Archivi del mese: settembre 2015

Buon Autunno!

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L’autunno ha fatto il suo ingresso trionfale ad AnarcoLandia con un bell’acquazzone.

Che meraviglia ascoltare la pioggia schiantarsi sull’ombrello “viola-come-piace-a-te-zia”!

L’autunno è la stagione delle tisane bollenti e profumate, delle maxi felpe calde e morbide, dei filmoni sul divano sotto la coperta, dei biscotti sfornati a quintali per l’AnarcoNipotina, del cinema come passatempo principale, della cioccolata con la panna, delle caldarroste e delle zucche.

Cercavo una bella immagine per questo post e sono inciampata in questa magnifica foto dello Смольный Собор (Smol’nyj Sobor – Cattedrale della Resurrezione), a Pietroburgo, nell’avvolgente luce autunnale.
È stata la prima che ho visitato fra le tantissime cattedrali che costellano la città, l’unica che ho visto di sera, quando l’illuminazione artificiale riveste tutto di riflessi, che si posano come un velo leggero sulle decorazioni degli edifici, facendoli apparire un po’ meno imponenti.

Ormai sono passati più di due anni, ma la passione per la Russia e la voglia di tornarci al più presto, quelle no, non passano mai!

 

Buon Autunno 2015!!!!

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Io e i Buoni Propositi. #8

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In questo periodo mi sono trovata spesso a chiedermi se il dover ritentare di continuo a riprendere in mano le redini della mia vita sia segno di fallimenti e inconcludenza costanti o di determinazione e buona volontà abbondanti.

È difficile rispondermi, così sono passata oltre, dedicandomi all’ennesimo tentativo.
Forse il problema vero è che, quando mi ci metto, vorrei fare millemila cose tutte insieme e il risultato è che mi ritrovo stanca morta dopo pochi giorni senza riuscire a concluderne nessuna.

Innanzi tutto, sarebbe bene ricominciare a prendermi cura del mio povero corpo. Non parlo certo di una “ristrutturazione” in grande stile, mi riferisco alle piccole cose, come smettere di scarnificarmi le dita divorando le pellicine, ricominciare a fare una pulizia del viso come si deve almeno 2/3 volte al mese o riesumare la buona abitudine della crema su gambe e spalle martoriate dagli sfoghi da farmaci.

Cura del corpo traditore a parte, dovrei decidermi a scegliere su quale delle mie infinite passioni concentrarmi sul serio, essendo ormai palese che non sono in grado di coltivarle tutte in simultanea.

Abbandonare il russo sarebbe deleterio, soprattutto dopo tutta la fatica fatta finora, ma quest’anno fra i corsi che ancora non ho frequentato c’è ben poco che risponda all’indirizzo che vorrei dare a questa mia competenza. In più i ritmi legati ai corsi in questione sarebbero abbastanza pesanti per il suddetto traditore, quindi sono un po’ demoralizzata. Al momento confido nella disponibilità di una docente per organizzarmi in modo alternativo, ma si vedrà…

La scrittura, come testimoniano parecchi post precedenti, mi manca, ma anche quella richiede tempo ed energie che non sempre so dove andare a pescare.
Non solo mi piacerebbe riuscire a essere un po’ più costante col blog, sarebbe bello anche riprendere con i racconti.
Nonostante ormai siano passati 5 anni, l’emozione di vedere il mio nome nero su bianco su un libro, un libro vero, continua a essere una delle più belle e travolgenti che abbia mai provato.

A chiudere la “Top 3” ci sono i dolci.
Quanto è rilassante sfornare biscotti con i disegnini per i nipotini o inventarsi decorazioni fantasiose e personalizzate per i dolci di compleanno?!
Devo davvero ripetermi?! Secondo me sappiamo tutti che cucinare richiede, a sua volta, tempo ed energie.

Per scrivere questo post, ad esempio, ho saccheggiato la batteria del cellulare “approfittando” dell’ennesimo, spaventoso ritardo dei treni. Questo, però, ha comportato che il libro di russo rimanesse ben chiuso nella borsa, invece che ben spalancato davanti ai miei occhi.

A tutto questo si aggiunge il fatto che quest’anno ho letto davvero pochissimo, almeno per i miei standard, e che una passeggiata, un cinema, una pizza o una merenda, soprattutto nei fine settimana, sono d’obbligo, giusto per riprendere fiato e non impazzite del tutto.

Insomma, un gran casino…

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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La Cassetta Magica.

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Un vecchio e una vecchia avevano un unico figlio già grande; il vecchio non sa cosa insegnare al figlio, e decise di affidarlo come apprendista a un maestro, che gli insegnasse a fare un po’ tutto. Andò in città, si accordò col maestro che il figlio avrebbe studiato da lui tre anni, e in quei tre anni sarebbe andato a casa solo una volta. Accompagnò il figlio. Passa un anno, ne passa un altro; il ragazzo imparò presto a fare cose preziose, superò in bravura lo stesso maestro. Una volta fece un orologio da cinquecento rubli e lo mandò al padre. «Che lo venda» dice «e rimedi alla sua povertà!» Venderlo il padre! Non può staccare gli occhi da quell’orologio, perché lo ha fatto il figlio. Arriva il momento in cui deve incontrare i genitori. Il padrone era uno stregone, e dice: «Va’, hai a disposizione tre ore e tre minuti; se per allora non sarai tornato, morirai!». Quello pensa: “E come farò in tempo a percorrere le tante verste che mi dividono da mio padre?”. Il maestro risponde: «Prendi quella carrozza; appena ti ci sarai seduto, chiudi gli occhi».
Il nostro ragazzo fece proprio così; chiuse gli occhi, poi li riaprì ed era già a casa dal padre; scese, entra nell’izbà, non c’è nessuno. Infatti il padre e la madre avevano visto che una carrozza si avvicinava a casa loro, si erano spaventati e si erano nascosti nel ripostiglio; a fatica riuscì a tirarli fuori di lì. Iniziarono a farsi un sacco di feste; era un pezzo che non vedevano piangere la madre. Il figlio aveva portato loro dei regali. Il tempo di farsi festa e di parlare un po’ e le tre ore erano già volate via, rimanevano solo i tre minuti, uno, due, ora solo un minuto! Il maligno sussurra al ragazzo: «Va’, in fretta: bada che il padrone ti…!». Il ragazzo fu diligente, salutò e andò; subito si ritrovò accanto alla casa, entrò nell’izbà e il padrone, forza impura, lo tormenta per il ritardo. Il ragazzo si era del tutto disabituato a essere ardito col padrone, gli cadde ai piedi: «Perdonami, ho tardato, ma non lo farò mai più!». Il padrone gli fece solo una ramanzina e lo perdonòveramente.
Il nostro ragazzo continua la sua vita di sempre; sapeva fare ogni cosa meglio di tutti. Il padrone pensa che, se il ragazzo se ne va, gli toglierà tutto il lavoro — è diventato meglio del maestro! — e gli dice: «Lavorante! Va’ el reame sotterraneo, portami di lì la cassetta che sta sul trono dello zar». Fecero lunghe corregge, cucirono una cinghia all’altra e a ogni cintura attaccarono un campanellino. Il padrone iniziò a calarlo in un burrone e ordinò: se trovi la cassetta, scuoti immediatamente la cinghia; quando i campanellini suoneranno, il padrone sentirà. Il ragazzo scese sottoterra, vede una casa, ci entra; un uomo e venti contadini stavano lì in piedi, si inchinarono e dissero come un sol uomo: «Salve, principe Ivan!». Il ragazzo si stupì: che onore! Entra in un’altra camera: era piena di donne; anche quelle si alzarono, si inchinarono e dicono: «Salve, principe Ivan!». Questa gente era stata tutta mandata giù dal maestro. Entrò il ragazzo in una terza camera: vede il trono e sul trono la cassetta; prese la cassetta, uscì e portò tutta quella gente con sé.
Arrivarono alla cinghia, la scossero, ci attaccarono un uomo e il padrone tirò su; il ragazzo voleva legarsi per ultimo e portare la cassetta. Il padrone tirò su una metà di loro; a un tratto lo venne a chiamare un lavorante, doveva tornare in fretta a casa perché era successa una disgrazia. Il padrone andò, ordinò di tirare su tutti da sottoterra, ma di lasciarci il figlio del contadino. Be’, tirarono su tutti con la cinghia e lasciarono il ragazzo. Quello, cammina cammina per il reame sotterraneo, per caso scosse la cassetta: improvvisamente ne uscirono dodici giovanotti; dicono: «Cosa ordinate, principe Ivan?». «Riportatemi subito su!» I giovanotti all’istante lo afferrarono e lo tirarono fuori. Lui non andò dal suo padrone, ma andò direttamente dal padre. Nel frattempo il padrone si accorse di non avere la cassetta, corse al burrone, tirò e tirò la cinghia, ma il suo lavorante non c’era più! Pensa il maestro: “Evidentemente se ne è andato da qualche parte! Bisogna mandare qualcuno a cercarlo”.
Intanto il figlio del contadino era arrivato dal padre, aveva scelto un posto importante, aveva passato con un lancio la cassetta da una mano all’altra: improvvisamente erano apparsi ventiquattro giovanotti: «Cosa ordinate, principe Ivan?». «Andate, costruite in quel luogo un reame, ma che sia il più bello di tutti i reami». In quel momento apparve un reame! Il nostro ragazzo ci si trasferì, si sposò e iniziò a vivere felice. Nel suo reame c’era un giovanottone scialbo, la cui madre andava sempre dal principe Ivan a chiedere l’elemosina. Il figlio le ordina: «Mammina! Ruba al nostro zar la cassetta». Il principe Ivan non era a casa; sua moglie fece l’elemosina alla vecchia, e se ne andò. La vecchia afferrò la cassetta, la mise in un sacco e corse dal figlio. Quello scosse la cassetta: ne uscirono i soliti giovanotti. Ordina loro di gettare il principe Ivan in una fossa profonda, dove gettavano solo il bestiame morto, e di far diventare la moglie e i genitori chi lacchè e chi un’altra cosa; lui stesso poi sarebbe diventato zar.
Ecco che il figlio del contadino sta nella fossa un giorno, un secondo e un terzo… Come uscirne? Vede un grosso uccello che trascina una carcassa; una volta avevano gettato nella fossa un animale morto, lui prese e ci si legò; l’uccello volò, afferrò l’animale e lo portò fuori, si posò su un pino, e il principe Ivan penzola lì, non può slegarsi. Da non si sa dove sbucò un cacciatore, prese la mira e sparò: l’uccello si alzò in volo e volò, la vacca dalle zampe lasciò; la vacca cadde insieme al principe Ivan, che si slegò, si mise in cammino e pensa: come tornare nel mio reame? Guardò in tasca: c’è la chiave della cassetta; la scosse e all’improvviso saltarono fuori due giovanotti: «Cosa ordinate, principe Ivan?». «Ecco, fratellini, sono in difficoltà!» «Lo sappiamo; sei anche fortunato che noi due siamo rimasti insieme alla chiave!» «Non potete, fratellini, portarmi la cassetta?» Il principe Ivan non fece in tempo a parlare che i due giovanotti avevano già portato la cassetta! Allora si rianimò, ordinò di giustiziare la vecchia mendicante e suo figlio, e ritornò a essere zar.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Flusso di Coscienza. #14

дведоли-due-parti

 

Ho chiuso gli occhi.
Ho fatto un respiro profondo.
Ho lasciato che le dita sfogassero la tensione repressa.

Chi scrive sa bene di cosa sto parlando.
Quella sensazione indescrivibile data dai muscoli delle dita che guizzano sulla tastiera o si stringono attorno a una penna.

Mi è costato una fatica immensa, ma qualche giorno fa, per la prima volta, sono riuscita a parlare con qualcuno del fatto che, da quando è arrivata l’AnarcoPatia, non riesco più a scrivere.
Di sicuro parlarne non risolve il problema, ma almeno aver ammesso che qualcosa non va è stato un primo passo per provare ad affrontarlo sul serio.

Sono mesi che questo silenzio rimbomba nel vuoto assoluto della mente.
Non sono ancora riuscita a capire se sia “solo” una conseguenza dello stordimento da farmaci o se sia un rifiuto categorico del mio subconscio di confrontarsi con tutto quello che l’AnarcoPatia ha tolto o aggiunto alla mia vita, senza preoccupazione alcuna per il parere della sottoscritta in merito.

Le parole sono uscite “sbagliate” dalla mia bocca, proprio come quando provo a scriverle, ma almeno sono uscite.

La nostalgia di quando scrivevo fino a farmi venire i crampi alla mano mi divora giorno dopo giorno. Facevo perfino gli esercizi di scrittura, per confrontarmi con generi e stili diversi, per migliorare la tecnica, per affinare lo stile.

Quando mi hanno pubblicato il primo racconto credevo, dopo anni, di aver raggiunto la prima di una serie di svolte, che col tempo mi avrebbero portata a fare della scrittura qualcosa di più di una passione privata, ma a quanto pare mi sbagliavo. È stato solo un lampo, una luce abbagliante, calda, rassicurante, ma temporanea, durata solo un attimo. In quel periodo imbrattavo così tante pagine al giorno, che non sarei riuscita nemmeno a immaginare che prima o poi un blocco di questo calibro si sarebbe potuto abbattere su di me. E ora è proprio come l’istante che segue lampo: l’oscurità sembra essersi fatta ancora più fitta.

 

Non mi importa che questo mantra sia nato da tutt’altra circostanza, non credo potrei mai trovarne un altro più adatto anche per questo momentaccio. Ora più che mai…

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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E sono già 3…

Letizia-3-tre-anni

 
 

BUON COMPLEANNO LETI!!!

 
 

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Le Due Parti.

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C’era una volta un contadino, che morì lasciando due figli. Ai fratelli venne in mente di sposarsi: il maggiore si prese una povera, il minore una ricca; e vivono insieme, senza fare divisioni. Ma le donne iniziarono a litigare tra loro, a bisticciare; una dice: «Io ho sposato il fratello maggiore; la parte migliore deve essere mia!». E l’altra: «No, mia! Io sono più ricca di te!». I fratelli osservarono, osservarono, e si resero conto che le mogli non andavano d’accordo, divisero l’eredità del padre in parti uguali e si separarono. Al fratello maggiore ogni anno nasce un figlio, e l’azienda va di male in peggio; al punto tale che andò in completa rovina. Quando c’era da mangiare e c’erano soldi, guardando i figli si rallegrava, ma quando divenne povero non era più contento di loro. Andò dal fratello minore: «Aiutami, ora che sono in difficoltà!». Quello rifiutò recisamente: «Vivi come puoi! Anch’io ho dei figli da crescere».
Dopo un po’ di tempo di nuovo il povero andò dal ricco: «Prestami» chiede «almeno per un giorno i cavalli; non so come arare!». «Vai nel campo e prendili per un giorno; ma bada di non sfinirli!» Il povero andò nel campo e vede che degli uomini, con i cavalli del fratello, stanno arando la terra. «Ehi voi!» iniziò a gridare. «Ditemi, chi siete?» «Ma che razza di domanda è?» «È perché questi cavalli sono di mio fratello!» «Ma non vedi forse» rispose uno di coloro che aravano «che io sono il Successo di tuo fratello? Lui beve, si diverte, non si preoccupa di niente, mentre noi lavoriamo al posto suo». «E dove si è andato a cacciare il mio di Successo?» «Il tuo Successo è lì che se ne sta steso sotto un cespuglio con una camicia rossa, non fa niente né di giorno, né di notte, dorme solamente!» “Bene” pensa il contadino “ora ti vengo a pescare io.”
Andò, si fece un grosso bastone, si avvicinò quatto quatto al suo Successo e lo colpì su un fianco con tutta la forza che aveva. Il Successo si svegliò e chiede: «Perché mi colpisci?». «E questo non è ancora niente! Le brave persone arano la terra, mentre tu dormi come un ghiro!» «Vorresti forse che io arassi al posto tuo? Toglitelo dalla testa!» «Cosa? Continuerai a startene steso sotto il cespuglio? Ma così mi toccherà morire di fame!» «Be’, se vuoi che ti dia aiuto, allora lascia stare di fare il contadino e datti al commercio. Io non sono abituato al vostro lavoro, ma di affari me ne intendo». «Datti al commercio!… Se ne avessi modo! Non ho niente da mangiare, niente da commerciare». «Almeno prendi il vestito vecchio di tua moglie e vendilo; con i soldi comprane uno nuovo e vendilo! E allora ti aiuterò; non ti lascerò nemmeno per un attimo!» «Bene!»
Il giorno dopo dice il poveretto alla moglie: «Allora, donna, preparati, andiamo in città». «Perché?» «Voglio iscrivermi nelle liste dei commercianti, mi darò al commercio». «Ma che, sei diventato matto? Non abbiamo di che nutrire i nostri figli, e lui si mette in testa di andare in città!» «Non sono affari tuoi! Prendi tutto quello che possediamo, riunisci i bambini e andiamo». Allora si prepararono. Pregarono Dio, iniziarono a chiudere ben bene la loro casetta e sentirono che nell’izbà qualcuno piangeva amaramente. Il padrone chiede: «Chi è che piange?». «Sono io, la Disgrazia!» «E perché piangi?» «E come non piangere? Tu te ne vai e mi abbandoni qui». «No, cara! Ti porterò con me, non ti abbandonerò qui. Ehi, moglie mia!» dice. «Butta fuori dal baule il nostro bagaglio». La moglie vuotò il baule. «Allora, Disgrazia, entra nel baule!» La Disgrazia ci entrò; quello la chiuse dentro con tre lucchetti, sotterrò il baule e dice: «Vai in malora, maledetta! Che non si senta più parlare di te!».
Arriva il poveretto con la moglie e i figli in città; affittò un appartamento e si siede al commercio: prese il vestito vecchio della moglie, lo portò al mercato e lo vendette per un rublo; con quei soldi comprò un nuovo vestito e lo vendette per due rubli. E con questo felice sistema di commercio, per ogni cosa ottenere il doppio del prezzo pagato, si arricchì in breve tempo e si iscrisse nella lista dei commercianti. Lo venne a sapere il fratello minore, va da lui in visita e chiede: «Dimmi, per favore, come mai ti sei fatto furbo e dal niente sei diventato ricco?». «È semplice» risponde il mercante «ho chiuso la mia Disgrazia in un baule e l’ho sotterrata». «Dove?» «In campagna, nel vecchio cortile». Il fratello minore a momenti piange dal dispetto; andò subito in campagna, dissotterrò il baule e fece uscire la Disgrazia. «Va’» dice «da mio fratello, rovinalo fino all’ultimo soldo». «No!» risponde la Disgrazia. «Preferisco restare da te, invece di andare da lui; tu sei buono, tu mi hai liberato! Mentre quel lestofante mi ha messa sottoterra!» Dopo poco tempo andò in rovina il fratello invidioso e da ricco contadino divenne un poveretto.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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