Archivi del mese: maggio 2015

Tommaso

Giovedì 21 Settembre 2015 – Ore 03:17
Benvenuto Tommaso!!!

È diffuso in tutta Italia, soprattutto nel Lazio e in Sardegna, anche nelle varianti Tomaso, Tommasino, Tomasso, Tomassino e nelle forme abbreviate Maso, Masino, Massino, tutte in uso anche al femminile. Alla base è il soprannome dell’apostolo dei Vangeli divenuto famoso per la sua incredulità a proposito della resurrezine di Cristo, fatto a cui credette solo dopo averne toccato le piaghe con il dito. Da quell’episodio il nome Tommaso è stato assunto come simbolo di incredulità, riferito alle che non credono finché non sperimentano i fatti con la propria mano. È un nome ampiamente diffuso in ambienti cristiani per il culto dello stesso apostolo, detto Didimo, patrono dei muratori e dei carpentieri; di San Tommaso d’Aquino, filosofo e teologo domenicano del Duecento, grande studioso in campo teologico, filosofico e scientifico, onorato come patrono degli studenti e festeggiato il 7 marzo; del beato Tommaso da Celano compagno e biografo di san Francesco; di san Thomas Becket, assassinato nella cattedrale di Canterbury nel 1170, ricordato il 29 dicembre; di san Tommaso Moro, statista e umanista inglese del XVI secolo, consigliere e ministro di Enrico VIII d’Inghilterra che lo fece giustiziare per tradimento. Tra i personaggi di maggior rilievo si ricordano i filosofi Campanella (1568-1639) e Hobbes (1588-1679); Tommaso Aniello detto ‘Masaniello’, capopopolo della rivolta napoletana contro gli Spagnoli nel 1647; lo scienziato statunitense Edison; il pittore del Quattrocento Masaccio; gli scrittori Tommaso da Celano e Thoas Mann (1875-1955); il poeta e letterato dell’Ottocento Grossi (1790-1853); il poeta e drammaturgo statunitense Stearns Eliot, morto nel 1965. Mai stanco, dotato di un’intelligenza raffinata e di uno spirito vivacissimo, Tommaso è un filosofo nato, uno scienziato brillante, un dotto, un erudito dedito alla lettura e agli studi. Contrariamente a quanto si possa pensare, non ama la soitudine del suo scrittoio ma fa dell’amicizia un punto fermo della propria vita. Generoso, dolce, stabile, fedele, è un marito di cui andare fieri e un padre davvero premuroso, che ama condividere con i propri figli le scoperte e le ricerche che conduce.

Nomi & Nomi, Ed. DEMETRA

 

Lasciarla senza un degno compare di malefatte sarebbe stato un delitto, così a poco più di due anni e mezzo dal debutto dell’AnarcoNipotinA, è fra noi anche l’AnarcoNipotinO.
Ahimè, temo che invece di dimezzarsi, la mia SiZA cronica raddoppierà…

Ben arrivato piccolo, tenero, tostissimo Tommy!!!

 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Šabarša

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Volete sentire una storia divertente? Una storia bellissima, piena di meraviglie meravigliose, di prodigi prodigiosi, in cui il bracciante Šabarša si rivela il più imbroglione tra fli imbroglioni: quando è in ballo, stavolta bisogna dire, gli altri devono ballare! Andò Šabarša a lavorare come bracciante, ma fu un anno di carestia: né grano, né verdure erano spuntati. Il padrone pensava, pensava a una cosa importante: come far fronte alla sventura, come sopravvivere, dove prendere i soldi? «Ehi, non ti fare cattivo sangue, padrone!» gli dice Šabarša. «Finché c’è vita c’è speranza: troveremo i soldi!». E si avviò Šabarša alla diga del mulino. “Speriamo” pensa “di prendere del pesce; lo venderò ed ecco qui i soldi! Già, ma non ho una lenza per la canna… Aspetta, me ne fabbricherò una.” Elemosinò un pugno di stoppa al mugnaio, si sedette sull’argine e si sforzò di fare una lenza.
Lavorava, lavorava, quando un bambinetto con una giacchetta nera e un berretto rosso dall’acqua saltò sulla riva. «Zietto! Che fai?», domandò. «Ma una lenza» «Per che farci?» «Voglio pulire lo stagno e cacciare via voi diavoli». «Eh no! Aspetta un momento; vado a dirlo al nonno». Il diavoletto si tuffò e Šabarša riprese il suo lavoro. “Aspettate” pensa “vi farò un bello scherzo, maledetti, mi porterete oro e argento.” Dopodiché iniziò a scavare una fossa, la fece e ci mise sopra il suo cappello con un foro nel fondo. «Šabarša, ehi, Šabarša! Il nonno dice che ci dobbiamo mettere d’accordo. Cosa vuoi per non tirarci fuori dall’acqua?» «Allora, dovete solo riempire d’oro e d’argento questo cappello».
Il diavoletto si tuffò; tornò in superficie: «Il nonno dice che prima io e te dobbiamo lottare». «Oh, e hai il coraggio di sfidarmi, pivellino? Ma se non potresti spuntarla neanche col mio fratello mediano Miška!» «Dove sta il tuo Miška?» «Eccolo, guarda, riposa in quella cavità sotto il cespuglio». «E come si fa a smuoverlo?» «Vai e dagli un colpetto su un fianco; vedrai che si alzerà da solo». Il diavoletto scese nella cavità, trovò un orso e gli diede un colpo di bastone su un fianco. Si alzò Miška sulle zampe di dietro, afferrò il diavoletto tanto forte da stritolargli le ossa. A stento scappò dalle zampe dell’orso e corse dal re delle acque. «Oh, nonno» dice spaventato «Šabarša ha un fratello mediano di nome Miška; ci siamo azzuffati: perfino gli ossetti hanno scricchiolato! Che sarebbe successo se avessi lottato proprio con Šabarša?» «Umm! Va’, cerca di vincere Šabarša nella corsa: fate a chi supera l’altro».
Ed ecco il bambinetto col berretto rosso nuovamente da Šabarša; gli ripeté le parole del nonno, al che l’altro rispose: «Ma sei matto a sfidarmi nella corsa? Il mio giovane fratello Leprotto, perfino lui ti lascerà un pezzo indietro!». «Dove sta tuo fratello Leprotto?» «Eccolo, se ne sta tra l’erbetta, vuole riposare. Avvicinati e toccagli un orecchio: correrà con te!» Corse il diavoletto da Leprotto, gli toccò l’orecchio; la lepre subito filò via e il diavoletto dietro! «Aspetta, aspetta Leprotto, lascia che ti acchiappi… Oh, è già scomparso!» «Ebbene, nonno» dice al vecchio demone delle acque «ho corso più veloce che ho potuto. Niente da fare! Non c’è stato verso di raggiungerlo, e non era nemmeno Šabarša, ma il suo fratello più giovane!» «Umm!» borbottò il vecchio, aggrottando le sopracciglia. «Vai da Šabarša e fate a gara: chi fischierà più forte?»
«Šabarša, ehi, Šabarša! Il nonno vuole che proviamo chi di noi fischierà più forte». «Va bene, fischia prima tu». Fischiò il diavoletto, e così forte che Šabarša a stento si resse in piedi e gli alberi persero le foglie. «Te la cavi bene» dice Šabarša «ma non vali quanto me! Quando io fischierò non ti reggerai in piedi e ti scoppieranno le orecchie… Stenditi a pancia sotto e tapati le orecchie con le dita». Il diavoletto si stese a pancia sotto con le dita nelle orecchie; Šabarša prese un bastone e di slancio gli dà un colpo sulla testa, e intanto fiù, fiù, fiù… fischia. «Ah, nonno, nonno! Ha fischiato Šabarša talmente forte, che a momenti mi uscivano gli occhi dalle orbite; mi sono alzato a malapena da terra, mi sembrava che gli ossetti della testa e della schiena si fossero frantumati!» «Oh, come sei deboluccio, demonietto mio! Vai a prendere tra le canne il mio bastone di ferro e provate che di voi lo lancerà più in alto!»
Prese il diavoletto il bastone, se lo caricò in spalla e tornò da Šabarša. «Allora, Šabarša, il nonno vuole che facciamo a gara un’ultima volta per sapere chi lancerà più in alto questo bastone». «Va bene, lancia prima tu, che io veda». Lanciò il diavoletto il bastone: quello volò in alto in alto, tanto da sembrare solo un punto nero nel cielo! Ci volle parecchio tempo prima che ricadesse… Raccolse Šabarša il bastone… che peso! Se lo poggiò sulla punta del piede, ci appoggiò la mano sopra e iniziò a fissare il cielo. «Perché non lo lanci? Cosa aspetti?», chiede il diavoletto. «Aspetto che quella nuvoletta si avvicini, ci lancerò il bastone; mio fratello, che è fabbro, abita là e ha bisogno di ferro per il suo lavoro». «Eh no, Šabarša! Non lanciare il bastone sulla nuvola, altrimenti il nonno si arrabbierà!» Afferrò il demonietto il bastone esi tuffò dal nonno.
Il vecchio, quando seppe dal nipote che Šabarša stava per privarlo del suo bastone, si spaventò per davvero e fece attingere i soldi dal gorgo per pagare il tributo. Il diavoletto attingeva, attingeva soldi, già ne aveva trasportati molti, ma il cappello non era mai pieno! «Ma nonno, Šabarša ha un cappello talmnte strano! Ci ho versato dentro tutti i soldi, ma resta sempre vuoto. Non ci rimane che il tuo ultimo bauletto». «Porta anche quello, svelto! Sta sempre fabbricando la lenza?» «Sì, nonno!» «Che disgrazia!» Pazienza, il diavoletto intaccò il bauletto segreto del nonno e iniziò a versare soldi nel cappello di Šabarša, versava, versava… finalmente, eccolo riempito! Da allora il bracciante ha cominciato a vivere alla grande; mi hanno invitato da lui a bere.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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La Vecchia Avida

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C’erano una volta un vecchio e una vecchia; un giorno il brav’uomo se ne andò nel bosco a fare la legna. Scelse un vecchio albero, alzò la scure e stava per colpirlo. L’albero gli dice: «Risparmiami, contadino! Farò tutto quello che mi chiederai». «Allora fammi diventare ricco». «D’accordo: torna a casa e avrai tutto a volontà». Il vecchio torno a casa: izbà nuova, ogni cosa in abbondanza, quattrini a palate, grano per decine di anni, e vacche, cavalli e pecore che non si potrebbro contare in tre giorni! «Ah, vecchio, da dove proviene tutto questo?», domanda la vecchia. «Ecco, moglie mia, mi è capitato un albero che fa tutto quello che voglio».
Dopo circa un mese, la vecchia ne ebbe abbastanza della sua ricca casa e dice al vecchio: «A che serve essere ricchi, se la gente non ci rispetta! Il borgomasro, se vuole, può spedirci a lavorare e cogliere un pretesto pure per bastonarci. Vai dall’albero e chiedigli di farti diventare borgomastro». Il vecchio prese la scure, andò dall’albero e vuole tagliarlo alla radice. «Cosa vuoi?», domanda l’albero. «Fammi diventare borgomastro». «D’accordo, vai con Dio!».
Al suo ritorno, il vecchio trovò dei soldati che da tempo lo aspettavano: «Dove te ne vai a zonzo» iniziarono a gridare «vecchio diavolo? Trovaci in fretta un alloggio, e che sia buono. Su, datti da fare!». E giù a dargliele con il piatto delle loro spade. Vede la vecchia che anche il borgomastro non sempre è rispettato e dice al vecchio: «Ecco che si guadagna a essere la moglie del borgomastro! Dei soldati ti hanno picchiato, e non parliamo del signore, che fa quel che vuole. Vai un po’ dall’albero e chiedigli di far diventare te un signore e me una gran dama».
Il vecchio prese la scure, andò dall’albero e vuole di nuovo tagliarlo; l’albero chiede: «Cosa vuoi, vecchio?». «Cambia me in signore e la mia vecchia in una gran dama». «D’accordo, vai con Dio!». La vecchia, divenuta una gran dama, volle ancora di più; e dice al vecchio: «Per quello che si guadagna a essere gran dama! Se tu fossi un colonnello e io tua moglie, sarebbe differente, tutti ci invidierebbero».
Spedì ancora una volta il vecchio dall’albero; quello prese la scure, andò dall’albero e si appresta a tagliarlo. L’albero gli chiede: «Cosa vuoi?». «Cambia me in colonnello e la mia vecchia in colonnella». «D’accordo, vai con Dio!». Il vecchio tornò a casa e fu nominato colonnello.
Dopo un po’ di tempo, la vecchia gli dice: «Bell’affare essere colonnello! Il generale, se gli gira, può farti arrestare. Vai dall’albero e chiedigli di far diventare te generale e me generalessa». Il vecchio tornò dall’albero, vuole tagliarlo con la scure. «Cosa vuoi?», chiede l’albero. «Cambia me in generale e mia moglie in generalessa». «D’accordo, vai con Dio!». Il vecchio tornò a casa, e fu promosso generale.
Dopo un altro po’ di tempo, la vecchia fu stanca anche di essere generalessa; dice al vecchio: «Bell’affare essere generale! Il sovrano, se gli gira, può spedirti in Siberia. Vai dall’albero e chiedigli di cambiare te in zar e me in zarina». Il vecchio arrivò dall’albero, vuole tagliarlo con la scure: «Cosa vuoi?», chiede l’albero. «Cambia me in zar e mia moglie in zarina». «D’accordo, vai con Dio!». Il vecchio tornò a casa e trovò degli emissari, che gli dissero: «Il sovrano è morto e tu sei stato scelto al suo posto».
I due non regnarono a lungo; alla donna sembrò poco essere zarina, chiamò il vecchio e gli dice: «Bell’affare essere zar! Dio, se vuole, può farti morire e ti seppelliranno nella umida terra. Vai un po’ dall’albero e chiedigli di cambiarci in divinità».
Il vecchio andò dall’albero. Quello, dopo aver ascoltato dei propositi tanto insensati, rispose al vecchio, facendo fremere le foglie: «Che tu sia un orso e tua moglie un’orsa». In quell’istante il vecchio si tramutò in orso e la vecchia in orsa, e si addentrarono correndo nel bosco.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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The Sick Rose

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The Sick Rose

O Rose, thou art sick.
The invisible worm
That flies in the night
In the howling storm

Has found thy bed
Of crimson joy,
And his dark secret love
Does thy life destroy.

William Blake, 1794 ♦

 
 

Una citazione che per me è storia.
Un’immagine che per me è storia.
La ricerca disperata di una me stessa che, a quel tempo, ero sicura avrebbe fatto la storia, perlomeno la mia.

Non ero molto incline al compromesso, fino a quando non si è trasformato nell’unica alternativa possibile.

Una mina antiuomo che ha fatto saltare in aria la mia determinazione. La credevo ferrea, ma sembra che un metallo anti-esplosione non sia ancora stato inventato.

Ora le parole sono gocce solitarie che arrancano nell’immenso letto di un fiume in secca.
I pensieri si avventurano, impavidi, fino alla gola, per poi rimanervi incastrati, impigliati in un nodo perenne.

Non è andata come mi aspettavo.
Ero convinta che… Non lo so nemmeno io di cosa fossi convinta, ma di sicuro era qualcosa di diverso.

Credevo che l’AnarcoPatia si sarebbe rivelata una ragione in più per scrivere, invece mi sono blindata in me stessa e perfino l’inchiostro è stato messo a tacere.
È tremendo realizzare che fatico ad arrivare alla fine di un post, perfino del più breve e insulso, mentre prima ero tanto logorroica da ritrovarmi a scrivere anche più post al giorno.
Qualcosa si è inceppato, ma non sembra esserci verso di capire cosa sia. Per un po’ ho pensato che il problema fosse la paura che alcune persone del mio quotidiano, che sanno dell’esistenza del blog, leggessero cose che non avrei voluto sapessero, così ho provato a riprendere in mano un po’ più spesso carta e penna. Niente.

Sapevo dipingere con le parole, ora a stento riconosco i colori primari. La consapevolezza che tante, troppe cose non potranno più andare come avrei voluto che andassero mi sta prosciugando, e forse questa è la prima volta in cui trovo il coraggio di ammetterlo a me stessa.

 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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