Archivi del mese: febbraio 2017

Oggi va così… #4


 

Oggi va così perché…

Perché a volte è bello poter credere che le coincidenze non esistano e che i “segni” siano tali, nella loro quasi banale semplicità, senza stare a farsi troppe domande in merito.

Perché a volte è giusto concedersi di concentrarsi sulla metà piena del bicchiere, lasciando qualunque riflessione su quella vuota a un “dopo” non meglio definito.

Perché a volte credere è fondamentale, non importa in cosa, purché ci si creda.

Perché a volte rimanere tagliata fuori dal mondo per un fastidioso problema di connessione è la cosa migliore che possa capitarti, l’opportunità più stimolante per riprendere in mano carta e penna.

Perché a volte volgere lo sguardo al sole che sorge fuori dal finestrino dell’auto, sfumando il cielo azzurro di rosa e arancio, è sufficiente a farti apprezzare il viaggio, al di là del fatto che la destinazione sia poco invitante.

Perché a volte l’ottimismo è un’occasione da cogliere al volo, non un affabulatore da cui guardarsi con prudente malfidenza.

Perché a volte allentare un po’ la tenacia e l’ostinazione nella lotta, abbandonandosi al corso delle cose, è la scelta più riposante e rigenerante che si possa fare.

Perché a volte, semplicemente, tutto possa andare come deve andare.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Rare Disease Day 2017

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Scopri di più!

 

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Una delle cose peggiori delle condizioni di autoimmunità è la percezione che una presenza aliena si sia impossessata del nostro corpo. All’improvviso siamo occupati da una forza misteriosa che ci fa tremare, provare dolore, andare in panico, sentire deboli, che ci provoca degli arrossamenti, e che ci impedisce di dormire, di concentrarci, per non parlare dell’opprimente sensazione di affaticamento, annebbiamento mentale e debolezza muscolare che essa genera.
[…] È brutto sentirsi deboli, esausti, con la testa che gira. D’accordo, ci sentiamo così quando abbiamo l’influenza e sappiamo che possiamo riprenderci e tornare alla vita consueta. Ma con una condizione di autoimmunità, se il dottore tradizionale ci ha dipinto il quadro consueto abbiamo la sensazione che la malattia ci privi di ogni potere, come se essa — e non noi — potesse decidere del nostro futuro.
Possiamo andare in vacanza con i nostri famigliari? Occorre chiederlo alla malattia. Possiamo assumere una nuova sfida interessante al lavoro? Occorre chiederlo alla malattia. Possiamo iscriverci alla facoltà di medicina o a giurisprudenza o a una scuola di specializzazione universitaria, prenderci il nostro “anno sabbatico” per andare in Nepal, mettere su famiglia con il coniuge, o allenarci per una gara di triathlon? Occorre chiederlo alla malattia, perché ora che abbiamo questa patologia misteriosa non possiamo più fare affidamento sul nostro organismo e, se è per questo, neppure sulle nostre energie, sulla nostra capacità di concentrazione mentale o sul benessere emozionale. Forse staremo bene per un meseo due; potremmo persino sentirci meglio di come stiamo adesso. Se questi nuovi farmaci funzionano come si suppone che facciano, se non sviluppiamo un qualche effetto collaterale non previsto, se lo stress di viaggiare o di fare gli straordinari al lavoro o la nascita di un figlio non fanno deragliare il nostro ipersensibile sistema immunitario, se andando all’estero non ci viene un’altra infezione e non siamo sollecitati da un ulteriore motivo di stress o da una minaccia, la nostra vita potrebbe anche procedere in modo soddisfacente. O anche non farlo. Occorre chiederlo alla malattia.

♦ “La soluzione autoimmune”,
di Amy Myers

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Questo brano è tratto dal libro “La soluzione autoimmune” di Amy Myers, medico e paziente ma, soprattutto, autoimmune.

Senza molto da aggiungere, direi che le sue parole esprimono piuttosto bene come ci si senta quando si deve convivere con una diagnosi di autoimmunità.

Certo, le prospettive sono abbastanza angoscianti, ma se ci si approccia nel modo giusto, si scopre che c’è una cosa importante da imparare: l’arte dell’improvvisazione.
Programmare la propria vita smette di essere un’opzione contemplabile e ti ritrovi a non poter fare altro che vivere nel “qui e ora” per la maggior parte del tempo. Detta così può quasi sembrare un cosa bella, ma la verità è che ti fa sentire ancora più “anomala”, perché riduce ancor di più quel che hai da spartire con le persone che ti circondano. Chi più, chi meno, tutte le persone delle nostra vita pensano al lavoro, alla famiglia, alle vacanze, a come trascorrere il tempo libero, ma tu no: tu devi pensare alle analisi, alle visite, alle terapie. C’è chi, nel tempo, riesce ad aggiustare il tiro, imparando a starti accanto senza dimenticare la malattia, ma riuscendo a vederti al di là di essa, però si tratta di una ristretta minoranza. La maggior parte delle persone finisce per allontanarsi perché non sa come porsi di fronte a una cosa tanto grossa o perché si sente in colpa a parlarti, magari anche lamentandosene, delle piccole difficoltà della quotidianità.

Passando oltre, per la Giornata Mondiale delle Malattie Rare 2017, che si celebrerà domani, 28 febbraio, vorrei sfogarmi anche con una piccola “riflessione-appello” personale.
Negli ultimi decenni l’oncologia ha raggiunto risultati ammirevoli, tanto che da molti tipi di tumore oggi è possibile guarire completamente.
Altrettanto lodevoli sono le continue (e sacrosante, sia chiaro) campagne di sensibilizzazione promosse dalle varie associazioni a favore della ricerca sulle malattie rare genetiche.
Ma i Rari autoimmuni? Vorrei davvero che ci si ricordasse un po’ di più anche di noi, invece di “bollarci” come predestinati per poi abbandonarci a noi stessi.
Il non conoscere le cause di queste patologie dovrebbe essere uno sprone a cercare di capirne di più, non una giustificazione per declassarle come meno degne di investimenti di altre. Certo, mi rendo conto che possa apparire più sensato investire dei fondi su ricerche che, almeno all’apparenza, sembrano offrire maggiori possibilità di portare a esiti significativi e, sul lungo periodo, positivi per la popolazione dei malati, ma sono sicura che proprio i malati, in quanto tali, sarebbero i primi a esprimersi in favore di un trattamento equo, anche in fatto di gestione delle risorse.
Detto questo, la malattia, quella rara, cronica, invalidante, è una condizione terribile, qualunque essa sia e in maniera del tutto indipendente dallo stadio in cui versa, perché ruba i tuoi progetti, ruba il tuo modo di essere, ruba le tue energie: la malattia ruba la TUA vita.

Per queste ragioni oggi, alla vigilia della 10ª Giornata Mondiale delle Malattie Rare, quest’anno dedicata per l’appunto alla ricerca, vorrei soltanto chiedere che mi venisse concessa almeno una possibilità, un domani, di scrollarmi dalle spalle la pesante etichetta di “gestibile, ma incurabile” che la diagnosi di autoimmunità si porta con sé.

Domani più che mai…

… rompiamo il Silenzio!

 
 

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Il sale.

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In una città c’era una volta un mercante che aveva tre figli: il primo — Fëdor, il secondo — Vasilij, e il terzo — Ivan lo sciocco. Viveva quel mercante agiatamente, navigava con le sue navi di merci preziose e le inviò oltremare con i due figli maggiori. Il figlio minore Ivan non faceva che girare per osterie, per bettole, e perciò il padre non gli affidava nessun commercio; ma quando seppe che i suoi fratelli erano stati inviati oltremare, subito si presentò dal padre e si mise a chiedergli di poter in altre terre se stesso mostrare, la gente guardare e con la sua intelligenza guadagni accumulare. Il mercante a lungo non acconsentì: «Tu ti berrai tutto,» dice «e non riporterai a casa la testa!», ma, vedendo l’irremovibilità della sua richiesta, gli diede una nave con il carico pù misero: travi, assicelle e tavole.
Si mise Ivan in viaggio, si allontanò dalla riva e presto raggiunse i suoi fratelli; navigano insieme per il mare blu un gionro, un secondo e un terzo, ma il quarto si alzarono dei forti venti e gettarono la nave di Ivan in un punto lontano, verso un’isola sconosciuta. «Be’, ragazzi» gridò Ivan ai mozzi «avvicinatevi alla riva». Fecero scalo, lui scese sull’isola, ordinò che lo aspettassero, e se ne andò per un sentierino; cammina cammina arrivò a un’enorme montagna, guarda: su quella montagna non c’è né sabbia, né pietra, ma puro sale russo. Tornò indietro verso la riva, ordinò ai mozzi di buttare tutte le travi e le tavole, e caricò la nave di sale. Non appena questo fu fatto, si allontanò Ivan dall’isola e continuò a navigare.
Navigarono a lungo o no, un anno o un mese passò: la nave arrivò a una grande e ricca città, si fermò al porto e gettò l’ancora. Ivan figlio di mercante scese in città e si diresse dallo zar del luogo a prostrarsi perché gli permettesse di commerciare a prezzo libero; e come campione portò un fagottino della sua merce, di sale russo. Subito riferirono del suo arrivo al sovrano; lo zar lo fece chiamare e chiede: «Dimmi di che si tratta, quale necessità hai?». «Così e così, Vostra Altezza! Permettimi di commerciare nella tua città a prezzo libero». «E quale merce commerci?» «Sale russo, Vostra altezza!» E lo zar non aveva mai sentito parlare di sale: in tutto il suo regno mangiavano senza sale. Si meravigliò di quella nuova e inusitata merce. «Allora su» dice « fa’ vedere!» Ivan figlio di mercante spiegò il fazzoletto; lo zar gettò un’occhiata e pensò tra sé: «Ma questa è in tutto e per tutto sabbia bianca!». E dice a Ivan con un sorrisetto: «Be’, fratello, questo bene da noi lo danno anche grais!».
Uscì Ivan dalla reggia molto afflitto, e gli venne in mente: «Me ne andrò nelle cucine reali e vedrò come i cuochi preparano i cibi: che sale ci mettono?«. Arrivò alle cucine, chiese di riposare un po’, so sedette su una sedia e si mise a osservare. I cuochi corrono di continuo avanti e indietro: chi lessa, chi arrostisce, chi versa, e chi batte i pidocchi con il mestolo. Vede Ivan figlio di mercante che i cuochi non ci pensano nemmeno a salare i cibi; scelse l’attimo in cui tutti erano usciti per un po’ dalla cucina, prese e versò del sale, quanto bastava, in tutti i cibi e i condimenti. Venne il momento del pranzo; portarono la prima vivanda. Lo zar assaggiò, e gli parve tanto gustosa come mai prima; gli diedero un’altra vivanda: quella gli piacque ancora di più.
Chiamò lo zar i cuochi e dice loro: «Da quanti anni regno, ma non avete mai cucinato in modo tanto gustoso. Come avete fatto?». Rispondono i cuochi: «Vostra Altezza! Abbiamo preparato al solito, non abbiamo aggiunto niente di nuovo; ma c’è in cucina quel mercante che è venuto a chiedere libero commercio: che sia stato lui a mettere qualcosa?». «Fatelo venire qui!» Condussero Ivan figlio di mercante dallo zar per l’interrogatoio; quello cadde in ginocchio e chiede perdono: «Sono colpevole, zar-sovrano! Ho aggiunto sale russo a utti i cibi e i condimenti; è così che si fa dalle nostre parti». «E a quanto vendi il sale?» Ivan si rese conto che la faccenda andava, e rispose: «Non molto caro: per due misure di sale — una misura d’oro e una d’argento». Lo zar accettò quel prezzo e gli comprò tutta la merce.
Ivan caricò l’itera nave d’oro e d’argento e si mise ad aspettare il vento favorevole; ma quello zar aveva una figlia, la bella principessa, le venne voglia di dare un’occhiata alla nave russa, e chiede al genitore di andare al porto. Lo zar la lasciò andare. allora lei prese con sé balie, governanti e belle ragazze e andò a guardare la nave russa. Ivan figlio di mercante iniziò a mostrarle e a dirle come si chiamava tutto: dove le vele, dove il cordame, dove la prua, dove la poppa, e la portò in cabina; e ai mozzi ordinò di di ritirare alla svelta l’ancora, di alzare le vele e di prendere il largo. E poiché avevano il favore dei venti, si allontanarono in fretta da quella città a una grande distanza. La principessa uscì sul ponte, guardò: intorno a lei solo mare, e si mise a piangere. Ivan figlio di mercante prese a consolarla, a convincerla, a farla smettere di piangere; e poiché era bello, la principessa presto sorrise e smise di affliggersi.
Molto o poco navigò Ivan con la principessa per il mare; lo raggiugono i fratelli maggiori, seppero della sua audacia e fortuna e provarono una forte invidia; salirono sulla sua nave, lo afferrarono per le braccia e lo gettarono in mare; dopodiché tirarono a sorte e si divisero il tutto in questo modo: il fratello maggiore prese la principessa, il mediano la nave con l’oro e l’argento. E avvenne che, nel momento in cui gettarono Ivan dalla nave, galleggiasse lì accanto uno di quei travi che lui stesso aveva buttato in mare. Ivan si attaccò a quel trave e a lungo fu con esso in balia delle profondità marine; finalmente arrivò a un’isola sconosciuta.
Toccò terra e si avviò per la riva: incontra un gigante con degli enormi baffi, sui baffi erano appesi dei guanti, ad asciugare dopo la pioggia. «Che ti serve qui?», chiede il gigante. Ivan gli raccontò tutto ciò che era successo. «Se vuoi, ti riporto a casa; domani il tuo fratello maggiore sposa la principessa; siediti un po’ sulla mia schiena». Lo prese, lo fece sedere sulla sua schiena e corse attraverso il mare; qui a Ivan cadde dalla testa il cappello. «Ah» dice «ma ho perduto il cappello!» «Be’, fratello, è lontano il tuo cappello: è rimasto circa cinquecento verste indietro», rispose il gigante; lo riportò in patria, lo mise a terra e dice: «Bada bene, non vantarti con nessuno di essermi salito in groppa; se ti vanterai, ti ridurrò in poltiglia!». Ivan figlio di mercante promise che non si sarebbe vantato, ringraziò il gigante e andò a casa.
Arriva, e lì già tutti siedono al pranzo di nozze, si preparano ad andare in chiesa. Quando lo vide la bella principessa, subito saltò su dal tavolo e gli si gettò al collo. «Ecco» dice «il mio fidanzato, e non quello che siede a tavola!» «Che cosa?», chiede il padre; Ivan gli raccontò tutto: come aveva commerciato il sale, come aveva rapito la principessa e come i fratelli maggiori lo avevano spinto in acqua. Il padre si adirò contro i figli grandi, li cacciò fuori di casa, e sposò Ivan con la principessa. Iniziò da loro un allegro banchetto; al banchetto gli ospiti bevvero troppo e iniziarono a vantarsi; chi per la forza, chi per la ricchezza, chi per la giovane moglie. E Ivan bevve-bevve e poi, ubriaco, anche lui si vantò: «Capirai che vanto! Io invece sì che posso vantarmi: sono andato in groppa a un gigante attraverso tutto il mare!». L’aveva appena detto — in quel momento appare al portone il gigante: «Ah, Ivan figlio di mercante, ti avevo ordinato di non vantarti di me, e tu che hai fatto?». «Perdonami!» prega Ivan figlio di mercante. «Non sono stato io a vantarmi, è stata la sbornia a vantarsi». «Allora fammi vedere cos’è questa sbornia».
Ivan ordinò di portare quaranta barili di vino e quaranta barili di birra; il gigante bevve e il vino e la birra, si ubriacò e andò a rompere e a demolire tutto ciò che gli capitava sottomano; molte ne combinò: sconvolse giardini, sparpagliò case! Dopodiché lui stesso crollò e dormì tre giorni consecutivamente; e quando si svegliò, cominciarono a mostrargli quanti guai aveva combinato; il gigante si meravigliò da non dirsi e dice: «Be’, Ivan figlio di mercante, ora so cos’è una sbornia; vantati pure di me ora e per sempre».

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Le corna.

Corna-рога

 

C’era una volta un bracciante; Dio gli diede una grande fortuna. Venne a sapere che dalla figlia dello zar volava un drago, e iniziò a vantarsi: «Nessuno» dice «farà morire il feroce drago, ma io lo farò morire!». Sentirono la sua smargiassata le persone di corte, gli si appiccicarono: «Vai, bracciante! Guarisci la principessa». Quando si è in ballo, bisogna ballare; andò il bracciante dallo zar e gli dice: «Io potrei guarire la principessa; cosa ci sarà per il distubo?». Si rallegrò lo zar e gli dice: «Ti darò in sposa la principessa». Allora il bracciante ordinò di portargli sette pelli di bue e di fare delle noci di ferro, delle unghie di ferro e un martello di ferro; poi si mise le sette pelli di bue e le unghie di ferro, ficcò in tasca le noci, e normali e di ferro, prese in mano l’enorme martello e andò nella camera della principessa.
Ecco che arriva in volo dalla principessa il drago; quando vide il bracciante, giù ad arrotare i denti: «Perché sei venuto?». «Per lo stesso motivo per il quale sei qui tu!», disse il bracciante, e se ne sta seduto a sgranocchiare noci. Il drago rosicchiò-rosicchiò e poi sputò: «Non sono buone, fratello, le tue noci! È meglio se ci facciamo una partita a carte». «Bene, magari; ma come giocheremo?» E si accordarono così: chi perde avrà una mazzata. Si misero a giocare; perse il drago. Il bracciante tirò fuori il martello e gli diede una tale mazzata che a stento quello se ne riebbe. «Su» dice il drago «giochiamoci la pelle: a chi perde via la pelle». Perse il bracciante; il drago gli tolse una pelle di bue. «Ancora!» Perse il drago; come il bracciante lo pizzicò con le unghie di ferro portò via tutto! Il drago subito spirò.
Lo venne a sapere lo zar e per la gioia fece sposare al bracciante la principessa. Alla principessa, però, secca vivere con quel cafone; ordinò di portarlo nel bosco e di ammazzarlo. I servi lo afferrarono, lo portarono nel bosco, ma ebbero pietà e non lo uccisero. Cammina il bracciante per il bosco, piange. Gli vanno incontro tre persone che stanno litigando. Quando lo ebbero affiancato, subito si lanciarono verso di lui con una pregiera: «Di’, buon uomo, abbiamo trovato degli stivali-van da soli, un tappeto volante e una tovaglia magica; come dividerceli?». «Ecco come: chi per primo tra voi si arrampicherà su una quercia, a quello spetterà tutto!» Quelli, idiotamente, furono d’accordo, si gettarono sull’albero; appena furono saliti sulla quercia, il bracciante indossò gli stivali-van da soli, sedette sul tappeto volante, prese con sé la tovaglia magica, e dice: «Che mi ritrovi presso la città regale!». E lì si ritrovò. Alzò una tenda, ordinò alla tovaglia magica di preparare un pranzo e invitò lo zar e la principessa; quelli non lo riconobbero. Arrivano da lui lo zar e la principessa; lui li ricevette con tutti gli onori, fu un ospite magnifico e si mise a mostrare alla principessa il tappeto volante, e intanto, piano piano, prese la tovaglia magica, spinse la principessa sul tappeto e gli ordinò di portarlo in un fitto bosco. Nel bosco disse il bracciante alla principessa chi era; quella iniziò a blandirlo e a fargli mille moine: lui si addolcì. Ma appena si fu addormentato, la principessa afferrò la tovaglia magica, salì sul tappeto volante e chi s’è visto s’è visto!
Si svegliò il bracciante, vede che non c’è più né la principessa, né il tappeto volante, né la tovaglia magica; rimanevano soltanto gli stivali-van da soli. Vagò, vagò per il bosco; gli venne voglia di mangiare, vede che ci sono due meli, strappò da uno una mela e si mise a mangiare. Mangiò la mela: gli crebbe sulla fronte un corno; ne mangiò un’altra: gli crebbe un altro corno! Provò con l’altro melo: mangiò una mela — in quell’attimo le corna caddero e lui divenne un bellissimo prode! Si mise in tasca una scorta di mele di ambedue i tipi e andò nella città regale. Passa il bracciante davanti al palazzo; vide una ragazza bruna, cameriera della principessa, brutta come la fame: «Non vorresti, colombella, una meluccia?». Quella prese la meluccia, la mangiò e divenne una tale bellezza, da non potersi nelle favole narrare, né in un libro raccontare. Arriva la brunetta dalla principessa che trasalì. «Compra» dice «comprami assolutamente delle mele del genere». La brunetta andò e comprò; mangiò la principessa e le crebbero le corna. Il giorno dopo arriva il bracciante dalla principessa e le dice che può farla ritornare bella. Quella si mise a pregarlo. Lui ordinò di andare nel bagno; lì la spogliò nuda e iniziò a frustarla tanto forte con delle verghe di ferro, che a lungo non lo scorderà! Poi disse che era il marito legittimo; la principessa si tranquillizzò, gli restituì il tappeto volante e la tovaglia magica; e il bracciante le diede le mele buone. E vissero felici e contenti, diventando sempre più abbienti.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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La Vazuza e la Volga.

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La Volga e la Vazuza a lungo discussero su chi fosse la più intelligente, la più forte e la più degna del maggior rispetto. Discussero, discussero, nessuna ebbe la meglio e si decisero ecco a che cosa. «Mettiamoci a dormire insieme, e chi si alzerà prima e arriverà prima al mar Caspio, quella è di noi la più intelligente, e la più forte, e la più degna di rispetto». Si mise la Volga a dormire, ci si mise anche la Vazuza. Ma di notte la Vazuza si alzò pian pianino, si allontanò di corsa dalla Volga, si scelse la strada più diretta e più vicina, e iniziò a scorrere. Svegliatasi, la Volga si avviò né piano, né velocemente, ma come conveniva; a Zubcov raggiunse la Vazuza, e tanto minacciosamente che la Vazuza si spaventò, si dichiarò la sorella minore e chiese alla Volga di prenderla in braccioe di portarla al mar Caspio. E tuttavia in primavera la Vazuza si sveglia prima e sveglia la Volga dal sonno invernale.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

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Il ciarlatano.

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C’era una volta un uomo povero ma astuto, soprannominato Maggiolino, rubò a una donna un pezzo di tela e lo nascose in un mucchio di fieno, dopodiché andò a vantarsi in giro di essere un maestro nella magia. Venne da lui la donna e gli chiese di usare il suo potere. L’uomo chiede: «E quanto mi darai in cambio?». «Un pud di farina e una libbra di burro». «Bene!» Iniziò la suaopera; fece finta di essere in trance e le disse dove era nascosta la tela. Dopo due o tre giorni, scomparve a un signore uno stallone; lo aveva preso lui, l’imbroglione, e lo aveva attaccato a un albero nel bosco. Il signore manda a cercare l’uomo; l’uomo iniziò la sua opera e dice: «Andate, presto, lo stallone è nel bosco, attaccato a un albero». Riportarono il cavallo dal bosco; il signore diede al ciarlatano cento rubli, e la sua fama fece il giro del reame.
Ecco che per disgrazia lo zar perse il suo anello nuziale; cerca-cerca: non si trova da nessuna parte! Lo zar mandò a chiamare il ciarlatano, perché lo portassero a palazzo il più presto possibile. Lo presero, lo misero in una carrozza e lo portarono dallo zar. “Ecco in che impiccio mi sono cacciato”, pensa l’uomo “come faccio a sapere dove è finito l’anello? Be’, speriamo che lo zar non si arrabbi e non mi spedisca a casa del diavolo!” «Salve brav’uomo,» dice lo zar «fammi una predizione; se riuscirai, ti ricompenserò con molto denaro, altrimenti la mia spada taglierà, la tua testa rotolerà!» Subito ordinò di condurre il ciarlatano in una camera a parte: «Che passi l’intera notte a interpretare i segni, affinché per domattina la risposta sia pronta».
Il ciarlatano sta in quella camera e pensa: “Che risposta darò allo zar? È meglio aspettare che sia notte fonda e poi scappare il più lontano possibile; quando i galli canteranno per la terza volta, allora alzerò i tacchi!”. Ora, l’anello dello zar era stato fatto sparire da tre persone di servizio: un lacchè, un cocchiere e un cuoco. «Che dite, fratelli» dicono tra loro «quell’indovino ci scoprirà? Allora non potremmo evitare la morte… Andiamo ad ascoltare alla sua porta: se non sa niente, acqua in bocca, ma se ci riconosce, non c’è niente da fare, gli chiederemo che non ci denunci allo zar».
Andò il lacchè a origliare; improvvisamente cantarono i galli e l’uomo disse: «Dio sia lodato! Uno c’è già, devo aspettare gli altri due». Il lacchè a momenti sveniva; corse dai suoi compagni: «Ah, fratelli, mi ha riconosciuto; mi ero appena avvicinato alla porta che ha gridato: uno c’è già, devo aspettare gli altr due!». «Fermi tutti, vado io!», disse il cocchiere; andò a origliare. Cantarono i galli per la seconda volta, e l’uomo: «Dio sia lodato, ce ne sono due, rimane da aspettare il terzo». «Eh, fratelli, ha riconosciuto anche me». Il cuoco dice: «Be’, se riconosce anche me, andiamo direttamente da lui, ci gettiamo ai suoi piedi e gli chiediamo di non denunciarci». Andò a origliare il cuoco; i galli cantarono per la terza volta, l’uomo si fece il segno della croce: «Dio sia lodato, ci sono tutti e tre!», e via, verso la porta, per correre lontano; ma i ladri gli vennero incontro, caddero ai suoi piedi e lo pregano, lo supplicano: «Non rovinarci, non denunciarci allo zar: eccoti l’anello!». «E sia, vi perdono!»
Prese l’uomo l’anello, sollevò un’asse del pavimento e ce lo buttò sotto. Il mattino dopo lo zar chiede: «Allora, brav’uomo, a che punto sei?». «So quel che vuoi; il tuo anello è rotolato sotto quest’asse». Sollevarono l’asse e trovarono l’anello; lo zar ricompensò generosamente il ciarlatano e ordinò di dargli da mangiare e da bere a sazietà, mentre lui andò in giardino a passeggiare. Camminando per un viottolo, vide un maggiolino, lo prese e tornò dal ciarlatano: «Allora, se sei un indovino, allora dimmi: cosa ho in mano?». L’uomo si spaventò e dice tra sé: «Sei finito, lo zar ti tiene, povero Maggiolino!». «Ma sì, hai ragione!», disse lo zar, gli diede ancora più denaro e lo rimandò a casa con onore.

 

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