Archivi del mese: agosto 2017

Il burlone

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C’era una volta Fomka il burlone, sapeva fare scherzi astuti. Una volta va Fomka per la strada; incontrò il pope: «Salve, Fomka!». «Salve, padre!» «Rallegrami con uno scherzo!» «Ah, padre, ne sarei felice, ma ho lasciato gli scherzi a casa». «Corria prenderli, per favore!» «Ma è lontano!» «Prendi il mio cavallo, caro». «Dammelo, padre!» Salì e si avviò dalla popessa: «Matuška, dammi settecento rubli; tuo marito ha comprato sette campi, sette villaggi, mi ha mandato a prendere i soldi, infatti mi ha dato il suo cavallo». La popessa gli diede settecento rubli; Fomka il burlone prese i soldi e andò alla palude; annegò il cavallo nella palude, gli tagliò la coda e la conficcò nel fango. Arriva dal pope: «Be’, padre, è vero che non hai dato da bere alla cavallina da almeno due settimane?». «Che significa?» «Ecco: mentre passavo vicino all’acqua, si è precipitata nella palude, e ci si è impantanata!» «Che fare! Andiamo a tirarla fuori!» Arrivarono alla palude: emerge solo una coda. «Entra, padre, nell’acqua!» «È meglio se vai tu, Fomka!» Fomka andò.
Allora il buffone si attaccò a un capo della coda, e al pope dall’altra parte; tirano da tutti i lati. Tirarono, tirarono, Fomka prese e mollò la presa della coda: il pope cadde a terra. «No» dice Fomka «è chiaro che il cavallo è andato per sempre! Ora non lo tireremo più fuori, abbiamo strappato la coda!» Il pope si rattristò-si rattristò e andò a casa. La popessa lo accoglie: «Allora, batjuška, hai comprato i sette campi, i sette villaggi?». «Quali, cara?» «Come?Fomka il burlone è venuto da parte tua e ha preso settecento rubli!» «Ah, che razza di ladro! Niente da dire: mi ha fatto un bello scherzo!» E Fomka, sornione, andò in città a sperperare i soldi altrui: nel baule del pope, dice, si stavano arrugginendo!
Fomka aveva due fratelli. Una volta accese la stufa, mise sul fuoco un paiolo con l’acqua e si sedette sotto la finestra, guarda: vede di lontano i fratelli che stanno arrivando. Fomka tolse subito il paiolo dalla stufa, lo mise in strada sulla neve e lo coprì con una padella. I fratelli si avvicinarono e sentirono che qualcosa rumoreggiava nella pentola. Si misero a chiedere: «Burlone, cos’hai nella pentola che rumoreggia?». «L’acqua bolle sulla neve! Se si mette nel paiolo della farina, si può cuocere anche del kisel’: non serve nemmeno la legna!»«Regalaci questo paiolo». «Non posso, fratellini! Io non vivo che di questo». «Be’, vendicelo! Quanto vuoi?» «Non meno di cento rubli». «To’, prendi!» Pagarono i fratelli cento rubli, presero il paiolo e lo portarono a casa. «Ehi, moglie» dice uno «facciamo del kisel’». «Non c’è legna!», risponde la moglie. «Ma non ci serve legna; dammi della farina». La donna portò della farina; i contadini versarononel paiolo dell’acqua, ci versarono la farina, coprirono con una padella e misero il tutto sulla neve. Passò un’ora circa. «Allora, donna, non è pronto il nostro kisel’?» Guardarono, e l’acqua si era completamente ghiacciata; si misero a tagliarla col coltello — il coltello non basta, si misero a spaccarla con l’ascia — e ruppero il paiolo in mille pezzi. Si adirarono i fratelli e andarono a picchiare Fomka.
Fomka il burlone sapeva che i fratelli non gliel’avrebbero fatta passare liscia, e aveva escogitato in anticipo un nuovo scherzo: uccise un montone, gli cavò il sangue e lo mise in una vescica; e la vescica la legò sotto l’ascella della moglie. Appena i fratelli entrarono nell’izbà, lui si mise a gridare: «Tanja, fai una frittata, e alla svelta!». Tanja non si alza nemmeno dal posto. Fomka prende un coltello, e come la colpisce sotto l’ascella, il sangue scorre a catinelle. Tanja cadde, prese a rantolare come se stesse esalando l’ultimo respiro. «Ma che hai deciso di morire?», dice Fomka, prese da un chiodouna sferza e giù a frustare e a ripetere: «Frusta della vita, fai rivivere la mia mogliettina!» Lei subito saltò su e si mise a preparare la frittata. «Fomka» dicono i fratelli «vendici la frusta della vita». «Compratela!» Si misero a contrattare, alla fine comprarono la frusta e andarono a vantarsi con le proprie mogli…

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Il tribunale di Šemjaka

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In certi paraggi vivevano due fratelli: uno ricco e l’altro povero. Arrivò il fratello povero dal ricco a chiedere un cavallo, sul quale poter andare nel bosco a fare legna. Il ricco gli diede il cavallo. Il povero iniziò a chiedere anche il collare; il ricco si adirò contro il fratello e non gli diede il collare. Il fratello povero pensò di legare la legna alla coda del cavallo, e andò nel bosco a fare legna, e ne tagliò una grossa quantità, a stento il cavallo può portarla, e arrivò al suo cortile, e aprì il portone, ma scordò di levare la tavoletta da sotto il portone. Il cavallo si lanciò attraverso la tavoletta e si strappò la coda. Il fratello povero riportò al ricco il cavallo senza coda; il ricco, vedendo il cavallo senza coda, non gli riprese il cavallo e andò dal giudice Šemjaka a presentare una supplica contro il povero. Il povero, sapendo che per lui era arrivata la disgrazia — ne sarebbe venuto l’esilio, perché il destino di un povero è già segnato, che non poteva succedere nulla di peggio, andò dietro al fratello.
E arrivarono ambedue i fratelli a passare la notte da un ricco contadino. Il contadino iniziò a bere, a mangiare e a spassarsela con il fratello ricco, e non vuole offrire nulla al povero. Il povero che stava sul soppalco a guardarli, improvvisamente cadde dal soppalco e schiacciò il bambino nella culla uccidendolo. Il contadino andò dal giudice Šemjaka a presentare una supplica contro il povero.
Mentre andavano insieme in città (il fratello ricco e quel contadino, il fratello povero, invece, camminava dietro di loro), gli capitò di passare per un alto ponte. Il povero capì che non sarebbe uscito vivo dalle mani del giudice Šemjaka e si gettò dal ponte: voleva ammazzarsi. Sotto il ponte un figlio portava il padre malato a fare il bagno, e quello gli cadde sulla slitta e lo schiacciò uccidendolo. Il figlio andò a presentare una supplica al giudice Šemjaka, perché aveva ucciso suo padre.
Il fratello ricco arrivò dal giudice Šemjaka a presentare la supplica contro il fratello che aveva fatto strappare la coda al cavallo. Il povero tirò su una pietra e la legò in un fazzoletto, e la mostra da dietro il fratello, e pensa questo: se il giudice giudicherà non a mio favore, lo ammazzerò. Il giudice capì: stabilisce cento rubli per regolare la faccenda; ordinò al ricco di ridare il cavallo al povero, finché non gli fosse ricresciuta la coda.
Poi arrivò il contadino, diede la supplica per l’uccisione del bambino e iniziò a fare la supplica. Il povero, dopo aver tirato fuori la stessa pietra, la mostrò al giudice da dietro il contadino. Il giudice capì: stabilisce altri cento rubli per regolare la seconda faccenda; ordinò al contadino di dare al povero la moglie, finché non avesse partorito un bambino: «E tu allora riprenditi la moglie e il bambino».
Arrivò il figlio a presentare la supplica per il padre, perché aveva ucciso il padre, e fece la supplica contro il contadino. Il contadino, avendo tirato fuori la stessa pietra, la mostra al giudice. Il giudice capì: stabilisce cento rubli per regolare la faccenda; ordinò al figlio di stare sul ponte: «Tu invece, povero, vai sotto il ponte, e tu, figlio, salta dal ponte sul povero e uccidilo».
Il giudice Šemjaka mandò un servo dal povero a chiedere i trecento rubli. Il povero mostrò la pietra e disse: «Se il giudice non avesse giudicato a mio favore, avevo intenzione di ammazzarlo». Il servo arrivò dal giudice e gli raccontò del povero: «Se tu non avessi giudicato a suo favore, aveva intenzione di ammazzarti con quella pietra». Il giudice cominciò a segnarsi: «Grazie a Dio ho giudicato a suo favore!».
Arrivò il fratello povero dal ricco a chiedere, secondo l’ordine del giudice, il cavallo senza coda finché non gli fosse ricresciuta. Il ricco, non volendo dargli il cavallo, gli diede cinque rubli e tre quartini di grano, e una capra da latte, e si riappacificò con lui per sempre.
Arrivò il fratello povero dal contadino e inizia a chiedere, secondo l’ordine del giudice, la moglie finché non avesse partorito un bambino. Il contadino preferì fare pace col povero e diede al povero cinquanta rubli, e una vacca col vitellino, e una giumenta col puledrino, e quattro quartini di grano, e si riappacificò con lui per sempre.
Arrivò il povero dal figlio per l’uccisione del padre e iniziò a dirgli che «secondo l’ordine del giudice devi metterti sul ponte, e io sotto il ponte, e tut buttati su di me e uccidimi». Il figlio iniziò a riflettere tra sé: «Se salto dal ponte, non lo uccido e io mi ammazzo!»; e preferì fare la pace col povero, gli diede duecento rubli, e un cavallo e cinque quartini di grano, e si riappacificò con lui per sempre.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Dolore

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In un paesello vivevano due contadini, due fratelli: uno era povero, l’altro ricco. Il ricco si trasferì a vivere in città, si costruì una grande casa e si iscrisse alla corporazione dei mercanti; mentre il povero delle volte non ha nemmeno un tozzo di pane, e i bambini — uno più piccolo dell’altro — piangono e chiedono da mangiare. Dalla mattina alla sera si dibatte il contadino come un pesce sul ghiaccio, ma non c’è mai niente. Dice una volta alla moglie: «Fammi andare in città a chiedere a mio fratello se ci può dare una mano». Arrivò dal ricco: «Ah, fratellino caro! Allevia un po’ la mia pena; mia moglie e i miei figli non hanno da mangiare, restano digiuni interi giorni». «Lavora da me questa settimana e allora ti aiuterò!» Che fare? Si mise il povero al lavoro: e pulisce il cortile, e striglia i cavalli, e porta l’acqua, e taglia la legna. Dopo una settimana gli dà il fratello una pagnotta di pane: «Ecco qua per il tuo lavoro!». «Grazie lo stesso!», disse il povero, si inchinò e voleva andare a casa. «Fermo! Torna in visita da me domani e porta tua moglie: domani è il mio onomastico». «Eh, fratellino; ma come faccio? Lo sai tu stesso: da te vengono mercanti con stivali e pellicce, mentre io vado con le ciocie di tiglio e un misero caffettano grigio». «Non importa, vieni! Ci sarà posto anche per te». «Bene, fratellino, verrò».
Tornò il povero a casa, diede alla moglie la pagnotta e dice: «Ascolta, cara! Per domani ci hanno invitato». «Come invitato? Chi ci ha invitato?» «Mio fratello; domani è il suo onomastico». «D’accordo, andremo». Il mattino dopo si alzarono e andarono in città, arrivarono dal ricco, lo salutarono e si sedettero su una panca. A tavola c’erano già molti illustri ospiti; il padrone li intrattiene tutti a meraviglia, e al fratello povero e a sua moglie si dimenticò persino di pensare — non dà loro nulla; quelli stanno seduti e guardano gli altri bere e mangiare. Finì il pranzo; iniziarono gli ospiti ad alzarsi da tavola e a ringraziare il padrone e la padrona, e il povero anche: si alzò dalla panca e si inchina al fratello fino alla cintura. Gli ospiti anarono a casa ubriachi, allegri, fanno chiasso, cantano canzoni.
E il povero torna indietro a stomaco vuoto. «Su» dice alla moglie «cantiamo anche noi una canzone!» «Ehi, non sarai mica scemo! La gente canta perché ha mangiato bene e bevuto molto; e tu invece perché vuoi cantare?» «Be’, in ogni caso sono stato all’onomastico di mio fratello; mi vergogno ad andarmene senza cantare. Se io canto, ognuno penserà che si sono occupati anche di me…» «Be’, canta se vuoi, ma io non lo farò!» Il contadino si mise a cantare, e gli sembrò di sentire due voci; smise e chiede alla moglie: «Sei tu che mi fai da controcanto con una vocetta sottile?». «Che ti prende? Non ci penso nemmeno». «Allora chi è?» «Non lo so!» disse la donna. «Canta un po’, ci farò caso». Lui si rimise a cantare; canta da solo, ma si sentono due voci; si fermò e chiede: «Sei tu, Dolore, che mi fai da controcanto?». Dolore si fece sentire: «Sì, padrone! Sono io». «Allora, Dolore, vieni con noi». «Andiamo, padrone! Ora non ti lascerò più».
Arrivò il contadino a casa, e Dolore lo invita in un’osteria. Quello dice: «Non ho soldi!». «Oh, caro contadino! E a che ti servono i soldi? To’, hai addosso un pellicciotto, ma a che ti serve? Presto sarà estate, non lo porterai in ogni caso! Andiamo all’osteria, e il pellicciotto al diavolo…» Il contadino e Dolore andarono all’osteria e si bevvero il pellicciotto. Il giorno seguente Dolore gemeva, gli fa male la testa dalla sbronza, e nuovamente invita il padrone a bere un goccio di vino. «Niente soldi», dice il contadino. «E a che ti servono i soldi? Prendi la slitta e il carretto — ce n’è abbastanza!» Non c’è niente da fare, non riesce a liberarsi di Dolore il contadino: prese la slitta e il carretto, si trascinò fino all’osteria e bevve insieme a Dolore. Al mattino Dolore gemeva ancora di più, invita il padrone a bere per disintossicarsi; il contadino si bevve e l’erpice e l’aratro. Non era passato un mese che aveva dato via tutto; persino la sua izbà aveva ipotecato con un vicino, e i soldi li aveva portati all’osteria. Dolore di nuovo gli sta addosso: «Andiamo all’osteria, andiamo». «No, Dolore! Fa’ come ti pare, ma non ho più niente». «Come niente? Tua moglie ha due vestiti: uno lascialo, ma l’altro bisogna bercelo». Il contadino prese un vestito, se lo bevve e pensa: “Ecco quando si dice che uno è ripulito! Siamo senza tetto, né letto sia io che mia moglie!”.
Al mattino si svegliò Dolore, vede che non ha più nulla da prendere al contadino, e dice: «Padrone!». «Che c’è, Dolore?» «Ecco che c’è: vai dal tuo vicino e chiedigli una coppia di buoi con un carretto». Andò il contadino dal vicino: «Dammi» chiede «per un po’ di tempo una coppia di buoi con un carretto; io in cambio lavorerò da te almeno una settimana». «A che ti servono?» «Ad andare nel bosco per la legna». «Va bene, prendili; ma non caricare troppo il carro». «Ma che dici, mio benefattore!» Portò la coppia di buoi, salì sul carretto con Dolore e andò in aperta campagna. «Padrone!» chiede Dolore. «Lo sai che in questo campo c’è una grossa pietra?» «E come non saperlo!» «Allora se lo sai, vacci diretto» Arrivarono al punto, si fermarono e scesero dal carretto. Dolore ordina al contadino di sollevare la pietra; il contadino la solleva, Dolore lo aiuta; la sollevarono, e sotto la pietra c’è una buca piena stracolma d’oro. «Be’, che guardi?» dice Dolore al contadino. «Portalo in fretta sul carretto».
Il contadino si mise al lavoro e riempì il carretto di oro, lo tirò fuori dalla fossa fino all’ultimo rublo; vede che non ne è rimasto più, e dice: «Guarda un po’ Dolore se ci sono rimasti per caso ancora soldi?». Dolore si piegò: «Dove? Io non vedo niente !». «Ma lì nell’angolo brillano!» «No, non vedo». «Scendi nella fossa e lo vedrai». Dolore scese nella fossa; non appena ci fu arrivato, il contadino lo chiuse con la pietra. «Così sarà meglio!» disse il contadino. «Altrimenti, se ti prendo con me, tu, Dolore addolorato, presto o tardi ti berrai anche tutti questi soldi!» Arrivò il contadino a casa, scaricò i soldi nella cantina, riportò i buoi al vicino e si mise a pensare a come sistemarsi; comprò della legna, si costruì una gran casa e iniziò a vivere due volte più riccamente di suo fratello.
Passarono ore o mesi: andò in città a invitare il fratello con la moglie per il suo onomastico. «Ma come ti salta in mente!» gli disse il fratello ricco. «Non hai niente da mangiare e festeggi anche l’onomastico!» «Be’, una volta non avevo niente da mangiare, ma adesso, grazie a Dio, ho non meno di te; vieni e vedrai». «Bene, verrò!» Il giorno seguente il fratello ricco si preparò con la moglie, e andarono all’onomastico; guardano, ma quel povero straccione ha una casa nuova, grande, come non tutti i mercanti ne hanno! Il contadino li ricevette, li rifocillò con cibi di ogni genere, li dissetò con idromele e vini di ogni genere. Chiede il ricco al fratello: «Dimmi, per favore, per quale destino ti sei arricchito?». Il contadino gli raccontò senza reticenze come gli si fosse appiccicato addosso Dolore addolorato, come si fosse bevuto all’osteria con Dolore tutto ciò che possedeva fino all’ultimo spillo: non gli era rimasta che l’anima nel corpo; come Dolore gli avesse mostrato un tesoro in aperta campagna, come lui avesse raccolto questo tesoro e si fosse liberato di Dolore.
Il ricco provò invidia: “Fammi andare” pensa “in aperta campagna: solleverò la pietra e libererò Dolore; che rovini completamente mio fratello, affinché non osi vantarsi davanti a me della sua ricchezza&”. Lasciò la moglie a casa, e lui si precipitò nel campo; si avvicinò alla grossa pietra, la voltò da un lato e si chinò a guardare cosa ci fosse sotto la pietra. Non fece in tempo a piegare la testa abbastanza, e già Dolore saltò fuori e gli si gettò al collo. «Ah» grida «volevi farmi morire qui! No, ora a nessun costo ti lascerò». «Ascolta, Dolore!» disse il mercante. «Non sono stato certo io a metterti sotto la pietra…» «E chi se non tu?» «Ti ci ha messo mio fratello, io sono venuto apposta per liberarti». «No, menti! Mi hai ingannato una volta, ma la seconda non ci riuscirai!» Si attaccò fortemente Dolore al collo del ricco mercante; quello lo portò a casa, e tutta la sua impresa andò a capofitto. Dolore già dal mattino si mette all’opera; ogni giorno invita il mercante a bere per disintossicarsi; molti beni se ne andarono all’osteria. “Così non è possibile vivere!”, pensa tra sé il mercante. “Mi sembra di aver sollazzato abbastanza Dolore; è tempo che me ne separi, ma come?” Pensa che ti ripensa, trovò la soluzione: andò nel suo vasto cortile, digrossò due cunei di quercia, prese una nuova ruota e incastrò fortemente un cuneo da un lato del mozzo. Arriva da Dolore : «Che fai, Dolore, sempre steso su un fianco?». «E cos’altro ho da fare?» «Che fare? Andiamo in cortile a giocare a nscondino». Dolore si rallegrò; uscirono in cortile. Dapprima si nascose il mercante — Dolore lo trovò subito, dopodiché fu il turno di Dolore di nascondersi. «Be’» dice «non mi troverai facilmente! Io posso entrare in qualunque fessura!» «Ma che dici?» risponde il mercante. «In questa ruota non riusciresti a entrare, figuriamoci in una fessura!» «Non entro in una ruota? Guarda un po’ come mi ci nascondo!» Penetrò Dolore nella ruota; il mercante prese e incastrò dall’altro lato del mozzo il cuneo di quercia, sollevò la ruota e la buttò con tutto Dolore nel fiume. Dolore afforò, e il mercante riprese a vivere come al solito, come prima.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Il messo veloce

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In un certo reame, in terre lontane, c’erano delle paludi invalicabili; attorno a esse passava una strada di circonvallazione: a cavalcare velocemente per quella strada — ci sarebbero voluti tre anni, a cavalcare piano — anche cinque sarebbero stati pochi! Proprio accanto alla strada viveva un povero vecchio che aveva tre figli: il primo si chiamava Ivan, il secondo — Vasilij, e il terzo — Semën giovanetto. Pensò il povero di bonificare quelle paludi, di farci passare una strada diretta e di costruire dei ponti di viburno, perché i passanti potessero passare in tre settimane, e quelli a cavallo in tre giorni. Si mise al lavoror insieme ai suoi figli, e dopo non poco tempo tutto fu a posto: sistemati i ponti di viburno e spianata una strada diretta.
Tornò il povero alla sua casetta e dice a figlio maggiore Ivan: «Vatti un po’ a sedere, figlio mio amato, sotto il ponte e senti cosa dirà di noi la brava gente: bene o male?». Seguendo l’ordine paterno andò Ivan e si sedette in un punto nascosto sotto il ponte.
Passano per quel ponte di viburno due monaci e dicono tra loro: «Chi ha costruito questo ponte e spianato la strada — qualunque cosa chieda al Signore, che il Signore gliela regali!». Ivan, non appena ebbe sentito questa parole, subito uscì da sotto il ponte di vibutno. «Questo ponte» dice «lo abbiamo costruito io, mio padre e i miei fratelli». «Cosa chiedi dunque al Signore?», domandano i monac. «Che il Signore mi dia soldi per tutto il resto della vita!» «Bene, vai in aperta campagna: in aperta campagna c’è una quercia verde, sotto quella quercia una cantina profonda, in quella cantina c’è una gran quantità d’oro, e d’argento, e di pietre preziose. Prendi una pala e scava — il Signore ti darà soldi per il resto della tua vita!» Ivan andò in aperta campagna, scavò da sotto la quercia molto oro, e argento, e pietre preziose e portò il tutto a casa. «Be’, figliolo» chiede il povero «hai visto qualcuno che sia passato a piedi o a cavallo per il ponte? E cosa dice di noi la gente?» Ivan raccontò al padre che aveva visto due monaci e come quelli lo avevano ripagato per il resto della vita.
Il giorno seguente manda il povero il figlio mediano Vasilij. Andò Vasilij, si sedette sotto il ponte di viburno e sta in ascolto. Passano per il ponte due monaci; giunti all’altezza del punto in cui lui era nascosto dicono: «Chia ha costruito questo ponte — qualunque cosa chieda al Signore, che il Signore gliela dia!». Non appena ebbe sentito Vasilij queste parole, uscì incontro ai monaci e disse: «Questo ponte l’ho costruito io, con mio padre e i miei fratelli». «Cosa chiedi dunque a Dio?» «Che Dio mi conceda grano per il resto della mia vita!» «Bene, vai a casa, ara la terra e semina: il Signore ti darà grano per il resto della vita!» Vasilij arrivò a casa, raccontò tutto al padre, arò la terra e seminò il grano.
Il terzo giorno manda il povero il figlio minore. Semën giovanetto si sedette sotto il ponte e sta in ascolto. Passano per il ponte due monaci; appena giungono alla sua altezza dicono: «Chi ha costruito questo ponte — qualunque cosa chieda al Signore, che il Signore gliela dia!». Semën giovanetto sentì queste parole, uscì verso i monaci e disse: «Questo ponte l’ho costruito io, con mio padre e i miei fratelli». «Cosa chiedi dunque a Dio?» «Chiedo a Dio una grazia: servire un gran sovrano come soldato». «Chiedi qualcos’altro! Il servizio militare è pesante; se farai il soldato, cadrai prigioniero dello zar del mare, e molte tue lacrime saranno versate!» «Eh, siete vecchi, lo sapete: chi a questo mondo non piange, piangerà nell’altro». «Be’, se vuoi davvero andare al servizio dello zar, noi ti benediciamo!», dissero i monaci a Semën, gli misero le mani sulla testa e lo trasformarono in un cervo zampasvelta.
Corse il cervo a casa sua; lo videro dalla finestra il padre e i fratelli, saltarono fuori dalla casetta e volevano acchiapparlo. Il cervo si girò — e via indietro; corse dai due moanci, i monaci lo trasformarono in leprotto. Il leprotto si diresse verso casa sua; lo videro il padre e i fratelli, saltarono fuori dalla casetta e avrebbero voluto catturarlo, ma quello tornò indietro. Corse il leprotto dai due monaci, i monaci lo trasformarono in un uccellino dalla testina d’oro. L’uccellino volò verso casa sua, si posò sulla finestrella aperta; lo videro il padre e i fratelli, si lanciarono alla caccia: l’uccellino spiccò il volo, e via indietro. Volò dai due monaci, i monaci lo fecero tornare come prima un uomo e dicono: «Ora, Semën giovanetto, vai al servizio dello zar. Se avrai bisogno di correre da qualche parte in fretta, puoi trasformarti in cervo, leprotto e uccellino dalla testina d’oro: noi ti abbiamo insegnato».
Semën giovanetto arrivò a casa e iniziò a chiedere il permesso al padre di andare a servire lo zar. «Ma dove vuoi andare?» rispose il povero. «Sei ancora giovane e sciocco!» «No, padre, lasciami andare; per questo esiste una volontà divina». Il povero lo lasciò andare, Semën giovanetto si preparò, il padre e i fratelli salutò e si mise in strada.
Passarono ore o mes, arrivò al palazzo dello zar, diretto dallo zar, e disse: «Vostra Altezza Reale! Non mi fate morire, le mie parole state a sentire». «Parla, Semën giovanetto!» «Vostra Altezza! Prendetemi al vostro servizio come soldato». «Che dici? Sei ancora giovane e sciocco, altro che servizio militare!» «Anche se sono giovane e sciocco, non servirò peggio di altri; per questo spero in Dio». Lo zar acconsentì, lo prese come soldato e ordinò che stesse accanto a lui. Passò del tempo, all’improvviso un certo re dichiarò una crudele guerra allo zar. Lo zar si preparò a una campagna militare; al momento stabilito tutto l’esercito fu pronto. Semën giovanetto si mise a chiedere di andare in guerra; lo zar non poté rifiutarglielo, lo prese con sé e andò in battaglia.
A lungo a lungo marciò lo zar con l’esercito, molte molte terre lasciò dietro di sé, ecco che il nemico è già vicino — tra circa tre giorni bisogna iniziare il combattimento. In quel momento lo zar va per afferrare la sua mazza da combattimento e la sua spada affilata: non c’è né l’una, né l’altra, le ha dimenticate a palazzo; non ha di che difendersi, di che vincere le forze nemiche. Fece un bando per tutto l’esercito per trovare qualcuno che tornasse a palazzo al più presto a prendergli la mazza da combattimento e la spada affilata; chi avesse compiuto questo servizio, a quello prometteva di dare in sposa sua figlia, la principessa Mar’ja, e aggiungeva come dote metà del regno, e dopo la sua morte gli avrebbe lasciato tutto il regno. Iniziarono a presentarsi i volontari; chi dice: io posso andare in tre anni; chi dice: in due anni, e chi — in un anno; ma Semën giovanetto riferì al sovrano: «Io, Vostra Altezza, posso andare a palazzo e portarvi la mazza da combattimento e la spada affilata in tre giorni». Lo zar si rallegrò, lo prese per la mano, lo baciò sulle labbra e subito scrisse alla principessa Mar’ja una carta, perché credesse a quel messo e gli desse la mazza e a spada. Semën giovanetto prese la carta dallo zar e si mise in viaggio.
Allontanatosi di una versta, si trasformò in cervo zampasvelta e si lanciò proprio come una freccia scagliata da un arco; correva, correva, si stancò e si trasformò da cervo in leprotto; partì in quarta con tutta la rapidità di una lepre. Correva, correva, si ferì tutte le zampe e si trasformò da leprotto in uccellino dalla testina d’oro; volò ancora più in fretta, volava, volava e in un giorno e mezzo arrivò nel regno dove stava la principessa Mar’ja. Ritornò uomo, entrò a palazzo e diede alla principessa la carta. La principessa Mar’ja la prese, l’aprì, la lesse e dice: «Come sei stato in grado di attraversare di corsa tante terre e tanto velocemente?». «Ecco come», rispose il messo, si trasformò in cervo zampasvelta, fece uno o due giri di corsa per la stanza della principessa, si avvicinò alla principessa Mar’ja e le poggiò la testa sulle ginocchia; quella prese le forbici e tagliò dalla testa del cervo un ciuffo di pelo. Il cervo si trasformò in leprotto, il leprotto saltò un po’ per la stanza e saltò sulle ginocchia della principessa; quella gli tagliò un ciuffo di pelo. Il leprotto si trasformò in uccellino dalla testina d’oro, l’uccellino svolazzò un po’ per la stanza e si posò sulla mano della principessa; la principessa Mar’ja gli tagliò dalla testa qualche piuma d’oro, e tutto questo — e il pelo di cervo, e il pelo di lepre, e le pennucce d’oro — lo legò in un fazzoletto e lo nascose. L’uccellino dalla testina d’oro si ritrasformò in messo.
La principessa lo rifocillò, lo rifornì per il viaggio, gli diede la mazza da guerra e la spada affilata; dopodiché si salutarono, nel farlo si baciarono forte, e tornò Semën giovanetto dallo zar. Corse di nuovo come cervo zampasvelta, saltò come leprotto orecchione, volò come uccellino e alla fine del terzo giorno vide l’accampamento dello zar nelle vicinanze. Arrivato a circa trecento passi dall’armata, si stese sulla riva del mare, accanto a un cespuglio di salce, per riprendersi dal viaggio; la mazza da guerra e la spada affilata se la mise a fianco. Per la grande stanchezza presto si addormentò di un sonno profondo; nel frattempo accadde che un generale passasse accanto al cespuglio di salce: vide il messo, subito lo gettò a mare, prese la mazza da guerra e la spada affilata, li portò al sovrano e disse: «Vostra Altezza! Eccovi la mazza da guerra e la spada affilata, io stesso sono andato a penderle, perché quel fanfarone, Semën giovanetto, ci avrebbe messo almeno tre anni!». Lo zar ringraziò il generale, iniziò a guerreggiare col nemico e in breve tempo ottenne su di lui una gloriosa vittoria.
Semën giovanetto, intanto, com detto, era caduto in mare. All’istante lo afferrò lo zar del mare e lo portò nelle più segrete profondità. Visse da quello zar un anno intero, si annoiò, si intristì e si mise a piangere amaramente. Arrivò da lui lo zar del mare: «Allora, Semën giovanetto, ti annoi qui?». «S’, Vostra Altezza!» «Vuoi tornare in Russia?» «Sì, se la vostra grazia regale lo concede». Lo zar del mare lo fece uscire a mezzanotte spaccata, lo lasciò sulla riva e se ne ritornò in mare. Semën giovanetto iniziò a pregare Dio: «Dammi, Signore, un po’ di solicello!» Ma proprio prima che uscisse il rosso sole apparvelo zar del mare, lo afferrò e lo riportò negli abissi marini.
Visse lì Semën giovanetto un altro anno intero; si sentì annoiato, e iniziò a piangere fitto-fitto. Chiede lo zar del mare: «Allora, ti annoi forse?». «Sì!», disse Semën giovanetto. «Vuoi tornare in Russia?» «Sì, Vostra Altezza!» Lo zar del mare lo fece uscire a mezzanotte sulla riva e se ne tornò nel mare. Semën giovanetto iniziò a pregare Dio con le lacrime agli occhi: «Dammi, Signore, un po’ di solicello!». Era appena cominciato ad albeggiare che arrivò lo zar del mare, lo afferrò e lo portò negli abissi marini. Visse Semën giovanetto un terzo anno nel mare, si annoiò, e si mise a piangere amaramente, sconsolato. «Allora, Semën, ti annoi?» chiede lo zar del mare. «Vuoi tornare in Russia?» laquo;Sì, Vostra Altezza!» Lo zar del mare lo fece uscire sulla riva e se ne tornò nel mare. Semën giovanetto iniziò a pregare Dio con le lacrime agli occhi: «Dammi, Signore, un po’ di solicello!». All’improvviso il sole brillò coi suoi raggi, e ormai lo zar del mare non poté più prenderlo prigioniero.
Semën giovanetto si diresse nel suo regno; si trasformò dapprima in cervo, poi in leprotto, e poi in uccellino dalla testina d’oro; in breve tempo si ritrovò al palazzo dello zar. E nel frattempo lo zar aveva fatto in tempo a tornare dalla guerra e aveva fidanzato la figlia, la principessa Mar’ja, con il generale-imbroglione. Semën giovanetto entra proprio nella stanza dove erano seduti a tavola i due promessi sposi. Lo vide la principessa Mar’ja e dice allo zar: «Sovrano, padre! Non mi far morire, le mie parole stai a sentire». «Parla, figlia mia cara! Di cosa hai bisogno?» «Sovrano, oadre! Il mio fidanzato non è questo che siede a tavola, ma eccolo — è arrivato adesso! Fai un po’ vedere, Semën giovanetto, come allora corresti a prendere la mazza da guerra, la spada affilata». Semën giovanetto si trasformò in cervo zampasvelta, fece un paio di giri di corsa per la stanza e si fermò accanto alla principessa. La principessa Mar’ja tirò fuori dal fazzolettino il pelo del cervo che aveva tagliato, mostra allo zar il punto in cui l’aveva tagliato, e dice: «Guarda, padre! Ecco i miei piccoli segni». Il cervo si trasformò in leprotto; il leprotto saltò-saltò per la stanza e arrivò dalla principessa; la principessa Mar’ja tirò fuori dal fazzoletto il pelo di lepre. Il leprotto si trasformò in uccellino dalla testina d’oro; l’uccellino volò-volò per la stanza e si posò sulle ginocchia della principessa; la principessa Mar’ja sciolse il terzo nodino del fazzoletto e mostrò le pennucce d’oro. Qui lo zar seppe tutta la verità vera, ordinò di giustiziare il generale, fece sposare la pricnipessa Mar’ja con Semën giovanetto e lo designò suo successore.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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La favola dell’anatra dalle uova d’oro

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C’erano una volta due fratelli: uno ricco, l’altro povero; il povero aveva moglie e figli, mentre il ricco era solo soletto. Andò il povero dal ricco e si mise a chiedergli: «Dai da mangiare, fratello, ai miei figli nel momento del bisogno; oggi non abbiamo nemmeno di che sfamarci!». «Oggi non ho tempo per te» dice il ricco «oggi ci sono da me principi e boiari, non è il caso che ci sia anche un povero!» Pianse il fratello povero amaramente e andò a pesca: «Che Dio mi conceda qualcosa! Che i bambini possano mangiare della zuppa di pesce». Appena ebbe terminato di fare la pescaia, gli cadde la brocca. «Tirami fuori e rompimi sulla riva» si sentì dalla brocca «così ti mostrerò la fortuna». Tirò fuori la brocca, la ruppe sulla riva, e ne uscì un prode sconosciuto e disse: «C’è un prato verde, su quel prato c’è una betulla, sotto le radici di quella betulla c’è un’anatra; taglia le radici della betulla e portati l’anatra a casa; inizierà a portarti degli ovetti — un giorno d’oro, l’altro d’argento». Il fratello povero andò alla betulla, trovò l’anatra e la portò a casa; cominciò l’anatra a portare gli ovetti — un giorno d’oro, l’altro d’argento; quello iniziò a venderli ai mercanti e ai boiari e quanto si arricchì in fretta! «Figli miei» dice «pregate Dio; il Signore ci ha trovati».
Il fratello ricco era invidioso, irritato: «Come ha fatto ad arricchirsi mio fratello? Ora io sono diventato più povero e lui più ricco! Deve avere qualche peccato sulla coscienza!», e andò in tribunale con una supplica. La cosa arrivò allo zar in persona. Chiamano il fratello che era povero ed è arricchito in fretta dallo zar. Dove cacciare l’anatra? I bambini erano piccoli, bisognò darla in custodia alla moglie; quella iniziò ad andare al mercato e a vendere le uova a caro prezzo, ed era una bella donna e si innamorò di un signore. «Come avete fatto, dimmi, ad arricchirvi?», la interroga con insistenza il signore. «Ma è stato Dio a darcelo!» Ma lui insiste: «No, dimmi la verità; se non me la dici, smetterò di amarti, smettrò di vederti». E dunque non andò da lei per un giorno o due; lei lo chiamò e gli raccontò: «Abbiamo un’anatra: un giono porta un ovetto d’oro, un giorno uno d’argento». «Porta un po’ quest’anatra e fammi vedere che razza di uccello è». Esaminò l’anatra e vede — sul pancino a lettere d’oro è scritto: chi mangerà la sua testa, quello sarà zar, chi invece il cuore, quello inizierà a sputare oro.
Una tale fortuna fece gola al signore, i appiccicò alla donna: «Devi sgozzare assolutamente l’anatra!». Lei trovava mille scuse, ma andò a finire che sgozzò l’anatra e la mise a cuocere nel forno. Era un giorno di festa; andò alla messa, e nel frattempo arrivarono di corsa nell’izbà i suoi due figli. Ebbero voglia di mettere qualcosa sotto i denti, diedero un’occhiata nel forno e tirarono fuori l’anatra; il maggiore mangiò la testa, il minore il cuore. Tornò la madre dalla chiesa, arrivò il signore, sedettero a tavola; lui guarda: non ci sono né il cuore, né la testa dell’anatra. «Chi l’ha mangiati?», chiede il signore e in questo modo viene a sapere che l’hanno mangiati i due ragazzini. Allora si appiccica alla madre: «Sgozza» dice «i tuoi figli, da uno tira fuori il cervello, dall’altro il cuore; e se non lo farai, la nostra amicizia è finita!». Così disse e se ne andò; lei per un’intera settimana languì, ma poi non resse, manda dal signore: «Vieni! E sia, per te sacrifico perfino i miei figli!». Siede e affila il coltello; il figlio maggiore lo vide, pianse lacrime amare e chiede: «Lasciaci andare, madre, in giardino a passeggiare». «Andate, su, ma non vi allontanate». Ma i ragazzini altro che passeggiare, se la diedero a gambe.
Corsero-corsero, si stancarono e venne loro fame. In aperta campagna un pastore pascola delle vacche. «Pastorello, pastorello! Dacci del pane». «Eccovene un pezzetto» dice il pastore «mi è rimasto solo questo! Mangiate e che buon pro vi faccia». Il fratello maggiore lo dà al minore: «Mangia tu, fratellino, tu sei più deboluccio, io invece sono robusto, posso resistere anche così». «No, fratellino, tu mi hai sempre trascinato per la manina, ti sei affaticato più di me: facciamo a metà!» Divisero in due e si saziarono entrambi.
Eccoli andare oltre; vanno sempre avanti e avanti per un’ampia strada — e si divideva quella strada in due; al bivio c’è un palo, sul palo c’è scritto: chi andrà a destra — diventerà zar, chi a sinistra — sarà ricco. Il fratello minore dice al maggiore: «Fratellino! Vai tu a destra, tu sai più di me, puoi sopportare più di me». Il fratello maggiore andò a destra, il minore a sinistra.
Cammina cammina, ecco che il primo arrivò in un altro regno; chiese a una vecchietta di pernottare, passò lì la notte; al mattino si alzò, si lavò, si vestì, pregò Dio. E in quel regno era appena morto lo zar, e tutti si raccolgono in chiesa con le candele: qullo al quale la candela si accenderà da sola prima, quello sarà zar. «Vai anche tu in chiesa, caro!» gli dice la vecchietta. «Forse sarà la tua candela ad accendersi prima delle altre». Gli diede una candelina; quello andò in chiesa; appena fu entrato, la sua candela si accese; gli altri principi e boiari, invidiosi, cercarono di spegnere la fiamma, di buttare fuori il ragazzino. Ma la principessa siede in alto sul trono e dice: «Non lo toccate! Se sia buono o cattivo — è evidentemente affar mio!». Presero il ragazzino sotto le braccia e lo portarono da lei; lei gli fece un segno sulla fronte col suo anello d’oro, lo prese con sé a palazzo, lo crebbe, lo dichiarò zar e lo sposò.
Vissero molto o poco insieme, dice il nuovo zar alla moglie: «Permettimi di andare a cercare il mio fratello più giovane!». &laquoVai con Dio!» A lungo cavalcò per terre diverse e trovò il fratello più giovane; vive in grande ricchezza, interi mucchi d’oro sono ammucchiati nei depositi; qualunque cosa sputi — è tutto oro! Non si sa dove ficcarlo! «Fratellino!» dice il minore al maggiore. «Andiamo da nostro padre e vediamo come se la passa». «Mettiamoci subito in cammino!» Eccoli dal padre, dalla madre; chiesero di fare una sosta nella loro izbà, ma senza dirgli chi fossero! Sedettero a tavola; il fratello maggiore iniziò a parlare dell’anatra dalle uova d’oro e della madre scellerata. E la madre non fa che interrompere e cambiare discorso. Il padre indovinò: «Non siete forse i miei bambini?». «Sì, padre!» Cominciarono ad abbracciarsi, a baciarsi; quante chiacchiere! Il fratello maggiore prese il padre a vivere con sé nel proprio regno, il minore andò a cercarsi una fidanzata, e la madre la abbandonarono da sola.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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