B.

6,25 mg

piuma_6,25

Image Credit © VeRA Marte

 

Torno a scrivere dopo oltre 8 mesi, con la cauta e prudente insicurezza di chi, dopo una brutta caduta, rimonta in sella per la prima volta.

Torno a scrivere da una casa nuova, una provincia nuova, una regione nuova.

Torno a scrivere in un giorno di festa di metà agosto, che per me è solo un giorno di pausa, mentre il 90% dei miei connazionali è in vacanza.

Torno a scrivere qui, senza in realtà aver mai smesso di farlo altrove, ma alla vecchia maniera, con carta e penna.

Torno a scrivere partendo da un numero: 6,25 mg.
Il dosaggio di prednisone più basso raggiunto dal novembre 2016 a oggi,seppure a giorni alterni con un dosaggio più alto. Primo vero passo verso la sospensione definitiva prevista per dicembre, analisi di monitoraggio permettendo.

Torno a scrivere con la consapevolezza che la malattia rara è sì condanna, ma anche enorme risorsa.

Torno a scrivere forte di piccole vittorie, ma, soprattutto, di grandi sconfitte, perché sono proprio queste ultime a insegnarci a vivere davvero.

Torno a scrivere piena di domande e senza alcuna idea di dove cominciare a cercare le risposte.

Torno a scrivere con la prospettiva di un’imminente vacanza all’insegna di una passione ormai antica e di sicuro radicata, che promette di regalare emozioni destinate a trasformarsi in ricordi indelebili.

Torno a scrivere da un luogo indefinito, a metà fra la testa e il cuore, fra i groppi alla gola e le farfalle allo stomaco, un luogo dove le parole guariscono più dei farmaci, dove è il contenuto a contare, non l’involucro.

Torno a scrivere perché è l’unico modo che conosco per tornare a galla e riprendere fiato, mentre tutto intorno a me sembra volermi inghiottire, enormi fauci scure pronte a divorarmi e inghiottirmi, spingendomi sempre più a fondo in un buco nero senza fine né via d’uscita.

Una parola dopo l’altra, in punta di piedi, torno a scrivere.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Caffellatte a mezzanotte.

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Maggio è cominciato con un caffellatte caldo poco dopo la mezzanotte, tanta pioggia, l’inizio delle “vacanze di primavera” in Russia, l’antica festa pagana di Beltane, il raggiungimento della doppia cifra in chili persi (- 10,4 kg), una buona dose di belle speranze e, per non farsi mancare nulla, un sospetto di trombo alla gamba “buona”, che mi porterà a nuove mirabolanti avventure ospedaliere fuori programma.

Un fine settimana lungo, quello del 1° Maggio, trascorso in preda a dolori fra i più acuti provati dall’esordio dell’AnarcoPatia, eppure con tanta voglia di rinnovarmi e rimettermi in gioco, o quanto meno di (ri)provarci per l’ennesima volta, sperando che sia quella buona.

Guardo la mia inseparabile Moleskine e penso che sì, ci ho già scritto parecchio, ma non quanto avrei voluto.
Controllo le statistiche della pagina facebook e mi accorgo che non solo i “Mi piace” non aumentano, ma c’è chi addirittura si sbatte a togliermelo, ben 3 solo negli ultimi due giorni.
In parallelo a questo prendo atto del drastico rallentamento subìto da quello che, in questo preciso momento, dovrebbe essere il mio progetto principale.

Allora mi domando se, per quanto a malincuore, non sia il caso di mettere in satndby quelle fra le mie attività che sembrano essere in stallo, così da avere più tempo ed energie da dedicare invece a quelle che dimostrano di avere ancora del potenziale da esprimere.
Non posso negare che l’idea mi rattristi, in fondo, come dicevo, ci ho investito parte del mio tempo e delle mie energie, ma tante cose, forse troppe in un periodo così breve, sono cambiate e temo sia arrivato il momento di decidermi ad accettare questa evidenza, con tutte le conseguenze che comporta.

Il numero di strade percorribili si è ridotto in modo netto e piuttosto significativo, sia dal punto di vista personale che da quello lavorativo, e ormai è palese che continuare a temporeggiare in attesa di un migliorameto non abbia più molto senso: devo scegliere quale, fra quelle rimaste, sia quella da percorrere, per poi dedicarmici senza riserve.

Per qualche ragione che non mi spiego, questa situazione mi ha catapultata in uno stato d’animo malinconico e nostalgico, ha portato il mio sguardo interiore a volgersi al passato, un passatto abbastanza lontano a dire il vero, quando solitudine e insonnia erano uno stile di vita intrapreso per scelta, quando la dedizione a quella che consideravo la mia “arte” era assoluta e predominante.
Oggi a intralciare quella determinazione così inscalfibile, segno distintivo della me stessa di allora, c’è il costante torpore mentale da farmaci, ma forse la soluzione sta in un radicale cambio d’approccio alla questione da parte mia.
Forse il segreto sta nella tanto ovvia quanto impegnativa scelta di provare a scoprire e imparare a conoscere le nuove modalità con cui poter continuare a fare al meglio quel che mi piace e mi fa star bene.
Senza arrendermi. Mai.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Tre su tre.

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Proprio come il mese scorso, eccoci di nuovo a una settimana che si apre con un 13 e si conclude con un 17. A febbraio quella settimana per me era iniziata con tre medici in tre giorni.
Febbraio è finito, con dei prelievi, e marzo è iniziato, con una visita di controllo in cui mi hanno pasticciato ancora i dosaggi della terapia: mese nuovo, copione ormai vecchio e scontato.
Che dire? Non male!

Non è su questo però che si sta focalizzando la mia attenzione, bensì sulla mia persistente incapacità di programmare il lavoro, perfino quello che faccio volentieri: la scarsa produttività di queste ultime settimane ne è la prova lampante.

«Sono i farmaci», mi dicono tutti, ma in fondo che differenza fa quale sia la causa?
Malattia in sé o effetti collaterali della terapia, resta il fatto che il cervello non è lucido e reattivo come dovrebbe.

Dopo mesi, si era deciso a partorire un’idea decente, un progetto che, per una volta, sembrava essere interessante, solido, addirittura ragionevole, ma poi si è fermato lì. Non riesce a fare il passo successivo, procedendo dall’illuminazione divina alla messa in atto pratica, e mi ritrovo per l’ennesima volta in un esasperante stato di stallo. Nella testa funziona tutto benissimo, ma poi non riesco a dare alle cose una forma concreta e questo mi fa ammattire.

La frequentazione assidua e obbligatoria di ambienti medici e ospedalieri ha l’aberrante capacità di destabilizzare e riorganizzare a proprio piacimento la scala delle priorità umane.
Occuparti di tutto quello di cui ti DEVI occupare ti sfinisce al punto che non ti restano energie per occuparti di quello di cui VORRESTI occuparti.

Giusto qualche giorno fa, ad esempio, mi sono resa conto che la crescente difficoltà nel concentrarmi mi ha resa intollerante al rumore. Io che leggevo, spesso addirittura studiavo, nel caos regnante di un treno pendolari o camminando sulla banchina sovraffollata della metropolitana, ora fatico a concentrarmi nel silenzio e nella solitudine più assoluti.
Avevo una mia teoria riguardo a questo, secondo cui il frastuono fa da incentivo a concentrarsi meglio, mentre nel silenzio è più facile che un singolo suono riesca a distrarre l’attenzione, ma ora di quella teoria me ne faccio ben poco.

I progetti vanno a rilento, arranco a rispettare le scadenze, imposte o autoimposte che siano, lo studio va a rilento, sembra quasi che nella testa non ci sia più spazio per nuove nozioni, la scrittura e la lettura vanno a rilento, gli strafalcioni abbondano e lo stile zoppica, la “reclusione” invece continua.
È come vivere in un acquario: spazio ben delimitato e una lentezza d’azione quasi surreale.
Non che questo mi fermi o mi impedisca di continuare a provarci, è solo che a volte mi strema, mi sfinisce. Sul lungo termine il continuo dover investire energie doppie, se non triple, per fare qualunque cosa, può diventare logorante.

Il risultato di tutto questo è una serie di post che, almeno a me, sembrano tutti uguali, in cui prima mi lagno e poi tento di farmi coraggio da sola.
Che tristezza…

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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In memoriam. 2017

giornata-memoria-2017

 
 

Giornata della Memoria 2017

minoranza

 

Oggi vorrei dedicare solo una piccola riflessione a chi, in quanto considerato parte di una presunta minoranza, subisce ingiustizie e angherie di ogni tipo.

Trovo che il concetto di “minoranza” sia davvero labile e relativo, e proprio la Shoah è stata la più tremenda dimostrazione di questa ipotesi: la “minoranza” rappresentata dal popolo ebraico, infatti, si è poi rivelata ammontare a un totale di circa sei milioni di persone, non proprio una cifra insignificante.

Fin da ragazzina mi sono interessata a questo tema, leggendo, guardando film e documentari, ma da tre anni a questa parte, da quando io stessa mi sono ritrovata a essere bersaglio impotente delle quotidiane iniquità riservate a un’altra presunta minoranza, quella dei malati rari, preferisco rendere un omaggio più quieto.

Così il 27 Gennaio è diventato uno di quei rarissimi giorni dell’anno in cui rinuncio al mio mantra, inneggiando, una volta ogni tanto, a un assoluto e rispettoso…

… Silenzio.

 
 

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Io sono lo scrittore.

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Io sono lo scrittore.
È così che mi chiamano tutti. I miei amici, i miei genitori, i miei parenti, e anche le persone che non conosco e che tuttavia mi riconoscono in un luogo pubblico e mi dicono: “Lei non è quello scrittore…?” Io sono lo scrittore: è la mia identità.
La gente crede che, in quanto scrittore, la tua vita sia abbastanza tranquilla. Recentemente un mio amico, dopo essersi lamentato per i suoi spostamenti quotidiani tra casa e ufficio, mi ha detto: “Tu, in fondo, la mattina ti alzi, ti siedi alla scrivania e scrivi. Tutto qua.” Non gli ho risposto niente, forse per lo sconforto di rendermi conto fino a che punto, nell’immaginario collettivo, il mio lavoro consista nel non far niente. La gente pensa che non combini nulla, ma è proprio quando non fai niente che lavori di più.
Scrivere un libro è come aprire una colonia estiva. La tua vita, in genere solitaria e tranquilla, viene improvvisamente scombussolata da una moltitudine di personaggi che un giorno giungono senza preavviso e ti stravolgono l’esistenza. Arrivano una mattina, a bordo di un grande pullman, dal quale scendono rumorosamente, eccitati per il ruolo che hanno ottenuto. E tu devi rassegnarti, devi occupartene, devi dargli da mangiare, devi ospitarli. Sei responsabile di tutto. Perché tu, appunto, sei lo scrittore.

♦ “Il libro dei Baltimore”,
di Joël Dicker

 

Lunedì, nel “mondo là fuori”, la vita di tutti i giorni ha ripreso il suo corso.
Io, ancora blindata in casa grazie a una nuova fase acuta di AnarcoPatia, ho scelto di riprendere con questo paragrafo, che apre il primo capitolo de “Il libro dei Baltimore”, l’ultimo romanzo di Joël Dicker, nella speranza che possa essere profetico e portarmi fortuna.

Mi piace molto l’immagine creata da Dicker.
Non è necessario che si tratti di romanzi, e nemmeno di veri e propri personaggi, quando ti metti a scrivere subisci un assedio, un’invasione: immagini, luoghi, suoni, colori, profumi. Interi mondi si riversano nella tua testa da passaggi segreti invisibili, per lasciarla solo quando sta bene a loro.

La prima volta che mi sono ritrovata allettata, ero convinta che avrei scritto tantissimo, invece niente. Al di là delle vene esplose a causa dei farmaci nelle flebo, che mi rendevano quasi impossibile qualsiasi movimento delle dita, la cosa più grave era la testa del tutto vuota. Nessuna idea, zero.

Mi ero convinta che le parole sarebbero state il mio ponte di salvezza per attraversare l’impervio fiume della malattia in cui mi sentivo affogare, ma non è stato così. È subentrato un inaspettato silenzio mentale che mi ha portata a rimuginare sulle cose più di quanto io non facessi già di mio, rendendomi una persona rabbiosa, rancorosa e pessimista.

Questa volta, però, vorrei che fosse diverso.
Risfoderati i libri del caso, mi sono riarmata di carta e penna e mi sono rimessa a studiare e a esercitarmi.
Mi ci sono voluti tre anni, ma c’è una lezione che, alla fine, sono stata costretta ad imparare, ed è questa: quando il corpo non ti assiste, punta tutto sulla mente.
Concentrati su quello che sai e su come trasformarlo in un’opportunità di svolta, approfondisci e specializzati, così da poterti dedicare a quello che ti piace e ti appassiona, magari riuscendo anche a trarne dei progetti innovativi o un qualcosa di unico da offrire sul piano professionale, a cui nessun altro sia in grado di tenere testa.

E allora, in quest’ottica, viviamoci in allegria e assoluta tranquillità questo Venerdì 13, che tanto, per una questione di equilibrio universale superiore, è quasi impossibile che anche la prossima razione di sfiga cosmica sia destinata a me.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Caro Babbo…

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Caro Babbo Natalo,
come ti avrebbe appellato l’Abatantuono di qualche decennio fa, so che forse è un po’ tardi per scriverti, ma ho preferito aspettare che tu finissi di sbrigare il tuo compito più importante: portare i doni ai bimbi.

Non che io sia mai stata uno stinco di santa, ma proprio non mi era parso di essere stata tanto una cattiva persona quest’anno.
Visto quel che mi hai portato, però, il dubbio inizia a sorgermi: analisi peggiorate, nuove terapie con effetti collaterali sempre più manifesti e fastidiosi, un consulto obbligato con la dietista, nel tentativo di salvare un fegato a cui la buona volontà non sembra più essere sufficiente per smaltire tutte le scorie che gli vengono rifilate, chimiche o biologiche che siano.

Ora la sto buttando un po’ sul ridere, ma la verità è che è sempre più difficile mantenere un approccio positivo e ottimista alla situazione.
È difficile alzarti la mattina e non riuscire a vestirti perché quanto rimasto dei muscoli delle gambe non si alza abbastanza per infilare i piedi nei pantaloni, mentre quelli delle braccia non riescono a stare sollevati nemmeno il tempo necessario a pettinarti quei quattro capelli che ti sono rimasti in testa, se non al prezzo di dolori che, di sicuro, non aiutano a iniziare bene la giornata.
È difficile doverti portare l’utile in borsa, ma poterlo fare solo a patto di rinunciare al dilettevole, perché non riesci più a sostenerne il peso: scegliere i libri in base al loro spessore e non al loro contenuto, perché non puoi sacrificare la bottiglietta d’acqua, le salviettine o la cartellina coi documenti medici. Frustrante.
È difficile sentirti dire che il tuo fegato proprio non sta bene, nonostante tu, negli ultimi tre anni, non abbia raggiunto le dieci mangiate di fritto e non abbia mai bevuto più di un paio di birre medie al mese, spesso neanche quelle.
È difficile ritrovarmi di nuovo a non poter guidare, ma non solo, ad avere addirittura problemi a salire e scendere dalle auto delle anime pie che si offrono di scarrozzarmi, costringendole ad assistere ad acrobazie surreali, come se la rinnovata totale mancanza di autonomia non fosse già abbastanza.
È difficile cercare un nuovo lavoro che si adatti alle tue limitazioni di salute senza che nessuno te le riconosca in modo ufficiale. Rinunciare a cose che ti piacerebbe fare, ma su cui non ti puoi più permettere nemmeno di fantasticare, e cercare solo fra le offerte che si adattano alle tue possibilità, per poi vedertele negare a fronte di leggi attualmente in vigore, che non prevedono che qualcuno possa mettere nero su bianco che determinate mansioni ti spetterebbero di diritto.
È difficile smettere di essere il lampante risultato dello stile di vita che hai scelto di condurre, per diventare solo una conseguenza approssimativa e sfuocata del regime farmacologico che segui.

È difficile, più di ogni altra cosa, stare a guardare un intero squadrone di medici che brancolano nel buio, dando l’impressione di non avere la minima idea di quel che fanno, vederti trattare come una vera e propria cavia, sentirti dire che “Non esistono più i pazienti di una volta”, quelli in cui esami e sintomi avevano una corrispondenza che portava a diagnosi facili e, spesso, risolutive.

E allora, caro Babbo Natalo, cosa avrò mai fatto di tanto terribile da meritare cotanta ritorsione da parte tua? E che ne diresti di concordare un congruo conguaglio per l’anno prossimo?
Perché, se questi sono i risultati del mettercela tutta per “fare la brava”, chi me lo fa fare? Tanto varrebbe darsi ai bagordi e vivacchiare, malaticcia sì, ma almeno felice e soddisfatta.

Detto tutto questo, per dimostrarti che non c’è nulla di personale nelle mie recriminazioni, ti dedico il mio personale tormentone delle feste 2016, nella speranza che ti strappi un sorriso e, magari, ti corrompa a essere un tantino più magnanimo nel 2017.

 

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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3924.

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Avevo in pogramma altro per oggi, ma ho ricevuto notizie spiacevoli dal fronte della salute e… e non lo so.

Niente rabbia questa volta, e nemmeno tristezza, solo una gran paura. Paura di sottovalutare segnali importanti come è successo l’altra volta. Paura di quello che potrebbe aspettarmi, perché questa volta so fin troppo bene quale sia la procedura.

Proprio ora che iniziavo a concedere all’AnarcoPatia il beneficio del dubbio, ora che iniziavo a convincermi di poter tornare a una “normalità” accettabile.

Sto valutando i possibili compromessi ancora prima che me li propongano, per non farmi trovare impreparata: i medici sono loro, ma la pellaccia è la mia.

E niente. Avevo, e ho ancora, il cervello troppo annebbiato per poter mettere insieme il post che avevo in mente, e questo mi disturba parecchio, perché dimostra che non ho ancora acquisito il giusto grado di lucidità per gestire gli eventuali imprevisti anarcopatici senza permettergli di scombinarmi la vita.

Detto questo, per oggi mi prendo una piccola pausa di riflessione.

Buon venerdì e buon fine settimana, mondo!

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Pozdrav z Prahy!

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Cattedrale di San Vito
Image Credit © VeRA Marte

 

Ahimè, di nuovo a casa, ma soprattutto, da martedì, di nuovo a Milano, al lavoro…

La prima cosa che si pensa rientrando in Italia dall’estero? “Santo bidet!”.
Battute a parte, tornare dalle vacanze è sempre uno shock.

Per undici giorni, io e l’AnarcoSocio abbiamo vissuto in una fiaba.
Grandi castelli, imponenti chiese gotiche, carrozze trainate da cavalli, rombanti auto d’epoca, artisti di strada a ogni angolo e antiche leggende secolari custodite da ogni singola pietra della città.
In una sola parola: Praga.

Una città pittoresca, tanto ricca di dettagli da non sapere dove rivolgere lo sguardo, dove tutto contribuisce a creare un quadro di rara bellezza, che incanta e rapisce, lasciandoti senza fiato.

L’insegnamento principale tratto da questi undici giorni è che una vacanza deve sì essere riposante per il corpo e rilassante per la mente, ma più di tutto deve essere rigenerante per lo spirito.

L’immersione nel luogo che, con i suoi punti di luce, ma soprattutto con i suoi lati oscuri, ha dato i natali a personalità scientifiche e artistiche del calibro di Gregor Mendel, Milan Kundera, Alfons Mucha, Rainer Maria Rilke e, su tutti, Franz Kafka, non può che portare a un contatto intenso, profondo e significativo con gli abissi più bui e remoti dell’animo umano, incluso il proprio.
Intere vite dedicate a perseguire la propria vocazione, a volte a dispetto perfino degli affetti e dei rapporti umani. Talenti che, nel tempo, si sono trasformati in ossessioni, in schiavitù autoimposte, quelle da cui è più difficile liberarsi.
Una riscoperta ruvida e graffiante di se stessi e dell’incontrastabile potenza degli istinti e delle passioni. Un improvviso chiedersi cosa serva davvero per sentirsi realizzati e soddisfatti, di cosa si abbia davvero bisogno per essere felici.

Un esame di coscienza non programmato, che mi ha fatto riflettere su quanto del non-scrivere dipenda da fattori fuori dal mio controllo e quanto sia responsabilità mia. Uno scossone che mi ha restituito almeno una parte della lucidità che, negli ultimi mesi, avevo perso, aggiunta a una sana dose di realismo auto-somministrata.

Si dice che, insieme a Torino e Lione, Praga sia una città magica. Non so quanto ci sia di vero in questa credenza, ma di sicuro per me lo è stata.
Le sue forme, i suoi colori, i suoi profumi, le sue leggende e le sue atmosfere, magiche per l’appunto, hanno riportato a galla relitti interiori che credevo perduti per sempre, riesumando sensazioni che non pensavo di poter provare ancora.

È troppo presto per dire quanto profonda sia l’impronta che Praga mi ha lasciato dentro incamminandosi nel fitto dell’anima, quel che è certo è che un segno è rimasto, un marchio indelebile che, oltre a fissare nella memoria un piacevole ricordo, negli anni sarà testimonianza ed emblema di un momento di svolta importante.

A presto magnifica, ipnotica, suggestiva Praga!

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Un pezzo alla volta.

 

Graduali prese di consapevolezza che, oggi, fanno male, ma forse, domani, si riveleranno provvidenziali.

Lenta e faticosa comprensione del fatto che i problemi del corpo vanno risolti innanzi tutto nella testa.

Poi una canzone, rimasta chiusa in un CD comprato sei mesi fa e ascoltato per la prima volta solo la settimana scorsa, mi si è piantata in testa.

In quattro minuti e una manciata di secondi ho ritrovato tutte le sensazioni che mi tormentano in questo periodo, descritte con parole che rendono alla perfezione quello che io cercavo di esprimere ormai da settimane, senza riuscirci.

All’inizio volevo mettere in grassetto le parti in cui riconoscevo me stessa e tutte le emozioni a cui sto soccombendo, poi ho pensato che sarebbe stato meglio mettere in evidenza i buoni propositi che, per l’ennesima volta, stanno tentando di insinuarsi nelle spesse mura del ‘sepolcro’ di frustrazione in cui mi sono blindata.

Alla fine, non ho saputo decidere quale delle due cose fosse più importante, così ho scelto di usare i colori: uno per le emozioni e un altro per i buoni propositi, così che nulla restasse escluso.

 

Alzati e cammina
Per scoprire di essere vivo come non mai

Lazzaro stamattina
E resuscita un pezzo alla volta la volontà

Ora che sei un’emozione scaduta
Ora che sei una certezza tradita
Ora che sei un’ambizione svenduta
Chiuso nel tuo sepolcro

Quello che avevi oggi non vale più
Hai studiato, creduto, lottato e sofferto
C’era un sorriso negli occhi che non c’è più
Col futuro qualcuno ha giocato d’azzardo

Alzati e cammina
Per scoprire di essere vivo come non mai

Lazzaro stamattina
E resuscita un pezzo alla volta la volontà

Ora che sei una protesta ammaestrata
Ora che sei una carezza svogliata
Ora che sei una speranza piegata
Chiuso nel tuo sepolcro

Alzati e cammina
Per scoprire di essere vivo come non mai

Lazzaro stamattina
E resuscita un pezzo alla volta la volontà
Un pezzo alla volta
Un pezzo alla volta
Un pezzo alla volta

Se ci hai creduto oggi c’è un più
Hai discusso sprecato amato ed offerto
C’è un’ipoteca anche sulla tua dignità
Nel crudele silenzio delle notti insonni

Alzati e cammina
Per scoprire di essere vivo come non mai

Lazzaro Stamattina
E resuscita un pezzo alla volta la volontà
Un pezzo alla volta
Un pezzo alla volta
Un pezzo alla volta
Un pezzo alla volta

C’era un volta ora non c’è più
Mentre l’unica cosa che resta davvero sei TU

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Ma come ho fatto??!

 

Dopo circa un anno, sono andata a sentire amici sunoare dal vivo.
Il clima è rimasto lo stesso, accogliente e familiare, le facce invece sono cambiate molto, un sacco di gente nuova, perfino nella band stessa, dove su quattro componenti, due sono “new entry”.

Nel marasma di gente, uno scroscio di pioggia improvviso fa sì che, rifugiatami con l’AnarcoSocio sotto un maxi ombrellone, io mi ritrovi seduta accanto a una signora che, a intuito, sembra sia la mamma di un componente della band.
Dopo qualche scambio di battute molto circostanziale, faccio la sfacciata e chiedo: centro! È la mamma di M., il cantante.
Le chiacchiere continuano e resto incantata nel sentire come questa signora parli del figlio, con positivo stupore per le doti musicali emerse negli anni, che lei non si spiega ma apprezza, prima e convintissima sostenitrice di quello che il figlio fa e dell’obiettivo a cui aspira.
Salutiamo la signora-mamma-del-cantante e torniamo nella mischia.

Solo più tardi, a giornata ormai finita, il pensiero torna a quella conversazione e afferro il nocciolo della questione, quello che ha riportato la mia mente a quella manciata di minuti: l’ammirazione di una mamma per suo figlio.

Non importa che abbia imboccato una direzione inaspettata, che si sia rivelato una persona fuori dagli “schemi” famigliari, che in qualche modo adatti la sua vita quotidiana in modo da renderla funzionale ai suoi sogni, e non viceversa, che giorno dopo giorno diventi un uomo diverso da quello che si sarebbe aspettata: nulla di tutto questo importa, lei è orgogliosa di lui.

Con uno scatto improvviso la memoria si tuffa nei ricordi.
Siamo a gennaio del 2010 ed è ufficiale: mi hanno pubblicata.
Una piccola casa editrice indipendente di Roma ha selezionato un mio racconto e l’ha inserito in un’antologia a tema riservata agli emergenti.
In un picco di esaltazione mi viene la “brillante” idea di dirlo ad AnarcoMater e AnarcoPater. Come prevedibile mi chiedono di leggere il racconto in questione e io, prontissima, gliene stampo una copia.
Silenzio.
Ho ritrovato i fogli sulla scrivania e ancora oggi, dopo sei anni e mezzo, non ho idea di cosa abbia suscitato in loro quel racconto.

Questo atteggiamento è rimasto immutato negli anni, mi verrebbe da definirlo biasimo, ma non sono sicura che sia la parola giusta.
La mia passione per la scrittura, la fotografia, la musica, l’arte è sempre stata vista come un costante avere la testa “fra le nuvole”, un ostinato astenermi dal pensare alle cose serie e concrete della vita, così, da sempre, io sono la “stramba” di famiglia, quella imprevedibile e incomprensibile.

Aver sbattuto la faccia contro un modo diverso di gestire la “stramberia” di un figlio che intraprende una strada diversa da quella che la famiglia si sarebbe immaginata per lui, mi ha riportato a riflettere su quanto l’atteggiamento di chi mi circonda, la famiglia ma non solo, abbia finito per influenzarmi, spingendomi a marciare un po’ più spesso fra i plotoni degli omologati, fino a declassare la scrittura da “fervida passione” a “banale passattempo”.

Dopo anni di buio, gli occhi mi si sono aperti di colpo e, per citare la band, mi sono ritrovata a chiedermi “Ma come ho fatto a perdere la mia verità?”.

Come ho potuto permettere che questo accadesse?

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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