Archivi del mese: gennaio 2014

Vorrei… #2

 

Ultimo giorno della settimana, almeno per chi lavora.
Ultimo giorno di gennaio.
Ultimo giorno della mia reclusione.

Con un mese di ritardo, anch’io da lunedì potrò sforzarmi almeno di provare a mettere in atto l’inflazionatissimo luogo comune “anno nuovo, vita nuova“.
A dire il vero, la mia vita sarà nuova davvero, ma per cause di forza maggiore.
Oggi mi sono sfogata con un altro round di shopping funzionale, ma confesso, questa volta ci ho infilato anche qualche “acquisto emotivo”. So che non era indispensabile, ma un po’ di sana cartoleria nuova non può certo far male, e trattandosi di me è garantito che non andrà sprecata. In fondo, il criterio di scelta è stato l’obiettivo di alleggerimento della borsa, quindi anche le compere extra sono state fatte con intenzioni pratiche, lungimiranti e salutiste. Conclusione: mi sono già perdonata il cedimento.
Per restare in tema di luoghi comuni, sto provando in prima persona il fatto che davvero la necessità finisca per aguzzare l’ingegno.
Il punto è avere con me tutto ciò che reputo indispensabile, riuscendo però a concentrarlo in soluzioni che ingombrino, ma soprattutto pesino, il meno possibile. Sembra semplice, ma posso garantire che non lo è affatto.

Mi concentro sulla riorganizzazione dei miei “spazi mobili”, forse anche più di quanto dovrei, nella speranza di non pensare al fatto che domani mattina, a un orario improponibile, per di più di sabato, inizierò il nuovo mese in un centro prelievi.

La verità è che sono davvero stanca di tutta questa situazione, sono stremata, al punto da non riuscire a provare alcun entusiasmo reale per l’imminente ripresa.
Vorrei solo potermi sentire di nuovo “normale”, almeno per un po’, senza dover prestare attenzione all’orologio, per i farmaci, godermi una pizza e una birra con l’AnarcoSocio, potendo scegliere la farcitura e il grado alcolico senza la preoccupazione degli effetti collaterali, bere una tazza di tè senza la frustrazione di non poterci mangiare nemmeno un frollino insieme, riuscire a studiare senza “interferenze chimiche” sulla mia concentrazione e sulla mia memoria.

Vorrei poter cancellare tutto questo schifo, ecco cosa vorrei…

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La Danza.

 

Fra un fiocco di neve e l’altro danzava la follia, avvolta in un abito iridescente che riluceva di riflessi effimeri e cangianti a ogni suo movimento.
Voci la rincorrevano senza mai riuscire a raggiungerla, dita la sfioravano senza mai riuscire ad afferrarla.
Svaniva dietro un ricciolo di vento, per riapparire pochi istanti dopo adagiata su un ramo spoglio.

La osservavo, in silenzio, da dietro il vetro della mia gabbia domestica, lasciando che il tè verde al gelsomino si insinuasse nello stomaco, sperando che il suo calore riuscisse a sciogliere il nodo che lo stringeva.

Contagiate, anche le parole si avventurano in un timido ballo nella mia testa confusa, disegnando immagini astratte in cui trovano rifugio i pensieri più fragili. Al riparo dalle ossessioni e dalle fobie germogliano, regalandomi sogni dai colori vividi, allucinazioni dai profumi inebrianti, sussurri vibranti che riscuotono l’anima dalla paresi emotiva.

Parole e follia.
Da sempre le mie amiche più intime, le mie più fidate confidenti.
Il solo barlume di viva speranza nella sconfinatezza della morte inferta a tradimento.

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Flusso di Coscienza. #11

 

Nuove batoste.

Silenzio.

Avrei bisogno di tempo, che non ho, per metabolizzarle.
La verità è che non so più dove andare a pescare la forza per affrontare questa ennesima pioggia di brutte notizie che mi si sta abbattendo addosso, come fossero le piaghe d’Egitto.

LEGGERE e SCRIVERE.

ALIENAZIONE e CONSAPEVOLEZZA.

ASSOLUZIONE e CONDANNA.

LEGGO.
Tanto. Tantissimo. Non ricordo nemmeno più quando mi sia capitato l’ultima volta di arrivare a leggere 8 libri in un mese, per un totale attuale di 2292 pagine, star già leggendo il nono e averne altri 4 “in corso” .
Leggere al momento è l’attività che più di ogni altra riesce ad alienarmi dall’alienazione, a estraniarmi dall’estraniamento, a isolarmi dal pensiero.

SCRIVO.
Tanto. Tantissimo. Ho perso il conto delle bozze a cui sono riuscita a dar vita in questi mesi. Quello che stupisce anche me è che, a rotazione, sto davvero lavorando su tutte. Io che spesso faticavo a essere costante quando la bozza in lavorazione era una sola.
Scrivere però è un massacro. Mi costringe ogni volta a immergermi in me stessa, a guardarmi in quello specchio che mi sembra ogni giorno più deformante, in cui non mi riconosco più ormai da mesi, a fissare negli occhi i pensieri e tutto quello che hanno da sbattermi in faccia, col loro ruolo da rappresentanti ufficiali della razionalità.

Raggomitolata sotto una coperta, nascosta dietro le palpebre chiuse, invoco quel sonno chimico che infinite volte, in queste ultime settimane, ho provato a disciplinare, invano. Cerco rifugio in un oblio che non si fa trovare.

“Cos’hai? Non stai bene?”
“Sono stanca.”
“E cos’hai combinato per stancarti così tanto?”
“Ho pianto.”

In fuga da uragani di lacrime che mi aggrediscono sempre più spesso, cogliendomi di sorpresa nei momenti e nelle circostanze più inaspettate, senza che io riesca a fare nulla per contrastarli, per proteggermi.

Non ne posso più.
E alla luce dei nuovi sviluppi, la ripresa si è trasformata da speranza a minaccia.

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È IL Momento…

 

È giunto IL Momento.
Se dobbiamo convivere a tempo indeterminato, è ora che io ti dia un nome.
Dopo giorni di elucubrazioni mentali, a volte al limite della tragedia esistenziale, altre al limite del ridicolo, ho deciso che ti chiamerò, in tutta semplicità, AnarcoPatia.
In fondo è questo che sei: una -patìa. Inutile perdere ogni volta un sacco di tempo in rocambolesche perifrasi e infiniti giri di parole, dopo aver rimuginato su mille ipotesi più o meno fantasiose, sono giunta alla conclusione che non ci fosse soluzione migliore che chiamarti col tuo nome.

 

-Patia

-patìa [dal gr. -πάϑεια (lat. -pathīa), der. del tema παϑ- del verbo πάσχω «soffrire»]. – Secondo elemento di parole composte derivate dal greco o formate modernamente sul modello greco, nelle quali indica il fatto di essere soggetto a determinati affetti, sentimenti, passioni (come in simpatia, antipatia, apatia, metriopatia, telepatia, ecc.) o ha il sign. più ampio di «sofferenza». In medicina, indica affezioni diverse, facendo generico riferimento, ora all’organo o sistema interessato (angiopatia, cardiopatia, nefropatia, ecc.), ora al meccanismo patogenetico (allergopatia, endocrinopatia, enzimopatia), ora alle condizioni di insorgenza (protopatia, deuteropatia). In qualche caso, designa particolari metodi di cura (omeopatia, allopatia).

Vocabolario Treccani Online

 

Tutto questo ennesimo segone mentale è partito durante uno dei rari “momenti sì” di queste ultime settimane.
Non ricordo cosa stessi facendo o dove stessi andando, so che stavo camminando e, d’improvviso, la canzone qui sopra mi è apparsa in un significato tutto nuovo.
Di colpo in quel “TU” a cui il testo si rivolge ho visto una nuova me stessa.
Una me stessa che dovrò imparare a conoscere e di cui dovrò imparare a prendermi cura, perché sarà la mia nuova, inseparabile compagna di avventure, nel bene e nel male.
Mi sento un po’ dissociata a dirla così, ma sarà come essere sempre in due, come avere una sorta di gemella immaginaria, uguale e al tempo stesso diversissima. Un’altra me a cui insegnare tutto quello che posso e da cui imparare tutto quello che avrà da insegnare. Respirerò i suoi sorrisi e lascerò che i suoi sguardi mi illuminino, pronta a proteggerla quando non troverà la forza per contrastare le sue fragilità. Con tutta l’umiltà di cui sarò capace, pazienterò nell’attesa che mi spieghi come tornare a vivere, passo dopo passo, giorno dopo giorno, emozione dopo emozione.

Io e l’altra me: sole ma insieme, unite dall’AnarcoPatia.

Fra una settimana ci si rituffa nel mondo esterno.
Un altro capitolo di questa tragicomica narrazione volge al termine: che inizi il prossimo…

 

Buon sabato a tutte e tutti!!!
Всем весёлой субботы*!!!

 
 

*Vsjém visiólaj subbóty!!!

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Libri, Книги, Książki, Knjige, Books, Bücher… #2

 

Per essere un libro finalista del Premio Strega 2013, mi ha delusa.

Di sicuro sapete che non so fare le recensioni, quindi prendete quanto segue come una pura e semplice opinione personale.
Apprezzo la coraggiosa scelta di affrontare un tema tabù, per lo meno in Italia, come l’aborto terapeutico, ma mi ha abbastanza amareggiata scoprire che proprio nella scelta del tema sta la massima attrattiva del libro di Simona Sparaco, “Nessuno sa di noi“.
Ho scoperto questo libro 5/6 mesi fa e mi si è piantato in testa. Mi incuriosiva, e il fatto che fosse nella lista dei finalisti per lo Strega mi ha portata a pensare che dovesse avere un certo spessore. Alla fine, qualche settimana fa, mi sono decisa e l’ho ordinato online: in un giorno l’avevo finito.

Partiamo dalla biografia dell’autrice, così come la si trova sul libro:

Scrittrice e sceneggiatrice, è nata a Roma. Dopo aver preso una laurea inglese in Scienze della Comunicazione, spinta dalla passione per la letteratura, è tornata in Italia e si è iscritta alla facoltà di Lettere, indirizzo Spettacolo. Ha poi frequentato diversi corsi di scrittura creativa, tra cui il master della scuola Holden di Torino. Per Newton Compton ha pubblicato i romanzi Lovebook e Bastardi senza amore, tradotto anche in lingua inglese. Vive tra Roma e Singapore.

Dunque, questa signorina ha una laurea inglese in Scienze della Comunicazione, una laurea italiana in Lettere, indirizzo Spettacolo e, fra i vari corsi di scrittura frequentati, un Master della Scuola Holden di Torino.
Alla luce di tutto ciò, io mi chiedo: perché il libro è scritto così male???
A livello tecnico e stilistico l’ho trovato scadente, a livello lessicale molto “povero”. Per quanto riguarda la capacità di trasmettere delle emozioni, poi, credo si possa ringraziare solo il tema in sé, abbastanza forte da farsi carico di questo compito di suo, non certo a come l’ha affrontato la Sparaco, in modo sbrigativo e superficiale.

Mette tristezza assistere pagina dopo pagina allo scempio che l’autrice fa del complesso sentire umano, con una scrittura arida e più sterile degli ambienti ospedalieri descritti. Un libro su cui avevo riflettuto molto, proprio a causa del personale, e recente, incontro con l’imprevisto medico, quello a tempo indeterminato, non quello temporaneo che passa, destinato a trasformarsi in un lontano ricordo. Avevo paura delle reazioni che un libro simile avrebbe potuto suscitarmi, per questo mi ci erano voluti addirittura mesi per decidermi a comprarlo, invece niente, zero assoluto. A parte qualche spunto di riflessione, appena accennato e lasciato poi cadere nel nulla dalla Sparaco, e che con ogni probabilità potrebbe essere percepito interessante o meno in base alla sensibilità del/la singolo/a lettore/trice, questo romanzo non mi ha lasciato nulla.

Come già detto, quanto sopra non è altro che un parere personale ma, se decidete di fidarvi, spendete quei 12,00 € per un panino e una birra il sabato sera: a patto che non siate a dieta, saranno spesi meglio.

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Shopping Funzionale.

Image Credit © VeRA Marte

 

Iniziano le grandi manovre.
La domenica pomeriggio, nonostante il diluvio universale, è stata dedicata a una trasferta improvvisata per procurarmi l’equipaggiamento da trasporto cibo. Si ringrazia l’AnarcoSocio per essersi accollato senza lamentele la mansione di autista-singing-in-the-rain, che nella PandaMobile non c’è il lettore CD e da qualche mese la radio ha deciso che le aggrada solo la frequenza di Radio Cuore, così oltre a guidare, il sant’uomo mi ha anche fatto da jukebox umano.

Come ormai sapete fin troppo bene, sono a dieta ferrea e rigorosa, quindi la questione pasti è una delle tante che dovrò imparare a gestire al mio rientro in ufficio, fra due settimane.
Nel male delle porzioni pesate al grammo e, ahimè, piuttosto ridotte, ho risolto con due maxi thermos per alimenti. Prove d’ingombro fatte: ci sta tutto alla perfezione, e già questo mi ha sollevata non poco.
Il prossimo passo sono le prove d’ingombro dei liquidi. Archiviato il mio vecchio thermos da 0,5 L addetto alla tisana, sono passata a due da 0,4 L in modo da potermi portare sia la tisana che il caffelatte previsto dalla colazione, che dal 3 di febbraio verrà “celebrata” alla scrivania. Alla faccia della pausa caffè fighettosa in tipico stile milanese: almeno a colazione, mangerò tre volte tanto rispetto alle colleghe, ma senza spendere niente. Ok, cappuccio e brioche alla crema sono un’altra cosa, ma sto cercando di vedere i lati positivi.
A corredare la mia collezione di thermos nuovissimi, ecco i bicchieroni di plastica da campeggio, che nei bicchierini/tappo dei thermos le fette biscottate non riesco proprio a inzupparcele, non ci passano.
Il tutto è destinato a essere portato a spasso nel mio meraviglioso zaino da escursionismo, nuovo anche lui, insieme alle posate e ai miei millemila litri d’acqua giornalieri obbligatori.
Insomma, per la fine di febbraio, metà marzo al massimo, conto, oltre alla gamba, di essere riuscita a stortarmi la schiena… Ihihih!!!

Riflettevo sul fatto che, contenuto dello zaino a parte, in effetti non sono molte le cose che mi restano da portarmi dietro.
Posto che io riesca a tener fede ai miei buoni propositi riguardanti i libri, potrei addirittura riuscire a compiere il grande passo: sostituire la maxi borsa in stile Mary Poppins con una borsa “normale”, ovvero contenente soltanto un mini-kit di sopravvivenza composto da documenti, portafoglio, salviettine, fazzolettini, UN SOLO libro, il mini blocnotes, il quadernino, un paio di penne, uno specchietto, gomme da masticare, burrocacao e crema per le mani. Una valutazione a sé verrà riservata, a tempo debito, alla gestione del materiale di russo nei giorni in cui c’è lezione e ai cosmetici, indispensabili da quando mi sono riempita di sfoghi causa farmaci. Elencate sembrano un sacco di cose, ma se ci pensate bene peso e ingombro sono davvero ridotti.

Che dire? Il ghiaccio è rotto.
Il primo passo verso la ripresa è fatto e, mentre mi domando perché il caricamento online abbia trasformato la mia fiquissima foto da moderna natura morta a orrenda sgranatura complessiva, penso a come organizzare le prossime tappe del mio ritorno al mondo esterno.

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Un po’ di Serietà… #1

ANMAR
Associazione Nazionale Malati Reumatici

 
 

La malattia: un passaggio dal lutto, all’accettazione, alla scoperta di sé attraverso l’aiuto psicologico

Molto spesso viviamo il nostro corpo come un nemico, come qualcosa che sfugge al proprio controllo ed alla nostra volontà.
Trovarsi faccia a faccia con la diagnosi di una malattia e con ciò che essa comporta attiva vissuti emotivi intensi di angoscia, rabbia e tristezza in cui prevale il senso di impotenza da cui nascono mille domande: “Perché proprio a me? Perché questo? Perché adesso? Cosa ne sarà di me?”.
La malattia ci costringe a rivedere la scala delle priorità della propria esistenza e ci porta ad aprire gli occhi di fronte all’illusione della nostra eternità.
Rispetto alle cause dell’insorgenza di una malattia (qualunque essa sia) si deve considerare una molteplicità di fattori tra cui quelli ambientali, ereditario-genetici e anche di tipo psicologico.
Il sostegno psicologico diventa un’occasione importante per la persona, in cui la terapia diventa uno spazio, un tempo ed una relazione in cui poter essere ascoltato nella propria sofferenza psico-emotiva all’interno di un luogo protetto in cui lasciarsi attraversare dal dolore della perdita di ciò che si era e di ciò che non si è più, sentendo il profondo dispiacere per se stessi per poi riuscire a lasciarsi tutto alle spalle trovando la forza di conoscersi per ciò che si è nelle proprie capacità, risorse e limiti del presente. Ciò libera energie trovando la forza di concedersi qualcosa di nuovo spingendosi in nuove direzioni.
La persona non è la sua malattia e non esaurisce il suo potenziale in essa; per questo è importante essere aiutati a distinguere il fatto che avere un problema non significa essere il problema, che la persona è molto di più e molto altro rispetto alla malattia.
Il sintomo, nel dolore che porta con sé, racconta qualcosa di prezioso nel suo significato simbolico espressione dell’indissolubile rapporto Mente-Corpo: racconta di una vita in cui blocchiamo, tradiamo e reprimiamo bisogni, desideri, emozioni autentiche creando una vita stressante rispetto al nostro ben-essere e alla vita che vorremmo vivere ma che non ci permettiamo.
Il nostro corpo fedele a se stesso ha qualcosa da dirci e da insegnarci sulla direzione da prendere per poter stare meglio con noi stessi. Ascoltare ciò che il corpo con la sua “saggezza” ha da dirci, diventa quindi un’occasione importante per poter ri-decidere della propria esistenza.

C’è stato un tempo in cui da bambini abbiamo compreso che per sentirci amati e amabili, dovevamo comportarci in un certo modo. Abbiamo imparato a compiacere, ad essere perfetti sforzandoci di non sbagliare mai, richiedendo a noi stessi l’efficienza e la forza di chi non deve mostrare segni di fragilità e di chi non può chiedere aiuto. E’ anche per questo motivo che la malattia può insorgere.
La malattia nel dolore che porta con sé ci può portare quindi a compiere un viaggio dal fuori al dentro di noi, al nostro stato interiore per ritrovare la propria spinta vitale.
Il supporto psicologico nasce dalla necessità di aiutare la persona a compiere questo viaggio attraversando il proprio dolore verso l’accettazione di sé (e della malattia) all’interno di un processo di comprensione via via più profondo in cui capire cosa sta capitando nella propria vita: “Che cosa mi sto impedendo di pensare, di sentire, di dire, di fare? Chi sono io se lascio ciò che devo essere? Cosa posso fare per me e per migliorare la mia qualità di vita in relazione a questa malattia?”
Sono queste alcune delle domande a cui trovare risposta attraverso il percorso psicologico in cui dare valore alla persona nella sua storia e nella sua unicità per tornare in armonia con se stessi anche imparando ad esprimere quei “NO” , quei “SI”, quei “BASTA” soffocati ed ingoiati nella paura del rifiuto e dell’abbandono e nella convinzione deleteria di non essere meritevoli di amore.
Il percorso psicologico come metafora di un viaggio per ri-tornare al proprio sé, prendendosi cura del proprio sentire a partire da un nuovo modo di stare con se stessi e con gli altri nella possibilità di volersi bene e di sentire di andar bene così come si è; nella possibilità di riuscire a realizzarsi e di godere della vita; nella possibilità di recuperare la vicinanza dell’altro, sentendo di avere un posto in un mondo che sa anche accoglierci; nella possibilità di sentire la propria forza e anche la propria fragilità; di poter stare sulle proprie gambe ma anche di farsi sorreggere; di stare solo e anche di stare “con” ascoltando, chiedendo e dicendo, nella certezza che si può cadere e rialzarsi sbagliando ed imparando dalla vita e dal nostro corpo.

Dott.ssa Silvia Polin
Psicologa-Psicoterapeuta in Analisi Transazionale e Gestalt
Fonte – Per saperne di più

 
 

Non c’è molto che io mi senta di aggiungere a quanto si dice nell’articolo; forse perché alcune affermazioni hanno dato voce a concetti a cui io stessa cercavo di dare forma da settimane senza riuscirci, o forse perché, seppur affidandomi a parole altrui, ho trovato per la prima volta il coraggio di guardare in faccia quello che sto vivendo.

Non è solo un brutto sogno: è tutto vero.

C’è un mondo sommerso a cui si fa volentieri a meno di pensare finché non ci si cade dentro, come inciampando in una pozzanghera che si rivela più profonda di quanto sembrasse. In Italia vengono definite malattie sistemiche autoimmuni rare tutte quelle patologie che colpiscono una percentuale di popolazione inferiore allo 0,05%. Se ci si concentra sulle cifre, dà l’idea di un qualcosa di tanto irrisorio da poter essere ignorato, ma quando ti scopri parte di quel “così poco da sembrare trascurabile”, ti rendi conto che, nel nostro paese, lo 0,05% della popolazione è pari a circa 30.000 persone: vista così i numeri non appaiono più tanto insignificanti.
Non dimentichiamo che, oltre ai “malati rari”, ci sono i malati meno rari, ma non per questo meno malati, e i disabili.

Non sono a caccia di compassione. Ci sono infatti una serie di fattori per cui io posso ritenermi un membro “fortunato”, passatemi il termine, di questa enorme sub-popolazione di persone “scomode” e difficili da gestire: dal punto di vista medico, pratico, emotivo e, non prendiamoci in giro, anche economico.
Vorrei solo che ci si soffermasse più spesso a pensare , fosse anche solo per un istante, a come ci sentiremmo se, al posto loro, ci fossimo noi.

 

Buona settimana a tutte e tutti!!!
Всем замечательной недели*!!!

 
 

*Vsjém zamjeciátjelnoj njedjégli!!!

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Caro Blog… #2

 

Non avrei mai pensato che questo blog avrebbe preso le sembianze del diario, anche se online, al passo coi tempi, e invece alla fine è andata proprio così. Non che mi dispiaccia, ma per me è una cosa nuova, tutto qui.

I miei blog precedenti erano tutti privati, quindi procedevano con dinamiche molto diverse da quelle che, nel tempo, si sono sviluppate intorno a questo. Fuochi Anarchici, rispetto agli altri, è vivo: non posso ridurlo a una sorta di caotico archivio virtuale, come i suoi predecessori.
Inevitabile conseguenza è stata la riorganizzazione del mio scrivere in vari “settori”.
Il blog è diventato un capitolo a sé stante, ma nel frattempo io ho imparato a gestire tutti gli altri scritti in maniera un po’ più seria. Prima, qualunque cosa scrivessi, era “carne da macello” pronta alla pubblicazione indiscriminata, perché tanto non c’era nessuno a leggere.
Ora invece ogni cosa sta trovando il suo posto: i post nel blog, le mail inviate ai destinatari invece che solo abbozzate, il “diario di bordo” nel quadernino custode, le dediche, scritte a mano, all’inizio dei libri regalati, gli appunti, gli esercizi di scrittura, i pezzi finiti e i compiti di russo in cartelle dedicate, virtuali o fisiche che siano. Lo so, nell’elenco mancano le lettere, quelle vere, scritte facendo scorrere la penna sulla carta, ma in questo periodo, per questioni di urgenza, ammetto di aver privilegiato le mail. Chi lo sa, forse prima o poi imparerò a scrivere perfino le odiate recensioni e allora, nel computer o su uno scaffale, ci sarà una cartellina in più, o forse a fare la sua comparsa sarà un enorme plico di fogli che troverà rifugio in fondo a un cassetto, destinato a restarci per sempre o a prendere il volo e andare per la sua strada.
Come ho ripetuto spesso: mai dire mai.
In fondo chi avrebbe potuto prevedere, un anno e mezzo fa, tutte le rocambolesche vicissitudini che hanno finito per ravvivare le Anarchiche Fiamme? Lavoro, studio, persone, passioni, a volte anche emerite scemenze, ma soprattutto la malattia: ci sono momenti in cui mi chiedo come sarebbe dover affrontare questa situazione senza il sostegno di molti di voi, che proprio in questa occasione poco felice si sono trasformate/i da blogger in persone reali, capaci di offrire sostegno e sollievo concreti con la loro stessa esistenza.

Insomma, il blog come specchio della mia evoluzione come essere umano: l’ultima cosa che mi sarei immaginata.

 

Grazie di cuore a tutte e tutti voi,
e buon sabato!!!

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Misantropica Serenità.

 

Mi siedo davanti alla schermata bianca con il viso gonfio di cortisone, gli occhi gonfi di lacrime, la pancia gonfia non so di che, vista la dieta, la gamba gonfia di dolenzie, la testa gonfia di domande dopo la prima assunzione del nuovo farmaco.
Non sono più sicura di essere del tutto padrona di me stessa, sembra infatti che alcuni dei farmaci influiscano anche sull’umore, ma non ho modo di sapere come e quanto, quindi sorvolo sulla questione.
Eppure oggi sono serena.
Pastiglie o istinto di sopravvivenza? Magari entrambi, chi lo sa. Sta di fatto che Miss Gamba, nonostante i dolori, sembra aver ridotto i capricci, la fame sembra essersi calmata almeno un po’

Il libro è finito e, nonostante l’AnarcoSocio definisca (molto) discutibili i miei gusti, a me è piaciuto: 5 stelline a Nele Neuhaus!
Ora però si ripresenta il più frequente e più classico dei miei dilemmi: cosa leggo ora?
Non che mi manchi da leggere, anzi, il contrario: la mia velocità di lettura, per quanto intensa, arranca rispetto alla mia ultra-velocità d’acquisto.
In genere mi basta qualche ora di pausa fra la fine di un libro e l’inizio del successivo, così ho deciso di approfittarne e di schiarirmi le idee scrivendo, qui e un paio di altre cosette sparse.
Nelle prossime ore dovrebbero arrivare i prossimi tre libri dei 16 attesi questa settimana e domani l’AnarcoSocio, spedito in missione per l’ennesima volta, completerà l’opera portandomi gli ultimi.

Ludwig Feuerbach ha detto: “Quanto più s’allarga la nostra conoscenza dei buoni libri, tanto più si restringe la cerchia degli uomini la cui compagnia ci è gradita.“, e forse è proprio questo che mi sta capitando. L’isolamento forzato dal genere umano, quello vero, in carne e ossa, ha disseppellito la mia misantropia, facendola riaffiorare in tutto il suo splendore. In questa fase della mia vita la compagnia di un libro mi è, spesso, più gradita di quella di una persona. I libri non chiedono spiegazioni, apprezzano i silenzi invece di restarne turbati, offrono la loro presenza in modo costante ma discreto. Le persone, ahimè, sono una responsabilità che in questo momento non sono proprio in grado di accollarmi.

Detto questo…

 

Buon venerdì 17 a tutte e tutti!!!
Всем с пятницей 17*!!!

 
 

*Vsjém s pjátnizej 17!!!

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Libri, Книги, Książki, Knjige, Books, Bücher… #1

 

Domani la Anarchiche Fiamme compiono un anno e mezzo e, con mio profondo senso di orrore e vergogna, ho realizzato solo stamattina che fra le mie mille saghe numerate, non ne ho ancora istituita una dedicata alla mia passione più grande: i libri.

Mi è venuto in mente di scriverne perché oggi ho ricevuto i primi 9 dei ben 16 libri che dovrebbero giungere fra le mie avide grinfie entro la fine di questa settimana.
Troppi? Non direi.

I libri non sono MAI troppi.

Oltre a narrativa varia, soprattutto thriller, sono in fase “facciamoci del male” e mi sto ingozzando di diari e libercoli vari sull’essere scrittrici/ori, tutti vergati dalle penne di grandi autrici/ori più o meno tormentate/i: Virginia Woolf, Franz Kafka, Sylvia Plath, Raymond Carver, Ray Bradbury, il tutto condito da un po’ di Gianni Rodari, che non fa mai male. Come accompagnamento altri manuali di scrittura e psico-libri sulle potenzialità terapeutiche dello scrivere. Insomma, libri che parlano di libri e scritti che parlano dello scrivere, ma che questo fosse il mood del momento credo l’aveste ormai già capito tutti.
Non chiedetemi recensioni, non sono proprio capace di farle, ma di sicuro se qualcuno dei nuovi acquisti dovesse rivelarsi meritevole di essere in qualche modo citato, prometto che non mancherò di farlo.

Non sono a caccia di ispirazione, ma di ordine.
La mia scrittura ha risentito, non poco aggiungerei, dello scossone emotivo, e ora ho bisogno di ridarle forma, di trovare la mia nuova via d’inchiostro, per riprendere a vivere la pagina bianca col giusto spirito. Non ho smesso di scrivere, anzi, ma fra un tentativo e l’altro, alcuni più o meno riusciti, altri davvero pessimi, mi dedico a letture che spero possano rivelarsi buone consigliere e suggeritrici di punti di vista interessanti finora inesplorati.

E ora, con permesso, vado a “riempirmi” la pancia con la mia magra cena dietetica, per poi dedicarmi in assoluta pace alle ultime 90 pagine del quarto libro del 2014!!!

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