Archivi del mese: novembre 2012

Pausa. #1

Sono stanca.

Di tutto.

Troppo.

Non smetterò di leggervi, ma tornerò a scrivere qui quando e se mi sentirò di farlo.

Nel frattempo buona vita a tutte e tutti.

Vi abbraccio,

Vera

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Categorie: Abisso, Vita | 9 commenti

Guerra Fredda.

Nelle stanze buie da cui provengo ho lasciato l’anima inchiodata a pareti d’acciaio, verniciate dal sangue grondante.

A volte la nostalgia di quel passato mi opprime.

Ero sola, eppure spesso eravamo in troppe.
Tutte nate da sofferta partenogenesi, troppe anime per un corpo solo, troppe menti per una sola testa.
In equilibrio precario, per mano, sul sottile filo scarlatto che ci univa, separando le nostre carni.
La lama, nostro unico credo, schiudeva voragini in cui ci lasciavamo precipitare bramando l’oblio, maestoso silenziatore di tormenti.
Tutto era folle arte.
Tutto era artistica follia.
La parole dipingevano visioni, delineavano prospettive destabilizzanti nello straziante tentativo di esorcizzarle.

Nelle stanze buie da cui provengo ho lasciato il cuore, avvolto in carnefice filo spinato, caduto in trincea e abbandonato senza degna sepoltura.

A lui non interessava quante fossimo, non gli importava di nessuna di noi. Portava avanti la sua ostinata battaglia, scagliandoci contro improvvise morti apparenti. Assoggettati i polmoni, li costringeva ad assecondare le sue offensive, minacciando di affamarli se si fossero rifiutati di collaborare, immobilizzando il respiro al suo comando.

Nelle stanze buie da cui provengo dimora la Bambina delle Biglie. Attende quieta il giorno della rivalsa. Lei invece, l’Innominata, è riuscita a fuggire, e non so di chi delle due io abbia più timore. Poi ci sei tu, dolce, tenera, fedele B., costretta a guardiana dell’irosa infante.

E ci sei tu ora, B., dove una volta c’era quel cuore annientato dalle armate del delirio. Ci sei tu, con la tua rassicurante coperta d’oscurità, col tuo abito intessuto di parole immortali. Ci sei tu, a saturare le invadenti iridescenze dello smarrimento, a gestire gli indomiti istinti del selvatico inconscio.

Ci sei TU.

E io sento di potermi dissolvere nell’assenza.

Categorie: Abisso, Arte Varia, B., Чернила, Inchiostro, Ink, PseudoNormalità, Scrittura, Sproloqui d'Inchiostro, Vita | 3 commenti

I’m no longer afraid.

THIS KNOT – ELISA

 

Pur senza sforare nell’eccesso, credo che Elisa sia la mia unica vera fede musicale.
Tutto è nato perché lei, italiana, aveva sfanculato la propria lingua per quell’inglese che oggi mal tollero, ma che a suo tempo è stato fautore dei miei voti alla linguistica.
Incuriosita e carica d’ammirazione, ho iniziato ad ascoltarla, scoprendo che è una pazza psicotica e dunque, ai miei occhi, una sorta di divinità.
Musicista e cantautrice, Elisa scrive i propri spartiti e i propri testi, sia quelli in italiano che quelli in inglese e, almeno per quanto ne so io, suona pianoforte, chitarra acustica e percussioni. Mi sembra superfluo esprimermi in merito al cantare.
Il suo primo concerto l’avevo pagato poco più di 20 € in un palazzetto, l’ultimo 75 € in teatro, e non era nemmeno il posto migliore, ma se anche il prezzo dovesse salire ancora, beh, un modo di andare lo troverei.
Sono al settimo, forse ottavo tour consecutivo, quando i prezzi erano ancora abbordabili facevo addirittura il bis, tappa varesina e tappa milanese. Adesso nelle cittadine sfigate e bigotte come Varese non suona più, ma in fondo ora per me Milano non è più proibitiva, quindi il problema non esiste.
A buona parte dei concerti sono andata da sola. Non sopporto di dover dividere la mia attenzione fra Elisa ed eventuali accompagnatori/trici.
Ne esco sempre in lacrime, di commozione, con la pelle d’oca che non se ne va per giorni. Ogni volta è una rinascita. Ogni volta la sensazione che i sogni, se ci si crede davvero, possono realizzarsi, mi riempie il cuore.
Poco conosciuta in Italia, troppo poco, messa in ombra dai fenomeni da baraccone sfornati dai talent show, nonostante lei sia autrice del brano della vincitrice della scorsa edizione di X-Factor, canzone che prima o poi vi propinerò, magari quando smetterà di farmi male.
Posta in secondo piano rispetto a interpreti, e badate bene, ho detto interpreti, con grandi voci, ma senza nulla di davvero significativo da dire, se non la solita minestra sull’amore riscaldata all’infinito perché fa vendere.
(Non faccio nomi, ma secondo me molti di voi hanno capito a chi mi riferisco.)
Purtroppo la mia competenza musicale è davvero molto limitata, ma per quanto riguarda i testi mi sento di poter dare dei pareri, di certo non autorevoli, ma nemmeno troppo campati in aria.
Non fossero messi in musica, tutti i testi di Elisa, o quasi, potrebbero benissimo essere considerati poesia.
Passata dai tormenti ermetici della gioventù – Elisa aveva solo 16 anni quando incise il suo primo singolo – alle riflessioni adulte su temi contro cui tutti noi sbattiamo il naso ogni giorno, rimane una sorta di creatura incantata, gentilmente ceduta in prestito da un mondo più puro, sensibile e artistico del nostro.
Niente “ti amo” di qui e “mi manchi” di là, ma foglie e onde, fiori e pianeti, anime sopravvisute alla guerra e profonda fede nel perdono, legame coi colori e i profumi della propria terra e convinzione che tutti meritino di essere amati, voglia di farcela e speranza in se stessi e nelle infinite risorse dell’immenso universo che ognuno di noi è.
Tutto cantato con parole delicate ma incisive, carezze che lasciano segni indelebili, ma senza fare male.
Che altro dire, per oggi credo di aver elargito la mia dose propagandistica di Vera-Style, perché se non sono eclettica – parola figa per dire “schizzata” – non sono contenta!

ВСЕМ ВЕСЁЛОГО ДНЯ!!! – BUONA GIORNATA A TUTTI!!!

 

PS. Se dopo tutta la menata che vi ho fatto, qualcuno fosse interessato al testo della canzone, potete trovarlo qui.

Categorie: Arte Varia, Musica, PseudoNormalità, Vita | Tag: , , , , , | 4 commenti

Vorrei Essere un Papavero.

Ho promesso a una persona che prima o poi avrei pubblicato questo piccolo spaccato di vita passata.
Spero non deluda le tue aspettative…

Ieri ho notato i primi papaveri.

Ai lati dei binari, in una delle tante stazioni del mio tragitto quotidiano.

Mi piacciono i papaveri.

Sembrano gocce di sangue dal cuore nero, spruzzate un po’ a caso su morbida pelle erbosa, verde di rabbia repressa. Lentiggini dispettose in ordine sparso su un viso contratto dal vento. Un esercito poco compatto alla conquista del metallico e rigoroso ricamo delle rotaie.

Vorrei essere un papavero.

Mai sola.

Ma sempre a debita distanza dai miei simili.

– © Vera Marte, 07/05/2012 –

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Nella Testa e nella Vita.

Non ho mai parlato d’amore in questo blog.
Questa è la prima volta (ma potrebbe benissimo essere anche l’ultima) che ho deciso di farlo.
Il punto cruciale della questione sta nella differenza fra la mia testa e la mia vita.

Nella mia testa, l’amore è un qualcosa di enorme, ma composto da infiniti pezzetti minuscoli.
Parole, gesti, sguardi, sorrisi, piccole attenzioni che si susseguono costanti creando una lunga, resistente catena. Ci saranno frammenti un po’ più grandi, i momenti speciali che ogni storia deve avere ma, se è amore, si incastreranno a perfezione con i piccoli tasselli del quotidiano.
Nella mia testa l’amore è condivisione.
Dalla routine quotidiana, sia essa scolastica, lavorativa o famigliare, ai passi importanti, come un nuovo lavoro, un esame o qualunque cambio di rotta radicale.
Nella mia testa l’amore è fusione differenziata.
È creare una sinfonia che armonizza menti e corpi, valorizzando però le caratteristiche dei singoli fino a farne un punto di forza dell’insieme.
Nella mia testa l’amore è serenità.
È sapere di non doversi mai giustificare, perché l’altro è in grado di capire senza bisogno di alcuna spiegazione.
È sapere che posso addormentarmi tranquilla, perché al mio risveglio non mi ritroverò sola.
Nella mia testa l’amore è potermi dimenticare di me stessa.
È potermi permettere di pensare solo all’altro, perché tanto la cosa è reciproca e c’è chi si occupa di me con più attenzione di quanta, con ogni probabilità, mi dedicherei io stessa.

Nella mia vita invece l’amore è sempre stato un estremo.
Estrema gioia o estrema sofferenza, ma mai costanza.
Nella mia vita invece l’amore è sempre stato essere “la fidanzata del sabato sera”.
Quella con cui uscire, divertirsi, fare casino, bere e fare sesso, poi grazie e arrivederci fino al sabato successivo.
Nella mia vita invece l’amore è sempre stato essere un “ammortizzatore emotivo”.
Ascoltare tanto, senza mai essere ascoltata. Sostenere tanto senza mai essere sostenuta. Essere sempre presente per poi ritrovarmi sola nei miei momenti cruciali, belli o brutti che fossero.
Nella mia vita invece l’amore è sempre stato rude freddezza.
Mai una carezza tenera, uno sguardo comprensivo, una parola di conforto, sempre e solo i gesti rozzi di un’immensa rabbia affogata in una brutta recita di qualcosa che dovrebbe essere bello.
Nella mia vita invece l’amore è sempre stato insonnia.
Non solo per la paura che l’altro non ci fosse al mio risveglio, ma per il continuo domandarmi perché con me non ci volesse proprio dormire e, quando capitava, lo faceva dandomi le spalle fin dall’inizio. L’addormentarsi abbracciati è un’esperienza che manca nell’elenco del mio vissuto.

Ecco perché non parlo mai d’amore: perché non so cos’è.

E io detesto chi parla a vanvera di cose che non conosce.

 

But I want to stay here, ‘cause I’m waitin’ for the rain, and I want it to wash away everything, everything, everything.

Labyrinth, Elisa –

Categorie: Abisso, PseudoNormalità, Vita | Tag: , , , , , , | 18 commenti

Flusso di Coscienza. #3

Dopo il consueto rally del sabato, eccomi di nuovo sul mostro di metallo a ruote. Ieri, alla fine, sono riuscita a mettermi in pari con la lettura, la commentatura e la rispostura. Oggi l’italiano va così…

Ho realizzato, con mestizia, che il Signor Cervello inizia ad accusare i colpi dell’età.
Tollera sempre peggio la mancanza di sonno ed è sempre più rigoroso nella rimozione selettiva di ciò che non gli piace, ma per l’appunto, di quello che non gli piace, non di quello che non gli serve, così dimentico scadenze, commissioni, telefonate, orari e chi più ne ha più ne metta.

Fuori dal finestrino ho appena visto i lampioni riflessi in una sorta di canale nascosto fra la vegetazione fitta e ho pensato che mi piacerebbe guardare con te a una versione figa di uno scorcio simile, magari in un parco.

Ieri un commento mi ha fatto ricordare come scrivevo una volta, e d’improvviso ho sentito la mancanza di quella me. Era bello dipingere con le lettere, creare immagini con le parole, più o meno surreali, più o meno truci, ma sempre d’impatto. Poi ho ripensato a cosa partoriva quelle immagini, e sono affondata un po’ di più nello sconforto. La scelta non sarebbe molto ampia: creatività vs serenità.

Penso al natale, di cui non mi importa nulla da anni, e al mio conto che, dopo ben sei anni, ha raggiunto di nuovo il picco dei tre zeri. Tre zeri che torneranno due fin troppo in fretta, grazie a un fottuto divieto di sosta. Due zeri che dovrò impegnarmi a far tornare tre perché quest’anno, anche se a me non frega niente delle feste, vorrei poter partecipare come si deve ai regali di chi è sempre stato fin troppo generoso con me negli anni in cui non avevo un centesimo. Ovvio che parlo della famiglia.
E poi quest’anno c’è Wonder Lety! Mica posso fare a meno di annegarla nei regalini, no?!

Il treno procede. Non guardo quasi più fuori dal finestrino durante i miei due viaggi giornalieri, eppure a volte mi dico che dovrei. È vero che la vista è sempre la stessa da ormai sei anni, ma il dettaglio è sempre in agguato e chi lo sa, magari con lui c’è anche l’ispirazione.

Avevo iniziato a scrivere con l’idea di lasciarvi giusto un paio di righe, e invece, come spesso accade, le parole reclamano la loro autonomia quando meno ce l’aspettiamo.

Ora però fo la personcina coscienziosa, vi saluto e finisco l’esercizio di grammatica su cui mi sono addormentata ieri sera.

ВСЕМ ВЕСЁЛОЙ СУББОТЫ!!! – BUON SABATO A TUTTI!!!

Categorie: Abisso, AnarcoFamily, Arte Varia, Deliri Linguistici, PseudoNormalità, Russia, Scrittura, Sproloqui d'Inchiostro, Stream of Consciousness, Vita, Vita da Pendolare | 11 commenti

La Saga delle Ferrovie Continua… #2

È venerdì.
Molti di voi staranno pensando: “meno male!”
Meno male un par di balle!
Per me la sveglia suona alle 5:45 anche domani, e le mie occhiaie sono talmente spropositate che stanno facendo amicizia col mento.
La mia facoltà di intendere e volere, in questo preciso istante, è pari a quella di scrivere cose di senso compiuto, cioè nulla.
L’idea di quanti compiti di russo io abbia ancora da fare per domani, delinea in modo piuutosto nitido la prospettiva dell’ennesima nottata in bianco. La differenza sta nel fatto che, a questo giro, mi toccherà anche tenere il cervello attivo.
Il mio rapporto con l’insonnia perdura più o meno indisturbato da almeno una quindicina d’anni. Ci sono le notti iperattive, che passano in un secondo, e poi ci sono le notti eterne, quelle in cui le fobie e le ossessioni hanno tutto il tempo di fare di me il loro burattino.
A dire il vero, non credo che la mia sia insonnia vera e propria: il mio cervello ha semplicemente invertito i ritmi. Di giorno dormo che è una meraviglia, ma di notte non c’è verso. Peccato che di giorno la veglia sia forzata.
Così ogni santa mattina salgo sul treno, convinta di recuperare almeno un’oretta di sonno, e invece no. A quanto pare, appena appoggia il culo su un treno, la gente viene colpita da temporanea quanto improvvisa sordità, e decuplica i decibel di voce usati per comunicare. Che poi io dico, siete amici/conoscenti/quel-che-vi-pare?! Ottimo! Sono felice per voi. Ogni tanto magari anche a me non dispiacerebbe un po’ di compagnia durante il viaggio, ma allora perché invece di sedervi uno di fronte all’altro vi mettete ai due lati del corridoio di passaggio? La cosa sarebbe priva del men che minimo senso già a priori, figuriamoci su un treno pendolari nell’ora di punta. Il risultato è che gli urlatori diventano ancora più urlatori dato che lo spazio che li divide, il corridoio per l’appunto, è farcito di poveri cristiani costretti in piedi, macchiati dalla sola colpa di abitare oltre la fermata in cui il treno esaurisce i propri posti a sedere, che nel caso della mia linea è ben prima della metà del tragitto.
Boh, non credo capirò mai…
Intanto, visto che ho l’abitudine di scrivervi proprio dal treno, vi saluto, perché hanno mi hanno appena buttata giù dal treno, con 40 minuti di ritardo sulla tabella di marcia e in una stazione che non è la mia. No comment.

Alla prossima puntata…

Categorie: PseudoNormalità, Strano Pianeta, Vita da Pendolare | 14 commenti

Che il Russo sia con Voi! :P

Maccheccazzodifreddofa??! >.<

Perdonate l'esordio poco bon ton, ma nel Paese-di-Vera è arrivato il gelo, così, all'improvviso, a tradimento.

Sono di nuovo a corto di tempo e continuo a non capacitarmi di come questo sia possibile.
Data la circostanza mi limito a un post veloce e ad aspettare con ansia il pomeriggio di oggi quando, se il cielo vuole, dovrei riuscire a tirare il fiato per qualche ora e a leggere, commentare e rispondere a ognuno di voi come si conviene a una persona a modo.

L'incedere acciaccato di questo blog sciagurato (per la padrona che si ritrova) sta portando alla luce un sacco di insospettabili russo-amanti, parlanti o aspiranti tali.
Comincio a sospettare di essere davvero contagiosa… o_O
Ovunque io passi, la russo-mania miete almeno una vittima.
Non so… Da un po' di tempo a questa parte, questa cosa mi ha resa meditabonda e rimuginante. Non saprei se istituire una sorta di rubrica settimanale di russo su questo blog o se aprirne uno parallelo dedicato. O anche semplicemente continuare ad ammorbarvi random a mio esclusivo piacimento… 😛

Voi che ne pensate?

Intanto…

ВСЕМ ДОБРЫЙ ДЕНЬ!!! – BUONGIORNO A TUTTI!!!

Categorie: PseudoNormalità, Russia, Scrittura, Vita | 16 commenti

Concentrazione.

Già… Concentrazione…
Che brutta cosa…
Soprattutto quando a concentrarsi sono ignoranza, invidia, arroganza e assoluta mancanza di umiltà, tutto in un’unica persona.
Io e l’autostima non abbiamo un buon rapporto, anzi, diciamo che non ce l’abbiamo proprio un rapporto, ma mi convinco ogni giorno di più che questa non sia una pecca poi tanto terribile.
Chi crede poco in se stesso è sempre aperto alle lezioni che la vita e le persone hanno da insegnare, sempre disposto a rimboccarsi le maniche per tentare di migliorare.
Chi, invece, con l’autostima ci va a braccetto, è arroccato sulle proprie posizioni e incastrato nella presuntuosa credenza di non poter sbagliare. Mai.
L’errore fa parte dell’essere umano, è ciò che lo fa crescere, spesso attraverso sofferenze di varia entità, ma insegnando che, quando si cade, non si può far altro che stringere i denti è rialzarsi.
Quello che mi fa incazzare, perché sembro tranquilla e pacata, ma in questo momento la mia piromania freme, è cadere perché qualcuno ti fa lo sgambetto.
A cadere sono già bravissima da sola, se proprio non sai dove mettere i tuoi cazzo di piedi saccenti, impara a ballare il tip tap, che almeno non rompi i coglioni a nessuno.

Perdonate la volgarità, ma in questo periodo non avevo proprio bisogno che mi scaricassero addosso una vagonata extra di merda gratuita.

Quando le righe divengono demiurghe di se stesse, quando assisto, come miracolo insaputo, alla nascita sulla carta di frasi che sfuggono alla mia volontà e che si imprimono sul foglio mio malgrado, esse mi fanno conoscere quello che non sapevo né credevo di volere, gioisco di questo parto indolore, di questa evidenza non calcolata, e del fatto che seguo senza fatica né certezza, con la felicità delle meraviglie sincere, una penna che mi guida e mi porta.

– Mauriel Barbery –

Queste le prime parole che mi sono capitate davanti agli occhi post incazzatura e, poche ore dopo, una telefonata da una delle mie amiche russe.
Non entro nel dettaglio perché, come ormai sarà chiaro, sono scaramantica, ma poi come faccio a dissuadermi dal pensare che scrittura e russo siano le mie àncore di salvezza?
Forse abbiamo solo bisogno di avere qualcosa in cui credere, qualunque cosa sia, di costruire quattro pareti fra le quali sentirci protetti, invulnerabili, dove tutto ciò che ci ferisce non può entrare, un po’ come le stanze imbottite degli istituti di igiene mentale.
Perché spesso è così che mi sento quando mi guardo attorno: completamente pazza.
Vedo l’apparire soppiantare l’essere e osservo l’arte arredarsi il dimenticatoio, rassegnata all’idea che forse non ne uscirà mai più.
Vedo l’ambizione, quella malata, calpestare la sensibilità, mentre il rispetto fa le valigie e si prepara a partire per una vacanza ai tropici, con un biglietto di sola andata nella tasca.

Boh… Non so… L’unica cosa che riesco a pensare è: che schifo.

Categorie: Che Schifo!, PseudoNormalità, Sclero, Strano Pianeta, Vita | 10 commenti

Portami con Te.

I miei occhi non riescono più a vedere.
Sono specchi infranti che riflettono realtà frammentate.

Rotolii metallici tornano a riempire l’aria.
La vedi, B.? La Bambina delle Biglie risorge immutata da acque buie.
Non un segno. Dev’essere immortale.
Sembra infuriata.
Non avremmo dovuto alzare lo sguardo.
Non avremmo dovuto voltarle le spalle.

Non sappiamo abbastanza di lei.
Non siamo pronte a combatterla.
Il rancore è un’arma potente. Dorme sonni agitati fra le sue dita nervose.
Noi abbiamo solo scudi d’illusioni instabili. Corazze di false speranze.

Dalle crepe di un’infanzia cadavere sbocciano fiori d’acciaio. Petali affilati che schiudono la carne, accarezzando le ossa con un brivido, guadando le vene in piena.

Fermala, B., non lasciare che m’incida l’anima con un frammento dei mei occhi infranti.
Non permetterle di marchiarmi col riflesso di una felicità olografica.

Nello stomaco Isabella urla, ossessiva, il suo mantra.
“Adesso mi taglio la gola e l’ascolto.”

Stringimi la mano, B., afferrami il cuore con tutta la rabbia che hai.
Frantumalo prima che lei mi prenda.
La morte fa meno paura del suo sguardo.

Mentre i polmoni collassano, soffocati dal terrore, la mente implode, compressa dalla consapevolezza.
Portami con te, B.
Il rumore della sua sadica ira è assordante.
Potrei impazzire.
Io. Un cumulo di membra straziate nel suo giaciglio di rovi.
Portami via, B.
Adagiami nel tepore del letale silenzio in cui dimori.
Accoglimi fra le tue mura di poliedriche psicosi cangianti.

Addormentami.

Amami.

Uccidimi.

Categorie: Abisso, Arte Varia, B., Чернила, Inchiostro, Ink, PseudoNormalità, Scrittura, Sproloqui d'Inchiostro | 2 commenti

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