Archivi del mese: dicembre 2016

Caro Babbo…

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Caro Babbo Natalo,
come ti avrebbe appellato l’Abatantuono di qualche decennio fa, so che forse è un po’ tardi per scriverti, ma ho preferito aspettare che tu finissi di sbrigare il tuo compito più importante: portare i doni ai bimbi.

Non che io sia mai stata uno stinco di santa, ma proprio non mi era parso di essere stata tanto una cattiva persona quest’anno.
Visto quel che mi hai portato, però, il dubbio inizia a sorgermi: analisi peggiorate, nuove terapie con effetti collaterali sempre più manifesti e fastidiosi, un consulto obbligato con la dietista, nel tentativo di salvare un fegato a cui la buona volontà non sembra più essere sufficiente per smaltire tutte le scorie che gli vengono rifilate, chimiche o biologiche che siano.

Ora la sto buttando un po’ sul ridere, ma la verità è che è sempre più difficile mantenere un approccio positivo e ottimista alla situazione.
È difficile alzarti la mattina e non riuscire a vestirti perché quanto rimasto dei muscoli delle gambe non si alza abbastanza per infilare i piedi nei pantaloni, mentre quelli delle braccia non riescono a stare sollevati nemmeno il tempo necessario a pettinarti quei quattro capelli che ti sono rimasti in testa, se non al prezzo di dolori che, di sicuro, non aiutano a iniziare bene la giornata.
È difficile doverti portare l’utile in borsa, ma poterlo fare solo a patto di rinunciare al dilettevole, perché non riesci più a sostenerne il peso: scegliere i libri in base al loro spessore e non al loro contenuto, perché non puoi sacrificare la bottiglietta d’acqua, le salviettine o la cartellina coi documenti medici. Frustrante.
È difficile sentirti dire che il tuo fegato proprio non sta bene, nonostante tu, negli ultimi tre anni, non abbia raggiunto le dieci mangiate di fritto e non abbia mai bevuto più di un paio di birre medie al mese, spesso neanche quelle.
È difficile ritrovarmi di nuovo a non poter guidare, ma non solo, ad avere addirittura problemi a salire e scendere dalle auto delle anime pie che si offrono di scarrozzarmi, costringendole ad assistere ad acrobazie surreali, come se la rinnovata totale mancanza di autonomia non fosse già abbastanza.
È difficile cercare un nuovo lavoro che si adatti alle tue limitazioni di salute senza che nessuno te le riconosca in modo ufficiale. Rinunciare a cose che ti piacerebbe fare, ma su cui non ti puoi più permettere nemmeno di fantasticare, e cercare solo fra le offerte che si adattano alle tue possibilità, per poi vedertele negare a fronte di leggi attualmente in vigore, che non prevedono che qualcuno possa mettere nero su bianco che determinate mansioni ti spetterebbero di diritto.
È difficile smettere di essere il lampante risultato dello stile di vita che hai scelto di condurre, per diventare solo una conseguenza approssimativa e sfuocata del regime farmacologico che segui.

È difficile, più di ogni altra cosa, stare a guardare un intero squadrone di medici che brancolano nel buio, dando l’impressione di non avere la minima idea di quel che fanno, vederti trattare come una vera e propria cavia, sentirti dire che “Non esistono più i pazienti di una volta”, quelli in cui esami e sintomi avevano una corrispondenza che portava a diagnosi facili e, spesso, risolutive.

E allora, caro Babbo Natalo, cosa avrò mai fatto di tanto terribile da meritare cotanta ritorsione da parte tua? E che ne diresti di concordare un congruo conguaglio per l’anno prossimo?
Perché, se questi sono i risultati del mettercela tutta per “fare la brava”, chi me lo fa fare? Tanto varrebbe darsi ai bagordi e vivacchiare, malaticcia sì, ma almeno felice e soddisfatta.

Detto tutto questo, per dimostrarti che non c’è nulla di personale nelle mie recriminazioni, ti dedico il mio personale tormentone delle feste 2016, nella speranza che ti strappi un sorriso e, magari, ti corrompa a essere un tantino più magnanimo nel 2017.

 

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Storie di streghe. #2

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In un certo reame c’era una volta un re; quel re aveva una figlia maga. Accanto al palazzo rele viveva un pope: aveva un figlio di dieci anni, che ogni giorno andava da una vecchia a imparare a leggere e a scrivere. Una volta gli capitò di tornare tardi la sera dalla lezione; passando vicino al palazzo, gettò un’occhiata da una finestrella. A quella finestrella siede la principessa, fa le pulizie: si tolse la testa, la lavò col sapone, la sciacquò con acqua pulita, pettinò i capelli, fece la treccia e rimise la testa al suo posto. Il bambino rimase strabiliato: «Vedi che furba! È proprio una strega!». Tornò a casa e raccontò a tutti che aveva visto la principessa senza testa. Improvvisamente si ammalò gravemente la principessa, mandò a chiamare il padre e gli diede istruzioni: «Se morissi, allora fa restare il figlio del pope a leggere per tre notti accanto a me il salterio». Morì la principessa, la misero nella bara e la portarono in chiesa. Il re chiama il pope: «Hai un figlio?». «Sì, Vostra Altezza». «Che legga» dice «accanto a mia figlia il salterio per tre notti». Il pope tornò a casa e ordinò al figlio di prepararsi.
Al mattino andò il figlio del pope a lezione e sta davanti al libro tutto triste. «Perché sei così triste?», gli chiede la vecchia. «E come non esserlo, se sono perduto per sempre?» «Ma che dici? Sii più chiaro». «Le cose stanno così, nonna! Devo leggere accanto alla principessa, che è una strega!» «Lo sapevo già prima di te! Ma non temere, eccoti un coltellino; quando arriverai in chiesa, traccia intorno a te un cerchio, leggi il salterio e non guardarti mai indietro. Qualsiasi cosa succeda, qualsiasi mostruosità tu veda, tu continua a leggere, senza farci caso! Ma se ti guarderai indietro, sarai perduto per sempre!» La sera il ragazzo arrivò in chiesa, tracciò intorno a sé col coltellino il cerchio e si concentrò sul salterio. Suonarono le dodici, la lastra della tomba si sollevò, la principessa si alzò, corse fuori e iniziò a gridare: «Ah, ora imparerai dalle mie finestre a guardare e a tutti andarlo a raccontare!». Cercò di lanciarsi sul figlio del pope, ma in nessun modo riesce a superare il cerchio; allora cominciò a far apparire un sacco di cose terribili; solo che, qualsiasi cosa facesse, quello continuav a leggere, non alzava gli occhi. Quando iniziò ad albeggiare, la principessa si precipitò nella bara e di slancio vi cadde distesa alla meglio!
La seconda notte avvenne la stessa cosa; il figlio del pope non ebbe paura di niente, lesse senza sosta fino alla luce del giorno, e il mattino andò dalla vecchia. Quella chiede: «Allora, hai visto cose terribili?». «Sì, nonna!» «Stanotte sarà ancora peggio! Eccoti un martello e quattro chiodi: inchiodaci ai quattro angoli la bara, e quando ti metterai a leggere il salterio, sistema il martello di fronte a te». La sera arrivò il figlio del pope in chiesa e fece tutto quello che gli aveva insegnato la vecchia. Suonarono le dodici, la lastra della bara cadde a terra, la principessa si alzò e iniziò a volare da ogni parte, minacciando il figlio del pope; poi fece apparire cose ancora più terribili delle altre volte: al figlio del pope sembra che in chiesa si sia creato un incndio, la fiamma ha già avvolto tutte le mura; ma quello continua a stare in piedi e legge, senza guardarsi indietro. Verso l’alba la principessa si precipitò nella bara, e subito l’incendio sparì, ogni apparizione svanì! Al mattino arriva in chiesa il re, guarda: la bara è aperta, nella bara la principessa sta a faccia in giù. «Che significa?», chiede al ragazzo; lui gli raccontò quel che era successo. Il re ordinò di uccidere la figlia con un paletto di pioppo nel petto e di sotterrarla, ricompensò generosamente il figlio del pope con denaro e diverse tenute.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Storie di streghe. #1

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Una sera tardi arrivò un cosacco in un villaggio, si fermò sul limite di un’izbà e iniziò a chiedere: «Ehi, padrone, fammi passare la notte qui!». «Entra, se non hai paura della morte». «Che strano discorso!», pensa il cosacco; mise il cavallo nella stalla, gli diede da mangiare e va nell’izbà Guarda: sia i contadini, che le donne, che i bambini piccoli, tutti piangono singhiozzando e pregano Dio; finito di pregare, indossarono delle camicie pulite. «Perché piangete?», chiede il cosacco. «Vedi» risponde il padrone «nel nostro villaggio di notte va in giro la Morte, in qualunque izbà dia un’occhiata, il mattino dopo bisogna mettere tutti gli abitanti in una bara e portarli al cimitero. Questa notte è il nostro turno». «Eh, padrone, non temere; non si muove foglia ch Dio non voglia». I padroni si misero a dormire; ma il cosacco, sornione, non chiude occhio.
A mezzanotte in punto si aprì la finestra; alla finestra apparve una strega, tuta vestita di bianco, prese l’aspersorio, infilò il braccio nell’izbà e voleva aspergere, quando improvvisamente il cosacco agitò la sua sciabola e le tagliò il braccio fino alla spalla. La strega lanciò un grido, si mise a strillare, come un cane iniziò a latrare e corse via. Il cosacco raccolse il braccio tagliato, lo nascose nel suo pastrano, lavò via il sangue e si mise a dormire. Il mattino dopo si svegliarono i padroni, guardano: erano tutti sani e salvi fino all’ultimo, e si rallegrarono indicibilmente. «Volete» dice il cosacco «che vi mostri la Morte? Riunite al più presto tutti i centurioni e i decurioni e andiamo a cercarla per il villaggio». Subito si riunirono tutti i centurioni e i decurioni e andarono di casa in casa; là niente, qui nemmeno, alla fine arrivarono all’izbà del sagrestano. «È tutta qui la tua famiglia?«, chiede il cosacco. «No, caro! Una ragazza è malata, è stesa sulla stufa». Il cosacco guardò la stufa, e la ragazza aveva un braccio tagliato; allora spiegò tutto quello che era successo, tirò fuori il braccio mozzato e lo mostrò. Tutti ricompensarono il cosacco con parecchi soldi, e comandarono che la strega fosse annegata.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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La scarpetta d’oro.

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C’erano una volta un vecchio e una vecchia che avevano due figlie. Il vecchio un giorno andò in città e comprò a una sorella un pesciolino e all’altra anche un pesciolino. La maggiore mangiò il suo pesciolino, mentre la più giovane andò al pozzo e dice: «Pesciolino caro! Ti devo mangiare o no?». «Non mangiarmi» dice il pesciolino «rimettimi nell’acqua; io ti sarò utile». Lei mise il pesciolino nel pozzo e tornò a casa. La madre non amava per niente la sua figlia minore. Fece indossare alla sorella il vestito più bello e andò con lei in chiesa alla messa, mentre alla più giovane lasciò due misure di segale e le ordinò di plirla prima che loro rientrassero dalla chiesa.
La ragazza andò a prendere l’acqua, siede accanto al pozzo e piange; il pesciolino nuotò verso la superficie e le chiede: «Perché piangi, bella fanciulla?». «E come non piangere?» le risponde la bella fanciulla. «Mia madre ha fatto mettere a mia sorella il vestito più bello, è andata co lei a messa, ha lasciato me a casa e ha ordinato di pulire due misure di segale prima del suo ritorno dalla chiesa!» Il pesciolino dice: «Non piangere, va’ a vestirti e va’ in chiesa; la segale sarà pulita!». Quella si vestì e andò a messa. La madre non poté riconoscerla. Quando la messa fu al termine, la ragazza torna a casa; anche la madre arriva a casa e chiede: «Allora, sciocca, hai pulito la segale?». »Sì», risponde lei. «Che bella ragazza c’era a messa!» dice la madre. «Il pope non canta, non legge, non fa che guardarla; tu, invece, sciocca, guardati un po’ come sei conciata!» «Non c’ero, ma lo so!», dice la ragazza. «Ma che vuoi sapere?», le disse la madre.
Un’altra volta la madre fece indossare alla sua figlia maggiore il vestito più bello, andò con lei alla messa, mentre alla minore lasciò tre misure d’orzo e dice: «Mentre io prego Dio, tu pulisci l’orzo». Poi andò a messa, la figlia, invece, andò al pozzo; siede accanto al pozzo e piange. Il pesciolino nuotò verso la superficie e chiede: «Perché piangi, bella fanciulla?». «E come non piangere?» gli risponde la bella fanciulla. «Mia madre ha vestito mia sorella con il vestito più bello, è andata con lei a messa, ha lasciato me a casa e ha ordinato di pulire tre misure di orzo prima del suo ritorno dalla chiesa». Il pesciolino dice: «Non piangere, va’ a vestirti e seguila in chiesa; l’orzo sarà pulito!».
Lei si vestì, arrivò in chiesa, iniziò a pregare Dio. Il pope non canta, non legge, non fa che guardarla! La messa finì. Quel giorno alla messa c’era un principe del luogo; la nostra bella fanciulla gli piacque molto; volle conoscerla: chi era? Allora le gttò della resina sotto una scarpa. La scarpa rimase attaccata, ma lei andò a casa. «Sposerò» dice il principe «la padrona di questa scarpa!» La scarpa era tutta ricamata in oro. Ecco che la vecchia rrivò a casa. «Che bella ragazza c’era!» dice. «Il pope non canta, non legge, non fa che guardarla; tu, invece, sciocca guardati un po’: sei una vera stracciona!»
Intanto il principe cercava da ogni parte la ragazza che aveva perso la scarpa; ma non riuscì a trovare in nessun luogo una cui la scarpa stesse a pennello. Arrivò anche dalla vecchia e dice: «Fammi vedere tua figlia, chissà se questa scarpa le andrà bene?». «Mia figlia sporcherà la scarpa», risponde la vecchia. Venne la bella fanciulla; il principe le misurò la scarpa: la scarpa le sta perfetta. Quello la sposò; iniziarono a vivere felici e contenti, diventarono sempre più abbienti. Ci sono stato, ho bevuto del moscato, sui miei baffi è scivolato, ma in bocca non è arrivato. Mi hanno dato un vestito blu, una cornacchia vola e grida: «Blu il vestito! Blu il vestito!». Penso: «Giù il vestito!», ho preso e me lo sono tolto. Mi hanno dato delle scarpette laccate, la cornacchia vola e grida: «Laccate le scarpette! Laccate le scarpette!». Penso: «Rubate le scarpette», ho preso e le ho buttate.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Ciao Francesca!

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Nelle primissime ore di ieri, si è spenta Francesca “Wondy” Del Rosso.

Scrittrice, giornalista e blogger, moglie e mamma, ma soprattutto DONNA.

Dopo 6 anni di battaglia contro i “sassolini”, come li definiva nel suo libro, Francesca ha perso.

Difficile dimenticare la prima volta che sono “inciampata” nella sua zazzera bionda, durante l’intervista di Daria Bignardi.
Una grande forza, un incrollabile ottimismo e un’invidiabile autoironia.
La capacità di reinventarsi dopo aver preso atto dei limiti che la malattia le aveva imposto e di fare tutto questo con un sorriso sulle labbra.
In questa intervista Francesca, con la sua solarità, dice in modo molto schietto quel che tante persone malate si ritrovano a pensare e ad affrontare, o almeno, io ho condiviso e continuo a condividere molte delle sensazioni e delle esperienze di cui racconta: forse proprio per questo mi è piaciuta così tanto fin dai primi minuti, perché è autentica.

Detto questo, lascio proprio a questo ricordo l’onere del mio saluto a Francesca, perché quando arriva a cambiarti in modo radicale la vita, non importa più quale sia il male, ciò che conta è non dimenticare mai che dietro alla malattia c’è una persona.
Non un santone illuminato da improvvise riflessioni filosofiche sulla vita e sulla morte, ma una persona, fatta di piccoli pensieri quotidiani, di innate forze, ma anche di umane debolezze e paure, di tutti quei piccoli gesti, quelle abitudini, quei vizi, quei modi di fare e di dire, quelle espressioni caratteristiche che, ogni giorno, rendono ogni essere umano unico nella sua propria identità.

 

Grazie di cuore, Wondy!

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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I bambini promessi sposi.

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C’erano una volta due ricchi mercanti: uno di Mosca e l’altro di Kiev; viaggiavano spesso insieme per commercio e divennero molto amici. Un giorno il mercante di Kiev arrivò a Mosca, si incontrò col suo amico e gli dice: «Dio mi ha concesso una grande gioia: mia moglie ha partorito un bel bambino!». «A me, invece, è nata una figlia!», risponde il mercante di osca. «Via! Accordiamoci: io ho un figlio, tu una figlia, niente di meglio: fidanzato e fidanzata! Quando cresceranno, li faremo sposare e diventeremo parenti». «Bene, ma questa non è cosa da farsi con tanta leggerezza. Metti che tuo figlio rompa con la sua fidanzata; dammi ventimila rubli in pegno!» «E se tua figlia morisse?» «Be’, allora avrai i soldi indietro!» Il mercante di Kiev tirò fuori i ventimila rubli e li diede a quello di MOsca; quello li prese, torna a casa e dice alla moglie: «Sai che ti dico? Ho già promesso in sposa nostra figlia!». La moglie si meravigliò: «Che dici! Sei diventato matto? Ma se è ancora nella culla!». «E cosa importa che è ancora nella culla? Io l’ho promessa lo stesso: intanto ho avuto ventimila rubli in pegno».
Bene. Vivono i mercanti ognuno nella propria città, non si fanno visita: sono lontani, e gli affari andavano in modo tale che bisognava restare a casa. Intanto i loro figli crescono senza sosta: il ragazzo è bello, ma la ragazza ancor di più. Passarono diciotto anni; il mercante di Mosca vide che non aveva più notizie dal suo vecchio conoscente, e fece fidanzare la figlia con un colonnello. Nel frattempo, il mercante di Kiev chiama a sé il figlio e gli dice: «Va’ a Mosca; lì c’è un lago, in quel lago ho messo una rete; se nella rete è caduta un’anatra, porta l’anatra, se non c’è l’anatra, allora riporta la rete». Il figlio del mercante si equipaggiò e andò a Mosca; cammina cammina, ecco che è già vicino, è rimasta solo una fermata. Doveva attraversare un fiuma, e sul fiume c’era un ponte: una metà è lastricata, l’altra no.
Per quella stessa strada, per caso, passava anche il colonnello; si avvicinò al ponte e non sa come arrivare dall’altra parte. Vide il figlio del mercante e chiede: «Tu dove vai?». «A Mosca». «Perché?» «Là c’è un lago, in quel lago, diciotto anni fa, mio padre mise una rete, e ora mi ha mandato a vedere se nella rete è cadua un’anatra: se c’è, devo riportarla, se non c’è, devo riportare la rete». “Ecco una bella incombenza!” pensa il colonnello. “Può forse resistere per diciotto anni una rete? Ma, ammesso pure che la rete abbia resistito, come potrebbe un’anatra essere sopravvissuta tanto tempo?” Pensa che ti ripensa, cercò di indovinare, ma non ce la poté fare. «E come faremo» disse «a passare il fiume?» «Io andrò avanti col dietro!», disse il figlio del mercante; spronò i cavalli, arrivò alla metà del ponte e iniziò a passare le travi dietro davanti, lastricò l’altra parte del ponte e arrivò dall’altro lato; insieme a lui passò anche il colonnello. Ecco che arrivarono in città. «Tu dove ti fermi?», chiede al figlio del mercante il colonnello. «In quella casa dove primavera e inverno stanno alla porta». Si salutarono e ognuno andò per la sua strada.
Il figlio del mercante si fermò da una povera vecchia; il colonnello, invece, andò dalla fidanzata. Là gli diedero da bere, da mangiare, gli chiesero del viaggio. Quello allora racconta: «Ho incontrato il figlio di un mercante, gli ho chiesto: perché vai a Mosca? E quello in risposta: a Mosca c’è un lago, in quel lago, diciotto anni fa, mio padre ha messo una rete, e ora mi ha mandato a vedere se nella rete è caduta un’anatra: se c’è, devo riportarla, se non c’è, devo riportare la rete! Poi ci è toccato attraversare un fiume; su qel fiume c’era un ponte, per metà lastricato e per metà no. Io cercavo di farmi venire in mente come passare dall’altra parte. Il figlio del mercante, invece, ha capito subito tutto, ha attraversato col dietro davanti e mi ha fatto passare». «E dove ha preso alloggio?», chiede la fidanzata. «In quella casa dove primavera e inverno stanno alla porta».
La figlia del mercante, allora, corse in camera sua, chiamò la sua cameriera e le ordina: «Porta una brocca di latte, una pagnotta e un cestino di uova; bevi dalla brocca, addenta la pagnotta, assaggia un uovo dal cestino. Poi va’ in quella casa dove sono legati sulla porta l’erba e il fieno; trova il figlio del mercante, dagli il pane, il latte e l’uovo e chiedi: il mare sta tra le sue rive o è caduto? La luna è piena o calante? Le stelle sono tutte in cielo o sono rotolate giù?». Arrivò la cameriera dal figlio del mercante, gli diede i doni e chiede: «Il mare sta tra le sue rive o è caduto?». «È caduto». «La luna è piena o calante?» «Calante». «Le stelle sono tutte in cielo?» «No, una è rotolata giù». La cameriera tornò a casa e riferì le risposte alla figlia del mercante. «Be’, padre» dice la figlia del mercante «il vostro fidanzato non mi serve; io ho il mio da tempo: col padre ti sei accordato, la tua parola gli hai dato». Subito mandarono a prendere il vero fidanzato, iniziarono a preparare le nozze e la festa, e il colonnello venne rifiutato. A quelle nozze sono stato, ho bevuto del moscato, sui miei baffi è scivolato, nella bocca non è andato.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
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Rompiamo il Silenzio!

 
 

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