Archivi del mese: luglio 2017

Il principe Danila-Govorila

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C’era una volta una vecchietta, una principessa, che aveva un figlio e una figlia — così ben pasciuti, così bravi. Non andavano a genio a una strega cattiva: “Come tormentarli e in rovina mandarli?”, pensava ed escogitò di tramutarsi in volpe. Arrivò dalla loro madre e dice: «Comare-colombella! Eccoti un anellino, mettilo al dito del tuo figliolo, grazie a esso sarà ricco e generoso, a patto di non toglierlo e di sposare la ragazza alla quale il mio anellino andrà bene!». La vecchia ci credette, si rallegrò e, morendo, ordinò al figlio di scegliersi una moglie alla quale l’anello si confacesse.
Il tempo passa, il figliolo cresce. Crebbe e cominciò a cercarsi una fidanzata; gliene piace una, gli va a genio una seconda, ma provano l’anellino — o è piccolo, o è grande; non sta né all’una né all’altra. Cavalcò cavalcò e per campagne e per città, tutte le belle ragazze esaminò, ma quella a lui destinata non trovò; arrivò a casa e divenne pensieroso. «Perché ti affliggi, fratellino?», chiede la sorella. Lui le confidò la sua amarezza, le raccontò la sua pena. «Ma che razza di strano anellino è?» dice la sorella. «Fallo provare a me». Se lo mise al dito — l’anellino si avvinghiò, prese a brillare, stava al dito come se fosse stato fatto apposta. «Ah, sorellina, tu mi sei destinata, tu sarai mia moglie!» «Che dici, fratello! Pensa a Dio, pensa al peccato, si sposano forse le sorelle?» Ma il fratello non ascoltava, ballava per la gioia e ordinò di prepararsi alle nozze. Versò lei lacrime amare, uscì dalla stanza, si sedette sulla soglia e dagli occhi sgorgano fiumi!
Passano di lì delle vecchie viandanti; le chiamò pr rifocillarle. Le chiedono quale sia la sua pena, il suo dolore. Non c’era niente da nascondere; raccontò loro tutto. «Su, non pinagere, non ti affliggere, ma dacci ascolto: fai quattro bambole, mettile ai quattro angoli; tuo fratello ti chiamerà al momento delle nozze — vai; ti chiamerà in camera — non affrettarti. Spera in Dio, addio». Le vecchiette se ne andarono. Il fratello e la sorella si sposarono, lui andò in camera e dice: «Sorella Caterina, vieni a letto!». Lei risponde: «Ora, fratellino, mi tolgo gli orecchini». E le bambole nei quattro angoli iniziarono a cuculiare:

Cucù, principe Danila!
Cucù, Govorila!
Cucù, la sua sorellina,
Cucù, gli fa da mogliettina.
Cucù, sprofonda terra bella,
Cucù, precipita sorella!

La terra prese a sprofondare, la sorella a precipitare. Il fratello grida: «Sorella Caterina, vieni a letto!». «Ora, fratellino, mi slaccio la cintura». Le bambole cuculiano:

Cucù, principe Danila!
Cucù, Govorila!
Cucù, la sua sorellina,
Cucù, gli fa da mogliettina.
Cucù, sprofonda terra bella,
Cucù, precipita sorella!

È già visibile ormai solo la testa. Il fratello di nuovo chiama: «Sorella Caterina, vieni a letto!». «Ora, fratellino, mi tolgo le scarpette». Le bambole cuculiano, e quella scompare sottoterra.
Il fratello chiama ancora, chiama più forte — niente! Si arrabbiò, accorse, bussò alla porta — la porta volò giù, guardò da ogni lato — della sorella neanche l’ombra; e negli angoli siedono solo le bambole e dai a cuculiare: «Sprofonda terra bella, precipita sorella!». Afferrò un’ascia, tagliò loro le teste e le gettò nel forno.
La sorella intanto, cammina cammina sottoterra, vede: c’è una casetta su zampe di gallina, ora sta ferma e ora si volta. «Casetta, casetta! Fermati com’è d’uso, al bosco il culetto, a me il visetto». La casetta si fermò, la porta si aprì. Nella casetta c’è una bella ragazza, ricama una tovaglia in oro e argento. Accolse l’ospite gentilmente, sospirò e dice: «Animuccia, sorellina cara! Sono contenta di poterti accogliere cordialmente e vezzeggiarti finché non c’è la mamma; ma tornerà, e saranno guai per te e per me, perché è una strega!». Si spaventò l’ospite a quelle parole, ma non c’era dove cacciarsi, sedette con la padrona alla tovaglia; cucioni e chiacchierano. Passò molto, passò poco, la padrona sapeva il momento, sapeva quando la madre sarebbe arrivata, trasformò l’ospite in ago, lo pianto in una scopetta, la mise in un angoletto. Non aveva fatto in tempo a nasconderla che la strega apparve sulla porta: «Figlia mia cara, figlia mia bella! C’è odore di ossa russe!». «Signora madre! Ci sono stati dei passanti che si sono fermati a bere un po’ d’acqua». «Perché non li hai fermati?» «Erano vecchi, cara, roba non per i tuoi denti». «Bada d’ora in poi — in cortile tutti fai fermare, dal cortile nessuno possa uscire; e io, fatto fagotto, vado in cerca di una bella preda». Se ne andò; le ragazze sedettero alla tovaglia, cucivano, parlavano e ridevano.
Tornò la strega; annusa in giro per l’izbà: «Figlia mia cara, figlia mia bella! C’è odore di ossa russe!». «Sono appena passati dei vecchi a rsicaldarsi le mani; volevo fermarli, non sono rimasti». La strega era affamata, fece una paternale alla figlia e se ne rivolò via. L’ospite stava nella scopetta. Più in fretta si misero a finire il ricamo della tovaglia; e cucioni, e si affrettano, e parlano su come scampare alla disgrazia, come sfuggire alla strega malvagia. Non fecero in tempo a scambiarsi un’occhiata, a mormorarsi qualcosa che quella era sulla porta, lupus in fabula, capitata all’improvviso: «Figlia mia cara, figlia mia bella! C’è odore di ossa russe!». «Ecco, mamma, questa bella ragazza ti aspetta». La bella ragazza guardò la vecchia e si sentì gelare! Davanti a lei c’era una baba-jaga gamba ossuta, col naso fino al soffitto. «Figlia mia cara, figlia mia bella! Riscalda il forno al massimo!» Portarono legna e di quercia e d’acero, accesero il fuoco: la fiamma esce dal forno.
La strega prese un’enorme pala, si mise a invitare l’ospite: «Siediti un po’ sulla pala, bellezza». La bella sedette. La strega la mosse verso la bocca del forno, ma quella mette una gamba nel forno e l’altra sul forno. «Che c’è, ragazza, non sai star seduta? Siediti per bene» Si aggiustò, sedette per bene; la strega la manda verso la bocca del forno, ma quella mette una gamba nel forno e l’altra sotto il forno. Si adirò la strega, la tirò indietro. «Non sta bene, non sta bene, ragazzina! Siedi buona, così; guarda me!» Paffete! ci si mise lei stessa sulla pala, stese le gambe; allora le ragazze la misero in fretta nel forno, chiusero lo sportello, lo ostruirono con dei ceppi, lo cementarono e lo incatramarono, e loro si misero a correre, presero con sé la tovaglia ricamata, una spazzola e un pettine.
Correvano-correvano, guardano indietro, ma la scellerata è riuscita a uscire, le ha viste e fischia: «Fii, fii, fii, ecco dove siete!». Che fare? Gettarono la spazzola — crebbe un canneto fitto-fitto: non lo supererà. La strega cacciò le unghie, raspò un viottolo, insegue da vicino… Dove ficcarsi? Gettarono il pettine — crebbe un querceto scuro-scuro: una mosca non ci passerà. La strega affilò i denti, si mise al lavoro; ovunque si mette, giù un albero dalle radici! Si lancia da tutti i lati, si allarga un viottolo e insegue di nuovo… com’è vicina! Correvano-correvano, e non c’era dove correre, non ce la facevano più! Gettarono la tovaglia ricamata in oro — si allargò un mare enorme, profondo, infuocato; la strega si alzò in alto, voleva sorvolarlo, cadde nel fuoco e bruciò.
Rimasero le due ragazze, colombelle senza nido; bisogna andare, ma dove? — non lo sanno. Si sedettero a riposare. Ecco che si avvicinò loro un uomo, chiede chi sono; e riportò al padrone che nei suoi possedimenti ci sono non due uccellini di passaggio, ma due bellezze come nei quadri — identiche per altezza e fattezze, ciglio a ciglio, occhio a occhio; una di lor dev’essere vostra sorella, ma quale — non è possibile indovinarlo. Andò il signore a vedere, le invitò. Vede: sua sorella è lì, il servo non ha mentito, ma quale — non può riconoscerla; lei è arrabbiata, non si paleserà; che fare? «Ecco cosa, signore! Verserò in una vescica di montone del sangue, mettetevela sotto l’ascella, conversate con le ospiti, e io mi avvicinerò e vi pianterò un coltello nel fianco; il sangue si verserà, la sorella si mostrerà!» «Bene!» Misero in atto il piano: il servo prese il padrone al fianco, il sangue schizzò, il fratello cadde, la sorella si gettò ad abbracciarlo, e piange, e si lamenta: «Mio caro, mio adorato!». Allora il fratello saltò su sano e salvo, abbracciò la sorella e la fece sposare a un’ottima persona, mentre lui sposò l’amica, alla quale l’anellino andava bene, e vissero felici e contenti.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Il ladro

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C’erano una volta un vecchio e una vecchia che avevano un figlio di nome Ivan. Lo mantennero finché non fu diventato grande, e poi dicono: «Allora, figliolo, ti abbiamo mantenuto fino a ora, adesso, invece, sarai tu a mantenerci fino alla nostra morte». Rispose loro Ivan: «Visto che mi avete mantenuto fino all’adolescenza, allora mantenetemi fin quando non mi cresceranno i baffi». Lo mantennero finché non iniziarono a crescergli i baffi e dicono: «Allora, figliolo, ti abbiamo mantenuto finché non ti sono cresciuti i baffi, ora sarai tu a mantenerci fino alla nostra morte». «Cari papà e mamma» risponde il figlio «visto che mi avete mantenuto finché non mi sono cresciuti i baffi, ora mantenetemi finché non mi crescerà la barba». Non ci fu niente da fare, lo mantennero, lo nutrirono i vecchi finché non gli fu cresciuta la barba, dopodiché dicono: «Allora, figliolo, ti abbiamo mantenuto finché non ti è cresciuta la barba, ora sarai tu a mantenerci fino alla nostra morte». «Visto che mi avete mantenuto finché non mi è cresciuta la barba, mantenetemi fino alla mia vecchiaia!» Allora il vecchio non ce la fece più, andò dal padrone a lamentarsi del figlio.
Il padrone convoca Ivan: «Perché, mangiaufo, rifiuti di mantenere tuo padre e tua madre?». «E con cosa dovrei mantenerli? Vorresti forse che andassi a rubare? Non ho imparato a fare niente e per studiare è troppo tardi». «Fai come ti pare» gli disse il padrone «ruba, se vuoi, ma mantieni tuo padre e tua madre, che non si vengano più a lamentare di te!» In quel momento vennero a riferire al padrone che il bagno era pronto, e quello andò a fare la sauna; il fatto avveniva verso sera. Il padrone fece il bagno, tornò indietro e si mise a chiedere: «Ehi, c’è qualcuno? Portatemi le pantofole!». Ed ecco qua Ivan, che gli tolse gli stivali, gli diede le pantofole; gli stivali se li mise sottobraccio e se li portò a casa. «Ecco, babbo» dice al padre «togliti le ciocie di tiglio e mettiti gli stivali del padrone».
Il mattino dopo, il padrone si accorse che gli stivalo non c’erano più; mandò a chiamare Ivan: «Hai preso tu i miei stivali?». «Non ne ho la più pallida idea, ma la cosa mi riguarda!» «Ah, furfante, imbroglione! Come hai osato rubare?» «Ma non sei stato tu, padrone, a dirmelo: ruba, se vuoi, ma mantieni tuo padre e tua madre? Io non volevo disobbedire ai tuoi ordini». «Se è così» dice il padrone «ecco quel che ti ordino: rubami il bue nero che è attaccato all’aratro; se ci riuscirai — ti darò cento rubli, altrimenti ti darò cento frustate». «Agli ordini, signore!», risponde Ivan.
Subito filò al villaggio, sgraffignò da qualche parte un gallo, gli strappò le penne, e via, verso il campo; si avvicinò di soppiatto all’ultimo solco, sollevò una zolla di terra, ci mise sotto il gallo e lui si nascose dietro i cespugli. Iniziarono a tracciare con l’aratro un nuovo solco, urtarono quella zolla di terra e deviarono; il gallo spennato saltò fuori e corse a più non posso per le gobbe e le buche del terreno. «Che cosa strana è venuta fuori dalla terra!», gridarono i contadini e si misero a inseguire il gallo. Ivan vide che quelli correvano come matti, si lanciò allora verso l’aratro, tagliò a un bue la coda, la ficcò nella bocca dell’altro, e il terzo lo staccò e se lo portò a casa.
I contadini corsero, corsero dietro al gallo, e non lo acchiapparono nemmeno; tornarono indietro: il bue nero non c’è più e al pezzato manca la coda. «Questa poi, fratelli! Mentre inseguivamo quella cosa strana, un bue ha mangiato l’altro; ha inghiottito tutto il nero e ha strappato la coda al pezzato!». Andarono dal padrone a testa bassa: «Grazia, padre, un bue ha mangiato l’altro». «Ah, razza di idioti scervellati» gridò contro di loro il padrone «ma dove si è mai visto, dove si è mai sentito che un bue ne mangi un altro? Fate venire da me Ivan!» Lo fecero venire. «Hai rubato tu il bue?» «Sissignore». «E dove lo hai cacciato?» «L’ho macellato; ho portato la pelle al mercato, mentre con la carne mantengo mio padre e mia madre». «Bravo» dice il padrone «eccoti cento rubli. Ma ora, rubami il mio stallone preferito, che sta dietro tre porte e sei serrature; se ci riuscirai — ti darò duecento rubli, altrimenti — ti darò duecento frustate!» «Bene, padrone, lo farò».
A sera tardi, Ivan si intrufolò nella casa padronale; entra nell’anticamera: non c’è un’anima, guarda: sull’attaccapanni c’è l’abito del signore; prese il cappotto e il berretto del padrone, li indossò, uscì sulle scale e gridò forte ai cocchieri e agli stallieri: «Ehi, ragazzi! Sellate in fretta il mio cavallo preferito e portatemelo qui». I cocchieri e gli stallieri lo presero per il padrone, corsero nella stalla, aprirono i sei lucchetti, spalancarono le tre porte, in un attimo fecero quel che era stato loro ordinato e portarono fino alle scale il cavallo sellato. Il ladro lo montò, gli diede un colpo di frusta — e chi s’è visto s’è visto!
Il giorno dopo, il padone chiede: «Allora, che ne è del mio cavallo preferito?». Quello era stato sottratto già dalla sera prima. Si dovette far chiamare Ivan. «Hai rbato tu il cavallo?» «Sissignore». «E dov’è?» «L’ho venduto a dei mercanti». «Sei fortunato che te l’avevo detto io di rubarlo! Prenditi i tuoi duecento rubli. Allora, ora rubami il superiore del monastero». «E quanto mi dai, padrone, per questo lavoretto?» «Ti vanno bene trecento rubli?» «Va bene, lo ruberò!» «E se non ci riuscirai?» «Mi rimetto al tuo volere; fai quello che vuoi».
Il padrone convocò il superiore. «Stai attento» dice «resta in preghiera tutta la notte, non dormire! Van’ka il ladro pretende di poterti rapire». Il vecchio, spaventato, non può chiudere occhio, resta a pregare nella sua cella. A mzzanotte precisa arrivò Ivan il ladro con un sacco di tela e bussò alla finestra. «Chi sei, uomo?» «Sono un angelo dal cielo, sono stato mandato a prenderti per portarti da vivo in paradiso; entra nel sacco». Il superiore fu tanto sciocco da entrare nel sacco; il ladro lo legò, se lo caricò in spalla e lo portò sul campanile. Tirava, tirava. «Quanto manca?», chiede il superiore. «Ora vedrai! All’inizio la strada è lunga, ma liscia, alla fine sarà breve, ma dolorosa&raquo.
Lo trascinò fin su e lo buttò giù dalle scale; il superiore sentiva dolore ovunque a farsi tutte le scale a rotoli! «Oh» dice «l’angelo diceva la verità: la prima parte di strada è stata lunga, ma liscia, mentre l’ultima corta, ma dolorosa! Non immaginavo che ci fosse una tale disgrazia all’altro mondo!» «Resisti, sarai salvato!», rispose Ivan, sollevò il sacco e lo appese alla palizzata vicino al portone, mise accanto due rami di betulla spessi un dito e scrisse sul portone: «Chi passerà di qui e non batterà il sacco tre volte, che sia colpito da anatema!». Così chiunque passa di là lo frusta immancabilmente tre volte. Passa il padrone: «Cos’è questo sacco appeso qui?». Ordinò di tirarlo giù e di aprirlo. Lo aprirono e ne venne fuori il superiore del monastero. «Come ci sei finito? Te l’avevo detto: stai attento, ma tu no! Non mi dispiace che tu sia stato frustato, quel che mi dispiace è che per colpa tua ho buttato via trecento rubli!»

 

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Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Sorellina Alënuška, fratellino Ivanuška

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C’erano una volta uno zar e una zarina; avevano un figlio e una figlia, il bambino si chiamava Ivanuška, la bambina Alënuška. Ecco che lo zar e la zarina morirono; rimasero soli i bambini e si misero a viaggiare per il mondo. Cammina cammina, vedono uno stagno, e vicino allo stagno pascola una mandria di mucche. «Voglio bere» dice Ivanuška. «Non bere, fratellino, altrimenti diventerai un vitellino», dice Alënuška. lui le diede ascolto e proseguirono; cammina cammina, vedono un fiume, e accanto c’è una mandria di cavalli. «Ah, sorellina, se tu sapessi che voglia di bere che ho». «Non bere, fratellino, altrimenti diventerai un puledrino». Ivanuška le diede ascolto e proseguirono; cammina cammina, vedono un lago, e accanto a esso un gregge di pecore. «Ah, sorellina, ho una voglia terribile di bere». «Non bere, fratellino, altrimenti diventerai un agnellino!» Ivanuška le diede ascolto e proseguirono; cammina cammina, vedono un ruscello, e accanto sorvegliano dei porci… «ah, sorellina, io beco; ho una tremenda voglia di bere» «Non bere, fratellino, altrimenti diventerai un porcellino!» Ivanuška le diede ascolto ancora una volta, e proseguirono; cammina cammina, vedono un gregge di capre che pascola accanto all’acqua. «Ah, sorellina, io bevo». «Non bere, fratellino, altrimenti diventerai un caprettino». Ma quello non poté trattenersi e non diede ascolto alla sorella, bevve e diventò un capretto; salta attorno alla sorella e grida: Bè-è-è! Bè-è-è!».
Alënuška gli mise al collo una cintura di seta e lo portò con sé, piangendo, piangendo amaramente… Il capretto correva, correva e capitò un giorno nel giardino di uno zar. I servi lo videro e subito riferiscono allo zar: «Abbiamo in giardino, Vostra Altezza Reale, un capretto, e lo tiene con una cintura una ragazza che è una vera bellezza». Lo zar ordinò di chiederle chi fosse. I servi allora le chiedono di dove venga e di che stirpe sia. «Così e così» dice Alënuška «c’erano uno zar e una zarina, ma sono morti; siamo rimasti soli noi figli: io — la principessa, e questo è il mio fratellino, il principe; non si è trattenuto, ha bevuto dell’acqua ed è diventato un capretto». I servi riferirono tutto allo zar. Lo zar fece chiamare Alënuška, le fece un sacco di domande; gli piacque e lo zar decise di sposarla. Celebrarono presto le nozze e iniziarono a vivere insieme, e con loro il capretto: passeggia per il giardino, mangia e beve insiem allo zar e alla zarina.
Ecco che lo zar andò a caccia. Nel frattempo arrivò una strega e fece un incantesimo alla zarina: Alënuška cadde malata, divenne magra e pallida. La corte dello zar era desolata; i fiori del giardino presero ad appassire, gli alberi a seccare, l’erba a scolorire. Lo zar tornò e chiede alla zarina: «Sei forse ammalata?»». «Sì, sto male», dice la zarina. Il giorno dopo di nuovo lo zar andò a caccia. Alënuška è a letto malata; arriva da lei la strega e dice: «Se vuoi, posso curarti. Vai in riva al tale mare per il tal numero di crepuscoli e bevi della sua acqua», La zarina le diede ascolto, e sull’imbrunire andò al mare, ma la strega la stava già aspettando, la afferrò, le legò al collo una pietra e la gettò in mare. Alënuška andò a fondo; il capretto accorse e iniziò a piangere amaramente. La strega, intanto, si trasformò in zarina e rientrò a palazzo.
Lo zar arrivò e si rallegrò nel vedere la zarina ristabilita. Si misero a tavola a mangiare. «E dov’è il capretto», chiede lo zar. «Non c’è bisogno di lui» dice la strega «ho ordinato di non farlo venire; e poi manda un tale odore caprino!» Il giorno dopo, appena lo zar fu andato a caccia, la strega diede un sacco di botte al capretto, lo bastonò a più non posso e lo minaccia: «Quando lo zar sarà tornato, gli chiederò che ti sgozzino». Rientrò lo zar, la strega non gli si stacca di dosso: «Ordina, ordina in fretta di sgozzare il capretto; mi ha stufata, mi disgusta proprio!». Lo zar provava pietà per il capretto, ma non c’è niente da fare: quella gli sta talmente addosso, è talmente insistente, che lo zar alla fine acconsentì a che lo sgozzassero. Vide il capretto che stavano iniziando ad affilare i coltelli damaschini, si mise a piangere, corse dallo zar e chiede: «Zar! Fammi andare in riva al mare, la sua acqua a bere, le viscere a sciacquare». Lo zar gli diede il permesso. Allora il capretto corse al mare, e dalla riva gemette:

Alënuška, mia sorellina!
Nuota, nuota a me vicina.
Ardono i fuochi ardenti,
Bollono le acque bollenti,
Affilano un coltello damaschino,
Vogliono sgozzare il tuo fratellino!

Quella gli risponde:

Ivanuška, caro fratello!
Mi lega al fondo la pietra che ho al collo.
Una serpe crudele mi succhia il midollo!

Il capretto si mise a piangere e tornò indietro. Verso mezzogiorno di nuovo chiede allo zar: «Zar! Fammi andare in riva al mare, la sua acqua a bere, le viscere a sciacquare». Lo zar gli diede il permesso. Allora il capretto corse al mare e gemette:

Alënuška, mia sorellina!
Nuota, nuota a me vicina.
Ardono i fuochi ardenti,
Bollono le acque bollenti,
Affilano un coltello damaschino,
Vogliono sgozzare il tuo fratellino!

Quella gli risponde:

Ivanuška, caro fratello!
Mi lega al fondo la pietra che ho al collo.
Una serpe crudele mi succhia il midollo!

Il capretto si mise a piangere e tornò indietro. lo zar allora pensa: perché il capretto corre sempre al mare? Ecco che il capretto gli chiese per la terza volta: «Zar! Fammi andare in riva al mare, la sua acqua a bere, le viscere a sciacquare». Lo zar gli diede il permesso e lo seguì; arriva al mare e sente il capretto che invoca la sorellina:

Alënuška, mia sorellina!
Nuota, nuota a me vicina.
Ardono i fuochi ardenti,
Bollono le acque bollenti,
Affilano un coltello damaschino,
Vogliono sgozzare il tuo fratellino!

Quella gli risponde:

Ivanuška, caro fratello!
Mi lega al fondo la pietra che ho al collo.
Una serpe crudele mi succhia il midollo!

Il capretto ricominciò a invocare la sorellina. Alënuška venne in superficie e apparve sull’acqua. Lo zar la afferrò, le strappò dal collo la pietra e trascinò Alënuška a riva, dove chiede: cosa è avvenuto? Quella gli raccontò tutto. Lo zar si rallegrò, il capretto anche e iniziò a saltellare; nel giardino tutto rinverdì e rifiorì. La strega, su ordine dello zar, fu giustiziata: alzarono un rogo nella corte e la bruciarono. Dopodiché lo zar, la zarina e il capretto vissero felici e contenti, diventando sempre più abbienti, come in precedenza mangiarono e bevvero alla stessa tavola.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Questione di frequenza

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Biella vista da San Carlo
Image Credit © VeRA Marte

 

Il vero problema non è la quantità di bastonate che la vita ti riserva, ma la frequenza con cui te le assesta sul gobbo.
Se fra una e l’altra non ti resta tempo a sufficienza per riprendere fiato, diventa difficile gestire il dolore e ogni nuovo colpo sembra più feroce.
Credo che, negli ultimi mesi, sia stato proprio questo il problema: la frequenza serrata con cui le cattive notizie mi sono piovute addosso.

Un mese che era iniziato male, giugno, ma con ancora un briciolo di ottimismo, si è concluso peggio, lasciandosi alle spalle un carico importante di tristezza, sconforto e amarezza.

Non ho scritto molto il mese scorso, di sicuro meno di quano avrei voluto, sia sulla carta che in digitale, ma forse è meglio così, perché lo spirito proprio non era quello giusto. In compenso ho recuperato un po’ con la lettura e questo, almeno in parte, mi conforta.

Luglio non è iniziato tanto meglio di come sia finito il suo predecessore, la situazione clinica si presenta in stallo con lievi peggioramenti, di per sé non troppo preoccupanti, ma che hanno già decretato tutta una serie di limitazioni a cui non potrò sottrarmi nella gestione delle vacanze, e questo di sicuro non favorisce un miglioramento dell’umore.

Il protrarsi di questa situazione, però, ha finito col darmi l’ennesimo scossone. Dopo aver trascinato l’AnarcoSocio a vari eventi letterari, spalmati su due regioni e diversi fine settimana consecutivi, sono passata al livello successivo, iscrivendomi per la prima volta a ben due seminari, i cosiddetti “workshop”: uno di scrittura creativa e uno di traduzione editoriale. Cominciare a frequentare sul serio l’ambiente e le persone del mestiere mi sembra un buon passo con cui iniziare il mio cammino verso un cambiamento concreto.

Con mio stesso stupore sto iniziando ad apprezzare luoghi naturali non proprio nelle mie corde. Da sempre amante dell’ipnotico sciabordio delle onde marine, sto poco a poco scoprendo il piacevole effetto rilassante del silenzio delle montagne. Taccuino sempre alla mano, mi lascio sorprendere da quello che il “mondo là fuori” ha da offrirmi: paesaggi, scorci di borghi storici, fotogrammi di vita quotidiana. Osservo tutto con l’avida curiosità di una bambina, cercando di non dare mai nulla per scontato e di scorgere la bellezza anche nei dettagli più semplici e, all’apparenza, insignificanti.

Sto imparando che ogni singolo istante è prezioso e che sapersi prendere il proprio tempo è fondamentale per vivere davvero. È una lezione che, molto spesso, si apprende a caro prezzo, ma che, alla fine, vale la pena di imparare.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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La favola del principe Ivan, dell’uccello di fuoco e del lupo grigio

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In un certo reame, in terre lontane, viveva uno zar di nome Vyslav Andronovič. Aveva tre figli, tre principi: il primo — il principe Dimitrij, il secondo — il principe Vasilij, il terzo — il principe Ivan. Questo zar Vyslav Andronovič aveva un giardino talmente ricco, che non ce n’era uno più bello in tutto il reame; in quel giardino crescevano diversi alberi pregiati, di frutta e no, ma lo zar prediligeva soprattutto un melo, e su quel melo crescevano delle melucce tutte d’oro. Prese l’abitudine di volare nel giardino dello zar Vyslav l’uccello di fuoco; aveva le penne d’oro, e gli occhi sembravano di cristallo orientale. Volava in quel giardino ogni notte e si metteva sul melo prediletto dello zar Vyslav, coglieva le melucce d’oro e poi volava via. Lo zar Vyslav Andronovič si tormentava molto per quel melo, per il fatto che l’uccello di fuoco avesse strappato molte delle sue mele; perciò chiamò a sé i tre figli e disse loro: «Figli miei cari! Chi di voi riuscirà ad acchiappare nel mio giardino l’uccello di fuoco? Chi lo catturerà vivo, a quello darò la metà del mio regno finché sono ancora in vita, e dopo la mia morte avrà tutto». Allora i principi suoi figligridarono come un sol uomo: «Amato sovrano, padre, Vostra Altezza Reale! Con grande gioia noi cercheremo di catturare l’uccello di fuoco vivo».
La prima notte andò a fare la guardia in girdino il principe Dimitrij e, sedutosiai piedi di quel melo dal quale l’uccello di fuoco coglieva le melucce, si addormentò e non sentì quando l’uccello di fuoco arrivò e molte mele beccò. Al mattino, lo zar Vyslav Andronovič chiamò a sé suo figlio, il principe Dimitrij, e chiese: «Allora, figlio mio caro, hai visto l’uccello di fuoco o no?». Quello rispose al padre: «No, amato sovrano, padre! Questa notte non è venuto». La seconda notte andò nel giardino a fare la posta all’uccello di fuoco il principe Vasilij. Sedette ai piedi del melo: passò un’ora, ne passò un’altra, e si addormentò tanto profondamente che non sentì quando l’uccello di fuoco arrivò e le mele beccò. Al mattino, lo zar Vyslav lo chiamò a sé e chiese: «Allora, figlio mio caro, hai visto l’uccello di fuoco o no?». «Amato sovrano, padre! Questa notte non è venuto».
La terza notte andò in giardino a fare la guardia il principe Ivan e sedette ai piedi del solito melo; passa un’ora, ne passa un’altra, ne passa una terza — all’improvviso tutto il giardino si illuminò come se fossero state accese molte luci: arrivò l’uccello di fuoco, si mise sul melo e iniziò a beccare le melucce. Il principe Ivan gli si avvicinò silenziosamente e con tale abilità che riuscì ad afferrarlo per la coda; tuttavia non poté trattenerlo: l’uccello di fuoco si liberò e volò via, e rimase in mano al principe Ivan solo una penna della sua coda, alla quale si era afferrato tanto decisamente. Al mattino, appena lo zar Vyslav si fu svegliato, il principe Ivanandò da lui e gli diede la pennuccia dell’uccello di fuoco. lo zar Vyslav si rallegrò molto che il figlio minore fosse riuscito a prendere almeno una penna dell’uccello di fuoco. Questa penna era tanto stupenda e luminosa che, se la si portava in una sala buia, riluceva talmente da sembrare che in quella stanza fossero state accese molte candele. lo zar Vyslav mise la pennuccia nel suo studio, come una cosa che si deveconservare in eterno. Da quel momento, l’uccello di fuoco non volò più nel giardino.
lo zar Vyslav nuovamente chiamò a sé i suoi figli e disse loro: «Figli miei cari! Mettetevi in viaggio, io vi darò la mia benedizione, trovate l’uccello di fuoco e portatemelo vivo; quello che promisi una volta lo otterrà, naturalmente, chi mi porterà l’uccello di fuoco». I principi Dimitrij e Vasilij cominciarono a provare astio verso il fratello minore Ivan, perché era riuscito a prendere una penna della coda dell’uccello di fuoco; si fecero benedire dal padre e partirono insieme alla ricerca dell’uccello di fuoco. Anche il principe Ivan, intanto, cominciò a chiedere al padre la benedizione. Lo zar Vyslav gli disse: «Figlio mio caro, mio beneamato! Sei ancora troppo giovane e non sei abituato a un viaggio tanto lungo e rischioso;perché vuoi allontanarti da me? Sono già andati i tuoi fratelli. E se te ne vai anche tu e rimaneste lontani tutti e tre per tanto tempo? Io sono ormai vecchio e i miei giorni sono contati; se durante la vostra assenza il Signore Iddio dovesse chiamarmi a sé, chi governerà il regno al mio posto? Allora potrebbe nascere una sommossa o un disaccordo tra il popolo, ma non ci sarebbe nessuno per porvi fine; oppure il nemico potrebbe marciare contro il nostro reame, ma non ci sarebbe nessuno a guidare le nostre truppe». Tuttavia, per quanto lo zar Vyslav cercasse di trattenere il principe Ivan, in nessun modo riuscì a impedirgli di andare, le sue preghiere erano troppo insistenti. Il principe Ivan si fece benedire dal padre, si scelse un cavallo e si mise in marcia, lui stesso senza sapere dove andare.
A furia di cavalcare, vicino o lontano, per monti e per valli, si fa prima in una favola a raccontarlo che nella realtà a farlo, giunse alla fine in aperta campagna tra verdi prati. E in mezzo alla campagna c’è un palo, e sul palo sono scritte queste parole: «Chi, partendo da questo palo, andrà dritto, avrà fame e freddo; chi andrà a destra sarà sano e salve, ma gli morirà il cavallo; chi invece andrà a sinistra sarà ucciso, ma il suo cavallo sarà sano e salvo». Il principe Ivan lesse la scritta e andò a destra, pensando che, se anche il suo cavallo fosse stato ucciso, lui sarebbe rimasto sano e salvo e col tempo avrebbe potuto trovarsene un altro. Cavalcò un giorno, un secondo e un terzo — all’improvviso gli si fece incontro un enorme lupo grigio e disse: «Salute a te, ragazzo, principe Ivan! Hai letto quel che era scritto sul palo, che il tuo cavallo sarebbe morto; allora perché sei venuto da questa parte?». A queste parole, il lupo squarciò il cavallo del principe Ivan in due e sparì.
Il principe Ivan fu molto addolorato della fine del suo cavallo, pianse lacrime amare e poi si incamminò a piedi. Camminò l’intero giorno, stancandosi in modo indicibile, e si era appena seduto per riposarsi che all’improvviso lo raggiunse il lupo grigio e gli disse: «Mi dispiace, principe Ivan, che tu sia sfinito per la camminata; mi dispiace anche di aver sbranato il tuo buon cavallo. Bene! siediti su di me, sul lupo grigio, e dimmi dove vuoi andare e perché». Il principe Ivan disse al lupo grigio dove doveva andare; e il lupo grigio lo portava più veloce del cavallo e dopo un po’, per l’appunto di notte, condusse il principe Ivan ai piedi di un muro di pietra non molto alto, si fermò e disse: «Allora, principe Ivan, scendi dalla mia schiena di lupo grigio e arrampicati oltre questo muro di pietra; là, oltre il muro, c’è un girdino, e in quel giardino c’è l’uccello di fuoco in una gabbia d’oro. Tu prendi l’uccello di fuoco, ma non toccare la gabbia d’oro; se prenderai la gabbia, allora non potrai mai più andartene di qui: ti prenderanno subito!». Il principe Ivan entrò nel giardino, dopo aver superato il muro, vide l’uccello di fuoco nella gabbia d’oro, che gli piacque enormemente. Tirò fuori l’uccello dalla gabbia e tornò indietro, ma poi cambiò idea e si disse: «Se prendo l’uccello di fuoco senza la gabbia, dove lo metterò?». Tornò sui suoi passi e appena ebbe staccato la gabbia d’oro, allora improvvisamente si sentì un colpo e un tuono in tutto il girdino, poiché a quella gabbia d’oro erano collegate delle corde. Le guardie subito si svegliarono, corsero nel giardino, presero il principe Ivan con l’uccello di fuoco e lo portarono al loro zar, che si chiamava Dolmat. Lo zar Dolmat si adirò molto col principe Ivan e gli gridò irato con voce tonante: «Non ti vergogni, ragazzo, di rubare? Chi sei, di che paese, chi è tuo padre e come ti chiami?». Il principe Ivan gli rispose: «Vengo dal reame di Vyslav, sono il figlio dello zar Vyslav Andronovič e mi chiamo principe Ivan. Il tuo uccello di fuoco aveva preso l’abitudine di volare nel nostro giardino ogni notte, e coglieva dal melo preferito di mio padre delle melucce d’oro, e ha rovinato quasi tutto l’albero; per questo mio padre mi ha mandato a cercare l’uccello di fuoco, che gli devo portare». «Senti un po’ ragazzo, principe Ivan» riprese lo zar Dolmat «è forse bello fare quello che hai fatto? Se tu fossi venuto da me, io ti avrei dato l’uccello di fuoco con le buone; e ora ti farebbe piacere che io facessi sapere dele tue malefatte in tutto il paese, di come sei entrato con la forza nel mio regno? Senti, principe Ivan! Se tu mi rendi un servizio, andando in una terra ai confini del mondo, in un paese ai confini del mondo, e riesci a portarmi il cavallo con la criniera d’oro dello zar Afron, allora io mi dimenticherò della tua colpa e ti darò con piacere l’uccello di fuoco; ma se non riuscirai a portare a termine questo servizio, allora farò sapere in tutto il regno che tu sei un miserabile ladro». Il principe Ivan si ritirò dallo zar Dolmat molto afflitto, dopo avergli promesso di portargli il cavallo dalla criniera d’oro.
Arrivò dal lupo grigio e gli raccontò tutto quello che lo zar Dolmat gli aveva detto: «Salute a te, ragazzo, principe Ivan!» gli rispose il lupo grigio. «Perché non hai dato ascolto alle mie parole e hai preso la gabbia d’oro?». «Sono colpevole di fronte a te», disse al lupo il principe Ivan. «Bene, sia!» rispose il lupo grigio. «Siediti su di me, sul lupo grigio; io ti porterò dove devi andare». Il principe Ivan sedette sulla schiena del lupo grigio; e il lupo si mise a correre tanto velocemente quanto una freccia, e, dopo aver corso un mese o un anno, alla fine arrivò nel regno dello zar Afron di notte. E, avvicinatosi alle scuderie reali di pietra bianca, il lupo grigio disse al principe Ivan: «Vai, principe Ivan, in quelle scuderie di pietra bianca (in questo momento i palafrenieri di guardia dormono della grossa!) e prenditi il cavallo con la criniera d’oro. Là su una parete è appesa una briglia d’oro, tu non prenderla o mal te ne incoglierà». Il principe Ivan entrò nelle scuderie di pietra bianca, prese il cavallo e stava per tornare indietro; ma vide sulla parete la briglia d’oro e gli piacque a tal punto che la tirò giù dal chiodo, e appena l’ebbe tirata giù, improvvisamente si sentì un colpo e un tuono in tutte le scuderie, perché a quella briglia erano collegate delle corde. Subito i palafrenieri di guardia si svegliarono, accorsero, presero il principe Ivan e lo portarono dallo zar Afron. lo zar Afron cominciò a chiedergli: «Salute a te, ragazzo! Dimmi, di che paese sei, chi è tuo padre e come ti chiami?». Allora gli rispose il principe Ivan: «Vengo dal reame di Vyslav, sono il figlio dello zar Vyslav Andronovič e mi chiamo principe Ivan». «Oh, ragazzo, principe Ivan!» gli disse lo zar Afron. «L’azione che hai commesso è forse degna di un cavaliere d’onore. Se tu fossi venuto da me, io ti avrei dato il cavallo dalla criniera d’oro con le buone. E ora ti farebbe piacere che io facessi sapere delle tue malefatte in tutto il paese, di come sei entrato con la forza nel mio regno? Senti, principe Ivan! Se tu mi rendi un servizio, andando in una terra ai confini del mondo, in un regno ai confini del mondo, e riesci a portarmi la principessa elena la Bella, che amo da tempo e con tutta l’anima, ma che non sono riuscito ad avere, allora io mi dimenticherò della tua colpa e ti darò con piacere il cavallo dalla criniera d’oro con la briglia d’oro. Ma se non riuscirai a portare a termine questo servizio, allora farò sapere in tutto il regno che sei un miserabile ladro, e farò stampare tutti i particolari sul modo in cui ti sei indegnamente comportato nel mio reame». Allora il principe Ivan promise allo zar Afron di portargli la principessa Elena la Bella, e poi uscì dal palazzo piangendo amaramente.
Arrivò dal lupo grigio e gli raccontò tutto quello che gli era successo. «Salute a te, ragazzo, principe Ivan!» gli rispose il lupo grigio. «Perché non hai dato ascolto alle mie parole e hai preso la briglia d’oro?» «Sono colpevole di fronte a te», disse al lupo il principe Ivan. «Bene, sia!» continuò il lupo grigio. «Siediti su di me, sul lupo grigio; io ti porterò dove devi andare». Il principe Ivan sedette sulla schiena del lupo grigio; e il lupo si mise a correre tanto velocemente quanto una freccia, e corse, come si può raccontare in una favola, per un po’ di tempo e, finalmente, arrivò nel regno della principessa Elena la Bella. E, avvicinatosi al cancello d’oro che circondava un meraviglioso giardino, il lupo disse al principe Ivan: «Allora, principe Ivan, ora scendi dalla mia schiena di lupo grigio, e torna indietro per quella strada per la quale siamo venuti fin qui, e aspettami in aperta campagna sotto una quercia verde». Il principe Ivan si avviò dove gli era stato detto. Il lupo grigio, invece, sedette accanto al cancello d’oro e si mise ad aspettare il momento in cui la principessa Elena la Bella sarebbe andata a passeggiare nel giardino. Verso sera, quando il solicello cominciò ad abbassarsi verso occidente e per questo l’aria non era più molto calda, la principessa Elena la Bella andò nel giardino a passeggiare con le sue governanti e le sue dame di compagnia. quando uscì in giardino e si avvicinò al luogo in cui c’era il lupo grigio, oltre il cancello, improvvisamente il lupo grigio scavalcò con un salto il cancello nel giardino e afferrò la principessa Elena la Bella, con un salto tornò indietro e si mise a correre con lei a perdifiato. Arrivò in aperta campagna, sotto la quercia verde, dove lo stava aspettando il principe Ivan, e gli disse: «Principe Ivan, siediti in fretta su di me, sul lupo grigio!». Il principe Ivan sedette su di lui, e il lupo grigio portò di corsa tutti e due verso il regno dello zar Afron. le governanti, le balie e tutte le dame di compagnia che stavano passeggiando nel giardino con la bella principessa Elena rientrarono subito a palazzo e mandarono all’inseguimento dei cavalieri per raggiungere il lupo grigio; ma per quanto gli inseguitori corressero, non poterono raggiungerlo e tornarono indietro.
Il principe Ivan, sedendo in groppa al lupo grigio con la bella principessa Elena, si innamorò follemente di lei, e lei del principe Ivan; e quando il lupo grigio arrivò nel regno dello zar Afron e il principe Ivan avrebbe dovuto portare la bella principessa Elena a palazzo e darla allo zar, allora il principe si addolorò molto e iniziò a piangere come una fontana. Il lupo grigio gli chiese: «Perché piangi, principe Ivan?». Al che il pricnipe Ivan gli rispose: «Amico mio, lupo grigio! E come posso io, bravo giovane, non piangere e non affliggermi? Amo con tutto il cuore la bella principessa Elena, e ora la devo consegnare allo zar Afron per avere il cavallo dalla criniera d’oro, e se non gliela consegnerò, allora lo zar Afron mi disonorerà in tutti i paesi». «Ti ho reso moli servizi, pricnipe Ivan» disse il lupo grigio «ti aiuterò anche stavolta. Senti, principe Ivan: io mi trasformerò nella bella principessa Elena, tu portami allo zar Afron e prendi il cavallo dalla criniera d’oro; lui crederà che io sia la vera principessa. E quando salirai in groppa al cavallo dalla crniera d’oro e galopperai lontano, allora chiederò allo zar Afron di fare una passeggiata in campagna, e appena mi avrà lasciato con le balie e le governanti e tutte le dame di compagnia e sarò con loro in aperta campagna, allora ricordati di e e io sarò di nuovo accanto a te». Il lupo grigio parlò così, si gettò sull’umida terra e divenne la bella principessa Elena: nessuno avrebbe potuto sospettare che non era lei. Il principe Ivan prese il lupo grigio, andò al palazzo dello zar Afron e disse alla bella principessa Elena di aspettarlo poco fuori della città. Quando il principe Ivan arrivò dallo zar Afron con la falsa Elena la Bella, lo zar in cuor suo si rallegrò assai di aver ottenuto il tesoro che da tempo desiderava. Ricevette la falsa principessa e in cambio consegnò al principe Ivan il cavallo dalla criniera d’oro. Il principe Ivan salì in groppa al cavallo e uscì dalla città; fece salire con lui anche Elena la Bella e si mise in marcia verso il regno dello zar Dolmat. Il lupo grigio resta dallo zar Afron un giorno, un secondo e un terzo al posto della bella principessa Elena; ma il quarto giorno andò dallo zar Afron a chiedergli di fare una passeggiata in aperta campagna, per attenuare la propria struggente nostalgia. Gli risposa lo zar Afron: «Ah, mia bella principessa Elena! Farò qualsiasi cosa per te, ti lascerò passeggiare in aperta campagna». E subito ordinò a balie e governanti e a tutte le dame di compagnia di andare con la bella principessa a passeggiare in campagna.
intanto il principe Ivan cavalcava con Elena la Bella, chiacchierava con lei e si dimenticò completamente del lupo grigio; ma poi gli venne in mente: «Ah, dov’è il mio lupo grigio?». Improvvisamente, da non si sa dove, apparve davanti al principe Ivan e gli disse: «Siediti, principe Ivan, su di me, sul lupo grigio, e che la bella principessa vada sul cavallo dalla criniera d’oro». Il principe Ivan sedette sul lupo grigio, e cavalcarono verso il regno dello zar Dolmat. Passarono ore o mesi, arrivarono in quel regno, ma si fermarono a tre verste dalla città. Il principe Ivan prese a chiedere al lupo grigio: «Senti, amico mio caro, lupo grigio! Mi hai reso molti servizi, aiutami per l’ultima volta, ecco quale sarà il tuo compito: non potresti trasformarti in cavallo dalla criniera d’oro al posto di questo? Perché non vorrei separarmi da questo cavallo dalla criniera d’oro». Improvvisamente il lupo grigio si gettò sull’umida terra e divenne un cavallo dalla criniera d’oro. Il principe Ivan, dopo aver lasciato la bella principessa Elena in un verde prato, sedette sul lupo grigio e andò a palazzo dallo zar Dolmat. Appena arrivò là, lo zar Dolmat vide che il principe Ivan montava il cavallo dalla criniera d’oro, si rallegrò assai, subito uscì dai suoi appartamenti, accolse il principe nel vasto cortile, lo baciò sulle labbra zuccherine, lo prese per la mano destra e lo condusse nel suo palazzo di pietra bianca. lo zar Dolmat era talmente felice che ordinò di organizzare un banchetto, così sedettero a dei tavoli di quercia, coperti di tovaglie arabescate; bevvero, mangiarono, fecero baldoria e si divertirono per due giorni, e il terzo giorno lo zar Dolmat consegnò al principe Ivan l’uccello di fuoco con la gabbia d’oro. Il principe prese l’uccello di fuoco, uscì dalla città, sedette sul cavallo dalla criniera d’oro insieme alla bella principessa Elena e si mise in cammino verso la sua patria, verso il regno dello zar Vyslav Andronovič. lo zar Dolmat, il giorno dopo, volle provare a fare un giro col suo cavallo dalla criniera d’oro in campagna; ordinò di sellarlo, poi lo montò e andò in aperta campagna; l’aveva appena mandato al galoppo, che quello si scosse di dosso lo zar Dolmat e, ritornato a essere un lupo grigio, si mise a correre e raggiunse il principe Ivan. «Principe Ivan!» disse. «Siediti su di me, sul lupo grigio, e la principessa Elena la Bella vada sul cavallo dalla criniera d’oro». Il principe Ivan si sedette sul lupo grigio e continuarono per la loro strada. Appena il lupo grigio ebbe riportato il principe Ivan in quei luoghi in cui aveva sbranato il suo cavallo, si fermò e disse: «Allora, principe Ivan, ti ho servito con fedeltà e lealtà. in questo punto ho squarciato il tuo cavallo in due, fino a questo punto ti ho riportato. Scendi dalla mia schiena di lupo grigio, ora hai un cavallo dalla criniera d’oro, quindi montagli in groppa e vai dove devi; io non ti sono più servo». Il lupo grigio disse queste parole e corse via; il principe Ivan pianse lacrime amare per il lupo grigio e poi si rimise in marcia con la bella principessa.
Cavalcò giorni o mesi con la bella principessa Elena sul cavallo dalla criniera d’oro e, arrivato a venti verste dal suo regno, si fermò, scese dal cavallo e, insieme alla bella principessa, si stese a riposare sotto un albero, al riparo dal caldo; attaccò il cavallo dalla criniera d’oro all’albero, e mise accanto a sé la gabbia con l’uccello di fuoco. Stesi sulla tenera erba e parlando d’amore, si addormentarono della grossa. nel frattempo i fratelli del principe Ivan, i principi Dimitrij e Vasilij, dopo aver cavalcato per diversi paesi senza aver trovato l’uccello di fuoco, stavano tornando a casa a mani vuote; per caso si imbatterono nel loro fratello che dormiva, il principe Ivan, e nella bella principessa Elena. Vedendo pascolare il cavallo dalla criniera d’or, ne restarono affascinati e decisero di ammazzare il fratello principe Ivan. Il principe Dimitrij sfoderò la sua spada, sgozzò il principe Ivan e lo fece a pezzettini; poi svegliò la bella principessa Elena e cominciò a chiederle: «Bella fanciulla! Di che paese sei, di chi sei figlia e come ti chiami?». La bella principessa Elena, vedendo il principe Ivan morto, si spaventò enormemente, cominciò a piangere a calde lacrime e tra le lacrime disse: «Sono la principessa Elena la Bella, e mi ha conquistata il principe Ivan, che avete ucciso barbaramente. Se foste stati dei cavalieri leali, sareste andati con lui in campo aperto e l’avreste vinto da vivo, invece l’avete ucciso mentre dormiva e quale merito vi siete acquistati? Un uomo che dorme è come un uomo morto!». Allora il principe Dimitrij mise la sua spada al cuore della bella principessa Elena e le disse: «Ascolta, Elena la Bella! Ora sei nelle nostre mani; ti porteremo da nostro padre, lo zar Vyslav Andronovič, e tu devi dirgli che ti abbiamo conquistato noi, insieme all’uccello di fuoco e al cavallo dalla criniera d’oro. Se non dirai così, ti ammazzeremo subito!». La bella principessa Elena, spaventata a morte, promise loro e giurò su tutti i santi che avrebbe detto quel che volevano. Allora il principe Dimitrij e il principe Vasilij si giocarono la bella principessa Elena e il cavallo dalla criniera d’oro. E il cso volle che la bella principessa Elena toccasse al principe Vasilij, mentre il principe Dimitrij salì sul cavallo dalla criniera d’oro e prese l’uccello di fuoco, per consegnarlo al padre, lo zar Vyslav Andronovič, e si misero in marcia.
Il principe Ivan giaceva morto in quel luogo da esattamente trenta giorni, quando passò di lì il lupo grigio e riconobbe dall’odore il principe Ivan. Voleva aiutarlo, resuscitarlo, ma non sapeva come fare. In quel momento vide il lupo grigio un corvo e i suoi due piccoli, che volavano sul cadavere e volevano scendere a terra e mangiarsi la carne del principe Ivan. Il lupo grigio si nascose dietro un cespuglio, e non appena i corvetti furono scesi a terra e ebbero cominciato a beccare il corpo del principe Ivan, quello saltò fuori da dietro il cespuglio, afferrò un corvetto e fece finta di volerlo squarciare in due. Allora il corvo scese a terra, si posò non lontano dal lupo grigio e gli disse: «Salute a te, lupo grigio! Non far del male al mio figlio più piccolo, lui non ti ha fatto niente». «Ascolta, Corvo Corvonič!» rispose il lupo grigio. «Io non toccherò il tuo figlioletto e lo lascerò andare sano e salvo, se tu mi farai un piacere: vola oltre i confini del mondo, in un paese lontanissimo e portami l’acqua della vita e l’acqua della morte». Al che Corvo Corvonič disse al lupo grigio: «Io ti farò questo servizio, a patto che tu non tocchi il mio piccolo». Dette queste parole, il corvo volò via e presto sparì alla vista. Il terzo giorno tornò il corvo e portò con sé due ampolline: in una c’era l’acqua della vita, nell’altra quella della morte, e diede le ampolline al lupo grigio. Il lupo grigio prese le ampolline, squarciò il corvetto in due, lo bagno con l’acqua della morte e subito il corvetto tornò intero, lo bagnò con l’acqua della vita — il corvetto sussultò e volò via. Poi il lupo grigio bagnò il principe Ivan con l’acqua della morte — il suo corpo si saldò, lo bagnò con l’acqua della vita — il principe Ivan si alzò in piedi e disse: «Ah, quanto ho dormito a lungo!». Al che gli disse il lupo grigio: «Sì, principe Ivan, avresti dormito in eterno se non ci fossi stato io; infatti i tuoi fratelli ti hanno ucciso e si sono portati via e la bella principessa Elena, e il cavallo dalla criniera d’oro, e l’uccello di fuoco. Ora affrettati il più possibile verso la tua patria; tuo fratello, il principe Vasilij, sposa oggi la tua promessa, la bella principessa Elena. E per arrivare là più in fretta, è meglio se ti siedi su di me, sul lupo grigio; il lupo si mise a correre con lui sulle spalle verso il regno dello zar Vyslav Andronovič, e, quanto corse non si sa, giunse in città. Il principe Ivan scese dal lupo grigio, entrò in città e, arrivato a palazzo, trovò che suo fratello, il principe Vasilij, aveva sposato la bella Elena: era tornato con lei dalle nozze e sedeva a tavola. Il principe Ivan entrò nel palazzo e non appena Elena la Bella lo vide, subito si alzò di scatto dal tavolo, prese a baciarlo sulle labbra zuccherine e gridò: «Ecco il mio amato fidanzato, il principe Ivan, e non quello scellerato che siede a tavola!». Allora lo zar Vyslav Andronovič si alzò dal posto e iniziò a chiedere alla bella principessa Elena cosa significava, di cosa stava parlando? Elena la Bella gli raccontò tutta la santa verità, come erano andate le cose: come il principe Ivan aveva conquistato lei, il cavallo dalla criniera d’oro e l’uccello di fuoco, come i fratelli maggiori lo avevano ucciso mentre dormiva e come avevano spaventato lei perché dicesse che erano stati loro a trovare tutte quelle meraviglie. Lo zar Vyslav si adirò terribilmente con i principi Dimitrij e Vasilij e li fece mettere in prigione; il principe Ivan, invece, sposò la bella principessa Elena e visse con lei felice e contento, tanto che non potevano stare nemmeno un minuto l’uno senza l’altra.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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