Archivi del mese: marzo 2017

Buon Compleanno!

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Non è il numero degli anni a contare, quel che conta è che mi ritrovo a festeggiare un altro compleanno e, per la prima volta, non ho alcuna voglia di farlo.

4 mesi
18 settimane
126 giorni
3.024 ore
181.440 minuti
10.886.400 secondi

Questo è, a oggi, il saldo del conto che vorrei presentare alla vita per non essersi fermata ad aspettarmi mentre l’AnarcoPatia mi costringeva, e continua a costringermi, a un immobilismo quasi assoluto.

Secondo l’inflazionatissima metafora che paragona la vita dell’essere umano a un libro, gli anni potrebbero essere i capitoli, e io ora mi sento come se qualcosa mi stesse obbligando a passare al capitolo successivo senza avermi dato la possibilità di concludere con calma quello in corso.
Il risultato non può essere altro che una sensazione di vuoto, come di un buco nella trama che rende difficile continuare a seguire la storia in maniera fluida e comprensibile.
È come se un lettore un po’ maldestro, in un attimo di distrazione, avesse rovesciato la sua tazza di caffè su quelle pagine e un terzo di quel capitolo fosse andato perduto per sempre: la carta macchiata, l’inchiostro sciolto, le parole incomprensibili, la storia in qualche modo amputata.

Non ci sarà un’altra opportunità di scrivere delle mostre non viste, degli eventi mancati, degli incontri annullati, dei dolci non preparati, dei luoghi nonvisti, degli inviti declinati, delle cene saltate, delle esperienze perse, delle occasioni sacrificate, perché il tempo scorre a senso unico e voltarsi a guardare indietro di rado è una buona idea, anzi, molto spesso può essere pericoloso: si rischia di non notare l’ennesimo ostacolo e di schiantarcisi.

Non sono mai stata molto dedita alle feste comandate, le uniche a cui ho sempre tenuto in modo particolare sono proprio i compleanni, perché li considero momenti unici, in cui coccolare e viziare le persone a cui tengo, ma quest’anno è proprio il mio giorno ch mi sta mandando in crisi: non riesco a liberarmi di questo senso di privazione costante. Penso a “come avrei festeggiato se…” e mi rendo conto che concedermi un intero fine settimana “normale” potrebbe vanificare tutto l’ultimo mese di sforzi e sacrifici, così, invece di pensare a divertirmi e a godermi la mia festa, mi ritrovo a scervellarmi nella maniacale ricerca di alternative che siano all’altezza delle mie abitudini.

Angosciata: ecco come mi sento.
Per la mia incapacità di fare i passi che vorrei e la mia impotenza di fronte a quelli imposti.

E ora che mi sono sfogata, mettiamo su il mio miglior sorriso e prepariamoci ad affrontare questa bizzarra giornata… buon compleanno a me!

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Macchietta d’olio.

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Da martedì mattina sono ufficialmente un ingranaggio omologato della perversa macchina del lavoro a tempo indeterminato. Alla veneranda età di 32 anni, mi hanno assegnato il mio numerino nei registri e piazzata nella mia casellina predeterminata nel grande archivio dei lavoratori “fortunati”, quelli che accettano qualunque condizione pur di continuare ad avere uno stipendio che gli consenta di (soprav)vivere.

Sia chiaro, non mi lamento, anzi!
Il tono polemico è uno strascico delle mirabolanti peripezie che ho dovuto attraversare per giungere all’agognato traguardo: mi limito a dichiarare che si è più e più volte rasentato il ridicolo.
A fronte di questo la domanda è una sola: perché?

Passi che non si possa pretendere, meno che mai coi tempi che corrono, di trovare il proprio lavoro ideale, ma anche ammesso che si riesca a trovarne uno qualunque, di lavoro, perché ci vogliono mesi, se non anni, per “stabilizzare” la propria situazione?
Perché se hai una qualifica vogliono l’esperienza, se hai l’esperienza vogliono una qualifica, e magari se le hai entrambe non ti assumono lo stesso perché “dovremmo pagarti troppo e non ce lo possiamo permettere”.
Come fai, fai, sbagli.
Come sei, sei, non sei mai abbastanza.

È qui che scatta l’apatia.
Non intesa come disinteresse e menefreghismo, ma come strategia di autodifesa, come unica via percorribile per la sopravvivenza.
Quando le due paroline magiche “tempo indeterminato” fanno capolino nella travagliata esistenza della precaria, d’improvviso è come se la piccola, preoccupante crepa che da tempo ormai immemore minava la sua stabilità mentale cedesse, aprendosi in una vera e propria voragine in cui si riversa l’irruenta cascata di tutte le ansie, le paure e le preoccupazioni che ne hanno angustiato la vita per interminabili mesi.
Un’inaspettata boccata d’aria fresca riempie i polmoni della poveretta e d’un tratto è il silenzio.
Di colpo tutte le fastidiose vocine che ti riempivano la testa tacciono e tu, quasi spaesata, fai una cosa che non facevi da così tanto tempo da aver dimenticato l’ultima volta che te l’eri concessa: respiri.

È una cosa rapidissima, questione di pochi istanti, poi tutto riprende come prima, con la sola, non certo trascurabile, differenza di una leggerezza prima estranea, una sensazione del tutto sconosciuta che ti si insinua nel cervello per insegnarti un concetto nuovo, o meglio ancora, per rilasciarti un’autorizzazione in cui non speravi quasi più: ora puoi iniziare a costruirti la tua vita.

Tempo fa, durante un corso di formazione, la docente di comunicazione mi colse un po’ di sorpresa con questo commento: «Non sono mai stata a favore dell’atteggiamento comunicativo passivo, anche se negli anni mi sono resa conto che possa diventare una sorta di “armatura” difensiva. Tu però sei proprio una macchietta d’olio: non è che non ti metti in gioco nel tentativo di preservarti, è che proprio tutto quello che riguarda il tuo ambito lavorativo ti scivola addosso. A volte vorrei proprio saper essere come te».
Mi pare abbastanza evidente che non fosse proprio un complimento, ma la verità è che quando il lavoro si spoglia di ogni suo valore sociale, intellettuale e umano, gli resta solo quello economico, e quando lavori solo perché hai bisogno dello stipendio, di tutto il resto finisce per importarti davvero ben poco.
Capisci che le cose a cui vale la pena dedicare il poco tempo e le poche energie di cui puoi disporre a tuo piacimento sono altre, e l’entusiasmo per quella cosa che, si dice, dovrebbe nobilitare l’uomo, il lavoro per l’appunto, scema poco a poco fino a svanire, facendone un mero mezzo di sostentamento, a volte addirittura una sorta di “finanziamento” per progetti alternativi con cui ci si augura di riuscire, un giorno, a sostituire la mesta routine quotidiana, che pure si è tanto faticato per costruire.

È così che il lavoro di tutti i giorni diventa poco più che un mezzo, uno svilito strumento per raggiungere fini e obiettivi altri, per provare ad alimentare i sogni nella speranza che crescano a sufficienza da realizzarsi.
Già, realizzarsi, quell’utopia che la mia disorientata generazione insegue da sempre, con tenacia, senza però mai venirne a capo.

Pessimista? Forse…
Ma sono abbastanza convinta di essere in solidale e, ahimè, abbondante compagnia.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Il gatto, il gallo e la volpe.

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C’era una volta un vecchio che aveva un gatto e un gallo. Il vecchio se ne andò nel bosco a lavorare, mentre il gallo fu lasciato a far la guardia alla casa. In quel momento arrivò una volpe.

Chicchirichì Galletto,
Cresta d’oro, graziosetto!
Mostrati, fatti ammirare,
Ti darò dei piselli da mangiare.

Così cantava la volpe, seduta sotto la finestra. Il gallo aprì la finestra e mise fuori la testina per vedere chi cantasse. La volpe afferrò il gallo e lo portò via. Il gallo iniziò a gridare: «La volpe mi ha preso, porta il gallo per boschi scuri, verso paesi lontani, verso terre straniere, terre ai confini del mondo, in un reame ai confini del mondo, in uno stato ai confini del mondo. Gatto Gattonovič, salvami!». Il gatto nel campo sentì la voce del gallo, si lanciò all’inseguimento, raggiunse la volpe, liberò il gallo e lo riportò a casa. «Sta’ attento, Galletto» gli dice il gatto «non ti affacciare più, non credere alla volpe; ti mangerà senza lasciare nemmeno un ossetto».
Il vecchio se ne andò di nuovo nel bosco a lavorare e il gatto gli portò da mangiare. Andandosene, il vecchio raccomandò al gallo di fare la guardia alla casa e di non affacciarsi. Ma la volpe stava spiando, aveva una voglia matta di mangiare il gallo; si avvicinò all’izbà e iniziò a cantare:

Chicchirichì Galletto,
Cresta d’oro, Graziosetto!
Mostrati, fatti ammirare,
Ti darò dei piselli da mangiare,
Tanto grano da scoppiare.

Il gallo camminava avanti e indietro per l’izbà e taceva. La volpe di nuovo iniziò a cantare la sua canzoncina e lanciava dei piselli attraverso la finestra. Il gallo beccò i piselli e dice: «No, volpe, non mi inganni! Tu vuoi mangiarmi senza lasciare nemmeno un ossetto». «Ma cosa dici, Galletto! Io volerti mangiare! Vorrei solo che tu venissi ospite da me, che vedessi come me la passo e dessi un’occhiata alle mie cose!», e giù a cantare:

Chicchirichì, Galletto,
Cresta d’oro, graziosetto!,
Con le piume varipinte!
Mostrati, fatti ammirare,
Dei piselli hai avuto in dono,
Ti darò anche del grano.

Il gallo diede solo un’occhiata dalla finestra e subito la volpe lo afferrò. Il gallo si mise a gridare a squarciagola: «La volpe mi ha preso, porta il gallo per boschi scuri, per fitte pinete, per monti e mari; vuole mangiarmi senza lasciare nemmeno un ossetto!». Il gatto nel campo sentì, si lanciò all’inseguimento, liberò il gallo e lo riportò a casa: «Non ti avevo: non aprire la finestra, non affacciarti, la volpe vuole mangiarti senza lasciare nemmeno un ossetto? Sta’ attento, dammi ascolto! Domani saremo molto lontani».
Il vecchio di nuovo se ne andò a lavorare e il gatto gli portò da mangiare. La volpe scivolò sotto la finestra e iniziò a cantare la stessa canzoncina; cantò tre volte, ma il gallo non fiatava. La volpe dice: «Guarda un po’, il gallo oggi è diventato muto!». «No, volpe, non mi inganni, non mi affaccerò». La volpe iniziò a lanciare piselli e grano attraverso la finestra e riprese a cantare:

Chicchirichì Galletto,
Cresta d’oro, graziosetto,
Con le piume variopinte!
Mostrati, fatti ammirare,
Ho un enorme appartamento
Pieno di chicchi di frumento:
Mangerai fino a scoppiare!

Poi aggiunse: «Se tu vedessi, Galletto, quante rarità ci sono da me! Mostrati dunque, Galletto! Basta, non credere al gatto. Se avessi voluto davvero mangiarti, l’avrei fatto da un pezzo; invece, vedi, mi sei simpatico, ti voglio far vedere il mondo, darti dei buoni consigli e insegnarti a vivere. Andiamo, Galletto, mostrati, mi metterò dietro l’agolo!», e si appiattì di più contro il muro. Il gallo saltò su una panca e guardò lontano, per assicurarsi che la volpe se ne fosse andata. Ma non appena si fu affacciato, la volpe lo afferrò e chi s’è visto s’è visto.
Il gallo si mise a gridare come al solito, ma il gatto non lo sentì. La volpe portò il galletto oltre la giovane abetaia e se lo mangò, lsciando sparpagliare al vento la coda e le piume. Il vecchio e il gatto arrivarono a casa e non trovarono il gallo; per quanto si affliggessero, alla fine dissero: «Ecco dove conduce la disubbidienza!».

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Moglie e marito.

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C’erano una moglie e un marito, all’apparenza tutto andava bene, ma la moglie era un po’ strana: se il marito parte — è contenta, se torna — si sente male; e non faceva altro che cercargli da fare, sbolognarlo; oggi lo manda di là, domani in un altro posto, e senza di lui fa festini, banchetti! Arriva il marito — tutto pulito e in ordine; lei geme, è malata, sta stesa sulla panchetta. Il marito ci crede, per poco non piange anche lui. Ecco che una volta la moglie ebbe l’idea di mandarlo a prendere una medicina a Krymgrad. Il marito andò. Per la strada incontrò un soldato: «Dove vai, contadino?». «A Krymgrad per una cura!» «Chi è malato?» «Mia moglie!» «Torna indietro, torna indietro senza indugio; io stesso sono esperto, verrò con te!» Lo fece voltare, e si ritrovò il contadino di nuovo nella sua aia. «Siedi qui tu» dice l’esperto «io capirò subito qual è la malattia».
Entrò nel cortile, appoggiò l’orecchio all’izbà: giochi, salti, divertimenti! Cominciò ad agitarsi il petto del soldato, diede un colpo alla porta, si spalancò l’izbà: la padrona l’attraversa veloce come un cigno, davanti a lei un giovane è scatenato in un ballo, sul tavolo dei bicchieri pieni di un bel vinello. Arrivò il soldato a tempo, bevve una coppa e si mise a ballare; piacque alla padrona: che soldato, che fusto! Premuroso, sagace, come se avesse vissuto lì da un secolo! Al mattino bisogna cuocere dei dolci. «Soldato fai un salto nell’aia, porta una manciata di paglia».
Il soldato andò; raccolse la paglia, ci avvolse il marito, lo legò con una corda, se lo buttò in spalla e lo portò alla padrona. La padrona, contenta, attaccò una canzoncina: «È andato mio marito a Krymgrad a comprare un filtro forte, per curare con quel filtro la pancia alla consorte! Che non ci possa arrivare e non ne possa tornare! Soldato, accompagnami!». Il soldato iniziò la sua canzone: «Lo senti, paglia, lo senti che canaglia?». «Oh, la tua non è bella, la mia è meglio; su, insieme: è andato mio marito a Krymgrad a comprare un filtro forte, per curare con quel filtro la pancia alla consorte». Lei canta forte, ma il soldatoancora più forte: «Lo senti, paglia, lo senti che canaglia? La frusta è appesa al muro, la schiena picchia duro!». La paglia sentì, si scosse, ruppe la corda, il fascio si sparpagliò, e saltò fuori il marito, afferrò la frusta e giù a frustare la padrona. Come per magia, guarì la moglie.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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I ciechi.

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A Mosca dalle pietre bianche viveva un ragazzo che lavorava come bracciante; pensò di andare al paese per l’estate e chiese al padrone la liquidazione. Ma non gli toccarono molti soldi, in tutto solo mezzo rublo. Prese la moneta e oltrepassò la barriera di Kaluga; guarda: su un baluardo sta seduto un mendicante cieco e chiede l’elemosina in nome di Cristo. Il contadino pensa che ti ripensa ne ebbe pietà; gli diede il mezzo rublo e dice: «Questo è mezzo rublo, vecchio; prendine per il bene di Cristo due copeche, e ridammene quarantotto di resto». Il cieco si mise il mezzo rublo in borsa e di nuovo attaccò: «Ortodossi, fate la carità in nome di Cristo a un cieco non vedente!». «Che fai vecchio? Dammi il resto». Ma quello come se non sentisse: «Non è niente, caro! Il solicelloè ancora alto, ce la farò a trascinarmi pian pianino fino a casa». «Ma che sei diventato sordo? Io stesso devo fare buone quaranta verste, i soldi mi servono per il viaggio!» Colpì il contadino un dolore più forte di un coltello affilato: «Ehi» dice «vecchio diavolo! Dammi il resto; altrimenti ti aggiusterò alla mia maniera!». E iniziò a voltarlo da ogni lato. Il cieco si mise a gridare a squarciagola: «Aiuto, mi derubano! Aiuto, soccorso!».
Ebbe paura il contadino di ritrovarsi nei guai, mollò il cieco; meglio, pensa tra sé, fuggire dal peccato, altrimenti da un momento all’altro accorreranno le guardie, e mi riportranno in città! Si allontanò di una decina di passi o più, si fermò sulla strada e non fa che guardare il mendicante: è che gli dispiaceva per i suoi soldi sudati! E quel cieco camminava con due stampelle, e ambedue le stampelle erano sistemate accanto a lui: una dal lato destro, l’altra dal sinistro. Si infiammò il cuore del contadino, contento di fargli del male: «Aspetta un po’ ch ti abbia portato via una stampella e voglio vedere come ti trascinerai a casa!». Allora si avvicinò pian pianino e portò via una stampella; il cieco rimase seduto per un po’, spalancò i bianchi degli occhi verso il sole e dice: «Be’, il solicello non è tanto alto; dev’essere tempo di rientrare a casa. Ehi voi, stampelline, belle signorine! Non è il momento di andare a casa?». Si mise a cercare dai due lati: a sinistra la stampella c’è, ma a destra no: «È già da tempo che questa stampella mi dà noia! Non la trovo mai subito». Cercò-cercò e dice tra sé: «Forse qualcuno si è divertito alle mie spalle! Ma non importa: ce la farò anche con una». Si alzò e si trascinò su un’unica stampella; dietro di lui si avviò anche il contadino.
Cammina cammina, non lontano dal villaggio, proprio sul margine del bosco, ci sono due vecchie casette. Si avvicinò il vecchio a una casetta, si tolse la cinta, tirò fuori dalla cinta una chiave e aprì la sua cella; aveva appena spalancato la porta che il contadino ci entrò alla svelta, si introdusse davanti a lui, sedette sulla panca e teneva il fiato. “Vedrò” pensa “cosa succederà.” Ecco che il cieco entrò nella casetta, mise dall’interno il gancetto alla porta, si voltò verso l’angolo anteriore e pregò per un po’ alle sacre icone; dopodiché gettò la borsa e il cappello su un bancone e si infilò sotto la stufa: e giù a far rumore padelle e forchettoni. Poco dopo trascina fuori da lì un barilotto; lo tirò fuori, lo mise sul tavolo e iniziò a far cadere dalla borsa i soldi raccolti e a metterli nel barilotto; quel barilotto aveva di lato una piccola fessura, in modo da lasciar passare una monetina di rame. Ci mise i soldi, e disse queste parole: «Grazie a Dio! A stento ho raggiunto i cinquecento rubli; e grazie a quel giovanotto che mi ha dato mezzo rublo; se non mi fosse capitato, sarei rimasto seduto sulla strada ancora almeno tre giorni».
Ridacchiò il cieco, sedette sul pavimento, si mise a gambe aperte e giù a far rotolare il barilotto con i soldi; lo fa rotolare lontano da sé, e quello colpisce la parete e gli ritorna indietro.“Fammelo un po’ aiutare” pensa il contadino “deve smetterla, vecchio diavolo, di darsi tono!”, e subito mise le mani sul barilotto con i soldi. «To’, si sarà agganciata alla panca!», dice il cieco e andò a tastare; tastò, tastò, nulla trovò; si spaventò, poveretto, socchiuse la porta, tirò fuori la testa e si mise a gridare: «Pantelej, ehi, Pantelej! Vieni un po’ qui, fratello!».
Arrivò Pantelej, anche lui cieco; viveva accanto al primo, nella cella vicina. «Che succede?», chiede. «Vedi un po’ che roba è successa! Rotolavo sul pavimento il barilotto con i soldi, ma dove si è cacciato ora — non lo so davvero; non è uno scherzo: cinquecento rubli! Non li avrà soffiati qualcuno? Mi sembrava non ci fosse nessuno nell’izbà». «Ben ti sta!», disse Pantelej. «Ma tu devi proprio essere fuori di testa, vecchio! Come un ragazino si mette a giocare con i soldi; ecco, ora piangi pure per il tuo gioco! Se avessi fatto alla mia maniera: anch’io ho i miei cinquecento rubli, su per giù, ma li ho cambiati in assegnati e li ho cuciti in questo vecchio cappelletto; non credo nessuno se ne lasci tentare!».
Il contadino sentì quelle parole e pensa: “Bene! Il cappello non ce l’hai mica inchiodato sulla testa!”. Pantelej entrò nell’izbà, appena ebbe oltrepassato la soglia, il contadino zaffete! gli toglie il cappello, e via, corse a casa senza voltarsi. E Pantelej pensò che gli avesse rubato il cappello il vicino, lo afferrò per il muso: «Da noi, fratello, non si fa così! Hai perso i tuoi soldi e ti fanno gola quelli degli altri!». Si accapigliarono i due e ci fu una gran lotta. Mentre lottavano, il contadino se n’era già andato lontano; con quei soldi si rimise completamente in sesto e visse come un pascià.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

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Tre su tre.

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Proprio come il mese scorso, eccoci di nuovo a una settimana che si apre con un 13 e si conclude con un 17. A febbraio quella settimana per me era iniziata con tre medici in tre giorni.
Febbraio è finito, con dei prelievi, e marzo è iniziato, con una visita di controllo in cui mi hanno pasticciato ancora i dosaggi della terapia: mese nuovo, copione ormai vecchio e scontato.
Che dire? Non male!

Non è su questo però che si sta focalizzando la mia attenzione, bensì sulla mia persistente incapacità di programmare il lavoro, perfino quello che faccio volentieri: la scarsa produttività di queste ultime settimane ne è la prova lampante.

«Sono i farmaci», mi dicono tutti, ma in fondo che differenza fa quale sia la causa?
Malattia in sé o effetti collaterali della terapia, resta il fatto che il cervello non è lucido e reattivo come dovrebbe.

Dopo mesi, si era deciso a partorire un’idea decente, un progetto che, per una volta, sembrava essere interessante, solido, addirittura ragionevole, ma poi si è fermato lì. Non riesce a fare il passo successivo, procedendo dall’illuminazione divina alla messa in atto pratica, e mi ritrovo per l’ennesima volta in un esasperante stato di stallo. Nella testa funziona tutto benissimo, ma poi non riesco a dare alle cose una forma concreta e questo mi fa ammattire.

La frequentazione assidua e obbligatoria di ambienti medici e ospedalieri ha l’aberrante capacità di destabilizzare e riorganizzare a proprio piacimento la scala delle priorità umane.
Occuparti di tutto quello di cui ti DEVI occupare ti sfinisce al punto che non ti restano energie per occuparti di quello di cui VORRESTI occuparti.

Giusto qualche giorno fa, ad esempio, mi sono resa conto che la crescente difficoltà nel concentrarmi mi ha resa intollerante al rumore. Io che leggevo, spesso addirittura studiavo, nel caos regnante di un treno pendolari o camminando sulla banchina sovraffollata della metropolitana, ora fatico a concentrarmi nel silenzio e nella solitudine più assoluti.
Avevo una mia teoria riguardo a questo, secondo cui il frastuono fa da incentivo a concentrarsi meglio, mentre nel silenzio è più facile che un singolo suono riesca a distrarre l’attenzione, ma ora di quella teoria me ne faccio ben poco.

I progetti vanno a rilento, arranco a rispettare le scadenze, imposte o autoimposte che siano, lo studio va a rilento, sembra quasi che nella testa non ci sia più spazio per nuove nozioni, la scrittura e la lettura vanno a rilento, gli strafalcioni abbondano e lo stile zoppica, la “reclusione” invece continua.
È come vivere in un acquario: spazio ben delimitato e una lentezza d’azione quasi surreale.
Non che questo mi fermi o mi impedisca di continuare a provarci, è solo che a volte mi strema, mi sfinisce. Sul lungo termine il continuo dover investire energie doppie, se non triple, per fare qualunque cosa, può diventare logorante.

Il risultato di tutto questo è una serie di post che, almeno a me, sembrano tutti uguali, in cui prima mi lagno e poi tento di farmi coraggio da sola.
Che tristezza…

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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8 Marzo: the day after.

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Bene. L’8 Marzo è passato. E oggi?

Un solo giorno all’anno per celebrare le donne mi sembra davvero una gran presa in giro a fronte del trattamento che poi ci viene riservato negli altri 364, per questo tendo a non festeggiarlo.

Trovo alquanto paradossale che moltissime donne in tutto il mondo abbiamo passato questo 8 Marzo, loro presunta festa, in piazza, manifestando per rivendicare diritti che dovrebbero esser loro riconosciuti in quanto esseri umani, ancor prima che in quanto donne.

Se vuoi fare figli i costi sono proibitivi, se vuoi abortire devi sperare in quella risicata fetta di medici non obiettori, una volta che i figli ce li hai nessuno ti aiuta con un minimo di servizi.
Sul lavoro, sorvolando sulle innegabili influenze del fattore figli anche in questo ambito, a parità di competenze ed esperienza, siamo pagate dal 16% al 30% in meno dei colleghi uomini, in tutti i settori e qualunque sia la mansione. Per non parlare di quando un lavoro proprio non ce l’hai e, nel cercarlo, la domanda principale che ti senti sottoporre è, per l’appunto: «Ha figli? Ha intenzione di averne?» E se fosse? Mi dicano, lor signori, quale improvviso e irreparabile deficit apporterebbe la cosa alle mie capacità professionali?
Uomini incapaci di ammettere che una donna possa essere brava quanto loro, magari anche di più, uomini incapaci di accettare che una donna possa lasciarli, uomini incapaci di capire che una donna è, innanzi tutto, una persona, proprio come loro.

Credo non si contino gli approfondimenti possibili sulla questione della discriminazione di genere, ma per chi volesse dilettarcisi è sufficiente aprire qualunque quotidiano, ascoltare qualunque notiziario, alla radio o in TV, prendere in biblioteca uno dei molti saggi, frequentare gli incontri di una delle tante associazioni, insomma, ce n’è per tutti i gusti.

In questo triste scenario, per rimanere fedele a me stessa, io voglio proporvi due libri:

Storie della buonanotte per bambine ribelli. 100 vite di donne straordinarie.
di Francesca Cavallo e Elena Favilli; tradotto da L. Baldinucci
Edito da: Mondadori

Cattive ragazze. 15 storie di donne audaci e creative.
di Assia Petricelli e Sergio Riccardi
Edito da: Sinnos

Recentissimo il primo, un po’ meno il secondo, sono due libri che parlano di donne alle donne. Un totale di 111 storie di donne semplici ma meravigliosamente complesse, come solo le donne sanno essere, incredibili e comuni allo stesso tempo, raccolte perché le donne non dimentichino mai il loro valore e quanto lontano la loro passione e la loro determinazione possano portarle.

 
 

Donne, rompiamo il Silenzio!

 
 

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Racconto su Alessandro il Macedone.

Racconto-Alessandro-Macedone-Сказание-Aлександр-Македонский

 

C’era una volta uno zar; il suo nome era Alessandro il Macedone. Ciò succedeva nell’antichità, tanto tanto tempo fa, cosicché né i nonni, né i bisnonni, né i trisnonn, né i nostri avi se ne ricordano. Questo zar era il più prode dei prodi. Nessun eroe al mondo poteva vincerlo. Amava guerreggiare, e il suo esercito era tutto di soli eroi. Contro chi porta la guerra lo zar alessandro il Macedone, vince sempre. E sottomise al suo potere tutti i regni della terra. E giunse ai confini della terra e troò popoli tali che lui stesso, per quanto fosse audace, li temeva: crudeli più delle belve feroci e mangiano le persone vive; alcuni di loro hanno un solo occhio — e quello in mezzo alla fronte, e altri ne hanno tre; alcuni hanno solo una gamba, e altri ne hanno tre, e corrono così velocemente come una freccia vola dall’arco. Il nome di questi popoli era: Gog e Magog.
Tuttavia lo zar Alessandro il Macedone non si fece intimorire da quei popoli selvaggi; iniziò a guerreggiare con loro. Se a lungo o no combatté contro di loro — questo non si sa; ma i popoli selvaggi ebbero paura e scapparono da lui. Lui dietro, rincorre-rincorre, e li costrinse in antri, burroni e montagne tali da non potersi nelle favole narrare, né in un libro raccontare. Proprio là si nascosero dallo zar alessandro il Macedone. Cosa ne fece allora lo zar Alessandro? Unì una montagna con un’altra ad arco sopra di loro, e mise sull’arco delle trombe, e ne viene un terribile ululato; quelli, stando lì, gridano: «Oh, si vede che Alessandro il Macedone è ancora vivo!». Questi Gog e Magog sono ancora vivi e tremano a pensiero di Alessandro, e usciranno di là solo prima della fine del mondo.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Tu sei una favola!


 

Un bicchierone di latte macchiato, un caffè americano fumante e una curiosa chiacchierata con l’AnarcoSocio sulle conseguenze della discriminazione di genere sul lavoro.

Si ragionava su quanto le donne, costrette da retaggi culturali inamovibili a fare molto più degli uomini per ottenere un trattamento lavorativo paritario, finiscano per diventare acide arpie senza cuore.
L’aspetto bizzarro è che, in genere, questo atteggiamento viene riservato alle altre donne, quasi mai ai colleghi uomini. L’ipotesi che ne è uscita più accreditata è stata quella di una sorta di “guerra fra poverE”, che cercano in qualche modo di emergere nel contesto delle loro ‘pari’, ben consapevoli che provare a fare altrettanto rispetto alla controparte maschile sarebbe una battaglia persa in partenza.

Parlando, mi è tornato in mente l’ultimo cartone animato visto, davvero bellissimo: “Ballerina”.
Una coppia di amici inseparabili, una femmina e un maschio, entrambi orfani, scappano a Parigi nella speranza di realizzare i propri sogni. Alla fine, fra i due, è lei quella che ce la fa, grazie a un’incrollabile determinazione.

Tralasciando la riflessione femminista da cui questo post è nato, vorrei concentrarmi sul messaggio che questo fantastico cartone animato trasmette.
A differenza delle eroine di molti suoi predecessori, forse perfino più gettonati, la protagonista è una ragazzina “normale”, solo un po’ fantasiosa e molto intraprendente. Niente fate, animaletti prodigiosi o magie varie, solo tanta buona volontà e un’incredibile voglia di farcela, condite da qualche momento di debolezza e dall’umanissima tendenza ad approfittare di eventuali circostanze favorevoli, a volte perfino al costo di commettere qualche piccola scorrettezza.

Un invito, semplice ma efficace, a non arrendersi, a lottare per ottenere ciò che si desidera davvero, a scegliere il sentiero indicato dall’istinto, a credere sempre e innanzi tutto in sé stessi, a fare appello alla propria passione quando niente sembra andare per il verso giusto.
Un insegnamento prezioso per grandi e piccini, basato su quel principio di meritocrazia tanto oscuro all’epoca in cui viviamo, ma in cui non voglio smettere di credere.

 

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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La 15ª Domenica…

giornata-memoria-2017

Image Credit © VeRA Marte

 

La mia reclusione, sotto la denominazione ufficiale di ‘riposo forzato’, è iniziata di sabato, per la precisione il 26 novembre 2016, ma allo stato attuale non credo sia un singolo giorno a poter fare la differenza.

Settimana dopo settimana, oggi è la 15ª domenica in cui devo arrovellarmi il cervello per trovare qualcosa da fare che soddisfi la mia estrema necessità di evasione, senza però destabilizzare la mia salute capricciosa.

Niente più mostre, perché due ore in piedi in ambienti affollati e poco areati per me potrebbero rivelarsi delle vere e proprie bombe batteriologiche.
Niente passeggiate, o quanto meno con moderazione, perché ogni passo in più potrebbe essere quello fatale, l’innesco di una nuova rivolta autoimmune.
Niente merende, perché la vecchia terapia ha devastato il fegato, circostanza che ha portato all’imposizione di una ferrea dieta disintossicante.

Tanto cinema, almeno quello sì, perché, per ragioni a me ignote, ma per mia grande fortuna, il cervello si ostina vivere qell’agglomerato di persone stipate in uno spazio chiuso come una situazione ‘sicura’.

Insomma, passano i giorni, le settimane, i mesi, ma io rimango bloccata sempre nello stesso fotogramma di vita.
Nella foto i due lati della mia scatolina porta-farmaci, con il necessario per il weekend: 38 pastiglie, 18 e mezza al giorno, a cui si aggiungono quelle a frequenza variabile, fiale, gocce, pomate varie per gli sfoghi da farmaco, e chi più ne ha, più ne metta.

Difficile programmare un fine settimana ‘normale’ con queste premesse, ma io non mollo!
Proseguo la mia crociata d’assalto a tutte le librerie possibili e immaginabili, alla faccia dei puntini neri davanti agli occhi con cui il prednisone tenta di rendermi impossibile perfino la lettura.
Persevero nella frequentazione di locali in cui si fa musica dal vivo, giocandomi lo sgarro salato settimanale in hamburger, patatine e anelli di cipolla, per la prima volta dopo due mesi abbondanti di dieta, accompagnati però da una diligentissima e dignitosissima acqua naturale, che i farmaci con l’alcol fanno male.
Riservo lo sgarro dolce alla domenica pomeriggio, passando dai locali metallari del sabato sera a composte e graziose sale da tè, con le pareti color lavanda e i tavolini in legno bianco, imbanditi di tazze di profumate tisane alla frutta e scenografiche fette di torta in candidi piattini da dessert, che dopo le ore piccole una parentesi ristoratrice ci vuole.

Ebbene sì, cara la mia AnarcoPatia, ci hai provato a fermarmi, ma col ca**o che te la do vinta!
Ti ho concesso di rallentarmi, è vero, ma questo è quanto, non aspettarti altro.
Perché io sono io, non sono la mia malattia, non sono te: io ero io prima di te e continuerò a esserlo dopo di te. Tu invece, sei solo un parassita, senza di me non esisti, non sei nulla.

Ora ti è chiaro chi comanda?

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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