no?». E appena disse: «Porticina, porticina, apriti!», all’istante quella si aprì. Entrò nel stterraneo, guarda: mucchi d’oro, di argento e ogni sorta di ricchezze. Si rallegrò il poveretto e all’alba prese a caricare i sacchi con le monete; buttò giù la legna, caricò il carro di argento e di oro e via a casa.
Gli va incontro la moglie: «Oh, caro marito! Già mi stavo consumando dall’angoscia al pensiero d cosa ti fosse successo. Temevo che un albero ti avesse travolto o che le bestie feroci ti avessero divorato!». E il contadino, raggiante: «Non ti tormentare, moglie! Dio ci ha mandato la fortuna, ho trovato un tesoro; aiutami a portare dentro i sacchi». Finito il lavoro, adò dal fratello ricco; gli raccontò tutta la faccenda e gli propone di approfittare della fortuna insieme a lui. Quello acconsentì. Andarono insieme nel bosco, trovarono l’abete e gridarono: «Porticina, porticina, apriti!». La porta si aprì. Iniziarono a caricare i sacchi con le monete; il fratello povero riempì un carro e si ritenne soddisfatto, il ricco invece non ne aveva mai abbastanza. «Tu fratello» dice il ricco «va’ pure, io ti ragiungerò tra poco». «Bene! Ma non scordare di dire: Porticina, porticina, chiuditi!» «No, non lo scorderò». IL povero se ne andò, il ricco invece non riusciva proprio a staccarsi da quel luogo: non poteva portar via tutto in una sola volta, ma non aveva la forza di abbandoare qualcosa! La notte lo sorprese. Arrivarono i briganti, lo trovarono nel sotterraneo e gli tagliarono la testa; tirarono giù i sacchi dal suo carro, al loro posto misero il cadavere, spronarono il cavallo e lo lasciarono correre. Il cavallo corse fuori dal bosco e riportò il corpo a casa. Allora, il capobanda se la prese con il brigante che aveva ucciso il fratello ricco: «Perché l’hai fatto fuori così presto? Bisognava prima chiedergli dove abitava. Ci hanno rubato molte ricchezze: evidentemente è stato lui a farlo! Dove le troveremo adesso?». Il capo dice: «Che se la sbrighi quello che l’ha ucciso!».
Non molto tempo dopo l’assassino si mise a fare indagini. Capita casualmente nel negozietto del fratello povero; mentre comprava qualche cosuccia, notò che il padrone era abbattuto, rifletté un po’ e poi chiede: «Perché sei così avvilito?». E quello dice: «Avevo un fratello maggiore, ma è successa una disgrazia: qualcuno l’ha ucciso, l’altro ieri il cavallo l’ha riportato a casa con la testa tagliata, e oggi l’abbiamo sepolto». Il brigante capisce di essere sulla buona pista e giù a fare domande; faceva finta di essere molto dispiaciuto. Venne a sapere che il morto aveva lasciato una vedova, e chiede: «La poveretta ha un tetto?». «Certo, una bella casa!» «E dove? Fammi vedere!» Il contadino accompagnò l’uomo e gli mostrò la casa del fratello; il brigante prese un pezzetto di gesso rosso e fece un segno sul portone. «A che ti serve?&raquo, gli chiede il contadino. E quello risponde: «Voglio aiutare la vedova e per trovare più facilmente la casa ci ho fatto un segno». «Ehi, fratello! Mia cognata non ha bisogno di niente: grazie a Dio, ha tutto a sufficienza». «E tu dove abiti?» «Quella è la mia casetta». Il brigante fece un segno anche sulla sua porta. «E questo perché?» «Tu» dice «mi sei molto piaciuto; verrò ogni tanto a passare la notte da te; credimi, fratello è nel tuo interesse!» Tornò il brigante dai suoi coplici, raccontò tutto per filo e per segno, e decisero di andare durante la notte a derubare e ammazzare gli abitanti delle due case e a riprendersi il loro oro.
Il povero tornò a casa e dice: «Ho appena fatto la conoscenza di un giovane che ha segnato la mia porta: verrò, ha detto, a passare di tanto in tanto la notte da te. Un bravo giovane! E come si è dispiaciuto della morte di mio fratello, voleva aiutare la vedova!». La moglie e il figlio ascoltano, ma la figlia adottiva gli dice: «Padre, sei sicuro di non sbagliarti? Andrà bene come dici? O non erano forse i briganti che hanno ucciso lo zio e che ora vogliono recuperare i loro averi e ci cercano? Se ci aggrediscono e ci derubano, non ci salveremo da una morte sicura!». Il contadino si spaventò: «È possibile! Infatti non l’avevo mai visto prima. Che guaio! Che possiamo fare?». Ma la figlia dice: «Vai a prendere l, padre, dei gessi colorati e fa’ gli stessi segni su tutte le porte del vicinato». Il contadino uscì e segnò tutte le porte del vicinato. Arrivarono i briganti e non riuscirono a raccapezzarsi; tornarono indietro e le diedero di santa ragione all’informatore: perché non aveva fatto segni più chiari? Alla fine fecero una considerazione: «Evidentemente, abbiamo a che fare con un furbo!» e poi prepararono sette botti; nelle prime sei botti entrarono altrettanti briganti e nella settima misero dell’olio.
Andò il solito informatore con quelle botti dritto dal fratello povero, arrivò verso sera e chiese di poter dormire là. Quello lo ricevette da buon conoscente. La figlia uscì nel cortile, si mise a osservare le botti: ne aprì una — olio, cercò di aprirne un’altra — niente da fare, non si apriva; poggiò l’orecchio e sente che nella botte qualcuno si muove e respira. “Eh” pensa “qui gatta ci cova!” Rientrò nell’izbà e dice: «Padre! Cosa offriamo al nosto ospite? Io vado ad accendere la stufa nel retro e a preparare qualcosa per la cna». «Va bene, vai!» La figlia se ne andò, accese la stufa e, mentre cucina, fa scaldare dell’acqua, prende l’acqua bollente e la versa nelle botti; tutti i briganti morirono lessati. Il padre e l’ospite finirono di cenare; la figlia, intanto, sta nel retro dell’izbà e resta all’erta: cosa sarebbe successo? Quando i padroni si furono addormentati, l’ospite uscì nel cortile, fischiò: nessuno risponde; si avvicina alle botti, chiama i compagni: nessun segno di vita; apre le botti: ne viene fuori vapore bollente. Indovinò il brigante l’accaduto, attaccò i cavalli e filò via di lì con le botti.
La figlia sprangò la porta, andò a svegliare i suoi familiari e raccontò loro quel che era successo. Il padre dice: «E così, figlia mia, ci hai salvato la vita, sii dunque la moglie legittima di mio figlio». Con un bel banchetto venne celebrato il matrimonio. La giovane ripete sempre la stessa cosa al padre, di vendere la vecchia casa e comprarne una nuova: aveva una gran paura dei briganti! Non si sa mai, potevano tornare alla carica. Così avvenne. Dopo qualche tempo, quello stesso brigante che era venuto con le botti, si travestì da ufficiale, andò dal contadino e chiede un alloggio per la notte; fu accolto. Nessuno lo riconobbe, fuorché la giovane, che dice: «Padre! È il brigante dell’altra bolta!». «No figlia mia, non è lui!» Lei tacque; ma quando andò a letto a dormire si mise accanto un’ascia affilata; tutta la notte non chiuse occhio e restò all’erta. Durante la notte l’ufficiale si alzò, prese la sua sciabola e vuole tagliare la testa al marito: lei non si perse d’animo, afferrò l’ascia e gli tagliò il braccio destro, colpì un’altra volta e gli portò via le testa. Allora ol padre si convinse di avere una figlia molto saggia; le diede ascolto, vendette la casa e si comprò una lo anda. Fatto il trasloco, cominciò a vivere bene, ad arricchirsi, a prosperare.
Passano da lui i vicini, quegli stessi che gli avevano dato il denaro e poi lo avevano citato in giudizio. «Perbacco! Tu qui?» «Questa è casa mia, l’ho comprata da poco». «Bella casa! Evidentemente i soldi non timancano. Perché non paghi il tuo debito?» Il padrone fa un inchino e dice: «Grazie a Dio! Dio mi ha aiutato, ho trovato un tesoro e sono pronto a ridarvi anche il triplo». «Bene, fratello! E adesso festeggiamo la tua nuova casa». «Con piacere!» Si diedero alla pazza gioia, festeggiarono; e intorno alla casa c’è un giardino così bello! «Possiamo vedere il giardino?» «Ma certo, brava gente! Vi accompagnerò io stesso». Camminarono, camminarono per il giardino e trovarono in un angolo remoto un secchiello con della cenere. Il padrone, quando lo vide, esclamò: «Brava gente! Ecco quel secchiello che mia moglie aveva venduto». «Allora guardiamo se tra la cenere ci sono i soldi!» Frugarono, e infatti c’erano. Allora i vicini si convinsero che il contadino aveva detto la verità. «Diamo un’occhiata» dicono «agli alberi; forse il corvo ci ha portato il cappello per farci il nido». Camminarono, camminarono, videro un nido, lo abbatterono con dei bastoni: era proprio il cappello! Tirarono fuori il nido e trovarono i soldi. Il padrone pagò loro il suo debito e visse ricco e contento.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Habemus Jack O’Lantern!

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Image Credit © VeRA Marte

 

Un picco di influenza inaspettato ha ritardato la pubblicazione di questo post, ma non ha interrotto la tradizione!

Nata nel 2013, per il primo Halloween più o meno consapevole dell’AnarcoNipotina, anno dopo anno la zucca intagliata si sta trasformando in un’irrinunciabile e piacevole abitudine.

Pur rispettando tutte le opinioni in merito, non posso negare che mi fanno sorridere quelle persone che borbottano contro questa festa, contro la sua non appartenenza alla nostra tradizione e alla nostra cultura.

La verità è che questa festa, come tante altre, è molto più europea di quanto si pensi e addirittura di secoli antecedente all’avvento del Cristianesimo nel Vecchio Continente.
Halloween è infatti l’odierna forma contratta dell’antica espressione celtica All Hallows’ Eve, ovvero “Vigilia di Ognissanti”.

Questa celebrazione sembra affondare le sue origini nell’Irlanda di oltre 2000 anni fa, abitata da popolazioni celtiche, e ancora oggi sopravvive nelle correnti neopagane col nome di Samhain, o Capodanno Celtico.
Ciò a cui si rende omaggio non è nulla più di un evento naturale: la fine dell’estate, intesa come fine dell’anno agricolo.

Mi rendo conto che nell’epoca dell’agricoltura intensiva e dell’allevamento in batteria, la nostra epoca, possa sembrare anacronistico parlare di feste stagionali, ma è proprio di questo che si tratta.
Per gli antichi la notte fra il 31 ottobre e il 1° novembre era una sorta di “zona franca”, che non apparteneva né all’anno vecchio né a quello nuovo, in cui il velo fra il mondo dei vivi e quello degli spiriti era tanto sottile da permettere che questi entrassero in contatto.
Le usanze prevedevano un gioioso banchetto per festeggiare la fine dell’estate e tutto ciò che questa aveva portato attraverso l’agricoltura e l’allevamento, oltre alla conclusione dei lavori di immagazzinamento delle scorte per la stagione invernale. Il pasto era a base di ingredienti di stagione, come zucca, frutta secca, mele e cereali, oltre a generose portate di carne.
Tutto durante questa nottata celebrava l’imminente riposo della natura, da cui avrebbe avuto inizio un nuovo ciclo vitale.

A oggi, le testimonianze disponibili fanno risalire le prime tracce dell’esistenza di questa festa al VI secolo a.C., nei territori corrispondenti all’odierna Irlanda, quindi mi chiedo: perché mai non dovremmo considerarla “nostra” e festeggiarla?
Non parlo certo di chi ne approfitta, facendone solo un’occasione in più per stordirsi, di musica, di alcol o di qualunque altra cosa; quello a cui mi riferisco io sono cose come, per l’appunto, l’intaglio della zucca, i biscotti per i più piccoli o una serata diversa da trascorrere con le persone a cui teniamo; insomma, nulla di troppo diverso dal Capodanno “classico”.

Per queste ragioni, spero abbiate trascorso una bella nottata di Halloween e che la zucca che io e l’AnarcoSocio abbiamo intagliato quest’anno per gli AnarcoNipotini vi piaccia!

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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La penna di Finist falco lucente

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C’era una volta un uomo che aveva tre figlie: la prima e la seconda erano due smorfiose, la più piccola, invece, si occupava solo della casa. Un giorno il padre decide di andare in città e chiede loro cosa vogliano in regalo. La maggiore dice: «Comprami della stoffa per un vestito!». La seconda anche. «E tu, figlia mia diletta, cosa vuoi?», chiede alla minore. «Comprami, babbo, una penna di Finist falco lucente». Il padre le salutò e andò in città; comprò della stoffa per le sue due figlie più grandi, ma non trovò da nessuna parte la penna di Finist falco lucente. Tornò a casa, diede i suoi acquisti alle maggiori, che ne furono entusiaste. «per te» dice alla minore «non ho trovato la penna di Finist falco lucente». «Pazienza» rispose lei «avrai forse più fortuna la prossima volta». Le sorelle maggiori si tagliano e si cuciono dei vestiti nuovi e ridono di lei; ma lei non risponde. Di nuovo il padre decide di andare in città e chiede: «Allora, figliole, che volete che vi porti?». La maggiore e la seconda chiedono un fazzoletto, la minore, invece, dice: «Comprami, babbo, una penna di Finist falco lucente». L’uomo andò in città, comprò i due fazzoletti, ma della penna neanche l’ombra. Tornò indietro e dice: «Ahimè, bambina mia, non sono ancora riuscito a trovare la penna di Finist falco lucente!». «Non importa babbo; avrai più fortuna in un altro momento».
Per la terza volta il padre decide di andare in città e chiede: «Ditemi, figlie mie, che volete che vi porti?». Le due maggiori dicono: «Compraci degli orecchini», la più piccola, invece, ripete: «Comprami una penna di Finist falco lucente». Il padre comprò gli orecchini d’oro, cercò con zelo la penna: nessuno ne ha mai sentito parlare; tornò indietro desolato. Proprio alle porte della città incontra un vecchietto con una scatoletta in mano. «Che hai lì, vecchio?» «Una penna di Finist falco lucente». «Quanto ne vuoi?» «Mille rubli». Il padre pagò la somma e si affrettò a tornare a casa con la scatoletta. Le figlie lo accolgono. «Ebbene, figlia mia diletta» dice all’ultimogenita «ho finalmente il regalo che volevi. Eccolo!» La figlia minore stava per saltare dalla gioia, prese la scatoletta, la coprì di baci e la strinse forte al cuore.
Dopo cena, tutti andarono nelle proprie stanze a dormire; arrivò anche lei in camera sua, aprì la scatoletta: subito ne saltò fuori la penna di Finist falco lucente, si gettò sul pavimento e apparve davanti alla ragazza un affascinante principe. Si scambiarono tenere promesse amorose. Le sorelle maggiori li udirono e chiedono: «Con chi parli, sorellina?». «Con me stessa», risponde la bella. «Aprici allora!» Il principe si gettò sul pavimento e ridivenne una penna; lei la prese, la rimise nella scatoletta e aprì la porta. Le sorelle frugano in ogni angolo: nessuno! Appena furono uscite, la bella aprì la finestra, tirò fuori la penna e dice: «Vola, pennuccia mia, nei campi; vai in giro, fino al prossimo incontro!». La penna si cambiò in falco lucente e volò via nei campi.
La notte successiva, Finist falco lucente vola dalla sua bella; parlarono insieme gioiosamente. Le sorelle li sentirono e corsero subito dal padre: «Babbo! Nostra sorella riceve qualcuno la notte; ora è lì e stanno chiacchierando». L’uomo si alzò e andò dalla figlia minore, entra nella sua stanza, ma il principe era già da tempo ridivenuto penna e sta nella scatoletta. «Ah, civette!» tuonò il padre verso le figlie maggiori. «Che significano queste calunnie? Badate piuttosto a quello che fate voi!»
Il giorno dopo, le sorelle ordirono un complotto: la sera, quando nel cortile si fu fatto buio, con l’aiuto di una scala, misero sul davanzale della finestra della sorella dei coltelli affilati e degli aghi.
La notte arrivò Finist falco lucente, batté, batté, ma non poté entrare nella camera e si ferì, invece, le alucce. «Addio, mia bella!» disse. «Se vuoi ritrovarmi, cercami lontano, molto lontano, ai confini del mondo. Consumerai tre paia di scarpe di ferro, romperai tre bastoni di ghisa e mangerai tre pani di pietra, prima di avermi raggiunto!» La ragazza intano dorme: sebbene senta, nel sonno, questo triste discorso, non può svegliarsi.
Il mattino, al suo risveglio, vede la finestra irta di coltelli e di aghi insanguinati. Giunse le mani: «Ah, Dio mio! Le mie sorelle hanno ferito il mio caro amico!». Subito si preparò e lasciò la casa. Corse alla bottega del fabbro, si fece fabbricare tre paia di scarpe di ferro e tre bastoni di ghisa, si rifornì di tre pani di pietra e partì alla ricerca di Finist falco lucente.
Cammina cammina, consumò un paio di scarpe, ruppe un bastone e mangiò un pane di pietra; giunge a un’izbà e bussa alla porta: «Ehi, di casa: datemi un alloggio per la notte». Una vecchietta le risponde: «Sii la benvenuta, bellezza! Dove te ne vai, piccioncina?». «Ahimè, nonna, cerco Finist falco lucente». «Ah, bella mia, ne avrai di strada da fare!» L’indomani mattina, la vecchietta dice: «Ora vai dalla mia seconda sorella, ti saprà ben consigliare; ed eccoti il mio regalo: una base d’argento e un fuso d’oro; filerai stoppa e ne trarrai un filo d’oro». Poi prese un gomitolo, lo fece rotolare sulla strada e disse alla bella di seguirlo: dove andrà il gomitolo, vai anche tu! La fanciulla ringraziò la vecchietta e si incamminò dietro al gomitol.
Passarono ore o mesi, consumò il secondo paio di scarpe, ruppe il secondo bastone e mangiò il secondo pane di pietra;finalmente il gomitolo giunse a un’izbà. La fanciulla bussò alla porta: «Brava gente, date alloggio per una notte a una povera fanciulla». «Sii la benvenuta!» risponde una vecchietta. «Dove vai, bellezza?» «Cerco, nonna, Finist falco lucente». «Ne avrai di strada da fare!» Il mattino dopo, la vecchietta le dà un piatto d’argento e un uovo d’oro e la manda dalla sorella maggiore: lei, dice, sa dove trovare Finist falco lucente!
La bella prese congedo dalla vecchietta e ripartì; cammina cammina, il terzo paio di scarpe fu consumato, il terzo bastone fu rotto, l’ultimo pane fu mangiato, il gomitolo arrivò a un’izbà. Bussa e dice la viandante: «Brava gente, date alloggio per unanotte a una povera fanciulla». Di nuovo apparve una vecchietta: «Entra, piccioncina! Sii la benvenuta! Da dpve vieni e dove ti dirigi?». «Cerco, nonna, Finist falco lucente». «Oh, è molto, molto difficile ritrovarlo! Ora abita in una città dove ha sposato la figlia di una panettiera». La mattina dopo, la vecchietta dice alla bella: «Eccoti un regalo: un telaio e un ago d’oro; tu non devi far altro che tenere in mano il telaio, l’ago ricamerà da solo. Su, ora vai con Dio e fatti assumere dalla panettiera come domestica».
Detto fatto. Arrivò la bella alla panetteria e si fece assumere come cameriera; lavora come meglio non si poteva: scalda il forno, porta l’acqua, prepara da mangiare. La padrona ne è entusiasta. «Grazie a Dio» dice alla figlia «ci siamo trovate una domestica servizievole e buona: fa tutto senza che glielo si debba chiedere!» Quando la bella finì di lavorare, prese la base d’argento, il fuso d’oro e cominciò a filare: fila — dalla stoppa ottiene un filo, ma non un semplice filo, un filo di oro puto. Lo vide la figlia della panettiera: «Ah, bella mia, non mi venderesti il tuo giocattolo?». «Va bene!» «Cosa vuoi in cambio?» «Lasciami passare la notte con tuo marito», La figlia della panettiera acconsentì. “Non è grave!” pensa. “A mio marito farò prendere un sonnifero e con questo fuso io e mia madre faremo fortuna!”
Quanto a Finist falco lucente, non era in casa; volò tutto il giorno per il cielo e non tornò che verso sera. Si misero a tavola; la bella, servendo, non gli stacca un attimo gli occhi di dosso, ma lui, bravo giovane, non la riconosce. La figlia della panettiera versò a Finist falco lucente del sonnifero in ciò che beveva, lo fece mettere a letto e dice alla domestica: «Vai in camera sua a scacciare le mosche!». La bella scaccia le mosche e piange: «Svegliati, svegliati, Finist falco lucente! Sono io, la tua bella, sono venuta da te; ho consumato tre paia di scarpe di ferro, rotto tre bastoni di ghisa, mangiato tre pani di pietra cercandoti, mio beneamato!». Ma Finist dorme, insensibile; così la notte passò.
Il giorno dopo, la domestica prese il piattino d’argento e ci fa rotolare l’uovo d’oro: molte uova d’oro fece rotolare! Lo vide la figlia della panettiera. «Vendimi» dice «il tuo giocattolo!» «Compralo». «Cosa vuoi in cambio?» «Lasciami passare ancora una notte con tuo marito». «Va bene. d’accordo!» Finist falco lucente aveva ancora volato tutto il giorno nel cielo ed era ritornato a casa solo verso sera. Si misero a tavola; la bella, servendo, non gli stacca un attimo gli occhi di dosso, ma lui sembra non averla mai conosciuta. La figlia della panettiera gli versò di nuovo del sonnifero in ciò che beveva, lo fece andare a letto e mandò la domestica a scacciare le mosche. Ancora una volta, per quanto lei piangesse e cercasse di svegliarlo, quello dormì fino al mattino senza sentire niente.
Il terzo giorno, siede la bella con in mano il telaio d’oro, e l’ago ricama da solo: e che capolavori! La figlia della panettiera restò incantata. «Vendimi, bella mia, vendimi» dice «il tuo giocattol!» «Compralo». «Cosa vuoi in cambio?» «Lasciami passare una terza notte con tuo marito». «Va bene, d’accordo!» La sera, al ritorno di Finist falco lucente, la moglie gli versò del sonnifero, lo fece mettere a letto e mandò da lui la domestica a scacciare le mosche. La bella scaccia le mosche e si lamenta: «Svegliati dunque, Finist falco lucente! Sono io, la tua bella, sono venuta da te; ho rotto tre bastoni di ghisa, consumato tre paia di scarpedi ferro, mangiato tre pani di pietra cercandoti, mio beneamato». Ma Finist falco lucente dorme profondamente, insensibile.
A lungo lei pianse, a lungo lo invocò; improvvisamente gli cadde sulla guancia una delle lacrime della bella e all’istante si svegliò: «Ah» dice «qualcosa mi ha bruciato!». «Finist falco lucente!» gli dice la bella. «Sono venuta da te; ho rotto tre bastoni di ghisa, consumato tre paia di scarpe di ferro e mangiato tre pani di pietra cercandoti! È già la terza notte che sto con te, ma tu dormi sempre, non ti svegli e alle mie parole non rispondi!» Solo allora la riconobbe Finist falco lucente e non era più in sé dalla gioia. Decisero di fuggire lontano dalla panettiera. Al mattino, la figlia della panettiera cercò il marito: non c’erano più né marito, né cameriera! Si andò a lamentare dalla madre; la panettiera fece attaccare i cavalli e si lanciò all’inseguimento. Correva, correva, passò dalle tre vecchie, ma non riuscì a riprendere Finist falco lucente: era scomparso come per incanto!
Si ritrovò Finist falco lucente con la sua promessa nei pressi della casa di lei; si gettò sull’umida terra e si cambiò in penna: la bella la raccolse, la nascose in seno e si presentò dal padre. «Ah, figlia mia diltta! Ti credevo morta; dove sei stata tutto questo tempo?» «In pellegrinaggio». Tutto questo avvenica la vigilia della Settimana santa. Il padre e le figlie maggiori decidono di andare al mattutino. «Andiamo, bambina cara» dice all’ultimogenita «preparati e vieni con noi; è una giornata così bella». «Non ho niente da mettermi, babbo». «Prendi i nostri abiti», dicono le sorelle. «Ahimè, sorelline, non sono della mia taglia! Preferisco restare a casa».
Il padre e le due figlie andarono al mattutino; allora la bella tirò fuori la sua penna. Quella si gettò sul pavimento e si cambiò in un affascinante principe. Il principe fischiò verso la finestra: subito apparvero dei vestiti, dei fronzoli e una carrozza dorata. Si vestirono, salirono in carrozza e andarono in chiesa. Entrano in chiesa e si mettono davanti a tutti; la gente resta sbalordita: chi è quella coppia principesca? Alla fine dell’ufficio, uscirono prima degli altri e tornarono a casa; scomparve la carrozza, dei vestiti e dei fronzoli nemmeno più l’ombra, e il principe ridivenne penna. Il padre e le due figlie tornarono: «Oh, sorellina! Hai fatto male a non accompagnarci: in chiesa c’erano un bellissimo principe con l’adorata principessa». «Pazienza, sorelle mie! A sentir voi, mi sembra di averli visti con i miei occhi». Il giorno dopo, stessa cosa; il terzo giorno, al momento in cui il principe e la bella salirono in carrozza, il padre uscì dalla chiesa e con i suoi occhi vide la carrozza fermarsi davanti a casa sua e sparire. Al suo ritorno, interrogò l’ultimogenita; lei dice: «Sono obbligata a confessare tutto!». Tirò fuori la penna; la penna si gettò sul pavimenti e si cambiò in principe. Allora li fecero sposare, e fu un matrimonio sfarzoso! A quel matrimonio anch’io sono stato, del vino ho bevuto, sui miei baffi è scivolato, nella bocca non è arrivato. Mi hanno messo in testa un colbacco e malmenato; mi hanno vestito con una stuoia: «Ehi, giovanotto, sparisci, e che non ti si veda più da queste parti!».

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Mar’ja Marina

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In un certo reame, in terre lontane, viveva una volta il principe Ivan; aveva tre sorelle: la principessa Mar’ja, la principessa Ol’ga e la principessa Anna. Il padre e la madre erano morti; morendo avevano detto al figlio: «Fai sposare le tue sorelle al primo che te le chiederà in moglie, non le tenere troppo a lungo con te!». Il principe sotterrò i genitori e, con la morte nel cuore, se ne andò in giardino con le sorelle a passeggiare. Improvvisamente, una nuvola nera copre il cielo e si scatena una tempesta terribile. «Rientriamo a casa, sorelline!», dice il principe Ivan. Erano appena rientrati a palazzo che un tuono echeggiò, il soffitto si squarciò e volò dentro la sala un falco lucente, si gettò il falco sul pavimento, si trasformò in un bel giovane e dice: «Salve, principe Ivan! Prima venivo da amico, ma ora sono venuto da pretendente; voglio sposare tua sorella, la principessa Mar’ja». «Se le piaci, non mi oppongo: che vada con Dio!» La principessa Mar’ja accettò; il falco la sposò e la portò via nel suo reame.
I giorni passano, le ore battono una dopo l’altra, un anno passò senza che nessuno se ne accorgesse; il principe Ivan, accompagnato dalle sue due sorelle, andò a passeggiare in giardino. Di nuovo arrivò una nube portata da un vortice, ci furono dei lampi. «Rientriamo a casa, sorelline!», dice il principe. Erano appena rientrati a palazzo che un tuono echeggiò, il tetto si aprì, il soffitto si squarciò, un’aquila entrò; si gettò sul pavimento e si tramutò in un bel giovane: «Salve, principe Ivan! Prima venivo da amico, ma ora sono venuto da pretendente». E chiese la mano della principessa Ol’ga. Il principe Ivan risponde: «Se le piaci, che ti sposi; non mi opporrò al suo volere». La principessa Ol’ga acconsentì e sposò l’aquila; l’aquila la sollevò e la portò via nel suo reame.
Passò un altro anno; il principe Ivan dice alla sorella minore: «Andiamo a fare una passeggiata in giardino!». Passeggiarono un po’; di nuovo arrivò una nube portata da un turbine, ci furono dei lampi. «Rientriamo a casa, sorellina!» Tornarono a casa, fecero appena in tempo a sedersi che un tuono echeggiò, il soffitto si squarciò e volò dentro un corvo; si gettò sul pavimento e si tramutò in un bel giovane: i precedenti erano belli, ma questo anche di più. «Allora, principe Ivan, prima venivo da amico, ma ora sono venuto da pretendente; dammi la principessa Anna». «Non mi opporrò al suo volere; se le piaci, che ti sposi». La principessa Anna sposò il corvo e quello la portò via nel suo reame.
Il principe Ivan rimase solo; visse senza le sorelle un anno intero e finì con l’annoiarsi. «Andrò» dice «alla ricerca delle mie sorelle». Si mise in marcia; cammina cammina, vede in un campo di battaglia un’armata distrutta. Il principe Ivan chiede: «Se qualcuno è sopravvissuto, mi risponda! Chi ha massacrato questa enorme armata?». Una voce rispose: «Ha massacrato questa enorme armata Mar’ja Marina, la bella regina». Il principe Ivan seguitò a camminare , giunse a un campo di tende bianche, dove lo accolse Mar’ja Marina, la bella regina: «Salve, principe, qual buon vento ti porta? Vieni di tua volontà o per necessità?». Il principe Ivan le rispose: «I prodi guerrieri non viaggiano mai per necessità!». «Allora, se non hai fretta, soggiorna al mio campo». il principe Ivan, felice, passò due notti sotto la tenda, fece innamorare Mar’ja Marina e la sposò.
Mar’ja Marina, la bella regina, lo condusse con sé nel suo reame; vissero insieme per un po’, e alla regina venne di nuovo voglia di fare la guerra; affida la guida del paese al principe Ivan e gli raccomanda: «Va’ ovunque, sorveglia tutto; ma non ti venga in mente di guardare in questo ripostiglio!». Appena partita la moglie, il principe non poté trattenersi, si precipitò subito al ripostiglio, aprì la porta, guardò dentro e vide Koščej l’Immortale appeso al muro, legato con dodici catene. Chiede Koščej al principe Ivan: «Dammi da bere, per pietà! Sono dieci ani che sopporto questo supplizio, senza mangiare né bere, ho la gola secca!». Il principe gli diede un intero secchio d’acqua; quello lo vuotò e chiese ancora: «Un secchio non è sufficiente a placare la mia sete, dammene ancora!». Il principe gli diede un altro secchio; Koščej lo vuotò e ne chiese un terzo; quando ebbe vuotato il terzo secchio, ritrovò tutte le sue forze, tirò le catene e le ruppe tutte e dodici d’un sol colpo. «Grazie, principe Ivan!» disse Koščej l’Immortale. «Ora non rivedrai mai più la tua Mar’ja Marina come non ti vedi le orecchie!», e volò via in un terribile turbine dalla finestra, raggiunse per la strada Mar’ja Marina, la bella regina, la afferrò e se la portò via. Il principe Ivan pianse lacrime amare, poi si equipaggiò e si mise in cammino: «Succeda quel che succeda, ritroverò Mar’ja Marina!».
Cammina un giorno, due, e all’alba del terzo vede un palazzo magnifico, accanto al palazzo c’è una quercia, sulla quercia sta un falco lucente. Il falcò volò giù dalla quercia, si gttò a terra, si tramutò in un bel giovane ed esclamò: «Ah, mio caro cognato! Come stai?». Corse fuori la principessa Mar’ja, fece festa al principe Ivan, della sua salute gli domandò, della propria vita gli raccontò. il principe passò da loro tre giorni e dice: «Non mi posso trattenere di più; vado alla ricerca di mia moglie, Mar’ja Marina, la bella regina». «Ti sarà difficile trovarla» risponde il falco. «A ogni modo, lasciaci il tuo cucchiaio d’argento: lo guarderemo e ci ricorderemo di te». il principe Ivan lasciò il suo cucchiaio d’argento al falco e riprese il suo cammino.
Camminò un giorno, due, e all’alba del terzo vede un palazzo ancora più bello del primo, accanto al palazzo c’è una quercia, sulla quercia sta un’aquila. L’aquila volò giù dall’albero, si gettò a terra, si tramutò in un bel giovane ed esclamò: «Alzati, principessa Ol’ga! Il nostro caro fratellino è qui». La principessa Ol’ga arrivò subito di corsa, lo baciò, lo abbracciò, della sua salute gli domandò, della propria vita gli raccontò. Il principe Ivan passò da loro tre giorni e dice: «Non mi posso trattenere di più; vado alla ricerca di mia moglie, Mar’ja Marina, la bella regina». L’aquila risponde: «Ti sarà difficile trovarla; lasciaci la tua forchetta d’argento: la guarderemo e ci ricorderemo di te». lasciò la sua forchetta d’argento e riprese il suo cammino.
Camminò un giorno, due, e all’alba del terzo vede un palazzo più bello degli altri due, accanto al palazzo c’è una quercia, sulla quercia sta un corvo. Il corvo volò giù dalla quercia, si gettò a terra, si cambiò in un bel giovane ed esclamò: «Principessa Anna! Vieni in fretta, il nostro fratellino è qui!». La principessa Anna corse fuori, gli fece festa, lo baciò, lo abbracciò, della sua salute gli domandò, della propria vita gli raccontò. Il principe Ivan passò da loro tre giorni e dice: «Addio! Parto alla ricerca di mia moglie, Mar’ja Marina, la bella regina». Il corvo risponde: «Ti sarà difficile trovarla; lasciaci un po’ la tua tabacchiera d’argento, si accomiatò e riprese il suo cammino.
Camminò un giorno, due, e all’alba del terzo raggiunse Mar’ja Marina. Lei vide il suo amato, gli si gettò al collo, scoppiò in lacrime e gli disse: «Ah, principe Ivan! Perché non mi hai dato ascolto? Perché hai guardato nel ripostiglio e hai liberato Koščej l’Immortale?». «Perdonami, Mar’ja Marina! Dimentica il passato, mettiamoci in salvo prima che torni Koščej l’Immortale; forse non ci raggiungerà!» Dopodiché fuggirono. Intanto Koščej era a caccia; verso sera, mentre tornava a casa, il suo buon cavallo si mise a vacillare. «Perché vacilli, rozza insaziabile? Hai forse dei brutti presentimenti?» Il cavallo risponde: «È venuto il principe Ivan e ha portato via Mar’ja Marina». «Ce la faremo a riprenderli?» «Potremmo seminare del grano, aspettare che maturasse, mieterlo, trebbiarlo, macinarlo, cuocere cinque pagnotte di pane, mangiarle tutte e poi corrergli dietro: il tempo ci basterebbe!» Koščej galoppò, raggiunse il principe Ivan: «Be’» dice «per questa volta ti perdono, perché sei stato tanto buono da darmi da bere; ti perdonerò anche una seconda volta, ma alla terza stai attento, perché ti farò a pezzettini!». Gli tolse Mar’ja Marina e la portò via; il principe Ivan si sedette su una pietra e si mise a piangere.
Dopo aver pianto tutte le lacrime che aveva, tornò di nuovo indietro per prendere Mar’ja Marina; Koščej l’Immortale non era in casa. «Andiamo, Mar’ja Marina!» «Ah, principe Ivan! Ci riprenderà». «Pazienza, avremo la consolazione di aver passato qualche oretta insieme». Dopodiché fuggirono. Mentre Koščej l’Immortale rientrava, il suo cavallo si mise a vacillare: «Perché vacilli, rozza insaziabile? Hai forse dei brutti presentimenti?». «Il principe Ivan è venuto e ha portato con sé Mar’ja Marina». «Potremo riprenderli?» «Potremmo seminare dell’orzo, aspettare che maturasse, mieterlo e trebbiarlo, farne della birra, berne fino a ubriacarci, dormire per farci passare la sbronza e poi corrergli dietro: il tempo ci basterebbe!» Koščej galoppò, raggiunse il principe Ivan: «Te l’avevo detto che non avresti mai più rivisto Mar’ja Marina come non ti vedi le orecchie!». Gliela tolse e la riportò da lui.
Restò solo il principe Ivan, pianse tutte le lacrime che aveva e di nuovo tornò a prendere Mar’ja Marina; in quel momento Koščej non era in casa. «Andiamo, Mar’ja Marina!» «Ah, principe Ivan! Ci riprenderà e ti farà a pezzettini». «Pazienza! Non posso vivere senza di te». Dopodiché fuggirono. Mentre Koščej l’Immortale tornava a casa, il suo cavallo si mise a vacillare. «Perché vacilli? Hai forse dei brutti presentimenti?» «Il principe Ivan è venuto e ha portato con sé Mar’ja Marina». Koščej galoppò, raggiunse il principe Ivan, lo fece a pezzettini e li chiuse in un barile catramato; prese il barile, lo cerchiò con del ferro e lo gettò nel mare blu, poi riportò da lui Mar’ja Marina.
In quello stesso istante, l’argento dai cognati del principe Ivan diventò nero. «Ah» si dicono «è segno di sventura!» L’aquila si lanciò nel mare blu, ripescò il barile e lo portò a riva, il falco volò in cerca dell’acqua della vita, mentre il corvo di quella della morte. Si ritrovarono tutti e tre in uno stesso posto, aprirono il barile, tirarono fuori i resti del principe Ivan, li lavarono e li misero uno accanto all’altro. Il corvo spruzzò l’acqua della morte: il corpo si unì, si ricompose; il falco spruzzò l’acqua della vita: il principe Ivan sussultò, si alzò e dice: «Oh, quanto tempo ho dormito!». «Senza di noi avresti dormito molto più a lungo!» risposero i cognati. «Vieni a stare un po’ di tempo da noi». «No, fratelli! Vado a cercare Mar’ja Marina».
Arriva da lei e dice: «Scopri da Koščej l’Immortale dove si è trovato un cavallo tanto veloce». Mar’ja Marina approfittò di un momento favorevole e cominciò a interrogare Koščej. Koščej disse: «In un paese lontano, in un reame ai confini del mondo, oltre un fiume di fuoco, abita la baba-jaga; ha una giumenta con cui ogni giorno vola intorno alla terra. Ha molte altre eccellenti giumente; guardiano da lei per tre giorni sono stato, neanche una giumenta ho perduto e per questo la baba-jaga mi ha regalato un puledrino». «E come sei riuscito ad attraversare il fiume di fuoco?» «Ho una fazzoletto che, se agitato tre volte a destra, fa apparire un ponte altissimo, irraggiungibile per il fuoco!» Mar’ja Marina ascoltò con attenzione, ripeté tutto al principe Ivan, prese il fazzoletto e glielo diede.
Il principe Ivan superò il fiume di fuoco e si diresse dalla baba-jaga. Camminò a lungo senza mangiare né bere. Incontrò un uccello d’oltremare con i suoi piccoli. Il principe Ivan dice: «Mi mangerò un uccelletto». «No, principe Ivan!» supplica l’uccello d’oltremare. «Tra non molto ti sarò utile». Andò avanti; vede nel bosco un alveare di api. «Almeno» dice «mi mangerò un po’ di miele». L’ape regina risponde: «Non toccare il mio miele, principe Ivan! Tra non molto ti sarò utile». Non lo toccò e andò avanti; incontra una leonessa con un leoncino. «Mi mangerò almeno questo leoncino; ho una tale fame che mi fa male lo stomaco!» «Non farlo, principe Ivan!» supplica la leonessa. «Tra non molto ti sarò utile». «Bene, farò come dici tu!»
Ripartì, affamato; cammina cammina, ecco la casa della baba-jaga, intorno alla casa dodici pali, undici pali con in cima una testa umana e solo uno libero. «Buongiorno, nonna!» «Buongiorno, principe Ivan! Come sei venuto: di tua volontà o per necessità?» «Vorrei guadagnarmi uno dei tuoi splendidi destrieri». «Bene, principe! Da me non c’è bisogno di lavorare per un anno, ma in tutto tre giorni; se avrai fatto una buona guardia alle mie giumente, ti darò uno splendido destriero, se no, non ti dispiaccia, la tua testa finirà sull’ultimo palo». Il principe Ivan accettò; la baba-jaga gli diede da mangiare, da bere e gli disse di mettersi al lavoro. Appena condotte le giumente al pascolo, quelle alzarono la coda e si dispersero per i prati; il principe non fece in tempo a dare un’occhiata che erano già sparite. Allora si mise a piangere dalla disperazione, sedette su una pietra e si addormentò. Il solicello stava calando quando arrivò in volo l’uccello d’oltremare e lo svegliò: «In piedi, principe Ivan! Le giumente sono rientrate». Il principe si alzò, tornò a casa; la baba-jaga, furiosa, grida alle sue bestie: «Perché siete tornate a casa?». «E come non farlo? Gli uccelli del mondo intero ci hanno attaccate, per poco non ci cavavano gli occhi». «Va bene, domani, invece di sparpagliarvi per i prati, disperdetevi nei fitti boschi».
Il principe Ivan dormì sonni tranquilli; al mattino, la baba-jaga gli dice: «Stai attento, principe, se non fai bene la guardia alle mie giumente, se ne perdi anche solo una, la tua testolina matta finirà sul mio palo!». Lui condusse le giumente al pascolo; subito quelle alzarono la coda e si dispersero nei fitti boschi. Il principe si sedette di nuovo su una pietra, pianse pianse, fino ad addormentarsi, Il solicello era calato dietro la foresta; accorse la leonessa: «In piedi, principe Ivan! Le giumente sono tutte radunate». Il principe Ivan si alzò e andò a casa; la baba-jaga, furiosa più che mai, grida alle sue bestie: «Perché siete ritornate a casa!». «E come non farlo? Le bestie feroci del mondo intero ci hanno attaccate, per poco non ci facevano a pezzi». «Va bene, domani correrete nel mare blu».
Il principe Ivan dormì ancora sonni tranquilli; al mattino, la baba-jaga lo spedì a pascolare le sue giumente: «Se non fai bene la guardia, la tua testolina matta finirà sul mio palo». Lui condusse le giumente al pascolo; subito quelle alzarono la coda, sparirono alla vista e corsero nel mare blu; stanno nell’acqua fino al collo. Il principe Ivan si sedette su una pietra, si mise a piangere e si addormentò. Il solicello era calato dietro la foresta; arrivò l’ape e dice: «In piedi, principe! Le giumente sono tutte radunate; quando sarai rientrato in casa, non farti vedere dalla baba-jaga, vai nella scuderia e nasconditi dietro le mangiatoie. Lì c’è una misera cavallina, sprofondata nel letame; prendila e vattene a notte fonda».
Il principe Ivan si alzò, scivolò fino alla scuderia e si rannicchiò dietro le mangiatoie; la baba-jaga, furiosa, grida alle sue bestie: «Perché siete tornate?». «E come non farlo? Ci ha assalite un nugolo immenso di api, e giù da ogni lato a pungerci a sangue!»
La baba-jaga si addormentò; a mezzanotte in punto, il principe Ivan si impadronì della misera cavallina, la sellò, ci montò sopra e galoppò verso il fiume di fuoco. Giunto a quel fiume, agitò tre volte il fazzoletto a destra e improvvisamente, da non si sa dove, apparve un magnifico e alto ponte. Il principe attraversò il ponte e agitò solo due volte il fazzoletto a sinistra: il ponte sul fiume divenne stretto stretto! Al mattino, la baba-jaga si svegliò: della misera cavallina neanche l’ombra! Si buttò all’inseguimento; andava a una velocità vertiginosa nel suo mortaio di ferro, spronando col pestello e facendo sparire la scia a colpi di scopa. Giunse al fiume di fuoco, diede un’occhiata e pensa: “Ecco un bel ponte!”. Si incamminò per il ponte, ma era appena arrivata nel mezzo che il ponte sprofondò e la baba-jaga cadde nel fiume; là incontrò una morte crudele! Il principe Ivan nutrì la cavallina facendola brucare nei prati verdi; quella si tramutò in un meraviglioso destriero.
Arriv a cavallo il principe da Mar’ja Marina; lei corse fuori, gli si gettò al collo: «Com’è che Dio ti ha resuscitato?». «Così e così» dice lui. «Andiamocene». «Ho paura, principe Ivan! Se Koščej ci riprende, ti farà di nuovo a pezzettini». «No, non ci riprenderà! ora ho un destriero eccezionale, che vola come un uccello». Montarono insella e partirono. Mentre Koščej l’Immortale rientrava a casa il suo cavallo si mise a vacillare: «Perché vacilli, rozza insaziabile? Hai forse dei brutti presentimenti?». «Il principe Ivan è venuto e ha portato via Mar’ja Marina». «Potremo riprenderli?» «Lo sa Dio! Il principe ora ha un magnifico destriero, migliore di me». «No, non resisto» dice Koščej l’Immortale «bisogna che lo insegua». Passarono ore o mesi, raggiunse il principe Ivan, saltò a terra e voleva farlo a pezzi con la sua sciabola affilata; allora il destriero del principe Ivan diede un gran calcio a Koščej l’Immortale e gli spaccò il cranio, mentre il principe lo finì con una mazza. Dopodiché il principe ammucchiò dei rami, accese un fuoco, bruciò Koščej l’Immortale sul rogo e disperse le ceneri al vento.
Mar’ja Marina montò sul cavallo di Koščej, il principe Ivan sul suo, e andarono a far visita prima al corvo, poi all’aquila e poi al falco. Ovunque fanno loro una magnifica accoglienza: «Ah, principe Ivan, non speravamo più di rivederti. Per fortuna non hai penato invano: una bellezza così, come Mar’ja Marina, potresti cercarla in tutto il mondo, ma non ne troveresti un’altra!». Dopo aver festeggiato per parecchi giorni, se ne tornarono nel loro reame; là vissero felici e contenti, i loro beni aumentarono e del buon vino gustarono.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Quella dei Libri.

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Qualche settimana fa ricevo una lettera dalla posta.
Vogliono comunicarmi che sono cambiate le condizioni del mio conto.
Nello specifico, indovinate un po’, mi informano che a partire da novembre, il mio conto non sarà più a spese zero, invitandomi a comunicare l’eventuale volontà di recedere il contratto.

Leggo con calma, in realtà le nuove condizioni potrebbero anche starmi bene, ma ho qualche dubbio da chiarire.

Telefono.
Mi danno il numero da chiamare per prendere appuntamento col consulente.
Chiamo.

 

Io: «Buongiorno, ho ricevuto la vostra lettera informativa riguardo al cambiamento delle condizioni del mio conto…»

Consulente: «Ah, sì, lei ha il conto PincoPallo?»

Io: «Sì, ho quello. Prima di decidere se mantenerlo o chiuderlo, vorrei un appuntamento per chiarirmi alcuni dubbi.»

C: «Ci mancherebbe signora! Quando pensava di venire?»

Io: «Se fosse possibile, io riuscirei a passare venerdì pomeriggio, dalle 16:30 in poi.»

C: «Venerdì alle 16:30 va bene, altrimenti ci sarebbe un altro appuntamento libero alle 18:00.»

Io: «No, grazie, va benissimo alle 16:30. Purtroppo sono vincolata dai mezzi, nel caso facessi tardi posso avvisarla a questo numero?»

C: «Certo, signora. Allora restiamo d’accordo per venerdì alle 16:30. Mi può dire il suo nome e cognome?»

Io: «Certo. VeRA Marte.»

C: «Ah, ma tu sei quella dei libri! Perfetto, dài, ci vediamo venerdì! Ciao, buona serata!»

Io: «Ehm… Sì… Sono io… Grazie, buona serata anche a te.»

 

Che altro aggiungere?
Forse solo che l’ufficio postale in questione NON è quello dove ho i conti, ma un altro della mia zona, scelto solo perché rimane aperto anche il pomeriggio, cosa che ne ha fatto il punto di ritiro ideale per tutti i miei ordini su Amazon.
Il fatto che ormai gli impiegati mi riconoscano e conoscano il contenuto dei miei pacchi, la dice lunga su quanto spesso io passi a ritirare scatoline e scatoloni traboccanti di volumi vari ed eventuali.

Da notare che, almeno per quanto riguarda me, la scelta del giorno per l’appuntamento è stata vincolata dal giorno previsto per la consegna del mio ultimo ordine, così da prendere i proverbiali due piccioni con una fava.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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