Inorridisco.

Macchietta d’olio.

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Da martedì mattina sono ufficialmente un ingranaggio omologato della perversa macchina del lavoro a tempo indeterminato. Alla veneranda età di 32 anni, mi hanno assegnato il mio numerino nei registri e piazzata nella mia casellina predeterminata nel grande archivio dei lavoratori “fortunati”, quelli che accettano qualunque condizione pur di continuare ad avere uno stipendio che gli consenta di (soprav)vivere.

Sia chiaro, non mi lamento, anzi!
Il tono polemico è uno strascico delle mirabolanti peripezie che ho dovuto attraversare per giungere all’agognato traguardo: mi limito a dichiarare che si è più e più volte rasentato il ridicolo.
A fronte di questo la domanda è una sola: perché?

Passi che non si possa pretendere, meno che mai coi tempi che corrono, di trovare il proprio lavoro ideale, ma anche ammesso che si riesca a trovarne uno qualunque, di lavoro, perché ci vogliono mesi, se non anni, per “stabilizzare” la propria situazione?
Perché se hai una qualifica vogliono l’esperienza, se hai l’esperienza vogliono una qualifica, e magari se le hai entrambe non ti assumono lo stesso perché “dovremmo pagarti troppo e non ce lo possiamo permettere”.
Come fai, fai, sbagli.
Come sei, sei, non sei mai abbastanza.

È qui che scatta l’apatia.
Non intesa come disinteresse e menefreghismo, ma come strategia di autodifesa, come unica via percorribile per la sopravvivenza.
Quando le due paroline magiche “tempo indeterminato” fanno capolino nella travagliata esistenza della precaria, d’improvviso è come se la piccola, preoccupante crepa che da tempo ormai immemore minava la sua stabilità mentale cedesse, aprendosi in una vera e propria voragine in cui si riversa l’irruenta cascata di tutte le ansie, le paure e le preoccupazioni che ne hanno angustiato la vita per interminabili mesi.
Un’inaspettata boccata d’aria fresca riempie i polmoni della poveretta e d’un tratto è il silenzio.
Di colpo tutte le fastidiose vocine che ti riempivano la testa tacciono e tu, quasi spaesata, fai una cosa che non facevi da così tanto tempo da aver dimenticato l’ultima volta che te l’eri concessa: respiri.

È una cosa rapidissima, questione di pochi istanti, poi tutto riprende come prima, con la sola, non certo trascurabile, differenza di una leggerezza prima estranea, una sensazione del tutto sconosciuta che ti si insinua nel cervello per insegnarti un concetto nuovo, o meglio ancora, per rilasciarti un’autorizzazione in cui non speravi quasi più: ora puoi iniziare a costruirti la tua vita.

Tempo fa, durante un corso di formazione, la docente di comunicazione mi colse un po’ di sorpresa con questo commento: «Non sono mai stata a favore dell’atteggiamento comunicativo passivo, anche se negli anni mi sono resa conto che possa diventare una sorta di “armatura” difensiva. Tu però sei proprio una macchietta d’olio: non è che non ti metti in gioco nel tentativo di preservarti, è che proprio tutto quello che riguarda il tuo ambito lavorativo ti scivola addosso. A volte vorrei proprio saper essere come te».
Mi pare abbastanza evidente che non fosse proprio un complimento, ma la verità è che quando il lavoro si spoglia di ogni suo valore sociale, intellettuale e umano, gli resta solo quello economico, e quando lavori solo perché hai bisogno dello stipendio, di tutto il resto finisce per importarti davvero ben poco.
Capisci che le cose a cui vale la pena dedicare il poco tempo e le poche energie di cui puoi disporre a tuo piacimento sono altre, e l’entusiasmo per quella cosa che, si dice, dovrebbe nobilitare l’uomo, il lavoro per l’appunto, scema poco a poco fino a svanire, facendone un mero mezzo di sostentamento, a volte addirittura una sorta di “finanziamento” per progetti alternativi con cui ci si augura di riuscire, un giorno, a sostituire la mesta routine quotidiana, che pure si è tanto faticato per costruire.

È così che il lavoro di tutti i giorni diventa poco più che un mezzo, uno svilito strumento per raggiungere fini e obiettivi altri, per provare ad alimentare i sogni nella speranza che crescano a sufficienza da realizzarsi.
Già, realizzarsi, quell’utopia che la mia disorientata generazione insegue da sempre, con tenacia, senza però mai venirne a capo.

Pessimista? Forse…
Ma sono abbastanza convinta di essere in solidale e, ahimè, abbondante compagnia.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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8 Marzo: the day after.

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Bene. L’8 Marzo è passato. E oggi?

Un solo giorno all’anno per celebrare le donne mi sembra davvero una gran presa in giro a fronte del trattamento che poi ci viene riservato negli altri 364, per questo tendo a non festeggiarlo.

Trovo alquanto paradossale che moltissime donne in tutto il mondo abbiamo passato questo 8 Marzo, loro presunta festa, in piazza, manifestando per rivendicare diritti che dovrebbero esser loro riconosciuti in quanto esseri umani, ancor prima che in quanto donne.

Se vuoi fare figli i costi sono proibitivi, se vuoi abortire devi sperare in quella risicata fetta di medici non obiettori, una volta che i figli ce li hai nessuno ti aiuta con un minimo di servizi.
Sul lavoro, sorvolando sulle innegabili influenze del fattore figli anche in questo ambito, a parità di competenze ed esperienza, siamo pagate dal 16% al 30% in meno dei colleghi uomini, in tutti i settori e qualunque sia la mansione. Per non parlare di quando un lavoro proprio non ce l’hai e, nel cercarlo, la domanda principale che ti senti sottoporre è, per l’appunto: «Ha figli? Ha intenzione di averne?» E se fosse? Mi dicano, lor signori, quale improvviso e irreparabile deficit apporterebbe la cosa alle mie capacità professionali?
Uomini incapaci di ammettere che una donna possa essere brava quanto loro, magari anche di più, uomini incapaci di accettare che una donna possa lasciarli, uomini incapaci di capire che una donna è, innanzi tutto, una persona, proprio come loro.

Credo non si contino gli approfondimenti possibili sulla questione della discriminazione di genere, ma per chi volesse dilettarcisi è sufficiente aprire qualunque quotidiano, ascoltare qualunque notiziario, alla radio o in TV, prendere in biblioteca uno dei molti saggi, frequentare gli incontri di una delle tante associazioni, insomma, ce n’è per tutti i gusti.

In questo triste scenario, per rimanere fedele a me stessa, io voglio proporvi due libri:

Storie della buonanotte per bambine ribelli. 100 vite di donne straordinarie.
di Francesca Cavallo e Elena Favilli; tradotto da L. Baldinucci
Edito da: Mondadori

Cattive ragazze. 15 storie di donne audaci e creative.
di Assia Petricelli e Sergio Riccardi
Edito da: Sinnos

Recentissimo il primo, un po’ meno il secondo, sono due libri che parlano di donne alle donne. Un totale di 111 storie di donne semplici ma meravigliosamente complesse, come solo le donne sanno essere, incredibili e comuni allo stesso tempo, raccolte perché le donne non dimentichino mai il loro valore e quanto lontano la loro passione e la loro determinazione possano portarle.

 
 

Donne, rompiamo il Silenzio!

 
 

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Caro Babbo…

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Caro Babbo Natalo,
come ti avrebbe appellato l’Abatantuono di qualche decennio fa, so che forse è un po’ tardi per scriverti, ma ho preferito aspettare che tu finissi di sbrigare il tuo compito più importante: portare i doni ai bimbi.

Non che io sia mai stata uno stinco di santa, ma proprio non mi era parso di essere stata tanto una cattiva persona quest’anno.
Visto quel che mi hai portato, però, il dubbio inizia a sorgermi: analisi peggiorate, nuove terapie con effetti collaterali sempre più manifesti e fastidiosi, un consulto obbligato con la dietista, nel tentativo di salvare un fegato a cui la buona volontà non sembra più essere sufficiente per smaltire tutte le scorie che gli vengono rifilate, chimiche o biologiche che siano.

Ora la sto buttando un po’ sul ridere, ma la verità è che è sempre più difficile mantenere un approccio positivo e ottimista alla situazione.
È difficile alzarti la mattina e non riuscire a vestirti perché quanto rimasto dei muscoli delle gambe non si alza abbastanza per infilare i piedi nei pantaloni, mentre quelli delle braccia non riescono a stare sollevati nemmeno il tempo necessario a pettinarti quei quattro capelli che ti sono rimasti in testa, se non al prezzo di dolori che, di sicuro, non aiutano a iniziare bene la giornata.
È difficile doverti portare l’utile in borsa, ma poterlo fare solo a patto di rinunciare al dilettevole, perché non riesci più a sostenerne il peso: scegliere i libri in base al loro spessore e non al loro contenuto, perché non puoi sacrificare la bottiglietta d’acqua, le salviettine o la cartellina coi documenti medici. Frustrante.
È difficile sentirti dire che il tuo fegato proprio non sta bene, nonostante tu, negli ultimi tre anni, non abbia raggiunto le dieci mangiate di fritto e non abbia mai bevuto più di un paio di birre medie al mese, spesso neanche quelle.
È difficile ritrovarmi di nuovo a non poter guidare, ma non solo, ad avere addirittura problemi a salire e scendere dalle auto delle anime pie che si offrono di scarrozzarmi, costringendole ad assistere ad acrobazie surreali, come se la rinnovata totale mancanza di autonomia non fosse già abbastanza.
È difficile cercare un nuovo lavoro che si adatti alle tue limitazioni di salute senza che nessuno te le riconosca in modo ufficiale. Rinunciare a cose che ti piacerebbe fare, ma su cui non ti puoi più permettere nemmeno di fantasticare, e cercare solo fra le offerte che si adattano alle tue possibilità, per poi vedertele negare a fronte di leggi attualmente in vigore, che non prevedono che qualcuno possa mettere nero su bianco che determinate mansioni ti spetterebbero di diritto.
È difficile smettere di essere il lampante risultato dello stile di vita che hai scelto di condurre, per diventare solo una conseguenza approssimativa e sfuocata del regime farmacologico che segui.

È difficile, più di ogni altra cosa, stare a guardare un intero squadrone di medici che brancolano nel buio, dando l’impressione di non avere la minima idea di quel che fanno, vederti trattare come una vera e propria cavia, sentirti dire che “Non esistono più i pazienti di una volta”, quelli in cui esami e sintomi avevano una corrispondenza che portava a diagnosi facili e, spesso, risolutive.

E allora, caro Babbo Natalo, cosa avrò mai fatto di tanto terribile da meritare cotanta ritorsione da parte tua? E che ne diresti di concordare un congruo conguaglio per l’anno prossimo?
Perché, se questi sono i risultati del mettercela tutta per “fare la brava”, chi me lo fa fare? Tanto varrebbe darsi ai bagordi e vivacchiare, malaticcia sì, ma almeno felice e soddisfatta.

Detto tutto questo, per dimostrarti che non c’è nulla di personale nelle mie recriminazioni, ti dedico il mio personale tormentone delle feste 2016, nella speranza che ti strappi un sorriso e, magari, ti corrompa a essere un tantino più magnanimo nel 2017.

 

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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#FertilityDay

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Settembre è arrivato e, dopo il problema dell’immigrazione, la piaga degli attentati terrosirtici e la tragedia del terremoto, purtroppo avvenimento simbolo dell’ormai concluso Agosto 2016 italiano, ci porta in dono la nuova “geniale” trovata della Ministra Beatrice Lorenzin.

Come mio solito, io reagisco sempre a scoppio ritardato, un po’ perché sono distratta, e non noto un bubbone finché non scoppia, e un po’ perché ho bisogno del mio tempo per metabolizzare le cose.
Da quanto ho letto, tutte le polemiche del caso sono già state sollevate. Reazioni, più o meno infervorate, di carattere economico, sociale, sanitario e anche quelle che, in maniera tanto semplice quanto legittima, ricordano alla ministra il basilare principio del libero arbitrio, punto di partenza della questione, dato che se una persona sceglie di non avere figli, molte delle altre problematiche cadono da sé.

Proprio a fronte di questa abbondanza di risposta alla campagna di lancio del Fertility Day, ho deciso di evitare di scrivere l’ennesimo predicozzo generico di (secondo me giusta) protesta contro l’ignobile, beffarda e offensiva modalità con cui questa è stata propinata al popolo italiano, limitandomi a una riflessione, neanche troppo dettagliata in realtà, sulla mia situazione personale. Così, giusto perché non mi piace reclamare senza motivare le mie opinioni.

Sono una donna di 32 anni con un diploma linguistico e una ventina di esami riconosciuti fra le due facoltà universitarie che ho frequentato, entrambe abbandonate per motivi vari ed eventuali.
Dall’età di 17 anni assumo regolarmente ormoni a causa di uno squilibrio ormonale ereditario che, se non curato, avrebbe potuto portarmi alla sterilità totale già intorno ai 20 anni.
A questo, circa tre anni fa, si aggiunta la diagnosi di AnarcoPatia. Il farmaco che mi permette di (con)vivere con la malattia ha fra gli effetti collaterali alta teratogenicità fino a possibile abortività.
Sto con l’AnarcoSocio da oltre tre anni e mezzo, ma a causa delle nostre situazioni lavorative, di cui vi risparmio i particolari per non annoiare nessuno, solo di recente ci siamo potuti permettere di iniziare almeno a parlare di convivenza. Poi, come si dice, “tra il dire e il fare”… ci sono un mondo del lavoro ancora molto instabile, soprattutto per quanto riguarda me (apprendista a 32 anni!!!), un sistema sanitario al collasso, con dotazioni obsolete e carenza di personale, e una pessima politica di incentivazione alla formazione di nuove coppie/famiglie da parte dello Stato Italiano.

Da dire ci sarebbe molto altro, ma ho promesso di non tediarvi con le piccolezze, quindi mi fermo qui, a quelli che mi sembrano i punti salienti del perché io mi sia sentita offesa e svilita dalla campagna del Fertility Day.

Io non ho mai avuto una grande propensione al matrimonio, né ho mai aspirato a uno status economico e sociale d’élite, ma per quanto riguarda l’avere dei figli ho sempre avuto le idde molto chiare: sì, vorrei avere figli, se la sorte me lo consentirà nonostante tutte le difficoltà, quelle di salute in primis, mi piacerebbe averne almeno due.

Con le premesse che ho descritto prima, però, come posso non sentirmi presa per il c**o dalla “Signora” Lorenzin?

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Ma sul serio??! #1

 

Circa quattro anni e mezzo fa, per ragioni che mi sono tutt’oggi ignote, sono stata assunta nel sedicente Ufficio Marketing in cui lavoro.
“Sedicente” perché, in concreto, non abbiamo un grafico, non abbiamo un copy, non abbiamo nessuno che abbia mai ricevuto un minimo di formazione specifica in marketing e pubblicità, quindi ci arrabattiamo facendo del nostro meglio.

Col tempo ho scoperto che, a quanto pare, le mie carte vincenti siano state la capacità di scrivere, ai tempi avevo già pubblicato e lavorato come editor, e il fatto che studiassi russo.

Volente o nolente mi sono trovata a confrontarmi col magico mondo della pubblicità, di cui mi definirei del tutto digiuna ancora adesso.

È cambiato però lo spirito con cui osservo, con cui vivo il mio ruolo di destinataria del lavoro pubblicitario altrui.

Alla luce di tutto ciò mi chiedo: puoi pagare una persona per produrre ciò???

Sorvolando sull’aspetto video e grafico dello spot, che io non trovo granché originale, ma che tutto sommato potrebbe anche starci, la mia irritazione esplode quando sento la stupidissima canzoncina.

Per chi, come me, ha bisogno di “visualizzare” per riuscire a mettere a fuoco una questione, riporto le parole di questa “perla” compositiva:

 

Mare, mare
Sole, sole
Molto sole
Troppo sole
Non fa bene, no!
Cosa fa?
Scottature, eritemi: questo fa.

 

Vi prego! Ditemi che non sono l’unica a sentirsi presa in giro…

Chiunque di voi abbia figli, nipoti, amici con pargoli al seguito sa che, alla tenera età di 4/5 anni, un cucciolo d’uomo è in grado di dare vita a creazioni poetiche di livello ben superiore a questo.
In confronto, il “sole, cuore, amore” che gli appartenenti alla mia generazione di sicuro ricordano, diventa alta classe.

Ok, ok, il fatto che io ora sia qui a scriverne dimostra che, nel bene o nel male, hanno comunque fatto centro, perché la loro pubblicità mi è rimasta in testa, ma l’attenzione è attratta nello stesso modo fastidioso in cui lo sarebbe da una zanzara che ronza nel buio della stanza impedendoti di dormire.

Cercando sul web la definizione di “neuromarketing”, di cui tanto si sente parlare, almeno nell’ambiente, ho scelto quella che segue, solo perché è la più sintetica: “Il complesso delle tecniche di marketing che sfruttano le scoperte e le metodologie delle neuroscienze per determinare le forme di comunicazione più efficaci a influire sui processi decisionali del consumatore.”.
Detto con parole mie: lo studio di come abbindolare il maggior numero di potenziali clienti, riuscendo a convincerli a comprare il proprio prodotto, qualsiasi sia il reale livello di qualità di quest’ultimo.

Rifletto su quanto gli esperti di questo settore chiedano per le loro preziosissime e vitali consulenze e mi chiedo quale sopraffino genio del male debba essere colui che ha selezionato e approvato cotanta ‘opera musicale’.

Dico sul serio, presentatemelo!
È molto probabile che agli occhi di un personaggio del genere i miei scritti apparirebbero come inestimabili capolavori letterari e la mia strenua lotta per emergere nel caotico e perfido mondo della scrittura vedrebbe finalmente far capolino il tanto agognato traguardo.

Bene! Mi sono sfogata…
Ora posso tornare a far finta di saper fare pubblicità a cuor leggero…

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Telegiornalisti? No, grazie.

писать-scrivere

 

Oggi è difficile pensare che ci sia stato un tempo in cui, chi lavorava in televisione o alla radio, riceveva un minimo di preparazione, più o meno approfondita, in materia di corretta dizione italiana.

Sorvolando su eventuali imprecisioni nella pronuncia delle vocali aperte o chiuse, spesso dovute alla provenienza geografica, scopro che i mezzi busti più famosi d’Italia non sanno gestire in maniera corretta nemmeno l’accento logico delle frasi.
La necessità di enfatizzare, di spettacolarizzare la notizia fa sì che, invece di utilizzare nel modo corretto il tono della voce, finiscano per sottolineare le parole considerate più importanti spostandone l’accento tonico. Il risultato è una parlata dal ritmo martellante e monotono che rende difficoltosa la comprensione.

Per far capire meglio di cosa parlo, ho estratto e messo nel video che segue un brano dal CD che accompagna il “Manuale di dizione e pronuncia” di Ughetta Lanari, annunciatrice Rai per quasi vent’anni e conduttrice radiofonica.

 

 

Complicato spiegare a parole ciò che, grazie all’audio, appare chiaro fin dal primo ascolto, o almeno così è stato per me.

Questa piccola scoperta è stata lo spunto per una riflessione più ampia sulla NON-meritocrazia che regna sovrana ai giorni nostri.

Per certi versi sarei proprio io la prima a dover tacere, dato che avendo abbandonato ben due facoltà universitarie senza averle portate a termine, mi ritrovo con un Curriculum Vitae piuttosto scarno. So bene che, senza le paroline magiche “Laureata in…” gli esami sostenuti, magari anche con un buon punteggio, e le esperienze pregresse valgono ben poco. È anche vero, però, che un po’ d’esperienza senza i vincoli salariali imposti da una qualifica ufficiale permette ai datori di lavoro di proporti una retribuzione minore, quindi il conto per essere stata una scansafatiche non tarda mai a presentarsi.
Al di là di queste riflessioni spicciole, mi mette una gran tristezza dover assistere, impotente, al trattamento riservato alle potenzialità individuali delle risorse umane, molto spesso sprecate invecve che valorizzate.

Vedo pubblicare testi privi delle più banali caratteristiche di correttezza, quali punteggiatura e maiuscole, e i loro autori lodati per la rapidità con cui li hanno prodotti. Sbagliato. Sbagliatissimo!
Un buon testo ha bisogno di “decantare”, soprattutto se rivolto a un’utenza ampia ed eterogenea, così come una buona pronuncia richiede tempo e dedizione, ma è d’obbligo da parte di chi lavora nell’informazione pubblica.

Quand’è che la qualità ha smesso di essere un requisito fondamentale?

Mi rendo conto di essere di parte, ma sono convinta che possedere gli strumenti per fare un lavoro non sia sinonimo dell’essere in grado di farlo. Sedermi di fronte a una tela con una tavolozza e un pennello in mano, ad esempio, non farebbe di me una pittrice; allo stesso modo, indossare un camice bianco con uno stetoscopio al collo non farebbe di me un medico.

Questa cosa, però, sembra non valere per la scrittura
Certo non mi reputo una somma autorità in materia, ma di sicuro non mi si possono negare la costanza e la passione con cui mi dedico allo studio e agli approfondimenti sull’argomento.
Sempre più gente, invece, è convinta che il saper tenere in mano una penna o agitare le dita su una tastiera, aggiunto alle nozioni di ortografia e sintassi date da un’istruzione medio-alta, equivalga a “saper” scrivere.

Ebbene, Signore e Signori, Ladies and Gentlemen, Mesdames et Messieurs, Дамы и Господа, mi duole comunicarvi la mesta notizia: non è così!

Condivido la pretesa di rispetto e riconoscimento per la propria competenza, ma ad una condizione: che sia preceduta da un impegno serio nell’acquisirla.

Concludendo, so che la mia posizione è poco realistica e, forse, anche un po’ ingenua, ma proprio non riesco a non essere idealista, almeno non quando si tratta di purismo nella catartica e sublime arte della parola, scritta o parlata che sia.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Flusso di Coscienza. #14

дведоли-due-parti

 

Ho chiuso gli occhi.
Ho fatto un respiro profondo.
Ho lasciato che le dita sfogassero la tensione repressa.

Chi scrive sa bene di cosa sto parlando.
Quella sensazione indescrivibile data dai muscoli delle dita che guizzano sulla tastiera o si stringono attorno a una penna.

Mi è costato una fatica immensa, ma qualche giorno fa, per la prima volta, sono riuscita a parlare con qualcuno del fatto che, da quando è arrivata l’AnarcoPatia, non riesco più a scrivere.
Di sicuro parlarne non risolve il problema, ma almeno aver ammesso che qualcosa non va è stato un primo passo per provare ad affrontarlo sul serio.

Sono mesi che questo silenzio rimbomba nel vuoto assoluto della mente.
Non sono ancora riuscita a capire se sia “solo” una conseguenza dello stordimento da farmaci o se sia un rifiuto categorico del mio subconscio di confrontarsi con tutto quello che l’AnarcoPatia ha tolto o aggiunto alla mia vita, senza preoccupazione alcuna per il parere della sottoscritta in merito.

Le parole sono uscite “sbagliate” dalla mia bocca, proprio come quando provo a scriverle, ma almeno sono uscite.

La nostalgia di quando scrivevo fino a farmi venire i crampi alla mano mi divora giorno dopo giorno. Facevo perfino gli esercizi di scrittura, per confrontarmi con generi e stili diversi, per migliorare la tecnica, per affinare lo stile.

Quando mi hanno pubblicato il primo racconto credevo, dopo anni, di aver raggiunto la prima di una serie di svolte, che col tempo mi avrebbero portata a fare della scrittura qualcosa di più di una passione privata, ma a quanto pare mi sbagliavo. È stato solo un lampo, una luce abbagliante, calda, rassicurante, ma temporanea, durata solo un attimo. In quel periodo imbrattavo così tante pagine al giorno, che non sarei riuscita nemmeno a immaginare che prima o poi un blocco di questo calibro si sarebbe potuto abbattere su di me. E ora è proprio come l’istante che segue lampo: l’oscurità sembra essersi fatta ancora più fitta.

 

Non mi importa che questo mantra sia nato da tutt’altra circostanza, non credo potrei mai trovarne un altro più adatto anche per questo momentaccio. Ora più che mai…

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Flusso di Coscienza. #11

 

Nuove batoste.

Silenzio.

Avrei bisogno di tempo, che non ho, per metabolizzarle.
La verità è che non so più dove andare a pescare la forza per affrontare questa ennesima pioggia di brutte notizie che mi si sta abbattendo addosso, come fossero le piaghe d’Egitto.

LEGGERE e SCRIVERE.

ALIENAZIONE e CONSAPEVOLEZZA.

ASSOLUZIONE e CONDANNA.

LEGGO.
Tanto. Tantissimo. Non ricordo nemmeno più quando mi sia capitato l’ultima volta di arrivare a leggere 8 libri in un mese, per un totale attuale di 2292 pagine, star già leggendo il nono e averne altri 4 “in corso” .
Leggere al momento è l’attività che più di ogni altra riesce ad alienarmi dall’alienazione, a estraniarmi dall’estraniamento, a isolarmi dal pensiero.

SCRIVO.
Tanto. Tantissimo. Ho perso il conto delle bozze a cui sono riuscita a dar vita in questi mesi. Quello che stupisce anche me è che, a rotazione, sto davvero lavorando su tutte. Io che spesso faticavo a essere costante quando la bozza in lavorazione era una sola.
Scrivere però è un massacro. Mi costringe ogni volta a immergermi in me stessa, a guardarmi in quello specchio che mi sembra ogni giorno più deformante, in cui non mi riconosco più ormai da mesi, a fissare negli occhi i pensieri e tutto quello che hanno da sbattermi in faccia, col loro ruolo da rappresentanti ufficiali della razionalità.

Raggomitolata sotto una coperta, nascosta dietro le palpebre chiuse, invoco quel sonno chimico che infinite volte, in queste ultime settimane, ho provato a disciplinare, invano. Cerco rifugio in un oblio che non si fa trovare.

“Cos’hai? Non stai bene?”
“Sono stanca.”
“E cos’hai combinato per stancarti così tanto?”
“Ho pianto.”

In fuga da uragani di lacrime che mi aggrediscono sempre più spesso, cogliendomi di sorpresa nei momenti e nelle circostanze più inaspettate, senza che io riesca a fare nulla per contrastarli, per proteggermi.

Non ne posso più.
E alla luce dei nuovi sviluppi, la ripresa si è trasformata da speranza a minaccia.

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Libri, Книги, Książki, Knjige, Books, Bücher… #2

 

Per essere un libro finalista del Premio Strega 2013, mi ha delusa.

Di sicuro sapete che non so fare le recensioni, quindi prendete quanto segue come una pura e semplice opinione personale.
Apprezzo la coraggiosa scelta di affrontare un tema tabù, per lo meno in Italia, come l’aborto terapeutico, ma mi ha abbastanza amareggiata scoprire che proprio nella scelta del tema sta la massima attrattiva del libro di Simona Sparaco, “Nessuno sa di noi“.
Ho scoperto questo libro 5/6 mesi fa e mi si è piantato in testa. Mi incuriosiva, e il fatto che fosse nella lista dei finalisti per lo Strega mi ha portata a pensare che dovesse avere un certo spessore. Alla fine, qualche settimana fa, mi sono decisa e l’ho ordinato online: in un giorno l’avevo finito.

Partiamo dalla biografia dell’autrice, così come la si trova sul libro:

Scrittrice e sceneggiatrice, è nata a Roma. Dopo aver preso una laurea inglese in Scienze della Comunicazione, spinta dalla passione per la letteratura, è tornata in Italia e si è iscritta alla facoltà di Lettere, indirizzo Spettacolo. Ha poi frequentato diversi corsi di scrittura creativa, tra cui il master della scuola Holden di Torino. Per Newton Compton ha pubblicato i romanzi Lovebook e Bastardi senza amore, tradotto anche in lingua inglese. Vive tra Roma e Singapore.

Dunque, questa signorina ha una laurea inglese in Scienze della Comunicazione, una laurea italiana in Lettere, indirizzo Spettacolo e, fra i vari corsi di scrittura frequentati, un Master della Scuola Holden di Torino.
Alla luce di tutto ciò, io mi chiedo: perché il libro è scritto così male???
A livello tecnico e stilistico l’ho trovato scadente, a livello lessicale molto “povero”. Per quanto riguarda la capacità di trasmettere delle emozioni, poi, credo si possa ringraziare solo il tema in sé, abbastanza forte da farsi carico di questo compito di suo, non certo a come l’ha affrontato la Sparaco, in modo sbrigativo e superficiale.

Mette tristezza assistere pagina dopo pagina allo scempio che l’autrice fa del complesso sentire umano, con una scrittura arida e più sterile degli ambienti ospedalieri descritti. Un libro su cui avevo riflettuto molto, proprio a causa del personale, e recente, incontro con l’imprevisto medico, quello a tempo indeterminato, non quello temporaneo che passa, destinato a trasformarsi in un lontano ricordo. Avevo paura delle reazioni che un libro simile avrebbe potuto suscitarmi, per questo mi ci erano voluti addirittura mesi per decidermi a comprarlo, invece niente, zero assoluto. A parte qualche spunto di riflessione, appena accennato e lasciato poi cadere nel nulla dalla Sparaco, e che con ogni probabilità potrebbe essere percepito interessante o meno in base alla sensibilità del/la singolo/a lettore/trice, questo romanzo non mi ha lasciato nulla.

Come già detto, quanto sopra non è altro che un parere personale ma, se decidete di fidarvi, spendete quei 12,00 € per un panino e una birra il sabato sera: a patto che non siate a dieta, saranno spesi meglio.

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Buoni Propositi? No, grazie!

 

Ci siamo, questo imprevedibile 2013 sta volgendo al termine…
Emmenomale!, aggiungo io.

Un anno che, senza chiedere il permesso, si è portato via 3 mesi e mezzo di stipendio, la stipulazione di un contratto di lavoro decente dopo circa due anni di sacrifici in condizioni più o meno precarie, metà del mio corso di russo (già pagato per intero al momento dell’iscrizione), parte delle esperienze che mi sarei potuta godere durante la mia prima, agognatissima vacanza in Russia, un inquantificabile carico di lacrime ma, soprattutto, 13 kg del mio ciccioso buonumore, 3 mesi di spupazzamento dell’AnarcoNipotina e due mesi e mezzo di vita.

Ora io mi domando: a chi/cosa dovrei rivolgermi per batter cassa e veder saldato l’enorme debito che la vita ha contratto con me in questi 12 mesi?

Molti di voi sanno che sono la Signora dei Buoni Propositi del Lunedì, ma l’anno nuovo inizia di mercoledì, e già questo mi farebbe sentire autorizzata a saltare a piè pari cotanto rituale, ma la verità è che ho imparato che il nostro reale potere di controllo è pressoché nullo perfino sui nostri stessi propositi, buoni o cattivi che siano.
Inutile proporsi di prendere in braccio di nascosto la Nipotina finché ancora ha un peso che mi consente di farlo, se tanto poi le braccia non riescono a sollevarla.
Inutile proporsi di studiare come una matta, per ricambiare il sacrificio che gli AnarcoGenitori hanno accettato di fare venendomi a prendere in stazione a un orario improponibile due volte a settimana post corso di russo, se poi le gambe non riescono nemmeno a tirarmi su quanto basta per salire sull’autobus che porta alla scuola.
Inutile decidersi a iniziare un po’ di sana e regolare attività fisica, se la sentenza del tuo corpo è: riposo assoluto.
Inutile proporsi di riprendere a scrivere con regolarità e impegno, se poi le parole che davvero ti tormentano si rifiutano di uscire.

Insomma, inutile sbattermi a fare programmi su cui poi potrò solo illudermi di avere una qualche influenza, quindi per il 2014 niente propositi.

Non che io manchi di buona volontà, anzi, al momento credo di essere in credito anche di quella, considerato il rigore farmaco-alimentare-motorio che la malattia e la relativa terapia mi hanno imposto.
Ammetto che, me l’avessero chiesto 6 mesi fa, non avrei mai scommesso neanche un centesimo su me stessa, avrei puntato tutti i miei miseri averi sulla vita vincente, invece a quanto pare sono più tosta di quanto io stessa pensassi, o forse mi sono solo rassegnata e arresa agli eventi, indiscutibilmente più grandi di me, e cerco invece di convincermi che sia mistica e kungfuica tostaggine.

Per concludere, che il 2014 vada come deve andare, nella vivissima speranza che questo significhi miglioramento…

 

Sereno Anno Nuovo a tutte e tutti!!!
Всем с Новым Годом*!!!

 
 

*Vsjém s nóvym gódam!!!

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