Archivi del mese: agosto 2012

Quello che c’è.

A volte capita che dove eri convinta di trovare risposte, tu ti imbatta solo in altre domande. Le speranze si trasformano in dubbi e la confusione diventa ingestibile.
Alternative non ce ne sono: solo l’attesa snervante e impotente.
Chiudi gli occhi e ti accorgi che i pensieri non sono più iridescenti bolle di sapone, ma opache masse gassose vorticanti nel vuoto dell’incertezza.
Ti concentri per ignorare il sudore gelido che t’incornicia il viso, per poi scivolare, viscido, lungo una schiena.
D’improvviso non t’importa nemmeno più che il tuo lato più fragile sia lì, condensato in sagome di pixel esposte all’occhio collettivo.
Tuo malgrado ammetti che ti sbagliavi: non puoi liberarti di Lei, perché è Lei quella che sa scrivere.

E. Tu. Non. Puoi. Stare. Senza. Scrivere.

Ricordi l’antico comandamento: “Scrivere è respirare”.
Capisci che non hai scampo: è Lei la tua aria.

Poi apri un libro che hai messo in borsa al volo, quasi per caso, perché l’hai visto piccolo, quindi leggero, e come uno schiaffo arriva la riconferma: sono i libri che scelgono te quando ti ritengono pronta a confrontarti con loro.

Ti domandi perché a te non sia riuscito di essere così concisa ed efficace. Non ti spieghi com’è che tutte le tue parole, così sofferte, risultino tanto ermetiche, ma le lasci lì, così come sono.

Perché. Tu. Non. Puoi. Stare. Senza. Scrivere.

Quelle lettere altrui, però, ti si incidono dentro e ti invadono, rimbombandoti nella testa per tutto il giorno.

La vita si fa con quello che c’è, non con quello che vorremmo.

Ho smesso di piangere di Veronica Pivetti

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E ora che l’ordine è giusto?

Tornò verso casa, camminando lentamente, e solo allora le venne da pensare a sé, e a controllare le sue, di ferite.

Mr Gwyn di Alessandro Baricco

Forse è sempre stato questo il mio unico vero problema: pensare sempre prima a come dovesse sentirsi chi mi stava ferendo, invece che al fatto che mi stesse ferendo in sé.

Cosa succede ora che ho imparato a dare il giusto ordine di importanza a queste due cose?
Come faccio a non sentirmi egoista?
Come combatto i sensi di colpa sempre in agguato?

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Abbronzatura Picasso.

Basta davvero poco per diventare grandi…
E ancora meno per diventare felici…

Sì, sono diventata ottimista tutto d’un colpo!
E no, non c’è stato alcun cambiamento rilevante nella mia vita.

Credo sia il mare…

Dev’essere magico per forza.
Al mare è nata la mia passione per le lingue slave. Al mare ha visto la luce uno dei miei pochissimi racconti pubblicati. Al mare ho conosciuto quelli che per anni ho considerati quasi come dei genitori adottivi. Al mare ha preso forma uno dei miei tatuaggi.

Quest’anno il mare mi ha regalato un incontro.
Una persona che mi ha insegnato tanto di me stessa, delle mie potenzialità, di quanti motivi ho per volermi bene.

Non che nessuno avesse mai tentato prima questa impresa, anzi, di persone splendide accanto ne ho, ma quando vengono da qualcuno che è riemerso dal tuo stesso infermo, le parole sembrano acquisire un significato tutto diverso, una consistenza nuova.
Fa uno strano effetto guardare in occhi che sorridono insieme alle labbra, se non di più, e realizzare che allora è possibile chiudere la porta del tormento, buttare la chiave e farne un ricordo innocuo.

Tutt’a un tratto rimetti a fuoco chi sei. Capisci che hai permesso a persone che non lo meritavano di convincerti che i tuoi pregi fossero difetti.
Quello è il momento in cui dici BASTA!

Per quanto riguarda il titolo di questo post, beh, volevo solo rendere omaggio a una cosa che non si può spiegare a parole. Bisogna vedere di persona per capire il disastro che ho combinato fra arrossamenti, overdose di crema protettiva e ustioni di gradi vari.

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Dietro le quinte.

Ogni blog è un palcoscenico.

Offre uno spettacolo. Mostra l’opera compiuta.

Ma esistono le quinte. Cuore pulsante della rappresentazione. Rifugio della mente frenetica che le dà origine.

Questa l’immagine che avevo nella testa quando ho deciso di “uscire allo scoperto”.

Come?
Con un gesto molto semplice. Sostituendo il nick di questo blog col mio nome.
Perché è quello il marchio di fabbrica con cui le mie “creature” se ne vanno a spasso.

Per qualcuno questa cosa non farà alcuna differenza. Per qualcuno non sarà una novità, per qualcun altro sì. Per qualcuno sarà una piacevole scoperta, per qualcun altro solo una pietra in più da scagliarmi contro.

Non importa.

Basta nickname. Basta pseudonimi.
Solo quella me che ama scrivere.
A dispetto di tutte le altre.

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Tacciono.

Silenzio d'Autore

 

Ci sono giorni in cui gli artisti tacciono.

Afflitti da dolori che nessun colore può dipingere, che nessuna nota può cantare, che nessuna parola può descrivere.

La gente li definisce estrosi, eccentrici, strani, qualcuno dice che sono matti, ma si sbagliano tutti.

Sensibili. Gli artisti sono sensibili.

Un sorriso può accecarli. Una lacrima può affogarli. Il martellare del cuore può assordarli. Una carezza può mandarli in frantumi. Un’emozione può ucciderli.

Ci sono giorni in cui gli artisti tacciono.

Troppo impegnati nel faticoso lavoro della sopravvivenza. Troppo attenti a schivare i colpi di un mondo privo della delicatezza necessaria per maneggiarli. Troppo assorti nella ricerca di un nascondiglio dalla crudeltà gratuita che la vita sparge con assoluta noncuranza.

Ci sono giorni in cui gli artisti tacciono.

L’anima intrisa di quel silenzio opprimente che imbavaglia l’espressività, narcotizza l’estro, mutila la creatività. Gli occhi chiusi per non vedere la tela ancora pulita, il pentagramma ancora vuoto, la pagina ancora bianca. Le labbra serrate per non lasciar evadere la sofferenza, per non restare soli.

Ci sono giorni in cui gli artisti tacciono.

E nessuno se ne accorge.

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Senso del Dovere

Per scrivere meglio, si deve fare esercizio, proprio come in qualsiasi altro sport. Ma non bisogna lasciarsi prender la mano dal senso del dovere, e trasformare l’esercizio in una routine fine a se stessa. “Sì, oggi ho scritto per un’ora, ieri ho scritto per un’ora, e anche l’altro ieri ho scritto per un’ora”. Non è solo questione di dedi carci del tempo. Non basta. Bisogna fare un grande sforzo. Quando ci sediamo a far pratica di scrittura, dobbiamo esser disposti a mettere in gioco tutta la nostra esistenza. Altrimenti non facciamo altro che percorrere meccanicamente la pagina con la penna, alzando ogni tanto lo sguardo all’orologio per vedere se il tempo è scaduto.
Certuni ascoltano la regola: “Scrivi ogni giorno”, la seguono e non migliorano. Lo fanno semplicemente per senso del dovere. È così che agisce lo sgobbone. Ed è uno spreco d’energia, perché limitarsi a seguire le regole senza metterci il cuore richiede uno sforzo immenso. Se scoprite che il vostro atteggiamento è proprio questo, allora tanto vale smettere di scrivere. Meglio astenersene per una settimana, o per un anno. Aspettate finché non sentite il disperato bisogno di dire qualcosa, un impulso così forte da farvi male. E allora ripartite.
Non preoccupatevi. Non sarà stato tempo perso. Riuscirete a utilizzare la vostra energia in modo più immediato e senza sprechi. Questo non significa che se un smette per un po’ e poi quando ne sente la voglia ricomincia, in seguito non avrà più problemi. I problemi ci saranno sempre, ma dentro di noi la brace dell’espressione avrà più spazio e più aria, e potrà veramente cominciare ad ardere. Saremo più convinti di quel che facciamo, e al momento di riprendere saremo più disposti a impegnar i a fondo.

Scrivere Zen di Natalie Goldberg

Guarda te quanto casino per giustificare tre giorni di pigrizia!!!
Battute a parte, era un po’ che meditavo di propinarvi una qualche citazione-mattone da uno dei miei millemila manuali di scrittura.

La scrittura è una dimensione parallela un po’ particolare. Spesso fa dei suoi adepti degli emarginati asociali, eccentrici e visionari. Infiniti mondi sbocciano nelle loro teste, i personaggi si confondono con le persone, la realtà si colora di sfumature immaginarie che solo loro percepiscono.

Non pretendo che le persone capiscano, non l’ho mai preteso, vorrei solo che smettessero di ridermi in faccia quando sostengo che non solo la scrittura è un’arte, ma che è un’arte faticosa e impegnativa.

Se non la pensate così, perché non ci provate voi?

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Italiano? E chi lo conosce?!

Oggi niente svarioni mentali filosofici, ma domandoni epici sui perché dell’italiano.

Che fossi una malata di lingue, forse, qualcuno l’aveva già intuito, ma il vero divertimento non sta nell’imparare un’altra lingua: inizia quando devi spiegare la tua lingua a uno straniero.

Nel caso specifico, sto preparando delle lezioni di italiano per un’amica russa, e ogni sua domanda per me è una doccia fredda di consapevolezza della mia ignoranza.

Mi rendo conto che sono ben poche le persone a cui può fregare qualcosa di tutto ciò, ma per me è un dilemma esistenziale.

Tutto è iniziato con una vera e propria maratona sugli articoli. Argomento pallosissimo, certo, ma almeno provvisto di regole, quindi spiegabile. Dove sta la difficoltà? Nel fatto che in russo gli articoli NON ESISTONO.

Dopo gli articoli ha preso vita il circo.

Perché voi italiani dite “andare AL mare” ma “andare IN montagna”?
Cosa significa esattamente la parola “allora”? E come e quando si usa?
E le parole “comunque” e ” pero”? (L’accento come segno grafico in russo non esiste, quindi si intende “però”, non la pianta.)
Perché dite “ci vediamo ALLE otto” e non “ci vediamo NELLE otto”? (Anche qui il problema nasce da una traduzione letterale della frase russa.)

La mia risposta a tutte queste domande?
Che ne so!!! Ma soprattutto, perché diavolo dovrei saperlo??!

Poi mi tornano in mente tutte le volte che le persone russe che ho l’abitudine di importunare mi hanno risposto: “Non c’è un perché. Si dice così e basta.”. A quel punto realizzo che anche loro devono aver trattenuto non pochi insulti a ogni mia domanda “scomoda”, così mi armo di pazienza e mi inabisso fra vocabolari, grammatiche (italiane e russe) e manuali di traduzione finché non riesco a venirne a capo o, quanto meno, a trovare degli esempi decenti che mostrino nel modo più chiaro possibile la funzione della parola in questione.

Detto ciò, al prossimo che mi viene a dire che tradurre non è lavorare sul serio, che la grammatica è una cosa ormai obsoleta e inutile, che in fondo tutto il mondo è paese e che alla fine un modo per capirsi lo si trova sempre, beh, a questa persona auguro di trovarsi al più presto ad avere bisogno urgente di un bagno, e che in quel momento le uniche persone a cui poter chiedere siano un arabo, un cinese e un russo!!!

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Sotto la pioggia.

 

Avevo in mente tutt’altro per oggi, ma l’imprevisto ha sempre la meglio.

Oggi me ne stavo tranquilla al solito posto. Ero quasi emozionata. Quaderno nuovo, penna nuova, colori nuovi. Per me è sempre un po’ una festa, un nuovo compagno di viaggio. Scelgo le copertine in base a cosa ho in mente di scriverci dentro, insomma, la solita maniaca.

Inizio a scrivere la prima pagina, e il sole sopra di me si smaterializza. Il cielo inizia a brontolare, ma in fondo un po’ d’aria fresca non può che essere gradita, e pazienza per le improvvise luci psichedeliche.
Passo alla seconda pagina, la penna scorre veloce come non faceva da tempo. Le prime gocce marchiano, prepotenti, la carta, ma non ne voglio sapere di spostarmi. Io amo la pioggia. Sfodero l’ombrello e mi ci rintano sotto, quaderno e zaino compresi. In fondo sono solo due gocce, che male vuoi che possano farmi.
È il turno della terza pagina. Le gocce non sono più due, ma almeno una miliardata. Chi se ne frega. Non mi muovo lo stesso. Qualcuno o qualcosa non deve approvare la mia decisione, perché d’improvviso le gocce diventano proiettili di ghiaccio.

Mi sono arresa e mi sono messa al riparo, ma senza andarmene. Il rumore della pioggia fra gli alberi ha qualcosa di ipnotico. Il profumo di erba bagnata rigenera i pensieri.

Non saprei spiegare perché, ma sono sempre convinta che la pioggia abbia qualcosa da dirmi.
Ore di conversazioni silenziose che non portano mai a nulla, ma alleviano il senso di oppressione costante. La realtà si trasforma in un acquerello e, non so come, la tavolozza diventa quella giusta. Ogni colore assume la sua tonalità malinconica, assorbendo fra le sfumature ogni disequilibrio, ammortizzando le cadute dopo ogni passo falso.

Incantata. Come ogni volta.

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Hai da accendere?

Inizierei la mia ennesima riflessione inutile dalla contestualizzazione.

Primi di agosto, non c’è più nessuno in giro, clima da far west, sia per le temperature che per le balle di fieno che rotolano sulle strade deserte al ritmo del sibilo del vento. Però finalmente sei in ferie. Stare a casa? Mai! Quindi si esce, anche se è giovedì e non ci sarebbe anima viva nemmeno durante l’anno (perché il venerdì si lavora).

Io e la Socia. Estivo di un locale, perché con queste temperature al chiuso non ci stiamo. Divanetto. L’immancabile vodka. Lemon per me, pesca lemon per lei. Che tristezza. Stiamo diventando scontate e prevedibili, ma non era questo il punto. Siamo stanche in partenza, perché alle vacanze, a differenza del lavoro, il permesso di stroncarci lo concediamo volentieri. Ci sono solo ragazzini e il dj-set non può evitare di adeguarsi: è la fine.

Spiaggiate sul divanetto mentre, fra l’altro, ci piove addosso: così ci ha colte il dramma.

TIZIO: Scusa, hai da accendere?
IO: No, mi spiace.
SOCIA: Aspetta, ce l’ho io l’accendino.
(TIZIO si accende la sigaretta, ringrazia e se ne va.)
SOCIA: Ma tu mica eri quella con l’accendino sempre in borsa??! Senza ti perdi delle occasioni…
IO: L’ho lasciato nell’altra borsa e onestamente con TIZIO non mi sembra di essermi persa granché…

Ora, io mi domando, quand’è che il vizio è diventato virtù? Ma dimmi te se devo sentirmi inferiore perché non fumo…

Non contenta, la mia testa ha continuato a rielaborare l’espisodio, fino a ipotizzare questa variante.

TIZIO: Scusa, hai da accendere?
IO: Sì, tieni.
TIZIO: Non è che posso scroccarti anche una sigaretta? Sai, le ho finite…
IO: Mi spiace, non fumo…
TIZIO: … (Mi ridà l’accendino e se ne va. Perplesso.)

Lo so, forse ho un po’ estremizzato la situazione, ma davvero siamo arrivati a questo punto? Davvero non siamo più capaci di socializzare senza bisogno di trucchetti ed escamotage vari?

Boh… Sarà colpa della mia sfacciataggine che mi porta a presentarmi senza mezzi termini a chiunque incroci la mia strada, poi sia quel che sia. In fondo mica faccio nulla di male, no?!

 

Hai da accendere?

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Campi Time!

Sì, da oggi si ricomincia ad andare per i campi!

Pensate pure tutti a cose oscene se volete, che l’oscenità fa audience e qualche lettore in più non fa mai schifo!

Ufficialmente in ferie da ieri, ho deciso che una tabella di marcia fosse d’obbligo. Devo tradurre, scrivere per il sito, studiare, scrivere per me, preparare le lezioni di italiano per la mia amica russa e, magari, mantenere più o meno attiva la mia vita sociale.
A una mente attenta non sarà di certo sfuggito il fatto che, più o meno remunerative, sono tutte attività statiche e dunque ad altissimo tasso ingrassante. Sì, anche la vita sociale è ingrassante, dato il suo elevato tasso alcolico.

Urgeva una soluzione. Perché non gli adorati campi?

Molte delle mie “creature” hanno visto le luce fra un recinto di struzzi e un campo di pannocchie. L’ultimo round di studio folle per l’esame di russo si è consumato all’ombra di piante di cui non conosco il nome. Gli alberi sono stati spettatori attenti e disciplinati della messa in scena di ogni mio stato d’animo, dalle risate ebeti di quando sei troppo felice per trattenerti, alle lacrime più dolorose mai versate. Per non parlare degli innumerevoli concerti solisti, intollerabili per qualunque orecchio umano, data la mia assoluta incapacità canora.

Il lato noioso è quello logistico. Se dipendesse da me vorrei che la casa fosse gonfiabile, tipo materassino. La sgonfi, la infili nello zaino e, arrivata a destinazione, la rigonfi e hai tutto a portata di mano. Invece finisco sempre per incamminarmi con zaini che pesano due volte me, quindi davvero pesanti, pieni di qualunque cosa. Inutile dire che nella migliore delle ipotesi finisco per usare sì e no il 10% di tutte le cianfrusaglie che mi porto dietro. È che mi piace non precludermi nessuna possibilità. Chi lo sa se per strada mi verrà voglia di scrivere, di leggere, di disegnare, di fare bolle di sapone… Sì, bolle di sapone. Riesco a passare ore e ore a farle per poi fissarle come se racchiudessero la soluzione a tutti i miei problemi.

Ok, sto divagando. Dicevo, la tabella di marcia. In realtà ciò che conta è solo la marcia. Tutto il resto potrei farlo standomene spalmata davanti al pc, ma non credo che il mio didietro necessiti di un ulteriore ampliamento. Fra l’altro sono abbastanza convinta che anche il mio mollusco cerebrale potrebbe atrofizzarsi se passassi l’intero mese di agosto a sollazzarmi col vocabolario online invece di tonificarmi scarrozzandomi il caro vecchio mattone cartaceo. Sollevamento pesi e sbattone mentale allo stesso tempo: sempre detto che studiare lingue offre possibilità infinite.

Per finire, ci sono due new entry da sperimentare. Il super telefono, che verrà messo alla prova per vedere se si rivelerà un degno sostituto della storica macchina fotografica, sequestrata con la violenza durante un concerto ormai un anno fa, e la super borraccia filtrante, che è strafiga in partenza per il solo fatto che è viola.

Bene. Detta questa infinità di robaccia inutile, è il momento di inaugurare la nuova sessione di bighellonaggio estivo!

È finalmente CAMPI TIME!!!

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