Ivan Bovino.

иван-коровий-сын-ivan-bovino

 

In un certo reame, in terre lontane, c’erano una volta uno zar e una zarina; non avevano figli. Iniziarono a pregare Dio che mandasse loro della prole, per allevarla quando erano giovani ed essere nutriti in vecchiaia; pregarono, si misero a letto e si addormentarono di un sonno profondo.
In sogno videro che non lontano dal palazzo c’era uno stagno tranquillo, in quello stagno nuotava un luccio con la pinna d’oro; se la zarina lo avesse mangiato, subito sarebbe rimasta incinta. Si svegliarono lo zar e la zarina, chiamarono a sé balie e governanti, si misero a raccontare loro il sogno. Balie e governanti giudicarono così: quel che è stato visto in sogno, può succedere anche nella realtà.
Lo zar chiamò i pescatori e ordinò fermamente di catturare il luccio con la pinna d’oro. All’alba giunsero i pescatori allo stagno tranquillo, gettarono le reti, e per loro fortuna già alla prima retata capitò il luccio dalla pinna d’oro. Lo tirarono fuori, lo portarono a palazzo; quando la zarina lo vide, non riuscì a star ferma sulla sedia, corse verso i pescatori, li prese per le mani, li ricompensò molto generosamente; dopodiché chiamò la sua cuoca preferita e consegnò nelle sue mani il luccio con la pinna d’oro. «To’, preparalo per il pranzo, ma bada che nessuno si azzardi a toccarlo».
La cuoca pulì il luccio, lo lavò e lo preparò, la risciacquatura nel cortile versò; per il cortile camminava una mucca, bevve quella risciacquatura; il pesce lo mangiò la zarina, ma il piatto lo leccò la cuoca. Ed ecco che di colpo rimasero incinte: e la zarina, e la sua cuoca preferita, e la mucca, e partorirono tutte e tre nello stesso momento: la zarina partorì il principe Ivan, la cuoca Ivan figlio di cuoca, la mucca Ivan Bovino.
I bambini iniziarono a crescere non a giorni, ma a ore; come cresce una buona pasta lievitata, così anche quelli si alzavano. Tutti e tre i ragazzi avevano identico viso, e non era possibile distinguere chi di loro fosse il figlio dello zar, chi della cuoca e chi della mucca. In una sola cosa si distinguevano: quando tornano da una passeggiata, il principe Ivan chiede di cambiare la biancheria, il figlio della cuoca si dà da fare per rimediare qualcosa da mangiare, mentre Ivan Bovino va dritto a riposarsi. Al loro decimo anno andarono dallo zar e dissero: «Nostro amato padre! Facci un bastone di ferro di cinquanta pudy». Lo zar ordinò ai suoi fabbri di forgiare un bastone di ferro di cinquanta pudy; quelli si misero al lavoro e in una settimana lo portarono a termine. Nessuno può alzare il bastone prendendolo da un solo lato, ma il principe Ivan, e Ivan figlio di cuoca, e Ivan Bovino lo fanno volteggiare tra le dita, come fosse una penna d’oca.
Uscirono nel vasto cortile del palazzo. «Be’, fratellini» dice il principe Ivan «mettiamo alla prova la nostra forza per vedere chi di noi è il fratello maggiore». «Bene» rispose Ivan Bovino «prendi il bastone e colpiscici sulle spalle». Il principe Ivan prese il bastone di ferro, colpì Ivan figlio di cuoca e Ivan Bovino sulle spalle: e l’uno e l’altro sprofondarono nella terra fino alle ginocchia. Ivan figlio di cuoca colpì: il principe Ivan e Ivan Bovino sprofondarono nella terra fino al petto; ma quando Ivan Bovino colpì, ambedue i fratelli sprofondarono fino al collo. «Su» dice il principe «proviamo ancora la nostra forza: lanciamo il bastone di ferro in aria; chi lo lancerà più in alto, quello sarà il fratello maggiore». «Be’, lancia prima tu!» Il principe Ivan lanciò, il bastone ricadde dopo un quarto d’ora, lanciò Ivan figlio di cuoca, il bastone ricadde dopo mezz’ora, lanciò poi Ivan Bovino, tornò giù solo dopo un’ora. «Allora, Ivan Bovino, facci da fratello maggiore».
Dopodiché andarono a passeggiare in giardino a trovarono un’enorme pietra. «Guarda che pietra! Non si potrebbe spostarla di lì?», chiese il principe Ivan, vi si appoggiò con le mani, spinse, spinse — no, non ha forze a sufficienza; ci provò Ivan figlio di cuoca, la pietra si spostò un pochino. Dice loro Ivan Bovino: «Siete gente da niente! Fermi, ci provo io». Si avvicinò alla pietra e, appena l’ebbe toccata con un piede, la pietra, facendo un gran rumore, rotolò dall’altra parte del giardino e nel passaggio abbatté molti alberi diversi. Sotto la pietra si aprì un sotterraneo, nel sotterraneo ci sono tre poderosi destrieri, sulle pareti sono appesi dei finimenti da guerra: c’è di che divertirsi per dei prodi! Subito corsero dallo zar e iniziarono a supplicarlo: «Sovrano-padre! Benedicici e facci andare in terre straniere, per guardare la gente da noi, per mostrarci alla gente». Lo zar lo benedisse, per il viaggio diede loro denaro delle sue casse; quelli salutarono lo zar, montarono sui loro poderosi destrieri e si misero in strada.
Cavalcarono per monti e valli, per verdi prati coi loro cavalli, e giunsero a un fitto bosco; in quel bosco c’è una casetta su zampe di gallina, con corna di montone, quando serve fa un giravolta. «Casetta, casetta, volta a noi il visetto, al bosco il culetto; facci strisciare dentro, mangiare a piacimento». La casetta fece una giravolta. I bravi giovani entrano nella casetta: sulla stufa sta la baba-jaga gamba ossuta, da un angolo all’altro, col naso contro il soffitto. «Puah-puah-puah! Prima di russi non se ne sentiva, né se ne vedeva; ora un russo siede su un cucchiaino, da solo rotola nel mio pancino». «Ehi, vecchia, non dire idiozie, scendi un po’ dalla stufa e siediti sulla panchetta. Chiedici dove andiamo, ti racconterò per benino». La baba-jaga scese dalla stufa, si avvicinò a Ivan Bovino, gli fece un bell’inchino: «Salve, caro Ivan Bovino! Dove vai, dove ti dirigi?». «Andiamo, nonna, al fiume Ribes, al ponte di viburno; ho sentito che lì abita più di un mostro». «Ahi, Vanjuša! Ti sei imbarcato in una bella impresa; quelli infatti, gli scellerati, tutti hanno catturato, tutti hanno rovinato, i reami vicini d’un colpo annientano».
I fratelli passarono la notte dalla baba-jaga, il mattino dopo si alzarono presto e si rimisero in viaggio. Arrivano al fiume Ribes; su tutta la riva sono sparse ossa umane, ci si affonda fino alle ginocchia! Videro una casetta, vi entrarono: era vuota vuota, e decisero di fermarsi lì. Si fece sera. Dice Ivan Bovino: «Fratelli! Siamo ormai in un paese lontano, dobbiamo stare accorti; facciamo a turno la guardia». Tirarono a sorte: la prima notte toccò fare la guardia al principe Ivan, la seconda a Ivan figlio di cuoca, la terza a Ivan Bovino.
Andò il principe Ivan a montare la guardia, si stese tra i cespugli e si addormentò profondamente. Ivan Bovino non si fidava di lui.; quando fu mezzanotte circa, fu subito pronto, prese con sé scudo e spada, uscì e si mise sotto il ponte di viburno. All’improvviso l’acqua del fiume si agitò, sulle querce le aquile iniziarono a gridare: viene fuori un mostro a sei teste; sotto di lui il cavallo vacillò, un corvo nero sulla spalla gracchiò, dietro un levriero il pelo drizzò. Dice il mostro a sei teste: «Perché vacilli, carne da cane? E tu, penna di corvo, perché gracchi? E tu, pelo di cagnaccio, perché ti rizzi? Pensate forse che Ivan Bovino sia qui? Ma quel prode non è ancora nato, e se è nato, allora non gli converrebbe andare in guerra; me lo metterei su di una mano, ci batterei sopra l’altra: resterebbe solo un po’ di umidità!».
Saltò fuori Ivan Bovino: «Non vantarti, forza impura! Non vendere la pelle dell’orso prima di averlo ucciso; prima di provare il prode, non ha senso denigrarlo. Piuttosto, mettiamo alla prova le nostre forze: chi ha la meglio, quello potrà anche vantarsi». Si scontrarono: si misurarono, tanto crudelmente si colpirono che la terra intorno gemette. Il mostro non ebbe fortuna: Ivan Bovino con un sol colpo gli tagliò tre teste. «Fermo, Ivan Bovino! Dammi una sosta». «Ma che sosta! Tu, forza impura, hai ancora tre teste, io una sola; quando avrai anche tu una sola testa, allora potremo riposare». Di nuovo si scontrarono, di nuovo si colpirono; Ivan Bovino tagliò al mostro anche le rimanenti teste, prese il tronco, lo fece a pezzettini e lo gettò nel fiume Ribes, mentre le sei teste le mise sotto il ponte di viburno. Poi se ne tornò alla casetta. Il mattino dopo arriva il principe Ivan. «Allora, non hai visto niente?» «No, fratellini, non mi è passata accanto neanche una mosca».
La seconda notte andò Ivan figlio di cuoca a fare la guardia, si gettò tra i cespugli e si addormentò. Ivan Bovino non si fidava di lui; quando fu mezzanotte circa, subito si preparò, prese con sé scudo e spada, uscì e si mise sotto il ponte di viburno. All’improvviso l’acqua del fiume si agitò, sulle querce le aquile iniziarono a gridare: uscì un mostro a nove teste; sotto di lui il cavallo vacillò, il corvo nero sulla spalla gracchiò, dietro il levriero il pelo rizzò. Il mostro colpì il cavallo sui fianchi, il corvo sulle penne, il cane sulle orecchie: «Perché vacilli, carne da cane? E tu, penna di corvo, perché gracchi? E tu, pelo di cagnaccio, perché ti rizzi? Pensate forse che Ivan Bovino sia qui? Ma non è ancora nato, e se è nato, non gli converrebbe andare in guerra; io lo ucciderei con un solo dito!».
Saltò fuori Ivan Bovino: «Aspetta, non ti vantare, meglio prima Dio pregare, le mani lavare, l’opera terminare! Non si sa ancora chi avrà la meglio!». Appena l’eroe ebbe mulinato la sua spada affilata un paio di volte, alla forza impura volarono sei teste; ma il mostro colpì e lo sprofondò nell’umida terra fino alle ginocchia. Ivan Bovino prese un pugno di terra e la gettò proprio negli occhi del suo avversario. Mentre il mostro si stropicciava gli occhiacci, il prode gli tagliò le rimanenti teste, prese il tronco, lo fece a pezzettini e lo gettò nel fiume Ribes, mentre le nove teste le mise sotto il ponte di viburno. Il mattino dopo arriva Ivan figlio di cuoca. «Allora, fratello, hai visto niente stanotte?» «No, non mi è volata accanto nemmeno una mosca, non ha ronzato nemmeno una zanzara!» Ivan Bovino condusse i fratelli sotto il ponte di viburno, mostrò loro le teste morte e prese a rimproverarli: «Eh, voi, dormiglioni, come fate a combattere? Dovreste starvene a casa stesi sulla stufa!».
La terza notte si prepara a stare di guardia Ivan Bovino; prese un asciugamano bianco, lo appese alla parete, e sotto, sul pavimento, mise una scodella e dice ai fratelli: «Io vado a un terribile combattimento; voi, fratellini, restate svegli tutta la notte e fate attenzioni a quando dall’asciugamano colerà del sangue: se riempie mezza scodella — va tutto bene, se riempie tutta la scodella — non è ancora niente, ma se trabocca — liberate subito dalla catena il mio possente destriero e correte in mio aiuto».
Ecco Ivan Bovino in attesa sotto il ponte di viburno; quando fu mezzanotte circa, l’acqua del fiume si agitò, sulle querce le aquile iniziarono a gridare: uscì un mostro a dodici teste; il suo cavallo aveva dodici ali, il pelo d’argento, la coda e la criniera d’oro. Cavalca il mostro; all’improvviso, sotto di lui il cavallo vacillò, il corvo nero sulla spalla gracchiò, dietro il levriero il pelo rizzò. Il mostro colpì il cavallo sui fianchi, il corvo sulle penne, il cane sulle orecchie: «Perché, carne da cane, vacilli? E tu, penna di corvo, perché gracchi? E tu, pelo di cagnaccio, perché ti rizzi? Pensate forse che Ivan Bovino sia qui? Ma non è ancora nato, e se è nato, non gli converrebbe andare in guerra, mi basterebbe soffiare, e di lui non rimarrebbe nemmeno la polvere!».
Saltò fuori Ivan Bovino: «Aspetta, non ti vantare, meglio prima Dio pregare!». «Ah, sei qui! Perché sei venuto?» «Per vedere te, forza impura, per provare la tua resistenza». «Provare la mia resistenza? Sei una mosca in confronto a me!» Risponde Ivan Bovino: «Non sono venuto da te per raccontare storie, ma per battermi fino alla morte». Mulinò la sua spada affilata e tagliò al mostro tre teste. Il mostro afferrò le teste, le strofinò sotto col suo dito infuocato — e subito tutte le teste tornarono al loro posto, come se non fossero mai cadute dalle spalle! Si metteva male per Ivan Bovino; il mostro stava per avere la meglio, lo aveva sprofondato nell’umida terra fino alle ginocchia. «Ferma, forza impura! Zar e re si battono, anche loro fanno armistizi; e noi combatteremo forse senza sosta? Fammi respirare almeno tre volte».
Il mostro acconsentì; Ivan Bovino si tolse il guanto destro e lo lanciò verso la casetta. Il guanto ruppe tutti i vetri, ma i suoi fratelli dormivano, niente sentivano. Una seconda volta mulinò Ivan Bovino più forte di prima e tagliò al mostro sei teste; il mostro le prese, le strofinò col dito infuocato — e di nuovo furono al loro posto, mentre Ivan Bovino fu sprofondato nell’umida terra fino alla cintura. Chiese l’eroe una sosta, si tolse il guanto sinistro e lo lanciò verso la casetta. Il guanto ruppe il tetto, ma i fratelli sempre dormivano, niente sentivano. Una terza volta mulinò ancora più forte e tagliò al mostro nove teste; il mostro le prese, le strofinò col dito infuocato — le teste tornarono al loro posto, mentre Ivan Bovino fu sprofondato nell’umida terra fino alle spalle. Ivan Bovino chiese una sosta, si tolse il cappello e lo lanciò verso la casetta; per quel colpo la casetta crollò, ogni trave rotolò.
Solo allora i fratelli si svegliarono, guardarono: il sangue trabocca dalla scodella e il possente destriero nitrisce forte e tira la catena. Si precipitarono alla stalla, liberarono il cavallo e gli andarono dietro, in aiuto. «Ah!» dice il mostro «tu vivi di inganni; hai un aiuto». Il possente destriero accorse, iniziò a calpestarlo; nel frattempo Ivan Bovino venne fuori dalla terra, si fece furbo e tagliò al mostro il dito infuocato. Dopodiché giù a tagliargli le teste: le mozzò tutte fino all’ultima, fece il tronco a pezzettini e gettò tutto nel fiume Ribes. Arrivano di corsa i fratelli. «Ehi, voi, dormiglioni!» dice Ivan Bovino. «Per colpa vostra a momenti mi giocavo la testa».
Il giorno dopo, prestissimo, Ivan Bovino uscì in aperta campagna, si gettò al suolo e si trasformò in un passerotto, volò ai palazzi di pietra bianca e si posò su di una finestrella aperta. Lo vide una vecchia strega, sparse dei semi e prese a dire: «Passero-passerotto! Sei venuto i miei semi a mangiare, le mie pene ad ascoltare. Mi ha gabbato Ivan Bovino, ha ucciso tutti i miei generi». «Non ti affliggere, mammina! Noi lo ripagheremo di tutto», dicono le mogli dei mostri. «Io per esempio» dice la minore «aizzerò la fame, poi uscirò in strada e mi trasformerò in un melo dalle mele d’oro e d’argento: chi una meluccia coglierà, quello subito creperà.». «Io invece» dice la mediana «aizzerò la sete, poi mi trasformerò in un pozzo: sull’acqua galleggeranno due tazze: una d’oro e una d’argento; chi prenderà una tazza, quello lo farò annegare». «Io invece» dice la maggiore «aizzerò il sonno, e poi mi tramuterò in un lettino d’oro; chi sul lettino si stenderà, quello il fuoco brucerà».
Ivan Bovino, ascoltate queste parole, volò indietro, si gettò al suolo e ritornò un bel giovane. Si prepararono i tre fratelli e si misero in viaggio verso casa. Per la strada, inizia a tormentarli una terribile fame, ma non hanno niente da mangiare. Guarda: c’è un melo con le melucce d’oro e d’argento; il principe Ivan e Ivan figlio di cuoca volevano mettersi a cogliere le melucce, ma Ivan Bovino galoppò avanti e giù a tagliare il melo: solo sangue sprizzò! La stessa cosa fece con il pozzo e con il lettino d’oro. Sparirono le mogli dei mostri. Quando lo seppe la vecchia strega, si vestì da mendicante, corse in strada e sta lì con una bisaccia. Passa Ivan Bovino con i fratelli; quella tese la mano e iniziò a chiedere l’elemosina.
Dice il principe a Ivan Bovino: «Fratello! Nostro padre ha forse poco oro nelle casse? Dai a questa mendicante una santa elemosina». Ivan Bovino tirò fuori una moneta da dieci rubli e la dà alla vecchia; quella non prese i soldi, ma prese lui per un braccio e in un attimo sparirono. I fratelli si guardarono intorno: niente vecchia, né Ivan Bovino, e per la paura galopparono verso casa, con la coda tra le gambe.
Intanto la strega trascinò Ivan Bovino sottoterra e lo condusse da suo marito — un vecchio stravecchio: «Eccoti» dice «colui che è stato la nostra rovina!». Il vecchio sta steso su di un letto di ferro, non vede nulla: lunghe ciglia e folte sopracciglia gli chiudono gli occhi. Chiamò dodici possenti macisti e ordinò loro: «Prendete un po’ dei forconi di ferro, sollevate le mie sopracciglia e ciglia nere, così vedrò che tipo è quello che ha ucciso i miei figli». I macisti gli sollevarono le sopracciglia e le ciglia con i forconi; il vecchio diede un’occhiata: «E bravo, Vanjuša! E così hai avuto il coraggio di misurarti con i miei figli! Cosa devo fare io adesso di te?». «Quello che vuoi, fa’ come ti pare, sono pronto a tutto». «Be’, abbiamo già parlato abbastanza, e questo non farà tornare in vita i miei figli; meglio invece che tu mi faccia un servizio: va’ nel reame mai visto, nel paese immaginario e portami la zarina dai riccioli d’oro, voglio sposarla».
Ivan Bovino pensò tra sé: «Sposarti tu, vecchio diavolo! Questo sta a me, che sono giovane!». La vecchia poi si infuriò, si legò una pietra al collo, patapumfete! nell’acqua, e annegò. «Eccoti, Vanjuša, un bastone» dice il vecchio «va’ a quella certa quercia, battici tre volte col bastone e di’: “Esci, nave! Esci, nave! Esci, nave!”. Quando uscirà la nave, in quel momento ripeti tre volte alla quercia l’ordine di richiudersi, ma bada di non dimenticarlo! Se non lo farai, sarà per me un grande affronto». Ivan Bovino arrivò alla quercia, la colpisce col bastone un sacco di volte e ordina: «Tutto quel che c’è, esca!». Uscì per prima una nave; Iavn Bovino ci salì e gridò: «Tutto dietro a me!», e si mise in viaggio. Dopo un po’, si guardò indietro e vide: un numero infinito di navi e barche! Tutti lo lodavano, tutti lo ringraziavano.
Gli si avvicina un vecchietto in una barca: «Caro Ivan Bovino, lunga vita a te! Prendimi come compagno». «E tu cosa sai fare?» «So mangiare il pane, batjuška». Ivan Bovino disse: «Uh, accidenti! Questo lo so fare anch’io; comunque sali, mi fa piacere avere buoni compagni». Si avvicina alla barca un altro vecchietto: «Salve, Ivan Bovino! Prendimi con te». «E tu cosa sai fare?» «So bere birra e vino, batjuška». «È una scienza semplice! Ma sali pure sulla nave». Si avvicina un terzo vecchietto: «Salve, Ivan Bovino! Prendimi con te». «Di’: cosa sai fare?» «So fare i bagni di vapore, batjuška». «Perbacco, acciderba! Guarda un po’, siete davvero sapienti!» Fece salire sulla nave anche quello; ma qui ecco avvicinarsi ancora una barca; dice un quarto vecchietto: «Lunga vita a te, Ivan Bovino! Prendimi come compagno». «E tu chi sei?» «Io, batjuška, sono astrologo». «Be’, questo non lo so proprio fare; vieni con me». Prese il quarto, ma un quinto vecchietto chiede di essere preso. «Il diavolo vi pigli! Che ci faccio con voi? Dimmi in fretta, che sai fare?» «Io so nuotare come un luccio, batjuška». «Be’, benvenuto!»
Ecco che andarono alla ricerca della zarina dai riccioli d’oro. Arrivano nel reame mai visto, nel paese immaginario; e lì già da tempo sapevano che sarebbe venuto Ivan Bovino, e per tre interi mesi avevano cotto pane, distillato vodka, preparato birra. Vide Ivan Bovino un numero incalcolabile di carri di pane e altrettanti barili di vodka e di birra; si meraviglia e chiede: «Cosa vorrebbe dire?». «È stato tutto preparato per te». «Perbacco, accidenti! Ma non ce la farei a mangiare e a bere tutto nemmeno in un intero anno». Qui Ivan Bovino si ricordò dei suoi compagni e prese a chiamarli: «Ehi, voi, vecchietti in gamba! Chi di voi sa bere e mangiare?». Si fanno avanti Pappiele e Trinchiele: «Noi, batjuška! È un gioco da ragazzi». «Allora su, mettetevi al lavoro!» Accorse il primo vecchietto, iniziò a divorare il pane: ficca in bocca in una volta il pane non a pagnotte, ma a carrettate. Tutto divorò e giù a gridare: «Poco pane; datemene ancora!». Accorse il secondo vecchietto, iniziò a bere vino e birra, tutto bevve e inchiottì anche i barili. «È poco!» grida. «Datemene ancora!» Iniziò a darsi da fare la servitù, si precipitò dalla zarina a riferire che né il pane, né il vino erano bastati.
Allora la zarina dai riccioli d’oro ordinò di portare Ivan Bovino a fare un bagno di vapore. Il bagno era stato riscaldato per tre mesi ed era talmente infuocato che non si poteva passare di lì nel raggio di cinque verste. Presero a chiamare Ivan Bovino per fare il bagno di vapore; quello vide che dal bagno sprizzavano le fiamme, e dice: «E che, siete diventati matti? Mi ci arrostirò là!». Qui di nuovo gli venne in mente: «Ma ho con me dei compagni! Ehi, voi, vecchietti in gamba! Chi di voi sa fare il bagno di vapore?». Accorse un vecchietto: «Io, batjuška! È un gioco da ragazzi». Saltò in fretta nel bagno, in un angolo soffiò, nell’altro sputò: il bagno si raffreddò, negli angoli la neve si formò. «Oh, cari, sono gelato, riscaldate ancora per tre anni!», grida il vecchietto a squarciagola. Si precipitò la servitù a riferire che il bagno si era congelato, mentre Ivan Bovino pretese che gli consegnassero la zarina dai riccioli d’oro. La zarina in persona gli uscì incontro, gli diede la sua bianca mano, salì sulla nave e partì.
Navigano un giorno e un secondo; all’improvviso fu presa dalla tristezza, dalla disperazione: si diede un colpo sul petto, si trasformò in stella e volò nel cielo. «Ebbene» dice Ivan Bovino «l’ho perduta per sempre!» Poi si ricordò: «Ah, ma ho dei compagni. Ehi, vecchietti in gamba! Chi di voi è astrologo?». «Io, batjuška! È un gioco da ragazzi», rispose il vecchietto, si gettò al suolo, divenne anche lui una stella, volò nel cielo e prese a contare le stelle; ne trovò una in più e giù a tirarla! Si staccò la stellina dal suo posto, rapidamente rotolò per il cielo, cadde sulla nave e si ritrasformò in zarina dai riccioli d’oro.
Navigano un altro giorno, navigano un secondo; la zarina cadde in una profonda malinconia, si diede un colpo sul petto, si trasformò in carpa e prese a nuotare nel mare. “Ebbene, ora l’ho perduta!”, pensa Ivan Bovino, ma si ricordò dell’ultimo vecchietto e gli chiese: «Sei tu che sai nuotare come un luccio?». «Sì, batjuška, è un gioco da ragazzi!», si gettò al suolo, si trasformò in luccio, prese a nuotare nel mare dietro alla carpa e giù a darle colpi sui fianchi. La carpa saltò sulla nave e di nuovo si trasformò in zarina dai riccioli d’oro. Qui i vecchietti salutarono Ivan Bovino e ognuno tornò a casa propria; e lui andò dal padre dei mostri.
Arrivò da lui con la zarina dai riccioli d’oro; quello chiamò i dodici possenti macisti, ordinò di portare i forconi di ferro e di sollevargli le sopracciglia e le ciglia nere. Diede un’occhiata alla zarina e dice: «E va bene Vanjuša! Bravo! Ora io ti perdono, ti rimando nel mondo buono». «No, aspetta» risponde Ivan Bovino «hai parlato senza pensare!» «Cosa?» «Da me è pronta una fossa profonda, da una parte all’altra della fossa c’è una canna; chi riuscirà a passare sulla canna, quello si prenderà la zarina!» «Bene, Vanjuša! Passa tu per primo». Ivan Bovino iniziò a camminare sulla canna, mentre la zarina dai riccioli d’oro dice tra sé: «Passa più leggero di una piuma di cigno!». Ivan Bovino passò e la canna non si piegò; allora il vecchio stravecchio iniziò a camminare sulla canna: appena fu arrivato a metà, ecco che volò nella fossa.
Ivan Bovino prese la zarina dai riccioli d’oro e tornò a casa; presto si sposarono e diedero un banchetto giocondo per tutto il mondo. Ivan Bovino siede a tavola e si vanta coi fratelli: «A lungo ho combattuto, ma una moglie giovane ho ottenuto! E voi, fratellini, restatevene seduti sulla stufa e consumate le mattonelle!». A quel banchetto sono stato, ho bevuto del moscato, sui miei baffi è scivolato, ma in bocca non è arrivato; allora mi hanno offerto questo: asportarono un rene a un toro e ci versarono del latte; poi mi diedero una ciambelletta, per fare nel rene la zuppetta. Non ho bevuto, non ho mangiato, ho cercato di pulirmi, ma tutti giù a colpirmi; mi misi un berrettone, mi diedero un calcione!

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

Annunci
Categorie: Autori, Blog, Libri, Malattie Rare, PolimioVita, PseudoNormalità, Rompiamo il Silenzio, Russia, Vita | Tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Navigazione articolo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Crea un sito o un blog gratuitamente presso WordPress.com.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: