Koščej l’Immortale.

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C’era una volta uno zarche aveva un figlio; quando il principe era piccolo, le governanti e le balie lo cullavano: «Fai la nanna, principe Ivan! Diventerai grande, ti troverai una fidanzata: ai confini del mondo, in un paese lontanissimo, vive in una torre Vasilisa Kirbit’evna, talmente diafana che, da un ossicino all’altro si vede scorrere il midollo». Compì il principe quindici anni, prese a chiedere al padre il permesso di partire in cerca dellasua fidanzata. «Ma dove vuoi andare? Sei ancora troppo giovane!» «No, padre! Quando ero piccolo, le governanti e le balie mi cullavano e mi hanno detto dove vive la mia fidanzata; e ora voglio andare a trovarla». Il padre lo benedisse e fece sapere in tutto il paese che suo figlio, il principe Ivan, andava in cerca della fidanzata.
Il principe arriva in una città, fece mettere il suo cavallo nella scuderia, e se ne andò a passeggiare per le strade. Mentre cammina, vede sulla piazza un uomo che viene frustato. «Perché» chiede «lo frustate?» «Perché» dicono «si è indebitato con un ricco mercante per diecimila rubli e non glieli ha rimborsati quando doveva; e a chi lo riscatterà, Koščej l’Immortale porterà via la moglie». Pensa che ti ripensa, il principe passò oltre. Passeggiò un po’ per la città, sbucò di nuovo in piazza, e stanno sempre frustando quell’uomo; il principe Ivan ne ebbe compassione e decise di riscattarlo. “Io non ho moglie” pensa “non mi si può portare via nessuno”. Pagò i diecimila e tornò a casa; improvvisamente gli corre dietro proprio quell’uomo che aveva riscattato, e gli grida: «Grazie, principe Ivan! Se non mi avessi riscattato, non avresti mai trovato la tua fidanzata. Ora, invece, ti aiuterò io; comprami in fretta un cavallo e una sella». Il principe gli comprò sia il cavallo che la sella e chiede: «Come ti chiami?». «Mi chiamo Acciaio il prode».
Montarono sui cavalli e si misero in marcia; appena furono giunti nello stato lontanissimo, dice Acciaio il prode: «Allora, principe Ivan, fai comprare e arrostire dei polli, delle anatre e delle oche – che tutto sia in abbondanza! Nel frattempo, io andrò a prendere la tua fidanzata. Ma bada bene: ogni volta che passerò da te, tu taglia a uno qualsiasi dei volatili l’aluccia destra e servila su un piattino». Andò Acciaio il prode direttamente verso l’alta torre dove stava Vasilisa Kirbit’evna; gettò pian pianino un sassolino e ruppe la cima dorata della torre. Corre dal principe Ivan, gli dice: «Che fai, dormi? Dammi il pollo». Quello tagliò l’aluccia destra e la servì su un piattino. Acciaio il prode prese il piattino, corse alla torre e gridò: «Salve, Vasilisa Kirbit’evna! Il principe Ivan ordina di porgervi i suoi omaggi e mi ha chiesto di darvi questo polletto». Quella, spaventata, resta lì senza dire una parola; allora lui risponde al suo posto: «“Salve, Acciaio il prode! Come sta il principe Ivan?” “Grazie a Dio bene!” “E cosa aspetti dunque, Acciaio il prode? Prendi la chiavetta, apri la credenzetta, beviti un bicchierino di acquavite e vai con Dio”.».
Corre Acciaio il prode dal principe Ivan: «Perché te ne stai seduto?» dice. «Dammi l’anatra». Quello tagliò l’aluccia destra, la servì su un piattino. Acciaio prese il piattino e lo portò alla torre: «Salve, Vasilisa Kirbit’evna! Il principe Ivan ordina di porgervi i suoi omaggi e vi manda quest’anatra». Quella resta lì senza dire una parola; allora lui risponde al suo posto: «“Salve, Acciaio il prode! Come sta il principe Ivan?” “Grazie a Dio bene!” “E che cosa aspetti, dunque, Acciaio il prode? Prendi la chiavetta, apri la credenzetta, beviti un bicchierino di acquavite e vai con Dio”.». Corre Acciaio il prode a casa e di nuovo dice al principe Ivan: «Perché te ne stai seduto? Dammi l’oca». Quello tagliò l’aluccia destra, la mise sul piattino e glielo diede. Acciaio il prode lo prese e lo portò alla torre: «Salve, Vasilisa Kirbit’evna! Il principe Ivan ordina di porgervi i suoi omaggi e vi manda quest’oca». Vasilisa Kirbit’evna subito prende la chiave, apre la credenzetta e gli dà un bicchierino di acquavite. Acciaio il prode non piglia il bicchierino, ma afferra la ragazza per la mano destra; la trascinò fuori dalla torre, la mise sul cavallo del principe Ivan e galopparono a spron battuto, i due bravi giovani e la bella fanciulla.
Il mattino dopo si alza-si sveglia lo zar Kirbit, vede che la cima della torre è rotta e la figlia è stata rapita; si adrò molto e ordinò di inseguirli per ogni via e strada. Cavalcarono molto, cavalcarono poco i nostri paladini, Acciaio il prode si sfilò dal dito un anello, lo nascose e dice: «Vai vanti, principe Ivan, mentre io tornerò indietro a cercare il mio anello». Vasilisa Kirbit’evna cominciò a supplicarlo: «Non ci lasciare, Acciaio il prode! Se vuoi ti darò il mio anello». Quello risponde: «Non è proprio possibile, Vasilisa Kirbit’evna! Il mio anello non ha prezzo, me l’ha dato mia madre; quando me lo diede, mi disse: prendi, non te ne separare, tua madre non dimenticare!». Galoppò Acciaio il prode indietro e incontrò per la strada gli inseguitori; li uccise tutti in un istante, ne lasciò vivo uno solo, che potesse riferire allo zar, poi si affrettò a raggiungere il principe Ivan. Cavalcarono molto, cavalcarono poco, Acciaio il prode nascose il suo fazzoletto e dice: «Ah, principe Ivan, ho perso il mio fazzoletto; andate avanti voi, io vi raggiungerò presto». Tornò indietro, fece alcune verste e incontò gli inseguitori, due volte più numerosi dei precedenti, li uccise tutti e tornò dal principe Ivan. Quello chiede: «Hai trovato il fazzoletto?». «L’ho trovato».
Li sorprese la notte scura, alzarono una tenda e Acciaio il prode si mise a dormire; lasciò il principe Ivan di guardia e gli dice: «Qalsiasi cosa succeda, svegliami!». Quello rimase in piedi di guardia a lungo, si stancò, iniziò a prenderlo il sonno, si sedette accanto alla tenda e si addormentò. Da non si sa dove saltò fuori Koščej l’Immortale e si portò via Vasilisa Kirbit’evna. All’alba si destò il principe Ivan; vede che non ha più la fidanzata, e si mise a piangere amaramente. Si sveglia anche Acciaio il prode, gli chiede: «Perché piangi?». «E come non piangre? Qualcuno ha portato via Vasilisa Kirbit’evna». «Te lavevo detto di fare la guardia! È stato Koščej l’mmortale; andiamo a cercarlo».
Cammina cammina, vedono due pastori pascolare un gregge. «Di chi è questo gregge?» I pastori rispondono: «Di Koščej l’Immortale». Acciaio il prode e il principe Ivan chiesero ancora ai pastori se Koščej abitasse lontano, come arrivarci, quando sarebbero tornati col gregge a acasa e dove lo avrebbero chiuso. Poi scesero da cavallo, ruppero la testa ai pastori, misero i loro vestiti e condussero il gregge a casa; arrivati lì, si fermarono davanti al portone.
Il principe Ivan portava un anello d’oro — gliel’aveva regalato Vasilisa Kirbit’evna; Vasilisa Kirbit’evna, invece, aveva una capra: con il latte di quella capra si lavava mattina e sera. Arrivò di corsa una ragazza con una tazza, munse la capra e porta il latte; Acciaio il prode prese al principe l’anello e lo gettò nella tazza. «Ehi, piccioncini» dice la ragazza «non fate i furbetti!» Arriva da Vasilisa Kirbit’evna e si lamenta: «Ora i pastori si prendono gioco di noi, hanno gettato nel latte un anello!». Qulla risponde: «Lasciami il latte, lo filtrerò io stessa». Cominciò a filtrare, vide il suo anello e ordinò di far venire i pastori. I pastori arrivarono. «Salve, Vasilisa Kirbit’evna!», dice Acciaio il prode. «Salve, Acciaio il prode! Salve, principe! Come siete arrivati fin qua?» «Siamo venuti a prendervi, Vasilisa Kirbit’evna; non vi potete nascondere ai nostri occhi; se anche foste sul fondo del mare, anche allora vi troveremmo!» Lei li fece sedere a tavola, diede loro da mangiare e da bere cibi e vini diversi. Le dice Acciaio il prode: «Quando Koščej tornerà dalla caccia, chiedtegli, Vasilisa Kirbit’evna, dove sta la sua morte. E ora è meglio s ci nascondiamo».
Gli ospiti ebbero appena il tempo di nascondersi che torna dalla caccia Koščej l’Immortale. «Puh-puah!» dice. «Prima di russi non se ne vedevano e non se ne sentivano, ora invece se ne sente la puzza fin dalla terrazza». Gli risponde Vasilisa Kirbit’evna: «Hai sorvolato la Russia tanto a lungo che te ne è rimasto l’odore nelle narici e ora lo senti anche qui». Koščej pranzò e si mise a riposar; gli si avvicinò Vasilisa Kirbit’evna, gli si gettò al collo, lo coccolò-lo baciò e poi disse: «Tesoro mio caro! Non ce la facevo più ad aspettarti; non speravo più di vederti tra i vivi, pensavo che delle bestie feroci ti avessero mangiato!». Koščej si mise a ridere: «Che sciocca che sei! Capelli lunghi e cervello corto; davvero credi che mi possano mangiare le bestie feroci?». «E dov’è allora la tua morte?» «La mia morte è in una scopa, ciondola vicino alla soglia».
Appena Koščej fu colato via, Vasilisa Kirnit’evna corse dal principe Ivan. Le chiede Acciaio il prode: «Allora, dov’è la morte di Koščej?». «Sta vicino alla soglia in una scopa». «No, ti ha mentito apposta! Bisogna interrogarlo con più astuzia». Vasilisa Kirbit’evna subito ebbe un’idea: prese la scopa, la dorò, la adornò con diversi nastri e la mise sul tavolo. Ecco che tornò Koščej l’Immortale, vide sul tavolo la scopa dorata e chiese perché. «Non era proprio possibile» rispose Vasilisa Birbit’evna «che la tua morte ciondolasse accanto alla soglia; è meglio che stia sul tavolo!» «Ah-ah-ah! sciocca che sei! Capelli lunghi e cervello corto; davvero pensavi che fosse qui la mia morte?» «E dov’è allora?» «La mia morte è nascosta in un caprone». Vasilisa Kirbit’evna, non appena Koščej se ne fu andato, prese il caprone, lo adornò di nastrini e sonaglini e gli dorò le corna. Koščej lo vide, di nuovo si mise a ridere: «Eh, sciocca che sei! Capelli lunghi e cervello corto; la mia morte è molto lontana: nel mare nell’oceano c’è un’isola, su quell’isola c’è una quercia, sotto la quercia è nascosto un baule, nel baule c’è una lepre, nella lepre c’è un’anatra, nell’anatra un uovo, e nell’uovo c’è la mia morte!». Così disse e volò via. Vasilisa Kirnit’evna riferì il tutto a Acciaio il prode e al principe Ivan; quelli presero con loro delle provviste e partirono alla ricerca della morte di Koščej.
Cammina cammina, finirono le provviste e cominciarono a soffrire la fame. Incontrano una cagna con i suoi cuccioli. «Bisogna che la uccida» dice Acciaio il prode «non abbiamo più niente da mangiare». «Non mi uccidere» prega la cagna «non fare che i miei piccoli rimangano orfani; vedrai che ti sarò utile!» «Allora, Dio sia con te!» Vanno avanti: su una quercia c’è un’aquila con gli aquilotti. Dice Acciaio il prode: «Bisogna che uccida l’aquila». Risponde l’aquila: «Non mi uccidere, non fare che i miei piccoli rimangano orfani, vedrai che ti sarò utile!». «Esia, statti bene!» Arrivano al vasto oceano-mare; sulla riva si trascina un granchio. Dice Acciaio il prode: «Bisogna che lo schiacci!». Risponde il granchio: «Non mi uccidere, bravo giovane! Non ho tanta carne addosso, se mi mangi, non ti sazierai di certo. Arriverà il momento in cui ti sarò utile!». «Allora, trascinati con Dio!», disse Acciaio il prode; guardò verso l’acqua, vide un pescatore su una barca e gridò: «Accostati!». Il pescatore portò a riva la barca; il principe Ivan e acciaio il prode ci salirono e andarono sull’isola; arrivati sull’isola, andarono alla quercia.
Acciaio il prode afferrò la quercia con le mani possenti, e la sradicò; dissotterrò da sotto la quercia il baule, lo aprì: dal baule saltò fuori una lepre e corse via a perdifiato. «Ah» disse il principe Ivan «se ci fosse qui ora la cagna, acchiapperebbe la lepre!» Ed ecco che la cagna già sta trascinando la lepre. Acciaio il prode la prese, le aprì la pancia: dalla lepre volò via un’anatra e si alzò alta nel cielo. «Ah» disse il principe Ivan «se ci fosse qui ora l’aquila, acchiapperebbe l’anatra!» E l’aquila già sta riportando l’anatra. Acciaio il prode aprì la pancia all’anatra: dall’anatra uscì un uovo e rotolò in mare. «Ah» disse il principe «se il granchio riuscisse a prenderlo!» E il granchio è già lì che trascina l’uovo. Quelli presero l’uovo, arrivarono da Koščej l’Immortale, lo colpirono in fronte con l’uovo: lui subito cadde e morì. Prese il principe Ivan Vasilisa Kirbit’evna e si misero in cammino.
Cammina cammina, li sorprese la notte scura; alzarono la tenda, Vasilisa Kirbit’evna si mise a dormire. Dice Acciaio il prode: «Vai a dormire anche tu, principe; io starò di guardia». A notte fonda arrivarono dodici colombe, si toccarono ala con ala e si cambiarono in dodici fanciulle: «Allora, Acciaio il prode e principe Ivan, avete ucciso nostro fratello Koščej l’Immortale, avete portato via la nostra cognatina Vasilisa Kirbit’evna; questo vi porterà male: quando il principe Ivan arriverà a casa, ordinerà che gli portino il suo cagnetto favorito; quello scapperà al custode e farà il principe a pezzettini: e se chi l’ha sentito glielo riferirà, allora diventerà di pietra fino alle ginocchia!». Il mattino dopo Acciaio il prode svegliò il principe e Vasilisa Kirbit’evna, si equipaggiarono e si misero in marcia.
Li sorprese la seconda notte, alzarono la tenda in aperta campagna. Di nuovo dice Acciaio il prode: «Vai a dormire, principe Ivan, io resterò di guardia». A notte fonda arrivarono le dodici colombe, si toccarono ala con ala e si cambiarono in dodici fanciulle: «Allora, Acciaio il prode e principe Ivan, avete ucciso nostro fratello Koščej l’Immortale, avete portato via la nostra cognatina Vasilisa Kirbit’evna; questo vi porterà male: quando il principe Ivan arriverà a casa, ordinerà che gli portino il suo cavallo favorito, sul quale fin da quando è bambino è solito cavalcare; il cavallo scapperà allo stalliere e ucciderà il principe. E se chi l’ha sentito glielo riferirà, allora diventerà di pietra fino alla vita!». Si fece mattino, di nuovo si misero in marcia.
Li sorprese la terza notte: alzarono la tenda e si fermarono in aperta campagna per passare la notte. Dice Acciaio il prode: «Vai a dormire, principe Ivan, io resterò a fare la guardia». Di nuovo a notte fonda arrivarono le dodici colombe, si toccarono ala con ala e si cambiarono in dodici fanciulle: «Allora, Acciaio il prode e principe Ivan, avete ucciso nostro fratello Koščej l’Immortale, avete portato via la nostra cognatina Vasilisa Kirbit’evna, ma questo vi porterà male: quando il principe Ivan arriverà a casa, ordinerà che gli portino la sua vacca favorita, con il cui latte si è nutrito fin da quando era bambino; quella scapperà al bovaro e ucciderà il principe con una cornata. E se chi ci ha viste e sentite glielo dirà, diventerà di pietra dalla testa ai piedi». Così dissero, si trasformarono in colombelle e volarono via.
Il mattino dopo si svegliò il principe Ivan con Vasilisa Kirbit’evna e si misero in cammino. Arrivò il principe a casa, sposò Vasilisa Kirbit’evna e, dopo un giorno o due, le dice: «Vuoi che ti faccia vedere il mio cagnetto preferito? Quando ero piccolo, giocavo sempre con lui». Acciaio il prode prese la sua sciabola, la affilò per bene e si mise sulle scale. Ecco che conducono il cagnetto; quello scappò al custode: corre direttamente sulla scala, Acciaio il prode lo colpì con la sciabola e lo tagliò in due. Il principe Ivan si adirò molto con lui, ma per il servizio resogli non fiatò, non una parola pronunciò. Il giorno dopo, ordinò che gli portassero il suo cavallo preferito; il cavallo ruppe il laccio, scappò allo stalliere e si avventa direttamente sul principe. Acciaio il prode tagliò al cavallo la testa. Il principe Ivan si adirò ancora di più, ordinò che lo afferrassero e lo impiccassero, ma Vasilisa Kirbit’evna riuscì a dissuaderlo: «Se non ci fosse stato lui» dice «tu non mi avresti mai avuta!». Il terzo giorno ordinò il principe Ivan di portare la sua vacca preferita; quella scappò al bovaro e corre direttamente verso il principe. Acciaio il prode tagliò anche a quella la testa.
Allora il principe Ivan si arrabbiò a tal punto che non volle sentir ragioni; ordinò di chiamare il boia e di giustiziare immediatamente Acciaio il prode.
«Ah, principe Ivan! Poiché mi vuoi far giustiziare, allora preferisco uccidermi con le mie mani. Permettimi solo di dirti tre cose…» Raccontò Acciaio il prode della prima notte, di come in aperta campagna fossero arrivate le dodici colombe e di quel che gli avevano detto: e subito divenne di pietra fino alle ginocchia; raccontò della seconda notte: e divenne di pietra fino alla vita. Allora il principe Ivan iniziò a pregarlo di non raccontare fino alla fine. Risponde Acciaio il prode: «Ora è uguale, sono diventato di pietra per metà, così non vale più la pena di vivere!». Raccontò della terza notte e divenne di pietra dalla testa ai piedi. Il principe Ivan lo fece mettere in una sala a parte e ogni giorno ci andava con Vasilisa Kirbit’evna e piangeva lacrime amare.
Passarono molti anni; una volta che il principe Ivan sta piangendo sulla statua di Acciaio il prode, sente uscire dalla pietra una voce: «Perché piangi? Soffro già abbastnza!». «E come non piangere? Sono stato io la tua rovina». «Se vuoi, puoi salvarmi: tu hai due figli, un maschietto e una bambina: sgozzali, raccogli il loro sangue e con quel sangue spalma la pietra». Il principe Ivan raccontò di questo a Vasilisa Kirbit’evna; si afflissero, si amareggiarono, ma poi decisero di sgozzare i proprio figli. Li sgozzarono, raccolsero il loro sangue e appena lo ebbero spalmato sulla pietra, subito Acciaio il prode riprese vita. Chiede al principe e a sua moglie: «Vi rincresce molto per i vostri bambini?». «Molto, Acciaio il prode!» «Allora andiamo nella loro cameretta». Arrivarono e cosa videro? I figli erano vivi! Il padre e la madre furono talmente contenti che per la gioia diedero un banchetto giocondo per tutto il mondo. A quel banchetto sono stato, ho bevuto del moscato, nella bocca non è arrivato, ma mi son ubriacato e saziato.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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