Archivi del mese: Mag 2016

Flusso di Coscienza. #15

дождь-pioggia

 

Domenica 29 Maggio 2016. Ore 17:51.

Fuori dal finestrino le nuvole, nere, sembrano avere enormi fauci, spalancate a mostrare denti aguzzi e minacciosi.
Sento il loro morso straziarmi lo stomaco, mentre non riesco a distogliere gli occhi dal dinamico quadro astratto che i tergicristalli dipingono sul parabrezza con le gocce di pioggia battente.

Ripenso a un tizio sentito in televisione, alla sua riflessione sulla differenza fra le espressioni “voto alle donne” e “voto delle donne”, al potere delle parole, a quanto una semplice preposizione possa cambiare tutto, all’incertezza che mi attanaglia di fronte al mio personale bivio fra “con” e “da”.

Penso alle mie ultime analisi del sangue, peggiorate, e al fatto che, in realtà, non me ne frega niente, perché se è il risultato dell’aver ripreso a vivere un po’, allora mi tengo le analisi schifose e vaffanculo.
Stanca morta per stanca morta, tanto vale divertirsi.

Penso ai nervi delle mie mani, ormai tanto malconci da avermi deformato la grafia, ma non abbastanza da avermi fatto desistere dai miei propositi di scrittura.

Penso a chi guarda dall’alto della sua laurea al basso del mio diploma, ma poi scive “Gli ho salvati”.

Penso al senso di impotenza che mi assale quando andare al cinema da sola mi fa venire gli attacchi di panico, o quando rimugino per settimane sull’andare o meno a un concerto che reputo imperdibile, perché non so se il fisico mi assisterà.

Penso ai muri di gomma contro cui continuo a schiantarmi, magari senza neanche farmi troppo male, ma senza mai neanche riuscire a oltrepassarli.

Penso alla moltitudine di parole vuote e inutili che riesco a vomitare in un giorno, costretta dalle incombenze quotidiane, mentre quelle importanti sono incastrate ormai da mesi fra lo stomaco e la gola.

Penso a dove sono e a dove vorrei essere.
Penso a quello che faccio e a quello che vorrei fare.
Penso a quella che ero, a quella che sono, a quella che vorrei essere, ma che forse non sarò mai.

Penso che il temporale è finito e io non me ne sono accorta, quindi, forse, sarebbe meglio smettere di pensare. Almeno per un po’.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Storie di morti. #1

рассказы-мертвецы-storie-morti

 

Un contadino andava di notte col suo carretto di pentole; va e va, il cvallo si stancò e si fermò proprio davanti a un cimitero. Il contadino staccò il cavallo, lo lasciò pascolare e lui si stese su di una tomba; ma per qualche motivo non riesce a dormire. Stava lì bello steso, quando improvvisamente la tomba sotto di lui iniziò ad aprirsi; lui se ne accorse e saltò in piedi. Ecco che la tomba si aprì, e ne uscì un morto con una lastra sepolcrale e un lenzuolo bianco; uscì e corse verso la chiesa, appoggiò alla porta la lastra, e via al villaggio. Il contadino era un uomo audace; prese la lastra sepolcrale e si mise accanto al suo carretto, per vedere cosa sarebbe successo.
Poco dopo tornò il morto, e della lastra non c’era traccia; prese a seguire le orme, arrivò fino al contadino e dice: «Dammi la mia lastra, altrimenti ti farò a pezzi!». «E quest’scia secondo te a che serve?» risponde il contadino. «Sarò io a farti a pezzettini!» «Dammela, brav’uomo!», gli chiede il morto. «Te la darò quando mi avrai detto dove sei stato e cosa hai fatto». «Sono stato al villaggio; ho fatto morire due ragazzi». «Be’, ora dimmi: come si fa a farli tornare in vita?» Il morto controvoglia spiega: «Taglia dal mio lenzuolo il lembo sinistro e portalo con te; quando arriverai alla casa doce sono i ragazzi morti, sistema un pentolino dei carboni ardenti e mettici sopra il pezzo di lenzuolo, poi chiudi la porta; dopo aver respirato quel fumo, torneranno subito vivi». Il contadino tagliò il lembo sinistro del lenzuolo e restituì la lastra. Il morto si avvicino alla tomba — la tomba si aprì; iniziò a calarcisi — all’improvviso cantarono i galli, e quello non fece in tempo a chiudersi come doveva: un lato della lastra rimase fuori posto.
Il contadino aveva visto tutto, aveva notato tutto. Iniziò ad albeggiare; riattaccò il cavallo e andò al villaggio. Sente in una casa pianti, grida; vi entra — due ragazzi giacciono morti. «Non piangete! Io posso farli tornare in vita». «Fallo, caro; ti daremo metà dei nostri beni», dicono i parenti. Il contadino fece tutto quello che gli aveva insegnato il morto, e i ragazzi tornarono in vita. I parenti si rallegrarono, poi afferrarono il contadino e lo legarono con delle corde: «No, carino! Ti porteremo dalle autorità; se sei stato capace di farli tornare in vita, allora vuol dire che li avevi fatti morire tu!». «Che dite, fedeli! Abbiate timor di Dio», si mise a strillare il contadino e raccontò tutto quello che gli era successo durante la notte. Allora lo fecero sapere per il villaggio, si radunò la gente e si rovesciò al cimitero, trovarono la tomba dalla quale era uscito il morto, la scoperchiarono e lo colpirono direttamente al cuore con un paletto di pioppo, perché non si alzasse più e non facesse morire la gente; il contadino generosamente ricompensarono e con ogni onore a casa lo mandarono.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Telegiornalisti? No, grazie.

писать-scrivere

 

Oggi è difficile pensare che ci sia stato un tempo in cui, chi lavorava in televisione o alla radio, riceveva un minimo di preparazione, più o meno approfondita, in materia di corretta dizione italiana.

Sorvolando su eventuali imprecisioni nella pronuncia delle vocali aperte o chiuse, spesso dovute alla provenienza geografica, scopro che i mezzi busti più famosi d’Italia non sanno gestire in maniera corretta nemmeno l’accento logico delle frasi.
La necessità di enfatizzare, di spettacolarizzare la notizia fa sì che, invece di utilizzare nel modo corretto il tono della voce, finiscano per sottolineare le parole considerate più importanti spostandone l’accento tonico. Il risultato è una parlata dal ritmo martellante e monotono che rende difficoltosa la comprensione.

Per far capire meglio di cosa parlo, ho estratto e messo nel video che segue un brano dal CD che accompagna il “Manuale di dizione e pronuncia” di Ughetta Lanari, annunciatrice Rai per quasi vent’anni e conduttrice radiofonica.

 

 

Complicato spiegare a parole ciò che, grazie all’audio, appare chiaro fin dal primo ascolto, o almeno così è stato per me.

Questa piccola scoperta è stata lo spunto per una riflessione più ampia sulla NON-meritocrazia che regna sovrana ai giorni nostri.

Per certi versi sarei proprio io la prima a dover tacere, dato che avendo abbandonato ben due facoltà universitarie senza averle portate a termine, mi ritrovo con un Curriculum Vitae piuttosto scarno. So bene che, senza le paroline magiche “Laureata in…” gli esami sostenuti, magari anche con un buon punteggio, e le esperienze pregresse valgono ben poco. È anche vero, però, che un po’ d’esperienza senza i vincoli salariali imposti da una qualifica ufficiale permette ai datori di lavoro di proporti una retribuzione minore, quindi il conto per essere stata una scansafatiche non tarda mai a presentarsi.
Al di là di queste riflessioni spicciole, mi mette una gran tristezza dover assistere, impotente, al trattamento riservato alle potenzialità individuali delle risorse umane, molto spesso sprecate invecve che valorizzate.

Vedo pubblicare testi privi delle più banali caratteristiche di correttezza, quali punteggiatura e maiuscole, e i loro autori lodati per la rapidità con cui li hanno prodotti. Sbagliato. Sbagliatissimo!
Un buon testo ha bisogno di “decantare”, soprattutto se rivolto a un’utenza ampia ed eterogenea, così come una buona pronuncia richiede tempo e dedizione, ma è d’obbligo da parte di chi lavora nell’informazione pubblica.

Quand’è che la qualità ha smesso di essere un requisito fondamentale?

Mi rendo conto di essere di parte, ma sono convinta che possedere gli strumenti per fare un lavoro non sia sinonimo dell’essere in grado di farlo. Sedermi di fronte a una tela con una tavolozza e un pennello in mano, ad esempio, non farebbe di me una pittrice; allo stesso modo, indossare un camice bianco con uno stetoscopio al collo non farebbe di me un medico.

Questa cosa, però, sembra non valere per la scrittura
Certo non mi reputo una somma autorità in materia, ma di sicuro non mi si possono negare la costanza e la passione con cui mi dedico allo studio e agli approfondimenti sull’argomento.
Sempre più gente, invece, è convinta che il saper tenere in mano una penna o agitare le dita su una tastiera, aggiunto alle nozioni di ortografia e sintassi date da un’istruzione medio-alta, equivalga a “saper” scrivere.

Ebbene, Signore e Signori, Ladies and Gentlemen, Mesdames et Messieurs, Дамы и Господа, mi duole comunicarvi la mesta notizia: non è così!

Condivido la pretesa di rispetto e riconoscimento per la propria competenza, ma ad una condizione: che sia preceduta da un impegno serio nell’acquisirla.

Concludendo, so che la mia posizione è poco realistica e, forse, anche un po’ ingenua, ma proprio non riesco a non essere idealista, almeno non quando si tratta di purismo nella catartica e sublime arte della parola, scritta o parlata che sia.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Oggi va così… #2

 

You cry out for help,
cuz you’ve lost your soul.

 

Ore 08:46.
Un peso allo stomaco di colpo si sbriciola e svanisce.
Così. Senza preavviso.

Perché? Non lo so.
Come? Non so neanche questo.

Un attimo di lucidità in cui mi è chiaro qualcosa che cerco di afferrare da almeno un mese, ma è solo un istante che sfuma nel nulla da cui è emerso.

Sono di nuovo una molecola di silenzio nell’occhio di un ciclone di suoni che non riesco a comprendere, né ad apprezzare, melodie che si distorcono e arrivano a me sotto forma di frastuono, facendomi impazzire.

È difficile da spiegare, ma in fondo perché dovrei farlo?

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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