Dieta

Buon Compleanno!

с-днем-рождения-buon-compleanno

 

Non è il numero degli anni a contare, quel che conta è che mi ritrovo a festeggiare un altro compleanno e, per la prima volta, non ho alcuna voglia di farlo.

4 mesi
18 settimane
126 giorni
3.024 ore
181.440 minuti
10.886.400 secondi

Questo è, a oggi, il saldo del conto che vorrei presentare alla vita per non essersi fermata ad aspettarmi mentre l’AnarcoPatia mi costringeva, e continua a costringermi, a un immobilismo quasi assoluto.

Secondo l’inflazionatissima metafora che paragona la vita dell’essere umano a un libro, gli anni potrebbero essere i capitoli, e io ora mi sento come se qualcosa mi stesse obbligando a passare al capitolo successivo senza avermi dato la possibilità di concludere con calma quello in corso.
Il risultato non può essere altro che una sensazione di vuoto, come di un buco nella trama che rende difficile continuare a seguire la storia in maniera fluida e comprensibile.
È come se un lettore un po’ maldestro, in un attimo di distrazione, avesse rovesciato la sua tazza di caffè su quelle pagine e un terzo di quel capitolo fosse andato perduto per sempre: la carta macchiata, l’inchiostro sciolto, le parole incomprensibili, la storia in qualche modo amputata.

Non ci sarà un’altra opportunità di scrivere delle mostre non viste, degli eventi mancati, degli incontri annullati, dei dolci non preparati, dei luoghi nonvisti, degli inviti declinati, delle cene saltate, delle esperienze perse, delle occasioni sacrificate, perché il tempo scorre a senso unico e voltarsi a guardare indietro di rado è una buona idea, anzi, molto spesso può essere pericoloso: si rischia di non notare l’ennesimo ostacolo e di schiantarcisi.

Non sono mai stata molto dedita alle feste comandate, le uniche a cui ho sempre tenuto in modo particolare sono proprio i compleanni, perché li considero momenti unici, in cui coccolare e viziare le persone a cui tengo, ma quest’anno è proprio il mio giorno ch mi sta mandando in crisi: non riesco a liberarmi di questo senso di privazione costante. Penso a “come avrei festeggiato se…” e mi rendo conto che concedermi un intero fine settimana “normale” potrebbe vanificare tutto l’ultimo mese di sforzi e sacrifici, così, invece di pensare a divertirmi e a godermi la mia festa, mi ritrovo a scervellarmi nella maniacale ricerca di alternative che siano all’altezza delle mie abitudini.

Angosciata: ecco come mi sento.
Per la mia incapacità di fare i passi che vorrei e la mia impotenza di fronte a quelli imposti.

E ora che mi sono sfogata, mettiamo su il mio miglior sorriso e prepariamoci ad affrontare questa bizzarra giornata… buon compleanno a me!

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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La 15ª Domenica…

giornata-memoria-2017

Image Credit © VeRA Marte

 

La mia reclusione, sotto la denominazione ufficiale di ‘riposo forzato’, è iniziata di sabato, per la precisione il 26 novembre 2016, ma allo stato attuale non credo sia un singolo giorno a poter fare la differenza.

Settimana dopo settimana, oggi è la 15ª domenica in cui devo arrovellarmi il cervello per trovare qualcosa da fare che soddisfi la mia estrema necessità di evasione, senza però destabilizzare la mia salute capricciosa.

Niente più mostre, perché due ore in piedi in ambienti affollati e poco areati per me potrebbero rivelarsi delle vere e proprie bombe batteriologiche.
Niente passeggiate, o quanto meno con moderazione, perché ogni passo in più potrebbe essere quello fatale, l’innesco di una nuova rivolta autoimmune.
Niente merende, perché la vecchia terapia ha devastato il fegato, circostanza che ha portato all’imposizione di una ferrea dieta disintossicante.

Tanto cinema, almeno quello sì, perché, per ragioni a me ignote, ma per mia grande fortuna, il cervello si ostina vivere qell’agglomerato di persone stipate in uno spazio chiuso come una situazione ‘sicura’.

Insomma, passano i giorni, le settimane, i mesi, ma io rimango bloccata sempre nello stesso fotogramma di vita.
Nella foto i due lati della mia scatolina porta-farmaci, con il necessario per il weekend: 38 pastiglie, 18 e mezza al giorno, a cui si aggiungono quelle a frequenza variabile, fiale, gocce, pomate varie per gli sfoghi da farmaco, e chi più ne ha, più ne metta.

Difficile programmare un fine settimana ‘normale’ con queste premesse, ma io non mollo!
Proseguo la mia crociata d’assalto a tutte le librerie possibili e immaginabili, alla faccia dei puntini neri davanti agli occhi con cui il prednisone tenta di rendermi impossibile perfino la lettura.
Persevero nella frequentazione di locali in cui si fa musica dal vivo, giocandomi lo sgarro salato settimanale in hamburger, patatine e anelli di cipolla, per la prima volta dopo due mesi abbondanti di dieta, accompagnati però da una diligentissima e dignitosissima acqua naturale, che i farmaci con l’alcol fanno male.
Riservo lo sgarro dolce alla domenica pomeriggio, passando dai locali metallari del sabato sera a composte e graziose sale da tè, con le pareti color lavanda e i tavolini in legno bianco, imbanditi di tazze di profumate tisane alla frutta e scenografiche fette di torta in candidi piattini da dessert, che dopo le ore piccole una parentesi ristoratrice ci vuole.

Ebbene sì, cara la mia AnarcoPatia, ci hai provato a fermarmi, ma col ca**o che te la do vinta!
Ti ho concesso di rallentarmi, è vero, ma questo è quanto, non aspettarti altro.
Perché io sono io, non sono la mia malattia, non sono te: io ero io prima di te e continuerò a esserlo dopo di te. Tu invece, sei solo un parassita, senza di me non esisti, non sei nulla.

Ora ti è chiaro chi comanda?

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Sarebbe possibile?

epifania-2017-befana

 

Grazie all’AnarcoPatia mi ritrovo, per l’ennesima volta, a trascorrere le feste a dieta.

Sfornare tre teglie di biscotti al cioccolato, con cui riempire le calze degli AnarcoNipotini, senza assaggiarne neanche uno non è da tutti e, di sicuro, non è da me: nonostante questo ce l’ho fatta.

Alla luce di questo, cara Signora Befana, per quest’anno sarebbe possibile sostituire i dolciumi che non potrò permettermi di rubacchiare con qualcos’altro?
Non saprei, delle gambe sane, ad esempio, o delle braccia funzionanti, o magari anche un fegato un po’ meno intossicato dai farmaci.
Lo so, lo so, sono la solita esosa, quindi abbasserò un po’ il tiro, ripiegando sui libri, come prevedibile, ma anche un posto tutto mio dove custodirli, leggerli, tradurli e, chi lo sa, magari anche iniziare a scriverli sul serio, in parallelo a un nuovo lavoro più consono alle mie condizioni di (non) salute.
Ancora troppo, eh? Va bene, allora rilancio con un po’ più di forza, innanzi tutto emotiva, ma anche fisica, perché è proprio quella a mancarmi: l’energia. L’energia per restare sveglia un’ora in più la sera per leggere, scrivere o anche solo per riuscire a vedere un film fino alla fine, l’energia per stare in piedi il tempo necessario a visitare una mostra con l’AnarcoSocio, l’energia per impastare e poi stendere un intero panetto di pasta frolla al cacao, perché come i biscotti della zia non ce n’è.

Insomma, per quest’anno sarebbe possibile avere una calza piena di serenità e di un pizzico di “normalità”?
Così, giusto per cambiare un po’…

 

Buona Epifania 2017!!!

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Sorpresa Sì, Sorpresa No.

sorpresa

 

Smentirmi??!
MAI!!!

Ecco perché mi diletterò nel tradurvi questa piccola perla trovata su ВКонтакте, corrispettivo russo di facebook, e perfetto ritratto della sottoscritta.

 

– Dove mi porti?
– Sorpresa.
– Bella?
– Sì.
– C’è da mangiare?
– No.
– Allora è una brutta sorpresa.

 

Ahimè, la rassegnazione e la disperazione dell’AnarcoSocio sono ormai incommensurabili, ma cosa ci posso fare se trovo che una “sana” merenda a base di cioccolata con panna e pancakes ai frutti di bosco sia la sorpresa più bella del mondo?

 

Buone merende a tutte e tutti!!!
Всем вкусных полдников*!!!

 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

*Vsjém fkýssnich póldnikaf!!!

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Menù del Giorno.

 

Ci sono voluti febbre alta e un principio di bronchite perché, di nuovo costretta al riposo in casa, io riuscissi a trovare il tempo per un post.

Il mio menù del giorno prevede:
– 13 pastiglie
– due fialette
– una bustina
– varie e abbondanti spalmate di pomata balsamica

La ripresa non sta affatto andando come mi ero prospettata.
Non sto spaccando il mondo come mi auguravo di fare negli ultimi, (fin troppo) ottimisti post pre-rientro, anzi, ancora una volta è la vita che sta massacrando me.
Che poi, quale vita?
Quella “nuova”, che mi aspettavo più complicata, ma tutto sommato accettabile, si sta rivelando non-vita.
Avevo deciso che il “dovuto” non avrebbe più preso il sopravvento sul “voluto”, e in un certo senso forse sta anche andando così, ma solo perché è cambiato l’attore che recita questo ruolo. Prima il dovuto erano gli obblighi di tutti i comuni mortali, primo su tutti il lavoro, ora il dovuto è quello medico e non è un dovuto che posso declassare sulla scala delle priorità. Così, una volta fatto tutto ciò che la gestione della mia routine farmacologica quotidiana richiede, le mie 24 ore sono finite. L’unica cosa che riesco ancora a fare è leggere un po’ sul treno del ritorno, perché all’andata ne approfitto per recuperare un po’ di sonno.

Ero convinta che tornare in superficie, riemergere dall’abisso che mi stava inghiottendo, mi avrebbe aiutata, invece mi sento come se una sorta di onda anomala mi avesse scaraventata da una piccola baia al riparo dalle correnti, dove però già faticavo a stare a galla, all’oceano aperto, con tutti i rischi e pericoli che questo comporta.
Sveglia alle 5:30 per scaldare i miei vari pasti dietetici preconfezionati e infilarli nei thermos.
Treno pendolari all’ora di punto conciata come se stessi andando in campeggio per una settimana.
Metropolitane inaccessibili per chi ha un equilibrio precario e la necessità di riuscire a incamerare aria che non provenga dagli scarti respiratori di centinaia di estranei.
Scale mobili che erano “in riparazione” da mesi già prima del mio ricovero. Non so se nel frattempo siano tornate in attività per poi arrendersi di nuovo, sta di fatto che non funzionano, e che a quelle che io ricordavo se ne sono aggiunte altre.
Persone che scorrazzano senza guardare dove vanno, schiantando i loro trolley contro Miss Gamba che, fra l’altro, è reduce da nuove mirabolanti disavventure di cui non ho avuto tempo per raccontare.
L’ufficio che continua a essere il malsano cantiere di sempre, continuando ad alimentare il dubbio che proprio qualche schifezza respirata lì dentro possa essere fra i principali candidati a fattore scatenante che ha risvegliato l’AnarcoPatia.
L’assoluta incapacità, con rincaro di mancanza di voglia, di correre. Il segnale che la vita mi ha inviato riguardo al fatto che dovessi rallentare è stato fin troppo eloquente, quindi ora mi guardo bene dal forzare troppo i ritmi, in qualunque cosa io mi trovi ad affrontare.
Il ritorno a casa, di sicuro meno caotico dell’andata, durante il quale riesco a concedermi ben 45 minuti per me, per leggere, scrivere, pensare o fare qualunque altra cosa sia fattibile in treno.
Una volta a casa ci sono tutti i thermos da lavare, ché quei materiali lì non vanno in lavastoviglie e, appena è tutto pulito, si prepara tutto da capo per il giorno dopo.
Ri-allestito il circo culinario per il dì seguente, è già ora di cena. Mangio, se così si può dire, e mentre aspetto l’orario dell’ultima pastiglia rifornisco il portapillole, controllo la batteria del lettore mp3 e preparo i vestiti puliti, dopo di che collasso, nel migliore dei casi sulla poltrona, che a volte almeno ci provo a stare sveglia un po’ di più se c’è un film che mi interessa, se no direttamente a letto.
In tutto ciò, per mero amor di cronaca, ancora non ho ripreso a guidare, quindi continuo a dover dipendere dagli altri per qualunque spostamento superi le mie, ancora ridotte, autonomie pedonali.

Non male, vero?!
Vorrei proprio scambiare due chiacchiere con chi sosteneva, e continua a sostenere che, pastiglie a parte, la mia vita sarebbe tornata tale e quale a prima. Vorrei proprio raccontare a queste care persone quanto poco sia rimasto della mia vita, quanto più frustrante sia già riuscita a rivelarsi questa nuova variante, nonostante conti appena poche settimane di vita contro i 29 anni di quella che mi sono dovuta lasciare alle spalle.
Vorrei sapere da loro dove sta la normalità nel non potermi bere un cappuccio con brioche a colazione o nel non potermi ordinare una pizza con una birra media il sabato sera. Vorrei sapere dove sta la normalità nel non poter schiodare gli occhi dall’orologio nemmeno nel fine settimana e nell’avere il proprio tempo scandito e vincolato dai farmaci. Vorrei sapere dove sta la normalità nel terrore di prendere un banale raffreddore di stagione, dato dal sapere che mi ci vorrà come minimo il doppio del tempo a guarire perché i farmaci che già prendo mi annientano il sistema immunitario. Vorrei sapere dove sta la normalità nel dover passare due giorni al mese in ambulatori vari per “monitorare” l’AnarcoPatia. Vorrei sapere dove sta la normalità nell’avere (quasi) 30 e sentirmi sempre addosso la stanchezza di un’ottantenne, per di più acciaccata. Vorrei sapere dove la normalità nel non poter fare, tuttora, la riabilitazione post intervento e quindi nell’avere una gamba che fa quel che vuole, facendomi deambulare come se fossi rimasta storpia. Nulla contro chi, purtroppo, lo è, anzi, avete tutta la mia comprensione, ma il mio malanno è già un altro, se riuscissi a evitare almeno gli extra evitabili non è che mi dispiacerebbe. Vorrei sapere dove sta la normalità nello stare a guardare una tabella di marcia dietetico-farmacologica che si divora il mio tempo, non lasciandomene neanche uno scampolo per dedicarmi alle poche cose che davvero hanno ancora il potere di farmi sorridere. Vorrei sapere dove sta la normalità nell’avere in corpo talmente tante schifezze chimiche da non avere più alcun controllo nemmeno sulle emozioni e sull’umore.
E queste sono solo alcune delle circostanze in cui non riesco più a vederla, la normalità, alcune delle più stupide e banali, perché pensare a quelle serie fa troppo male.

La verità è che questa nuova “vita” fa schifo.
La verità è che, pur continuando a non voler fare la vittima, la differenza fra essere malati e non esserlo c’è eccome, altro che patologie “modulabili” con farmaci che le rendono “assolutamente gestibili”.
Balle! Un’enorme, infinita camionata di balle!
Ancor di più quando è il tuo stesso corpo a rivoltartisi contro, a costringerti a bombardarlo per evitare che ti/si faccia altro male, che ti/si autodistrugga.
È devastante: questa è la verità.

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Shopping Funzionale.

Image Credit © VeRA Marte

 

Iniziano le grandi manovre.
La domenica pomeriggio, nonostante il diluvio universale, è stata dedicata a una trasferta improvvisata per procurarmi l’equipaggiamento da trasporto cibo. Si ringrazia l’AnarcoSocio per essersi accollato senza lamentele la mansione di autista-singing-in-the-rain, che nella PandaMobile non c’è il lettore CD e da qualche mese la radio ha deciso che le aggrada solo la frequenza di Radio Cuore, così oltre a guidare, il sant’uomo mi ha anche fatto da jukebox umano.

Come ormai sapete fin troppo bene, sono a dieta ferrea e rigorosa, quindi la questione pasti è una delle tante che dovrò imparare a gestire al mio rientro in ufficio, fra due settimane.
Nel male delle porzioni pesate al grammo e, ahimè, piuttosto ridotte, ho risolto con due maxi thermos per alimenti. Prove d’ingombro fatte: ci sta tutto alla perfezione, e già questo mi ha sollevata non poco.
Il prossimo passo sono le prove d’ingombro dei liquidi. Archiviato il mio vecchio thermos da 0,5 L addetto alla tisana, sono passata a due da 0,4 L in modo da potermi portare sia la tisana che il caffelatte previsto dalla colazione, che dal 3 di febbraio verrà “celebrata” alla scrivania. Alla faccia della pausa caffè fighettosa in tipico stile milanese: almeno a colazione, mangerò tre volte tanto rispetto alle colleghe, ma senza spendere niente. Ok, cappuccio e brioche alla crema sono un’altra cosa, ma sto cercando di vedere i lati positivi.
A corredare la mia collezione di thermos nuovissimi, ecco i bicchieroni di plastica da campeggio, che nei bicchierini/tappo dei thermos le fette biscottate non riesco proprio a inzupparcele, non ci passano.
Il tutto è destinato a essere portato a spasso nel mio meraviglioso zaino da escursionismo, nuovo anche lui, insieme alle posate e ai miei millemila litri d’acqua giornalieri obbligatori.
Insomma, per la fine di febbraio, metà marzo al massimo, conto, oltre alla gamba, di essere riuscita a stortarmi la schiena… Ihihih!!!

Riflettevo sul fatto che, contenuto dello zaino a parte, in effetti non sono molte le cose che mi restano da portarmi dietro.
Posto che io riesca a tener fede ai miei buoni propositi riguardanti i libri, potrei addirittura riuscire a compiere il grande passo: sostituire la maxi borsa in stile Mary Poppins con una borsa “normale”, ovvero contenente soltanto un mini-kit di sopravvivenza composto da documenti, portafoglio, salviettine, fazzolettini, UN SOLO libro, il mini blocnotes, il quadernino, un paio di penne, uno specchietto, gomme da masticare, burrocacao e crema per le mani. Una valutazione a sé verrà riservata, a tempo debito, alla gestione del materiale di russo nei giorni in cui c’è lezione e ai cosmetici, indispensabili da quando mi sono riempita di sfoghi causa farmaci. Elencate sembrano un sacco di cose, ma se ci pensate bene peso e ingombro sono davvero ridotti.

Che dire? Il ghiaccio è rotto.
Il primo passo verso la ripresa è fatto e, mentre mi domando perché il caricamento online abbia trasformato la mia fiquissima foto da moderna natura morta a orrenda sgranatura complessiva, penso a come organizzare le prossime tappe del mio ritorno al mondo esterno.

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Un po’ di Serietà… #1

ANMAR
Associazione Nazionale Malati Reumatici

 
 

La malattia: un passaggio dal lutto, all’accettazione, alla scoperta di sé attraverso l’aiuto psicologico

Molto spesso viviamo il nostro corpo come un nemico, come qualcosa che sfugge al proprio controllo ed alla nostra volontà.
Trovarsi faccia a faccia con la diagnosi di una malattia e con ciò che essa comporta attiva vissuti emotivi intensi di angoscia, rabbia e tristezza in cui prevale il senso di impotenza da cui nascono mille domande: “Perché proprio a me? Perché questo? Perché adesso? Cosa ne sarà di me?”.
La malattia ci costringe a rivedere la scala delle priorità della propria esistenza e ci porta ad aprire gli occhi di fronte all’illusione della nostra eternità.
Rispetto alle cause dell’insorgenza di una malattia (qualunque essa sia) si deve considerare una molteplicità di fattori tra cui quelli ambientali, ereditario-genetici e anche di tipo psicologico.
Il sostegno psicologico diventa un’occasione importante per la persona, in cui la terapia diventa uno spazio, un tempo ed una relazione in cui poter essere ascoltato nella propria sofferenza psico-emotiva all’interno di un luogo protetto in cui lasciarsi attraversare dal dolore della perdita di ciò che si era e di ciò che non si è più, sentendo il profondo dispiacere per se stessi per poi riuscire a lasciarsi tutto alle spalle trovando la forza di conoscersi per ciò che si è nelle proprie capacità, risorse e limiti del presente. Ciò libera energie trovando la forza di concedersi qualcosa di nuovo spingendosi in nuove direzioni.
La persona non è la sua malattia e non esaurisce il suo potenziale in essa; per questo è importante essere aiutati a distinguere il fatto che avere un problema non significa essere il problema, che la persona è molto di più e molto altro rispetto alla malattia.
Il sintomo, nel dolore che porta con sé, racconta qualcosa di prezioso nel suo significato simbolico espressione dell’indissolubile rapporto Mente-Corpo: racconta di una vita in cui blocchiamo, tradiamo e reprimiamo bisogni, desideri, emozioni autentiche creando una vita stressante rispetto al nostro ben-essere e alla vita che vorremmo vivere ma che non ci permettiamo.
Il nostro corpo fedele a se stesso ha qualcosa da dirci e da insegnarci sulla direzione da prendere per poter stare meglio con noi stessi. Ascoltare ciò che il corpo con la sua “saggezza” ha da dirci, diventa quindi un’occasione importante per poter ri-decidere della propria esistenza.

C’è stato un tempo in cui da bambini abbiamo compreso che per sentirci amati e amabili, dovevamo comportarci in un certo modo. Abbiamo imparato a compiacere, ad essere perfetti sforzandoci di non sbagliare mai, richiedendo a noi stessi l’efficienza e la forza di chi non deve mostrare segni di fragilità e di chi non può chiedere aiuto. E’ anche per questo motivo che la malattia può insorgere.
La malattia nel dolore che porta con sé ci può portare quindi a compiere un viaggio dal fuori al dentro di noi, al nostro stato interiore per ritrovare la propria spinta vitale.
Il supporto psicologico nasce dalla necessità di aiutare la persona a compiere questo viaggio attraversando il proprio dolore verso l’accettazione di sé (e della malattia) all’interno di un processo di comprensione via via più profondo in cui capire cosa sta capitando nella propria vita: “Che cosa mi sto impedendo di pensare, di sentire, di dire, di fare? Chi sono io se lascio ciò che devo essere? Cosa posso fare per me e per migliorare la mia qualità di vita in relazione a questa malattia?”
Sono queste alcune delle domande a cui trovare risposta attraverso il percorso psicologico in cui dare valore alla persona nella sua storia e nella sua unicità per tornare in armonia con se stessi anche imparando ad esprimere quei “NO” , quei “SI”, quei “BASTA” soffocati ed ingoiati nella paura del rifiuto e dell’abbandono e nella convinzione deleteria di non essere meritevoli di amore.
Il percorso psicologico come metafora di un viaggio per ri-tornare al proprio sé, prendendosi cura del proprio sentire a partire da un nuovo modo di stare con se stessi e con gli altri nella possibilità di volersi bene e di sentire di andar bene così come si è; nella possibilità di riuscire a realizzarsi e di godere della vita; nella possibilità di recuperare la vicinanza dell’altro, sentendo di avere un posto in un mondo che sa anche accoglierci; nella possibilità di sentire la propria forza e anche la propria fragilità; di poter stare sulle proprie gambe ma anche di farsi sorreggere; di stare solo e anche di stare “con” ascoltando, chiedendo e dicendo, nella certezza che si può cadere e rialzarsi sbagliando ed imparando dalla vita e dal nostro corpo.

Dott.ssa Silvia Polin
Psicologa-Psicoterapeuta in Analisi Transazionale e Gestalt
Fonte – Per saperne di più

 
 

Non c’è molto che io mi senta di aggiungere a quanto si dice nell’articolo; forse perché alcune affermazioni hanno dato voce a concetti a cui io stessa cercavo di dare forma da settimane senza riuscirci, o forse perché, seppur affidandomi a parole altrui, ho trovato per la prima volta il coraggio di guardare in faccia quello che sto vivendo.

Non è solo un brutto sogno: è tutto vero.

C’è un mondo sommerso a cui si fa volentieri a meno di pensare finché non ci si cade dentro, come inciampando in una pozzanghera che si rivela più profonda di quanto sembrasse. In Italia vengono definite malattie sistemiche autoimmuni rare tutte quelle patologie che colpiscono una percentuale di popolazione inferiore allo 0,05%. Se ci si concentra sulle cifre, dà l’idea di un qualcosa di tanto irrisorio da poter essere ignorato, ma quando ti scopri parte di quel “così poco da sembrare trascurabile”, ti rendi conto che, nel nostro paese, lo 0,05% della popolazione è pari a circa 30.000 persone: vista così i numeri non appaiono più tanto insignificanti.
Non dimentichiamo che, oltre ai “malati rari”, ci sono i malati meno rari, ma non per questo meno malati, e i disabili.

Non sono a caccia di compassione. Ci sono infatti una serie di fattori per cui io posso ritenermi un membro “fortunato”, passatemi il termine, di questa enorme sub-popolazione di persone “scomode” e difficili da gestire: dal punto di vista medico, pratico, emotivo e, non prendiamoci in giro, anche economico.
Vorrei solo che ci si soffermasse più spesso a pensare , fosse anche solo per un istante, a come ci sentiremmo se, al posto loro, ci fossimo noi.

 

Buona settimana a tutte e tutti!!!
Всем замечательной недели*!!!

 
 

*Vsjém zamjeciátjelnoj njedjégli!!!

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Preghierina del Giorno. #2

 

Ebbene, oggi tocca a te, dea/dio-delle-analisi-del-sangue!

Passato il periodo dei festoni con compagne e compagni di università, in cui il punto era approfittare dell’occasione per fare più casino di quanto fossimo già abituati a farne, anche il Capodanno ha perso quasi ogni attrattiva sulla sottoscritta. L’unico piacere di tale data, per me, era la doppia mangiata nell’arco di poche ore.
Sì, sono una buona forchetta, mi piace mangiare e , se possibile, farlo bene, e allora?

Quest’anno, però, causa prelievi imminenti, cena dietetica secondo i sacri dettami della Magna Carta che governa il mio stomaco da un tempo che a me sembra immemore, anche se in realtà sono due mesi e mezzo, e cenone di mezzanotte annullato. Premettendo che allo scoccare dell’ora X dormivo, accasciata in una poltrona con i cartoni animati di sottofondo, quando mi sono svegliata, giusto per amor di coerenza, mi sono concessa un cioccolatino e un brindisi a base di limpida e naturalissima acqua minerale.

Fin qui, tutto sommato, nulla di che.
La parte davvero divertente è stato l’ormai leggendario ribaltone dalle scale, andato in scena il giorno dopo in tutta la sua maestosa e scenografica drammaticità. Il giorno successivo ancora, infatti, siamo quindi SOLO al 3° giorno di questo nuovo anno, avevo in programma i prelievi.
Sorvolando sulle attese bibliche e sulla delicatezza da scaricatori di porto degli “addetti ai lavori”, fatta la mia brava donazione per niente volontaria, ho deciso di passare a salutare lo squadrone di angeli che si guadagna da vivere nel reparto in cui ero ricoverata, ovvero coloro che mi hanno impedito di perdere del tutto il senno durante la mia permanenza in ospedale.
Fortuna vuole, a quanto pare ogni tanto si degna di farsi viva, che fosse in turno anche la dottoressa responsabile della sciagurata sottoscritta, a cui, per non mancare di rispetto alle tradizioni, ho pensato bene di sfracellare i maroni con mille domande. Tralascio le varie ed eventuali, e mi concentro sulla notizia bomba: il ruzzolone, avendo colpito il muscolo già sofferente, potrebbe falsare i risultati delle analisi.

Ora, io dico, cosa cazzo sono stata attenta a ogni singola stronzata a fare per un mese e mezzo, se poi era destino che, proprio il pomeriggio prima degli esami, mi cappottassi in un modo capace di comprometterli?

Tirando le somme, oggi pomeriggio l’AnarcoMater si lancerà nella “Missione Ritiro Esiti” e qualcosa mi dice che ci sarà da farsi grasse risate…

La mia pazienza è agli sgoccioli, la mia stabilità mentale è messa anche peggio, dunque, suddetta entità (presunta) superiore, vediamo di non giocare tiri troppo mancini, perché questa volta potrei arrabbiarmi sul serio…

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Io, il Rientro e Miss Gamba.

Screenshot da Twitter, 07/01/2014, h 07:50
Image Credit © VeRA Marte

 

Il mio rientro, in condizioni “normali”, sarebbe iniziato così.
Col treno prima del mio in ritardo di 24 minuti, cosa che avrebbe avuto sicure ripercussioni anche sulla puntualità del mio, di treno. Non so bene se sorriderne o meno. So che, per sentirmi meno alienata, ho pensato bene di dedicare la mattinata a una serie di telefonate burocratiche che, a conti fatti, credo siano riuscite a farmi innervosire più di quanto avrebbe fatto il treno in ritardo, ma pazienza.

Come perdere i chili presi durante le feste” sta già facendo la sua brava parte da must del momento, e questo sì che mi fa ridere, un riso amaro, ma pur sempre riso. Io dall’inizio delle feste, che in casa mia è coinciso con un compleanno festeggiato il 7 dicembre, sono dimagrita. Eppure ho mangiato, mi sono concessa degli sgarri che una volta mi sarebbero sembrati ovvi in relazione al periodo, ma che ora per me sono paragonabili a un pranzo di nozze: niente. Dopo i picchi, da attribuire in gran parte all’ingordigia del cortisone più che alla mia, ho chiuso le feste in ribasso di ciccia. Intendiamoci, non mi fa certo schifo, eh?! Non è il cosa a mettermi tristezza, ma il come. Sarebbe bello poter fare un applausone al mio metabolismo o, meglio ancora, alla mia buona volontà e al mio autocontrollo, ma non è questo il caso. La standing ovation va alla paura, al terrore del non saper quantificare l’entità del danno causabile da un cioccolatino in più infilato in bocca più o meno di nascosto. Così, per placare la fame, ho ripreso a ruminare gomme da masticare, rigorosamente senza zucchero, a volte anche per ore, a oltranza, col risultato che lo stomaco mi si riempie d’aria e l’interno delle guance è un massacro di morsiconi involontari, ma almeno mi concentro su questo e non sul fatto che, così dicono, anche le gomme da masticare fanno male, almeno considerato l’uso improprio che ne faccio io.

Mi accorgo che le feste sono finite solo per le grandi manovre di smantellamento Lapponia messe in atto dall’AnarcoMater, che ogni anno ingaggia, e vince, una sfida con se stessa per “La casa più decorata e illuminata del paese”. E per fortuna il pezzetto di giardino è condominiale, se no sarebbe capace di assoldare di tasca sua dei teatranti di strada per allestire un presepe vivente non-stop dall’8 dicembre al 6 gennaio.
Ebbene sì, la casa sta tornando al suo aspetto originario, quindi nell’arco di qualche giorno ho buone probabilità di smettere di ritrovarmi glitterata contro la mia volontà, rea colpevolissima dell’incresciosa malefatta di vivere qui.

Il punto è che io ero convinta che per questo rientro sarei stata in grado di rimettermi in pista. Certo, coi miei tempi e le mie modalità tutte nuove, ma comunque di nuovo in corsa, invece no: ancora a riposo forzato, anzi, forzatissimo dopo il ribaltone dalle scale.
E io ora come lo faccio passare il tempo? Almeno prima ero tornata a muovermi in maniera quasi accettabile, invece adesso ogni movimento è una fitta e non sembra esistere posizione umana che la mia gamba trovi di suo gradimento, maledetta stronza! Mai sentito parlare di karma? Prima mi fai finire col culo per terra e poi ti lamenti se ci sei finita in mezzo anche tu… Ma pensa te ‘sta presuntuosa di ‘sto piffero… Per la cura e l’attenzione che ti ho riservato in questi ultimi mesi, avresti dovuto improvvisarti Transformer, mutarti in elica, sollevarmi in volo e farmi atterrare, comoda e leggiadra, sul cuscino più morbido del divano. Invece no. Ha deciso di entrare in sciopero senza preavviso, la simpaticona, per di più mentre ero sulle scale, ché non è solo simpatica, ma anche burlona, la fetente… Stiramento del muscolo già lesionato, piede scorticato contro i gradini e dolori che neanche il giorno dopo l’intervento. Sai che ti dico? Che puoi anche andartene affan…

Scusate, eh, ma quanno ce vo’, ce vo’…

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AnarcoEpifania 2014

Il regalino befanoso degli AnarcoZii.
Image Credit © VeRA Marte

 

In questo caso il prefisso Anarco- ci sta proprio!
Per motivi logistici, infatti, la mia Epifania è stata anticipata a ieri.
La necessità che ha portato all’aguzzarsi, neanche poi troppo in realtà, dell’ingegno organizzativo dell’AnarcoFamily è stato il desiderio che anche l’AnarcoSocio, in temporanea trasferta dalla sottoscritta per l’occasione, fosse presente all’apertura del pensierino per l’AnarcoNipotina, essendo lui co-artefice dell’acquisto.

Così eccomi qui. Reduce da una giornata di assoluto niente, in cui perfino la bilancia mi ha dato il buongiorno facendomi notare che, in fondo, la mia AnarcoEpifania non me la sono goduta quanto avrei potuto, anzi. Il malefico cortisone, infatti, non è riuscito ad accumulare che un misero chilogrammo netto: un’inezia contro il 1,1 kg del compleanno dell’AnarcoCognato, il 1,5 kg della festa di Natale all’asilo nido della Nipotonzola e il 1,8 kg del pranzo di Natale.
Emmenomale che l’Epifania dovrebbe essere la festa dei dolci…

Insomma, oggi nullafacenza totale. Ho smistato un po’ di posta elettronica, finito uno dei mille libri in lettura, guardato due film e sonnecchiato random sul divano, mentre aspettavo che pomata e ghiaccio facessero la loro parte sulla gamba ancora svirgola dopo il ribaltone dalle scale.

Domani la vita riprende.
Per gli altri.
Per me il solito tran tran.

Io vivo a casa, lavoro a casa, studio a casa, mi “diverto” a casa, faccio shopping da casa, trascorro le vacanze a casa, mi curo a casa… Vi viene in mente altro? Qualunque sia la vostra risposta, beh, sappiate che io lo faccio standomene a casa.
Sono abbastanza sicura che qualcuna/o di voi abbia già fatto in tempo a pensare “Beata te!”, ma credetemi, a lungo andare è logorante. Si perde la percezione delle proprie azioni, perché finiscono per essere tutte uguali. Niente luoghi, niente orari, niente interazioni umane, niente colori, niente meteo, niente odori, niente pause, niente di niente, come una sorta di pantomima teatrale a scenografia fissa.
Ci sono momenti in cui perfino i treni in perenne ritardo riescono (quasi) a mancarmi. Ho fotografato decine di magnifiche albe durante le attese impreviste sulle banchine della mia stazione dispersa nel nulla. Mi manca il piacere di entrare in una libreria e scegliere i libri sfogliandoli, invece che con un click. Mi manca la frenesia, altrui, dell’onnipresente coda negli uffici postali, a cui sopravvivo senza fatica grazie alla lettura. Mi manca il controllo quotidiano di ben tre app meteo per decidere quanto coprirmi il giorno successivo. Mi manca il tornado di suoni e odori che mi investe ogni volta che entro nel mio barettino della metropolitana, pronta a imbrattare d’inchiostro pagine ancora troppo bianche, col tepore di un cappuccino a scaldarmi lo stomaco da cui, molto spesso, sgorgano le parole migliori, quelle scritte d’impulso. Ah, il mio cappuccino extra zucchero di canna con brioche alla crema!

Devo aggiungere altro o si è già capito che mi annoio a morte?!
La quantità mastodontica di attività con cui mi impongo di impegnare il mio tempo si sta rivelando insufficiente, o meglio, l’ambientazione immobile e immutabile le sta fondendo tutte in un unico grande affaccendarsi che sembra non portare da nessuna parte, perché sfuocato, confusionario e indistinto.

So che appena rimetterò i miei pied(on)i instabili là fuori mi pentirò amaramente di ogni singola lagna digitata su questo blog. So che, per come sono ora, riprendere il ritmo costerà una fatica disumana sia al mio corpo che alla mia mente, ma non posso farci nulla: mi annoio. Mi sembra di star perdendo grandi fette di vita che, quando potrò di nuovo mangiarle, saranno ormai andate a male, acide, da buttare, e allora, concedetemelo e perdonatemelo, mi lamento: almeno scrivo, che è sempre una buona cosa.

 

Buona Epifania a tutte e tutti!!!

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