Archivi del giorno: 19 dicembre 2013

Io che…

 

Io che in dio ho smesso di credere non ricordo nemmeno più da quanto, o che forse non ci ho mai creduto davvero.
Io che spesso ho invidiato chi crede senza remore, senza condizioni, non tanto per quello in cui crede, ma per il modo in cui lo fa, per l’incrollabilità della fede in sé.
Io che ora, da un tempo che è niente eppure mi sembra già infinito, mi sento in balìa di un qualcosa più grande di me.
Io che oscillo in maniera imprevedibile e spaventosa fra il pensiero di chi sta peggio e quello di chi sta meglio, con conseguenti picchi e tracolli d’umore.
Io che creavo con le parole, adesso mi sento paralizzata dall’incapacità di trovare quelle giuste per raccontare il mio stato d’animo.
Io che sono sempre stata fiera di vivere nel mio mondo, ora mi ritrovo a non sapere come fare ad affrontare quello reale.
Io che non pianificavo percorsi, lasciandomi guidare dalle sensazioni, ora devo avanzare al ritmo di una tabella di marcia obbligata, misurando bene ogni singolo passo.
Io che non chiedevo aiuto nemmeno quando ero al limite, ora sono lo stendardo della non-autonomia, perfino in molte banalità del quotidiano.
Io che sapevo quello che volevo e tiravo dritto, a testa bassa, per raggiungerlo, ora sopravvivo di compromessi che prima avrei classificato come inaccettabili.

 

Io che ero convinta di sapere chi ero,
e tutto sommato mi piacevo anche abbastanza,
ora non mi (ri)conosco più.

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Auto-Riciclaggio.

 

Il fallimento si intonava perfettamente al mio stato psicologico. Erano anni che mi annoiavo. Non della noia irrequieta dei bambini (alla quale non ero immune in ogni caso), ma di un malessere denso e opprimente. Mi sembrava che non ci fosse più niente di nuovo da scoprire. Eravamo i primi esseri umani condannati a non vedere nulla per la prima volta. Contemplavamo le meraviglie del mondo con sguardo vacuo, per nulla impressionati. […] Non riesco a ricordare un solo spettacolo stupefacente visto coi miei occhi che non mi abbia fatto pensare a un film o a un programma televisivo. A un fottuto spot pubblicitario. Avete presente l’atroce ritornello del blasé: già viiisto. Io ho già visto tutto, e la cosa peggiore, quella che mi fa venire voglia di spararmi in testa, è che l’esperienza mediata, quella di seconda mano, è sempre la migliore. L’immagine è più nitida, la scena più incisiva, l’inquadratura e la colonna sonora manipolano le mie emozioni come la realtà non è più in grado di fare. Non so se a questo punto siamo ancora umani, o almeno non so se la maggior parte di noi, cresciuta con la TV e i film e ora con Internet, lo sia. Se veniamo traditi, sappiamo cosa dire; quando muore una persona che ci è cara, se vogliamo fare i fighi o i saputoni o i deficienti, sappiamo cosa dire. Leggiamo tutti dallo stesso copione con le pagine piene di orecchie.
In quest’epoca è molto difficile essere una persona, una persona reale e autentica anziché un fascio di tratti caratteriali selezionati da un generatore infinito di personaggi.
E se tutti stiamo interpretando un ruolo, allora l’anima gemella non può esistere perché le nostre anime non sono vere.
Niente sembrava più avere importanza, perché io non ero una persona vera e gli altri neppure. Ecco, ero arrivato a questo punto.
E per sentirmi vero di nuovo avrei fatto qualunque cosa.

L’amore bugiardo, di Gillian Flynn –

 
 

Mi è sembrata una riflessione degna di essere postata nel mio spazietto virtuale, nonostante io non la condivida in toto.
Negli ultimi mesi ho provato in prima persona cose viste solo nei mille serial tv medici che tanto spopolano nel nostro Bel Paese e, garantisco, le ho trovate molto più “vivide” di quanto non mi fossero sembrate sullo schermo del mio vetusto tubo catodico, per quanto io sia una personcina parecchio empatica e coinvolgibile.
Ora di fronte ai vari Dottor House, Grey’s Anatomy e chi più ne ha più ne metta, la mia reazione è: ce l’ho, ce l’ho, ce l’ho… Triste, me ne rendo conto, ma realista.
La mia identità si è frantumata come uno specchio dopo una martellata furiosa e ora sto cercando di capire se mi convenga provare a rimettere insieme i cocci o cercare un’alternativa creativa e originale per riciclarli e creare qualcosa di nuovo, magari addirittura di migliore.
Sono tante, forse addirittura troppe, le cose che mi ripromettevo di fare, ma ora ci sto provando, perché i progetti non servono a nulla finché restano sulla carta. Di sicuro mi renderò conto che alcune cose proprio non fanno per me, ma potrei anche scoprire di avere dei talenti nascosti che rischiavano di rimanere tali.
E allora via libera alla fantasia, alla creatività e alla riscoperta di me stessa!

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