Archivi del mese: ottobre 2016

La penna di Finist falco lucente

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C’era una volta un uomo che aveva tre figlie: la prima e la seconda erano due smorfiose, la più piccola, invece, si occupava solo della casa. Un giorno il padre decide di andare in città e chiede loro cosa vogliano in regalo. La maggiore dice: «Comprami della stoffa per un vestito!». La seconda anche. «E tu, figlia mia diletta, cosa vuoi?», chiede alla minore. «Comprami, babbo, una penna di Finist falco lucente». Il padre le salutò e andò in città; comprò della stoffa per le sue due figlie più grandi, ma non trovò da nessuna parte la penna di Finist falco lucente. Tornò a casa, diede i suoi acquisti alle maggiori, che ne furono entusiaste. «per te» dice alla minore «non ho trovato la penna di Finist falco lucente». «Pazienza» rispose lei «avrai forse più fortuna la prossima volta». Le sorelle maggiori si tagliano e si cuciono dei vestiti nuovi e ridono di lei; ma lei non risponde. Di nuovo il padre decide di andare in città e chiede: «Allora, figliole, che volete che vi porti?». La maggiore e la seconda chiedono un fazzoletto, la minore, invece, dice: «Comprami, babbo, una penna di Finist falco lucente». L’uomo andò in città, comprò i due fazzoletti, ma della penna neanche l’ombra. Tornò indietro e dice: «Ahimè, bambina mia, non sono ancora riuscito a trovare la penna di Finist falco lucente!». «Non importa babbo; avrai più fortuna in un altro momento».
Per la terza volta il padre decide di andare in città e chiede: «Ditemi, figlie mie, che volete che vi porti?». Le due maggiori dicono: «Compraci degli orecchini», la più piccola, invece, ripete: «Comprami una penna di Finist falco lucente». Il padre comprò gli orecchini d’oro, cercò con zelo la penna: nessuno ne ha mai sentito parlare; tornò indietro desolato. Proprio alle porte della città incontra un vecchietto con una scatoletta in mano. «Che hai lì, vecchio?» «Una penna di Finist falco lucente». «Quanto ne vuoi?» «Mille rubli». Il padre pagò la somma e si affrettò a tornare a casa con la scatoletta. Le figlie lo accolgono. «Ebbene, figlia mia diletta» dice all’ultimogenita «ho finalmente il regalo che volevi. Eccolo!» La figlia minore stava per saltare dalla gioia, prese la scatoletta, la coprì di baci e la strinse forte al cuore.
Dopo cena, tutti andarono nelle proprie stanze a dormire; arrivò anche lei in camera sua, aprì la scatoletta: subito ne saltò fuori la penna di Finist falco lucente, si gettò sul pavimento e apparve davanti alla ragazza un affascinante principe. Si scambiarono tenere promesse amorose. Le sorelle maggiori li udirono e chiedono: «Con chi parli, sorellina?». «Con me stessa», risponde la bella. «Aprici allora!» Il principe si gettò sul pavimento e ridivenne una penna; lei la prese, la rimise nella scatoletta e aprì la porta. Le sorelle frugano in ogni angolo: nessuno! Appena furono uscite, la bella aprì la finestra, tirò fuori la penna e dice: «Vola, pennuccia mia, nei campi; vai in giro, fino al prossimo incontro!». La penna si cambiò in falco lucente e volò via nei campi.
La notte successiva, Finist falco lucente vola dalla sua bella; parlarono insieme gioiosamente. Le sorelle li sentirono e corsero subito dal padre: «Babbo! Nostra sorella riceve qualcuno la notte; ora è lì e stanno chiacchierando». L’uomo si alzò e andò dalla figlia minore, entra nella sua stanza, ma il principe era già da tempo ridivenuto penna e sta nella scatoletta. «Ah, civette!» tuonò il padre verso le figlie maggiori. «Che significano queste calunnie? Badate piuttosto a quello che fate voi!»
Il giorno dopo, le sorelle ordirono un complotto: la sera, quando nel cortile si fu fatto buio, con l’aiuto di una scala, misero sul davanzale della finestra della sorella dei coltelli affilati e degli aghi.
La notte arrivò Finist falco lucente, batté, batté, ma non poté entrare nella camera e si ferì, invece, le alucce. «Addio, mia bella!» disse. «Se vuoi ritrovarmi, cercami lontano, molto lontano, ai confini del mondo. Consumerai tre paia di scarpe di ferro, romperai tre bastoni di ghisa e mangerai tre pani di pietra, prima di avermi raggiunto!» La ragazza intano dorme: sebbene senta, nel sonno, questo triste discorso, non può svegliarsi.
Il mattino, al suo risveglio, vede la finestra irta di coltelli e di aghi insanguinati. Giunse le mani: «Ah, Dio mio! Le mie sorelle hanno ferito il mio caro amico!». Subito si preparò e lasciò la casa. Corse alla bottega del fabbro, si fece fabbricare tre paia di scarpe di ferro e tre bastoni di ghisa, si rifornì di tre pani di pietra e partì alla ricerca di Finist falco lucente.
Cammina cammina, consumò un paio di scarpe, ruppe un bastone e mangiò un pane di pietra; giunge a un’izbà e bussa alla porta: «Ehi, di casa: datemi un alloggio per la notte». Una vecchietta le risponde: «Sii la benvenuta, bellezza! Dove te ne vai, piccioncina?». «Ahimè, nonna, cerco Finist falco lucente». «Ah, bella mia, ne avrai di strada da fare!» L’indomani mattina, la vecchietta dice: «Ora vai dalla mia seconda sorella, ti saprà ben consigliare; ed eccoti il mio regalo: una base d’argento e un fuso d’oro; filerai stoppa e ne trarrai un filo d’oro». Poi prese un gomitolo, lo fece rotolare sulla strada e disse alla bella di seguirlo: dove andrà il gomitolo, vai anche tu! La fanciulla ringraziò la vecchietta e si incamminò dietro al gomitol.
Passarono ore o mesi, consumò il secondo paio di scarpe, ruppe il secondo bastone e mangiò il secondo pane di pietra;finalmente il gomitolo giunse a un’izbà. La fanciulla bussò alla porta: «Brava gente, date alloggio per una notte a una povera fanciulla». «Sii la benvenuta!» risponde una vecchietta. «Dove vai, bellezza?» «Cerco, nonna, Finist falco lucente». «Ne avrai di strada da fare!» Il mattino dopo, la vecchietta le dà un piatto d’argento e un uovo d’oro e la manda dalla sorella maggiore: lei, dice, sa dove trovare Finist falco lucente!
La bella prese congedo dalla vecchietta e ripartì; cammina cammina, il terzo paio di scarpe fu consumato, il terzo bastone fu rotto, l’ultimo pane fu mangiato, il gomitolo arrivò a un’izbà. Bussa e dice la viandante: «Brava gente, date alloggio per unanotte a una povera fanciulla». Di nuovo apparve una vecchietta: «Entra, piccioncina! Sii la benvenuta! Da dpve vieni e dove ti dirigi?». «Cerco, nonna, Finist falco lucente». «Oh, è molto, molto difficile ritrovarlo! Ora abita in una città dove ha sposato la figlia di una panettiera». La mattina dopo, la vecchietta dice alla bella: «Eccoti un regalo: un telaio e un ago d’oro; tu non devi far altro che tenere in mano il telaio, l’ago ricamerà da solo. Su, ora vai con Dio e fatti assumere dalla panettiera come domestica».
Detto fatto. Arrivò la bella alla panetteria e si fece assumere come cameriera; lavora come meglio non si poteva: scalda il forno, porta l’acqua, prepara da mangiare. La padrona ne è entusiasta. «Grazie a Dio» dice alla figlia «ci siamo trovate una domestica servizievole e buona: fa tutto senza che glielo si debba chiedere!» Quando la bella finì di lavorare, prese la base d’argento, il fuso d’oro e cominciò a filare: fila — dalla stoppa ottiene un filo, ma non un semplice filo, un filo di oro puto. Lo vide la figlia della panettiera: «Ah, bella mia, non mi venderesti il tuo giocattolo?». «Va bene!» «Cosa vuoi in cambio?» «Lasciami passare la notte con tuo marito», La figlia della panettiera acconsentì. “Non è grave!” pensa. “A mio marito farò prendere un sonnifero e con questo fuso io e mia madre faremo fortuna!”
Quanto a Finist falco lucente, non era in casa; volò tutto il giorno per il cielo e non tornò che verso sera. Si misero a tavola; la bella, servendo, non gli stacca un attimo gli occhi di dosso, ma lui, bravo giovane, non la riconosce. La figlia della panettiera versò a Finist falco lucente del sonnifero in ciò che beveva, lo fece mettere a letto e dice alla domestica: «Vai in camera sua a scacciare le mosche!». La bella scaccia le mosche e piange: «Svegliati, svegliati, Finist falco lucente! Sono io, la tua bella, sono venuta da te; ho consumato tre paia di scarpe di ferro, rotto tre bastoni di ghisa, mangiato tre pani di pietra cercandoti, mio beneamato!». Ma Finist dorme, insensibile; così la notte passò.
Il giorno dopo, la domestica prese il piattino d’argento e ci fa rotolare l’uovo d’oro: molte uova d’oro fece rotolare! Lo vide la figlia della panettiera. «Vendimi» dice «il tuo giocattolo!» «Compralo». «Cosa vuoi in cambio?» «Lasciami passare ancora una notte con tuo marito». «Va bene. d’accordo!» Finist falco lucente aveva ancora volato tutto il giorno nel cielo ed era ritornato a casa solo verso sera. Si misero a tavola; la bella, servendo, non gli stacca un attimo gli occhi di dosso, ma lui sembra non averla mai conosciuta. La figlia della panettiera gli versò di nuovo del sonnifero in ciò che beveva, lo fece andare a letto e mandò la domestica a scacciare le mosche. Ancora una volta, per quanto lei piangesse e cercasse di svegliarlo, quello dormì fino al mattino senza sentire niente.
Il terzo giorno, siede la bella con in mano il telaio d’oro, e l’ago ricama da solo: e che capolavori! La figlia della panettiera restò incantata. «Vendimi, bella mia, vendimi» dice «il tuo giocattol!» «Compralo». «Cosa vuoi in cambio?» «Lasciami passare una terza notte con tuo marito». «Va bene, d’accordo!» La sera, al ritorno di Finist falco lucente, la moglie gli versò del sonnifero, lo fece mettere a letto e mandò da lui la domestica a scacciare le mosche. La bella scaccia le mosche e si lamenta: «Svegliati dunque, Finist falco lucente! Sono io, la tua bella, sono venuta da te; ho rotto tre bastoni di ghisa, consumato tre paia di scarpedi ferro, mangiato tre pani di pietra cercandoti, mio beneamato». Ma Finist falco lucente dorme profondamente, insensibile.
A lungo lei pianse, a lungo lo invocò; improvvisamente gli cadde sulla guancia una delle lacrime della bella e all’istante si svegliò: «Ah» dice «qualcosa mi ha bruciato!». «Finist falco lucente!» gli dice la bella. «Sono venuta da te; ho rotto tre bastoni di ghisa, consumato tre paia di scarpe di ferro e mangiato tre pani di pietra cercandoti! È già la terza notte che sto con te, ma tu dormi sempre, non ti svegli e alle mie parole non rispondi!» Solo allora la riconobbe Finist falco lucente e non era più in sé dalla gioia. Decisero di fuggire lontano dalla panettiera. Al mattino, la figlia della panettiera cercò il marito: non c’erano più né marito, né cameriera! Si andò a lamentare dalla madre; la panettiera fece attaccare i cavalli e si lanciò all’inseguimento. Correva, correva, passò dalle tre vecchie, ma non riuscì a riprendere Finist falco lucente: era scomparso come per incanto!
Si ritrovò Finist falco lucente con la sua promessa nei pressi della casa di lei; si gettò sull’umida terra e si cambiò in penna: la bella la raccolse, la nascose in seno e si presentò dal padre. «Ah, figlia mia diltta! Ti credevo morta; dove sei stata tutto questo tempo?» «In pellegrinaggio». Tutto questo avvenica la vigilia della Settimana santa. Il padre e le figlie maggiori decidono di andare al mattutino. «Andiamo, bambina cara» dice all’ultimogenita «preparati e vieni con noi; è una giornata così bella». «Non ho niente da mettermi, babbo». «Prendi i nostri abiti», dicono le sorelle. «Ahimè, sorelline, non sono della mia taglia! Preferisco restare a casa».
Il padre e le due figlie andarono al mattutino; allora la bella tirò fuori la sua penna. Quella si gettò sul pavimento e si cambiò in un affascinante principe. Il principe fischiò verso la finestra: subito apparvero dei vestiti, dei fronzoli e una carrozza dorata. Si vestirono, salirono in carrozza e andarono in chiesa. Entrano in chiesa e si mettono davanti a tutti; la gente resta sbalordita: chi è quella coppia principesca? Alla fine dell’ufficio, uscirono prima degli altri e tornarono a casa; scomparve la carrozza, dei vestiti e dei fronzoli nemmeno più l’ombra, e il principe ridivenne penna. Il padre e le due figlie tornarono: «Oh, sorellina! Hai fatto male a non accompagnarci: in chiesa c’erano un bellissimo principe con l’adorata principessa». «Pazienza, sorelle mie! A sentir voi, mi sembra di averli visti con i miei occhi». Il giorno dopo, stessa cosa; il terzo giorno, al momento in cui il principe e la bella salirono in carrozza, il padre uscì dalla chiesa e con i suoi occhi vide la carrozza fermarsi davanti a casa sua e sparire. Al suo ritorno, interrogò l’ultimogenita; lei dice: «Sono obbligata a confessare tutto!». Tirò fuori la penna; la penna si gettò sul pavimenti e si cambiò in principe. Allora li fecero sposare, e fu un matrimonio sfarzoso! A quel matrimonio anch’io sono stato, del vino ho bevuto, sui miei baffi è scivolato, nella bocca non è arrivato. Mi hanno messo in testa un colbacco e malmenato; mi hanno vestito con una stuoia: «Ehi, giovanotto, sparisci, e che non ti si veda più da queste parti!».

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Mar’ja Marina

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In un certo reame, in terre lontane, viveva una volta il principe Ivan; aveva tre sorelle: la principessa Mar’ja, la principessa Ol’ga e la principessa Anna. Il padre e la madre erano morti; morendo avevano detto al figlio: «Fai sposare le tue sorelle al primo che te le chiederà in moglie, non le tenere troppo a lungo con te!». Il principe sotterrò i genitori e, con la morte nel cuore, se ne andò in giardino con le sorelle a passeggiare. Improvvisamente, una nuvola nera copre il cielo e si scatena una tempesta terribile. «Rientriamo a casa, sorelline!», dice il principe Ivan. Erano appena rientrati a palazzo che un tuono echeggiò, il soffitto si squarciò e volò dentro la sala un falco lucente, si gettò il falco sul pavimento, si trasformò in un bel giovane e dice: «Salve, principe Ivan! Prima venivo da amico, ma ora sono venuto da pretendente; voglio sposare tua sorella, la principessa Mar’ja». «Se le piaci, non mi oppongo: che vada con Dio!» La principessa Mar’ja accettò; il falco la sposò e la portò via nel suo reame.
I giorni passano, le ore battono una dopo l’altra, un anno passò senza che nessuno se ne accorgesse; il principe Ivan, accompagnato dalle sue due sorelle, andò a passeggiare in giardino. Di nuovo arrivò una nube portata da un vortice, ci furono dei lampi. «Rientriamo a casa, sorelline!», dice il principe. Erano appena rientrati a palazzo che un tuono echeggiò, il tetto si aprì, il soffitto si squarciò, un’aquila entrò; si gettò sul pavimento e si tramutò in un bel giovane: «Salve, principe Ivan! Prima venivo da amico, ma ora sono venuto da pretendente». E chiese la mano della principessa Ol’ga. Il principe Ivan risponde: «Se le piaci, che ti sposi; non mi opporrò al suo volere». La principessa Ol’ga acconsentì e sposò l’aquila; l’aquila la sollevò e la portò via nel suo reame.
Passò un altro anno; il principe Ivan dice alla sorella minore: «Andiamo a fare una passeggiata in giardino!». Passeggiarono un po’; di nuovo arrivò una nube portata da un turbine, ci furono dei lampi. «Rientriamo a casa, sorellina!» Tornarono a casa, fecero appena in tempo a sedersi che un tuono echeggiò, il soffitto si squarciò e volò dentro un corvo; si gettò sul pavimento e si tramutò in un bel giovane: i precedenti erano belli, ma questo anche di più. «Allora, principe Ivan, prima venivo da amico, ma ora sono venuto da pretendente; dammi la principessa Anna». «Non mi opporrò al suo volere; se le piaci, che ti sposi». La principessa Anna sposò il corvo e quello la portò via nel suo reame.
Il principe Ivan rimase solo; visse senza le sorelle un anno intero e finì con l’annoiarsi. «Andrò» dice «alla ricerca delle mie sorelle». Si mise in marcia; cammina cammina, vede in un campo di battaglia un’armata distrutta. Il principe Ivan chiede: «Se qualcuno è sopravvissuto, mi risponda! Chi ha massacrato questa enorme armata?». Una voce rispose: «Ha massacrato questa enorme armata Mar’ja Marina, la bella regina». Il principe Ivan seguitò a camminare , giunse a un campo di tende bianche, dove lo accolse Mar’ja Marina, la bella regina: «Salve, principe, qual buon vento ti porta? Vieni di tua volontà o per necessità?». Il principe Ivan le rispose: «I prodi guerrieri non viaggiano mai per necessità!». «Allora, se non hai fretta, soggiorna al mio campo». il principe Ivan, felice, passò due notti sotto la tenda, fece innamorare Mar’ja Marina e la sposò.
Mar’ja Marina, la bella regina, lo condusse con sé nel suo reame; vissero insieme per un po’, e alla regina venne di nuovo voglia di fare la guerra; affida la guida del paese al principe Ivan e gli raccomanda: «Va’ ovunque, sorveglia tutto; ma non ti venga in mente di guardare in questo ripostiglio!». Appena partita la moglie, il principe non poté trattenersi, si precipitò subito al ripostiglio, aprì la porta, guardò dentro e vide Koščej l’Immortale appeso al muro, legato con dodici catene. Chiede Koščej al principe Ivan: «Dammi da bere, per pietà! Sono dieci ani che sopporto questo supplizio, senza mangiare né bere, ho la gola secca!». Il principe gli diede un intero secchio d’acqua; quello lo vuotò e chiese ancora: «Un secchio non è sufficiente a placare la mia sete, dammene ancora!». Il principe gli diede un altro secchio; Koščej lo vuotò e ne chiese un terzo; quando ebbe vuotato il terzo secchio, ritrovò tutte le sue forze, tirò le catene e le ruppe tutte e dodici d’un sol colpo. «Grazie, principe Ivan!» disse Koščej l’Immortale. «Ora non rivedrai mai più la tua Mar’ja Marina come non ti vedi le orecchie!», e volò via in un terribile turbine dalla finestra, raggiunse per la strada Mar’ja Marina, la bella regina, la afferrò e se la portò via. Il principe Ivan pianse lacrime amare, poi si equipaggiò e si mise in cammino: «Succeda quel che succeda, ritroverò Mar’ja Marina!».
Cammina un giorno, due, e all’alba del terzo vede un palazzo magnifico, accanto al palazzo c’è una quercia, sulla quercia sta un falco lucente. Il falcò volò giù dalla quercia, si gttò a terra, si tramutò in un bel giovane ed esclamò: «Ah, mio caro cognato! Come stai?». Corse fuori la principessa Mar’ja, fece festa al principe Ivan, della sua salute gli domandò, della propria vita gli raccontò. il principe passò da loro tre giorni e dice: «Non mi posso trattenere di più; vado alla ricerca di mia moglie, Mar’ja Marina, la bella regina». «Ti sarà difficile trovarla» risponde il falco. «A ogni modo, lasciaci il tuo cucchiaio d’argento: lo guarderemo e ci ricorderemo di te». il principe Ivan lasciò il suo cucchiaio d’argento al falco e riprese il suo cammino.
Camminò un giorno, due, e all’alba del terzo vede un palazzo ancora più bello del primo, accanto al palazzo c’è una quercia, sulla quercia sta un’aquila. L’aquila volò giù dall’albero, si gettò a terra, si tramutò in un bel giovane ed esclamò: «Alzati, principessa Ol’ga! Il nostro caro fratellino è qui». La principessa Ol’ga arrivò subito di corsa, lo baciò, lo abbracciò, della sua salute gli domandò, della propria vita gli raccontò. Il principe Ivan passò da loro tre giorni e dice: «Non mi posso trattenere di più; vado alla ricerca di mia moglie, Mar’ja Marina, la bella regina». L’aquila risponde: «Ti sarà difficile trovarla; lasciaci la tua forchetta d’argento: la guarderemo e ci ricorderemo di te». lasciò la sua forchetta d’argento e riprese il suo cammino.
Camminò un giorno, due, e all’alba del terzo vede un palazzo più bello degli altri due, accanto al palazzo c’è una quercia, sulla quercia sta un corvo. Il corvo volò giù dalla quercia, si gettò a terra, si cambiò in un bel giovane ed esclamò: «Principessa Anna! Vieni in fretta, il nostro fratellino è qui!». La principessa Anna corse fuori, gli fece festa, lo baciò, lo abbracciò, della sua salute gli domandò, della propria vita gli raccontò. Il principe Ivan passò da loro tre giorni e dice: «Addio! Parto alla ricerca di mia moglie, Mar’ja Marina, la bella regina». Il corvo risponde: «Ti sarà difficile trovarla; lasciaci un po’ la tua tabacchiera d’argento, si accomiatò e riprese il suo cammino.
Camminò un giorno, due, e all’alba del terzo raggiunse Mar’ja Marina. Lei vide il suo amato, gli si gettò al collo, scoppiò in lacrime e gli disse: «Ah, principe Ivan! Perché non mi hai dato ascolto? Perché hai guardato nel ripostiglio e hai liberato Koščej l’Immortale?». «Perdonami, Mar’ja Marina! Dimentica il passato, mettiamoci in salvo prima che torni Koščej l’Immortale; forse non ci raggiungerà!» Dopodiché fuggirono. Intanto Koščej era a caccia; verso sera, mentre tornava a casa, il suo buon cavallo si mise a vacillare. «Perché vacilli, rozza insaziabile? Hai forse dei brutti presentimenti?» Il cavallo risponde: «È venuto il principe Ivan e ha portato via Mar’ja Marina». «Ce la faremo a riprenderli?» «Potremmo seminare del grano, aspettare che maturasse, mieterlo, trebbiarlo, macinarlo, cuocere cinque pagnotte di pane, mangiarle tutte e poi corrergli dietro: il tempo ci basterebbe!» Koščej galoppò, raggiunse il principe Ivan: «Be’» dice «per questa volta ti perdono, perché sei stato tanto buono da darmi da bere; ti perdonerò anche una seconda volta, ma alla terza stai attento, perché ti farò a pezzettini!». Gli tolse Mar’ja Marina e la portò via; il principe Ivan si sedette su una pietra e si mise a piangere.
Dopo aver pianto tutte le lacrime che aveva, tornò di nuovo indietro per prendere Mar’ja Marina; Koščej l’Immortale non era in casa. «Andiamo, Mar’ja Marina!» «Ah, principe Ivan! Ci riprenderà». «Pazienza, avremo la consolazione di aver passato qualche oretta insieme». Dopodiché fuggirono. Mentre Koščej l’Immortale rientrava, il suo cavallo si mise a vacillare: «Perché vacilli, rozza insaziabile? Hai forse dei brutti presentimenti?». «Il principe Ivan è venuto e ha portato con sé Mar’ja Marina». «Potremo riprenderli?» «Potremmo seminare dell’orzo, aspettare che maturasse, mieterlo e trebbiarlo, farne della birra, berne fino a ubriacarci, dormire per farci passare la sbronza e poi corrergli dietro: il tempo ci basterebbe!» Koščej galoppò, raggiunse il principe Ivan: «Te l’avevo detto che non avresti mai più rivisto Mar’ja Marina come non ti vedi le orecchie!». Gliela tolse e la riportò da lui.
Restò solo il principe Ivan, pianse tutte le lacrime che aveva e di nuovo tornò a prendere Mar’ja Marina; in quel momento Koščej non era in casa. «Andiamo, Mar’ja Marina!» «Ah, principe Ivan! Ci riprenderà e ti farà a pezzettini». «Pazienza! Non posso vivere senza di te». Dopodiché fuggirono. Mentre Koščej l’Immortale tornava a casa, il suo cavallo si mise a vacillare. «Perché vacilli? Hai forse dei brutti presentimenti?» «Il principe Ivan è venuto e ha portato con sé Mar’ja Marina». Koščej galoppò, raggiunse il principe Ivan, lo fece a pezzettini e li chiuse in un barile catramato; prese il barile, lo cerchiò con del ferro e lo gettò nel mare blu, poi riportò da lui Mar’ja Marina.
In quello stesso istante, l’argento dai cognati del principe Ivan diventò nero. «Ah» si dicono «è segno di sventura!» L’aquila si lanciò nel mare blu, ripescò il barile e lo portò a riva, il falco volò in cerca dell’acqua della vita, mentre il corvo di quella della morte. Si ritrovarono tutti e tre in uno stesso posto, aprirono il barile, tirarono fuori i resti del principe Ivan, li lavarono e li misero uno accanto all’altro. Il corvo spruzzò l’acqua della morte: il corpo si unì, si ricompose; il falco spruzzò l’acqua della vita: il principe Ivan sussultò, si alzò e dice: «Oh, quanto tempo ho dormito!». «Senza di noi avresti dormito molto più a lungo!» risposero i cognati. «Vieni a stare un po’ di tempo da noi». «No, fratelli! Vado a cercare Mar’ja Marina».
Arriva da lei e dice: «Scopri da Koščej l’Immortale dove si è trovato un cavallo tanto veloce». Mar’ja Marina approfittò di un momento favorevole e cominciò a interrogare Koščej. Koščej disse: «In un paese lontano, in un reame ai confini del mondo, oltre un fiume di fuoco, abita la baba-jaga; ha una giumenta con cui ogni giorno vola intorno alla terra. Ha molte altre eccellenti giumente; guardiano da lei per tre giorni sono stato, neanche una giumenta ho perduto e per questo la baba-jaga mi ha regalato un puledrino». «E come sei riuscito ad attraversare il fiume di fuoco?» «Ho una fazzoletto che, se agitato tre volte a destra, fa apparire un ponte altissimo, irraggiungibile per il fuoco!» Mar’ja Marina ascoltò con attenzione, ripeté tutto al principe Ivan, prese il fazzoletto e glielo diede.
Il principe Ivan superò il fiume di fuoco e si diresse dalla baba-jaga. Camminò a lungo senza mangiare né bere. Incontrò un uccello d’oltremare con i suoi piccoli. Il principe Ivan dice: «Mi mangerò un uccelletto». «No, principe Ivan!» supplica l’uccello d’oltremare. «Tra non molto ti sarò utile». Andò avanti; vede nel bosco un alveare di api. «Almeno» dice «mi mangerò un po’ di miele». L’ape regina risponde: «Non toccare il mio miele, principe Ivan! Tra non molto ti sarò utile». Non lo toccò e andò avanti; incontra una leonessa con un leoncino. «Mi mangerò almeno questo leoncino; ho una tale fame che mi fa male lo stomaco!» «Non farlo, principe Ivan!» supplica la leonessa. «Tra non molto ti sarò utile». «Bene, farò come dici tu!»
Ripartì, affamato; cammina cammina, ecco la casa della baba-jaga, intorno alla casa dodici pali, undici pali con in cima una testa umana e solo uno libero. «Buongiorno, nonna!» «Buongiorno, principe Ivan! Come sei venuto: di tua volontà o per necessità?» «Vorrei guadagnarmi uno dei tuoi splendidi destrieri». «Bene, principe! Da me non c’è bisogno di lavorare per un anno, ma in tutto tre giorni; se avrai fatto una buona guardia alle mie giumente, ti darò uno splendido destriero, se no, non ti dispiaccia, la tua testa finirà sull’ultimo palo». Il principe Ivan accettò; la baba-jaga gli diede da mangiare, da bere e gli disse di mettersi al lavoro. Appena condotte le giumente al pascolo, quelle alzarono la coda e si dispersero per i prati; il principe non fece in tempo a dare un’occhiata che erano già sparite. Allora si mise a piangere dalla disperazione, sedette su una pietra e si addormentò. Il solicello stava calando quando arrivò in volo l’uccello d’oltremare e lo svegliò: «In piedi, principe Ivan! Le giumente sono rientrate». Il principe si alzò, tornò a casa; la baba-jaga, furiosa, grida alle sue bestie: «Perché siete tornate a casa?». «E come non farlo? Gli uccelli del mondo intero ci hanno attaccate, per poco non ci cavavano gli occhi». «Va bene, domani, invece di sparpagliarvi per i prati, disperdetevi nei fitti boschi».
Il principe Ivan dormì sonni tranquilli; al mattino, la baba-jaga gli dice: «Stai attento, principe, se non fai bene la guardia alle mie giumente, se ne perdi anche solo una, la tua testolina matta finirà sul mio palo!». Lui condusse le giumente al pascolo; subito quelle alzarono la coda e si dispersero nei fitti boschi. Il principe si sedette di nuovo su una pietra, pianse pianse, fino ad addormentarsi, Il solicello era calato dietro la foresta; accorse la leonessa: «In piedi, principe Ivan! Le giumente sono tutte radunate». Il principe Ivan si alzò e andò a casa; la baba-jaga, furiosa più che mai, grida alle sue bestie: «Perché siete ritornate a casa!». «E come non farlo? Le bestie feroci del mondo intero ci hanno attaccate, per poco non ci facevano a pezzi». «Va bene, domani correrete nel mare blu».
Il principe Ivan dormì ancora sonni tranquilli; al mattino, la baba-jaga lo spedì a pascolare le sue giumente: «Se non fai bene la guardia, la tua testolina matta finirà sul mio palo». Lui condusse le giumente al pascolo; subito quelle alzarono la coda, sparirono alla vista e corsero nel mare blu; stanno nell’acqua fino al collo. Il principe Ivan si sedette su una pietra, si mise a piangere e si addormentò. Il solicello era calato dietro la foresta; arrivò l’ape e dice: «In piedi, principe! Le giumente sono tutte radunate; quando sarai rientrato in casa, non farti vedere dalla baba-jaga, vai nella scuderia e nasconditi dietro le mangiatoie. Lì c’è una misera cavallina, sprofondata nel letame; prendila e vattene a notte fonda».
Il principe Ivan si alzò, scivolò fino alla scuderia e si rannicchiò dietro le mangiatoie; la baba-jaga, furiosa, grida alle sue bestie: «Perché siete tornate?». «E come non farlo? Ci ha assalite un nugolo immenso di api, e giù da ogni lato a pungerci a sangue!»
La baba-jaga si addormentò; a mezzanotte in punto, il principe Ivan si impadronì della misera cavallina, la sellò, ci montò sopra e galoppò verso il fiume di fuoco. Giunto a quel fiume, agitò tre volte il fazzoletto a destra e improvvisamente, da non si sa dove, apparve un magnifico e alto ponte. Il principe attraversò il ponte e agitò solo due volte il fazzoletto a sinistra: il ponte sul fiume divenne stretto stretto! Al mattino, la baba-jaga si svegliò: della misera cavallina neanche l’ombra! Si buttò all’inseguimento; andava a una velocità vertiginosa nel suo mortaio di ferro, spronando col pestello e facendo sparire la scia a colpi di scopa. Giunse al fiume di fuoco, diede un’occhiata e pensa: “Ecco un bel ponte!”. Si incamminò per il ponte, ma era appena arrivata nel mezzo che il ponte sprofondò e la baba-jaga cadde nel fiume; là incontrò una morte crudele! Il principe Ivan nutrì la cavallina facendola brucare nei prati verdi; quella si tramutò in un meraviglioso destriero.
Arriv a cavallo il principe da Mar’ja Marina; lei corse fuori, gli si gettò al collo: «Com’è che Dio ti ha resuscitato?». «Così e così» dice lui. «Andiamocene». «Ho paura, principe Ivan! Se Koščej ci riprende, ti farà di nuovo a pezzettini». «No, non ci riprenderà! ora ho un destriero eccezionale, che vola come un uccello». Montarono insella e partirono. Mentre Koščej l’Immortale rientrava a casa il suo cavallo si mise a vacillare: «Perché vacilli, rozza insaziabile? Hai forse dei brutti presentimenti?». «Il principe Ivan è venuto e ha portato via Mar’ja Marina». «Potremo riprenderli?» «Lo sa Dio! Il principe ora ha un magnifico destriero, migliore di me». «No, non resisto» dice Koščej l’Immortale «bisogna che lo insegua». Passarono ore o mesi, raggiunse il principe Ivan, saltò a terra e voleva farlo a pezzi con la sua sciabola affilata; allora il destriero del principe Ivan diede un gran calcio a Koščej l’Immortale e gli spaccò il cranio, mentre il principe lo finì con una mazza. Dopodiché il principe ammucchiò dei rami, accese un fuoco, bruciò Koščej l’Immortale sul rogo e disperse le ceneri al vento.
Mar’ja Marina montò sul cavallo di Koščej, il principe Ivan sul suo, e andarono a far visita prima al corvo, poi all’aquila e poi al falco. Ovunque fanno loro una magnifica accoglienza: «Ah, principe Ivan, non speravamo più di rivederti. Per fortuna non hai penato invano: una bellezza così, come Mar’ja Marina, potresti cercarla in tutto il mondo, ma non ne troveresti un’altra!». Dopo aver festeggiato per parecchi giorni, se ne tornarono nel loro reame; là vissero felici e contenti, i loro beni aumentarono e del buon vino gustarono.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Quella dei Libri.

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Qualche settimana fa ricevo una lettera dalla posta.
Vogliono comunicarmi che sono cambiate le condizioni del mio conto.
Nello specifico, indovinate un po’, mi informano che a partire da novembre, il mio conto non sarà più a spese zero, invitandomi a comunicare l’eventuale volontà di recedere il contratto.

Leggo con calma, in realtà le nuove condizioni potrebbero anche starmi bene, ma ho qualche dubbio da chiarire.

Telefono.
Mi danno il numero da chiamare per prendere appuntamento col consulente.
Chiamo.

 

Io: «Buongiorno, ho ricevuto la vostra lettera informativa riguardo al cambiamento delle condizioni del mio conto…»

Consulente: «Ah, sì, lei ha il conto PincoPallo?»

Io: «Sì, ho quello. Prima di decidere se mantenerlo o chiuderlo, vorrei un appuntamento per chiarirmi alcuni dubbi.»

C: «Ci mancherebbe signora! Quando pensava di venire?»

Io: «Se fosse possibile, io riuscirei a passare venerdì pomeriggio, dalle 16:30 in poi.»

C: «Venerdì alle 16:30 va bene, altrimenti ci sarebbe un altro appuntamento libero alle 18:00.»

Io: «No, grazie, va benissimo alle 16:30. Purtroppo sono vincolata dai mezzi, nel caso facessi tardi posso avvisarla a questo numero?»

C: «Certo, signora. Allora restiamo d’accordo per venerdì alle 16:30. Mi può dire il suo nome e cognome?»

Io: «Certo. VeRA Marte.»

C: «Ah, ma tu sei quella dei libri! Perfetto, dài, ci vediamo venerdì! Ciao, buona serata!»

Io: «Ehm… Sì… Sono io… Grazie, buona serata anche a te.»

 

Che altro aggiungere?
Forse solo che l’ufficio postale in questione NON è quello dove ho i conti, ma un altro della mia zona, scelto solo perché rimane aperto anche il pomeriggio, cosa che ne ha fatto il punto di ritiro ideale per tutti i miei ordini su Amazon.
Il fatto che ormai gli impiegati mi riconoscano e conoscano il contenuto dei miei pacchi, la dice lunga su quanto spesso io passi a ritirare scatoline e scatoloni traboccanti di volumi vari ed eventuali.

Da notare che, almeno per quanto riguarda me, la scelta del giorno per l’appuntamento è stata vincolata dal giorno previsto per la consegna del mio ultimo ordine, così da prendere i proverbiali due piccioni con una fava.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Giornata Mondiale del Malato Reumatico 2016.

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Ieri, 12 ottobre, si è celebrata la Giornata Mondiale del Malato Reumatico.

Capitando di mercoledì, il fatto che ve ne parli in ritardo, come mio solito, non è poi così grave, infatti buona parte degli eventi nelle varie città d’Italia si terranno domenica, quindi se qualcuno di voi fosse interessato a informarsi, ha ancora tutto il tempo di farlo.

Cos’è l’AnarcoPatia ormai lo sapete quasi tutti, quindi per quest’anno ho deciso di “deliziarvi” con una chicca che ancora non mi pare di avervi propinato.

Sapete cos’è la colorazione istologica con ematossilina eosina?
Al di là dei dettagli tecnici, quello che di sicuro non potete sapere è che fosse una delle mie preferite quando, giovinissima studentessa di biologia sanitaria, passavo i miei pomeriggi in laboratorio a osservare preparati istologici con i fantasmagorici microscopi universitari.
Chissà… Forse il mio inconscio sapeva già che qualche anno dopo, causa AnarcoNipotina, il fucsia sarebbe diventato il re dei colori.

Detto questo, quel che vedete nell’immagine è proprio una sezione istologica trattata con colorazione con ematossilina eosina e, per la precisione, è un muscolo polimiositico.
Le grandi bolle fucsia sono le fibre muscolari, mentre le palline viola sono le cellule infiammatorie infiltrate, assenti in un muscolo sano.

Lo slogan scelto per il 2016 è: “La prevenzione e l’informazione curano e rassicurano”.

Verissimo, per carità, avrei però qualche “ma” da aggiungere.
La prevenzione, ottima cosa, può anche diventare causa di profondo rancore “verso ignoti”, come lo chiamo. Per farla semplice, quando tocca a te è inevitabile chiedersi perché proprio a te e perché chi conduca stili di vita meno “sani” stia invece continuando a spassaserla senza alcuna conseguenza per la salute.
Venendo all’informazione vorrei chiedere anche a voi. Compare un sintomo, più o meno allarmante. Al giorno d’oggi la prima cosa che tutti facciamo, e non negatelo, è cercare su internet. Il risultato è che nel giro di pochi minuti siamo convinti di essere in punto di morte. A chi non è mai successo?

Questo per dire che prevenzione e informazione sono fondamentali, ma possono anche rivelarsi potenziali pericolosissime armi a doppio taglio, per questo vanno “maneggiate” con la massima cura e la massima attenzione.

La finta prevenzione, quella che mira solo a vendervi il presunto prodotto “salutare” del momento, e l’allarmismo mediatico, che spaventa senza spiegare nulla, sono due dei mali peggiori che possano capitare alla vostra salute, quindi ricordate:

  • verificate sempre l’affidabilità delle fonti da cui prendete informazioni
  • affidatevi al vostro buon senso nella prevenzione, non seguite come pecoroni tutti i consigli “per il vostro bene” con cui pubblicità ed enti vari vi bombardano giorno dopo giorno

Ma soprattuto:

Voi non siete numeri, siete persone.
Partendo da una situazione in apparenza identica, quello che può salvare un’altra persona potrebbe uccidere voi, e viceversa.
Imparate ad ascoltare voi stessi e tutti i segnali che il vostro organismo vi invia perché solo voi potete dire se una cosa vi sta facendo bene o male.
Solo voi sapete come state davvero.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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La baba-jaga e Scricciolino.

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C’erano una volta un vecchio e una vecchia che non avevano figli. Per quanto facessero e pregassero Dio, la vecchia non rimaneva incinta. Un giorno, il vecchio andò nel bosco a raccogliere funghi; per la strada incontra un vegliardo. «Io so» dice «quello che ti preoccupa; non pensi che ad avere bambini. Fa’ il giro del villaggio, prendi un uovo in ogni casa e falli covare a una gallina; vedrai tu stesso cosa ne verrà fuori!» Il vecchio rientrò al villaggio, che comprendeva quarantuno famiglie; andò di izbà in izbà, si fece dare da ognuno un uovo e fece covare le quarantuno uova a una gallina. Dopo due settimane, il vecchio guarda, anche la vecchia guarda: da quei gusci erano nati dei ragazzini; quaranta sani e vigorosi, il quarantunesimo, invece, non era riuscito bene: fragile e gracile! Il vecchio diede ai bambini dei nomi; li diede a tutti, ma non ne trovava uno adatto per l’ultimo. «Be’», dice «ti chiamerai Scricciolino!»
I bambini crescevano, crescevano a vista d’occhio; diventarono grandi e cominciarono a lavorare, il padre e la madre ad aiutare: i quaranta robusti si danno da fare nei campi, mentre Scricciolino si occupa della casa. Venne il tempo della falciatura; i quaranta falciarono l’erba, divisero il fieno in mucchi e tornarono al villaggio, dopo circa una settimana di lavoro; mangiarono alla buona e si misero a dormire. Il vecchio li guarda e dice: «Che giovanotti! Mangiano a quattro palmenti, dormono sodo, ma scommetto che il lavoro non è andato avanti di un millimetro!». «Vai prima a vedere sul posto, padre!», interviene Scricciolino. Il vecchio attaccò i cavalli e andò nei campi; diede un’occhiata: c’erano quaranta mucchi di fieno. «E bravi i miei ragazzi! Quanto hanno falciato e ammucchiato in una sola settimana».
Il giorno dopo il vecchio tornò nei campi per ammirare i suoi averi; arrivò, ma uno dei covoni era sparito! Tornò a casa e dice: «Ah, figli miei! Ci è sparito un covone». «Non ti agitare, padre!» risponde Scricciolino. «Prenderemo il ladro; dammi un po’ centi rubli e sistemerò tutto». Prese dal padre i cento rubli e andò dal fabbro: «Potresti forgiarmi una catena che basti a legare saldamente un uomo dalla testa ai piedi?». «Perché no!» «Bada bene di farla solida; se regge bene, avrai cento rubli, ma se si rompe, ci rimetterai il lavoro!» Il fabbro fece una catena di ferro; Scricciolino prese la catena, pagò i cento rubli e si mise a fare la guardia al fieno; seduto ai piedi di un covone, aspetta.
Proprio a mezzanotte, si alzò il vento, il mare cominciò ad agitarsi, e dalle profondità marine esce una giumenta meravigliosa, corse fino al primo covone e iniziò a mangiare il fieno. Scricciolino si precipitò, la imbrigliò con la catena di ferro e ci saltò in groppa. La giumenta partì al galoppo, per monti e per valli; no, non riuscì a scuotersi di dosso il suo cavaliere! Allora si fermò e gli dice: «Va bene, vedo che sei in gamba. Dato che sei riuscito a domarmi, ti affido i miei puledri». La giumenta trottò verso il mare blu e nitrì forte; allora il mare blu si agitò, e qurantun puledrini uscirono dai flutti, uno più bello dell’altro! Puoi girare il mondo in lungo e in largo, ma non ne troverai di simili! Al mattino, il vecchio sente nitrire e scalpitare nel cortile; che succede? Il figlioletto Scricciolino aveva riportato un’intera mandria. «Salve, fratellini!» dice. «Ora abbiamo un cavallo per uno; partiamo in cerca di una fidanzata per tutti». «Partiamo!» Il padre e la madre li benedissero, e quelli si misero in marcia.
Cavalcarono a lungo per il mondo, ma dove trovare un così grande numero di fidanzate? Non vogliono sposarsi separatamente, per evitare gelosie; ma qual è la madre che può vantarsi di avere partorito quarantuno figlie? Giunsero i prodi in terre lontane; guardano: sulla cima di una montagna scoscesa c’è un castello di pietra bianca, circondato da alte mura, con dei pali di ferro accanto al portone. Li contarono: erano quarantuno. Vi attaccarono i loro bei destrieri ed entrarono nel cortile. La baba-jaga li accolse: «Ehi, razza di intrusi! Come avete osato attaccare i vostri cavalli senza il mio permesso?». «Che hai da gridare, vecchia? Prima di farci domande, dacci da mangiare e da bere e poi portaci a fare un bagno». La baba-jaga li fece bere e mangiare, li condusse al bagno e prese a interrogarli: «Allora, bravi giovani, state facendo un lavoro o state fuggendo un lavoro?». «Stiamo facendo un lavoro, nonna!» «Di cosa avete bisogno?» «Cerchiamo delle fidanzate». «Io ho delle figlie», dice la baba-jaga, si precipitò nelle stanze più alte del palazzo e ne riportò quarantuno ragazze.
Concluso il matrimonio, si bevette, si festeggiò, un allegro sposalizio si celebrò. La sera, Scricciolino andò a vedere il suo cavallo. Lo vide il bel destriero e gli disse con voce umana: «Bada, padrone! Quando andrete a dormire con le vostre giovani mogli, scambiatevi i vestiti: mettete i vostri alle ragazze e indossate i loro, altrimenti sarà la catastrofe!». Scricciolino avvertì i fratelli; misero i loro vestiti alle giovani mogli, indossarono quelli da donna e andarono a dormire.
Tutti si addormentarono, tranne Scricciolino, che non chiuse occchio. Quando suonò la mezzanotte, la baba-jaga cominciò a gridare con voce tonante: «Ehi, voi, miei fedeli servitori, tagliate le teste impetuose degli ospiti non invitati». I fedeli servitori acorsero e tagliarono le teste impetuose alle figlie della baba-jaga. Scricciolino svegliò i fratelli e raccontò tutto ciò che era successo; presero le teste tagliate, le piantarono sui pali di ferro che coronavano le mura, poi sellarono i loro cavalli e se ne andarono in gran fretta.
Al mattino, la baba-jaga si alzò, guardò dalla finestra: intorno alle mura, sui pali, stanno le teste delle figlie; folle di rabbia, ordinò che le fosse dato il suo scudo di fuoco, si lanciò all’inseguimento e prese a bruciare con lo scudo qualunque cosa le capitasse a tiro. Dove potevano nascondersi i giovanotti? Avevano il mare blu davanti e la baba-jaga alle spalle, che incendiava e bruciava tutto. Sarebbero morti tutti se Scricciolino non fosse stato previdente: aveva portato via dal castello, infatti, un fazzoletto; scosse il fazzoletto davanti a sé, e subito apparve un ponte sul vasto mare blu; i bravi giovani lo attraversarono. Scricciolino scosse il fazzoletto nell’altro senso, il ponte scomparve, la baba-jaga tornò indietro, mentre i fratelli andarono a casa.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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The Space In Between.

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Lo scorso martedì sera mi sono imbarcata in una delle mie serate cinematrografiche da solista.
Ho appoggiato il mio sederone nella PandaMobile e sono partita alla volta DEL Multisala (con la M maiuscola), a 20 km da casa, che a differenza dei consimili della mia zona, è abbastanza chic da potersi permettere la proiezione dei “film-evento”.

Attenzione puntata su “The Space In Between”, docu-film che testimonia il viaggio che Marina Abramović ha intrapreso nel 2013 in Brasile, alla ricerca di una spiritualità più profonda e trascendente.

Bello, ma un tantino al di sotto delle aspettative.
L’artista, sessantasettenne all’epoca del viaggio, sembra aver perso smalto e originalità. Condizione accettabile se la si pensa come naturale evoluzione di un essere umano che, col passare degli anni, va incontro a un possibile calo fisiologico d’energia, ma difficile da concepire in relazione a Marina Abramović.

Nonostante questo, si coglie ancora almeno l’ombra di quel che Marina Abramović è stata e, per quanto mi riguarda, è stata comunque una visione interessante.

Ho letto e sentito critiche feroci riguardo questo documentario e mi rendo conto che, forse, il mio giudizio è “ammorbidito” dall’effetto catartico che le performance della Abramović hanno avuto su di me negli anni.

Non posso negare l’oggettività di alcune delle osservazioni mosse contro “The Space In Between”, ma, personalmente, non ho trovato il passaggio dallo scioccare il pubblico al suggestionarlo così disturbante e deludente.

Un percorso che, compiuto da chiunque altro, risulterebbe emozionante, mentre trattandosi di Marina Abramović dà l’idea di essere di essere quasi banale.
Durante il suo viaggio l’artista ha incontrato guaritori e guaritrici rappresentanti di diverse correnti sciamaniche del Brasile e si è sottoposta ad alcuni dei loro rituali purificatori.
A farmi percepire ancora lo spirito di sperimentazione della Abramović è stata la consapevolezza che ben poche persone provenienti da paesi “civilizzati” si sottoporrebbero a pratiche simili, perfino se fossero la loro ultima speranza. Interventi chirurgici eseguiti con strumenti di fortuna e senza anestesia, intrugli potenzialmente letali e permanenze in contesti naturali sconfinati e ostili.

Quel che più mi è rimasto è un insegnamento, tanto semplice da risultare scontato, ma difficile da vivere nella quotidianità:

Ho capito che la felicità non viene dall’esterno, viene da me. Da dentro.

 

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Rompiamo il Silenzio!

 
 

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3924.

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Avevo in pogramma altro per oggi, ma ho ricevuto notizie spiacevoli dal fronte della salute e… e non lo so.

Niente rabbia questa volta, e nemmeno tristezza, solo una gran paura. Paura di sottovalutare segnali importanti come è successo l’altra volta. Paura di quello che potrebbe aspettarmi, perché questa volta so fin troppo bene quale sia la procedura.

Proprio ora che iniziavo a concedere all’AnarcoPatia il beneficio del dubbio, ora che iniziavo a convincermi di poter tornare a una “normalità” accettabile.

Sto valutando i possibili compromessi ancora prima che me li propongano, per non farmi trovare impreparata: i medici sono loro, ma la pellaccia è la mia.

E niente. Avevo, e ho ancora, il cervello troppo annebbiato per poter mettere insieme il post che avevo in mente, e questo mi disturba parecchio, perché dimostra che non ho ancora acquisito il giusto grado di lucidità per gestire gli eventuali imprevisti anarcopatici senza permettergli di scombinarmi la vita.

Detto questo, per oggi mi prendo una piccola pausa di riflessione.

Buon venerdì e buon fine settimana, mondo!

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Gli animali nella fossa.

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C’erano una volta un vecchio e una vecchia che non avevano altro bene se non un maiale. Andò il maiale nel bosco a mangiare ghiande. Gli viene incontro un lupo. «Maiale, maiale, dove vai?» «Nel bosco, a mangiare ghiande». «Portami con te!» «Ti portrei con me» dice il maiale «ma laggiù c’è una fossa larga e profonda, non ce la fari a saltarla». «Invece ce la farò», dice il lupo. E si incamminarono; cammina cammina per il bosco, giunsero alla fossa. «Andiamo», dice il lupo «salta». Il maiale saltò e passò la fossa. Anche il lupo saltò, ma ci finì dritto dentro. Be’, dopodiché il maiale mangiò ghiande a sazietà e se ne tornò a casa.
Il giorno dopo, di nuovo il maiale va nel bosco. Gli viene incontro un orso. «Maiale, maiale, dove vai?» «Nel bosco, a mangiare ghiande». «Portami con te», dice l’orso. «Ti porterei, ma laggiù c’è una fossa larga e profonda, non ce la farai a saltarla». «Non temere, ce la farò», dice l’orso. Giunsero alla fossa. Il maiale, saltò e passò la fossa; l’orso saltò, ma ci finì dritto dentro. Il maiale, dopo aver mangiato ghiande a sazietà, se ne tornò a casa.
Il terzo giorno, il maiale di nuovo andò nel bosco a mangiare ghiande. Gli viene incontro una lepre. «Buongiorno, maiale!» «Buongiorno, lepre orecchiona!» «Dove vai?» «Nel bosco, a mangire ghiande». &laquoPortami con te». «No, orecchiona, laggiù c’è una fossa larga e profonda, non ce la farai a saltarla». «Io? Come sarebbe a dire che non ce la farò!» Si avviarono e giunsero alla fossa. Il maiale saltò e passò la fossa. La lepre saltò, ma ci cadde dentro. Be’, il maiale, dopo aver mangiato ghiande a sazietà, se ne torno a casa.
Il quarto giorno, ancora una volta il maiale va nel bosco a mangiare ghiande. Gli viene incontro una volpe; anche quella chiede che il maiale la porti con sé. «No» dice il maiale «laggiù c’è una fossa larga e profonda, non ce la farai a saltarla». «Ma sì, ma sì che ce la farò», dice la volpe. Be’, cadde anche lei nella fossa. Erano quindi quattro gli animali nella fossa, e iniziarono a preoccuparsi di come avrebbero trovato da mangiare.
La volpe dice: «Mettiamoci un po’ a gridare: quello che si stancherà, quello verrà mangiato». Iniziarono a gridare; la lepre si ritirò per prima, mentre la volpe ebbe la meglio su tutti. Presero la lepre, la fecero a pezzi e se la mangiarono. Ma la fame si fece sentire e di nuovo si accordarono per gridare: quello che si fosse ritirato sarebbe stato mangiato. «Se sarò io a ritirarmi» dice la volpe «allora mangerete me, poco importa!» Iniziarono: solo il lupo cedette, non ne poteva più. La volpe e l’orso lo presero, lo fecero a pezzi e se lo mangiarono.
Ma la volpe imbrogliò l’orso: gliene diede da mangiare solamente un pezzetto e nascose il resto per mangiarselo quatta quatta. Ecco che l’orso inizia di nuovo ad avere fame e dice: «Comare, comare, dove ti prendi da mangiare?». «Ma andiamo, compare! Ficcati un po’ una zampa sotto le costole, afferrane una, allora saprai che mangiare». L’orso lo fece, si ficcò una zampa sotto le costole e crepò. La volpe rimase sola. Dopodiché, divorato l’orso, la volpe iniziò ad avere fame.
Sopra quella fossa c’era un albero, su quell’albero stava facendo il nido un tordo. La volpe se ne stava seduta nella fossa, non faceva che guardare il tordo e gli dice: «Tordo, tordo, cosa fai?». «Mi faccio il nido». «Per farci cosa?» «Per allevarci i miei piccoli». «Tordo, dammi da mangiare; se non mi dai da mangiare, mangerò i tuoi piccoli». Il tordo si affliggeva e si tormentava al pensiero di come nutrire la volpe. Volò al villaggio e le portò una gallina. La volpe sparecchiò la gallina e dice di nuovo: «Tordo, tordo, mi hai dato da mangiare?». «Ma sì». «Be’, allora dammi da bere». Il tordo si affliggeva e si tormentava al pensiero di come dissetare la volpe. Volò al villaggio e le portò dell’acqua. La volpe bevve a sazietà e dice: «Tordo, tordo, mi hai dato da mangiare?». «Ma sì». «Mi hai dato da bere?» «Ma sì». «Allora fammi uscire da questa fossa».
Il tordo si affliggeva e si tormentava al pensiero di come tirare fuori la volpe. Poi iniziò a gettare dei rami nella fossa e ne gettò talment tanti che la volpe se ne poté servire per arrampicarsi fino a fuori; dopodiché si allungò ai piedi dell’albero. «Allora» dice «mi hai dato da mangiare, tordo?» «Ma sì». «Mi hai dato da bere?» «Ma sì». «Mi hai fatto uscire dalla fossa?» «Ma sì». «Be’, adesso fammi ridere». Il tordo si affliggeva e si tormentava al pensiero di come fare ridere la volpe. «Volerò fino al villaggio» dice «e tu, volpe, seguimi». Bene; il tordo volò fino al villaggio, si posò sul portone di un ricco contadino, mentre la volpe vi si accucciò ai piedi. Il tordo cominciò a gridare: «Nonnina, nonnina, portami un pezzo di lardo! Nonnina, nonnina, portami un pezzo di lardo!». Saltarono fuori dei cani e fecero a pezzi la volpe.
Ci sono stata, ho bevuto del moscato, sulle labbra è scivolato, in bocca non è arrivato. Mi hanno dato un caffettano verde; mi sono avviata: le cornacchie volano e gridano: «Verde il caffettano, verde il caffettano!». Ho creduto di sentire: «Getta il caffettano», ho preso e me ne sono sbarazzata. Mi hanno dato un cappello blu. Le cornacchie volano e gridano: «Blu il cappello, blu il cappello!». Ho creduto di sentire: «Giù il cappello!», me ne sono sbarazzata e sono rimasta senza più niente.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

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Ottobre Rosso.

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Image Credit © VeRA Marte

 

Scherzetto! Nonostante la mia conclamata russofilia, questo post nulla ha a che fare con gli eventi della rivoluzione d’ottobre avvenuta nel 1917 nella Grande Madre Russia.

L’unico sangue versato è stato il mio, infatti ho iniziato il mese con l’abituale gita trimestrale al Centro Prelievi: vi lascio immaginare con quale gaudio io abbia accolto il trillo della sveglia sabato mattina.

Non ho grandi aspettative rispetto a questo giro di analisi, forse perché le mie aspettative non coincidono mai con gli esiti effettivi, positivi o negativi che siano.

Spiegare la mia apparente indifferenza, in fondo, è semplice: arriva un momento in cui smetti di lasciarti ossessionare dai numeri stampati sui referti, e inizi a concentrarti su quale sia stato il reale impatto della malattia sulla tua vita e su cosa significhi davvero conviverci giorno dopo giorno.

Dopo aver pianto, dopo essermi arrabbiata, dopo aver finto che non fosse mai successo nulla, non ho potuto fare altro che prendere atto della realtà.

Così ho imparato a riposare gli occhi da computer e televisione almeno ogni due ore, a non sacrificare preziosi minuti di sonno per niente al mondo, a organizzare i pasti in modo da non interferire con l’assunzione dei farmaci.

Quelli nella foto, ad esempio, sono i miei 11 giorni di vacanza a Praga.
Una bella rottura, certo, ma nulla di ingestibile una volta preso il ritmo.

Quando i medici mi dicevano “Sarà una cosa lunga”, non avevo idea che si stesse parlando di anni, e per un sacco di tempo ho vissuto posticipando tutto a “quando sarei stata meglio”. Di sicuro la situazione è migliorata, ma col tempo ai benefici della terapia si sono aggiunti anche gli effetti collaterali, e la sensazione di prigionia si è amplificata.

Dover accettare di stare male per non stare peggio è una gran fregatura.

A un certo punto, però, è stata proprio questa consapevolezza a spingermi a ripartire, a riprendere le redini e le misure della mia (nuova) vita.
Seppur con ritmi molto più blandi, ho ripreso a scrivere, a leggere, a studiare e tradurre, ad andare fuori a cena e al cinema da sola in settimana.
Sono perfino tornata all’estero, prendendo un aereo e scarrozzandomi i bagagli.

Il prossimo obiettivo, tanto banale quanto complicato se si pensa che da mesi ho in nervi delle mani infiammati, è tornare a impastare biscotti di tutte le forme per gli AnarcoNipoti.

Sono convinta che a Leti non dispiacerà affatto riprendere questa vecchia abitudine ma, soprattutto, con ben 6 dentini già attivi e con il 7º e l’8º in arrivo, è proprio ora che anche Tommi si unisca a noi!

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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