Archivi del mese: febbraio 2015

Questióne d’Accènto. #3

accento-ударение

Una scoperta tremenda ha dissestato il mio neo-intrapreso cammino sulla via del corretto accento.
Il settentrione ha il potere di deformare non solo la pronuncia delle vocali, ma anche quella delle consonanti.
Prima o poi troverò il coraggio di affrontare anche quelle, ma per il momento rimaniamo alle vocali toniche, aperte o chiuse che siano.

Questa settimana, pensando a quale tema affrontare, ho preso spunto da una visita a sorpresa dell’AnarcoNipotina, e ho deciso di rifilarvi una bella lista di animali.
Chi non ha bimbi che gli gravitano intorno, forse faticherà a comprendere questa scelta, ma vi assicuro che chiedere ai pargoli di fare i versi degli animali è uno dei passatempi più divertenti a cui ci si possa dedicare.
Solo di recente, ad esempio, il gatto dell’AnarcoNipotina ha smesso di sembrare una tigre del bengala digiuna da un mese di fronte a un grosso trancio di carne fresca, ovvero un’indomita belva assetata di sangue.

Mi pare superfluo dire che non sia possibile elencare tutti gli animali esistenti, quindi mi limiterò a quelli imitati dalla duenne di famiglia. Come sempre, se qualcuno volesse chiarimenti sull’accento correto di una bestiola non citata, si senta libero di chiedere nei commenti.

Àsino
Càne
Cavàllo
Coccinèlla → e aperta
Conìglio
Cricèto → e aperta
Delfìno
Elefànte
Farfàlla
Formìca
Gàtto
Giràffa
Leóne → o chiusa
Maiàle
Mùcca
Pàpera
Pècora → e aperta
Pésce → e chiusa
Ràgno
Ràna
Scìmmia
Serpènte → e aperta
Tartarùga
Tòpo → o aperta
Uccèllo → e aperta
Zanzàra
Zèbra → e aperta

Ok, ok, ho un po’ barato, di sicuro la nipotina non imita creaturine come la giraffa, il delfino o la tartaruga, ma li riconosce sui libretti degli animali e le piacciono, quindi li ho aggiunti per rimpolpare un po’ la lista.
Fra l’altro mi sono impegnata a “fare l’adulta”, perché con la mia baby socia gli animali sembrano tutti in miniatura: coniglietto, scimmietta, asinello e così via.

E anche per questa settimana, credo di aver dato.
Al prossimo giovedì!

 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Deutschland über alles (in Kultur)! La Germania aumenta la spesa nella cultura, l’Italia…

Come titolava un famoso film di Benigni e Troisi nel 1984, non ci resta che piangere…

decadenza-oltranza
La Germania. La tanto (da tanti) odiata Germania, che in Europa fa il bello e il brutto tempo, la Germania della Frau Merkel che impone diktat e giudica tutti gli altri paesi europei.
Beh, giusto o sbagliato che tutto ciò sia, qui, ora, non mi interessano tali questioni. Me ne interessa un’altra, della quale quasi nessuno ne ha dato notizia e parlato in Italia. E io credo non casualmente, dacché, sapete bene, i media e gli organi di informazione (?) sanno bene che a volte non devono informare, perché qualcuno preferisce così.
Comunque, venendo al sodo, e proferendo lodi e glorie supreme ad Artribune, unico (prestigioso) media che, mi pare, abbia dato il giusto risalto alla notizia: la commissione Bilancio del Bundestag ha di recente comunicato che gli stanziamenti per la cultura cresceranno nel 2015 di 118 milioni di euro in più, per un…

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Categorie: Vita | 6 commenti

И на Сердце Ураган…

 

Ci sono poi quei giorni in cui di cose da dire ne avresti tante, forse perfino troppe, ma ti mordi la lingua e taci perché, pensi, in fondo il quieto vivere è più importante.

Chi se ne frega se poi tu, dentro, di quieto non hai proprio niente, se è uno di quei momenti in cui non puoi fingere che non sia cambiato nulla, in cui non puoi far altro che rassegnarti all’idea che la tua vecchia vita, con tutto il suo bel carico di opportunità, non tornerà più. Che poi, anche tornasse, ti troverebbe diversa, e più vecchia, e gli anni persi per strada rimangono lì, dove li hai persi, mica te li restituisce nessuno.
Allo stesso modo nessuno ti ridarà mai indietro i capelli persi, le passeggiate mancate, le pizze e i dolci che non hai potuto mangiare, le birre e le cioccolate con la panna che non hai potuto bere, gli hamburger con patatine e la Nutella di cui non ti sei potuta abbuffare, i posti che non hai potuto visitare, i film e le mostre che non hai potuto vedere, i corsi che non hai potuto frequentare, gli esami che di conseguenza non hai potuto dare, le feste a cui non hai potuto partecipare, i tacchi vertiginosi e le acconciature stravaganti che non hai potuto sfoggiare, i fine settimana in cui non sei potuta uscire, le occasioni che non hai potuto cogliere, e mi fermo qui, solo perché sto riuscendo ad angosciarmi ancora di più di quanto io non sia già.
Forse il punto è che sono troppo giovane per tollerare l’obbligo di porre un freno tanto drastico a una vita che avevo appena iniziato a vivere davvero, e troppo vecchia per credere sul serio che tutto passi, tutto si risolva.

E allora?
E allora in quei giorni vaffanculo mondo!
Io mi chiudo nel mio autistico castello di ghiaccio e chi s’è visto, s’è visto.

Ci si chiede perché io ami dormire sul pavimento, incastrata al centimetro fra decine di libri sparsi.
La verità è che l’ho sempre fatto. La verità è che è una di quelle cose che la malattia non è riuscita a togliermi.
I libri. Oggetto sovrano delle mie più malsane compulsioni.
Dai libri ho imparato un sacco di cose.
A parte essermi avventurata nelle infinite vicende narrate, ho imparato a preparare dolci, a migliorare il mio stile nella scrittura, a meditare, a ricamare, a costruire giocattoli con materiali di riciclo, a truccarmi, a realizzarmi la bigiotteria da sola, a fare gli scooby doo colorati, a gestire l’html di base per personalizzarmi il blog.
Dai libri scolastici, lo ammetto, non ho assorbito molto. La storia, la matematica, la geografia, la fisica, la statistica proprio non ce l’hanno fatta, ma la letteratura, un po’ di chimica, la biologia, qualcosina di informatica, la genetica, quelle sì, sono rimaste impigliate da qualche parte nel mio cervello.
Categoria a sé sono i manuali di scrittura, di grammatica, italiana e delle varie lingue straniere, di tecniche di traduzione, di stilistica. Pur non sapendo spiegare perché, sono questi i libri che hanno sempre fatto il lavoro sporco, caricandomi sulle loro spalle a peso morto, quando lo scoraggiamento era tanto da non riuscire a muovermi, da riuscire a stento a respirare.

Essere malati non è un gioco da cui potersi ritirare quando si è stanchi o si è persa la voglia.
Nelle parole ho trovato un universo infinito in cui c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire, un mondo in cui non servono muscoli forti e resistenti o un metabolismo perfetto. Certo, se gli occhi fossero meno stanchi e doloranti sarebbe meglio, ma mi conosco, e so che avrei finito per affaticarli in ogni caso, magari ci sarebbe soltanto voluto un po’ più di tempo.
Nelle parole ho trovato la congiunzione, il collegamento fra il prima e il dopo, il punto fermo di riferimento intorno a cui far ruotare la ricostruzione di tutto quel che è andato distrutto o da cui far partire qualunque cosa sostituirà ciò che invece è andato perso in maniera irreversibile.
Nelle parole ho trovato la magia, la stessa magia racchiusa nei baci che curano le ginocchia sbucciate dei bimbi, la stessa magia che si sprigiona dalla prima margherita che sboccia a primavera, la stessa magia che guizza nelle scoppiettanti scintille di un falò in riva al mare, la stessa magia che esplode ai piedi di una limpida e impetuosa cascata, la stessa magia che si annida nel profumo dell’inchiostro sulla carta fresca di stampa, la stessa magia lieve e misteriosa custodita nella fragile iridescenza di una bolla di sapone, quella magia che non chiede niente in cambio e non ha bisogno di nulla per compiersi, se non del qui e ora.

Sono così stanca…
Stanca di essere malata.
Stanca di essere forte.
Stanca di essere stanca.

 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Questióne d’Accènto. #2

accento-ударение

 

L’intento iniziale del post di lunedì era quello di lanciarmi in una riflessione su come la “mala” organizzazione possa rischiare di sminuire perfino la più interessante delle proposte artistiche. Il risultato, invece, è stato una semplice cronaca del mio movimentato sabato perché, presa dal raccontare, mi sono persa la riflessione per strada.

Fatta questa premessa, a cui tenevo in maniera particolare, posso tornare al post di oggi.

Non che si possa parlare di un successone clamoroso ma, stando ai miei recenti standard, mi ha sorpresa la partecipazione suscitata dal mio post sugli accenti.
Pur essendo poca cosa, non me l’aspettavo: il mio ego si è lasciato cullare dai numeri e la mia testolina bacata è stata presa in ostaggio dall’ennesima delle mie trovate malsane.
Mi sono detta: “E se io ne facessi una sorta di rubrica settimanale?”.
E… si può forse dire di no a se stessi? Per citare me stessa, mania di grandezza portami via: NO, non si può!
Così rieccomi con i miei sproloqui linguistici.

Ci ho rimuginato su per qualche giorno prima di decidere che impostazione dare alla cosa, poi ho pensato che fosse carino suddividere le parole per tematiche, un po’ come quando si gioca a “Nomi, Cose, Città”.
La seconda domanda che mi sono posta è stata un’inevitabile conseguenza: “Da quale tema partire?”.
La risposta è giunta, per ragioni che non mi è dato di capire, da una vocina nella testa: i COLORI!
Sono semplici, poco impegnativi e utilizzabili in qualunque contesto si riesca a immaginare.

Prima di iniziare, una piccola nota che potrà sembrare scontata, ma che io ho trovato interessante.
In italiano esistono due tipi di accento: acuto e grave.
L’accento acuto «é» indica la pronuncia chiusa, mentre l’accento grave «è» indica la pronuncia aperta.
Nella nostra lingua questa distinzione è fondamentale per la pronuncia delle vocali «e» ed «o». Per quanto riguarda le vocali «a», «i» ed «u», si utilizza l’accento grave, che però serve a identificarle quando svolgono la funzione di vocale tonica all’interno della parola, ovvero la vocale su cui cade l’accento principale del vocabolo.

Detto questo, possiamo cominciare:

Biànco
Giàllo
Arancióne → o chiusa / Aràncio
Rósso → o chiusa
Ròsa → o aperta
Pórpora → o chiusa
Viòla → o aperta
Blù
Azzùrro
Vérde → e chiusa
Marróne → o chiusa
Grìgio
Néro → e chiusa
Òro → o aperta
Argènto → e aperta

In genere, quando non hanno funzione di vocale tonica, le vocali «e» ed «o» vengono pronunciate chiuse.

Come avrete notato, mi sono limitata ai colori principali.
Se ci fossero dubbi sulla corretta pronuncia di qualche colore di quelli omessi, sentitevi liberi di scrivermi per chiedere.

Al prossimo giovedì!

 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Le Tisane Insegnano…

accento-ударение

Image Credit © VeRA Marte

 

Da ex amante categorica ed esclusiva del tè verde, negli ultimi anni sono passata alla sperimentazione e degustazione delle più svariate tisane.
Escludendo quelle preparate “su misura” in erboristeria, fra quelle in commercio sono diventata un’accanita sostenitrice delle Yogi Tea: fantastiche!

Un tocco in più è dato dal fatto che ogni bustina contiene anche un piccolo aforisma.
Quello di ieri, su cui ho riflettuto mentre mi bevevo un litro buono di tisana foglie di lampone, citron verbena e lavanda, diceva così: “Be grateful to yourself.”, tradotto “Sii grato a te stesso.”.

Difficile se la comparsa di una malattia autoimmune ha sconvolto da cima a fondo la tua vita.
Già, perché le malattie autoimmuni sono il risultato della rivolta del tuo corpo contro se stesso, e allora come fai a esserti grata?
Ieri, però, quelle quattro parole hanno dato vita a un pensiero nuovo.
Le cose che più amo hanno a che fare con la vista: leggere, scrivere, studiare, osservare i dolci diventare dorati nel forno.
L’AnarcoPatia se l’è presa con i miei muscoli, ma come sarebbe stato se invece avesse mirato agli occhi?
E allora, seppur nel paradosso, eccomi grata a me stessa, al mio corpo ostile che, nell’ormai quotidiano conflitto, ha deciso di non intaccare lo strumento fondamentale per coltivare le mie passioni più sentite.

In realtà, a causa di alcuni farmaci, anche la vista risente della situazione, ma per ora le difficoltà sono gestibili, quindi ci penserò a tempo debito, se e quando sarà necessario pensarci.

È curioso come, spesso, proprio nelle difficoltà più grandi si finisca per scorgere delle piccole fortune capaci di rendere la vita un pochino più serena.

 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Io e l’Unicorna.

unicorno-единорог

 

Sveglia alle 5:45.
Il tempo fuori fa schifo, freddo e pioggia, ma in fondo le previsioni lo annunciano da giorni, quindi mi limito a constatare che posso abbandonare anche le ultime speranze che si fossero sbagliati.
Incredibile ma vero, con i mezzi fila tutto liscio e alle 9:05 sono in aula.
Tre ore di lezione di russo, durante le quali faccio un altro passo avanti verso la triste consapevolezza che, per i quattro mesi a venire, dovrò riuscire a inventarmi uno stratagemma per ritagliare qualche altra ora nella mia settimana da dedicare allo studio.
Tappa fuori programma per recuperare in anticipo i biglietti del cinema.
Io non ci sono mai stata, ma secondo una mia compagna di corso si tratta di un cinemino, quindi meglio passare prima se si vogliono trovare dei posti decenti.
All’alba delle 13:45 riesco a infilarmi al Self Service, che per fortuna si è già liberato del pienone dell’ora di punta. Un trancio di margherita ingurgitato di corsa e una fetta di torta alla frutta che, seppur buona, ammazza ogni mia aspettativa rivelandosi del tutto priva di una qualsivoglia crema zuccherosa al di sotto del coloratissimo strato fruttoso.
Sono nei tempi, ma più che un sabato di svago mi sembra una maratona.
Attraverso Milano in metropolitana per raggiungere l’AnarcoSocio al parcheggio, scarico in macchina tutto ciò che serviva solo per la lezione, e… torniamo indietro. Ebbene sì, la tappa successiva prevede che io torni proprio alla fermata da cui sono partita solo 25 minuti prima.
Il cinema non è poi così piccolo, ma presumo che la percezione dello spazio di chi è nato e cresciuto a Milano sia un tantino diversa da quella di chi viene da un paesino di provincia in mezzo ai campi. In ogni caso, è un bene avere già i biglietti, perché alla biglietteria c’è la coda e i posti ancora disponibili non sono certo dei migliori.
Dal trailer mi aspettavo tutta un’altra cosa, ma non è importante: Birdman non è affatto male. Tanti spunti, approfonditi quanto basta da renderli interessanti, ma non tanto da annoiare.
Una volta fuori ci rituffiamo nel caos della metropolitana: destinazione Spazio Lambrate. Tutta la giornata è stata organizzata in funzione dell’evento serale, quindi siamo curiosi di arrivare e di scoprire come sarà…

Delusione.
Interessante l’idea, davvero carino il posto, ma l’organizzazione un vero disastro.
La locandina dell’evento è comparsa su internet solo due giorni fa, ma nel frattempo nessuno si è preoccupato di promuoverlo in qualche altro modo. Basta un colpo d’occhio per renderci conto che la partecipazione sarà scarsa. Poco importa, noi siamo lì per sostenere la pittura a olio “live” di un’amica, il resto è un di più.
Ce ne andiamo verso le 22:00, dopo il monologo teatrale.
La fame e il freddo ormai la fanno da padroni.
Io dico: si può organizzare un evento dalle 18:00 alle 22:00, a metà febbraio, senza peroccuparsi di riscaldare l’ambiente e di organizzare un piccolo buffet?
La mia risposta è irremovibile: NO, non si può!

Anche l’amica ne esce amareggiata. Addirittura si scusa.
Non è lei, però, a doversi giustificare. In alcun modo.
Chi dovrebbe, invece, sembra essere in pace col mondo: beata incompetenza.

Decidiamo di annegare la serataccia in un buon boccale di birra, ma la sorte si ostina a non assisterci.
Il birrificio è tanto pieno da poterci a mala pena entrare, figurarsi se sia concepibile la pretesa di un tavolo a cui sedersi per poter rimpinzare a dovere gli stomaci brontolanti.

Io e l’Anarco Socio ci rassegniamo.
Siamo vincolati dagli orari dei mezzi e non possiamo permetterci di tirare tardi.
Salutiamo e ci avviamo verso la metro: 9 minuti di attesa.
I 9 minuti passano, ma il trenino sferragliante ci passa davanti senza fermarsi, con una scritta luminosa che ci informa che il suddetto è “fuori servizio”. Altri 10 minuti.
Attesi con pazienza i 19 interminabili minuti, scendiamo per cambiare linea: altri 6 minuti.
Il treno arriva, ci accasciamo sui sedili, ben 15 fermate ci separano dal parcheggio dove ci aspetta la nostra confortevole, ma soprattutto calda, macchinina.

È mezzanotte.
Siamo in macchina e almeno il problema del freddo l’abbiamo risolto.
I pancini però si sono fatti rabbiosi, quindi non possiamo ancora rilassarci.
Suo malgrado, con uno sforzo disumano, l’Anarcosocio propone il McDonald’s a pochi minuti da casa mia, sempre che sia aperto, dato che non saremo lì prima dell’una di notte.
Controllo. Il sabato notte chiude alle due: sarebbe fattibile.
La tentazione c’è, anche se mi chiedo fin da subito quando digerirei il tutto, ma poi una lampadina si accende nel mio cervello annebbiato dal freddo e dalla fame: l’Autogrill.
Di sicuro lì ci sarà qualcosa di buono anche per il mio vegetarianissimo compare e per l’onnivora sottoscritta ci sarà l’imbarazzo della scelta.
La trovata si conferma vincente!
Paninone al sesamo con cotoletta di pollo, insalata, pomodoro e salsa tartara, mentre l’AnarcoSocio, meno avvezzo a ingollare schifezze, si lancia su una focaccia con i pomodorini, il tutto accompagnato da due ottime spremute d’arancia. Il “lauto” spuntino notturno si chiude con la condivisione di un Mars: 10% all’AnarcoSocio, il resto a me!
Esco dall’Autogrill saltellando, per lo meno col pensiero, dato che la devastante stanchezza non mi permette di farlo anche con le gambe. In mano due peluches morbidosi con gli occhioni enormi e tanto dolci: una tartaruga per me e un’unicorna (perché io ho deciso che è femmina) per l’AnarcoNipotina.

Di nuovo in macchina: direzione cuscino!

Ammesso che a qualcuno possa interessare, ho trascorso la domenica mettendo in atto profetiche minacce fatte all’AnarcoSocio almeno due giorni prima: ronf, ronf, ronf…

 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Back to Office

ufficio-офис

 

Oggi sono tornata al lavoro!

Causa assenza di alcune colleghe per partecipazione a una fiera di settore, oggi e venerdì sono tornata in ufficio, come “risorsa di rinforzo” in caso di bisogno.

Non posso dire che la vita da pendolare mi manchi, e nemmeno il costante il caos dell’open space in cui lavoro, dove tutti parlano al telefono in contemporanea, col risultato che nessuno riesce a capire niente, né tanto meno a concentrarsi su quel che deve fare.

A mancarmi, sembrerà assurdo, sono le piccole commissioni di routine, anche quelle magari un po’ antipatiche. Una rivista di cucina, un buon libro da leggere mentre fai la coda in posta, una crema per il viso profumata o un pensierino per una persona cara: quelle piccole cose che portano via poco tempo, ma danno un gran senso di serenità dopo una giornata di lavoro, al di là di quanto faticosa e impegnativa possa essere stata.

Così l’imperativo del pomeriggio di ieri, oltre ai compiti di russo, è stato la riorganizzazione della mia vecchia tabella di marcia settimanale. Avendo imparato a conoscere almeno un po’ i miei nuovi bioritmi, sapevo che oggi, a priori, avrei avuto poco tempo e poco energia per mettermi al computer a scrivere, quindi ho concentrato tutto nel pomeriggio di oggi, così domani potrò concentrarmi sul sabato, che questa settimana prevede un programmino piuttosto denso di cui, appena a avrò un attimo, vi racconterò…

 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Questióne d’Accènto. #1

accento-ударение

 

Le mie ossessioni filologico-linguistiche stanno peggiorando in maniera drastica.

Dopo la slavofilia, la grammatica, la linguistica, le tecniche di traduzione, l’ortografia, la stilistica, l’editing, ho aggiunto un nuovo componente all’allegra combriccola con cui affronto, giorno per giorno, questo mio bizzarro viaggio nel rocambolesco mondo della parola: la dizione.

All’età di 8 anni ho iniziato a studiare inglese e francese. Ai tempi non c’era alcuna legge che prevedesse l’obbligo di insegnamento di una lingua straniera fin dalla prima elementare, ma la scelta si rivelò azzeccata: amore a prima vista.
Arrivata al liceo, inutile dire che ho frequentato un linguistico, ho deciso di cimentarmi anche col tedesco e di iscrivermi a un corso di spagnolo da frequentare dopo le lezioni.
Il colpo di fulmine, però, è arrivato con l’università: le lingue slave.

Nel frattempo divoravo libri e scrivevo tantissimo.

La passione cresceva e, man mano che gli studi si facevano più approfonditi, anche la competenza e, soprattutto, la curiosità.

Lingue straniere a parte, la mia attenzione è sempre stata molto più concentrata sulla parola scritta, quindi la dizione è sempre stata un tarlo latente che stava lì, in un angolino remoto del cervello, senza dare troppo fastidio.

La svolta è stata innescata dall’incontro(/scontro) con l’AnarcoSocio.
Nati e cresciuti in regioni diverse: impossibile non notare le differenze di pronuncia dovute alle influenze regionali e dialettali.
Su tutto spiccano le “e” e le “o”: aperte o chiuse?
Istigata dalle continue parodie della sottoscritta scimmiottate dall’AnarcoSocio, sono passata all’azione, acquistando un manuale di dizione professionale, con tanto di CD allegato, e il delirio ha avuto inizio!

Imparate poche regoline di base, almeno per quanto riguarda le due vocali dello scandale, eccomi pronta a dare libero sfogo alla mania compulsiva: ho ragoine io o ha ragione l’AnarcoSocio?

Al momento sono in vantaggio, ma la gara è aperta…

Vérde: e chiusa – Vera
Fréccia: e chiusa – Vera
Lèggere (verbo): e aperta – AnarcoSocio
Tòpo: o aperta – Vera
Mòto: o aperta – Vera

Tirando le somme, almeno per il momento:

Vera 4 – AnarcoSocio 1

Tiè!!!

Le prossime parole candidate per una pronta verifica sono: parcheggio, foto e qualunque altra parola si permetta di incitare l’Anarcosocio a scimmiottarmi ancora!

 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Scoprendo Evgenija Magaril…

avanguardia-russa

Image Credit © VeRA Marte

 

Passare il pomeriggio a una mostra che conta circa 300 opere e rimanere folgorata dall’unico, sconosciutissimo, pezzo esposto di un’autrice altrettanto sconosciuta: Евгения Марковна Магарил (Evgenija Markovna Magaril), classe 1902.

Avrei potuto fotografare il suo quadro, come ho fatto con altri (lo so che non si dovrebbe… -.-“), e invece no.
Non avevo idea che non l’avrei trovato su internet, nemmeno cercando sui portali russi, ma non importa.
A fine mostra ho comprato il catalogo, quindi avrei potuto fotografarlo da lì, o addirittura provare a scansionarlo, ma ho deciso di no.
Il punto è che, realizzato negli anni ’20, il dipinto “Costruzione” è un’opera di dimensioni piuttosto modeste, una rappresentazione astratta tutta sviluppata coi toni del marrone.

Non saprei proprio dire cosa mi abbia colpita così tanto. I colori non sono fra quelli che in genere attirano la mia attenzione, le dimensioni e la relativa semplicità della composizione fanno sì che si collochi nella corrente del suprematismo senza però occuparvi una posizione di particolare rilievo, eppure non so…
Mi ha trasmesso una sensazione di calore: per questo mi è piaciuto.

Per quasi tutto il tempo ho fatto ammattire l’AnarcoSocio, stressandolo a morte con le mie maniacali osservazioni, molto linguistiche e molto poco artistiche, su tutte le scritte in russo arcaico che campeggiavano sulle opere più datate.

Una domenica pensata da tanto, ma organizzata all’ultimo, si è rivelata un vero e proprio concentrato di passioni: arte, Russia, Torino, e tutto con l’AnarcoSocio!

Giornate che, sarà un luogo comune, ma davvero vorresti non finissero mai.
Giornate che ti insegnano più lezioni di qualunque scuola.
Giornate da cui esci esausta, ma FELICE!!!

 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Attesa. #1

attesa-ожидание

Image Credit © VeRA Marte

 

Questo, a mio parere, si chiama “pararsi il c**o”.
Con classe, aggiungerei, per carità, ma pur sempre pararsi il c**o.
(Ebbene sì, ogni tanto mi ricordo di auto-censurarmi le continue volgarità che eruttano dalla mia boccaccia polemica.)

Mi sta bene che non si possa essere marziali riguardo la durata di una visita medica, ma se da oltre un anno a questa parte il ritardo medio fra l’orario dell’appuntamento e quello dell’effettivo ingresso in ambulatorio non è MAI sceso al di sotto dell’ora e 15 minuti, non sono polemica io: c’è qualcosa che non va nell’organizzazione e nella gestione degli appuntamenti, eccome se c’è.

Sarà che dopo il ricovero a sorpresa l’ambiente ospedaliero si è fatto ancora più infido ai miei occhi.
Il riscaldamento a palla non è perché i malati non prendano freddo, ma per stordirli riproducendo le condizioni che provocano i colpi di calore d’estate, così si accasciano e non rompono.
Poi esci e ti ritrovi in 10 centimetri di neve con una temperatura di -3°. Il risultato è che, causa sbalzo termico, ti riammali, devi tornare in ospedale, e così via, in un infinito circolo vizioso.

Va beh, venendo al sodo, mercoledì avevo il controllo con la reumatologa fissato per le 12:30, ma il mio turno è giunto solo all’alba delle 14:00.
Entro e scopro che:

  • Non è vero che con la mia terapia non mi si dovrebbe alzare la febbre: diciamo che è molto poco probabile, ma non impossibile. Come io poi riesca a raggiungere i 39,9° nessuno me lo sa spiegare.
  • Mi hanno dato l’antibiotico senza sospendermi l’immunosoppressore??? Ma come è possibile???
    Così si rischia di prolungare, se non addirittura di peggiorare, l’infezione in corso.
    Peccato che questo fosse come minimo il quarto o quinto ciclo di antibiotici che la sottoscritta si è ingollata nell’ultimo anno.
  • Dimenticarsi della mia riabilitazione??!
    Ma come ho potuto anche solo pensare che potessero aver commesso cotanta oscenità??!
    Il punto sta nella pazienza: finché i valori degli esami non saranno come dicono loro, non è proprio il caso di pensare alla riabilitazione. In ogni caso, giusto perché ho avuto la malsana idea di chiederlo, se tutto sarà in ordine se ne potrebbe perlare verso l’inizio del 2016.
    STICAZZI!!! Aggiungo io.
    (Perdonatemi, ma qui proprio non me la sento di auto-censurarmi.)

Per amor di cronaca, finite le rimostranze, trovo giusto dire anche che, dopo circa 8 mesi di stallo, l’agognata riduzione dei farmaci c’è stata, e questa volta ha addirittura superato le mie aspettative, che tanto erano rimaste deluse la volta scorsa. Da 10 mg di cortisone al giorno a 7,5 mg per tutto il prossimo mese e poi, udite, udite, si passa a 5 mg al giorno fino al prossimo controllo, ai primi di ottobre.

Intanto fuori è tutto bianco, coperto da 15/20 centimetri buoni di neve che in realtà non ho vissuto granché, se non per il mortale gelo casalingo alla facciazza dei caloriferi bollenti, perché questa è stata anche la mia prima settimana di lavoro da casa. Fra l’ufficio, i compiti di russo, il blog e la mia pessima (pessimissima, pessimerrima) gestione degli acquisti (compulsivissimi) online, mi resta poco tempo perfino per guardare fuori dalla finestra.
È curioso come, nonostante ora risparmi le 3 ore giornaliere che di solito mi portano via i vari spostamenti, il tempo continui a rivelarsi troppo poco per tutto quello che vorrei fare. Le due alternative più plausibili sono: fare tutto in maniera abbastanza superficiale oppure dedicarmi a una sola cosa al giorno, però facendola bene.
Il problema è che alcune cose, lo studio del russo su tutte, richiederebbero un minimo d’applicazione quotidiana per portare a dei risultati decenti, quindi il problema rimane.

Detto questo, forse è il caso che io vada a fare almeno un paio di russ-esercizi…

 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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