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Il ladro

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C’erano una volta un vecchio e una vecchia che avevano un figlio di nome Ivan. Lo mantennero finché non fu diventato grande, e poi dicono: «Allora, figliolo, ti abbiamo mantenuto fino a ora, adesso, invece, sarai tu a mantenerci fino alla nostra morte». Rispose loro Ivan: «Visto che mi avete mantenuto fino all’adolescenza, allora mantenetemi fin quando non mi cresceranno i baffi». Lo mantennero finché non iniziarono a crescergli i baffi e dicono: «Allora, figliolo, ti abbiamo mantenuto finché non ti sono cresciuti i baffi, ora sarai tu a mantenerci fino alla nostra morte». «Cari papà e mamma» risponde il figlio «visto che mi avete mantenuto finché non mi sono cresciuti i baffi, ora mantenetemi finché non mi crescerà la barba». Non ci fu niente da fare, lo mantennero, lo nutrirono i vecchi finché non gli fu cresciuta la barba, dopodiché dicono: «Allora, figliolo, ti abbiamo mantenuto finché non ti è cresciuta la barba, ora sarai tu a mantenerci fino alla nostra morte». «Visto che mi avete mantenuto finché non mi è cresciuta la barba, mantenetemi fino alla mia vecchiaia!» Allora il vecchio non ce la fece più, andò dal padrone a lamentarsi del figlio.
Il padrone convoca Ivan: «Perché, mangiaufo, rifiuti di mantenere tuo padre e tua madre?». «E con cosa dovrei mantenerli? Vorresti forse che andassi a rubare? Non ho imparato a fare niente e per studiare è troppo tardi». «Fai come ti pare» gli disse il padrone «ruba, se vuoi, ma mantieni tuo padre e tua madre, che non si vengano più a lamentare di te!» In quel momento vennero a riferire al padrone che il bagno era pronto, e quello andò a fare la sauna; il fatto avveniva verso sera. Il padrone fece il bagno, tornò indietro e si mise a chiedere: «Ehi, c’è qualcuno? Portatemi le pantofole!». Ed ecco qua Ivan, che gli tolse gli stivali, gli diede le pantofole; gli stivali se li mise sottobraccio e se li portò a casa. «Ecco, babbo» dice al padre «togliti le ciocie di tiglio e mettiti gli stivali del padrone».
Il mattino dopo, il padrone si accorse che gli stivalo non c’erano più; mandò a chiamare Ivan: «Hai preso tu i miei stivali?». «Non ne ho la più pallida idea, ma la cosa mi riguarda!» «Ah, furfante, imbroglione! Come hai osato rubare?» «Ma non sei stato tu, padrone, a dirmelo: ruba, se vuoi, ma mantieni tuo padre e tua madre? Io non volevo disobbedire ai tuoi ordini». «Se è così» dice il padrone «ecco quel che ti ordino: rubami il bue nero che è attaccato all’aratro; se ci riuscirai — ti darò cento rubli, altrimenti ti darò cento frustate». «Agli ordini, signore!», risponde Ivan.
Subito filò al villaggio, sgraffignò da qualche parte un gallo, gli strappò le penne, e via, verso il campo; si avvicinò di soppiatto all’ultimo solco, sollevò una zolla di terra, ci mise sotto il gallo e lui si nascose dietro i cespugli. Iniziarono a tracciare con l’aratro un nuovo solco, urtarono quella zolla di terra e deviarono; il gallo spennato saltò fuori e corse a più non posso per le gobbe e le buche del terreno. «Che cosa strana è venuta fuori dalla terra!», gridarono i contadini e si misero a inseguire il gallo. Ivan vide che quelli correvano come matti, si lanciò allora verso l’aratro, tagliò a un bue la coda, la ficcò nella bocca dell’altro, e il terzo lo staccò e se lo portò a casa.
I contadini corsero, corsero dietro al gallo, e non lo acchiapparono nemmeno; tornarono indietro: il bue nero non c’è più e al pezzato manca la coda. «Questa poi, fratelli! Mentre inseguivamo quella cosa strana, un bue ha mangiato l’altro; ha inghiottito tutto il nero e ha strappato la coda al pezzato!». Andarono dal padrone a testa bassa: «Grazia, padre, un bue ha mangiato l’altro». «Ah, razza di idioti scervellati» gridò contro di loro il padrone «ma dove si è mai visto, dove si è mai sentito che un bue ne mangi un altro? Fate venire da me Ivan!» Lo fecero venire. «Hai rubato tu il bue?» «Sissignore». «E dove lo hai cacciato?» «L’ho macellato; ho portato la pelle al mercato, mentre con la carne mantengo mio padre e mia madre». «Bravo» dice il padrone «eccoti cento rubli. Ma ora, rubami il mio stallone preferito, che sta dietro tre porte e sei serrature; se ci riuscirai — ti darò duecento rubli, altrimenti — ti darò duecento frustate!» «Bene, padrone, lo farò».
A sera tardi, Ivan si intrufolò nella casa padronale; entra nell’anticamera: non c’è un’anima, guarda: sull’attaccapanni c’è l’abito del signore; prese il cappotto e il berretto del padrone, li indossò, uscì sulle scale e gridò forte ai cocchieri e agli stallieri: «Ehi, ragazzi! Sellate in fretta il mio cavallo preferito e portatemelo qui». I cocchieri e gli stallieri lo presero per il padrone, corsero nella stalla, aprirono i sei lucchetti, spalancarono le tre porte, in un attimo fecero quel che era stato loro ordinato e portarono fino alle scale il cavallo sellato. Il ladro lo montò, gli diede un colpo di frusta — e chi s’è visto s’è visto!
Il giorno dopo, il padone chiede: «Allora, che ne è del mio cavallo preferito?». Quello era stato sottratto già dalla sera prima. Si dovette far chiamare Ivan. «Hai rbato tu il cavallo?» «Sissignore». «E dov’è?» «L’ho venduto a dei mercanti». «Sei fortunato che te l’avevo detto io di rubarlo! Prenditi i tuoi duecento rubli. Allora, ora rubami il superiore del monastero». «E quanto mi dai, padrone, per questo lavoretto?» «Ti vanno bene trecento rubli?» «Va bene, lo ruberò!» «E se non ci riuscirai?» «Mi rimetto al tuo volere; fai quello che vuoi».
Il padrone convocò il superiore. «Stai attento» dice «resta in preghiera tutta la notte, non dormire! Van’ka il ladro pretende di poterti rapire». Il vecchio, spaventato, non può chiudere occhio, resta a pregare nella sua cella. A mzzanotte precisa arrivò Ivan il ladro con un sacco di tela e bussò alla finestra. «Chi sei, uomo?» «Sono un angelo dal cielo, sono stato mandato a prenderti per portarti da vivo in paradiso; entra nel sacco». Il superiore fu tanto sciocco da entrare nel sacco; il ladro lo legò, se lo caricò in spalla e lo portò sul campanile. Tirava, tirava. «Quanto manca?», chiede il superiore. «Ora vedrai! All’inizio la strada è lunga, ma liscia, alla fine sarà breve, ma dolorosa&raquo.
Lo trascinò fin su e lo buttò giù dalle scale; il superiore sentiva dolore ovunque a farsi tutte le scale a rotoli! «Oh» dice «l’angelo diceva la verità: la prima parte di strada è stata lunga, ma liscia, mentre l’ultima corta, ma dolorosa! Non immaginavo che ci fosse una tale disgrazia all’altro mondo!» «Resisti, sarai salvato!», rispose Ivan, sollevò il sacco e lo appese alla palizzata vicino al portone, mise accanto due rami di betulla spessi un dito e scrisse sul portone: «Chi passerà di qui e non batterà il sacco tre volte, che sia colpito da anatema!». Così chiunque passa di là lo frusta immancabilmente tre volte. Passa il padrone: «Cos’è questo sacco appeso qui?». Ordinò di tirarlo giù e di aprirlo. Lo aprirono e ne venne fuori il superiore del monastero. «Come ci sei finito? Te l’avevo detto: stai attento, ma tu no! Non mi dispiace che tu sia stato frustato, quel che mi dispiace è che per colpa tua ho buttato via trecento rubli!»

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Sorellina Alënuška, fratellino Ivanuška

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C’erano una volta uno zar e una zarina; avevano un figlio e una figlia, il bambino si chiamava Ivanuška, la bambina Alënuška. Ecco che lo zar e la zarina morirono; rimasero soli i bambini e si misero a viaggiare per il mondo. Cammina cammina, vedono uno stagno, e vicino allo stagno pascola una mandria di mucche. «Voglio bere» dice Ivanuška. «Non bere, fratellino, altrimenti diventerai un vitellino», dice Alënuška. lui le diede ascolto e proseguirono; cammina cammina, vedono un fiume, e accanto c’è una mandria di cavalli. «Ah, sorellina, se tu sapessi che voglia di bere che ho». «Non bere, fratellino, altrimenti diventerai un puledrino». Ivanuška le diede ascolto e proseguirono; cammina cammina, vedono un lago, e accanto a esso un gregge di pecore. «Ah, sorellina, ho una voglia terribile di bere». «Non bere, fratellino, altrimenti diventerai un agnellino!» Ivanuška le diede ascolto e proseguirono; cammina cammina, vedono un ruscello, e accanto sorvegliano dei porci… «ah, sorellina, io beco; ho una tremenda voglia di bere» «Non bere, fratellino, altrimenti diventerai un porcellino!» Ivanuška le diede ascolto ancora una volta, e proseguirono; cammina cammina, vedono un gregge di capre che pascola accanto all’acqua. «Ah, sorellina, io bevo». «Non bere, fratellino, altrimenti diventerai un caprettino». Ma quello non poté trattenersi e non diede ascolto alla sorella, bevve e diventò un capretto; salta attorno alla sorella e grida: Bè-è-è! Bè-è-è!».
Alënuška gli mise al collo una cintura di seta e lo portò con sé, piangendo, piangendo amaramente… Il capretto correva, correva e capitò un giorno nel giardino di uno zar. I servi lo videro e subito riferiscono allo zar: «Abbiamo in giardino, Vostra Altezza Reale, un capretto, e lo tiene con una cintura una ragazza che è una vera bellezza». Lo zar ordinò di chiederle chi fosse. I servi allora le chiedono di dove venga e di che stirpe sia. «Così e così» dice Alënuška «c’erano uno zar e una zarina, ma sono morti; siamo rimasti soli noi figli: io — la principessa, e questo è il mio fratellino, il principe; non si è trattenuto, ha bevuto dell’acqua ed è diventato un capretto». I servi riferirono tutto allo zar. Lo zar fece chiamare Alënuška, le fece un sacco di domande; gli piacque e lo zar decise di sposarla. Celebrarono presto le nozze e iniziarono a vivere insieme, e con loro il capretto: passeggia per il giardino, mangia e beve insiem allo zar e alla zarina.
Ecco che lo zar andò a caccia. Nel frattempo arrivò una strega e fece un incantesimo alla zarina: Alënuška cadde malata, divenne magra e pallida. La corte dello zar era desolata; i fiori del giardino presero ad appassire, gli alberi a seccare, l’erba a scolorire. Lo zar tornò e chiede alla zarina: «Sei forse ammalata?»». «Sì, sto male», dice la zarina. Il giorno dopo di nuovo lo zar andò a caccia. Alënuška è a letto malata; arriva da lei la strega e dice: «Se vuoi, posso curarti. Vai in riva al tale mare per il tal numero di crepuscoli e bevi della sua acqua», La zarina le diede ascolto, e sull’imbrunire andò al mare, ma la strega la stava già aspettando, la afferrò, le legò al collo una pietra e la gettò in mare. Alënuška andò a fondo; il capretto accorse e iniziò a piangere amaramente. La strega, intanto, si trasformò in zarina e rientrò a palazzo.
Lo zar arrivò e si rallegrò nel vedere la zarina ristabilita. Si misero a tavola a mangiare. «E dov’è il capretto», chiede lo zar. «Non c’è bisogno di lui» dice la strega «ho ordinato di non farlo venire; e poi manda un tale odore caprino!» Il giorno dopo, appena lo zar fu andato a caccia, la strega diede un sacco di botte al capretto, lo bastonò a più non posso e lo minaccia: «Quando lo zar sarà tornato, gli chiederò che ti sgozzino». Rientrò lo zar, la strega non gli si stacca di dosso: «Ordina, ordina in fretta di sgozzare il capretto; mi ha stufata, mi disgusta proprio!». Lo zar provava pietà per il capretto, ma non c’è niente da fare: quella gli sta talmente addosso, è talmente insistente, che lo zar alla fine acconsentì a che lo sgozzassero. Vide il capretto che stavano iniziando ad affilare i coltelli damaschini, si mise a piangere, corse dallo zar e chiede: «Zar! Fammi andare in riva al mare, la sua acqua a bere, le viscere a sciacquare». Lo zar gli diede il permesso. Allora il capretto corse al mare, e dalla riva gemette:

Alënuška, mia sorellina!
Nuota, nuota a me vicina.
Ardono i fuochi ardenti,
Bollono le acque bollenti,
Affilano un coltello damaschino,
Vogliono sgozzare il tuo fratellino!

Quella gli risponde:

Ivanuška, caro fratello!
Mi lega al fondo la pietra che ho al collo.
Una serpe crudele mi succhia il midollo!

Il capretto si mise a piangere e tornò indietro. Verso mezzogiorno di nuovo chiede allo zar: «Zar! Fammi andare in riva al mare, la sua acqua a bere, le viscere a sciacquare». Lo zar gli diede il permesso. Allora il capretto corse al mare e gemette:

Alënuška, mia sorellina!
Nuota, nuota a me vicina.
Ardono i fuochi ardenti,
Bollono le acque bollenti,
Affilano un coltello damaschino,
Vogliono sgozzare il tuo fratellino!

Quella gli risponde:

Ivanuška, caro fratello!
Mi lega al fondo la pietra che ho al collo.
Una serpe crudele mi succhia il midollo!

Il capretto si mise a piangere e tornò indietro. lo zar allora pensa: perché il capretto corre sempre al mare? Ecco che il capretto gli chiese per la terza volta: «Zar! Fammi andare in riva al mare, la sua acqua a bere, le viscere a sciacquare». Lo zar gli diede il permesso e lo seguì; arriva al mare e sente il capretto che invoca la sorellina:

Alënuška, mia sorellina!
Nuota, nuota a me vicina.
Ardono i fuochi ardenti,
Bollono le acque bollenti,
Affilano un coltello damaschino,
Vogliono sgozzare il tuo fratellino!

Quella gli risponde:

Ivanuška, caro fratello!
Mi lega al fondo la pietra che ho al collo.
Una serpe crudele mi succhia il midollo!

Il capretto ricominciò a invocare la sorellina. Alënuška venne in superficie e apparve sull’acqua. Lo zar la afferrò, le strappò dal collo la pietra e trascinò Alënuška a riva, dove chiede: cosa è avvenuto? Quella gli raccontò tutto. Lo zar si rallegrò, il capretto anche e iniziò a saltellare; nel giardino tutto rinverdì e rifiorì. La strega, su ordine dello zar, fu giustiziata: alzarono un rogo nella corte e la bruciarono. Dopodiché lo zar, la zarina e il capretto vissero felici e contenti, diventando sempre più abbienti, come in precedenza mangiarono e bevvero alla stessa tavola.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Questione di frequenza

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Biella vista da San Carlo
Image Credit © VeRA Marte

 

Il vero problema non è la quantità di bastonate che la vita ti riserva, ma la frequenza con cui te le assesta sul gobbo.
Se fra una e l’altra non ti resta tempo a sufficienza per riprendere fiato, diventa difficile gestire il dolore e ogni nuovo colpo sembra più feroce.
Credo che, negli ultimi mesi, sia stato proprio questo il problema: la frequenza serrata con cui le cattive notizie mi sono piovute addosso.

Un mese che era iniziato male, giugno, ma con ancora un briciolo di ottimismo, si è concluso peggio, lasciandosi alle spalle un carico importante di tristezza, sconforto e amarezza.

Non ho scritto molto il mese scorso, di sicuro meno di quano avrei voluto, sia sulla carta che in digitale, ma forse è meglio così, perché lo spirito proprio non era quello giusto. In compenso ho recuperato un po’ con la lettura e questo, almeno in parte, mi conforta.

Luglio non è iniziato tanto meglio di come sia finito il suo predecessore, la situazione clinica si presenta in stallo con lievi peggioramenti, di per sé non troppo preoccupanti, ma che hanno già decretato tutta una serie di limitazioni a cui non potrò sottrarmi nella gestione delle vacanze, e questo di sicuro non favorisce un miglioramento dell’umore.

Il protrarsi di questa situazione, però, ha finito col darmi l’ennesimo scossone. Dopo aver trascinato l’AnarcoSocio a vari eventi letterari, spalmati su due regioni e diversi fine settimana consecutivi, sono passata al livello successivo, iscrivendomi per la prima volta a ben due seminari, i cosiddetti “workshop”: uno di scrittura creativa e uno di traduzione editoriale. Cominciare a frequentare sul serio l’ambiente e le persone del mestiere mi sembra un buon passo con cui iniziare il mio cammino verso un cambiamento concreto.

Con mio stesso stupore sto iniziando ad apprezzare luoghi naturali non proprio nelle mie corde. Da sempre amante dell’ipnotico sciabordio delle onde marine, sto poco a poco scoprendo il piacevole effetto rilassante del silenzio delle montagne. Taccuino sempre alla mano, mi lascio sorprendere da quello che il “mondo là fuori” ha da offrirmi: paesaggi, scorci di borghi storici, fotogrammi di vita quotidiana. Osservo tutto con l’avida curiosità di una bambina, cercando di non dare mai nulla per scontato e di scorgere la bellezza anche nei dettagli più semplici e, all’apparenza, insignificanti.

Sto imparando che ogni singolo istante è prezioso e che sapersi prendere il proprio tempo è fondamentale per vivere davvero. È una lezione che, molto spesso, si apprende a caro prezzo, ma che, alla fine, vale la pena di imparare.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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La favola del principe Ivan, dell’uccello di fuoco e del lupo grigio

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In un certo reame, in terre lontane, viveva uno zar di nome Vyslav Andronovič. Aveva tre figli, tre principi: il primo — il principe Dimitrij, il secondo — il principe Vasilij, il terzo — il principe Ivan. Questo zar Vyslav Andronovič aveva un giardino talmente ricco, che non ce n’era uno più bello in tutto il reame; in quel giardino crescevano diversi alberi pregiati, di frutta e no, ma lo zar prediligeva soprattutto un melo, e su quel melo crescevano delle melucce tutte d’oro. Prese l’abitudine di volare nel giardino dello zar Vyslav l’uccello di fuoco; aveva le penne d’oro, e gli occhi sembravano di cristallo orientale. Volava in quel giardino ogni notte e si metteva sul melo prediletto dello zar Vyslav, coglieva le melucce d’oro e poi volava via. Lo zar Vyslav Andronovič si tormentava molto per quel melo, per il fatto che l’uccello di fuoco avesse strappato molte delle sue mele; perciò chiamò a sé i tre figli e disse loro: «Figli miei cari! Chi di voi riuscirà ad acchiappare nel mio giardino l’uccello di fuoco? Chi lo catturerà vivo, a quello darò la metà del mio regno finché sono ancora in vita, e dopo la mia morte avrà tutto». Allora i principi suoi figligridarono come un sol uomo: «Amato sovrano, padre, Vostra Altezza Reale! Con grande gioia noi cercheremo di catturare l’uccello di fuoco vivo».
La prima notte andò a fare la guardia in girdino il principe Dimitrij e, sedutosiai piedi di quel melo dal quale l’uccello di fuoco coglieva le melucce, si addormentò e non sentì quando l’uccello di fuoco arrivò e molte mele beccò. Al mattino, lo zar Vyslav Andronovič chiamò a sé suo figlio, il principe Dimitrij, e chiese: «Allora, figlio mio caro, hai visto l’uccello di fuoco o no?». Quello rispose al padre: «No, amato sovrano, padre! Questa notte non è venuto». La seconda notte andò nel giardino a fare la posta all’uccello di fuoco il principe Vasilij. Sedette ai piedi del melo: passò un’ora, ne passò un’altra, e si addormentò tanto profondamente che non sentì quando l’uccello di fuoco arrivò e le mele beccò. Al mattino, lo zar Vyslav lo chiamò a sé e chiese: «Allora, figlio mio caro, hai visto l’uccello di fuoco o no?». «Amato sovrano, padre! Questa notte non è venuto».
La terza notte andò in giardino a fare la guardia il principe Ivan e sedette ai piedi del solito melo; passa un’ora, ne passa un’altra, ne passa una terza — all’improvviso tutto il giardino si illuminò come se fossero state accese molte luci: arrivò l’uccello di fuoco, si mise sul melo e iniziò a beccare le melucce. Il principe Ivan gli si avvicinò silenziosamente e con tale abilità che riuscì ad afferrarlo per la coda; tuttavia non poté trattenerlo: l’uccello di fuoco si liberò e volò via, e rimase in mano al principe Ivan solo una penna della sua coda, alla quale si era afferrato tanto decisamente. Al mattino, appena lo zar Vyslav si fu svegliato, il principe Ivanandò da lui e gli diede la pennuccia dell’uccello di fuoco. lo zar Vyslav si rallegrò molto che il figlio minore fosse riuscito a prendere almeno una penna dell’uccello di fuoco. Questa penna era tanto stupenda e luminosa che, se la si portava in una sala buia, riluceva talmente da sembrare che in quella stanza fossero state accese molte candele. lo zar Vyslav mise la pennuccia nel suo studio, come una cosa che si deveconservare in eterno. Da quel momento, l’uccello di fuoco non volò più nel giardino.
lo zar Vyslav nuovamente chiamò a sé i suoi figli e disse loro: «Figli miei cari! Mettetevi in viaggio, io vi darò la mia benedizione, trovate l’uccello di fuoco e portatemelo vivo; quello che promisi una volta lo otterrà, naturalmente, chi mi porterà l’uccello di fuoco». I principi Dimitrij e Vasilij cominciarono a provare astio verso il fratello minore Ivan, perché era riuscito a prendere una penna della coda dell’uccello di fuoco; si fecero benedire dal padre e partirono insieme alla ricerca dell’uccello di fuoco. Anche il principe Ivan, intanto, cominciò a chiedere al padre la benedizione. Lo zar Vyslav gli disse: «Figlio mio caro, mio beneamato! Sei ancora troppo giovane e non sei abituato a un viaggio tanto lungo e rischioso;perché vuoi allontanarti da me? Sono già andati i tuoi fratelli. E se te ne vai anche tu e rimaneste lontani tutti e tre per tanto tempo? Io sono ormai vecchio e i miei giorni sono contati; se durante la vostra assenza il Signore Iddio dovesse chiamarmi a sé, chi governerà il regno al mio posto? Allora potrebbe nascere una sommossa o un disaccordo tra il popolo, ma non ci sarebbe nessuno per porvi fine; oppure il nemico potrebbe marciare contro il nostro reame, ma non ci sarebbe nessuno a guidare le nostre truppe». Tuttavia, per quanto lo zar Vyslav cercasse di trattenere il principe Ivan, in nessun modo riuscì a impedirgli di andare, le sue preghiere erano troppo insistenti. Il principe Ivan si fece benedire dal padre, si scelse un cavallo e si mise in marcia, lui stesso senza sapere dove andare.
A furia di cavalcare, vicino o lontano, per monti e per valli, si fa prima in una favola a raccontarlo che nella realtà a farlo, giunse alla fine in aperta campagna tra verdi prati. E in mezzo alla campagna c’è un palo, e sul palo sono scritte queste parole: «Chi, partendo da questo palo, andrà dritto, avrà fame e freddo; chi andrà a destra sarà sano e salve, ma gli morirà il cavallo; chi invece andrà a sinistra sarà ucciso, ma il suo cavallo sarà sano e salvo». Il principe Ivan lesse la scritta e andò a destra, pensando che, se anche il suo cavallo fosse stato ucciso, lui sarebbe rimasto sano e salvo e col tempo avrebbe potuto trovarsene un altro. Cavalcò un giorno, un secondo e un terzo — all’improvviso gli si fece incontro un enorme lupo grigio e disse: «Salute a te, ragazzo, principe Ivan! Hai letto quel che era scritto sul palo, che il tuo cavallo sarebbe morto; allora perché sei venuto da questa parte?». A queste parole, il lupo squarciò il cavallo del principe Ivan in due e sparì.
Il principe Ivan fu molto addolorato della fine del suo cavallo, pianse lacrime amare e poi si incamminò a piedi. Camminò l’intero giorno, stancandosi in modo indicibile, e si era appena seduto per riposarsi che all’improvviso lo raggiunse il lupo grigio e gli disse: «Mi dispiace, principe Ivan, che tu sia sfinito per la camminata; mi dispiace anche di aver sbranato il tuo buon cavallo. Bene! siediti su di me, sul lupo grigio, e dimmi dove vuoi andare e perché». Il principe Ivan disse al lupo grigio dove doveva andare; e il lupo grigio lo portava più veloce del cavallo e dopo un po’, per l’appunto di notte, condusse il principe Ivan ai piedi di un muro di pietra non molto alto, si fermò e disse: «Allora, principe Ivan, scendi dalla mia schiena di lupo grigio e arrampicati oltre questo muro di pietra; là, oltre il muro, c’è un girdino, e in quel giardino c’è l’uccello di fuoco in una gabbia d’oro. Tu prendi l’uccello di fuoco, ma non toccare la gabbia d’oro; se prenderai la gabbia, allora non potrai mai più andartene di qui: ti prenderanno subito!». Il principe Ivan entrò nel giardino, dopo aver superato il muro, vide l’uccello di fuoco nella gabbia d’oro, che gli piacque enormemente. Tirò fuori l’uccello dalla gabbia e tornò indietro, ma poi cambiò idea e si disse: «Se prendo l’uccello di fuoco senza la gabbia, dove lo metterò?». Tornò sui suoi passi e appena ebbe staccato la gabbia d’oro, allora improvvisamente si sentì un colpo e un tuono in tutto il girdino, poiché a quella gabbia d’oro erano collegate delle corde. Le guardie subito si svegliarono, corsero nel giardino, presero il principe Ivan con l’uccello di fuoco e lo portarono al loro zar, che si chiamava Dolmat. Lo zar Dolmat si adirò molto col principe Ivan e gli gridò irato con voce tonante: «Non ti vergogni, ragazzo, di rubare? Chi sei, di che paese, chi è tuo padre e come ti chiami?». Il principe Ivan gli rispose: «Vengo dal reame di Vyslav, sono il figlio dello zar Vyslav Andronovič e mi chiamo principe Ivan. Il tuo uccello di fuoco aveva preso l’abitudine di volare nel nostro giardino ogni notte, e coglieva dal melo preferito di mio padre delle melucce d’oro, e ha rovinato quasi tutto l’albero; per questo mio padre mi ha mandato a cercare l’uccello di fuoco, che gli devo portare». «Senti un po’ ragazzo, principe Ivan» riprese lo zar Dolmat «è forse bello fare quello che hai fatto? Se tu fossi venuto da me, io ti avrei dato l’uccello di fuoco con le buone; e ora ti farebbe piacere che io facessi sapere dele tue malefatte in tutto il paese, di come sei entrato con la forza nel mio regno? Senti, principe Ivan! Se tu mi rendi un servizio, andando in una terra ai confini del mondo, in un paese ai confini del mondo, e riesci a portarmi il cavallo con la criniera d’oro dello zar Afron, allora io mi dimenticherò della tua colpa e ti darò con piacere l’uccello di fuoco; ma se non riuscirai a portare a termine questo servizio, allora farò sapere in tutto il regno che tu sei un miserabile ladro». Il principe Ivan si ritirò dallo zar Dolmat molto afflitto, dopo avergli promesso di portargli il cavallo dalla criniera d’oro.
Arrivò dal lupo grigio e gli raccontò tutto quello che lo zar Dolmat gli aveva detto: «Salute a te, ragazzo, principe Ivan!» gli rispose il lupo grigio. «Perché non hai dato ascolto alle mie parole e hai preso la gabbia d’oro?». «Sono colpevole di fronte a te», disse al lupo il principe Ivan. «Bene, sia!» rispose il lupo grigio. «Siediti su di me, sul lupo grigio; io ti porterò dove devi andare». Il principe Ivan sedette sulla schiena del lupo grigio; e il lupo si mise a correre tanto velocemente quanto una freccia, e, dopo aver corso un mese o un anno, alla fine arrivò nel regno dello zar Afron di notte. E, avvicinatosi alle scuderie reali di pietra bianca, il lupo grigio disse al principe Ivan: «Vai, principe Ivan, in quelle scuderie di pietra bianca (in questo momento i palafrenieri di guardia dormono della grossa!) e prenditi il cavallo con la criniera d’oro. Là su una parete è appesa una briglia d’oro, tu non prenderla o mal te ne incoglierà». Il principe Ivan entrò nelle scuderie di pietra bianca, prese il cavallo e stava per tornare indietro; ma vide sulla parete la briglia d’oro e gli piacque a tal punto che la tirò giù dal chiodo, e appena l’ebbe tirata giù, improvvisamente si sentì un colpo e un tuono in tutte le scuderie, perché a quella briglia erano collegate delle corde. Subito i palafrenieri di guardia si svegliarono, accorsero, presero il principe Ivan e lo portarono dallo zar Afron. lo zar Afron cominciò a chiedergli: «Salute a te, ragazzo! Dimmi, di che paese sei, chi è tuo padre e come ti chiami?». Allora gli rispose il principe Ivan: «Vengo dal reame di Vyslav, sono il figlio dello zar Vyslav Andronovič e mi chiamo principe Ivan». «Oh, ragazzo, principe Ivan!» gli disse lo zar Afron. «L’azione che hai commesso è forse degna di un cavaliere d’onore. Se tu fossi venuto da me, io ti avrei dato il cavallo dalla criniera d’oro con le buone. E ora ti farebbe piacere che io facessi sapere delle tue malefatte in tutto il paese, di come sei entrato con la forza nel mio regno? Senti, principe Ivan! Se tu mi rendi un servizio, andando in una terra ai confini del mondo, in un regno ai confini del mondo, e riesci a portarmi la principessa elena la Bella, che amo da tempo e con tutta l’anima, ma che non sono riuscito ad avere, allora io mi dimenticherò della tua colpa e ti darò con piacere il cavallo dalla criniera d’oro con la briglia d’oro. Ma se non riuscirai a portare a termine questo servizio, allora farò sapere in tutto il regno che sei un miserabile ladro, e farò stampare tutti i particolari sul modo in cui ti sei indegnamente comportato nel mio reame». Allora il principe Ivan promise allo zar Afron di portargli la principessa Elena la Bella, e poi uscì dal palazzo piangendo amaramente.
Arrivò dal lupo grigio e gli raccontò tutto quello che gli era successo. «Salute a te, ragazzo, principe Ivan!» gli rispose il lupo grigio. «Perché non hai dato ascolto alle mie parole e hai preso la briglia d’oro?» «Sono colpevole di fronte a te», disse al lupo il principe Ivan. «Bene, sia!» continuò il lupo grigio. «Siediti su di me, sul lupo grigio; io ti porterò dove devi andare». Il principe Ivan sedette sulla schiena del lupo grigio; e il lupo si mise a correre tanto velocemente quanto una freccia, e corse, come si può raccontare in una favola, per un po’ di tempo e, finalmente, arrivò nel regno della principessa Elena la Bella. E, avvicinatosi al cancello d’oro che circondava un meraviglioso giardino, il lupo disse al principe Ivan: «Allora, principe Ivan, ora scendi dalla mia schiena di lupo grigio, e torna indietro per quella strada per la quale siamo venuti fin qui, e aspettami in aperta campagna sotto una quercia verde». Il principe Ivan si avviò dove gli era stato detto. Il lupo grigio, invece, sedette accanto al cancello d’oro e si mise ad aspettare il momento in cui la principessa Elena la Bella sarebbe andata a passeggiare nel giardino. Verso sera, quando il solicello cominciò ad abbassarsi verso occidente e per questo l’aria non era più molto calda, la principessa Elena la Bella andò nel giardino a passeggiare con le sue governanti e le sue dame di compagnia. quando uscì in giardino e si avvicinò al luogo in cui c’era il lupo grigio, oltre il cancello, improvvisamente il lupo grigio scavalcò con un salto il cancello nel giardino e afferrò la principessa Elena la Bella, con un salto tornò indietro e si mise a correre con lei a perdifiato. Arrivò in aperta campagna, sotto la quercia verde, dove lo stava aspettando il principe Ivan, e gli disse: «Principe Ivan, siediti in fretta su di me, sul lupo grigio!». Il principe Ivan sedette su di lui, e il lupo grigio portò di corsa tutti e due verso il regno dello zar Afron. le governanti, le balie e tutte le dame di compagnia che stavano passeggiando nel giardino con la bella principessa Elena rientrarono subito a palazzo e mandarono all’inseguimento dei cavalieri per raggiungere il lupo grigio; ma per quanto gli inseguitori corressero, non poterono raggiungerlo e tornarono indietro.
Il principe Ivan, sedendo in groppa al lupo grigio con la bella principessa Elena, si innamorò follemente di lei, e lei del principe Ivan; e quando il lupo grigio arrivò nel regno dello zar Afron e il principe Ivan avrebbe dovuto portare la bella principessa Elena a palazzo e darla allo zar, allora il principe si addolorò molto e iniziò a piangere come una fontana. Il lupo grigio gli chiese: «Perché piangi, principe Ivan?». Al che il pricnipe Ivan gli rispose: «Amico mio, lupo grigio! E come posso io, bravo giovane, non piangere e non affliggermi? Amo con tutto il cuore la bella principessa Elena, e ora la devo consegnare allo zar Afron per avere il cavallo dalla criniera d’oro, e se non gliela consegnerò, allora lo zar Afron mi disonorerà in tutti i paesi». «Ti ho reso moli servizi, pricnipe Ivan» disse il lupo grigio «ti aiuterò anche stavolta. Senti, principe Ivan: io mi trasformerò nella bella principessa Elena, tu portami allo zar Afron e prendi il cavallo dalla criniera d’oro; lui crederà che io sia la vera principessa. E quando salirai in groppa al cavallo dalla crniera d’oro e galopperai lontano, allora chiederò allo zar Afron di fare una passeggiata in campagna, e appena mi avrà lasciato con le balie e le governanti e tutte le dame di compagnia e sarò con loro in aperta campagna, allora ricordati di e e io sarò di nuovo accanto a te». Il lupo grigio parlò così, si gettò sull’umida terra e divenne la bella principessa Elena: nessuno avrebbe potuto sospettare che non era lei. Il principe Ivan prese il lupo grigio, andò al palazzo dello zar Afron e disse alla bella principessa Elena di aspettarlo poco fuori della città. Quando il principe Ivan arrivò dallo zar Afron con la falsa Elena la Bella, lo zar in cuor suo si rallegrò assai di aver ottenuto il tesoro che da tempo desiderava. Ricevette la falsa principessa e in cambio consegnò al principe Ivan il cavallo dalla criniera d’oro. Il principe Ivan salì in groppa al cavallo e uscì dalla città; fece salire con lui anche Elena la Bella e si mise in marcia verso il regno dello zar Dolmat. Il lupo grigio resta dallo zar Afron un giorno, un secondo e un terzo al posto della bella principessa Elena; ma il quarto giorno andò dallo zar Afron a chiedergli di fare una passeggiata in aperta campagna, per attenuare la propria struggente nostalgia. Gli risposa lo zar Afron: «Ah, mia bella principessa Elena! Farò qualsiasi cosa per te, ti lascerò passeggiare in aperta campagna». E subito ordinò a balie e governanti e a tutte le dame di compagnia di andare con la bella principessa a passeggiare in campagna.
intanto il principe Ivan cavalcava con Elena la Bella, chiacchierava con lei e si dimenticò completamente del lupo grigio; ma poi gli venne in mente: «Ah, dov’è il mio lupo grigio?». Improvvisamente, da non si sa dove, apparve davanti al principe Ivan e gli disse: «Siediti, principe Ivan, su di me, sul lupo grigio, e che la bella principessa vada sul cavallo dalla criniera d’oro». Il principe Ivan sedette sul lupo grigio, e cavalcarono verso il regno dello zar Dolmat. Passarono ore o mesi, arrivarono in quel regno, ma si fermarono a tre verste dalla città. Il principe Ivan prese a chiedere al lupo grigio: «Senti, amico mio caro, lupo grigio! Mi hai reso molti servizi, aiutami per l’ultima volta, ecco quale sarà il tuo compito: non potresti trasformarti in cavallo dalla criniera d’oro al posto di questo? Perché non vorrei separarmi da questo cavallo dalla criniera d’oro». Improvvisamente il lupo grigio si gettò sull’umida terra e divenne un cavallo dalla criniera d’oro. Il principe Ivan, dopo aver lasciato la bella principessa Elena in un verde prato, sedette sul lupo grigio e andò a palazzo dallo zar Dolmat. Appena arrivò là, lo zar Dolmat vide che il principe Ivan montava il cavallo dalla criniera d’oro, si rallegrò assai, subito uscì dai suoi appartamenti, accolse il principe nel vasto cortile, lo baciò sulle labbra zuccherine, lo prese per la mano destra e lo condusse nel suo palazzo di pietra bianca. lo zar Dolmat era talmente felice che ordinò di organizzare un banchetto, così sedettero a dei tavoli di quercia, coperti di tovaglie arabescate; bevvero, mangiarono, fecero baldoria e si divertirono per due giorni, e il terzo giorno lo zar Dolmat consegnò al principe Ivan l’uccello di fuoco con la gabbia d’oro. Il principe prese l’uccello di fuoco, uscì dalla città, sedette sul cavallo dalla criniera d’oro insieme alla bella principessa Elena e si mise in cammino verso la sua patria, verso il regno dello zar Vyslav Andronovič. lo zar Dolmat, il giorno dopo, volle provare a fare un giro col suo cavallo dalla criniera d’oro in campagna; ordinò di sellarlo, poi lo montò e andò in aperta campagna; l’aveva appena mandato al galoppo, che quello si scosse di dosso lo zar Dolmat e, ritornato a essere un lupo grigio, si mise a correre e raggiunse il principe Ivan. «Principe Ivan!» disse. «Siediti su di me, sul lupo grigio, e la principessa Elena la Bella vada sul cavallo dalla criniera d’oro». Il principe Ivan si sedette sul lupo grigio e continuarono per la loro strada. Appena il lupo grigio ebbe riportato il principe Ivan in quei luoghi in cui aveva sbranato il suo cavallo, si fermò e disse: «Allora, principe Ivan, ti ho servito con fedeltà e lealtà. in questo punto ho squarciato il tuo cavallo in due, fino a questo punto ti ho riportato. Scendi dalla mia schiena di lupo grigio, ora hai un cavallo dalla criniera d’oro, quindi montagli in groppa e vai dove devi; io non ti sono più servo». Il lupo grigio disse queste parole e corse via; il principe Ivan pianse lacrime amare per il lupo grigio e poi si rimise in marcia con la bella principessa.
Cavalcò giorni o mesi con la bella principessa Elena sul cavallo dalla criniera d’oro e, arrivato a venti verste dal suo regno, si fermò, scese dal cavallo e, insieme alla bella principessa, si stese a riposare sotto un albero, al riparo dal caldo; attaccò il cavallo dalla criniera d’oro all’albero, e mise accanto a sé la gabbia con l’uccello di fuoco. Stesi sulla tenera erba e parlando d’amore, si addormentarono della grossa. nel frattempo i fratelli del principe Ivan, i principi Dimitrij e Vasilij, dopo aver cavalcato per diversi paesi senza aver trovato l’uccello di fuoco, stavano tornando a casa a mani vuote; per caso si imbatterono nel loro fratello che dormiva, il principe Ivan, e nella bella principessa Elena. Vedendo pascolare il cavallo dalla criniera d’or, ne restarono affascinati e decisero di ammazzare il fratello principe Ivan. Il principe Dimitrij sfoderò la sua spada, sgozzò il principe Ivan e lo fece a pezzettini; poi svegliò la bella principessa Elena e cominciò a chiederle: «Bella fanciulla! Di che paese sei, di chi sei figlia e come ti chiami?». La bella principessa Elena, vedendo il principe Ivan morto, si spaventò enormemente, cominciò a piangere a calde lacrime e tra le lacrime disse: «Sono la principessa Elena la Bella, e mi ha conquistata il principe Ivan, che avete ucciso barbaramente. Se foste stati dei cavalieri leali, sareste andati con lui in campo aperto e l’avreste vinto da vivo, invece l’avete ucciso mentre dormiva e quale merito vi siete acquistati? Un uomo che dorme è come un uomo morto!». Allora il principe Dimitrij mise la sua spada al cuore della bella principessa Elena e le disse: «Ascolta, Elena la Bella! Ora sei nelle nostre mani; ti porteremo da nostro padre, lo zar Vyslav Andronovič, e tu devi dirgli che ti abbiamo conquistato noi, insieme all’uccello di fuoco e al cavallo dalla criniera d’oro. Se non dirai così, ti ammazzeremo subito!». La bella principessa Elena, spaventata a morte, promise loro e giurò su tutti i santi che avrebbe detto quel che volevano. Allora il principe Dimitrij e il principe Vasilij si giocarono la bella principessa Elena e il cavallo dalla criniera d’oro. E il cso volle che la bella principessa Elena toccasse al principe Vasilij, mentre il principe Dimitrij salì sul cavallo dalla criniera d’oro e prese l’uccello di fuoco, per consegnarlo al padre, lo zar Vyslav Andronovič, e si misero in marcia.
Il principe Ivan giaceva morto in quel luogo da esattamente trenta giorni, quando passò di lì il lupo grigio e riconobbe dall’odore il principe Ivan. Voleva aiutarlo, resuscitarlo, ma non sapeva come fare. In quel momento vide il lupo grigio un corvo e i suoi due piccoli, che volavano sul cadavere e volevano scendere a terra e mangiarsi la carne del principe Ivan. Il lupo grigio si nascose dietro un cespuglio, e non appena i corvetti furono scesi a terra e ebbero cominciato a beccare il corpo del principe Ivan, quello saltò fuori da dietro il cespuglio, afferrò un corvetto e fece finta di volerlo squarciare in due. Allora il corvo scese a terra, si posò non lontano dal lupo grigio e gli disse: «Salute a te, lupo grigio! Non far del male al mio figlio più piccolo, lui non ti ha fatto niente». «Ascolta, Corvo Corvonič!» rispose il lupo grigio. «Io non toccherò il tuo figlioletto e lo lascerò andare sano e salvo, se tu mi farai un piacere: vola oltre i confini del mondo, in un paese lontanissimo e portami l’acqua della vita e l’acqua della morte». Al che Corvo Corvonič disse al lupo grigio: «Io ti farò questo servizio, a patto che tu non tocchi il mio piccolo». Dette queste parole, il corvo volò via e presto sparì alla vista. Il terzo giorno tornò il corvo e portò con sé due ampolline: in una c’era l’acqua della vita, nell’altra quella della morte, e diede le ampolline al lupo grigio. Il lupo grigio prese le ampolline, squarciò il corvetto in due, lo bagno con l’acqua della morte e subito il corvetto tornò intero, lo bagnò con l’acqua della vita — il corvetto sussultò e volò via. Poi il lupo grigio bagnò il principe Ivan con l’acqua della morte — il suo corpo si saldò, lo bagnò con l’acqua della vita — il principe Ivan si alzò in piedi e disse: «Ah, quanto ho dormito a lungo!». Al che gli disse il lupo grigio: «Sì, principe Ivan, avresti dormito in eterno se non ci fossi stato io; infatti i tuoi fratelli ti hanno ucciso e si sono portati via e la bella principessa Elena, e il cavallo dalla criniera d’oro, e l’uccello di fuoco. Ora affrettati il più possibile verso la tua patria; tuo fratello, il principe Vasilij, sposa oggi la tua promessa, la bella principessa Elena. E per arrivare là più in fretta, è meglio se ti siedi su di me, sul lupo grigio; il lupo si mise a correre con lui sulle spalle verso il regno dello zar Vyslav Andronovič, e, quanto corse non si sa, giunse in città. Il principe Ivan scese dal lupo grigio, entrò in città e, arrivato a palazzo, trovò che suo fratello, il principe Vasilij, aveva sposato la bella Elena: era tornato con lei dalle nozze e sedeva a tavola. Il principe Ivan entrò nel palazzo e non appena Elena la Bella lo vide, subito si alzò di scatto dal tavolo, prese a baciarlo sulle labbra zuccherine e gridò: «Ecco il mio amato fidanzato, il principe Ivan, e non quello scellerato che siede a tavola!». Allora lo zar Vyslav Andronovič si alzò dal posto e iniziò a chiedere alla bella principessa Elena cosa significava, di cosa stava parlando? Elena la Bella gli raccontò tutta la santa verità, come erano andate le cose: come il principe Ivan aveva conquistato lei, il cavallo dalla criniera d’oro e l’uccello di fuoco, come i fratelli maggiori lo avevano ucciso mentre dormiva e come avevano spaventato lei perché dicesse che erano stati loro a trovare tutte quelle meraviglie. Lo zar Vyslav si adirò terribilmente con i principi Dimitrij e Vasilij e li fece mettere in prigione; il principe Ivan, invece, sposò la bella principessa Elena e visse con lei felice e contento, tanto che non potevano stare nemmeno un minuto l’uno senza l’altra.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Vasilisa la Bella

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In un reame, c’era una volta un mercante. In dodici anni di matrimonio, aveva avuto solamente una figlia, Vasilisa la Bella. Quando la madre morì, la bambina aveva otto anni. In punto di morte, la donna chiamò a sé la figlia, tirò fuori da sotto la coperta una bambola, gliela diede e disse: «Ascolta, mia piccola Vasilisa! Ricorda e segui le mie ultime parole. Io sto per morire e insieme alla benedizione materna ti lascio questa bambola; tienila sempre con te e non la mostrare a nessuno; se ti dovesse succedere qualche disgrazia, dalle da mangiare e chiedile consiglio. Una volta rifocillata, ti dirà come rimediare alla sventura». Dopodiché la madre baciò la figlioletta e morì.
Dopo la morte della moglie, il mercante portò il lutto quanto si conveniva, ma poi iniziò a pensare di risposarsi. Era una brava persona; i partiti non mancavano, ma una vedovella gli piacque più delle altre. Non era più giovanissima, aveva anche due figlie, più o meno della stessa età di Vasilisa: doveva dunque essere una donna di casa e una madre esperta. Il mercante sposò la vedovella, ma aveva fatto un errore: non aveva trovato in lei una buona madre per la sua Vasilisa. Vasilisa era la più bella ragazzina del villaggio; la matrigna e le sorellastre erano gelose della sua bellezza, la tormentavano con tutti i lavori possibili e immaginabili, perché si sciupasse a forza di faticare e le diventasse la pelle scura per il sole e per il vento; non era certo vita la sua!
Vasilisa sopportava tutto senza protestare e di giorno in giorno diventava più bella e più fiorente, mentre la matrigna e le sue figlie si rinsecchivano e si imbruttivano per la cattiveria, nonostante stesserosempre sedute e con le mani in mano, come delle signore. Com’era possibile tutto questo? Vasilisa era aiutata dalla sua bambola. Altrimenti, come se la sarebbe cavata la bambina con tutto quel lavoro? Per questo, Vasilisa, a volte, non finiva di mangiare e lasciava il boccone più prelibato alla bambolina, e di sera, quando tutti si mettevano a letto, si chiudeva nello sgabuzzino dove viveva e le dava da mangiare, dicendo: «Tieni, bambolina, mangia, mio bene, ascolta il racconto delle mie pene! Abito in casa di papà, ma non vedo per me felicità; la matrigna cattiva mi perseguita fin dall’alba. Insegnami come agire, come a vivere riuscire». La bambolina si rifocillava, e poi le dava dei consigli, la riconfortava, e il mattino dopo sbrigava tutte le faccende al posto di Vasilisa; lei, intanto, si riposava al freschetto, raccoglieva un bel mazzetto, mentre l’orto era curato, e il cavolo innaffiato, e l’acqua portata, e la stufa accesa. La bambolina mostrò perfino a Vasilisa un’erba per proteggere la pelle dal sole. Bella la vita con la bambolina.
Passarono alcuni anni; Vasilisa crenne e divenne una ragazza da marito. Tutti i ragazzi in città chiedono la mano di Vasilisa; alle figlie della matrigna nessuno dà nemeno un’occhiata. La matrigna si incattivisce più di prima e risponde a tutti i pretendenti: «Non farò sposare la minore prima delle altre due!», e quando i ragazzi se ne vanno, sfoga la sua collera su Vasilisa picchiandola.
Un giorno, il mercante fu costretto a partire per un lungo viaggio d’affari. La matrigna si trasferì in un’altra casa, e accanto a questa casa c’era un fitto bosco, e nel bosco, in una radura, c’era una capanna, e nella capanna viveva una baba-jaga: non lasciava avvicinare nessuno e mangiava la gente, come fossero polli. Fatto il trasloco, la moglie del mercante trovava mille scuse per mandare l’odiata Vasilisa nel bosco, ma lei tornava sempre a casa sana e salva: la bambolina le indicava la strada e non la lasciava avvicinare alla capanna della baba-jaga.
Arrivò l’autunno. La matrigna distribuì alle tre ragazze il lavoro serale: una fu incaricata di tessere del pizzo, l’altra di fare la calza, Vasilisa, invece, di filare, a ognuna insomma un compito. Spense tutte le luci della casa, lasciò solo una candela là dove lavoravano le ragazze, e se ne andò a letto. Le ragazze lavoravano. Ecco che la fiamma della candela si abbassò; una delle figlie della matrigna prese una pinza per smoccolare lo stoppino, ma invece, su ordine della madre, spense la candela come per caso. «Che facciamo adesso?» dicevano le ragazze. «Non c’è più luce da nessuna parte in casa, e i nostri compiti non sono finiti. Bisogna correre a prendere del fuoco dalla baba-jaga». «A me fanno luce le spille!» disse quella che tesseva il pizzo. «Io non ci vado». «Nemmeno io ci vado» disse quella che faceva la calza. «A me fanno luce i ferri!» «Devi andarci tu» gridarono tutte e due. «Vai dalla baba-jaga!», e spingevano Vasilisa fuori dalla stanza.
Vasilisa andò nel suo ripostiglio, mise davanti alla bambolina la cena preparata e disse: «Tieni, bambolina, mangia, mio bene, ascolta il racconto delle mie pene: vogliono mandarmi a prendere il fuoco dalla baba-jaga; la baba-jaga mi mangerà!». La bambolina mangiò tutto,e gli occhi le brillavano come due stelle. «Non temere, mia piccola Vasilisa!» disse. «Vai dove ti mandano, ma tienimi sempre con te. Con me accanto non ti succederà niente dalla baba-jaga». Vasilisa si preparò, si mise la bambolina nella tasca e, dopo essersi fatta il segno della corce, andò nella foresta selvaggia.
Cammina e trema. All’improvviso la supera un cavaliere: bianco, vestito di bianco, su un cavallo bianco ornato da finimenti bianchi: iniziò ad albeggiare.Cammina ancora e la supera un altro cavaliere: rosso, vestito di rosso, su un cavallo rosso: iniziò a spuntare il sole.
Vasilisa camminò tutta la notte e tutto il giorno, solo la sera successiva sbucò nella radura dove stava l’izbà della baba-jaga; la palizzata intorno all’izbà era di ossa umane, sulla palizzata c’erano dei teschi con gli occhi; al posto dei battenti del portone — gambe umane, al posto dei chiavistelli — mani, al posto del lucchetto — una bocca con denti aguzzi. Vasilisa allibì per l’orrore e rimase di sasso. All’improvviso arriva un altro cavaliere: nero, vestito di nero, su un cavallo nero; galoppò fino al portone della baba-jaga e sparì, come se la terra l’avesse inghiottito: si fece notte. Ma l’oscurità non durò a lungo; a tutti i teschi della palizzata si illuminarono gli occhi, e la radura fu rischiarata a giorno. Vasilisa tremava dalla paura, ma, non sapendo dove correre, rimase là.
Presto si sentì nel bosco un terribile rumore: gli alberi crepitarono, le foglie secche scricchiolarono; uscì dal bosco la baba-jaga: in un mortaio sedeva, con il pestello frustava, con una scopa le tracce cancellava. Si avvicinò al portone, si fermò e, dopo aver annusato intorno a sé, gridò: «Puah, puah! Sento odore di russo! Chi c’è?». Vasilisa, impaurita, si avvicinò alla vecchia e, facendo un profondo inchino, disse: «Sono io, nonna! Le figlie della mia matrigna mi hanno mandata da te a chiederti del fuoco». «Bene» disse la baba-jaga «le conosco, resta qualche tempo qui da me a lavorare e allora ti darò del fuoco; altrimenti, ti mangerò!» Poi si rivolse al portone e gridò: «Ehi, chiavistelli miei solidi, tiratevi; battenti miei larghi, apritevi!». Il portone si aprì, la baba-jaga entrò fischiando; dietro di lei entrò Vasilisa, e poi di nuovo tutto si richiuse. Entrata in casa, la baba-jaga si stese e dice a Vasilisa: «Dammi un po’ qui quel che c’è nel forno: voglio mangiare».
Vasilisa accese un rametto avvicinandolo ai teschi che stavano sulla palizzata e cominciò a tirare fuori dal forno del cibo e a darlo alla baba-jaga, e il cibo sarebbe bastato per sfamare almeno dieci persone; dalla cantina portò del kvas, dell’idromele, della birra e del vino. Tutto pappò, tutto trincò la vecchia; a Vasilisa lasciò solamente un po’ di minestrina di cavoli, un tozzo di pane e un pezzettino di carne di maiale. Si mise la baba-jaga a letto a dormire e dice: «Quando domani me ne andrò, vedi il cortile di pulire, l’izbà di spazzare, il pranzo di preparare, la biancheria di stirare, poi vai al contenitore del grano, prendi un quarto di frumento e puliscilo. E che tutto sia fatto, altrimenti ti mangerò!». Dopo questo ordine la baba-jaga cominciò a russare; Vasilisa, invece, mise gli avanzi del pranzo della vecchia davanti alla bambolina, pianse amaramente e disse: «Tieni, bambolina, mangia, mio bene, ascolta il racconto delle mie pene! La baba-jaga mi ha dato un compito troppo difficile e minaccia di mangiarmi se non lo porto a termine; aiutami!». La bambola rispose: «Non temere, Vasilisa la Bella! Mangia, di’ le tue preghiere e mettiti a dormire; la notte porta consiglio!».
Di buon mattino si svegliò Vasilisa, la baba-jaga si era già alzata, e guardò dalla finestra: gli occhi dei teschi si stanno spegnendo; ecco che balenò il cavaliere bianco e albeggiò. La baba-jaga uscì nel cortile, fischiò: davanti a lei apparve il mortaio con il pestello e la scopa. Balenò il cavaliere rosso: spuntò il sole. La baba-jaga sedette nel mortaio e uscì dal cortilem col pestello frustando, con la scopa le tracce cancellando. Vasilisa rimase sola, diede un’occhiata alla casa della baba-jaga, si meravigliò per l’abbondanza di ogni cosa e rimase pensosa: in quale lavoro impegnarsi prima di tutti? Guarda, ma tutto il lavoro era già stato fatto; la bambolina aveva diviso dalla pula gli ultimi chicchi di grano. «Ah tu, mia benefattrice!» disse Vasilisa alla bambolina. «Mi hai salvata dalla sventura». «Ti è rimasto solo da preparare il pranzo» rispose la bambolina, scivolando nella tasca di Vasilisa. «Cucina con l’aiuto di Dio, poi riposati e che buon pro ti faccia!»
Verso sera, Vasilisa apparecchiò la tavola e aspetta la baba-jaga. Cominciò a imbrunire, balenò dietro il portoneil cavaliere nero: discese la notte; c’erano solo gli occhi dei teschi che facevano luce. Gli alberi crepitarono, le foglie scricchiolarono: arriva la baba-jaga. Vasilisa le andò incontro. «Hai fatto tutto?» chiede la baba-jaga. «Guarda tu stessa, nonna!», disse Vasilisa. La baba-jaga controllò tutto, si dispiacque di non aver motivo per arrabbiarsi e disse: «Va bene!». Poi gridò: «Miei fedeli servitori, amici del mio cuore, macinate il mio grano!». Apparvero sei mani, afferrarono il grano e lo portarono via. La baba-jaga mangiò a sazietà, si mise a letto a dormire e diede un nuovo ordine a Vasilisa: «Domani fai tutto quello che hai fatto oggi, ma in più prendi dal granaio semi di papavero e pulisci ogni seme dalla terra: sai, qualcuno per farmi dispetto ci ha escolato della terra!». Così disse la vecchia, si girò verso la parete e si mise a russare, mentre Vasilisa dava da mangiare alla sua bamboline. La bambolina si rifocillò e le disse le stesse cose del giorno precedente: «Prega Dio e mettiti a dormire; la notte porta consiglio, tutto sarà fatto, mia piccola Vasilisa!».
Il mattino dopo di nuovo la baba-jaga se ne andò dal cortile nel mortaio, mentre Vasilisa e la bambolina fecero subito tutto il lavoro. La vecchia tornò, controllò tutto e gridò: «Miei fedeli servitori, amici del mio cuore, ricavate dai semi di papavro dell’olio!». Apparvero le sei mani, afferrarono il papavero e lo portarono via. La baba-jaga sedette a mangiare; quella mangia e Vasilisa, in piedi, tace. «Perché non mi dici qualcosa?» disse la baba-jaga. «Te ne stai lì come se fossi muta!» «Non osavo» rispose Vasilisa «ma se me lo permetti, allora vorrei proprio chiederti una cosa». «Chiedi pure; anche se non tutte le domande sono salutari: chi sa molto invecchia presto!» «Vorrei chiederti, nonna, solamente di una cosa che ho visto: mentre venivo da te, mi ha oltrepassata un cavaliere su un cavallo bianco, bianco anche lui e con un vestito bianco: chi era?» «Era il mio giorno chiaro», rispose la baba-jaga. «Poi mi ha oltrepassata un altro cavaliere, su un cavallo rosso, rosso anche lui e vestito tutto di rosso; e quello chi era?» «Era il mio sole ardente!», rispose la baba-jaga. «E chi era un cavaliere nero, che mi ha oltrepassata proprio sul tuo portone, nonna?» «Era la mia notte scura: tutti sono miei fedeli servitori!»
Vasilisa si ricordò delle sei mani e tacque. «Perché non mi chiedi qualche altra cosa?», disse la baba-jaga. «Mi basta così; tu stessa hai detto, nonna, che chi sa molto invecchia presto». «Hai fatto bene»disse la baba-jaga «a chiedere solo di quello che hai visto fuori del cortile e non nel cortile! Non i piace che la gente ficchi il naso nei miei affari, e quanti curiosi ho mangiato! Ora sono io a farti una domanda: come ce la fai a finire tutto il lavoro che ti do da fare?» «Mi aiuta la benedizione della mia mamma», rispose Vasilisa. «È dunque questo! Sparisci dalla mia vista, figlia benedetta! Non ho bisogno di gente benedetta». Trascinò Vasilisa fuori dalla casa e la spinse fuori dal portone, dopo aver preso dalla palizzata uno dei teschi con gli occhi fiammeggianti e averglielo dato, conficcato su un palo, dicendo: «Eccoti il fuoco per le figlie della tua matrigna, prendilo; è per questo, no, che ti hanno mandata qui».
Vasilisa si incamminò verso casa alla luce del teschio, che si spense solamente alle prime luci dell’alba, e, alla fine, la sera del secondo giorno, giunse a casa sua. Avvicinandosi al portone, voleva gettare il teschio: “Probabilmente a casa” pensa “non avranno più bisogno di fuoco”. Ma all’improvviso sentì una debole voce provenire dal teschio: «Non mi gettare, portami alla matrigna!«.
Lei guardò verso la casa della matrigna e, non vedendo luce a nessuna delle finestre, si decise ad andare là col teschio. Per la prima volta la accolsero affettuosamente e le raccontarono che, da quando se ne era andata, non avevano più avuto luce in casa: non erano riuscite in nessun modo ad avere della luce, perché anche il fuoco preso dai vicini si spegneva non appena lo portavano dentro. «Forse il tuo fuoco resisterà!», disse la matrigna. portarono il teschio nella stanza; gli occhi del teschio fissano in un modo la matrigna e le sue figlie, e fiammeggiano in un modo! Quelle si nascondevano, ma ovunque si mettevano, gli occhi le seguivano; verso mattino erano carbonizzate in un angolo; solo Vasilisa era stata risparmiata.
Al mattino, Vasilisa sotterrò il teschio, chiuse la casa a chiave, andò in città e chiese alloggio a una vecchietta senza famiglia; se ne sta là e aspetta il ritorno del padre. Un giorno dice alla vecchietta: «Mi sono annoiata di stare senza far niente, nonna! Esci, comprami il miglior lino che c’è; almeno filerò». La vecchietta comprò il miglior lino; Vasilisa si mise al lavoro, che procedeva a meraviglia, e ottenne un filo talmente uniforme e sottile da sembrare un capello. Quando ebbe filato a sufficienza per poter tessere della stoffa, non si trovò un telaio che fosse adatto al filo di Vasilisa; nessuno si sente in grado di farlo. Vasilisa chiese consiglio alla sua bambolina, che dice: «Portami un qualsiasi telaio vecchio, una vecchia spola e un crine di cavallo; io ti confezionerò ciò che vuoi».
Vasilisa si procuròtutto quel che serviva e si mise a dormire, mentre la bambola durante la notte preparò un macchinario perfetto. Alla fine dell’inverno fu pronta anche la tela, e così fine che la si sarebbe potuta far passare per la cruna di un ago al posto del filo. In primavera tinsero di bianco la tela, e Vasilisa dice alla vecchia: «Vendi, nonna, questa tela e tieniti i soldi». La vecchia diede un’occhiata alla stoffa e esclamò: «No, bambina! Una tela simile è degna solamente dello zar, la porterò a palazzo». Andò la vecchia a palazzo reale e si mette a fare vanti e indietro sotto le finestre. La vide lo zar e chiese: «Che vuoi, vecchietta?». «Vostra Altezza Reale» risponde la vecchia «ho portato una mercanzia meravigliosa; non voglio mostrarla ad altri se non a te». Lo zar ordinò di far entrare la vecchia e quando vide la tela trasecolò. «Quanto ne vuoi?», chiese lo zar. «Non ha prezzo, mio sovrano! Te l’ho portata in dono». Lo zar ringraziò e mandò via la vecchia carica di regali.
Volevano utilizzare quella tela per fare delle camicie allo zar, le tagliarono, ma non poterono trovare da nessuna parte una sarta in grado di cucirle. A lungo cercarono; alla fine lo zar fece chiamare la vecchia e disse: «Visto che sei stata capace di filare e di tessere una simile tela, saprai anche farne delle camicie». «Non sono stata io, sovrano, a filare e a tessere questa tela» disse la vecchia «è stata la mia figlia adottiva». «Allora che le cucia lei!» Tornò la vecchietta a casa e raccontò tutto a Vasilisa. «Sapevo» le dice Vasilisa «che questo era un lavoro per le mie mani». Si chiuse nella sua camera e si mise all’opera; cucì senza sosta e presto una dozzina di camicie fu pronta.
La vecchia portò le camicie allo zar, mentre Vasilisa si lavò, si pettinò, si vestì e sedette sotto la finestra. Se ne sta seduta e aspetta gli avvenimenti. Vede che arriva nel cortile della vecchia un servitore dello zar; entrò nella stanza e dice: «Il sovrano vuole vedere l’abile sarta che ha cucitole sue camicie e ricompensarla con le sue mani regali». Andò Vasilisa e si presentò agli occhi dello zar. Come lo zar vide Vasilisa la Bella, subito si innamorò perdutamente di lei. «No» dice «bellezza mia! Non mi separerò mai da te; tu sarai mia moglie». Allora prese lo zar Vasilisa per le bianche mani, la fece sedere accanto a sé e lì celebrarono le nozze. Presto tornò anche il padre di Vasilisa, si rallegrò del destino della figlia e rimase a vivere con lei. Vasilisa tenne con sé nche la vecchietta e portò sempre in tasca la bambolina fino alla fine dei suoi giorni.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Galleggiando nella tempesta

ALIVE
SIA

 

Luna nuova, settimana nuova, eventi nuovi, purtroppo alcuni molto dolorosi, dinamiche nuove, inevitabili, emozioni nuove, conseguenti.
Io, però, sono rimasta quella “vecchia” e temo che questo non si incastri affatto con tutte le novità recenti.

Non ricordo l’ultima volta che ho saltato l’appuntamento con la fiaba russa del mercoledì, eppure la settimana scorsa è successo e, per quanto stupido sia questo episodio, mi ha in qualche modo destabilizzata.
Un’opportunità di lavoro, tanto inaspettata quanto urgente, ha fatto sì che non avessi il tempo materiale di trascriverla. Il punto è che l’unico modo per non perdersi l’avventura di un nuovo viaggio è farsi trovare a bordo quando la nave salpa, anche se la partenza ci coglie impreaparati, magari addirittura in un momento difficile, ed è proprio quello che ho fatto: ho colto la palla al balzo.

Per quanto mi riguarda, ho la sensazione di non essere mai abbastanza pronta, nemmeno quando le svolte inattese sono positive: mi enatusiasmano, di sicuro portano con sé una buona dose di conforto e fiducia nel futuro, ma quasi sempre mi sfiniscono, lasciandomi esausta, perché quando le energie mancano, mancano per tutto, anche per le cose belle.

Questo fine setimana è stato così: un’accozzaglia confusa di cambiamenti irreversibili, perdite irreparabili a fronte di piccolissimi e timidi passi avanti, che fanno di oggi un lunedì diverso dagli altri, caratterizzato da un equlibrio perverso fra aspettative, aspirazioni, paure e la frustrante consapevolezza di avere un potere decisionale pressoché nullo su ciò che la vita ha in serbo per noi.
L’unica strategia papabile per restare a galla è affidarsi al buon senso e all’istinto di sopravvivenza, mentre tutto intorno imperversa la tempesta.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Crederci è tutta un’altra cosa

gelo-морозко

 

I programmi per il fine settimana scorso prevedevano solo qualche commissione e un piccolo evento letterario locale, invece il tutto si è trasformato in una full immersion fra persone che, seppur dopo mille peripezie, “ce l’hanno fatta”, come si usa dire.

Forse, dopo tanto tempo, ho ripreso a sentire di nuovo mia la convinzione che, per riuscire in qualcosa, bisogna innanzi tutto crederci davvero.
Negli ultimi mesi di sicuro non ho mai smesso di sperarci, questo no, ma crederci… crederci è tutta un’altra cosa.

Allora… Ci sono un barman, una commerciante e uno scrittore… Potrebbe sembrare l’inizio di una di quelle storielle divertenti che in genere giocano sulle differenze fra le varie nazionalità, invece è tutto vero. Tre persone molto diverse fra loro, ma accomunate dal non essersi arrese, dall’incrollabile volontà di tagliare il traguardo che si erano prefisse e dall’avere, infine, raggiunto ognuna il proprio obiettivo.

Quello che conta, quindi, è tenere duro, non mollare mai.
Chi se ne frega se le mani tremano, le articolazioni urlano, gli occhi si annebbiano, il naso e le gengive sanguinano: io continuo a scrivere.
Ho capito che, almeno per il momento, non conta il “cosa”: di quello mi preoccuperò quando tenere in mano la penna, o pigiare sui tasti del computer, sarà tornata a essere una delle conditio sine qua non per il “normale” svolgimento delle mie giornate.
Si tratta di “oliare” tutta una serie di vecchi ingranaggi per poterli rimettere in moto e poi lasciare che gli eventi facciano il loro corso.

Se c’è qualcosa che l’AnarcoPatia mi ha insegnato, quel qualcosa sono pazienza e forza di volontà nell’essere costante, perfino nelle dinamiche spiacevoli e obbligate legate alla malattia, quindi ora il punto sta nel trovare le energie per mettere in pratica questi insegnamenti anche in relazione alle cose fatte per scelta, quelle che mi permettono di tirare il fiato, che mi fanno sorridere e mi riempiono di entusiasmo, gioia e serenità.

La mia sensazione è che questa ricerca sarà lunga e, spesso, difficoltosa, ma pur iniziando a metabolizzare il concetto del “vivere qui e ora”, che domani chissà se avremo ancora le stesse opportunità, sono convinta di avere ancora un sacco di cose da fare, quindi, per l’ennesima volta, al bando l’ipotesi della resa, e forse, questa volta, sto iniziando a crederci davvero.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Il gatto e la volpe

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C’era una volta un contadino che aveva un gatto, ma talmente discolo da non credere! Il contadino ne ebbe abbastanza. Pensa che ti ripensa, il contadino prese il gatto, lo mise in un sacco, che annodò e portò nel bosco. Ce lo portò e lo piantò nel bosco: che sparisca! il gatto camminò, camminò e arrivò a una capannuccia, dove viveva un guardaboschi; si arrampicò nel solaio e se ne sta come unpascià. Quando vuole mangiare, va nel bosco a caccia di uccelletti e di topi, mangia a sazietà e si rimette nel solaio, senza nessun problema.
Un giorno che il gatto se ne andava a spasso, incontrò una volpe, che si stupì di vedere un gatto: «Da tanti anni vivo nel bosco, ma non ho mai visto un animale simile». Fec un inchino al gatto e chiede: «Dimmi, bravo giovane, chi sei, qual buon vento ti ha portato qui e come ti devo chiamare?». il gatto rizzò il pelo e dice: «Mi hanno mandato dalle foreste siberiane per farvi da borgomastro; mi chiamo Gattofej Ivanovič». &laquoAh, Gattofej Ivanovič» dice la volpe «non sapevo niente di te, non ti conoscevo; su, vieni da me a prendere qualcosa». il gatto andò dalla volpe; quella lo portò nella sua tana e gli offrì diversi tipi di selvaggina, poi chiede: «Allora, Gattofej Ivanovič, sei sposato oscapolo?«. «Scapolo», dice il gatto. «E io, la volpicina, sono signorina, prendimi in moglie». Il gatto acconsentì, ed eccoli festeggiare allegramente.
Il giorno dopo, la volpe partì alla ricerca di provviste, per avere di che vivere col giovane marito; il gatto rimase a casa. la volpe corre, le capita di incontrare il lupo, che si mise a fare il cascamorto: «Dove sei finita, comare? Tutte le tane abbiamo frugato, ma te, non ti abbiamo trovata». «Lasciami stare, imbecille! Smettila di fare il cascamorto. prima ero una volpicina-signorina, ma ora sono sposata». «E chi hai sposato, Volpina Ivanovna?» «Davvero non hai sentito che dalle foreste siberiane ci hanno mandato come borgomastro Gattofej Ivanovič? Ora sono la moglie del borgomastro». «No, non ne so niente, Volpina Ivanovna. Vorrei vederlo, come faccio?» «Uh! Il mio Gattofej Ivanovič ha un così brutto carattere: chi non gli va a genio, se lo mangia all’istante! Guarda, prepara un montone e portaglielo in segno di deferenza; posa il montone e vatti a nascondere, di modo che non ti veda, altrimenti, fratello, saranno guai!» Il lupo corse in cerca di un montone.
Cammina la volpe e incontra l’orso, che si mise a fare il cascamorto. «Perché mi importuni, scioccone di un Miška? Prima ero una volpicina-signorina, ma ora sono sposata». «E che hai sposato, Volpina Ivanovna?» «Quello che ci hanno mandato dalle foreste siberiane come borgomastro, Gattofej Ivanovič, lui ho sposato». «Non è possibile vederlo, Volpina Ivanovna?» «Uh! Il mio Gattofej Ivanovič ha un così brutto carattere: chi non gli va a genio, se o mania all’istante! Vai, prepara un bue e portaglielo in segno di deferenza; il lupo gli porterà un montone. Ma stai attento, posa il bue e nasconditi, di modo che Gattofej Ivanovič non ti veda, altrimenti, fratello, saranno guai!» L’orso si trascinò avanti in cerca di un bue.
Il lupo portò il montone, lo scuoiò e resta lì pensieroso: to’, l’orso sta arrivando pian pianino con un bue. «Salve, fratello Michajlo Ivanovič!» «Salve, fratello Lupo! Hai visto per caso la volpe e suo marito?» «No, fratello, è un pezzo che li aspetto». «Vai a chiamarli!» «No, non ci vado, Michajlo Ivanovič! Vai tu, che hai più fegato di me». «No, fratello Lupo, nemmeno io ci vado». Improvvisamente, da non si sa dove, sbuca di corsa una lepre. L’orso le gridò: «Vieni qui, diavolo di un’orecchiona!». La lepree, spaventata, accorse. «Allora, monella di un’orecchiona, sai dove abita la volpe?» «Lo so, Michajlo Ivanovič!» «Bene, corri là e dille che Michajlo Ivanovič e fratello Lupo Ivanovič sono pronti da un pezzo, ti aspettano con tuo marito, vogliono mostrare la loro devozione con un montone e un bue.
La lepre si precipitò gambe in spalla dalla volpe. L’orso e il lupo, intanto, rimasero a pensare dove potersi nascondere. L’orso dice: «Io mi arrampicherò su un abete». «E io che devo fare? Dove mi dvo cacciare?» chiede il lupo. «Su un albero non ci salirò mai! Michajlo Ivanovič! Nascondimi, per favore, da qualche parte, fai qualcosa». L’orso lo mise tra i cespugli e lo coprì con delle foglie secche, poi si arrampicò sull’abete, proprio sulla cima, e si mise a guardare se arrivava Gattofej con la volpe. La lepre, nel frattempo, arrivò alla tana della volpe, bussò e dice alla volpe: «Michajlo Ivanovič e fratello Lupo Ivanovič mi hanno mandata a dirti che da un pezzo sono pronti, ti aspettano con tuo marito e vogliono far atto di devozione con un montone e un bue». «Vai, orecchiona! Noi arriviamo».
Il gatto e la volpe si incamminano. L’orso li vede e dice al lupo: «Ecco, fratello Lupo Ivanovič, arriva la volpe con il marito. Ma com’è piccoletto!». Arrivò il gatto e si gettò subito sul bue, il pelo gli si rizzò, e iniziò a strappare la carne con i denti e con le zampe, ronfando in tono aggressivo: «È poco, è poco!». L’orso allora dice: «Non è grande, ma è molto vorace! Per noi in quattro sarebbe stato troppo e per lui da solo è poco; rischiamo che si attacchi pure a noi!». Il lupo voleva tanto dare un’occhiata a Gattofej Ivanovič, ma attraverso le foglie non era possibile! Cominciò a scansare le foglie che aveva davanti agli occhi, ma il gatto sentì il fruscio delle foglie, pensò che fosse un topo e piombò direttamente sul muso del lupo con le unghie sfoderate.
Il lupo fece un salto, e gambe! Chi s’è visto s’è visto! Pure il gatto si spaventò e si lanciò dritto sull’albero dove stava l’orso. “Ecco” pensa l’orso “mi ha visto!” Non avendo il tempo di calarsi, si rimise al volere divino e si scaraventò giù dall’albero fino a terra, rompendosi tutte le ossa; fece un salto, e via! La volpe gli grida dietro: «Aspettate! Ve la farà vedere lui!». Da allora, tutti gli animali cominciarono a temere il gatto; il gatto e la volpe, riforniti di carne per tutto l’inverno, vissero felici e contenti. Ancora oggi stanno bene, non gli manca mai il pane.

 

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Oggi va così… #5

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Vorrei scrivere di più su questa ricorrenza, ma oggi, per una serie di motivi, il tempo è davvero poco, quindi, rimanendo fedele al titolo, oggi va così…

Magari l’anno prossimo sarò un po’ più organizzata e riuscirò a programmare il post per tempo, mettendoci dentro tutto quello che potrebbe esserci da dire in merito. Per quest’anno, ahimè, il caos l’ha avuta vinta nella gestione della cosa, quindi mi limiterò a un augurio, semplice ma sincero:

Buona Giornata della Russia!!!

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Toppe e rammendi

giugno-июнь

Siamo a giugno, giovedì scorso nella mia amata Russia è iniziata l’estate, mentre qui ad AnarcoLandia per me è iniziato il settimo mese di arresti domiciliari.
Questo nuovo mese non è partito bene: tutto quello che poteva andare storto nel fine settimana passato non ha mancato di farlo, quindi l’umore non è proprio dei migliori.

Dopo essermi innervosita, arrabbiata, depressa, lasciata andare in balìa delle lacrime e chi più ne ha, più ne metta, sono più o meno rinsavita e giunta a una conclusione: per l’ennesima volta non mi resta che rimboccarmi le maniche e ricominciare tutto da capo. Sì, di nuovo.
Una lezione imparata di recente è che, in fondo, quando le energie si fanno scarse, si tratta di valutare con attenzione e scegliere con cura in cosa investirle, in modo che possano fruttare al meglio, portando a risultati capaci di suscitare l’entusiasmo necessario ad andare avanti, a non arrendersi.
Certo, questo investimento selettivo comporta anche delle rinunce. Il focalizzarsi in maniera esclusiva ed intensiva sugli obiettivi ritenuti prioritari fa sì che tutto il resto venga, quanto meno in via temporanea, accantonato e rimandato a momento da stabilirsi.
Non posso negare che dover per forza restringere i propri orizzonti sia frustrante, ogni giorno di più, ma se non c’è alternativa non resta che prenderne atto e fare del proprio meglio nella gestione delle nuove complicazioni, con la poco rassicurante consapevolezza che, con ogni probabilità, non saranno le ultime.
Decidere cosa sacrificare non sarà affatto facile, ma sono sicura che, una volta fatto, si rivelerà catartico.

Un’idea bizzarra mi frulla per la testa: e se ripartissi facendo un passo indietro?
Se, una volta scelte le priorità, magari con una buona dose di onesto realismo nella scelta, le riprendessi dal passo precedente a quello in cui sono stata costretta ad abbandonarle?
Se invece di impegnarmi a ricucire lo strappo tentando il possibile perché non si noti, mettessi una bella toppa, sobria ma dai colori vivaci, che ripari il danno portando una piacevole nota di novità?

Donare nuova vita a ciò che la vita stessa ha in qualche modo sgualcito, questo sarebbe il proposito. Un atteggiamento di grande rispetto verso le cose davvero importanti, seppur in apparenza ‘rovinate’, ma anche un allenamento costante e rigoroso per imparare a non lasciarsi sopraffare dall’imprevisto e a mantenersi saldi nella propria identità qualsiasi ostacolo ci si pari davanti.

Rompiamo il Silenzio!

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