Archivi del mese: maggio 2017

Un buon consiglio.

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C’era una volta Ivan Sfortunato: ovunque andasse a lavorare, agli altri davano un rublo o due a testa, mentre a lui quaranta copeche in tutto. «Ahimè» dice «non sono nato anch’io uguale agli altri? voglio proprio andare dallo zar a chiedergli perché sono tanto sfortunato». Ecco che arrivò dallo zar. «Perché sei venuto, caro?» «Le cose stanno così, giudicate un po’ voi: perché non ho mai fortuna in niente?» Lo zar mandò a chiamare i suoi boiari e i generali e lo chiese a loro: pensa che ti ripensa, si ruppero tutti la testa, ma non riuscirono a dare una risposta. Ma apparve la principessa, e dice al padre: «Io la penso così, padre: se si sposa, forse Dio gli manderà un altro destino». Lo zar si infuriò, iniziò a gridare alla figlia: «Visto che sei più brava di noi nei giudizi, allora prenditelo tu per marito!». Subito presero Ivan Sfortunato, lo fecero sposare con la principessa e li cacciarono tutti e due dalla città, perché non si sentisse mai più parlare di loro.
Andarono in riva al mare. Dice la principessa a suo marito: «Be’, Ivan Sfortunato, non possiamo regnare né commerciare, ma bisogna a sé pensare. Costruisci in questo luogo una capanna, ci vivremo insieme, Dio pregando e per la gente lavorando». Ivan Sfortunato costruì la capanna e iniziò a viverci con la giovane moglie. Il giorno dopo, la moglie gli dà una copeca: «Vai a comprare della seta!». Con quella seta ricamò un bellissimo tappeto e mandò il marito a venderlo. Cammina Ivan Sfortunato con il tappeto in mano, e incontra un vecchio: «Lo vendi questo tappeto?». «Sì». «E quanto vuoi?» «Cento rubli». «Be’, eccoti i soldi! Se li prendi, li perderai; è meglio che tu mi dia il tappeto per un buon consiglio». «No, vecchietto! Io sono povero, i soldi mi servono». Il vecchio pagò i cento rubli; Ivan Sfortunato tornò a casa, arriva, va a guardare: i soldi non ci sono più, li aveva persi per la strada.
La principessa fece un altro tappeto; Ivan Sfortunato lo andò a vendere e di nuovo incontrò il vecchio. «Quanto vuoi per il tappeto?» «Duecento rubli». «Be’, eccoti i soldi! Se li prendi, li perderai; è meglio che tu me lo dia per un buon consiglio». Pensa che ti ripensa, Ivan Sfortunato disse: «E sia, parla!». «Alza il braccio, ma non lo abbassare, altrimenti te ne dovrai pentire!», disse il vecchio, prese il tappeto e se ne andò. “E che me ne faccio adesso io di questo buon consiglio? Come posso ripresentarmi a mia moglie a mani vuote?” pena Ivan Sfortunato. “Meglio andare il più lontano possibile!”
Cammina cammina, arrivò in un posto dove venne a sapere che in quella terra un drago a dodici teste mangiava la gente; si sedette Ivan Sfortunato in mezzo alla strada per riposarsi e dice tra sé, ma a voce alta: «Eh! Se avessi dei soldi, saprei io come aggiustare quel drago, ma ora che fare? Senza soldi manca anche il senno». Passava di lì un mercante, sentì quelle parole: che senza soldi manca anche il senno. “È proprio vero!” pensa. “Lo aiuterò.” «Quanti soldi ti servono?» chiede. «Dammi cinquecento rubli». Il mercant gli diede cinquecento rubli in prestito, e Ivan Sfortunato si precipitò al porto, assunse degli operai e iniziò a costruire una nave. Consumò tutti i soldi e le cose erano ancora all’inizio: che fare? Andò dal mercante: «Dammi» dice «ancora cinquecento rubli; altrimenti il lavoro si fermerà e i tuoi soldi saranno andati persi!». Il mercante gli diede altri cinquecento rubli; quello li impiegò sempre nella nave, ma il lavoro era ancora a metà. Di nuovo arriva Ivan Sfortunato dal mercante: «Dammi» dice «ancora mille rubli; altrimenti il lavoro si fermerà e i tuoi soldi saranno andati persi!». Il mercante, sebbene controvoglia, gli diede i mille rubli. Ivan Sfortunarto finì la nave, la caricò di carbone, ci aggiunse picconi, vanghe, delle pellicce, dei marinai e prese il mare.
Passarono giorni o mesi, arrivò nell’isola in cui c’era la tana del drago. Il drago aveva appena mangiato e si era messo nel suo rifugio a dormire. Ivan Sfortunato gli versò intorno il carbone, accese il fuoco e giù ad agitare le pelli: il fetore si sparse per tutto il mare! Il drago crepò… Ivan Sfortunato prese allora una spada affilata, gli tagliò tutte e dodici le teste e in ognuna di esse trovò una pietra preziosa. Rientrò dalla spedizione, vendette le pitre per una cifra incalcolabile e divenne ricchssimo, tanto da non potersi dire! Pagò al mercante il suo debito e tornò dalla moglie. Ecco che arriva Ivan Sfortunato alla capanna e vede che l moglie vive con due ragazzi, che erano i suoi figli gemelli (erano nati mentre lui non c’era). Gli venne in mente un brutto pensiero, afferrò la sua spada tagliente e alzò il braccio sulla moglie… In quel momento si ricordò del buon consiglio: alza il braccio, ma non lo abbassare, altrimenti te ne dovrai pentire! Ivan Sfortunato a malincuore chiese alla principessa chi fossero quei giovani e poi iniziarono a festeggiare. A qul festino sono stato, ho bevuto del moscato, le ciambelle ho mangiato.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Lutonjuška

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C’erano una volta un vecchio e una vecchia, che avevano un figlio di nome Lutonja. Un giorno il vecchio e Lutonja si stavano occupando di qualcosa nel cortile, mentre la vecchia era nell’izbà. Tirò giù dal soppalco un ciocco, lo fece cadere sul focolare e qui a voce spiegata iniziò a gridare e a strillare. Il vecchio sentì le grida, si precipitò nell’izbà e chiede alla vecchia perché gridi. La vecchia tra le lacrime gli disse: «Se avessimo fatto sposare il nostro Lutonjuška, e se gli fosse nato un figlio, e se si fosse seduto qui sul focolare, io gli avrei fatto del male con questo ciocco!». Be’, anche il vecchio iniziò a gridare insieme a lei, dicendo: «È vero, vecchia! Gli avresti fatto del male!…». Gridavano tutti e due a più non posso!
Arriva allora di corsa dal cortile Lutonja e chiede: «Perché gridate?». Quelli glielo dissero: «Se ti avessimo fatto sposare, e se tu avessi avuto un figlio, e se poco fa fosse stato seduto qui, la vecchia lo avrebbe ucciso con il ciocco; è caduto proprio qui, e così bruscamente!». «Be’» disse Lutonja «che Dio vi abbia in gloria!» Poi prese il suo cappello tra le braccia e dice; «Addio! Se troverò qualcuno più sciocco di voi, allora tornerò, se non lo troverò, allora non aspettatemi!», e se ne andò.
Cammina cammina, vede dei contadini che stanno trascinando sopra un’izbà una vacca. «Perché trascinate sul tetto la vacca?», chiese Lutonja. Quelli gli dissero: «Vedi anche tu quanta erba ci è cresciuta!». «Ah, asini calzati e vestiti!», disse Lutonja, si arrampicò sull’izbà, strappò l’erba e la gettò alla vacca. I contadini ne furono davvero sbalorditi e chiesero insistentemente a Lutonja di restare a vivere con loro e di insegnar loro qualcosa. «No» disse Lutonja »devo ancora vedere molti imbecilli come voi al mondo!», e andò avanti.
Ecco che in un villaggio vide un sacco di contadini accanto a un’izbà: avevano legato al portone un giogo e con dei bastoni cercavano di fare andare verso il giogo un cavallo, che per le botte era più morto che vivo. «Che fate?», chiese Lutonja. «Ecco, batjuška, vogliamo aggiogare il cavallo». «Ah, voi, asini calzati e vestiti! Lasciate un po’ fare a me». Prese il giogo e lo mise sul cavallo. Anche quei contadini rimasero a bocca aperta dallo stupore, cercarono di trattenerlo e lo pregarono in tutti i odi perché rimanesse da loro almeno una settimanella. Ma no, Lutonja andò avanti.
Cammina cammina, si stancò ed entrò in una locanda. Là vide che la padrona, una vecchietta, aveva fatto una gelatina, l’aveva messa sul tavolo davanti ai suoi bambini, e lei va continuamente in cantina con un cucchiaio a prendere la panna acida. «Perché, vecchia, consumi invano le ciabatte?», disse Lutonja. «Come perché?» rispose la vecchia con voce fioca «vedi bene, batjuška, che la gelatina è sul tavolo e la panna acida in cantina». «E se invece, vecchia, prendessi la panna cida e la portassi qui; sarebbe un affare coi fiocchi!» «Giusto, caro!» Portò nell’izbà la panna acida e fece accomodare a tavola Lutonja. Lutonja mangiò a più non posso, si arrampicò sul soppalco e si addormentò. Quando si sveglierà, allora anche la mia favola continuerà, per ora è tutto qua.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Il gallo e la macina.

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C’erano una volta un vecchio e una vecchia, ma così poveri! Non avevano niente da mangiare; allora andarono nel bosco, raccolsero delle ghiande, le portarono a casa e si misero a mangiarle. Mangiarono un’ora o un giorno, la vecchia seminò una ghianda sottoterra. Germogliò la ghianda e in poco tempo crebbe fino al pavimento. La vecchia lo notò e dice: «Vecchio! Bisogna spaccare il pavimento, perché la quercia cresca ancora; quando sarà cresciuta, non dovremo andare nel bosco a raccogliere le ghiande, ma le avremo in casa». Il vecchio spaccò il pavimento, l’alberello crebbe, crebbe e arrivò fino al soffitto. Il vecchio ruppe anche il soffitto, e in seguito tolse anche il tetto; l’albero continua a crescere a vista d’occhio, e crebbe addirittura fino al cielo. Non videro più il vecchio e la vecchia le ghiande, lui prese un sacchetto e si arrampicò sulla quercia.
Salì, salì, e montò fino al cielo. Cammina cammina per il cielo, vide un galletto dalla crestina d’oro, la testina unta, e c’era anche una macina. Il vecchio non ci pensò sopra due volte, prese con sé sia il galletto che la macina e ridiscese nell’izbà. Sceso giù, dice: «Che faccaimo, vecchia, che mangamo?». «Aspetta» disse la vecchia «io provo la macina». Prese la macina e iniziò a macinare: e giù frittelle e dolci, frittelle e dolci! Comunque girasse, sepre frittelle e dolci!… E sfamò il vecchio.
Passava di lì un signore e fece un salto in casa del vecchio e della vecchia. «Non avreste qualcosa» chiede «da mangiare?» La vecchia dice: «Non abbiamo altro da darti, caro, se non delle frittelle». Prese la macina e macinò: caddero frittelle e dolcetti. L’ospite mangiò e dice: «Vendimi, nonna, la tua macina». «No» dice la vecchia «non posso». E lui allora le rubò la macina. Quando il vecchio e la vecchia si accorsero che avevano rubato loro la macina, si rattristarono molto. «Aspetta» dice il galletto dalla crestina d’oro «io volerò, lo raggiungerò!» Arrivò in volo al palazzo del boiaro, si posò sul portone e grida: «Chicchirichì! Boiaro, boiaro, ridacci la nostra macina d’oro, il nostro tesoro! Boiaro, boiaro, ridacci la nostra macina d’oro, il nostro tesoro!». Quando il boiaro sentì, subito ordina: «Ehi, ragazzo! Prendilo e buttalo nell’acqua». Acchiapparono il galletto, lo buttarono nel pozzo; ma quello prese a dire: «Beccuccio, beccuccio, bevi l’acqua! Boccuccia, boccuccia, bevi l’acqua!», e bevve tutta l’acqua. Bevve tutta l’acqua e volò al palazzo del boiaro; si posò su di un balcone e di nuovo grida: «Chicchirichì! Boiaro, boiaro, ridacci la nostra macina d’oro, il nostro tesoro! Boiaro, boiaro, ridacci la nostra macina d’oro, il nostro tesoro!». Il signore ordinò al cuoco di gettarlo nel forno ardente. Acchiapparono il galletto, lo gettarono nel forno ardente — proprio nel fuoco; ma quello prese a dire: «Beccuccio, beccuccio, versa l’acqua! Boccuccia, boccuccia, versa l’acqua!», e spense il fuoco del forno. Spiccò il volo e volò alla camera del boiaro e di nuovo grida: «Chicchirichì! Boiaro, boiaro, ridacci la nostra macina d’oro, il nostro tesoro! Boiaro, boiaro, ridacci la nostra macina d’oro, il nostro tesoro!». Gli ospiti lo sentirono e di casa fuggirono, mentre il padrone corse loro dietro; il galletto dalla crestina d’oro afferrò la macina e ritornò dal vecchio e dalla vecchia.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Gelo.

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Una donna aveva una figliastra e una figlia propria; qualsiasi cosa fa la figlia, le accarezzano la testa e dicono: «Quant’è sensata!». Qualsiasi cosa, invece, fa la figliastra per compiacerla, non riesce mai a soddisfarla, è sempre tutto sbagliato, fatto male; ma, a dire la verità, la bambina era un tesoro, in buone mani avrebbe avuto una vita spensierata, mentre dalla matrigna ogni giorno piageva tanto che avrebbe potuto fare il bagno nelle lacrime. Che fare? Il vento per un po’ soffia, poi si calma, ma la vecchia aveva sempre i nervi a fior di pelle — non si sarebbe calmata entro breve, tutto avrebbe escogitato e i denti ben spazzolato. E venne in mente alla matrigna di cacciare di casa la figliastra: «Portala, portala dove vuoi, vecchio, ma che non mi compaia più davanti agli occhi, e che le mie orecchie non sentano mai più parlare di lei; e non la portare dai parenti in una calda casetta, ma in aperta campagna al freddo e al gelo!». Il vecchio si afflisse, pianse; tuttavia mise la figlia sulla slitta, voleva coprirla con una gualdrappa — ebbe paura anche di questo; condusse la poveretta in aperta campagna, la gettò su un mucchio di neve, la benedisse e se ne tornò in fretta a casa, per non vedere morire la figlia.
Rimase la poverina a tremare dal freddo e iniziò a pregare piano piano. Arriva Gelo: saltò, balzò, la bella ragazza guardò: «Ehi, ragazza, ti sono addosso, sono Gelo dal naso rosso!» «Benvenuto, Gelo; deve essere Dio che ti manda a prendere la mia anima peccatrice». Gelo voleva colpirla e gelarla, ma gli piacquero le parole intelligenti di lei e ne ebbe pietà! Le gettò una pelliccia. Lei la indossò, incorciò i piedini e si sedette. Di nuovo le fu addosso Gelo dal naso rosso, saltò, balzò, la bella ragazza guarò: «Ehi, ragazza, ti sono addosso, sono Gelo dal naso rosso!». «Benvenuto, Gelo; deve essere Dio che ti manda a prendere la mia anima peccatrice». Gelo, però, non era venuto per l’anima, ma aveva portato alla bella ragazza un baule grande e pesante, pieno di ogni ben di Dio. Quella si sedette con la sua pelliccetta sul bauletto, era così allegra, così carina! Di nuovo le fu addosso Gelo dal naso rosso, saltò, balzò, la bella ragazza guardò. Lei lo salutò, e lui le regalò un vestito, cucito in oro e argento. La ragazza lo indossò ed era tanto bella, tanto elegante! Sta seduta e si mette a cantare.
La matrigna, intanto, prepara la festa di commemorazione; aveva cotto delle frittelle. «Va’, arito mio, riporta tua figlia per seppellirla». Il vecchio partì. E il cagnolino sotto il tavolo: «Arf! arf! La figlia del vecchio coperta d’oro e d’argento porteranno mentre quella della vecchia i fidanzati non la vorranno!». «Taci, sciocco! Eccoti una frittella, di’: la figlia della vecchia i fidanzati prenderanno, mentre di quella del vecchio solo le ossa riporteranno!» Il cagnolino mangiò la frittella e di nuovo: «Arf, arf! La figlia del vecchio coperta d’oro e d’argento porteranno, mentre quella della vecchia i fidanzati non la vorranno!». La vecchia pria gli dette delle altre frittelle, poi lo picchiò, ma il cagnolino continuava a ripetere: «La figlia del vecchio coperta d’oro e d’argento porteranno, mentre quella della vecchia i fidanzati non la vorranno!«.
Cigolò il portone, si aprì la porta: portano un baule grande, pesante, arriv la figliastra — risplende come una signora! La matrigna gettò uno sguardo e le caddero le braccia! «Vecchio, vecchio, attacca degli altri cavalli, portaci anche mia figlia, il più presto possibile! Lasciala nello stesso campo, nello stesso posto». La condusse il vecchio nello stesso campo, nello stesso posto la lasciò. Anche a lei fu addosso Gelo dal naso rosso, diede un’occhiata alla sua ospite, saltò, balzò, ma belle parole non ascoltò; si arrabbiò la afferrò e la uccise. «Vecchio, va’, riporta mia figlia, attacca dei cavalli poderosi, la slitta non far rovesciare, il baule non far cadere!» Ma il cagnolino sotto il tavolo: «Arf, arf! La figlia del vecchio i fidanzati prenderanno, mentre di quella della vecchia le ossa in un sacco porteranno!» «Non mentire! Eccoti un dolcetto, di’: la figlia della vecchia nell’oro e nell’argento porteranno!» Cigolò il portone, la vecchia corse incontro alla figlia, ma invece di lei abbracciò il suo corpo freddo. Pianse, si lamentò, ma troppo tardi!

 

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Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Caffellatte a mezzanotte.

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Maggio è cominciato con un caffellatte caldo poco dopo la mezzanotte, tanta pioggia, l’inizio delle “vacanze di primavera” in Russia, l’antica festa pagana di Beltane, il raggiungimento della doppia cifra in chili persi (- 10,4 kg), una buona dose di belle speranze e, per non farsi mancare nulla, un sospetto di trombo alla gamba “buona”, che mi porterà a nuove mirabolanti avventure ospedaliere fuori programma.

Un fine settimana lungo, quello del 1° Maggio, trascorso in preda a dolori fra i più acuti provati dall’esordio dell’AnarcoPatia, eppure con tanta voglia di rinnovarmi e rimettermi in gioco, o quanto meno di (ri)provarci per l’ennesima volta, sperando che sia quella buona.

Guardo la mia inseparabile Moleskine e penso che sì, ci ho già scritto parecchio, ma non quanto avrei voluto.
Controllo le statistiche della pagina facebook e mi accorgo che non solo i “Mi piace” non aumentano, ma c’è chi addirittura si sbatte a togliermelo, ben 3 solo negli ultimi due giorni.
In parallelo a questo prendo atto del drastico rallentamento subìto da quello che, in questo preciso momento, dovrebbe essere il mio progetto principale.

Allora mi domando se, per quanto a malincuore, non sia il caso di mettere in satndby quelle fra le mie attività che sembrano essere in stallo, così da avere più tempo ed energie da dedicare invece a quelle che dimostrano di avere ancora del potenziale da esprimere.
Non posso negare che l’idea mi rattristi, in fondo, come dicevo, ci ho investito parte del mio tempo e delle mie energie, ma tante cose, forse troppe in un periodo così breve, sono cambiate e temo sia arrivato il momento di decidermi ad accettare questa evidenza, con tutte le conseguenze che comporta.

Il numero di strade percorribili si è ridotto in modo netto e piuttosto significativo, sia dal punto di vista personale che da quello lavorativo, e ormai è palese che continuare a temporeggiare in attesa di un migliorameto non abbia più molto senso: devo scegliere quale, fra quelle rimaste, sia quella da percorrere, per poi dedicarmici senza riserve.

Per qualche ragione che non mi spiego, questa situazione mi ha catapultata in uno stato d’animo malinconico e nostalgico, ha portato il mio sguardo interiore a volgersi al passato, un passatto abbastanza lontano a dire il vero, quando solitudine e insonnia erano uno stile di vita intrapreso per scelta, quando la dedizione a quella che consideravo la mia “arte” era assoluta e predominante.
Oggi a intralciare quella determinazione così inscalfibile, segno distintivo della me stessa di allora, c’è il costante torpore mentale da farmaci, ma forse la soluzione sta in un radicale cambio d’approccio alla questione da parte mia.
Forse il segreto sta nella tanto ovvia quanto impegnativa scelta di provare a scoprire e imparare a conoscere le nuove modalità con cui poter continuare a fare al meglio quel che mi piace e mi fa star bene.
Senza arrendermi. Mai.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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La pecora, la volpe e il lupo.

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Dal gregge di un contadino scappò una pecora. Le si fece incontro una volpe e chiede: «Dove te ne vai di bello, comare?». «Ohi, comare! Stavo nel gregge di un contadino, ma non era vita: il montone era matto, e io, povera pecora, sempre colpevole! Così ho deciso di andarmene via, il più lontano possibile». «E anch’io!» rispose la volpe. «Mio marito acchiappava le galline, e io, povera volpe, sempre colpevole. Andiamocene insieme». Dopo qualche tempo, incontrarono un lupo. «Salute, comare!» «Salve», dice la volpe. «Vai lontano?» Quella rispose: «Dove mi portano le gambe!» e, quado ebbe raccontato le sue pene, il lupo disse: «E anch’io! La lupa sgozzava gli agnelli, e io, povero lupo, sempre colpevole. Andiamocene insieme».
Si incamminarono. Per l strada il lupo dice alla pecora: «Perché, pecora, porti tu la mia pelliccia?». La volpe sentì e aggiunse: «Davvero, compare, è tua?». «Ma certo, è mia!» «Lo giuri?» «Lo giuro!» «Solennemente?» «Solennemente». «Bene, allora devi confermare il giuramento con un bacio». Qui la volpe notò che i contadini avevano messo sul viottolo una tagliola; condusse il lupo proprio davanti alla tagliola e dice: «Ecco, bacia là!». Il lupo fu tanto stupido da ficcarcisi: la tagliola scattò e gli prese il muso. La volpe e la pecora si allontanarono subito di corsa sane e salve.

 

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Rompiamo il Silenzio!

 
 

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