Archivi del mese: giugno 2015

Lo zar del mare e Vasilisa la Saggia

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In un certo reame, in terre lontane, vivevano uno zar e una zarina; i due non avevano figli. Lo zar partì per terre straniere, per paesi lontani; la sua assenza si prolungava; la zarina, nel frattempo, partorì un bambino, il principe Ivan, senza che lo zar nemmeno lo sapesse. Presa la strada del ritorno, nelle vicinanze del suo paese, lo zar fu sorpreso da una giornata torrida, il sole scottava in un modo! Era divorato da una terribile sete; avrebbe dato qualsiasi cosa per dell’acqua! Girò intorno lo sguardo e vede poco distante un grande lago; si avvicinò al lago, scese da cavallo, si mise pancia a terra e giù a bere l’acqua gelata. Beve, senza sospettare la sventura; ma lo zar del mare lo afferrò per la barba. «Lasciami!», chiede lo zar. «Non ti mollo, non osare bere senza il mio permesso!» «Ti pagherò qualunque prezzo, ma lasciami!» «Dammi quel che non sai di avere a palazzo». Lo zar pensava, pensava: cosa aveva in casa che non sapeva? Credeva di sapere tutto ciò che possedeva, e accettò l’offerta. Fece una prova: nessuno lo trattiene per la barba; si rialzò, montò in sella e se ne tornò a casa.
Quando arriva a casa, la zarina, radiosa, lo accoglie col principe in braccio; e quello, quando seppe del caro figlioletto, si mise a piangere a calde lacrime. Raccontò la sua disavventura alla zarina, che mescolò le lacrime alle sue; ma non c’era niente da fare, con le lacrime non si risolvono le cose. Ripresero la loro vita di sempre; intanto, il principe cresce, cresce, come pasta lievitata, a vista d’occhio, ed eccolo già grande. “Per quanto io lo trattenga accanto a me” pensa lo zar “prima o poi bisognerà mandarlo: è una cosa inevitabile!” Prese il principe Ivan per mano, lo condusse dritto al lago. «Cerca un po’ da qualche parte» dice «il mio anello; l’ho perduto inavvertitamente ieri». Lasciò solo il principe e tornò a casa.
Il principe si mise a cercare l’anello, costeggia la riva, ed ecco una vecchina farglisi incontro. «Dove vai, principe Ivan?» «Lasciami in pace, non mi seccare, vecchia strega! Lo sono già abbastanza senza di te!» «Be’, Dio sia con te!» E la vecchia si allontanò. Ma il principe Ivan ci ripensò: «Perché mai ho maltrattato quella vecchietta? È meglio che la richiami; i vecchi sono furbi e accorti! Forse mi saprà dare dei consigli». Richiamò quindi la vecchietta: «Torna indietro, nonna, e perdonami la mia leggerezza! Ho parlato per dispetto: mio padre mi ha ordiato di trovare il suo anello e lo sto cercando dappertutto invano!». «Non è per un anello che sei qui; tuo padre ti ha ceduto allo zar del mare: uscirò lo zar del mare e ti porterà con sé nel suo reame sottomarino».
Il principe si mise a piangere amaramente. «Non ti disperare, principe Ivan! La fortuna ti sorriderà prima o poi; devi solo ascoltare questa povera vecchia. Nasconditi dietro quel cespuglio di ribes e non ti muovere. Arriveranno dodici colombe, che sono altrettante belle fanciulle, e dopo di loro anche una tredicesima; faranno il bagno nel lago; tu, intanto, ruba la camicia dell’ultima e non gliela restituire finché non ti avrà dato il suo anellino. Se fallisci, sei perduto per sempre: il palazzo dello zar del mare è cinto da un’alta palizzata di nove verste e ogni palo ha in cima una testa; ne resta uno solo vuoto, fai attenzione a non occuparlo tu!» Il principe Ivan ringraziò la vecchietta, si nascose dietro il cespuglio di ribes e attende gli avvenimenti.
All’improvviso arrivarono le dodici colombe; si gettarono sull’umida terra e si trasformarono in belle fanciulle, tutte di una bellezza indescrivibile: non si può immaginare, non si può indovinare, non si può in un libro raccontare! Si spogliarono ed entrarono nel lago: scherzano, sguazzano, ridono e cantano. Dopo di loro arrivò anche una tredicesima colomba; si gettò sull’umida terra, divenne una bella fanciulla, si tolse dal bianco corpo la camicia e andò a fare il bagno; era ancora più vezzosa, più leggiadra delle altre! A lungo il principe Ivan non poté staccarle gli occhi di dosso, a lungo la ammirò, ma si ricordò delle istruzioni della vecchietta, si avvicinò di soppiatto e prese la camicia.
La bella fanciulla uscì dall’acqua, si accorse che la camicia non c’era più, qualcuno l’aveva presa; tutte si lanciarono alla ricerca, cercavano, cercavano, ma la camicia restava introvabile. «Non cercate più, mie care sorelline! Volate a casa; è colpa mia, non sono stata attenta, io sola devo risponderne». Le sorella, belle fanciulle, si gettarono sull’umida terra, ridivennero colombe, agitarono le ali e volarono via. Quella che era restata girò intorno lo sguardo e disse: «Chiunque tu sia che hai la mia camicia, fatti vedere; se sei vecchio, ti considererò un padre; se sei di mezza età, ti considererò un fratello; se sei giovane come me, sarai il mio amato!». Aveva appena finito di parlare che il principe Ivan si mostrò. Lei gli diede un anellino d’oro e dice: «Ah, principe Ivan! Sei in ritardo! Lo zar del mare è molto arrabbiato con te. Ecco la strada che porta al reame sottomarino; seguila senza timore. Là troverai anche me, perché sono la figlia dello zar del mare, Vasilisa la Saggia».
Vasilisa la Saggia ridivenne colomba e si separò dal principe. Il principe Ivan prese la strada del reame sottomarino; vede: anche lì c’è la stessa luce che c’è qui da noi; anche lì campi, e prati, e verdi boschetti, e il solicello riscalda. Arriva dallo zar del mare. Lo zar del mare tuonò: «Perché hai tardato tanto? Per punizione eccoti un compito: ho trenta verste quadrate di terra incolta, tutta crepe, burroni e sassi aguzzi! Che per domani sia liscia come il palmo di una mano, e seminata di segale, la quale, all’alba, dovrà essere tanto alta da nascondere una cornacchia. Se non ci riuscirai, ti farò tagliare la testa!».
Il principe Ivan si ritira piangendo a calde lacrime. Lo vide da una finestra del suo alto palazzo Vasilisa la Saggia e gli chiede: «Buongiorno, principe Ivan! Perché piangi?». «E come non farlo?» risponde il principe. «Lo zar del mare mi ha ordinato di livellare, in una sola notte, crepe, burroni e sassi aguzzi e di seminarci della segale, che, all’alba, dovrà essere cresciuta abbastanza per nascondere una cornacchia». «Non è ancora questa la vera disgrazia, la disgrazia verrà dopo. Dormi tranquillo; la notte porta consiglio, tutto si risolverà!» Il principe Ivan andò a letto e Vasilisa uscì sulle scale e gridò con voce decisa: «Ehi voi, miei fedeli servitori! Livellate i burroni profondi, levate i sassi aguzzi, seminate segale in abbondanza, e che sia matura domattina».
Il principe Ivan si svegliò all’alba, guardò: tutto era stato fatto; niente più crepe, né burroni, il terreno è liscio come il palmo di una palmo di una mano, e vi splende della segale, tanto alta da nascondere una cornacchia. Andò a rendere conto allo zar del mare. «Ti ringrazio» dice lo zar del mare «di aver assolto il tuo compito. Ma eccotene un altro: ho trecento covoni, ogni covone è di trecento mucchi — tutti di ottimo frumento; trebbiami per domani tutto il frumento, fino all’ultimo chicco, ma non disfare i covoni, non guastare i mucchi. Se non ci riuscirai, ti farò tagliare la testa!» «Ai vostri ordini, Vostra Altezza!», rispose il principe Ivan; di nuovo attraversa il cortile piangendo. «Perché piangi tanto?», gli chiede Vasilisa la Saggia. «E come non farlo? Lo zar del mare mi ha ordinato di trebbiare in una sola notte tutti i suoi covoni, senza perdere un solo chicco e senza disfare i covoni, né guastare i mucchi». «Non è ancora questa la vera disgrazia, la disgrazia verrà dopo! Dormi tranquillo: la notte porta consiglio».
Il principe si mise a letto e Vasilisa la Saggia uscì sulle scale e gridò con voce decisa: «Ehi voi, formiche diligenti! Venite qui tutte quante siete al mondo e separate uno per uno i chicchi dei covoni di mio padre». Al mattino, lo zar del mare manda a chiamare il principe Ivan: «Hai finito il tuo compito?». «Sì, Vostra Altezza!» «Andiamo a vedere». Arrivarono sul posto: tutti i covoni erano intatti, andarono ai granai: tutti i contenitori erano pieni di grano. «Ti ringrazio, fratello!» disse lo zar del mare. «Ora fammi una chiesa completamente di cera, e che sia pronta per domani all’alba: sarà il tuo ultimo compito». Di nuovo il principe Ivan attraversa il cortile piangendo. «Perché piangi tanto?», chiede Vasilisa la Saggia dall’alto del suo palazzo. «E come non farlo? Lo zar del mare mi ha ordinato di fare in una sola notte, una chiesa interamente di cera». «Bah, non è ancora questa la vera disgrazia, la disgrazia arriverà dopo. Vai a dormire: la notte porta consiglio».
Il principe andò a letto a Vasilisa la Saggia uscì sulle scale e gridò con voce decisa: «Ehi voi, api laboriose! Venite qui tutte quante siete al mondo e modellate in cerca in una santa chiesa che sia pronta per domani all’alba». Al mattino il principe Ivan si alzò, guardò: c’era una chiesa di cera, e andò a renderne conto allo zar del mare. «Ti ringrazio, principe Ivan! Tu sei il più abile servitore che io abbia mai avuto. In cambio, ti nomino mia erede, protettore di tutto il reame; prendi in moglie una delle mie tredici figlie, a tua scelta». Il principe Ivan scelse Vasilisa la Saggia; subito li fecero sposare e si festeggiò gioiosamente per tre giorni di seguito.
Dopo un po’ di tempo, il principe Ivan sentì nostalgia dei suoi genitori, gli venne voglia di tornare nella santa Russia. « Perché quall’aria triste, principe Ivan?» «Ah, Vasilisa la Saggia, ho nostalgia di mio padre, di mia madre, vorrei tornare nella santa Russia». «Eccola, la vera disgrazia! Se ce ne andiamo, ci daranno la caccia; lo zar del mare si adirerà e ci metterà a morte. Bisogna agire con l’inganno!» Sputò Vasilisa la Saggia in tre angoli, sprangò la porta del suo palazzo e fuggì insieme al principeIvan verso la santa Russia.
Il giorno dopo, presto giungono dei messaggeri da parte dello zar del mare a svegliare i giovani sposi, per invitarli a palazzo dallo zar. Bussano alla porta: «Avete dormito abbastanza, svegliatevi! Vostro padre vi vuole vedere». «È troppo presto, abbiamo sonno, ritornate più tardi!», risponde uno degli sputi. I messaggeri se ne andarono, aspettarono un’ora o due e poi bussano di nuovo alla porta: «Non è ora di dormire, è ora di alzarsi!». «Abbiate un po’ di pazienza; dateci almeno il tempo di alzarci e vestirci!», risponde il secondo sputo. I messaggeri tornarono una terza volta: «Lo zar del mare si è seccato che vi gingilliate». «Arriviamo!», risponde il terzo sputo. Aspetta aspetta, i messaggeri bussarono ancora: nessuna risposta, nessun segno di vita! Forzarono la porta e videro le stanze vuote. Informarono lo zar che i giovani erano fuggiti; quello si adirò e sguinzagliò una numerosa truppa all’inseguimento dei fuggitivi.
Ma Vasilisa la Saggia e il principe Ivan erano già lontani, molto lontani! Galoppano sui loro veloci destrieri, senza sosta, senza tregua. «Su, principe Ivan, metti l’orecchio sull’umida terra e senti se lo zar del mare ci fa inseguire». Il principe Ivan scese da cavallo, poggiò l’orecchio sull’umida terra e dice: «Sento delle voci e dei cavalli al galoppo!». «Ci inseguono!», esclamò Vasilisa la Saggia e subito trasformò i cavalli in un prato verde, il principe Ivan in un vecchio pastore e se stessa in una tenera pecorella.
Sopraggiungono gli inseguitori: «Ehi, buon uomo, non hai per caso visto passare un valente guerriero e una bella fanciulla?». «No, miei signori, non ho visto niente» risponde il principe Ivan. «Sono quarant’anni che pascolo le pecore in questo posto: non è mai passato di qui nessun uccello, néè capitata nessun’altra bestia!» Gli inseguitori tornarono indietro: «Vostra Altezza Reale! Non abbiamo raggiunto nessuno, abbiamo visto solo un pastore pascolare una pecorella». «Perché non li avete presi? Erano loro!», gridò lo zar del mare, e inviò un’altra truppa all’inseguimento dei fuggitivi. Ma il principe Ivan e Vasilisa la Saggia da tempo galoppano sui loro valoci destrieri. «Su, principe Ivan, metti l’orecchio sull’umida terra e senti se lo zar del mare ci fa inseguire». Il principe Ivan scese da cavallo, mise l’orecchio sull’umida terra e dice: «Sento delle voci e dei cavalli al galoppo». «Ci inseguono!», esclamò Vasilisa la Saggia; lei si trasformò in chiesa, cambiò il principe Ivan in un vecchio pope e i cavalli in alberi.
Sopraggiungono gli inseguitori: «Ehi, padre, non hai per caso visto passare un pastore e una pecorella?». «No, brava gente, non li ho visti; da quarant’anni officio in questa chiesa: non è mai passato di qui nessun uccello, né è capitata nessun’altra bestia!» Gli inseguitori tornarono indietro: «Vostra Altezza Reale! Non abbiamo trovato in nessun luogo il pastore con la pecorella; per strada non abbiamo visto che una chiesa e un vecchio pope». «Perché non avete demolito la chiesa e arrestato il prete? Erano proprio loro!», gridò lo zar del mare, e si lanciò lui stesso all’inseguimento del principe Ivan e di Vasilisa la Saggia. Ma quelli avevano già percorso un altro bel pezzo di strada.
Di nuovo dice Vasilisa la Saggia: «Principe Ivan, metti l’orecchio sull’umida terra per sentire se ci inseguono». Il principe scese da cavallo, mise l’orecchio sull’umida terra e dice: «Sento una voce e un cavallo che galoppa come il vento». «È lo zar del mare in persona che ci insegue». Vasilisa la Saggia cambiò i cavalli in lago, il principe Ivan in papero e se stessa in papera. Lo zar del mare arrivò al lago, capì immediatamente chi erano quel papero e quella papera; si gettò sull’umida terra e divenne un’aquila. Vuole l’aquila ucciderli, ma invano: per quanto si alzi in volo… sta quasi per prendere il papero, ma il papero si tuffa in acqua; sta quasi per prendere la papera, ma la papera si tuffa in acqua! Si dava da fare, si dava da fare, ma non ne venne a capo. Alla fine, lo zar del mare riguadagnò il suo reame sottomarino, mentre Vasilisa la Saggia e il principe Ivan aspettarono il momento buono e si diressero verso la santa Russia.
Passarono ore e mesi, giunsero nel reame ai confini del mondo. «Aspettami in questo boschetto» dice il principe a Vasilisa la Saggia «il tempo che io arrivi e mi presenti a mio padre e a mia madre». «Mi scorderai, principe Ivan!» «No, non ti scorderò&raaquo;. «No, principe Ivan, non dire così, so che mi scorderai! Ricordati almeno di me quando due piccioni picchieranno alla tua finestra!» Il principe Ivan arrivò a palazzo; i genitori lo videro, gli si buttarono al collo, lo baciarono e gli fecero mille moine; al colmo della gioia, il principe Ivan si dimenticò di Vasilisa la Saggia. Passa un giorno, due, con la madre e il padre, al terzo già progettava di chiedere la mano di un’altra principessa.
Vasilisa la Saggia andò in città e si fece prendere a lavorare da una panettiera. Eccola dunque preparare dei panini benedetti; prese due pezzetti di pasta, ne fece due piccioni e li mise in forno. «Indovina, padrona, cosa ne sarà di questi due piccioni?» «E che ne sarà? Ce li mangeremo, punto e basta!» «No, non hai indovinato!» Vasilisa la Saggia aprì il forno, spalancò la finestra e in quell’istante i piccioni presero vita e volarono dritti a palazzo, dove presero a battere alle finestre; i domestici dello zar avevano un bel cercare di cacciarli, nessuno ci riuscì. Solo allora il principe Ivan si ricordò di Vasilisa la Saggia, mandò un po’ ovunque dei corrieri, che cercarono, si informarono e finirono per trovarla dalla panettiera; la prese per le bianche mani, la baciò sulle labbra zuccherine, la portò dal padre e dalla madre, e vissero felici e contenti, diventando sempre più abbienti.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Flusso di Coscienza. #13

шабарша-sabarsa

 

Ombre si affacciano dagli abissi del passato.

È strano osservare come tutto vada a scatafascio.
Osservo. In silenzio.
Smetto perfino di pensare.
Qualsiasi pensiero sarebbe inutile contro l’impotenza che mi ingoia.

Sono felice? NO.
Sono infelice? Nemmeno.
Sono. Ma non mi percepisco.
Urlo. Ma non mi sento.

La mattina mi alzo e non ho voglia di andare in ufficio.
Il pomeriggio finisco e non ho voglia di tornare a casa.
Nel fine settimana cerco di uscire, ma non c’è alcun posto in cui io abbia davvero voglia di andare.

Non ho più voglia di leggere, di cucinare, di ascoltare musica, di guardare film, di studiare: avrei solo voglia di dormire, ma non ci riesco.
Scrivo, certo, ma scrivo poco, scrivo male, e mi costa una fatica disumana.

Non avevo grandi progetti, non credo di averne mai avuti, forse a causa della mia imperante incostanza, ma tanto sono andati in fumo anche quelli piccoli e per niente ambiziosi, quindi il problema non sussiste.

Mi sento un’invisibile osservatrice, anche piuttosto distratta aggiungerei, di una realtà di cui continuo a non sentirmi parte.

Sono felice? NO.
Sono infelice? Nemmeno.
Sono. Ma non mi percepisco.
Urlo. Ma non mi sento.

Ho concesso a una persona il beneficio del dubbio, conscia del mio caratteraccio, ma a un certo punto è arrivata la conferma che, in fondo, diffidare della persona in questione non era poi così sbagliato.

Persone che ti giudicano da quello che pochi fogli raccontano di te, invece che dagli anni di condivisione del quotidiano.

Un’infinita aridità interiore che si lascia dietro solo un retrogusto amaro.

Un tempo non sarei stata così indulgente.
Né prima né, tanto meno, dopo.
Non avrei tollerato l’immersione in tanta ipocrisia.

Sono felice? NO.
Sono infelice? Nemmeno.
Sono. Ma non mi percepisco.
Urlo. Ma non mi sento.

Così è scattato l’ennesimo faticoso tentativo di ritorno alle origini. Non erano molte le persone a cui stavo bene com’ero, ma io ero fra quelle poche, e questa è l’unica cosa che conta.

Cerco di tornare indietro facendo passi avanti.

Rimettere insieme i cocci non è mai stato il mio forte, ecco perché questa volta sto provando a reinventarmi da zero, con uno sguardo alla me del passato come principale fonte d’ispirazione.

Ho preso le forbici e ho tagliato quel che restava dei vecchi capelli, malati e ormai sfiniti. Un nuovo paio di occhiali, molto meno bon ton, ha da pochi giorni preso possesso della mia faccia.

Sono felice? NO.
Sono infelice? Nemmeno.
Sono. Ma non mi percepisco.
Urlo. Ma non mi sento.

Compongo maldestri collage di annotazioni solitarie, mietendole senza troppa attenzione dopo averle seminate qua e là un po’ a casaccio.

Scruto frustrata quel che resta del mio vecchio scrivere: solo un pallido ricordo che si fa più sbiadito di giorno in giorno.

Ascolto le lacrime rimbombare, lasciarsi cadere come biglie di vetro opaco sui pavimenti metallici dell’anima, ormai troppo stanche per provare a fuggire dagli occhi.

Incasso con estenuata desolazione il disorientamento che, di fronte alla pagina bianca, ha sostituito l’entusiasmo

Sono felice? NO.
Sono infelice? Nemmeno.
Sono. Ma non mi percepisco.
Urlo. Ma non mi sento.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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