Archivi del mese: luglio 2012

Paletti e Confini.

Si può disimparare a scrivere?

Per anni ho fatto corsi e letto manuali nella speranza di imparare a scrivere, e poi di continuare a migliorare, ma in questo martedì mattina di fine luglio la domanda nella mia testa si è ribaltata.

Mi ripeto: si può disimparare a scrivere?

Corsi e manuali piantano paletti e tracciano confini. Ti dicono quali sono le linee da tagliare come traguardi e quali quelle da non oltrepassare neanche sotto minaccia di morte. Insegnano a senso unico, senza possibilità di confronto. Sfornano quantità industriali di scribacchini e copisti, ma non spiegano a chi ha una propria identità come gestirla.

Ricordo un episodio abbastanza ridicolo.
Consegna: scrivere un racconto romantico.
Reazione: “Chi? Io? State scherzando, vero?”
No, non scherzavano… Così mi sono rassegnata. Mi sono seduta davanti al foglio bianco e l’ho fissato con sguardo vacuo per un tempo che tuttora non saprei quantificare. Durante quell’attesa interi universi sono nati e implosi nella mia testa, le ere si sono susseguite in armonia, le specie si sono evolute subendo mutazioni genetiche e poi si sono estinte. All’improvviso l’idea. Debole e traballante, ma pur sempre un’idea.

Inizio a scrivere. La smielatissima ammiratrice segreta, vanto e cruccio del protagonista, è lo stendardo dell’essere patetici, ma che ci posso fare? È l’unica cosa che mi è venuta in mente…
Qualcuno dei miei guru però, credo Stephen King, ma mi autofustigherò in onore del guru corretto nel caso mi stessi sbagliando, sostiene che lo scrittore è solo uno strumento al servizio della storia. Mai come in quell’occasione ho ritenuto sacra tale affermazione. Le parole scorrevano e l’ammiratrice segreta iniziava a rendersi conto della proprio ridicolaggine. Questa consapevolezza, poco a poco, si trasformò in irritazione, per poi mutare in vera e propria collera calcolatrice e vendicativa. Da tenera adoratrice e sadica stalker. “Non male”, pensavo. Insomma, tagliando corto, non vissero felici e contenti, almeno, non tutti.

Mi sembra scontato che mi terrò per me il finale della vicenda, mica posso bruciarmi così un post futuro…

Per questo voglio disimparare a scrivere. Per reimparare ogni volta, per lasciare che le cose si raccontino da sole, limitandomi a far loro la cortesia di prestargli la mia voce e di immortalare con l’inchiostro quello che hanno da dire.

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Banalità post weekend

Weekend impegnativo, che mi ha lasciato innanzi tutto un deficit di sonno che faticherò a recuperare.

Si fanno cose, si scoprono posti, ma soprattutto si conoscono persone.
Persone nuove, che d’improvviso amplificano le tue percezioni. Persone che credevi di conoscere e invece ti appaiono del tutto estranee, ma in modo positivo, come se d’un tratto si svelasse una loro nuova natura, più autentica.

Una lunga lista di cose scontate, riconsiderate però con una consapevolezza del tutto nuova:

  • l’alcol è molto più dannoso di quanto credessi
  • la droga è molto più dannosa di quanto credessi
  • l’amicizia, quella vera, è molto più vitale di quanto credessi
  • l’importanza della salute è molto più sottovalutata di quanto credessi
  • la vita è molto più fragile di quanto credessi
  • la felicità è molto più effimera di quanto credessi
  • il rancore è molto più perseverante d quanto credessi
  • il dolore è molto più recidivo di quanto credessi

Oggi più che mai potrei andare avanti a oltranza. Insomma, tutto è molto più qualcosa di quanto credessi.

Conseguenza inevitabile è che stamattina tutto mi sembra dannatamente banale. L’eco delle sensazioni di questo weekend inizia ad affievolirsi e, per quanto io mi scervelli, non sono ancora riuscita a trovare un modo per tenerle con me.

Questa cosa mi sta mandando in bestia!

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La Saga delle Ferrovie continua…

AVVERTENZA:
Quanto segue potrebbe contenere delle volgarità verbali. Se ritieni che la cosa possa disturbarti e/o offenderti, ti consiglio di non proseguire con la lettura.

Pur non navigando nell’oro, la mia famiglia non mi ha mai fatto mancare nulla. Fin da piccole, a me e a mia sorella hanno insegnato a guadagnarci le cose, in modo che potessimo imparare ad apprezzarne il valore, anche di quelle più piccole e semplici. Conseguenza di questa politica educativa è stato il fatto che tutte e due abbiamo iniziato a lavorare piuttosto presto, in parallelo agli studi.

Fatta questa premessa veniamo al dunque. Ieri, poco dopo pranzo, una collega che fa part-time mi chiama per avvisarmi che lo sciopero dei treni previsto ma mai confermato è in pieno svolgimento. Non c’è l’ombra di un treno, di nessuna tratta e in nessuna stazione.

Esco dall’ufficio e lo scenario in stazione è peggio di quanto mi aspettassi. Gente ammassata ovunque. C’è chi, rassegnato, impegna il tempo leggendo, chi massacra smartphone e tablet, chi telefona, chi si arrabbia e impreca, che cammina avanti a indietro, chi è in compagnia e chiacchiera e chi, sperando nel miracolo, fissa il tabellone delle partenze su cui domina la malefica parola “cancellato”.

Ora, da persona che, nella propria non-autonomia economica, vive ancora coi genitori e ha quindi la magra consolazione di non doversi preoccupare di tutte le spese di gestione e mantenimento che una casa comporta, mi sono comunque posta delle domande.

Innanzi tutto, stramaledetti scioperanti, vi è mai passato per la testa che gli stronzi che si ostinano a non pagarvi gli stipendi o a non concedervi dei contratti decenti di certo NON VIAGGIANO in treno??!
Avete mai realizzato che le uniche persone a cui create davvero dei disagi sono i poveri cristi che tirano a campare come voi??!
Con tutte le buone ragioni che potete avere, che sono indubbie, perché non pensate a chi un lavoro proprio non ce l’ha??!

Già in condizioni “normali” la mia linea ha un ritardo medio di 15 minuti su qualunque corsa, a qualunque ora e in qualunque direzione, ogni strafottutissimo giorno, nonostante i continui aumenti dei costi del “servizio”. Io sarò cattiva, polemica, estrema, e chi più ne ha più ne metta, ma uno sciopero a settimana mi sembra un frequenza ridicola e del tutto inutile. Insomma, AVETE DAVVERO ROTTO I COGLIONI!!!

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Google e dintorni.

Persone più esperte di me m’insegnano che Google è capitalista e superficiale.

Chi pagherà le conseguenze di tutto ciò? Voi pazienti creature che investite porizioni più o meno rilevanti del vostro tempo leggendomi.

Accantoniamo per un attimo la mia natura sentenzialista e proviamo a spiegare.
Armatosi di una dose di pazienza che rasenta lo zen, un amico mi ha spiegato, o almeno ha fatto del suo meglio, come funziona Google. Da brava esaltata mitomane, pretendevo di carpire in pochi minuti tutti i segreti della fama virtuale. Il mio obiettivo era imparare ad aumentare in modo esponenziale, e perché no, magari anche facile, la visibilità di questo pezzetto di web di cui ho pensato bene di appropriarmi.

Le soprannaturali leggi dei motori di ricerca, però, si sono rivelate avverse alla sottoscritta, comune e insignificante mortale, e a tutto il mio idealismo e purismo letterario.
Ero ben decisa a scrivere di più, ma questo senza andare ad intaccare la mia ferma convinzione che il materiale da pubblicare non dovesse scendere al di sotto di una soglia ben determinata di qualità stilistica. Tutto sbagliato!

A Google e compari non frega assolutamente niente della qualità dei contenuti di un sito. Ciò che conta è la quantità.
Di sicuro questo spiega molte cose, ma mi intristisce. Vero che per apprezzare la qualità di un qualcosa bisogna testare anche lo schifo, in modo da crearsi dei parametri di valutazione il più equilibrati possibile, ma così viene premiato chi ha tempo da perdere mettendo robaccia online e penalizzato chi magari, avendone invece poco di tempo, preferisce impegnarlo pubblicando contenuti di qualità.

Il risultato di questa filippica? Semplice. Non importa che io abbia o meno qualcosa di interessante da dire, se voglio almeno provare a far conoscere quel che so fare di buono, l’importante è che io ogni santo giorno blateri a ruota libera, riempiendo le giornate di vuoto mentale e creativo con le prime idiozie che mi passano per la testa.

Un sentito ringraziamento, dunque, a chi ha progettato questi perversi meccanismi promotori di spazzatura, e un cortese invito a tutti voi a prendervela con loro ogni volta che deciderete che la lettura di un mio post vi ha solo rubato del tempo prezioso.

Per dirla in parole povere: se scrivo scemenze non è colpa mia!!!

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Orrore # 1

C’è una sezione di un mio vecchio blog che mi manca in modo particolare, per questo non ho alcuna intenzione di oppormi all’impulso di riproporla qui. Quasi quasi, siccome sono pigra, non cambio nemmeno il titolo.

Sì, lo so, quella per la grammatica e la linguistica è una passione abbastanza perversa e poco condivisa, ma in fondo cosa ci avrà mai fatto di male l’italiano per essere maltrattato? Abbiamo una lingua ricchissima e musicale, che ci permette di esprimere concetti che per molte altre lingue risultano troppo articolati per essere resi in modo efficace, eppure riusciamo a storpiarlo nei modi più disparati e a sbagliare perfino le cose più semplici.

Inaugurerei questa sezione con uno strafalcione epico di qualche anno fa, che però è rimasto impresso nella mia memoria come se ce l’avessero marchiato a fuoco. Ero convinta si trattasse di un lapsus del momento, ma la recidività non ha tardato a manifestarsi.

Che ora sono?

→ Ora: singolare. Sono: plurale. A meno che io non colga la poesia dell’immedesimazione nell’unità temporale ora e “sono” sia quindi una prima persona singolare, ma fatico a confidare in tale sottigliezza.

E ora forse mi prenderò della stronza pignola, ma certe “perle” sono davvero da brivido.

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Per le Ferrovie Italiane il passato non passa.

A volte mi capita di rileggere i miei vecchi blog. È sempre un po’ strano, ma a lungo andare sono arrivata a pensare che in fondo è come un album fotografico, solo che al posto delle immagini ci sono le parole.

Oggi, in preda a uno dei miei raptus di rilettura, ho deciso che ogni tanto ripescherò dal passato. Mi fa sempre un po’ ridere citare me stessa, ma in fondo un po’ di sana mitomania ogni tanto ci vuole.

 

E io che già pregustavo il post che gironzolava nella mia mente…
Una cosina poetica e profonda sullo scrivere come filosofia di vita.

Ero lì, a crogiolarmi nelle fantasiose anteprime mentali delle mie prossime creazioni, quando ecco giungere il controllore.
Il secondo per l’esattezza. Il primo in realtà era una prima, ma il mio sfegatato amore per l’amata lingua madre m’impedisce di definirla controllorA.
Sta di fatto che l’esemplare femmina di questa strana specie, incubo e capro espiatorio dei pendolari, passa senza conseguenze, come un soffio di brezza primaverile, educata e sorridente.

Cinque fermate dopo si presenta il collega maschio:

C: Signorina, biglietto.

Io: (porgo l’abbonamento, ritenuto in perfetta regola dalla sua collega solo 20 minuti prima)

C: Come mai non l’ha convalidato?

Io: Mi hanno detto che, trattandosi di un abbonamento, fa fede la data d’emissione stampata sul tagliandino.

C: Eh no, Signorina cara!

Io: (Ma “cara” a chi?!)

C: Se non vengono stampate anche le stazioni di partenza e arrivo del tratto coperto dall’abbonamento, questo vale come un biglietto normale. Senza convalida, quindi, lei potrebbe usarlo e riusarlo per sessanta giorni dalla data d’emissione.

Io: A parte il fatto che se fosse un biglietto normale non avrei dovuto scriverci io, a mano, la stazione di partenza e quella di arrivo, ma poi ho chiesto, e mi è stato detto che essendoci stampata la dicitura ABBONAMENTO MENSILE, viene considerato valido solo per il mese in corso, se emesso nei primi giorni del mese, o per il mese successivo, se emesso negli ultimi giorni del mese precedente.

C: Sta provando a fare la furba, Signorina? Guardi che le chiedo il documento e le faccio 50 € di multa!

Io: Non sto provando a fare proprio nulla! Ho chiesto spiegazioni e questo è ciò che mi è stato detto. (E poi 20 minuti/5 fermate fa, secondo la tua collega, il mio abbonamento non aveva nulla di anomalo, stronzo!”)

C: Quindi che facciamo? Li paga questi 50 € di multa?

Io: Ma neanche per sogno! Io sono un utente pagante. Se chiedo informazioni a chi dovrebbe essere competente e me le dà sbagliate, la colpa non è certo mia, quindi i 50 € se li scorda!

C: Fa la prepotente? Guardi che tanto le Ferrovie lo trovano il modo per rintracciarla!

Io: Faccia pure! Avrei giusto un paio di cosette da chiedere a quelli delle Ferrovie…

C: Comunuqe questa volta l’ho informata, ma la prossima la multa non gliela leva nessuno!

Io: Io le informazioni le avevo già chieste, ma non posso farci nulla se voi persone “competenti” (o presunte tali) mi dite cose diverse… Se non sapete voi come stanno le cose, devo saperlo io??!

C: Signorina, gliel’ho detto, per questa volta passa, ma la prossima… (con fare minaccioso) E comunque guardi che basta leggere: le condizioni di validità sono riportate sul retro del biglietto.

Ringraziando tutte le divinità in cui non credo per l’improvvisa materializzazione, fuori dai finestrini, della mia fermata, scendo dal treno più imbufalita di un toro a digiuno con un drappo rosso che gli sventola sotto il naso.
Colto da dubbio cocente, recupero l’abbonamento dalla borsa, lo sfilo dalla custodietta di plastica, lo giro e:

Il contratto di trasporto é disciplinato dalle “Condizioni e Tariffe per il trasporto delle persone sulle FS” consultabile sul sito http://www.ferroviedellostato.it o http://www.trenitalia.com – Condizioni di trasporto.

Allora…

Punto primo: Dietro il biglietto non dovevano essere indicate le condizioni di validità del biglietto? E se io a casa non avessi la connessione a internet? O addirittura nemmeno un computer? Dovrei affidarmi alle informazioni che mi forniscono loro, dunque sarei punto e a capo.

Punto secondo: Lo so, ora mi odierete tutti, ma quando sei editor, lo sei nell’anima… “Il contratto di trasporto é disciplinato…”? “é“??? Ma voi siete le Ferrovie Italiane! Le inesistenti indicazioni sul retro dei biglietti dovrebbero, quanto meno, essere scritte in italiano corretto!

(Lunedì 17 Gennaio 2011)

È passato un anno e mezzo ormai, ma secondo voi, a parte i costi aumentati a dismisura, è cambiato qualcosa?

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Il paese dei fuggiaschi.

SHOUT LOUDER – EXILIA

 

 

Quando una ragazza di Milano passa la sua vita in tour in Germania con la sua band, collezionando un TUTTO ESAURITO dopo l’altro, mentre in Italia quasi non si sa della sua esistenza, capisci che non sei tu ad avere qualcosa di sbagliato, ma il paese in cui ti è capitato di nascere.

I cervelli scappano dall’Italia, gli artisti scappano dall’Italia, gli imprenditori scappano dall’Italia, quindi mi chiedo: noi che restiamo siamo stupidi o solo sfigati perché non abbiamo la possibilità di andarcene?

I cervelli se ne vanno perché l’Italia non riconosce i meriti, non li premia, né tanto meno li incentiva, considerato che i fondi, già scarsi, vengono tagliati di continuo. Non si investe sulle strutture e nemmeno sulle strumentazioni, ma si continua a pretendere che le persone mantengano l’eccellenza che il nostro paese vanta in molti ambiti. Il tutto gratis, mi pare ovvio.

Gli imprenditori, a parte quelli con le mani in pasta in affari loschi, se ne vanno perché l’Italia invece di sostenerli li manda a fondo. La ripresa economica è solo una bella barzelletta che si raccontano fra loro quelli che la crisi non l’hanno nemmeno vista passare da lontano. E non dimentichiamo che se un’impresa fallisce, non è solo il titolare a perderci, ma anche, e spesso soprattutto, i dipendenti. Già, tutte quelle persone oggetto, quegli ingranaggi che ogni tanto hanno il brutto vizio di dormire, respirare, andare in bagno, ma soprattutto di mangiare, perché per mangiare servono i soldi.

Gli artisti se ne vanno dall’Italia perché sono invisibili. Inutile dire che parlo degli artisti veri, quelli che hanno qualcosa da dire, da trasmettere, che può piacere o non piacere, ma è genuino. Invece in Italia cosa si fa? Si costruisce l’ “arte” a tavolino, nei talent show. Da qui i casi come gli Exilia o i Kenos, band quasi sconosciute in Italia che però fanno il SOLD OUT in paesi come Germania e Russia.

Le arti “classiche” a mala pena ricordiamo quali siano.

E poi ci sono io, che tutto sommato non posso lamentarmi, ma non posso nemmeno negare che siano le persone e gli affetti a tenermi qui. In America i libri diventano best sellers grazie al passaparola, mentre in Italia nemmeno il migliore degli squadroni di marketing riesce a far sì che qualcuno arrivi a campare di scrittura. Eppure sono qui lo stesso. Passo il tempo a imbrattare pagine, reali e virtuali, nella speranza che prima o poi qualcuna prenda la sua strada e vagabondi raccontando di me.

Di quale categoria farò parte? Degli stupidi, ancora troppo idealisti per arrendersi, o degli sfigati, privi di un qualsiasi mezzo per emergere? Credo un po’ di tutte e due…

 

PS. Se qualcuno fosse interessato al testo della canzone, potete trovarlo qui.

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Senso dell’Umorismo e Istruzione.

Quando andavo alle elementari io la scuola era ancora un’istituzione più o meno seria, l’istruzione un valore importante e lo studio un vero e proprio lavoro, strutturato e impegnativo.

Ricordo la rigida e rigorosa schematizzazione delle “ricerche”.
Penso soprattutto a quelle di geografia. Mi sono sempre chiesta a cosa mi sarebbe mai servito sapere a memoria fiumi, laghi e catene montuose; regioni, province e relativi capoluoghi; superficie, popolazione e stati confinanti.
L’unica cosa che riusciva, in qualche modo, ad attirare almeno un po’ il mio interesse erano gli “Usi e Costumi”, ma ora penso che anche quella fosse una sezione carente. Nessuno ci ha mai insegnato che ciò che davvero conta per conoscere la cultura di un popolo sono i ritmi giornalieri, le piccole abitudini quotidiane, quelle delle persone comuni, e poi una cosa fondamentale: il senso dell’umorismo.

Famoso quello inglese, ma ogni paese ha il suo. Non sarebbe bello conoscere realtà diverse dalla propria a partire da un risata?

Perché tutto questo segone mentale? Perché sono una linguista maniacale!
D’improvviso ho realizzato di riuscire a capire l’umorismo russo senza aver bisogno di stare a pensarci, e ho pensato che la barzelletta, l’aneddotto, dovrebbe essere alla base di metodi d’insegnamento innovativi.
Quale modo migliore di conoscere nuove culture del farlo attraverso quello che le fa ridere e divertire?!

 

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Anche il viaggio più lungo è iniziato col primo passo.

Arriva un momento in cui ti rendi conto di aver sempre pensato troppo e scritto troppo poco.
Ti sei tenuta tutto dentro perché ti sembrava troppo stupido, troppo banale, troppo personale, troppo scontato, troppo… Intanto le idee, offese, se ne andavano ancora più in fretta di come erano venute. Non è mai importato quanti sforzi facessi, quanto le implorassi, quasi fossero divinità capricciose, nessuna è mai tornata indietro.
Scrivi solo quello che ti sembra degno, ma lasciandolo comunque in angoli blindati del web, perché in fondo chi sei tu per decidere che una cosa sia davvero meritevole di importunare il prossimo?
Un giorno, non sai come, qualcuno scova il tuo nascondiglio e ti scrive: “Bello il tuo pezzo! Hai mai pensato di pubblicarlo?”.
Ti concedi una sacrosanta risata. In fondo lo squilibrato in questione sta in chissà quale lembo remoto di terra, davanti a un monitor, annoiato al punto che la sua migliore opportunità di svago è prendere per i fondelli via etere una perfetta estranea.

Sono passati quasi tre anni da quel giorno. Ho pubblicato qualche racconto, ho collaborato con persone che erano mille passi avanti a me sulla strada della scrittura e ho condiviso stanze virtuali, riempiendone le pareti di parole insieme a chi le ama come me.
Tutto questo però non è bastato a farmi togliere le spranghe dalle mie porte private. Per questo ci sono volute decine di muri contro cui schiantarmi e farmi male. Ogni volta la pagina bianca era lì, pronta a farsi imbrattare di inchiostro, lacrime e sangue, ben decisa a non abbandonarmi. Neanche questo è bastato.

La svolta sono state le persone. Quelle sempre pronte a spingermi avanti, pefino a calci se necessario, perché io non mollassi. Quelle che mi hanno insultata ogni volta che mi sono arresa. Quelle che mi hanno regalato un sorriso ogni volta che, imbrattata di fango, mi sono rialzata e ho ripreso a camminare.

È anche per loro, oltre che per la mia necessità di provare a uscire dalla reclusione autoimposta, che nasce questo blog.
Per avermi insegnato che non tutti i sogni sono destinati rimanere tali.
Per avermi insegnato che chi reputa le passioni viscerali una manifestazione socialmente accettabile della follia è il vero disturbato represso.
Per avermi insegnato che se la vita ti bastona, tu devi bastonarla più forte!

Alcuni saranno al mio fianco in questo nuovo viaggio, altri non sapranno mai che mi sono messa in marcia. Alcuni si aggregheranno alla combriccola, altri decideranno di lasciarla.
Non importa. Qui ci sarà sempre spazio e una parola per ognuno.

Bene. Partendo dai ringraziamenti ho rispettato la mia rigorosa regola di vita, ovvero fare sempre il contrario di qualunque cosa ci si aspetti che io faccia. Ora posso dichiarare chiusa la parentesi sentimentalista.

Che il caos abbia inizio!

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