Archivi del mese: ottobre 2015

Pura e Nobile.

аутоиммунитет-autoimmunità

 

Mi sento in trappola.
Non importa su quale strada io mi incammini, mi ritrovo sempre in un vicolo cieco.
Sempre lo stesso.

Ci sono diverse teorie secondo cui i disturbi fisici, più o meno gravi, che capitano a ognuno di noi, altro non sono che riflessi di quello che ci tormenta a livello emotivo. Più profondo e divorante è il problema, più grave rischia di essere la manifestazione fisica.
Non so se sia vero.
A volte mi dico che sono solo una marea di stronzate, altre invece mi convinco a crederci perché, se davvero fosse così, un bravo terapeuta sarebbe l’elisir di perfetta salute.
Quello a cui preferisco non pensare, considerata l’AnarcoPatia, è quanto enormi e radicati in profondità debbano essere spettri capaci di dare origine a una cosa simile.

Vado avanti per inerzia.
La verità è che non mi frega più niente di niente e che sembra esserci un meccanismo perverso pronto a estinguere sul nascere qualunque scintilla di entusiasmo osi avventurarsi allo scoperto, fuori dalla torbida coltre di calma apparente in cui ho lasciato che si trasformasse la mia vita, non per quieto vivere, ma per imperante apatia.

In questo periodo non c’è una canzone che mi esalti, un libro che muoia dalla voglia di leggere, una ricetta che non veda l’ora di sperimentare, una regola della grammatica russa che mi istighi a volerne sapere di più, un posto in cui non possa fare a meno di andare, e potrei continuare a oltranza…

Incastrata.
Ecco come mi sento.
Come una pillola che si blocca fra la bocca e lo stomaco: fastidiosa e del tutto inutile.

Dopo aver ridimensionato i sogni a più modesti obiettivi da comune mortale, ora sono alle prese con la tappa successiva, quella in cui ci si chiede quale sia la strategia più indolore per sopravvivere al fallimento.
Non sopravvivere a UN fallimento, ma AL fallimento: completo, su tutta la linea.

C’è stata una fase, dopo le dimissioni dall’ospedale, in cui pensavo che il dolore fisico imposto da altri, contro la mia volontà, avesse invigliacchito il mio lato autolesionista. Non c’era più quell’urlo interiore insopportabile che mi esasperava ordinandomi di ferirmi finché non cedevo per sfinimento. La paura suscitata dal ricordo del ricovero annientava del tutto il coraggio che per mesi, anni, era stato il mio più fedele compagno, quello di farmi male da sola, per avere conferma di essere viva. Così ho mandato all’aria la dieta, ho smesso di curare i tagli e gli sfoghi sulla pelle, ho lasciato che malattia ed effetti collaterali della terapia facessero i loro comodi, senza opporre alcuna resistenza: passività e incuria come subdole, codarde forme sostitutive di autoviolenza.

Poi un lampo, ridottosi quasi subito a una piccola lucciola solitaria e sperduta nell’oscurità più fitta.
Una sola parola: AUTOIMMUNE.
Esiste forse un’espressione più pura e nobile di autolesionismo?
Il sistema immunitario diserta, attaccando con ferocia ciò che dovrebbe difendere con stoica determinazione.
Il corpo calpesta tutto, emozioni e razionalità, e si ripudia, si autodistrugge.

Tutto questo è successo in assoluto silenzio, nemmeno un flebile respiro a incrinare l’assoluta immobilità in cui ho cristallizzato l’anima.
La famigerata maschera ben salda sul viso, per scongiurare il rischio che l’altrui morbosa curiosità scalfisca la liscia e perfetta superficie di impermeabile insensibilità in cui mi sono segregata.

Mi sta bene tutto e il contrario di tutto, perché in realtà nulla fa più la differenza fra buono e cattivo.

Ho rinchiuso il cuore e la mente.
Ho buttato la chiave.
Non avevo previsto che sarebbero riusciti a portarsi nelle loro celle anche l’inchiostro, da sempre unica freccia al mio arco, unica arma con cui combattere i mostri dell’inadeguatezza.

Mi sono rifugiata in un rassicurante limbo di gesti compulsivi e rituali ossessivi di cui solo io conosco il significato e l’immenso potere anestetizzante.

Non provare più niente.
Questo è l’obiettivo.
Mirare senza alcuna esitazione all’egoistica meta dell’autoconservazione, imparando la crudele e spietata arte dell’impassibilità assoluta.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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E tu cammini???

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Sono passati due anni, ma il ricordo è ancora piuttosto vivido.

Il 21 ottobre del 2013 sono uscita di casa convinta di fare l’ennesima visita di controllo, la solita mezz’oretta di inutili e inconcludenti convenevoli medici, per poi prendere il primo treno disponibile col pensiero delle ore che avrei dovuto recuperare.

Quel treno non l’ho mai preso. Il primo treno disponibile è passato circa tre mesi e mezzo dopo.

Nella mia memoria il momento più nitido di quella mattinata è l’ingresso nell’ambulatorio.

 

Reumatologa: Buongiorno!
Io e AnarcoMater: Buongiorno!
R: E la paziente dov’è?
Io: Sono io…
R: E tu cammini??? O.O
Io e AM: o_O…

 

Certo che camminavo, perché mai non avrei dovuto?!
E non solo!
Camminavo, guidavo, prendevo il treno per Milano dal lunedì al venerdì per andare in ufficio e ne prendevo due tutti i sabati per andare dall’AnarcoSocio, mi godevo passeggiate epiche, ballavo come una pazza sotto palco ai concerti, facevo le acrobazie più assurde per far divertire l’AnarcoNipotina.

Il nostro sguardo perplesso non dev’essere passato inosservato, perché Barbie Dottoressa ha deciso di spiegarci il suo stupore.
Guardando le mie analisi del sangue, era convinta di trovarsi davanti una persona vicina alla paralisi totale, pronta per essere spedita di corsa in rianimazione.

E invece no, cara la mia Barbie Dottoressa!
Io a fare la visita ci sono venuta sulle mie gambe, e avrei anche fretta di andarmene al lavoro, che proprio non ho voglia di dovermi fermare troppo al pomeriggio.

Tu saprai anche, per ovvi motivi professionali, che le proteine muscolari CPK non dovrebbero superare il valore di 165, ma il mio corpo non lo sa e, nella sua imperfezione, ha imparato a cavarsela anche con le CPK a 15.272.

Sta di fatto che Barbie Dottoressa mi ha ricoverata d’urgenza.
Così, giusto per precauzione, perché in genere dopo le gambe e le braccia, ai tempi già quasi del tutto inservibili alla facciazza delle millantate incredibili risorse e capacità di adattamento del mio corpo, l’AnarcoPatia sembra abbia il brutto vizio di andare a colpire i muscoli dell’apparato digerente, il diaframma e il cuore.

Fu così che, in un anonimo ambulatorio di un anonimo reparto di reumatologia di un anonimo ospedale di AnarcoLandia, ebbero inizio le mie rocambolesche (dis)avventure.

Sono cambiate davvero un sacco di cose da quella mattina di due anni fa.
Ritrovare un equilibrio è difficile, ma non del tutto impossibile. L’errore da non commettere nel modo più assoluto è escludere l’imprevisto da questo equilibrio, perché con l’AnarcoPatia ogni giorno è davvero un giorno nuovo, imprevedibile e improgrammabile, da vivere un po’ come viene, facendo tesoro di ogni esperienza e cercando di imparare a lasciar scivolare via i momenti brutti per potersi concentrare meglio su quelli belli.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Giornata Mondiale del Malato Reumatico 2015

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Image Credit © VeRA Marte

 

Ieri, 12 Ottobre, si è celebrata la Giornata Mondiale del Malato Reumatico e per la prima volta, dopo quasi due anni, ho deciso di provare a partecipare a un evento organizzato per l’occasione: un’esperienza che non credo ripeterò tanto presto.

Tre ore e mezza di dati, numeri e paroloni, oltre 150 patologie, tutte caratterizzate da un sintomo principale comune: il dolore costante.

Non una parola sull’AnarcoPatia.
Bisogna fare informazione, formazione e prevenzione sulle malattie più diffuse, non resta tempo per parlare anche di quelle rare.

La sala è piena e l’età media dei partecipanti, a occhio e croce, sembra partire dal doppio della mia per poi andare a salire. La cosa mi sconforta abbastanza, ma cerco di non darlo troppo a vedere.
Iniziano gli interventi dei vari specialisti. Ripetitivi per chi e già coinvolto, troppo carichi di nozioni specifiche per chi non lo è, di sicuro interminabili per tutti.
A metà vorrei andarmene, non so nemmeno io se più per il sonno o per la noia, ma mi concentro sul pensiero del piccolo rinfresco in programma a fine evento e porto pazienza.
Dopo un tempo che sembra infinito, i microfoni tacciono. Più di metà delle persone se ne sono già andate, ma tutto sommato questo significa più pizza, salame, patatine e torta al cioccolato da rubacchiare al buffet.

L’AnarcoSocio sfodera 10 € per regalarmi uno dei ciclamini in vendita per la raccolta fondi. Lui non vuole saperne dei 5 € di resto che gli spetterebbero, ma la signora al banchetto vuole saperne ancora meno di accettare dei soldi extra, dato che fatturano ogni singolo euro, così me ne torno a casa con ben due ciclamini. Non ho idea di come si curino, non ho mai avuto il pollice verde, ma sono proprio belli, quindi mi impegnerò a fare del mio meglio.

 

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I miei ciclamini! ^_^
Image Credit © VeRA Marte

 

Per fortuna la serata si è conclusa in tranquillità, una pizza ultra farcita seguita da “Il castello errante di Howl” di Hayao Miyazaki, che mi sono goduta standomene raggomitolata sul divano sotto una coperta con l’AnarcoSocio, che sonnecchiava beato.

Gli ostacoli sono all’ordine del giorno, e pur con tutta la buona volontà non sono sempre semplici da affrontare; le difficoltà che si aggiungono a quelle di per sé inevitabili della quotidianità sono tante, ma ancora adesso, a distanza di quasi due anni dall’inizio di questa (dis)avventura, credo che la cosa più ostica da gestire sia la perversa contraddizione fra la non-abitudine a pensarmi malata e il non riuscire a pensarmi in nessun altro modo.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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24ª Giornata Mondiale della Traduzione.

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Istituita nel 1991 dalla FIT (Fédération Internationale des Traducteurs), ieri si è celebrata la 24ª Giornata Mondiale della Traduzione.
Per questa ricorrenza è stata scelta la data del 30 settembre, giorno in cui si rende omaggio a San Girolamo, considerato patrono dei traduttori per aver tradotto la Bibbia dal greco e dall’ebraico al latino.

Anche se a malincuore, non posso che ammettere di non fare ancora parte di questo meraviglioso mondo in via ufficiale, ma ci sto lavorando.

Si dice che la pazienza sia la virtù dei forti e a volte mi capita di riuscire quasi a crederci.

Mi riferisco a quelle volte in cui decidi di aspettare, senza sapere bene cosa, perché proprio non sai cos’altro fare. Spesso non succede nulla, e l’indecisione fa la muffa nella tua testa finché non si trasforma in rassegnazione. Qualche volta, però, l’attesa porta risposte inaspettate, capaci di indicare la via da intraprendere come fossero enormi insegne al neon.

Così una mail, un sms e due chiamate in apparenza cadute nel vuoto, si sono poi evolute in una telefonata di pochi, ma fondamentali minuti.

È curioso, per certi versi addirittura inquietante, ma la risposta si è rivelata essere una sola, sempre la stessa: russo!

Considerata la quantità di tempo, energie e fatica richiesta dallo studio serio e approfondito di una lingua straniera, non mi stupiscono gli occhi sgranati con cui le persone mi guardano quando dico che per me è una passione.
C’è chi fa sport, chi fotografa, chi cucina, chi recita, balla, canta o dipinge: io studio russo.

Considerata l’attuale situazione politico-economica, forse non è la strada ideale da imboccare, ma io non mi arrendo e continuo a camminare: passo dopo passo dovrò pur arrivare da qualche parte…

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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