Archivi del mese: ottobre 2012

Felice Anno Nuovo!

LA RUOTA DELL’ANNO

Samhain cade il 31 ottobre, ed è conosciuta in tutto il mondo anche come Halloween e Vigilia di Ognissanti. È l’unica festività che riguarda direttamente i defunti. Per questo motivo, la celebrazione di Samhain definisce in modo completo il ruolo della Morte nel ciclo della Vita, e l’importanza delle sue lezioni nella nostra realtà personale.
In molte culture antiche, Samhain segnava l’ultimo giorno dell’anno. Per questo motivo diventava un’occasione per chiudere tutte le questioni lasciate in sospeso. Quando la stagione del pascolo si chiudeva, il bestiame veniva riunito e selezionato – alcuni capi venivano mandati al macello e gli altri riportati nelle stalle. Gli agricoltori mettevano da parte il raccolto, lasciando a marcire nei campi ciò che restava come tributo alla Madre Terra. Ma ci si occupava anche di altre faccende: i debiti venivano saldati e le controversie risolte. In realtà, tutto ciò che poteva pregiudicare la buona sorte nel Nuovo Anno veniva affrontato senza indugio.
Tuttavia, la funzione principale di questa giornata probabilmente riguardava le persone decedute durante l’anno. Era importante che potessero avere un riposo tranquillo prima dell’avvento del nuovo anno, che fossero onorate e ricevessero il dovuto, che i loro spiriti non provassero disagio o dispiacere, per timore che continuassero a vagare sulla Terra. E dato che il velo tra il mondo fisico e quello spirituale è molto sottile Samhain, era un giorno eccellente per occuparsi di loro.

L’Arte della Strega di Dorothy Morrison –

 
Prima di tuffarmi in caduta libera verso l’ateismo più sfrenato, sono stata pagana per anni.
Senza nulla a togliere agli altri credo, perché la fede è un diritto di tutti, averla o meno, credo che se mai decidessi di tornare a “credere”, tornerei pagana.
In fondo le “regole” del paganesimo altro non sono che buonsenso, condito con un pizzico di rispetto per se stessi e per quello che ci circonda.
Sarei tentata di dare il via a una lunga serie di paragoni, ma come ho detto, non sto scrivendo questo post per screditare questa o quella religione.

Essendo però grata al paganesimo per tutti i momenti di reale serenità che è stato capace di donarmi, oggi voglio vivere Samhain a modo mio, senza pagliacciate all’americana.
Un buon libro, buona musica, un buon film, magari un’improvvisata dalla super-iper-mega splendida Lety (sì, il rincoglionimento della zia per TE continua ad aggravarsi), la buona volontá di provare a evitare lo scontro feroce con certe persone almeno per un giorno, sperimentare la magia di un sorriso regalato.

Non mi sento più buona, non credo di esserlo mai stata davvero, ma tentare almeno di sembrarlo per un giorno mica può uccidermi, no?!
E se anche fosse, dato il giorno, significherebbe cavarsela con un last minute per l’aldilà, senza neanche troppi sbattimenti.

Ok, oggi sto già perdendo il controllo sulla genesi spontanea di cazzate visionarie nella mia testa, quindi chiuderla qui potrebbe rivelarsi un’idea geniale, dunque…

BUON SAMHAIN E FELICE ANNO NUOVO
A TUTTE E TUTTI VOI,
MIE MALCAPITATE LETTRICI
E MIEI MALCAPITATI LETTORI!!!

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Mai SOTTOvalutare il SOTTOtitolo.

PERCHÉ AMIAMO SCRIVERE – DUCCIO DEMETRIO

 

Scrivere è l’unico modo sensato, decente, impudico di rispondere al mondo.
Scrivere è partorire quello che non può esistere davvero ed estinguere quello che non è mai nato. Lo scopri dopo centinaia di pagine amate e detestate, di frasi andate perdute, di cancellature di cui ti sei pentito, di brani scritti a occhi chiusi volatilizzatisi all’ultimo prendere sonno. La scrittura è una “fabbrica” di paradossi, non solo di storie. Crediamo di aver affermato una verità e abbiamo dato adito al suo contrario; scriviamo per negare un sentimento e invece ne facciamo spudoratamente sfoggio; cerchiamo le parole giuste, finiamo con l’essere fraintesi. Scriviamo per non scrivere più, per vergare la parola fine; e ci accorgiamo che, se ciò decidessimo per davvero, il buio dentro e fuori di noi avrebbe il sopravvento. Meglio quindi accontentarsi di quei sinuosi segni, per scoprire se quel “mondo” che ci interpella distrattamente, che non ascolta le nostre risposte, riuscirà mai a decifrarle e comprenderle. Guardando oltre la nostra spalla, incuriositi, almeno, dalla incomprensibilità oziosa di quanto, imperterriti, non smettiamo di adempiere.

 

Perché amiamo scrivere – Filosofia e miti di una passione

Dato che non so se mai riuscirò ad arrivare alla fine, ho deciso di citarvi un brano da questo libro che, nonostante mi stia costando una fatica immane (e sono solo a metà), mi ha già insegnato una lezione fondamentale: MAI sottovalutare il sottotitolo!

Già. L’estratto che ho citato, infatti, è uno dei pochi in cui l’autore sembra ricordare che il tema centrale del libro dovrebbe essere, per l’appunto la scrittura, non la filosofia e la mitologia che, a mio personale parere, contavo di trovare in veste di strumenti d’analisi della passione per la scrittura.
Invece no. Io confesso senza remore il mio rapporto conflittuale con la saggistica, ma se un libro sulla scrittura sta riuscendo ad annoiarmi a morte, forse qualcosina che non va c’è.

Va bene, il titolo è un po’ l’esca, deve indurre l’ignaro lettore ad abboccare all’amo, ma porcaccia d’una miseria, se avessi voluto farmi una full immersion di mitologia, mi sarei regolata di conseguenza.
Caro Duccio, perdonami, ma proprio non ci siamo. Sono a metà e ancora, del perché mai le persone sviluppino una passione smodata per lo scrivere, non mi hai detto quasi nulla di concreto.

Bene. Ho finito. Tempo fa avevo avvertito che io e la critica letteraria oggettiva siamo due universi molto lontani. Di sicuro non pretendo, non l’ho mai fatto e non credo lo farò mai, di spacciarmi per competente in materia. Nella mia personalissima concezione, “recensire” un libro significa limitarmi a dire se mi è piaciuto o meno e perché, quindi diffidate sempre dei miei suggerimenti di lettura.

Stavolta ho finito davvero… È che mi sarebbe spiaciuto smentire il mio titolo ufficiale di membra onoraria de Il Club dei Blog Monotematici. Ihihih!

ВСЕМ ВЕСЁЛОГО ДНЯ!!! – BUONA GIORNATA A TUTTI!!!

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Eclettismo e Prudenza.

EQUILIBRISMO STILISTICO

 

Cosa si fa di solito sotto la doccia? Si canta.
Sbagliato! Io sotto la doccia mi lavo.
Avendo la pessima abitudine di farla a orari improponibili, tipo le due di notte o le cinque del mattino, l’opzione canto nel mio caso non è contemplata, e anche se lo fosse, molto meglio per tutti che io mi astenga, credetemi.
Dunque sotto la doccia faccio la persona banale: mi lavo. E penso.

Stamattina, mentre decidevo quale salsa usare per condirvi l’ennesima pappardella sulla scrittura, mi sono invece ritrovata a riflettere sulla monotematicità della maggior parte dei blog, ovvio, compreso il mio.

C’è chi è monotematico nel genere, chi negli argomenti, ma siamo tutti, chi più chi meno, monotematici.
Questo non impedisce che dai temi di base le riflessioni finiscano per spaziare negli ambiti più disparati, ma il punto di partenza rimane lo stesso per ognuno di noi.
C’è chi si affida ai versi e chi alle immagini, chi raccoglie citazioni e chi dà carta bianca solo alla propria creatività, chi parla solo dei tormenti che lo mandano a fondo e chi solo delle passioni che invece lo tengono a galla.
Io, ad esempio, se non parlo di scrittura, parlo del russo, con qualche eccezione ogni tanto per le perle d’ignoranza della nostra fantasiosa gioventù d’oggi.

Sono abbastanza sicura che questo segone mentale sia stato influenzato dal ricordo che mi ha assillata ieri.
Eclettismo. Ecco cosa aveva in più il suo scrivere rispetto a quello di tante altre persone, anch’esse capacissime ma, per l’appunto, tendenti alla monotematicità, sempre sottoscritta inclusa.
Sapeva scrivere, con risultati più che dignitosi, qualunque cosa. E forse è per questo che a volte ne sento la mancanza, perché mi ha massacrata, ma mi stava insegnando a fare lo stesso. Ci stava riuscendo. Mi stava aiutando a diventare una lui al femminile, senza però nulla togliere al mio stile personale.
Stavamo diventando una sorte di invincibile macchina da guerra. Sono davvero poche le occasioni in cui non siamo riusciti a raggiungere gli obiettivi che ci eravamo prefissati.

L’equilibrio è stato spezzato dall’intromissione di persone che hanno pensato bene di espandere il loro ruolo dalla sfera personale e privata a quella artistico-professionale.
Gli hanno montato la testa al punto che la mia abituale funzione di zavorra, che ci teneva ben saldi a terra riguardo le nostre reali possibilità editoriali, è stata del tutto annullata.
Gravità zero. E lui se n’è volato via con le tasche piene dei sogni artistici di entrambi, per poi perderli miseramente durante il volo. Tutto per dar retta a chi non faceva che ripetergli che non si corre alcun rischio facendo il passo molto più lungo della gamba.

Lo so fin troppo bene anch’io, a volte la brama di realizzare un desiderio è tale da riuscire a zittire la vocina del buonsenso, ma forse, se proprio si decide di lanciarsi, prima sarebbe bene assicurarsi di aver posizionato a dovere la rete di sicurezza.

Sono affetta da eccessiva prudenza? Forse.
Il punto è che quando ti resta poco da fracassarti nell’ennesimo schianto, non hai altre alternative.

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Onore alle Mannaie!

NONOSTANTE TUTTO, GRAZIE.

Oggi una sorta di brain storming involontario mi ha ricordato una persona.
Una persona che, se leggesse quel che scrivo ora, con ogni probabilità mi toglierebbe il saluto.
Una persona che mi ha delusa, come nessun altro aveva mai fatto né potrà mai fare.
Una persona che mi ha regalato un sogno per poi frantumarlo davanti ai miei occhi con le sue stesse mani.
Una persona che forse, almeno per quanto ne so io ora, a distanza di circa due anni, ha pagato ritrovandosi a guardare, impotente, il suo sogno andare in pezzi, proprio come il mio.

Mi chiedo se scrivi ancora, o se la delusione ha avuto ripercussioni anche sulla tua, di scrittura.
Mi chiedo se ti sei arreso, o se stai solo studiando gli errori commessi, per essere sicuro di non ripeterli quando sferrerai il prossimo attacco.
Mi chiedo se noteresti mai questo blog, così diverso da quello che ti aveva folgorato, questa persona, così diversa da quella che ti aveva tanto colpito.

Ho tolto al dolore il ruolo di protagonista, e poco importa se ha deciso di restare nonostante gli abbia rifilato una particina di scarsa rilevanza.
Parlo un sacco di scrittura, invece di scrivere, ma in fondo così è più semplice, più sicuro, mi protegge dal rischio di incrociare altre persone come te, per quanto io dubiti che ne esistano, e non saprei nemmeno dire se questo sia un bene o un male.

Ogni tanto mi viene la tentazione di scriverti, di contattarti in qualche modo, ma in genere è questione di qualche ora al massimo.

Hai mandato in fumo l’unica opportunità editoriale reale che mi sia capitata, almeno fino ad ora, e quando è andata in fumo la tua io non c’ero già più, ma è stato meglio così.
Mi manca il gioco delle mannaie, ma non ho dimenticato nessuno degli insegnamenti che ho tratto da ogni singolo, massacrante confronto.
Nonostante tutto, ti auguro di raggiungere quel traguardo che tanto brami da anni, perché non importa quanto lontane si snodino ora le nostre strade, al di là di quel che ne hai fatto dopo, sei stato, e rimani, l’unico in grado di regalarmi un sogno.

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I Rally del Sabato.

Ma quali Schumacher e Alonso?! Dove sta la difficoltà nell’andare come pazzi su una pista costruita apposta per quello?!

So che ora molti uomini mi staranno odiando, ma vuoi mettere l’abilità di chi fa curve a gomito a 100 all’ora alle 7 del sabato mattina, con livelli di rincoglionimento ancora piuttosto elevati, sull’asfalto bagnato delle stradine strette di paese, con una Panda?!
Eh già, io e la fedelissima Panda-Mobile abbiamo la brutta abitudine di dare spettacolo, soprattutto il sabato mattina, quando per principio morale, mi rifiuto di perdere l’unico treno che mi frega prendere sui miei 12 settimanali obbligati, indipendentemente da quanto sia il ritardo con cui esco di casa.
Ora del sabato, lo garantisco, il ritardo è aumentato in maniera esponenziale rispetto al lunedì, perché sì, io in genere sono in ritardo già il lunedì, per me il weekend è troppo breve per un recupero completo.

Il punto è che il treno del sabato è IL Treno.
Ciao ciao ufficio, direzione lezione di russo!

Così via libera alle prodezze automobilistiche…
E se davanti ti trovi il solito vecchietto che deambulerebbe più veloce col treppiede di quanto faccia in macchina, non ti limiti a sorpassarlo come gli altri giorni, gli passi sopra!
Le precedenze sono una maxi sfida a Memory, mettono alla prova il tuo colpo d’occhio, perché il freno, il sabato mattina, è offlimits! Almeno finché non arrivo in stazione.
Ringrazi tutte le divinità conosciute per l’esistenza di gente che sembra avere più fretta di te.
A un certo punto, circa 6 minuti dopo la partenza (invece dei 10 abituali), la stazione ti appare tipo miraggio, che a confronto l’America che si manifesta a Colombo è niente, e ti prepari al gran finale: il parcheggio.
Inutile dire che non può richiedere più di una manovra. Nel momento in cui ti fermi una mano spegne le luci, l’altra dopo aver tirato su i finestrini (abbassati per ovviare al fatto che l’aria non fa in tempo a raggiungere la temperatura necessaria per spannare i vetri), tira il freno a mano.
Panda-Mobile spenta. Hai addirittura il tempo di assicurarti che tutte le portiere siano chiuse, perché ogni tanto la Panda mi fa gli scherzoni, e di incamminarti con tutta la calma di questo mondo verso la banchina.

IL Treno non è ancora nemmeno stato annunciato.
La passeggiata in assoluta beatitudine, nella speranza che l’aria fredda ti svegli almeno un po’, è d’obbligo.
IL Treno arriva, ci sali in tutta tranquillità, ti metti del sano metal nelle orecchie e decidi di fracassare le palle ai tuoi lettori raccontando la cosa sul blog.

ВСЕМ ДОБРЫЙ ДЕНЬ!!! – BUONGIORNO A TUTTI!!!

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Che schifo!

Non ho mai trattato temi seri in questo blog, non per mancanza di sensibilità, ma perché sono convinta che, purtroppo, con le belle parole non si sia mai risolto niente.

Oggi però credo farò un’eccezione.
Perché ho voglia di urlare fino a farmi sanguinare la gola.
Perché ho voglia di prendere a pugni un muro fino a frantumarmi le ossa.
Perché ho voglia di darmi fuoco e lasciarmi bruciare fino a cancellare ogni segno del mio essere donna.

Ce l’ho con me stessa, perché sono donna.
Ce l’ho con la paura, perché ha sempre la meglio.
Ce l’ho con la rabbia, perché non posso esprimerla.
Ce l’ho con l’indifferenza, perché è l’unica alternativa possibile.
Ce l’ho con la violenza, perché è una fottuta maschilista.

Assistere a una furiosa litigata in treno.
Lei piange mentre lui continua a insultarla, dandole sberle e manate dappertutto, e minacciandola di cose ben peggiori una volta scesi dal treno.
Aver voglia di prenderlo a calci e invece restare paralizzata dalla paura di fare la stessa fine.
Sentire la bile che ribolle nello stomaco e ingoiare saliva per scacciare quel sapore acido.
Le mani formicolano per la tentazione di spaccargli la faccia e le unghie si conficcano nei palmi per non cedere, per non rischiare di attirare anche su di me l’idiozia dello stronzo.

Ma come dicevo, a cosa diavolo servono le parole?

Sei donna? Beh, arrangiati, sono cazzi tuoi!

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A Cosa Serviva?

Un pò di tempo fa ho promesso ad alcune persone che prima o poi avrei pubblicato qualcosa nel mio vecchio stile, neoscritto o ripescato che fosse, e oggi boh…
Non è giornata e non so nemmeno perché.

Così ho deciso di “tornare a casa”, in una delle infinite case virtuali che ho costruito e poi abbandonato, a volte di proposito, altre volte costretta.
Mi fa sempre un effetto strano. Il primo istinto è quello di copiare e incollare qui pagine e pagine di post, ma poi mi ridimensiono e capisco che sarebbe solo l’ennesima scusa per trattenermi un po’ nel passato, evitando di andare avanti. Un vero e proprio genio, se ripenso a tutta la fatica che ho fatto, e che sto ancora facendo, per ficcarmi in testa che la vita è un senso unico: non si può fare inversione di marcia e tornare indietro.

Non so bene nemmeno io perché, fra i tanti, ho scelto di citare proprio questo post. Forse per rispondere a una persona che mi ha chiesto di insegnarle a diventare saggia come me. Io saggia. Ammetto che la cosa mi ha fatta scompisciare dal ridere. Come ormai sarà chiaro a chi mi legge da un po’, l’unica cosa che ogni tanto riesce a spiengermi a fare la scelta giusta è l’istinto di sopravvivenza, ma anche questo povero malcapitato fa una fatica porca a farmi capire in tempo quando sto per fare una cazzata stratosferica.
È possibile che quanto segue risponda anche a chi si domanda perché io sembri una pazza furiosa femminista, che rifugge gli uomini come fossero peste bubbonica, ma non ne sono sicura e, soprattutto, non ho alcuna intenzione di approfondire questo aspetto della questione, almeno, non ancora.

In ogni caso, la parola che risponde a tutto è sempre la stessa: SOPRAVVIVENZA.

 

Inchiodata alla Tua croce, inghiotto lacrime e vomito amore insanguinato. E le parole mi mancano, nel senso che non escono e nel senso che mi sento sola senza di loro. La pelle urla, le mente crolla, la lama scrive al mio posto. Sangue e inchiostro si confondono. Era tanto che non mi capitava di scrivere così, senza pensare, senza riflettere, sputando quello che avvelena mente, cuore e anima. Sono esausta, sfinita dal continuo dare. E non mi frega un cazzo di sembrare egoista. Ogni tanto sarebbe bello anche ricevere. Non sono una persona che dà per avere, non lo sono mai stata, ma forse è stato proprio questo il mio errore. Troppa fiducia. Troppa indulgenza. Sempre a trovare scusanti per gli altri, mentre venivo saccheggiata di qualunque cosa io avessi. Sentimenti. Energie. Emozioni. Sempre troppo impegnata a socorrere gli altri per rendermi conto che anch’io ho bisogno d’aiuto. Sempre troppo impegnata a non deludere, per capire che anch’io merito di non essere delusa. Sempre troppo impegnata a non ferire per pensare a difendermi da chi ferisce me. E poi lo stupore quando cado. Lo sgomento nel ritrovarmi con la faccia nel fango senza sapere come cazzo ci sono finita. La stanchezza. La voglia di restare lì, perché nessuna delle motivazioni che mi hanno spinta a rialzarmi le altre volte si è poi rivelata valida. Le emozioni alla fine non hanno avuto funerali né degna sepoltura. Non ce n’era ragione. Erano già putrefatte da tempo. Le ho gettate nella prima discarica e mi sono tolta il pensiero. Peccato io sia una fottuta blasfema, che non riesce a lasciare in pace nemmeno i morti. Solo in tre sono resuscitati. Amore. Dolore. Follia. E Tu sei solo un altro fallimento. Un nuovo ricamo sulla pelle. Ma tranquillo, ti ho riservato una sezione tutta per Te. Rilegata in pelle candida, screziata di vene. Area vergine inaugurata apposta per Te. Con un bel trio di soldatini rosso sangue, perché si dice che il tre sia il numero perfetto e che, all’occasione, porti anche fortuna. Ti ho messo in prima fila, perché è lì che meriti di stare. La retroguardia è per quei peccati che si vogliono nascondere. Ma Tu sei un peccato di cui vado fiera. Un peccato che potrei commettere all’infinito. Un peccato che ti si conficca nell’anima e la squarcia. Ma lo sai, per me il dolore è sollievo. Il dolore è sopravvivenza. Il dolore è vita pura sbranata a morsi. Il dolore è piacere. Il dolore è un’anima stuprata dall’amore. Il dolore è un cuore violentato dall’amore. Perché l’amore è violenza. Perché la violenza è amore. Perché innamorarmi di Te mi ha fottuto il cervello. Il pericolo mi fa sorridere, con aria di sfida. Non distinguo più la vita dalla morte. A cosa serve essere viva fuori, se sono morta dentro? Ti guardo ridere senza di me. Ti guardo amare senza di me. Ti guardo piangere senza di me. Ti guardo odiare senza di me. Ti guardo vivere senza di me. E mi accorgo che io ormai rido, amo, piango, odio, vivo solo attraverso Te.

E di nuovo mi chiedo:

A COSA SERVE ESSERE VIVA FUORI, SE SONO MORTA DENTRO?

– © Vera Marte –

 

NdA. Il brano citato fa ancora parte degli scritti tutto sommato “comprensibili”… 😛

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Voglia di Casa…

РОССИЯ, ЛЮБОВЬ МОЯ! – RUSSIA, AMORE MIO!

 

 

Oggi, con ogni probabilità, dovrò mandare una mail di lavoro per segnalare un malfunzionamento nel gestionale di un sito che, con mia immensa gioia, visualizza solo la metà delle foto, che però vengono date per caricate nel backoffice.

Non so perché questo sia stato il mio primo pensiero di oggi, appena sveglia, ma il punto è che, pensando a come avrei potuto impostare il tutto, naturalmente evitando gli insulti, l’ho pensato in russo…

Bello!, direte voi.
Certo!, vi risponderei io.
Non fosse che la referente per questo sito sia una cortese e zelante signora americana.

A volte mi interrogo sul serio riguardo l’esistenza della reincarnazione, perché il dubbio di essere stata slava in una vita precedente mi assale con la stessa veemenza con cui io sono solita assaltare il vaso formato famiglia della Nutella.

Per impossibilità economica io in Russia non ci sono ancora stata, eppure quando parlo con le amiche italiane che ci sono state, con le amiche russe via Skype, o con quelle fra loro che ora, per le ragioni più svariate, vivono qui in Italia, mi pervade quel senso di serenità che solo casa propria sa dare.

Per numerose che siano le cose che non vanno in Italia, non sono una di quelle persone convinte che in qualunque altro paese tutto funzioni meglio e che l’Italia sia il peggio del peggio.
La questione è molto più semplice, nonché personale.
Al di là del leggere, scrivere, guardare film e ascoltare musica, tutte azioni volontarie e controllabilissime, mi capita sempre più spesso di sognare e pensare in russo. Vi lascio immaginare in quale fantasiosa e perversa lingua le parole mi escano di bocca quando mi viene la malsana idea di parlare…

Che dire? Soffro di una forma acuta di Mal di Russia, ma in fondo ci sono esempi ben più noti di morbi simili, si pensi al Mal d’Africa.

E voi? C’è un luogo, da qualche parte nel mondo, per cui sareste disposti a piantare in asso il Bel Paese?

Intanto buongiorno a tutti! Всем добрый день!

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Chi non muore… se ne torna affan…!

No, ma io dico, ma chi cazzo credi di essere?
Non penserai mica che io sia una di quelle che, siccome sei bello, ricco e intelligente, chiudono un occhio sul fatto che sei anche stronzo.
Eh no, bello mio!
Sull’intelligenza, lo ammetto, non sono disposta a transigere, ma per quanto riguarda bellezza e ricchezza, beh, non sono qualità capaci di impressionarmi granché.
Per carità, io apprezzo la franchezza, ma quando è autentica, non quando gioca lo sporco ruolo di alibi per la stronzaggine.

“Ma io ero stato chiaro!”
Certo, chiarissimo, ma come dicevo, essere chiari è una cosa, essere stronzi è ben altra.
Hai la tua vita? Coi tuoi impegni e i tuoi ritmi?
Ottimo! E dov’è la parte in cui sta scritto che questo ti autorizza a ignorare che ce l’abbiano anche gli altri?
Mi spiace, ma la mia fase di incondizionata carità verso i casi umani è finita.

Sì, sei una persona sola, ma perdonami la schiettezza: è una tua scelta.
Non è vero? Ah no?
Come ti pare. Per quanto possa, da un certo punto di vista, apprezzare alcune tue attenzioni e accortezze nei miei confronti, resto del parere che se fossi davvero soddisfatto appieno della tua vita, non avresti bisogno di me, in alcun modo e in nessuna veste. E dire che da un lato quasi mi dispiace, perché non si può mettere in dubbio che la tua è una vita di cui sarebbe interessante far parte, ma non da jolly.

Detto ciò, tornatene pure da dove sei venuto.
Quando avrai deciso cosa fare di te stesso, forse imparerai anche a capire cosa fare di te stesso in relazione agli altri.

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L’Inchiostro è la Via.

ЛИМБ – LIMBO

 

 

Una volta, quando le persone si rivelavano non all’altezza delle mie aspettetive, ne soffrivo. Ora questa cosa mi mette solo un po’ di tristezza, ma mai abbastanza da impedirmi di ridimensionare il ruolo della persona in questione nella mia vita.
Non è presunzione: è istinto di sopravvivenza.
Se permettessi ancora a ogni persona che mi delude di portarsi via un pezzo di me, non resterebbe più nulla a gioire dei piccoli gesti di quelle persone che, invece, la vita me la rendono speciale.

Il Limbo è un luogo terribile, forse peggiore dell’Inferno stesso, ma se non si riesce a trovare il coraggio per gettarsi tra le fiamme, forse significa che da qualche parte c’è la forza inversa, quella necessaria per tornare alla realtà.
Accomodarsi nel nulla intermedio non serve a niente. L’unica cosa che si può fare con quel nulla è trarne insegnamento: capire come ci si è finiti, come uscirne e, soprattutto, come evitare di finirci di nuovo.

Gli appigli a cui aggrapparsi ci sono, ma solo noi possiamo sapere qual è quello giusto. Quello che non scivolerà via dalla nostra presa. Quello che non si sgretolerà sotto il carico del nostro peso. Quello che ci sosterrà nei momenti di sconforto.

Per me questo appiglio ha un nome: Inchiostro.
Inchiostro sulla carta.
Inchiostro sulla pelle.
Inchiostro nelle vene.
Le parole sono inchiostro simpatico che si dissolve al contatto con l’aria.
I neuroni sono schizzi d’inchiostro da cui evaporano i pensieri.
I sentimenti sono inchiostro sfumato che addolcisce i tratti netti delle emozioni.

Il Limbo è una pagina bianca, impermeabile, dove l’Inchiostro soffoca.
Ecco perché non potevo più restarci.

 

Questo post è dedicato a due persone forti, che però ancora non hanno scoperto di esserlo.
Endorphin ed arsenicaxxx, sapete che faccio il tifo per voi!

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