Un po’ di Serietà… #1

ANMAR
Associazione Nazionale Malati Reumatici

 
 

La malattia: un passaggio dal lutto, all’accettazione, alla scoperta di sé attraverso l’aiuto psicologico

Molto spesso viviamo il nostro corpo come un nemico, come qualcosa che sfugge al proprio controllo ed alla nostra volontà.
Trovarsi faccia a faccia con la diagnosi di una malattia e con ciò che essa comporta attiva vissuti emotivi intensi di angoscia, rabbia e tristezza in cui prevale il senso di impotenza da cui nascono mille domande: “Perché proprio a me? Perché questo? Perché adesso? Cosa ne sarà di me?”.
La malattia ci costringe a rivedere la scala delle priorità della propria esistenza e ci porta ad aprire gli occhi di fronte all’illusione della nostra eternità.
Rispetto alle cause dell’insorgenza di una malattia (qualunque essa sia) si deve considerare una molteplicità di fattori tra cui quelli ambientali, ereditario-genetici e anche di tipo psicologico.
Il sostegno psicologico diventa un’occasione importante per la persona, in cui la terapia diventa uno spazio, un tempo ed una relazione in cui poter essere ascoltato nella propria sofferenza psico-emotiva all’interno di un luogo protetto in cui lasciarsi attraversare dal dolore della perdita di ciò che si era e di ciò che non si è più, sentendo il profondo dispiacere per se stessi per poi riuscire a lasciarsi tutto alle spalle trovando la forza di conoscersi per ciò che si è nelle proprie capacità, risorse e limiti del presente. Ciò libera energie trovando la forza di concedersi qualcosa di nuovo spingendosi in nuove direzioni.
La persona non è la sua malattia e non esaurisce il suo potenziale in essa; per questo è importante essere aiutati a distinguere il fatto che avere un problema non significa essere il problema, che la persona è molto di più e molto altro rispetto alla malattia.
Il sintomo, nel dolore che porta con sé, racconta qualcosa di prezioso nel suo significato simbolico espressione dell’indissolubile rapporto Mente-Corpo: racconta di una vita in cui blocchiamo, tradiamo e reprimiamo bisogni, desideri, emozioni autentiche creando una vita stressante rispetto al nostro ben-essere e alla vita che vorremmo vivere ma che non ci permettiamo.
Il nostro corpo fedele a se stesso ha qualcosa da dirci e da insegnarci sulla direzione da prendere per poter stare meglio con noi stessi. Ascoltare ciò che il corpo con la sua “saggezza” ha da dirci, diventa quindi un’occasione importante per poter ri-decidere della propria esistenza.

C’è stato un tempo in cui da bambini abbiamo compreso che per sentirci amati e amabili, dovevamo comportarci in un certo modo. Abbiamo imparato a compiacere, ad essere perfetti sforzandoci di non sbagliare mai, richiedendo a noi stessi l’efficienza e la forza di chi non deve mostrare segni di fragilità e di chi non può chiedere aiuto. E’ anche per questo motivo che la malattia può insorgere.
La malattia nel dolore che porta con sé ci può portare quindi a compiere un viaggio dal fuori al dentro di noi, al nostro stato interiore per ritrovare la propria spinta vitale.
Il supporto psicologico nasce dalla necessità di aiutare la persona a compiere questo viaggio attraversando il proprio dolore verso l’accettazione di sé (e della malattia) all’interno di un processo di comprensione via via più profondo in cui capire cosa sta capitando nella propria vita: “Che cosa mi sto impedendo di pensare, di sentire, di dire, di fare? Chi sono io se lascio ciò che devo essere? Cosa posso fare per me e per migliorare la mia qualità di vita in relazione a questa malattia?”
Sono queste alcune delle domande a cui trovare risposta attraverso il percorso psicologico in cui dare valore alla persona nella sua storia e nella sua unicità per tornare in armonia con se stessi anche imparando ad esprimere quei “NO” , quei “SI”, quei “BASTA” soffocati ed ingoiati nella paura del rifiuto e dell’abbandono e nella convinzione deleteria di non essere meritevoli di amore.
Il percorso psicologico come metafora di un viaggio per ri-tornare al proprio sé, prendendosi cura del proprio sentire a partire da un nuovo modo di stare con se stessi e con gli altri nella possibilità di volersi bene e di sentire di andar bene così come si è; nella possibilità di riuscire a realizzarsi e di godere della vita; nella possibilità di recuperare la vicinanza dell’altro, sentendo di avere un posto in un mondo che sa anche accoglierci; nella possibilità di sentire la propria forza e anche la propria fragilità; di poter stare sulle proprie gambe ma anche di farsi sorreggere; di stare solo e anche di stare “con” ascoltando, chiedendo e dicendo, nella certezza che si può cadere e rialzarsi sbagliando ed imparando dalla vita e dal nostro corpo.

Dott.ssa Silvia Polin
Psicologa-Psicoterapeuta in Analisi Transazionale e Gestalt
Fonte – Per saperne di più

 
 

Non c’è molto che io mi senta di aggiungere a quanto si dice nell’articolo; forse perché alcune affermazioni hanno dato voce a concetti a cui io stessa cercavo di dare forma da settimane senza riuscirci, o forse perché, seppur affidandomi a parole altrui, ho trovato per la prima volta il coraggio di guardare in faccia quello che sto vivendo.

Non è solo un brutto sogno: è tutto vero.

C’è un mondo sommerso a cui si fa volentieri a meno di pensare finché non ci si cade dentro, come inciampando in una pozzanghera che si rivela più profonda di quanto sembrasse. In Italia vengono definite malattie sistemiche autoimmuni rare tutte quelle patologie che colpiscono una percentuale di popolazione inferiore allo 0,05%. Se ci si concentra sulle cifre, dà l’idea di un qualcosa di tanto irrisorio da poter essere ignorato, ma quando ti scopri parte di quel “così poco da sembrare trascurabile”, ti rendi conto che, nel nostro paese, lo 0,05% della popolazione è pari a circa 30.000 persone: vista così i numeri non appaiono più tanto insignificanti.
Non dimentichiamo che, oltre ai “malati rari”, ci sono i malati meno rari, ma non per questo meno malati, e i disabili.

Non sono a caccia di compassione. Ci sono infatti una serie di fattori per cui io posso ritenermi un membro “fortunato”, passatemi il termine, di questa enorme sub-popolazione di persone “scomode” e difficili da gestire: dal punto di vista medico, pratico, emotivo e, non prendiamoci in giro, anche economico.
Vorrei solo che ci si soffermasse più spesso a pensare , fosse anche solo per un istante, a come ci sentiremmo se, al posto loro, ci fossimo noi.

 

Buona settimana a tutte e tutti!!!
Всем замечательной недели*!!!

 
 

*Vsjém zamjeciátjelnoj njedjégli!!!

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Categorie: Abisso, Autori, Blog, Capita anche a me..., Che Schifo!, Dieta, Поток Сознания, Flusso di Coscienza, PseudoNormalità, Sclero, Stream of Consciousness, Vita | Tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | 13 commenti

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13 pensieri su “Un po’ di Serietà… #1

  1. ❤ un abbraccione!!!

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  2. Buona settimana anche a te 🙂
    ciao
    .marta

    PS: pensiamo solo a quanti danni causa questa crisi. La prevenzione è scomparsa. La prima spesa che si taglia sono le cure dentarie….e quando capita, perchè purtroppo capita di sentirsi male o fratturarsi un arto allora si capisce che ci si deve arrangiare, pazientare…e si urla contro un sistema che fa letteralmente pena.
    Non oso pensare a tutte quelle persone che hanno gravi patologie…

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    • Purtroppo hai ragione su tutta la linea… 😦
      Se non ricordo male, fra l’altro, proprio tu eri ingessata fino a qualche tempo fa, quindi hai avuto modo di sperimentare in prima persona. Per fortuna si trattava di una cosa temporanea…

      Un abbraccio!

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  3. come non darti ragione?
    buona settimana anche a te

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  4. La malattia rara è una beffa nel danno.

    Accettare di avere una malattia rara non è facile. Non è facile il ri-trovarsi perché non è solo con il nostro cammino che dobbiamo fare i conti ma anche con una società che non vede nella diversità una ricchezza. Una società che non riconosce la politica della Cura una politica vincente.

    Si percepisce la tua maggiore consapevolezza…ed è bello.

    Ti abbraccio

    Donatella

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    • Prima o poi la consapevolezza doveva arrivare, ma la fase transitoria della convalescenza non è la migliore per venirne a capo, perché si è sotto la famosa campana di vetro di cui parlavo qualche post fa. Il dover ri-affrontare la quotidianità, invece, è una costrizione a riprendere dimestichezza con la realtà, quella concreta, fatta (anche) dalle piccole cose, che però ci forniscono dei parametri di valutazione diversi in base ai quali dimensionare ciò che ci è capitato.

      Non so ancora quanto difficile sarà, né quanto tempo mi ci vorrà per “stabilizzarmi”, ma non c’è altro modo per scoprirlo che non sia il provarci.

      Ricambio l’abbraccio! 🙂

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  5. firesidechats21

    Davvero, un post molto interessante 🙂

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  6. Bello il post, bello l’articolo.
    Alcune cose le ho provate anche io sulla mia pelle, non mi piace ma ne porto i segni. Altre le vedo sulla pelle di perfetti sconosciuti che vengono in ospedale. Altre le vedo addosso a persone che conosco.
    In sei anni di università, uno di frequenza, quattro di specializzazione ho imparato a non stupirmi più di nulla; tutto può capitare a tutti. E non c’è altro termine per descrivere tutto questo se non ” capita “, per quanto sia orribile. L’ho detto un sacco di volte, a persone che mi chiedevano perché avessero qualcosa di brutto nonostante non avessero fatto nulla di brutto nella loro vita (mai fumato, mangiato sempre bene, fatto moto ecc ecc) ed ho risposto “capita”; mi è anche stato detto “vorrei vedere lei!”, ma non c’è nulla da fare, non ti ci puoi incazzare che non serve a nulla. Si deve riconoscere la realtà dei fatti e vale anche per le persone con cui la persona a cui “è capitato” si relaziona.
    E purtroppo sì, esistono persone “fortunate” nella sfortuna e quelle “sfortunate” nella sfortuna, per la serie piove sempre sul bagnato.
    Non è facile, ed io ti mando un abbraccio forterrimo! =*

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    • Mio malgrado, so fin troppo bene cosa vuoi dire.
      Di sicuro ci vorrà tempo e un sacco di buona volontà per ricostruirmi una vita seguendo le nuove regole che quel “capita” mi ha imposto, ma non ho intenzione di permettergli di dettar legge.
      In fondo i paletti esistono per tutti: sani o malati, se ci schiantiamo contro un muro a 130 km all’ora perché stiamo guidando ubriachi, facciamo tutti la stessa fine. Questo per dire che, una volta metabolizzati i miei nuovi “paletti personalizzati”, farò sentire la mia voce e farò valere quel che sono, per rimettermi in piedi una vita su misura come piace a me!

      Ti abbraccio forte anch’io, MyTwin!!! ♥

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