Archivi del mese: giugno 2016

Koščej l’Immortale.

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C’era una volta uno zarche aveva un figlio; quando il principe era piccolo, le governanti e le balie lo cullavano: «Fai la nanna, principe Ivan! Diventerai grande, ti troverai una fidanzata: ai confini del mondo, in un paese lontanissimo, vive in una torre Vasilisa Kirbit’evna, talmente diafana che, da un ossicino all’altro si vede scorrere il midollo». Compì il principe quindici anni, prese a chiedere al padre il permesso di partire in cerca dellasua fidanzata. «Ma dove vuoi andare? Sei ancora troppo giovane!» «No, padre! Quando ero piccolo, le governanti e le balie mi cullavano e mi hanno detto dove vive la mia fidanzata; e ora voglio andare a trovarla». Il padre lo benedisse e fece sapere in tutto il paese che suo figlio, il principe Ivan, andava in cerca della fidanzata.
Il principe arriva in una città, fece mettere il suo cavallo nella scuderia, e se ne andò a passeggiare per le strade. Mentre cammina, vede sulla piazza un uomo che viene frustato. «Perché» chiede «lo frustate?» «Perché» dicono «si è indebitato con un ricco mercante per diecimila rubli e non glieli ha rimborsati quando doveva; e a chi lo riscatterà, Koščej l’Immortale porterà via la moglie». Pensa che ti ripensa, il principe passò oltre. Passeggiò un po’ per la città, sbucò di nuovo in piazza, e stanno sempre frustando quell’uomo; il principe Ivan ne ebbe compassione e decise di riscattarlo. “Io non ho moglie” pensa “non mi si può portare via nessuno”. Pagò i diecimila e tornò a casa; improvvisamente gli corre dietro proprio quell’uomo che aveva riscattato, e gli grida: «Grazie, principe Ivan! Se non mi avessi riscattato, non avresti mai trovato la tua fidanzata. Ora, invece, ti aiuterò io; comprami in fretta un cavallo e una sella». Il principe gli comprò sia il cavallo che la sella e chiede: «Come ti chiami?». «Mi chiamo Acciaio il prode».
Montarono sui cavalli e si misero in marcia; appena furono giunti nello stato lontanissimo, dice Acciaio il prode: «Allora, principe Ivan, fai comprare e arrostire dei polli, delle anatre e delle oche – che tutto sia in abbondanza! Nel frattempo, io andrò a prendere la tua fidanzata. Ma bada bene: ogni volta che passerò da te, tu taglia a uno qualsiasi dei volatili l’aluccia destra e servila su un piattino». Andò Acciaio il prode direttamente verso l’alta torre dove stava Vasilisa Kirbit’evna; gettò pian pianino un sassolino e ruppe la cima dorata della torre. Corre dal principe Ivan, gli dice: «Che fai, dormi? Dammi il pollo». Quello tagliò l’aluccia destra e la servì su un piattino. Acciaio il prode prese il piattino, corse alla torre e gridò: «Salve, Vasilisa Kirbit’evna! Il principe Ivan ordina di porgervi i suoi omaggi e mi ha chiesto di darvi questo polletto». Quella, spaventata, resta lì senza dire una parola; allora lui risponde al suo posto: «“Salve, Acciaio il prode! Come sta il principe Ivan?” “Grazie a Dio bene!” “E cosa aspetti dunque, Acciaio il prode? Prendi la chiavetta, apri la credenzetta, beviti un bicchierino di acquavite e vai con Dio”.».
Corre Acciaio il prode dal principe Ivan: «Perché te ne stai seduto?» dice. «Dammi l’anatra». Quello tagliò l’aluccia destra, la servì su un piattino. Acciaio prese il piattino e lo portò alla torre: «Salve, Vasilisa Kirbit’evna! Il principe Ivan ordina di porgervi i suoi omaggi e vi manda quest’anatra». Quella resta lì senza dire una parola; allora lui risponde al suo posto: «“Salve, Acciaio il prode! Come sta il principe Ivan?” “Grazie a Dio bene!” “E che cosa aspetti, dunque, Acciaio il prode? Prendi la chiavetta, apri la credenzetta, beviti un bicchierino di acquavite e vai con Dio”.». Corre Acciaio il prode a casa e di nuovo dice al principe Ivan: «Perché te ne stai seduto? Dammi l’oca». Quello tagliò l’aluccia destra, la mise sul piattino e glielo diede. Acciaio il prode lo prese e lo portò alla torre: «Salve, Vasilisa Kirbit’evna! Il principe Ivan ordina di porgervi i suoi omaggi e vi manda quest’oca». Vasilisa Kirbit’evna subito prende la chiave, apre la credenzetta e gli dà un bicchierino di acquavite. Acciaio il prode non piglia il bicchierino, ma afferra la ragazza per la mano destra; la trascinò fuori dalla torre, la mise sul cavallo del principe Ivan e galopparono a spron battuto, i due bravi giovani e la bella fanciulla.
Il mattino dopo si alza-si sveglia lo zar Kirbit, vede che la cima della torre è rotta e la figlia è stata rapita; si adrò molto e ordinò di inseguirli per ogni via e strada. Cavalcarono molto, cavalcarono poco i nostri paladini, Acciaio il prode si sfilò dal dito un anello, lo nascose e dice: «Vai vanti, principe Ivan, mentre io tornerò indietro a cercare il mio anello». Vasilisa Kirbit’evna cominciò a supplicarlo: «Non ci lasciare, Acciaio il prode! Se vuoi ti darò il mio anello». Quello risponde: «Non è proprio possibile, Vasilisa Kirbit’evna! Il mio anello non ha prezzo, me l’ha dato mia madre; quando me lo diede, mi disse: prendi, non te ne separare, tua madre non dimenticare!». Galoppò Acciaio il prode indietro e incontrò per la strada gli inseguitori; li uccise tutti in un istante, ne lasciò vivo uno solo, che potesse riferire allo zar, poi si affrettò a raggiungere il principe Ivan. Cavalcarono molto, cavalcarono poco, Acciaio il prode nascose il suo fazzoletto e dice: «Ah, principe Ivan, ho perso il mio fazzoletto; andate avanti voi, io vi raggiungerò presto». Tornò indietro, fece alcune verste e incontò gli inseguitori, due volte più numerosi dei precedenti, li uccise tutti e tornò dal principe Ivan. Quello chiede: «Hai trovato il fazzoletto?». «L’ho trovato».
Li sorprese la notte scura, alzarono una tenda e Acciaio il prode si mise a dormire; lasciò il principe Ivan di guardia e gli dice: «Qalsiasi cosa succeda, svegliami!». Quello rimase in piedi di guardia a lungo, si stancò, iniziò a prenderlo il sonno, si sedette accanto alla tenda e si addormentò. Da non si sa dove saltò fuori Koščej l’Immortale e si portò via Vasilisa Kirbit’evna. All’alba si destò il principe Ivan; vede che non ha più la fidanzata, e si mise a piangere amaramente. Si sveglia anche Acciaio il prode, gli chiede: «Perché piangi?». «E come non piangre? Qualcuno ha portato via Vasilisa Kirbit’evna». «Te lavevo detto di fare la guardia! È stato Koščej l’mmortale; andiamo a cercarlo».
Cammina cammina, vedono due pastori pascolare un gregge. «Di chi è questo gregge?» I pastori rispondono: «Di Koščej l’Immortale». Acciaio il prode e il principe Ivan chiesero ancora ai pastori se Koščej abitasse lontano, come arrivarci, quando sarebbero tornati col gregge a acasa e dove lo avrebbero chiuso. Poi scesero da cavallo, ruppero la testa ai pastori, misero i loro vestiti e condussero il gregge a casa; arrivati lì, si fermarono davanti al portone.
Il principe Ivan portava un anello d’oro — gliel’aveva regalato Vasilisa Kirbit’evna; Vasilisa Kirbit’evna, invece, aveva una capra: con il latte di quella capra si lavava mattina e sera. Arrivò di corsa una ragazza con una tazza, munse la capra e porta il latte; Acciaio il prode prese al principe l’anello e lo gettò nella tazza. «Ehi, piccioncini» dice la ragazza «non fate i furbetti!» Arriva da Vasilisa Kirbit’evna e si lamenta: «Ora i pastori si prendono gioco di noi, hanno gettato nel latte un anello!». Qulla risponde: «Lasciami il latte, lo filtrerò io stessa». Cominciò a filtrare, vide il suo anello e ordinò di far venire i pastori. I pastori arrivarono. «Salve, Vasilisa Kirbit’evna!», dice Acciaio il prode. «Salve, Acciaio il prode! Salve, principe! Come siete arrivati fin qua?» «Siamo venuti a prendervi, Vasilisa Kirbit’evna; non vi potete nascondere ai nostri occhi; se anche foste sul fondo del mare, anche allora vi troveremmo!» Lei li fece sedere a tavola, diede loro da mangiare e da bere cibi e vini diversi. Le dice Acciaio il prode: «Quando Koščej tornerà dalla caccia, chiedtegli, Vasilisa Kirbit’evna, dove sta la sua morte. E ora è meglio s ci nascondiamo».
Gli ospiti ebbero appena il tempo di nascondersi che torna dalla caccia Koščej l’Immortale. «Puh-puah!» dice. «Prima di russi non se ne vedevano e non se ne sentivano, ora invece se ne sente la puzza fin dalla terrazza». Gli risponde Vasilisa Kirbit’evna: «Hai sorvolato la Russia tanto a lungo che te ne è rimasto l’odore nelle narici e ora lo senti anche qui». Koščej pranzò e si mise a riposar; gli si avvicinò Vasilisa Kirbit’evna, gli si gettò al collo, lo coccolò-lo baciò e poi disse: «Tesoro mio caro! Non ce la facevo più ad aspettarti; non speravo più di vederti tra i vivi, pensavo che delle bestie feroci ti avessero mangiato!». Koščej si mise a ridere: «Che sciocca che sei! Capelli lunghi e cervello corto; davvero credi che mi possano mangiare le bestie feroci?». «E dov’è allora la tua morte?» «La mia morte è in una scopa, ciondola vicino alla soglia».
Appena Koščej fu colato via, Vasilisa Kirnit’evna corse dal principe Ivan. Le chiede Acciaio il prode: «Allora, dov’è la morte di Koščej?». «Sta vicino alla soglia in una scopa». «No, ti ha mentito apposta! Bisogna interrogarlo con più astuzia». Vasilisa Kirbit’evna subito ebbe un’idea: prese la scopa, la dorò, la adornò con diversi nastri e la mise sul tavolo. Ecco che tornò Koščej l’Immortale, vide sul tavolo la scopa dorata e chiese perché. «Non era proprio possibile» rispose Vasilisa Birbit’evna «che la tua morte ciondolasse accanto alla soglia; è meglio che stia sul tavolo!» «Ah-ah-ah! sciocca che sei! Capelli lunghi e cervello corto; davvero pensavi che fosse qui la mia morte?» «E dov’è allora?» «La mia morte è nascosta in un caprone». Vasilisa Kirbit’evna, non appena Koščej se ne fu andato, prese il caprone, lo adornò di nastrini e sonaglini e gli dorò le corna. Koščej lo vide, di nuovo si mise a ridere: «Eh, sciocca che sei! Capelli lunghi e cervello corto; la mia morte è molto lontana: nel mare nell’oceano c’è un’isola, su quell’isola c’è una quercia, sotto la quercia è nascosto un baule, nel baule c’è una lepre, nella lepre c’è un’anatra, nell’anatra un uovo, e nell’uovo c’è la mia morte!». Così disse e volò via. Vasilisa Kirnit’evna riferì il tutto a Acciaio il prode e al principe Ivan; quelli presero con loro delle provviste e partirono alla ricerca della morte di Koščej.
Cammina cammina, finirono le provviste e cominciarono a soffrire la fame. Incontrano una cagna con i suoi cuccioli. «Bisogna che la uccida» dice Acciaio il prode «non abbiamo più niente da mangiare». «Non mi uccidere» prega la cagna «non fare che i miei piccoli rimangano orfani; vedrai che ti sarò utile!» «Allora, Dio sia con te!» Vanno avanti: su una quercia c’è un’aquila con gli aquilotti. Dice Acciaio il prode: «Bisogna che uccida l’aquila». Risponde l’aquila: «Non mi uccidere, non fare che i miei piccoli rimangano orfani, vedrai che ti sarò utile!». «Esia, statti bene!» Arrivano al vasto oceano-mare; sulla riva si trascina un granchio. Dice Acciaio il prode: «Bisogna che lo schiacci!». Risponde il granchio: «Non mi uccidere, bravo giovane! Non ho tanta carne addosso, se mi mangi, non ti sazierai di certo. Arriverà il momento in cui ti sarò utile!». «Allora, trascinati con Dio!», disse Acciaio il prode; guardò verso l’acqua, vide un pescatore su una barca e gridò: «Accostati!». Il pescatore portò a riva la barca; il principe Ivan e acciaio il prode ci salirono e andarono sull’isola; arrivati sull’isola, andarono alla quercia.
Acciaio il prode afferrò la quercia con le mani possenti, e la sradicò; dissotterrò da sotto la quercia il baule, lo aprì: dal baule saltò fuori una lepre e corse via a perdifiato. «Ah» disse il principe Ivan «se ci fosse qui ora la cagna, acchiapperebbe la lepre!» Ed ecco che la cagna già sta trascinando la lepre. Acciaio il prode la prese, le aprì la pancia: dalla lepre volò via un’anatra e si alzò alta nel cielo. «Ah» disse il principe Ivan «se ci fosse qui ora l’aquila, acchiapperebbe l’anatra!» E l’aquila già sta riportando l’anatra. Acciaio il prode aprì la pancia all’anatra: dall’anatra uscì un uovo e rotolò in mare. «Ah» disse il principe «se il granchio riuscisse a prenderlo!» E il granchio è già lì che trascina l’uovo. Quelli presero l’uovo, arrivarono da Koščej l’Immortale, lo colpirono in fronte con l’uovo: lui subito cadde e morì. Prese il principe Ivan Vasilisa Kirbit’evna e si misero in cammino.
Cammina cammina, li sorprese la notte scura; alzarono la tenda, Vasilisa Kirbit’evna si mise a dormire. Dice Acciaio il prode: «Vai a dormire anche tu, principe; io starò di guardia». A notte fonda arrivarono dodici colombe, si toccarono ala con ala e si cambiarono in dodici fanciulle: «Allora, Acciaio il prode e principe Ivan, avete ucciso nostro fratello Koščej l’Immortale, avete portato via la nostra cognatina Vasilisa Kirbit’evna; questo vi porterà male: quando il principe Ivan arriverà a casa, ordinerà che gli portino il suo cagnetto favorito; quello scapperà al custode e farà il principe a pezzettini: e se chi l’ha sentito glielo riferirà, allora diventerà di pietra fino alle ginocchia!». Il mattino dopo Acciaio il prode svegliò il principe e Vasilisa Kirbit’evna, si equipaggiarono e si misero in marcia.
Li sorprese la seconda notte, alzarono la tenda in aperta campagna. Di nuovo dice Acciaio il prode: «Vai a dormire, principe Ivan, io resterò di guardia». A notte fonda arrivarono le dodici colombe, si toccarono ala con ala e si cambiarono in dodici fanciulle: «Allora, Acciaio il prode e principe Ivan, avete ucciso nostro fratello Koščej l’Immortale, avete portato via la nostra cognatina Vasilisa Kirbit’evna; questo vi porterà male: quando il principe Ivan arriverà a casa, ordinerà che gli portino il suo cavallo favorito, sul quale fin da quando è bambino è solito cavalcare; il cavallo scapperà allo stalliere e ucciderà il principe. E se chi l’ha sentito glielo riferirà, allora diventerà di pietra fino alla vita!». Si fece mattino, di nuovo si misero in marcia.
Li sorprese la terza notte: alzarono la tenda e si fermarono in aperta campagna per passare la notte. Dice Acciaio il prode: «Vai a dormire, principe Ivan, io resterò a fare la guardia». Di nuovo a notte fonda arrivarono le dodici colombe, si toccarono ala con ala e si cambiarono in dodici fanciulle: «Allora, Acciaio il prode e principe Ivan, avete ucciso nostro fratello Koščej l’Immortale, avete portato via la nostra cognatina Vasilisa Kirbit’evna, ma questo vi porterà male: quando il principe Ivan arriverà a casa, ordinerà che gli portino la sua vacca favorita, con il cui latte si è nutrito fin da quando era bambino; quella scapperà al bovaro e ucciderà il principe con una cornata. E se chi ci ha viste e sentite glielo dirà, diventerà di pietra dalla testa ai piedi». Così dissero, si trasformarono in colombelle e volarono via.
Il mattino dopo si svegliò il principe Ivan con Vasilisa Kirbit’evna e si misero in cammino. Arrivò il principe a casa, sposò Vasilisa Kirbit’evna e, dopo un giorno o due, le dice: «Vuoi che ti faccia vedere il mio cagnetto preferito? Quando ero piccolo, giocavo sempre con lui». Acciaio il prode prese la sua sciabola, la affilò per bene e si mise sulle scale. Ecco che conducono il cagnetto; quello scappò al custode: corre direttamente sulla scala, Acciaio il prode lo colpì con la sciabola e lo tagliò in due. Il principe Ivan si adirò molto con lui, ma per il servizio resogli non fiatò, non una parola pronunciò. Il giorno dopo, ordinò che gli portassero il suo cavallo preferito; il cavallo ruppe il laccio, scappò allo stalliere e si avventa direttamente sul principe. Acciaio il prode tagliò al cavallo la testa. Il principe Ivan si adirò ancora di più, ordinò che lo afferrassero e lo impiccassero, ma Vasilisa Kirbit’evna riuscì a dissuaderlo: «Se non ci fosse stato lui» dice «tu non mi avresti mai avuta!». Il terzo giorno ordinò il principe Ivan di portare la sua vacca preferita; quella scappò al bovaro e corre direttamente verso il principe. Acciaio il prode tagliò anche a quella la testa.
Allora il principe Ivan si arrabbiò a tal punto che non volle sentir ragioni; ordinò di chiamare il boia e di giustiziare immediatamente Acciaio il prode.
«Ah, principe Ivan! Poiché mi vuoi far giustiziare, allora preferisco uccidermi con le mie mani. Permettimi solo di dirti tre cose…» Raccontò Acciaio il prode della prima notte, di come in aperta campagna fossero arrivate le dodici colombe e di quel che gli avevano detto: e subito divenne di pietra fino alle ginocchia; raccontò della seconda notte: e divenne di pietra fino alla vita. Allora il principe Ivan iniziò a pregarlo di non raccontare fino alla fine. Risponde Acciaio il prode: «Ora è uguale, sono diventato di pietra per metà, così non vale più la pena di vivere!». Raccontò della terza notte e divenne di pietra dalla testa ai piedi. Il principe Ivan lo fece mettere in una sala a parte e ogni giorno ci andava con Vasilisa Kirbit’evna e piangeva lacrime amare.
Passarono molti anni; una volta che il principe Ivan sta piangendo sulla statua di Acciaio il prode, sente uscire dalla pietra una voce: «Perché piangi? Soffro già abbastnza!». «E come non piangere? Sono stato io la tua rovina». «Se vuoi, puoi salvarmi: tu hai due figli, un maschietto e una bambina: sgozzali, raccogli il loro sangue e con quel sangue spalma la pietra». Il principe Ivan raccontò di questo a Vasilisa Kirbit’evna; si afflissero, si amareggiarono, ma poi decisero di sgozzare i proprio figli. Li sgozzarono, raccolsero il loro sangue e appena lo ebbero spalmato sulla pietra, subito Acciaio il prode riprese vita. Chiede al principe e a sua moglie: «Vi rincresce molto per i vostri bambini?». «Molto, Acciaio il prode!» «Allora andiamo nella loro cameretta». Arrivarono e cosa videro? I figli erano vivi! Il padre e la madre furono talmente contenti che per la gioia diedero un banchetto giocondo per tutto il mondo. A quel banchetto sono stato, ho bevuto del moscato, nella bocca non è arrivato, ma mi son ubriacato e saziato.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Ma come ho fatto??!

 

Dopo circa un anno, sono andata a sentire amici sunoare dal vivo.
Il clima è rimasto lo stesso, accogliente e familiare, le facce invece sono cambiate molto, un sacco di gente nuova, perfino nella band stessa, dove su quattro componenti, due sono “new entry”.

Nel marasma di gente, uno scroscio di pioggia improvviso fa sì che, rifugiatami con l’AnarcoSocio sotto un maxi ombrellone, io mi ritrovi seduta accanto a una signora che, a intuito, sembra sia la mamma di un componente della band.
Dopo qualche scambio di battute molto circostanziale, faccio la sfacciata e chiedo: centro! È la mamma di M., il cantante.
Le chiacchiere continuano e resto incantata nel sentire come questa signora parli del figlio, con positivo stupore per le doti musicali emerse negli anni, che lei non si spiega ma apprezza, prima e convintissima sostenitrice di quello che il figlio fa e dell’obiettivo a cui aspira.
Salutiamo la signora-mamma-del-cantante e torniamo nella mischia.

Solo più tardi, a giornata ormai finita, il pensiero torna a quella conversazione e afferro il nocciolo della questione, quello che ha riportato la mia mente a quella manciata di minuti: l’ammirazione di una mamma per suo figlio.

Non importa che abbia imboccato una direzione inaspettata, che si sia rivelato una persona fuori dagli “schemi” famigliari, che in qualche modo adatti la sua vita quotidiana in modo da renderla funzionale ai suoi sogni, e non viceversa, che giorno dopo giorno diventi un uomo diverso da quello che si sarebbe aspettata: nulla di tutto questo importa, lei è orgogliosa di lui.

Con uno scatto improvviso la memoria si tuffa nei ricordi.
Siamo a gennaio del 2010 ed è ufficiale: mi hanno pubblicata.
Una piccola casa editrice indipendente di Roma ha selezionato un mio racconto e l’ha inserito in un’antologia a tema riservata agli emergenti.
In un picco di esaltazione mi viene la “brillante” idea di dirlo ad AnarcoMater e AnarcoPater. Come prevedibile mi chiedono di leggere il racconto in questione e io, prontissima, gliene stampo una copia.
Silenzio.
Ho ritrovato i fogli sulla scrivania e ancora oggi, dopo sei anni e mezzo, non ho idea di cosa abbia suscitato in loro quel racconto.

Questo atteggiamento è rimasto immutato negli anni, mi verrebbe da definirlo biasimo, ma non sono sicura che sia la parola giusta.
La mia passione per la scrittura, la fotografia, la musica, l’arte è sempre stata vista come un costante avere la testa “fra le nuvole”, un ostinato astenermi dal pensare alle cose serie e concrete della vita, così, da sempre, io sono la “stramba” di famiglia, quella imprevedibile e incomprensibile.

Aver sbattuto la faccia contro un modo diverso di gestire la “stramberia” di un figlio che intraprende una strada diversa da quella che la famiglia si sarebbe immaginata per lui, mi ha riportato a riflettere su quanto l’atteggiamento di chi mi circonda, la famiglia ma non solo, abbia finito per influenzarmi, spingendomi a marciare un po’ più spesso fra i plotoni degli omologati, fino a declassare la scrittura da “fervida passione” a “banale passattempo”.

Dopo anni di buio, gli occhi mi si sono aperti di colpo e, per citare la band, mi sono ritrovata a chiedermi “Ma come ho fatto a perdere la mia verità?”.

Come ho potuto permettere che questo accadesse?

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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La figlia e la figliastra.

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Un contadino vedovo e con una figlia si era risposato con una donna anch’ella vedova e con una figlia: ognuno di loro quindi aveva una figlia adottiva. La matrigna era odiosa; na dà mai pac al vecchio: «Porta tua figlia nel bosco e sistemale in una grotta! Là potrà filare di più». Che fare! Il contadino diede ascolto alla donna, portò la figlia in una grotta, le diede un acciarino, una selce, un’esca da fuoco e un sacchetto di semolino, e dice: «Eccoti del fuoco; il fuoco non trascurare, la polenta ti puoi cucinare, siediti solo per filare, la capanna vedi di serrare».
Arrivò la notte. La ragazza accese la stufetta, si preparò della polenta; da non si sa dove sbucò un topino e dice: «Bella fanciulla, dammi un cucchiaino di polenta». «Oh, mio topino! Allevia la mia noia; e allora ti darò non un solo cucchiaino di polenta, ma ti nutrirò a sazietà». Il topolino, rifocillato, se ne andò. Durante la notte fece irruzione un orso. «Allora, ‘gnorina» dice «spegni il fuoco, giochiamo a mosca cieca».
Il topolino saltò sulla spalla della ragazza e le bisbiglia all’orecchio: «Non temere, fanciulla! Di’: d’accordo! Poi spegni il fuoco e nasconditi sotto la stufa, mentre io correrò di qua e di là e suonerò un campanellino». Così fu. Corre l’orso dietro il topolino, ma non lo prende; iniziò ad arrabbiarsi e a lanciare dei ceppi; lanciava, lanciava, ma invano, si stancò e disse: «Sei una campionessa, ‘gnorina, a mosca cieca! Come ricompensa ti manderò domani mattina una mandria di cavalli e un carro di beni.».
Il mattino dopo la moglie dice: «Vai, vecchio, fai un salto dalla tua bambina a vedere se stanotte ha filato molta lana». Partì il vecchio, mentre la donna si siede e aspetta; quello avrebbe riportato di certo solo le ossa della figliastra! Ma ecco un cagnolino: «Arf-arf-arf! La ragazza arriva col vecchio, guida una mandria di cavalli, conduce un carro di beni». «Menti, pettegolo! Sono le ossa in una cassa che risuonano e rimbombano». Il portone scricchiolò, i cavalli corsero dentro il cortile, mentre la ragazza col padre siede sul carro: il carro era pieno di beni! Alla donna fiammeggiavano gli occhi dalla smania. «Non è un granché!» grida. «Portaci mia figlia nel bosco per la notte; mia figlia guiderà due mandrie di cavalli, condurrà a casa due carri di beni».
Condusse il vecchio anche la figlia della donna nella grotta e ugualmente la equipaggiò di cibo e luce. Verso sera si mise a cucinare della polenta. Saltò fuori il topolino e chiede da mangiare qualcosa a ataska. Ma Nataska grida: «Vattene, mi fai schifo!», e gli tirò dietro un cucchiaio. Il topolino corse via; Nataska, intanto, si spolvera da sola tutta la polenta; spense il fuoco e si mise a fare un sonnellino in un angolo.
Arrivò la mezzanotte, fece irruzione l’orso, e dice: «Ehi, dove sei, ‘gnorina? Su, giochiamo a mosca cieca». La ragazza tace, ma batte i denti dalla paura. «Ah, eccoti! Tieni il campanello, corri, io ti acchiapperò». Prese il campanello, la mano le tremava, il campanello senza sosta suonava, mentre il topolino diceva: «La fanciulla cattiva non potrà restare viva!».
Il mattino dopo la donna spedisce il vecchio nel bosco: «Vai! Mia figlia condurrà due carri, guiderà due mandrie». Il contadino partì, mentre le donna aspettava dietro il portone. Ma ecco il cagnolino: «Arf-arf-arf! Torna la figlia della padrona, la cassa con le ossa risuona, mentre col vecchio sul carro non c’è altra persona». «Tu menti, botolo! Mia figlia guida le mandrie e conduce i carri». Guarda: il vecchio sul portone dà alla moglie una cassa; la donna aprì la cassetta, guardò gli ossetti e cominciò a gridare, e si infuriò talmente che il giorno dopo morì per il dolore e la rabbia; il vecchio, invece, visse felice e contento con la figlia, cui trovò un marito che beata chi se lo piglia!

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Perversi Parallelismi.

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Trovo doveroso iniziare questo post con una premessa.
Le elucubrazioni mentali che seguono non si permettono in alcun modo di paragonare in modo serio la situazione descritta a quanto letto nell’autobiografia di Rudolf Höss.

Detto questo…

Innanzi tutto due parole sul libro.
Può sembrare bizzarro che Primo Levi abbia scritto la prefazione per l’autobiografia di uno dei personaggi più noti del genocidio nazista, ma non è così: leggendola appare subito chiaro che nessun altro avrebbe potuto scrivere una prefazione migliore a questa fondamentale testimonianza storica.

Di seguito ne cito giusto uno stralcio:

 

Di solito, chi accetta di scrivere la prefazione di un libro lo fa perché il libro gli sembra bello: gradevole da leggersi, di nobile livello letterario, tale da suscitare simpatia o almeno ammirazione per chi lo ha scritto. Questo libro sta all’estremo opposto. È pieno di nefandezze raccontate con una ottusità burocratica che sconvolge; la sua lettura opprime, il suo livello letterario è scadente, ed il suo autore, a dispetto dei suoi sforzi di difesa, appare qual è, un furfante stupido, verboso, rozzo, pieno di boria, ed a tratti palesemente mendace. Eppure questa autobiografia del Comandante di Auschwitz è uno dei libri più istruttivi che mai siano stati pubblicati, perché descrive con precisione un itinerario umano che è, a suo modo, esemplare: in un clima diverso da quello in cui gli è toccato di crescere, secondo ogni previsione Rudolf Höss sarebbe diventato un grigio funzionario qualunque, ligio alla disciplina ed amante dell’ordine: tutt’al più un carrierista dalle ambizioni moderate. Invece, passo dopo passo, si è trasformato in uno dei maggiori criminali della storia umana.
A noi superstiti dei Lager nazionalsocialisti viene spesso rivolta, specialmente dai giovani, una domanda sintomatica: com’erano, chi erano «quelli dall’altra parte»? Possibile che fossero tutti dei malvagi, che nei loro occhi non si leggesse mai una luce umana? A questa domanda il libro risponde in modo esauriente: mostra con quale facilità il bene possa cedere al male, esserne assediato e infine sommerso, e sopravvivere in piccole isole grottesche: un’ordinata vita famigliare, l’amore per la natura, un moralismo vittoriano. Appunto perché il suo autore è un incolto, non lo si può sospettare di una colossale e sapiente falsificazione della storia: non ne sarebbe stato capace. Nelle sue pagine affiorano bensì ritorni meccanici alla retorica nazista, bugie piccole e grosse, sforzi di autogiustificazione, tentativi di abbellimento, ma sono talmente ingenui e trasparenti che anche il lettore più sprovveduto non ha difficoltà ad identificarli: spiccano sul tessuto del racconto come mosche nel latte.
Il libro è insomma un’autobiografia sostanzialmente veridica, ed è l’autobiografia di un uomo che non era un mostro né lo è diventato, neppure al culmine della sua carriera, quando per suo ordine si uccidevano ad Auschwitz migliaia di innocenti al giorno. Intendo dire che gli si può credere quando afferma di non aver mai goduto nell’infliggere dolore e nell’uccidere: non è stato un sadico, non ha nulla di satanico (qualche cosa di satanico si cglie invece nel ritratto che egli traccia di Eichmann, suo pari grado ed amico: ma Eichmann era molto più intelligente di Höss, e si ha l’impressione che Höss abbia prese per buone certe vanterie di Eichmann che non reggono ad un’analisi seria ). È stato uno dei massimi criminali mai esistiti, ma non era fatto di una sostanza diversa da quella di qualsiasi altro borghese di qualsiasi altro paese; la sua colpa, non scritta nel suo patrimonio genetico né nel suo esser nato tedesco, sta tutto nel non aver saputo resistere alla pressione che un ambiente violento aveva esercitato su di lui, già prima della salita di Hitler al potere.

 

Dal libro emerge come Rudolf Höss altro non fosse che un inetto, incapace di pensare con la propria testa e per questo dedito al cieco adempimento di qualunque ordine ricevesse da un’autorità superiore.
Difficile, se non impossibile, comprendere come un essere umano possa essere tanto insignificante. Tremendo, ma invece comprensibilissimo, il fatto che proprio nelle mani di un individuo simile sia stato riposto il comando del più tristemente famoso campo di concentramento nazista: Auschwitz.
La sua ottusa obbedienza, perfino a fronte di incarichi di cui non condivideva obiettivi e mezzi, ne ha fatto il sottoposto perfetto, un ecellente burattino animato dalle abili quanto crudeli dita di Hitler e dei suoi fedelissimi.

Proprio di questi giorni è il “caso-scandalo” del quotidiano che ha proposto, come allegato gratuito, il Mein Kampf di Adolf Hitler.
Io, ad esempio, non ho problemi a dire di averlo acquistato.
Capisco lo sdegno dei più, ma non sono del tutto contraria alla posizione di chi, sostenendo la propria scelta, l’ha motivata dicendo che si debbano conoscere a fondo le origini di certi fenomeni per evitare che si ripetano, soprattutto alla luce dell’attuale clima di posizioni estreme e di terrore generale che si sta diffondendo a livello globale.

 

Dopo questa riflessione, ragionata e sentita, allenterei un attimo la tensione passando all’immagine cretina che si è formata nella mia mente dopo aver letto questo libro.
Ribadendo che il pragaone non si permette in alcun modo di ritenersi serio, sono giunta alla conclusione che, partendo dall’ottica perversa di Höss, il mio ufficio ha un che del campo di concentramento.

C’è un vecchio pazzo a capo di tutto.
Intorno al vecchio pazzo una cerchia di “eletti e fidatissimi” che, in buona parte, sono affetti dalla stessa follia in modo ormai irreversibile.
Seguono coloro che “eseguono gli ordini”, indipendentemente dal fatto che li condividano o meno, un po’ come Höss, per pura devozione al vecchio pazzo o, per come la vedo io, per il quieto vivere dato dall’evitare lo scontro con lui.
Chiudono la fila quelli a cui non resta altra alternativa che obbedire agli ordini dei superiori quieto-viventi, sempre sostenuti dalla speranza, un giorno, di trovare la via per la libertà al di fuori del “campo”.

Come già detto, sono consapevole che il paragone non abbia possibilità alcuna di “stare in piedi”, sarebbe una pretesa eccessiva che l’avesse.
La mia intenzione, però, è quella di focalizzare l’attenzione su quanto dannose siano, ancora oggi, persone come Höss. Persone “mediocri”, per usare il termine scelto da Moravia nell’articolo che si trova a commento del libro, persone anonime che si adagiano nelle scelte che altri, più carismatici, fanno per loro. Con questo non voglio dire che le gerarchie non esistano o non contino, e nemmeno che non vadano rispettate, ma un conto è non sconfinare dal proprio ruolo, ben altro è annichilirsi al punto di rinunciare a ciò che si è e a ciò che si pensa.

Gli inetti di Levi, gli ignavi di Dante, i mediocri di Moravia: queste sono le persone da cui germoglia la frustrazione dei disadattati, di coloro che, pur aperti al confronto in nome della crescita, a rinunciare a se stessi non ci pensano proprio, e cadono in una passività obbligata, dettata dall’istinto di soprevvivenza, unica alternativa all’omologazione quando l’insurrenzione non è attuabile.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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La volpe, la lepre e il gallo.

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C’erano una volta una volpe e una lepre. La volpe aveva una casetta di ghiaccio, la lepre invece di scorza di tiglio; venne la dolce primavera: la casetta della volpe si sciolse, quella della lepre no. La volpe chiese ospitalità alla lepre e dopo poco tempo la costrinse ad andarsene. Va la lepre per la strada e piange; incontra dei cani: «Arf, arf, arf! Perché piangi, lepre?». E quella risponde: «Lasciatemi stare, cani! E come non piangere? Avevo una bella casetta fatta di scorza di tiglio, mentre quella della volpe era di ghiaccio; mi ha chiesto ospitalità e poi mi ha buttata fuori». «Non piangere, lepre!» dicono i cani. «Noi la cacceremo». «No, non ci riuscirete!» «Sì che ci riusciremo!» Si avvicinarono alla casetta: «Arf, arf, arf! Vieni fuori, volpe!». E quella dalla stufa:«Se scendo, se salto giù, troveranno brandelli di voi in ogni angolo!». I cani si spaventarono e scapparono.
La lepre continua a camminare e a piangere. Incontra un orso: «Perché piangi, lepre?». E quella risponde: «Lasciami stare, orso! E come non piangere? Avevo una bella casetta fatta di scorza di tiglio, mentre quella della volpe era di ghiaccio; mi ha chiesto ospitalità e poi mi ha buttata fuori». «Non piangere, lepre!» dice l’orso. «Io la caccerò». «No, non ci riuscirai! I cani hanno tentato, ma non l’hanno cacciata e anche tu non la caccerai». «Sì che ci riuscirò!» Andarono a cacciarla: «Vieni fuori, volpe!». E quella dalla stufa: «Se scendo, se salto giù, troveranno brandelli di te in ogni angolo!». L’orso si spaventò e scappò via.
La lepre continua a camminare e a piangere; incontra un toro: «Perché piangi, lepre?». «Lasciami stare, toro! E come non piangere? Avevo una bella casetta fatta di scorza di tiglio, mentre quella della volpe era di ghiaccio; mi ha chiesto ospitalità e poi mi ha buttato fuori». «Andiamo da lei e la caccerò!» «No, toro, non ci riuscirai! I cani hanno tentato, ma non l’hanno cacciata, l’orso ha tentato, ma non l’ha cacciata e anche tu non la caccerai». «Sì che ci riuscirò». Si avvicinarono alla casetta: «Vieni fuori, volpe!». E quella dalla stufa: «Se scendo, se salto giù, troveranno brandelli di te in ogni angolo!». Il toro si spaventò e scappò.
La lepre continua a camminare e a piangere: incontra un galletto con una falce: «Chicchirichì! Perché piangi, lepre?». «Lasciami stare, galletto! E come non piangere? Avevo una bella casetta fatta di scorza di tiglio, mentre quella della volpe era di ghiaccio; mi ha chiesto ospitalità e poi mi ha buttata fuori». «Andiamo da lei e la caccerò». «No, non ci riuscirai! I cani hanno tentato, ma non l’hanno cacciata, l’orso ha tentato, ma non l’ha cacciata, il toro ha tentato, ma non l’ha cacciata e anche tu non la caccerai». «Sì che ci riuscirò!» Si avicinarono alla casetta. «Chicchirichì! Ho una falce tagliente sulle spalle, alla volpe non lascerò neanche la pelle! Vieni fuori, volpe!» Quella, che aveva sentito, si spaventò e dice: «Mi metto qualcosa addosso…». Il galletto di nuovo: «Chicchirichì! Ho una falce tagliente sulle spalle, alla volpe non lascerò neanche la pelle! Vieni fuori, volpe!». E quella risponde: «Mi metto la pelliccia». Il galletto per la terza volta: «Chicchirichì! Ho una falce tagliente sulle spalle, alla volpe non lascerò che la pelle! Vieni fuori, volpe!». La volpe corse fuori; il galletto la uccise con la falce e da allora vive d’amore e d’accordo con la lepre.
Eccoti un racconto che non è brutto e a me un barattolo di strutto.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Storie di morti. #3

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Un soldato chiese una licenza per visitare il suo paese, vedere i genitori, e si mise in viaggio. Camminò un giorno, camminò un secondo giorno, al terzo si ritrovò in un fitto bosco. Dove trovare lì un posto per passre la notte? Vide che ai margii del bosco c’erano due izbe, entrò in quella più esterna e trovò in casa una vecchietta. «Salve, nonna!» «Salve, militare!» «Lasciami passare la notte qui». «Va’, qui ti troveresti male». «Perché? State forse stretti? Questo, nonna, non mi interessa; un soldato ha bisogno di poco posto: mi butterò da qualche parte in un angolo, basta che non sia fuori!» «Non è questo, caro militare! Per disgrazia sei capitato…» «Per quale disgrazia?» «Ecco: nell’izbà vicina è morto non da molto un vecchio, un potente stregone; e ora ogni notte si aggira nelle case altrui e mangia la gente». «Eh, nonna, non si muove foglia che Dio non voglia».
Il soldato si svestì, cenò e si stese su un tavolaccio; si stese per riposare, ma accanto a sé mise la sua spada. A mezzanotte in punto si ruppero tutti i catenacci e si aprirono tutte le porte; entra nell’izbà il defunto con un lenzuolo bianco addosso e si gettò sulla vecchia. «Perché sei venuto, maledetto?», gli gridò il soldato. Lo stregone mollò la vecchia, satò sul tavolaccio e giù a darsi da fare col soldato. Quello lo colpì con la spada, lo colpì, gli staccò tutte le dita delle mani, ma non riuscì lo stesso ad avere la meglio. Aspramente lottarono, e ambedue dal tavolaccio per terra ruzzolarono: lo stregone cadde sotto e il soldato sopra; lo afferrò il soldato per la barba e continuò a colpirlo con la spada finché i galli non cominciarono a cantare. In quell’attimo lo stregone cadde morto: sta disteso, non si muove, proprio un pezzo di legno.
Il soldato lo trascinò fuori in cortile e lo gettò nel pozzo, la testa in giù e i piedi in aria. Guarda: lo stregone ha ai piedi dei begli stivali nuovi, ben inchiodati, ben incatramati! “Eh, peccato, si perderanno invano” pensa il soldato “su, togliamoglieli!&rdquo Tolse al morto gli stivali e rientrò nell’izbà. «Ah, carissimo militare» dice la vecchietta «perché gli ha tolto gli stivali?» «E perché lasciarglieli? Guarda che bel paio di stivali! Chiunque me ne darà un rublo d’argento; io sono un uomo di campagna, mi piacciono molto!»
Il giorno dopo, il soldato salutò la padrona e proseguì; ma da quel giorno, ovunque si fermasse a dormire, a mezzanotte in punto appariva sotto la finestra lo stregone e richiedeva i suoi stivali. «Io» minaccia «non mi staccherò mai da te: farò tutta la strada insieme a te; in patria non ti darò pace, in caserma ti tormenterò!» Il soldato non ce la fece più: «Ma che vuoi, maledetto?». «Dammi i miei stivali!» Il soldato gettò gli stivali dlla finestra: «To’, staccamiti di dosso, forza impura!». Lo stregone afferrò i suoi stivali, fischiò e scomparve alla vista.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Nerissimo.

 

Domenica 8 Maggio 2016. Ore 23:50.

Le mani scorticate per il troppo applaudire.

Di colpo risvegliarmi nel profondo dello stomaco, riscoprire i segreti sepolti nei doppi fondi delle viscere.

Il passato che torna per finire di scuoiarmi, esposte le membra mi divora, a morsi, vomitando parole nuove dal significato antico.

Dopo anni ritrovarmi a imbrattare pagine e pagine in piena notte, assediata da un sonno feroce, ma del tutto incapace di dormire.

Non è così che sarebbero dovute andare le cose.
Ero convinta che sarebbe stato un libro a darmi lo scossone decisivo.
Le parole c’entrano, ma non si è trattato di parole scritte: a rivoltarmi l’anima sono state le parole cantate dalla carismatica voce di Blixa Bargeld, sulle ipnotiche sonorità di Teho Teardo.

Una catartica fusione di tedesco, italiano e inglese, in un lampo la visione di sogni frantumati e spazzati via da venti furibondi.

Le parole di Blixa.
Un pugno in piena faccia.
Quelle parole che ormai da mesi continuavano a sfuggirmi.
Quelle parole che guardandomi, beffarde, si prendevano gioco di me da settimane.
Quelle parole che, di colpo, mi sono piovute addosso da un amplificatore.

 

Mi sono permessa di “parafrasarle” appena, solo per adattarle al mio contesto “artistico”, se così lo si può definire:

 

C’è tanto nero nel mio repertorio
Molte ombre nel mio arsenale
Così scrivo quello che scrivo meglio
scrivo ciò che scrivo meglio
Nero
Uso tutto il nero
Nerissimo
Fino a quando arriveremo dall’altra parte
E non c’è più
Non c’è più buio

 
 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Storie di morti. #2

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Mandarono un soldato in licenza al suo paese; cammina cammina, passò un giorno o più, iniziò ad avvicinarsi al suo villaggio. Non lontano dal villaggio viveva un mugnaio al mulino; in altri tempi si erano frequentati molto; perché non fare un salto dall’amico? Andò; il mugnaio lo accolse affabilmente, portò subito del vinello, presero a sbevazzare, la propria vita a raccontare. La cosa avveniva verso sera, e finché i due chiacchierarono insieme si fece buio completamente. Il soldato si prepara per andare al villaggio, ma il padrone dice: «Militare, passa la notte da me; ormai è già tardi e ti potrebbe succedere qualche disgrazia!». «Come?» «Dio ci ha castigato! È morto il nostro vecchio stregone; ogni notte si alza dalla tomba, vaga per il villaggio e fa cose che spaventano anche i più audaci! Potrebbe turbare anche te!» «Ma va’! Un soldato è un uomo al servizio del re, perciò non va a fondo nell’acqua, né brucia nel fuoco; vado, ho molta oglia di vedere i miei parenti al più presto».
Si incamminò; la strada passava accanto al cimitero. Vede che in una tomba c’è della luce. «Cos’è? Voglio proprio vedere». Si avvicina e accanto al fuoco c’è seduto lo stregone e cuce degli stivali. «Salute, fratello!», gli gridò il militare. Lo stregone buttò l’occhio e chiede: «Sei venuto per cosa?». «Volevo vedere che facevi». Lo stregone gettò il suo lavoro e invita il soldato a un matrimonio: «Andiamo a fare baldoria, fratello, al villaggio oggi c’è un matrimonio!». «Andiamo!» Arrivarono alle nozze, diedero loro da bere e li trattarono con ogni riguardo. Lo stregone bevve da morire, se la spassò, ma poi si arrabbiò: cacciò dall’izbà tutti gli invitati e i parenti, addormentò gli sposi, tirò fuori due fialette e una lesina, ferì con la lesina le mani dello sposo e della sposa e prese loro del sangue. Fatto questo dice al soldato: «Ora andiamocene via». Se ne andarono. Per la strada il soldato chiede: «Dimmi, perché hai messo nelle fialette del sangue?». «Perché lo sposo e la sposa muoiano; domani nessuno potrà svegliarli! Io solo so come farli tornare in vita». «E come?» «Bisogna fare un taglio sui talloni dello sposo e della sposa e in quelle ferite far colare di nuovo il sangue – a ognuno il proprio: nella mia tasca destra è nascosto il sangue dello sposo, nella sinistra quello della sposa».
Il soldato ascoltò, senza proferir sillaba; lo stregone continua a vantarsi: «Io» dice «posso fare tutto quello che voglio!». «E non è possibile avere la meglio su di te?» «Come non è possibile? Se qualcuno facesse un falò con cento carri di ceppi di pioppo e mi bruciasse su quel falò, così, forse, potrebbe avere la meglio su di me! Solo che bisogna bruciarmi con perizia; in quel momento usciranno dalla mia pancia serpenti, vermi e diversi rettili, voleranno fuori cornacchie, falchi e corvi; bisogna catturarli e gettarli nel fuoco: se anche un solo vermetto sopravviverà, allora non sarà servito a niente! In quel vermetto me la svignerò!» Il soldato ascoltò e tenne a mente. Parlarono, parlarono e giunsero, alla fine, alla tomba. «Be’, fratello» disse lo stregone «ora ti farò a pezzi; altrimenti andrai a raccontare tutto». «Che dici? Non fare pazzie! Come farmi a pezzi? Io servo Dio e il mio sovrano». Lo stregone iniziò a digrignare i denti, iniziò a ululare e si gettò sul soldato, mentre quello afferrò la sciabola e prese a dare colpi a destra e a sinistra. Lottarono, lottarono, il soldato non ce la faceva ormai più; eh, pensa, sono morto per niente! All’improvviso iniziarono a cantare i galli: lo stregone cadde esanime. Il soldato tirò fuori dalle sue tasche le fialette col sangue e andò dai suoi parenti.
Arriva, li salutò; i parenti gli chiedono: «Non hai visto, militare, che trambusto?». «No, non ho visto niente». «Senti senti! Abbiamo una disgrazia nel villaggio: uno stregone ha preso l’abitudine di venire». Così dissero e andarono a dormire; il mattino dopo si svegliò il soldato e iniziò a chiedere: «Dicono che avete avuto un matrimonio qui da qualche parte». I parenti rispondono: «C’è stato un matrimonio da un ricco contadino, solo che sia lo sposo che la sposa sono morti durante la notte, e non si sa di che cosa». «E dove vive questo contadino?» Gli mostrarono la casa; quello, senza dire una parola, ci andò; arriva e trova tutta la famiglia in lacrime. «Perché vi affligete?» «Così e cosà, militare!» «Io posso far tornare in vita i vostri ragazzi, cosa mi darete?» «Ma prenditi pure metà degli averi!» Il soldato fece tutto quello che gli aveva insegnato lo stregone e fece tornare in vita i ragazzi; al posto dei pianti cominciarono la gioia, l’allegria; trattarono il soldato con ogni riguardo e lo ricompensarono. Quello fece fiancosinistr, e marsc dall’anziano del villaggio; gli ordinò di riunire i contadini e di preparare cento carri di ceppi di pioppo.
Portarono quindi i ceppi al cimitero, ne fecero un mucchio, tirarono fuori lo stregone dalla tomba, lo misero sul fuoco e lo bruciarono; e intorno la gente si era messa in cerchio, tutti con scope, vanghe, attizzatoi. Il falò divenne tutto una fiamma, iniziò a bruciare anche lo stregone; la sua pancia scoppiò, e ne vennero fuori serpenti, vermi e diversi rettili, e volarono fuori corvi, falchi e cornacchie; i contadini li picchiano e li rigettano nel fuoco, non lasciarono scappare nemmeno un vermetto. Così lo stregone bruciò! Il soldato subito raccolse la sua cenere e la disperse al vento. Da allora al villaggio tornò la tranquillità; i contadini ringraziarono il soldato tutti insieme; quello passò qualche tempo al suo paese, si divertì a volontà e poi tornò a servire lo zar con i quattrini. Terminò il suo periodo di leva, andò in congedo e iniziò a vivere felice e cotento, senza il minimo stento.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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