Archivi del mese: ottobre 2017

Il lupo imbecille

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C’era una volta in un villaggio un contadino, che aveva un cane; fin da quando era cucciolo, aveva fatto la guardia all’intera casa, ma, quando divenne molto vecchio, smise anche di abbaiare. Il padrone si stancò di lui; così si decise, prese una corda, la legò al collo del cane e lo portò nel bosco; lo portò fino a un salice e voleva impiccarlo, ma quando vide che sul muso del vecchio cane scorrevano lacrime amare, ne abbe pietà: si commosse, legò il cane al salice e se ne tornò a casa.
Rimase il povero cane nel bosco e cominciò a piangere e a maledire il suo destino. All’improvviso, da dietro i cespugli, salta fuori un enorme lupo, lo vede e dice: «Salve, cane pezzato! Era un bel po’ che ti aspettavo in visita. Una volta mi hai cacciato da casa tua; ma ora sei finito da solo tra le mie grinfie: farò di te ciò che più mi piacerà. Te la farò pagare per tutto!». «E cosa mi vuoi fare, lupacchiotto grigio?» «Non molto: ti mangerò con tutta la pelle e le ossa». «Ah, tu, sciocco di un lupo grigio che non sei altro! Sei tanto grasso che non sai nemmeno quello che fai; così, dopo un gustoso bue, ti metterai a mangiare la carne vecchia e rinsecchita di un cane? Perché vuoi rompere invano su di me i tuoi vecchi denti? La mia carne ora è proprio un ammasso putrefatto. Ti darò io, invece, un buon consiglio: va’ e portami una cinquantina di chili di buona carne di giumenta, rimettimi un po’ in sesto e poi fa’ di me ciò che vuoi».
Il lupo diede ascolto al cane, andò e gli portò mezza giumenta: «Eccoti della buona carne di manzo! Vedi di rimetterti in sesto». Così disse e se ne andò. Il cane si gettò sulla carne e la finì tutta. Dopo due giorni torna il vecchio imbecille e dice al cane: «Allora, fratello, ti sei rimesso o no?». «Un pochino; certo che, se tu mi portassi ancora per esempio una pecora, la mia carne diventerebbe molto, ma molto più dolce!» Il lupo acconsentì anche a questo, corse in aperta campagna, si stese in un valloncello e rimase di guardia, nell’attesa che il pastore portasse al pascolo il suo gregge. Ecco che il pastore porta al pascolo il gregge; il lupo avvistò da dietro un cespuglio una pecora, che era più grassa e più grande delle altre, saltò fuori e le si avventò contro: la afferrò per il collo e la trascinò dal cane. «Eccori la tua pecora, rimettiti in sesto!»
Iniziò il cane a rifocillarsi, finì la pecora e sentì di avere di nuovo le sue forze. Arrivò il lupo e chiede: «Allora, fratello, come stai ora?». «Ancora un po’ deboluccio. Certo che, se tu mi portassi ancora per esempio un montone, allora diventerei bello grasso come un porcello!» Il lupo rimediò anche il montone, glielo portò e dice: «Questa è la mia ultima fatica! Tra due giorni tornerò a farti visita!». “Ma bene” pensa il cane “ti aggiusterò io.” Dopo due giorni va il lupo dal cane ben nutrito, ma il cane lo vide da lontano e iniziò ad abbaiargli contro. «Ah, tu, cagnaccio dannato» disse il lupo grigio «osi ringhiare a me?», e qui si gettò sul cane e voleva divorarlo. Ma il cane, che ormai era in forze, si ribellò al lupo e iniziò a dargliene tante che volavano solo i peli del grigio. Il lupo si liberò e via, il più veloce possibile: corse per un bel pezzo, poi volle fermarsi, ma quando sentì il latrato del cane, di nuovo partì in quarta. Corse fin nel bosco, si stese sotto un cespuglio e prese a leccarsi le ferite che aveva rimediato dal cane. «Dio, come mi ha ingannato quel maledetto cagnaccio!» dice il lupo tra sé e sé. «Basta, ora chiunque incontrerò, quello non si salverà dai miei denti!»
Si leccò il lupo le ferite e andò a caccia. To’: sulla collina c’è un enorme caprone; gli si avvicina e dice: «Caprone, ehi, caprone! Sono venuto a mangiarti!». «Ah, tu, lupo grigio! Perché vuoi rompere invano i tuoi vecchi denti su di me? È meglio che tu resti ai piedi della collina e spalanchi le tue larghe fauci; io prenderò la rincorsa e mi butterò dritto nella tua bocca, così dovrai solo inghiottirmi!» Il lupo si mise ai piedi della collina e spalancò le sue larghe fauci, mentre il caprone, un furbone, volò dalla collina come una freccia, colpì il lupo in fronte tanto forte che quello crollò. E del caprone neppure più l’ombra! Dopo circa tre ore, il lupo riprese i sensi, gli sembrava che la testa gli scoppiasse dal dolore. Iniziò a pensare se aveva inghiottito il caprone oppure no. Pensa che ti ripensa, vallo a sapere! «Se avessi mangiato il caprone, avrei la pancia un po’ più piena; evidentemente quel perdigiorno mi ha ingannato! Be’, la prossima volta saprò come comportarmi!»
Così disse il lupo e andò al villaggio, vide una scrofa con i piccoli e si gettò su un porcellino per afferrarlo; ma la scrofa glielo impedisce. «Ah, tu, faccia porcina!» le dice il lupo. «Come osi fare l’insolente? Allora sbranerò anche te, e dei tuoi piccoli farò un sol boccone». Ma la scrofa rispose: «Be’, fino a ora non ti ho insultato; ma ora ti dico che sei un emerito imbecille!». «Come?» «Certo! Giudica tu stesso, grigio: come puoi mangiare i miei piccoli? Eppure sono nati da poco. Bisogna ancora bagnarli con l’acqua benedetta. Fammi da compare, io ti farò da comare, e li battezzeremo, poveri piccini miei». Il lupo acconsentì.
Bene, arrivarono a un grande mulino. La scrofa dice al lupo: «Tu, caro compare, resta da questo lato, dove non c’è acqua, mentre io andrò i miei piccoli nell’acqua pulita a bagnare per poterli a te solo servire». Il lupo si rallegrò, pensa: “Ecco che mi capita in bocca una bella preda!”. Andò il vecchio imbecille sotto il ponte, la scrofa subito afferrò il fermo coi denti, lo sollevò e lasciò scorrere l’acqua. L’acqua fece un gran gorgo e trascinò con sé il lupo, facendolo volteggiare. La scrofa, invece, coi piccoli se ne tornò a casa: arrivò, mangiò a volontà insieme ai figli e si stesero su morbidi giacigli.
Il lupo grigio riconobbe l’astuzia della scrofa, a fatica in qualche modo riuscì a trascinarsi a riva e a stomaco vuoto andò a vagabondare per il bosco. A lungo soffrì per la fame, non ce la fece più, andò di nuovo al villaggio e vide che davanti a un’aia c’era una carogna. “Bene” pensa “quando verrà la notte, mi sazierò almeno con questa carogna.” Il lupo, che era in un brutto periodo, si rallegrò di poter mangiare almeno una carogna! Sempre meglio che i denti per la fame schioccare e canzoni da lupo cantare. Arrivò la notte; il lupo entrò nell’aia e prese a divorare la carogna. Ma un cacciatore già da tempo lo stava aspettando al varco e aveva preparato per l’amico un paio di belle noci; gli sparò, e il lupo grigio cadde con la testa rotta. Così finì i suoi giorni il lupo grigio!

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Ivanuška, lo scioccone

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C’erano una volta un vecchio e una vecchia che avevano tre figli: due intelligenti, il terzo — Ivanuška lo scioccone. Quelli intelligenti pascolavano il gregge nei campi, mentre lo stupido non faceva niente, stava sempre seduto sulla stufa e acchiappava le mosche. Una volta la vecchia preparò degli gnocchi di segale, e dice allo sciocco: «Su, porta gli gnocchi ai tuoi fratelli; che mangino». Riempì una pentola e gliela mise in mano; quello si avviò piano piano dai fratelli. Era una giornata di sole; appena uscì Ivanuška dal villaggio, vide la sua ombra accanto e pensa: “Chi è quest’uomo che mi segue e non mi si stacca di un passo? Vuole forse gli gnocchi?”. E prese a gettare sulla sua ombra gli gnocchi, uno dopo l’altro, fino all’ultimo; guarda, ma l’ombra c’è ancora. «Che pozzo senza fondo!», disse lo scioccone in collera, e lanciò su di essa la pentola, i cui pezzi volaronoda ogni parte.
Arriva quindi a mani vuote dai fratelli; quelli gli chiedono: «Perché sei venuto, sciocco?». «Per portarvi il pranzo». «E dove sta? Daccelo alla svelta». «Vedete, fratellini, per la strada mi si è attaccato uno sconosciuto e ha mangiato tutto!» «Quale sconosciuto?» «Eccolo! C’è ancora!» I fratelli giù a insultarlo, batterlo, picchiarlo; lo picchiarono per bene e lo lasciarono a pascolare il gregge, mentre loro tornarono al villaggio per mangiare.
Lo scioccone si mise a pascolare: vide che le pecore si disperdevano per il campo, e allora giù ad acchiapparle e a strappar loro gli occhi; quando le ebbe acchiappate tutte e a tutte ebbe cavato gli occhi, raggruppò il gregge e si sedette, molto contento di aver fatto un bel lavoro. I fratelli pranzarono, tornarono al campo. «Che hai fatto, sciocco? Perché il gregge è accecato?» «E a che gli servivano gli occhi? Appena ve ne siete andati, fratellini, le pecore si sono sparpagliate; così ho pensato: è meglio acchiapparle, raggrupparle e accecarle; e quanto mi sono stancato!» «Fermo, ancora non sei poi tanto stanco!», dicono i fratelli e giù a dargli un sacco di pugni; lo sciocco ebbe proprio ciò che si meritava!
Passò del tempo, né molto, né poco; i vecchi mandarono Ivanuška lo scioccone al mercato in città a fare compere. Ivanuška comprò un po’ di tutto: comprò un tavolo, dei cucchiaini, delle tazze e del sale; caricò il carro di tutte queste cose. Sulla strada di casa il cavallo era talmente stanco che tirava a malapena! “To’” pensa tra sé Ivanuška “il cavallo ha quattro zampe, ma anche il tavolo ne ha quattro; quindi il tavolo può tornare da solo». Prese il tavolo e lo mise in mezzo alla strada. Cammina cammina, poco o molto, ecco delle cornacchie volargli sopra la testa e gracchiare. «Devono avere voglia di mangiare, le sorelline, senti come gridano!», pensò lo scioccone; mise dei piatti con del cibo per terra e iniziò a offrire: «Sorelline-piccioncine, assaggiate e che buon pro vi faccia!». E lui si rimise in marcia.
Passa Ivanuška per un boschetto; sulla strada tutti i ceppi erano bruciacchiati. “Eh” pensa “i ragazzi sono senza cappello; si raffredderanno, poverini!” Prese a infilarci sopra pentole e terrine. Arrivò quindi Ivanuška a un fiume, fece abbeverare il cavallo, ma quello non beve. «Forse non gli piace senza sale!», e salò l’acqua. Versò un intero sacco di sale, ma il cavallo ancora non beve. «Perché allora non bevi, carne da macello! Ho forse sprecato un sacco di sale?» Lo colpì con un bastone, e proprio sulla testa, e lo freddò. Rimase a Ivanuška solo una borsa con i cucchiaini, che si caricò in spalla. Si mette in cammino; i cucchiaini gli tintinnano sulla schiena: tin, tin, tin! Quello pensa che i cucchiaini dicano: «Ivanuška-cretin!», li buttò per terra, li calpestò e intanto diceva: «Eccovi Ivanuška-cretin! Eccovi Ivanuška-cretin! Così la finirete di sfottermi, monellacci!».
Tornò a casa e dice ai fratelli: «Ho comprato tutto, fratellini!». «Grazie, sciocco, ma dove hai messo le compere?» «Il tavolo viene da solo, ma credo che sia in ritardo, dai piatti mangiano le sorelline, le pentole e le terrine le ho messe in testa ai ragazzi nel bosco, col sale ho salato il beveraggio al cavallo, i cucchiaini invece mi sfottevano e allora li ho piantati per la strada». «Corri, sciocco, raccogli alla svelta tutto quello che hai seminato per la strada». Ivanuška andò nel bosco, tolse dai ceppi bruciacchiati le terrine, le bucò nel fondo e le infilò tutte su di un bastone: le piccole e le grandi. Porta il tutto a casa. I fratelli lo bastonarono; andarono loro in città a far compere, e lasciarono lo sciocco a badare alla casa. Lo sciocco sente la birra nel tino che fermenta, fermenta. «Birra, non fermentare, lo sciocco non insultare!», dice Ivanuška. No, la birra non gli dà ascolto; prese e la rovesciò tutta fuori dal tino, lui si sedette in un mastello, per l’izbà navigò, tante canzoni cantò.
Tornarono i fratelli, si arrabbiarono davvero molto, presero Ivanuška, lo chiusero in un sacco e lo trascinarono fino al fiume. Poggiarono il sacco sulla riva e andarono a ispezionare un buco nel ghiaccio. Nel frattempo, stava passando lì vicino un signore su di una trojka tirata da tre cavalli bruni; Ivanuška giù a gridare: «Mi hanno incaricato di giudicare e comandare una provincia, ma io non so né giudicare, né comandare!». «Un attimo, sciocco» disse il signore «io so e giudicare e comandare; esci dal sacco!» Ivanuška uscì dal sacco, ci chiuse il signore e sedette nel suo veicolo, che scomparve.Tornarono i fratelli, buttarono il sacco sotto il ghiaccio e lo sentono gorgogliare nell’acqua. «Starà facendo dei gargarismi!», dissero i fratelli e si incamminarono verso casa. Da non si sa dove, viene loro incontro Ivanuška in trojka, va sul carro e dice, facendo il gradasso: «Visto che bei cavallucci ho rimediato! E ce n’è rimasto ancora uno grigio che è una meraviglia!». I fratelli, invidiosi, dicono allo sciocco: «Adesso metti noi nel sacco, e calaci in fretta nel buco! Non ci sfuggirà il grigio…». Li calò Ivanuška lo scioccone nel buco e tornò a casa una birra a tracannare, i fratelli a ricordare. Ivanuška aveva un pozzo, in quel pozzo nuotava un ghiozzo, la mia favola è finita da un pezzo.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Il sogno profetico

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C’era una volta un mercante che aveva due figli: Dmitrij e Ivan. Una sera, benedicendoli per la notte, il padre disse loro: «Domani, cari figli, mi racconterete i vostri sogni; chi di voi mi nasconderà il suo sogno, sarà messo a morte». Il mattino dopo arriva il figlio maggiore e racconta al padre: «Ho sognato, padre, che mio fratello Ivan volava alto nel cielo, sorretto da dodici aquile; e ancora, che tu avevi perso la tua pecora preferita». «E tu, Vanja cosa hai sognato?» «Non te lo dico», rispose Ivan. Il padre aveva un bell’insistere, quello si era incaponito e rispondeva a tutte le esortazioni: «non te lo dico!» e «non te lo dico!». Il mercante si arrabbiò, chiamò i suoi commessi e ordinò loro di afferrare il figlio ribelle, di denudarlo e di legarlo a un palo sulla strada maestra.
I commessi afferrarono Ivan e, come era stato detto, lo legarono, nudo, stretto stretto al palo. Il povero ragazzo se la passava molto male: il sole lo cuoce, le zanzare lo pizzicano, la fame e la sete lo tormentano. Passò per quella strada un giovane principe; vide il figlio del mercante, ne ebbe pietà e lo fece liberare, gli diede i suoi abiti, lo portò con sé a palazzo e gli domandò: «Chi ti ha legato al palo?». «Mio padre in collera». «Per quale manchevolezza?» «Non ho voluto raccontargli quel che avevo sognato». «Ah, come è stupido tuo padre, che punisce in modo tanto crudele per delle sciocchezze simili… E cosa avevi sognato?» «Non te lo dico, principe!» «Come? Osi parlarmi a questo modo dopo che ti ho salvato la vita? Parla ora, o guai a te!» «Non l’ho detto a mio padre e non lo dirò mai neanche a te!» Il principe lo condannò alla prigione; accorsero subito dei soldati e chiusero lo sventurato in una segreta.
Passò un anno, il principe decise di prendere moglie, si equipaggiò e partì per un lontano reame, per chiedere la mano di Elena la Bella. Il principe aveva una sorella; poco tempo dopo la sua partenza, le capitò di passeggiare vicino alla prigione. La vide dalla feritoia Ivan figlio di mercante e gridò molto forte: «Di grazia, principessa, liberami; forse un giorno ti sarò utile! So, infatti, che il principe è andato a chiedere la mano di Elena la Bella; ma senza di me non si sposerà, e forse con la testa pagherà. Probabilmente sai quanto è scaltra Elena la Bella e quanti pretendenti ha spedito all’altro mondo». «E aiuterai il principe?» «Lo aiuterei, ma le ali del falco sono legate». La principessa subito ordinò di farlo uscire dalla prigione. Ivan figlio di mercante si scelse dei compagni: erano in tutto dodici, compreso Ivan, e si somigliavano come fratelli gemelli, sia per corporatura, che per voce e capelli. Si vestirono con abiti assolutamente identici, della stessa misura, montaronosu dei bei destrieri e si misero in cammino.
Cavalcarono un giorno, due, tre; il quarto giorno giunsero ai margini di una fitta foresta da dove provenivano grida terribili. «Fermi, fratellini!» dice Ivan. «Aspettate un attimo, vado a vedere che succede». Scese da cavallo e corse nella foresta; guarda: al centro di una radura tre vecchi discutono. «Buongiorno, nonni! Perché questa baruffa?» «Ah, giovanotto! Nostro padre ci ha lasciato in eredità tre cose portentose: un berretto-non ti vedo, un tappeto volante e degli stivali-sette leghe; ma sono già settant’anni che discutiamo e non siamo ancora riusciti a decidere come dividerceli». «Volete vi faccia da arbitro?» «Ci faresti un favore!» Ivan figlio di mercante tese il suo arco potente, ci mise tre frecce e le tirò in tre direzioni diverse; ordina a uno dei vecchietti di correre a destra, al secondo di correre a sinistra e il terzo lo manda dritto davanti a sé: &laquoIl primo di voi che mi riporterà una freccia avrà il berretto-non ti vedo; chi arriverà per secondo avrà il tappeto volante; e che l’ultimo prenda gli stivali-sette leghe». Mentre i tre vecchietti correvano dietro alle frecce, Ivan figlio di mercante si appropriò dei tre portenti e tornò dai suoi compagni. «Fratellini» dice «lasciate liberi i vostri cavalli e salite con me sul tappeto volante».
Tutti sedettero di corsa sul tappeto volante e volarono verso il reame di Elena la Bella; giunti alle porte della capitale, si posarono e partirono alla ricerca del principe. Arrivarono nella sua corte. Il principe chiese loro: «Che volete?». «Prendici al tuo servizio; siamo bravi giovani, ci occuperemo di te e non avremo a cuore che il tuo bene». Il principe li al suo servizio e destinò chi alla cucina, chi alle stalle, ecc. Il giorno stesso, indossò il principe i suoi abiti della festa e andò a presentarsi a Elena la Bella. lei lo accolse gentilmente, gli offrì cibi e vini preziosi e poi gli domandò: «Di’ francamente, principe, perché sei venuto da noi?». «Vorrei, Elena la Bella, chiedere la tua mano; vuoi sposarmi?» «Non dico di no, ma prima devi portare a termine tre prove. Se ci riesci, sarò tua, altrimenti, la tua testa cadrà sotto un’ascia affilata». «Qual è la prima prova?» «L’avrò domani, ma non ti dico cosa; ingegnati, principe, e portami ciò con cui potrà fare il paio».
Il principe rientrò a casa affranto, desolato. Gli chiede Ivan figlio di mercante: «Perché sei triste, principe? Elena la Bella ti ha per caso contrariato? Dividi la tua pena con me, ti sentirai sollevato». «Ecco» risponde il principe «mi ha proposto Elena la Bella un indovinello che nessun saggio al mondo saprebbe risolvere». «Bah, non è ancora il peggiore dei mali! Dì’ le tue preghiere e mettiti a letto; la notte porta consiglio, domani prenderemo una decisione». Il principe si mise a dormire e Ivan figlio di mercante si mise il berretto-non ti vedo e gli stivali-sette leghe e via! a palazzo da Elena la Bella; entrò dritto nella sua camera da letto e si mette in ascolto. Intanto, Elena la Bella stava dando questi ordini alla sua cameriera preferita: «Prendi questa stoffa preziosa e portala al ciabattino; che mi faccia una scarpetta per il mio piede, e al più presto».
La cameriera corse dove doveva, seguita da Ivan. L’artigiano si mise subito all’opera, fece svelto la scarpetta e l poggiò sul davanzale della finestra; Ivan figlio di mercante prese la scarpetta e zitto zitto se la nascose in tasca. Il povero ciabattino si affannò, ma il lavoro gli era scomparso da sotto il naso; cercava, cercava, frugò in ogni angolo, ma invano! “Questa poi!” pensa. “Scommetto che è uno scherzo del diavolo”. Niente da fare: fu costretto a riprendere la lesina e a fabbricare un’altra scarpetta, che portò a Elena la Bella. «Che lumaca!» disse Elena la Bella. «Ce ne hai messo di tempo per fare una sola scarpetta!» Si sedette al suo tavolo da lavoro, ricamò in oro la sua scarpetta, applicò delle grosse perle e delle pietre preziose. Intanto Ivan, sempre invisibile, tirò fuori l’altra scarpetta e fece la stessa cosa: per ogni pietruzza che lei sceglie, lui ne prende una uguale; dove lei attacca le perline, là le mette anche lui. Terminato il suo lavoro, Elena la Bella dice con un sorriso: «Che mi porterà domani il principe?». “Aspetta e vedrai”, pensa Ivan “non si sa ancora chi avrà ingannato l’altro!”
Rientrò a casa e si mise a dormire; alzatosi all’alba, si vestì e andò a svegliare il principe; lo svegliò e gli consegna la scarpetta: «Vai» dice «da Elena la Bella e mostrale questa scarpetta: così avrai risolto la sua prima prova!». il principe si lavò, mise i suoi abiti più belli e si affrettò verso la sua promessa; gli appartamenti di lei erano pieni di ospiti: boiari e alti dignitari, cortigiani. Appena arrivò il principe, la musica prese a suonare, gli invitati si alzarono, i soldati presentarono le armi. Elena la Bella tirò fuori la sua scarpetta ornata di perle e decorata di pietre preziose; guarda il principe, con un sorriso beffardo. Le dice il principe: «È molto carina quella scarpa, ma non vale niente se è spaiata! Lascia che ti offra la compagna!» A queste parole, prese dalla tasca l’altra scarpetta e la posò sul tavolo. Tutti gli invitati applaudirono, gridando come un sol uomo: «Bravo, principe! Siete degno di sposare la nostra sovrana, Elena la Bella». «È quel che vedremo!» replicò Elena la Bella. «Che porti a termine la prova successiva».
Il principe rientrò a casa la sera tardi con il viso più cupo che mai. «Basta affliggersi, principe!» gli disse Ivan figlio di mercante. «Di’ le tue preghiere e mettiti a letto; la notte porta consiglio». Lo mise a letto, poi si infilò gli stivali-sette leghe e il berretto-non ti vedo e corse a palazzo da Elena la Bella. Quella, intanto, stava dando ordini alla sua cameriera preferita: «Va’ in fretta nel pollaio e portami una papera». La cameriera corse al pollaio, seguita da Ivan; la cameriera prese una papaera, Ivan invece un papero, e tornarono indietro da dove erano venuti. Elena la Bella si sedette al tavolo da lavoro, prese la papera, le adornò le ali con dei nastri e il ciuffo con dei brillanti; Ivan figlio di mercante guarda e fa altrettanto con il papero. Il giorno dopo, la principessa aveva di nuovo ospiti, di nuovo un’orchestra; tirò fuori la sua papera e domanda al principe: «Hai risolto il mio problema?». «Ma certo, Elena la Bella! Ecco un maschio per la tua papera», e lascia subito libero il papero… Allora i boiari gridarono tutti come un sol uomo: «Bravo, principe! Siete degno di sposare Elena la Bella». «Un po’ di pazienza, che porti a termine, prima, la terza prova».
La sera, il principe rientrò a casa talmente afflitto che non vuole neanche parlare. «Non ti abbattere, principe, è meglio se vai a dormire; la notte porta consiglio», disse Ivan figlio di mercante; si affrettò poi a infilare il berretto-non ti vedo e gli stivali-sette leghe, e corse da Elena la Bella. Quella si stava preparando per andare in riva al mare blu, montò in carrozza e partì a spron battuto; ma Ivan figlio di mercante non la molla di un passo. Giunse Elena la Bella in riva al mare e prese a chiamare il nonno. Le onde si ingrossarono e emerse dall’acqua un vecchio, con la barba d’oro e i capelli d’argento. Venne a riva: «Salve, nipotina! È da tanto tempo che non ci vediamo; cercami un po’ in testa». Si stese, mise la testa sulle ginocchia di lei e si addormentò di un sonno profondo; Elena la Bella cerca in testa al vecchio, mentre Ivan figlio di mercante sta in piedi dietro si lei.
Lei vede che il vecchio si è addormentato e gli strappa tre capelli d’argento; Ivan figlio di mercante, invece, non tre capelli, ma tutto un ciuffo afferrò. Il vecchio si svegliò e gridò: «Ma sei diventata matta? Mi fai male!». «Scusami, nonno! Da tanto tempo non ti ho pettinato, i capelli si sono impicciati». Il vecchio si calmò e poco dopo riprese a russare. Elena la Bellagli strappò tre peli d’oro; Ivan figlio di mercante, invece, afferrò la barba, a rischio di strapparla tutta intera. Il vecchio urlò in modo terribile, saltò in piedi e si gettò in mare. “Questa volta, principe, ti ho in pugno!” pensa Elena la Bella. “Non potrai di certo procurarti capelli simili”. Il giorno dopo si riunirono da lei gli ospiti; arrivò anche il principe. Elena la Bella gli mostra i tre capelli d’argento e i tre peli d’oro e chiede: «Hai mai visto una meraviglia simile?». «Hai trovato di che vantarti! Se vuoi, te ne posso dare una ciocca intera». Tirò fuori e le diede una ciocca di capelli d’argento e una di peli d’oro.
Furiosa, Elena la Bella corse in camera sua e guardò nel suo libro di magia, per sapere se il principe indovinava tutto da solo o si faceva aiutare. Vede dal libro che non è lui il furbacchione, ma il suo servo Ivan figlio di mercante. tornò dai suoi invitati e si appicciccò al principe: «Mandami il tuo servo preferito». «Ne ho dodici». «Voglio quello che si chiama Ivan». «Ma si chiamano tutti Ivan». «Bene», dice «che vengano tutti!», e intanto pensa: “Scoprirò il colpevole anche senza di te!”. Il principe diede l’ordine e, poco dopo, ecco apparire a palazzo dodici bei giovanotti, i suoi fedeli servitori; tutti uguali di viso, di corporatura, di voce e di capelli. «Chi tra voi è il più vecchio?», chiese Elena la Bella. «Io! Io!», gridarono in coro. “Ah ah”, pensa lei “la partita sarà dura!”, e fece portare undici coppe normali e la dodicesima d’oro, quella da cui lei stessa beveva abitualmente; riempì le coppe di vino pregiato e le offrì ai giovani. Nessuno di loro volle la coppa normale, tutti tesero la mano verso quella d’oro e se la disputarono tra loro; una gran cagnara combinarono e il vino per terra versarono!
Elena la Bella vede che la sua trappola non ha funzionato; ordinò di dar loro una buona cena, di dissetarli e di farli dormire a palazzo. La notte, mentre quelli dormivano della grossa, andò da loro con il suo libro di magia, consultò il libro e scoprì subito il colpevole; prese delle forbici e gli tagliò una ciocca di capelli dalla fronte. «Lo riconoscerò domani per questo segno e lo darò in mano al carnefice». Il mattino dopo, Ivan figlio di mercante, al suo risveglio, portò la mano alla tempia e sentì che gli avevano tagliato una ciocca; si alzò di corsa dal letto e scosse i suoi compagni: «Basta dormire, un pericolo ci minaccia! Prendete delle forbici e tagliatevi un ciuffo dalla tempia». Un’ora dopo, Elena la Bella li mandò a chiamare, e prese a cercare il colpevole; ma cosa era successo? Chiunque guardasse — tutti avevano una tempia senza ciuffo! Dalla rabbia, prese il suo libro di magia e lo gettò nella stufa. Dopodiché non poté più trovare nessuna scusa, fu costretta a sposare il principe. Il matrimonio fu dei più gioiosi; per tre giorni di fila il popolo si ubriacò, per tre giorni di fila osterie e taverne restarono aperte a chiunque: bevande e cibo gratis!
Terminati i festeggiamenti, il principe si preparò a tornare nel suo paese con la giovane moglie; inviò in avanscoperta i suoi dodici servi. All’uscita della città, stesero il tappeto volante, ci salirono e andaronopiù su delle nuvole vagabonde; volarono, volarono e si posarono proprio ai margini di quella fitta foresta dove avevano lasciato i loro destrieri. Fecero appena in tempo a scendere dal tappeto, che arrivò di corsa uno dei vecchietti con una freccia in mano. Ivan figlio di mercante gli diede il berretto-non ti vedo. Arrivò poi il secondo vecchietto e ottenne il tappeto volante; ed ecco il terzo: a quello toccarono gli stivali-sette leghe. Ivan dice ai suoi compagni: «Sellate i vostri cavalli, fratellini, è tempo di rimettersi in cammino». Presero subito i cavalli, li sellarono e partirono verso il loro paese natale. Arrivarono e andarono dritti dalla principessa; quella, molto contenta di rivederli, li interrogò sul suo caro fratello, sul suo matrimonio e chiese loro se sarebbe tornato presto. «Come ricompensarvi» chiede «dei vostri servizi?» Al che Ivan figlio di mercante risponde: «Rimettimi in prigione, nella mia vecchia cella». La principessa protestò, ma lui insisteva; dei soldati lo presero e lo riportarono in prigione.
Un mese dopo il principe arrivò con la sua giovane sposa; l’accoglienza fu solenne: musica, salve di cannone, campane a festa, fola compatta! Boiari, dignitari di ogni grado vennero a presentarsi al principe; lui li passò in rivista e chiese: «Dov’è Ivan, il mio fedele servitore?». «In prigione», gli rispondono. «Come in prigione? Chi ha osato mettercelo?» La principessa gli spiega: «Ma sei stato tu, fratellino mio, che l’hai preso in odio e hai ordinato di tenerlo sotto stretta sorveglianza. Non ti ricordi? Ti sei infuriato perché si era rifiutato di raccontarti il suo sogno». «Era dunque lui?» «In persona; l’avevo liberato momentaneamenteperché ti venisse in aiuto». Il principe fece condurre Ivan figlio di mercante, gli si gettò al collo e gli chiese perdono per il male che gli aveva fatto. «Sai, principe» gli dice Ivan «io già sapevo tutto quello che ti sarebbe successo; tutto questo l’avevo visto in sogno; perciò mi sono rifiutato di parlare». Il principe lo nominò generale, gli diede dei ricchi domini e lo tenne con sé a palazzo. Ivan figlio di mercante fece venire suo padre, suo fratello maggiore e vissero insieme felici e contenti, diventando sempre più abbienti.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Solo un altro lunedì…

DAY IN HELL – EXILIA

 

Dear president and plastic wife
I fell wrong and nothin’s right
I never was a princess
I never had a lucky star

No fucking fairy tale life
No more angels, no more chances

Gotta fight for my dream
Gotta think about me

Ready or not – ready or not – ready or not

It’s just another day, it’s just another day
Another day in hell
It’s just another day, another motherfacking day
it’s just another day
Another day in hell

Dear president and plastic wife
I see black and you see white
I never had no better time
No better place, no better life

Don’t forget where I come from
No destination for my world

It’s your perfect boomtown
My generation is burning down

Ready or not – ready or not – ready or not

It’s just another day, it’s just another day
Another day in hell
It’s just another day, another motherfacking day
it’s just another day
Another day in hell

I see, I see the pistols now
Hanging low on leather belts
I see cops forming a police line
I hear shots making world headline
There’s a war on what I believe in,
There a source for the pain in my head,
Everyday of my life
They push me right to the edge and they scream

Jump,it’s just another day
Jump,it’s just another day
Jump,it’s just another day

It’s just another day, it’s just another day
Another day in hell
It’s just another day, another motherfacking day
it’s just another day
Another day in hell

 
 

Si sa, in genere il lunedì è ILday in hell” per eccellenza, ma in quest’ultimo periodo questa ‘suggestiva’ immagine si sta facendo costante. È una di quelle fasi in cui tutto ciò che può andare storto non manca di farlo, alla faccia della mia buona volontà per imparare a cercare sempre il lato positivo delle cose.

Non sono arrabbiata, né demoralizzata, sono solo un po’ stanca di ritrovarmi ad affrontare ogni giorno come fosse una battaglia.

La voglia di fare non manca, l’impegno nemmeno, vorrei solo riuscire a gestire tutto in maniera un po’ più serena, che si tratti di entusiasmanti novità o di assillanti preoccupazioni, ma proprio non mi riesce. La mia tendenza a ingigantire le cose, al momento, mi sta un po’ fregando, bloccandomi proprio in una fase cruciale, in cui i passi già fatti richiederebbero un minimo di equilibrio per consolidarsi, equilibrio che io fatico a trovare.

Cambiare non è mai facile, soprattutto quando il cambiamento non si sostituisce alla quotidianità corrente, ma vi si sovrappone, sotto forma di prospettiva per un futuro diverso. Tenere in piedi entrambe le cose richiede un livello di stabilità che, per ora, sembra essere fuori dalla mia portata e, anche se la determinazione è tanta, fatica e stanchezza la seguono a ruota.

Tornare a scrivere dopo tanto silenzio è uno dei compiti che mi sono auto-assegnata, perché in questi giorni mi è tornato in mente quante volte io abbia sostenuto, nei vari blog, che per me “scrivere è respirare”, e allora, forse, in questa situazione di apnea riprendere a scrivere potrebbe essere un modo, IL modo, per riprendere anche a respirare.

Il tempo è poco, il lavoro e lo studio lo assorbono quasi tutto, ma questa non può essere una scusante per sfruttare male quel che resta, quindi rieccomi qui, a tentare di mettere nero su bianco pensieri ed emozioni.
Durante le vacanze ho ripreso a leggere: almeno mezz’ora al giorno, questo è il nuovo accordo con me stessa. Allo stesso modo credo sia arrivato il momento di negoziare anche sullo scrivere: chissà se io e me riusciremo a trovare un compromesso accettabile…

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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