Archivi del giorno: 20 febbraio 2015

И на Сердце Ураган…

 

Ci sono poi quei giorni in cui di cose da dire ne avresti tante, forse perfino troppe, ma ti mordi la lingua e taci perché, pensi, in fondo il quieto vivere è più importante.

Chi se ne frega se poi tu, dentro, di quieto non hai proprio niente, se è uno di quei momenti in cui non puoi fingere che non sia cambiato nulla, in cui non puoi far altro che rassegnarti all’idea che la tua vecchia vita, con tutto il suo bel carico di opportunità, non tornerà più. Che poi, anche tornasse, ti troverebbe diversa, e più vecchia, e gli anni persi per strada rimangono lì, dove li hai persi, mica te li restituisce nessuno.
Allo stesso modo nessuno ti ridarà mai indietro i capelli persi, le passeggiate mancate, le pizze e i dolci che non hai potuto mangiare, le birre e le cioccolate con la panna che non hai potuto bere, gli hamburger con patatine e la Nutella di cui non ti sei potuta abbuffare, i posti che non hai potuto visitare, i film e le mostre che non hai potuto vedere, i corsi che non hai potuto frequentare, gli esami che di conseguenza non hai potuto dare, le feste a cui non hai potuto partecipare, i tacchi vertiginosi e le acconciature stravaganti che non hai potuto sfoggiare, i fine settimana in cui non sei potuta uscire, le occasioni che non hai potuto cogliere, e mi fermo qui, solo perché sto riuscendo ad angosciarmi ancora di più di quanto io non sia già.
Forse il punto è che sono troppo giovane per tollerare l’obbligo di porre un freno tanto drastico a una vita che avevo appena iniziato a vivere davvero, e troppo vecchia per credere sul serio che tutto passi, tutto si risolva.

E allora?
E allora in quei giorni vaffanculo mondo!
Io mi chiudo nel mio autistico castello di ghiaccio e chi s’è visto, s’è visto.

Ci si chiede perché io ami dormire sul pavimento, incastrata al centimetro fra decine di libri sparsi.
La verità è che l’ho sempre fatto. La verità è che è una di quelle cose che la malattia non è riuscita a togliermi.
I libri. Oggetto sovrano delle mie più malsane compulsioni.
Dai libri ho imparato un sacco di cose.
A parte essermi avventurata nelle infinite vicende narrate, ho imparato a preparare dolci, a migliorare il mio stile nella scrittura, a meditare, a ricamare, a costruire giocattoli con materiali di riciclo, a truccarmi, a realizzarmi la bigiotteria da sola, a fare gli scooby doo colorati, a gestire l’html di base per personalizzarmi il blog.
Dai libri scolastici, lo ammetto, non ho assorbito molto. La storia, la matematica, la geografia, la fisica, la statistica proprio non ce l’hanno fatta, ma la letteratura, un po’ di chimica, la biologia, qualcosina di informatica, la genetica, quelle sì, sono rimaste impigliate da qualche parte nel mio cervello.
Categoria a sé sono i manuali di scrittura, di grammatica, italiana e delle varie lingue straniere, di tecniche di traduzione, di stilistica. Pur non sapendo spiegare perché, sono questi i libri che hanno sempre fatto il lavoro sporco, caricandomi sulle loro spalle a peso morto, quando lo scoraggiamento era tanto da non riuscire a muovermi, da riuscire a stento a respirare.

Essere malati non è un gioco da cui potersi ritirare quando si è stanchi o si è persa la voglia.
Nelle parole ho trovato un universo infinito in cui c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire, un mondo in cui non servono muscoli forti e resistenti o un metabolismo perfetto. Certo, se gli occhi fossero meno stanchi e doloranti sarebbe meglio, ma mi conosco, e so che avrei finito per affaticarli in ogni caso, magari ci sarebbe soltanto voluto un po’ più di tempo.
Nelle parole ho trovato la congiunzione, il collegamento fra il prima e il dopo, il punto fermo di riferimento intorno a cui far ruotare la ricostruzione di tutto quel che è andato distrutto o da cui far partire qualunque cosa sostituirà ciò che invece è andato perso in maniera irreversibile.
Nelle parole ho trovato la magia, la stessa magia racchiusa nei baci che curano le ginocchia sbucciate dei bimbi, la stessa magia che si sprigiona dalla prima margherita che sboccia a primavera, la stessa magia che guizza nelle scoppiettanti scintille di un falò in riva al mare, la stessa magia che esplode ai piedi di una limpida e impetuosa cascata, la stessa magia che si annida nel profumo dell’inchiostro sulla carta fresca di stampa, la stessa magia lieve e misteriosa custodita nella fragile iridescenza di una bolla di sapone, quella magia che non chiede niente in cambio e non ha bisogno di nulla per compiersi, se non del qui e ora.

Sono così stanca…
Stanca di essere malata.
Stanca di essere forte.
Stanca di essere stanca.

 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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