La Creatura Uomo

Macchietta d’olio.

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Da martedì mattina sono ufficialmente un ingranaggio omologato della perversa macchina del lavoro a tempo indeterminato. Alla veneranda età di 32 anni, mi hanno assegnato il mio numerino nei registri e piazzata nella mia casellina predeterminata nel grande archivio dei lavoratori “fortunati”, quelli che accettano qualunque condizione pur di continuare ad avere uno stipendio che gli consenta di (soprav)vivere.

Sia chiaro, non mi lamento, anzi!
Il tono polemico è uno strascico delle mirabolanti peripezie che ho dovuto attraversare per giungere all’agognato traguardo: mi limito a dichiarare che si è più e più volte rasentato il ridicolo.
A fronte di questo la domanda è una sola: perché?

Passi che non si possa pretendere, meno che mai coi tempi che corrono, di trovare il proprio lavoro ideale, ma anche ammesso che si riesca a trovarne uno qualunque, di lavoro, perché ci vogliono mesi, se non anni, per “stabilizzare” la propria situazione?
Perché se hai una qualifica vogliono l’esperienza, se hai l’esperienza vogliono una qualifica, e magari se le hai entrambe non ti assumono lo stesso perché “dovremmo pagarti troppo e non ce lo possiamo permettere”.
Come fai, fai, sbagli.
Come sei, sei, non sei mai abbastanza.

È qui che scatta l’apatia.
Non intesa come disinteresse e menefreghismo, ma come strategia di autodifesa, come unica via percorribile per la sopravvivenza.
Quando le due paroline magiche “tempo indeterminato” fanno capolino nella travagliata esistenza della precaria, d’improvviso è come se la piccola, preoccupante crepa che da tempo ormai immemore minava la sua stabilità mentale cedesse, aprendosi in una vera e propria voragine in cui si riversa l’irruenta cascata di tutte le ansie, le paure e le preoccupazioni che ne hanno angustiato la vita per interminabili mesi.
Un’inaspettata boccata d’aria fresca riempie i polmoni della poveretta e d’un tratto è il silenzio.
Di colpo tutte le fastidiose vocine che ti riempivano la testa tacciono e tu, quasi spaesata, fai una cosa che non facevi da così tanto tempo da aver dimenticato l’ultima volta che te l’eri concessa: respiri.

È una cosa rapidissima, questione di pochi istanti, poi tutto riprende come prima, con la sola, non certo trascurabile, differenza di una leggerezza prima estranea, una sensazione del tutto sconosciuta che ti si insinua nel cervello per insegnarti un concetto nuovo, o meglio ancora, per rilasciarti un’autorizzazione in cui non speravi quasi più: ora puoi iniziare a costruirti la tua vita.

Tempo fa, durante un corso di formazione, la docente di comunicazione mi colse un po’ di sorpresa con questo commento: «Non sono mai stata a favore dell’atteggiamento comunicativo passivo, anche se negli anni mi sono resa conto che possa diventare una sorta di “armatura” difensiva. Tu però sei proprio una macchietta d’olio: non è che non ti metti in gioco nel tentativo di preservarti, è che proprio tutto quello che riguarda il tuo ambito lavorativo ti scivola addosso. A volte vorrei proprio saper essere come te».
Mi pare abbastanza evidente che non fosse proprio un complimento, ma la verità è che quando il lavoro si spoglia di ogni suo valore sociale, intellettuale e umano, gli resta solo quello economico, e quando lavori solo perché hai bisogno dello stipendio, di tutto il resto finisce per importarti davvero ben poco.
Capisci che le cose a cui vale la pena dedicare il poco tempo e le poche energie di cui puoi disporre a tuo piacimento sono altre, e l’entusiasmo per quella cosa che, si dice, dovrebbe nobilitare l’uomo, il lavoro per l’appunto, scema poco a poco fino a svanire, facendone un mero mezzo di sostentamento, a volte addirittura una sorta di “finanziamento” per progetti alternativi con cui ci si augura di riuscire, un giorno, a sostituire la mesta routine quotidiana, che pure si è tanto faticato per costruire.

È così che il lavoro di tutti i giorni diventa poco più che un mezzo, uno svilito strumento per raggiungere fini e obiettivi altri, per provare ad alimentare i sogni nella speranza che crescano a sufficienza da realizzarsi.
Già, realizzarsi, quell’utopia che la mia disorientata generazione insegue da sempre, con tenacia, senza però mai venirne a capo.

Pessimista? Forse…
Ma sono abbastanza convinta di essere in solidale e, ahimè, abbondante compagnia.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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8 Marzo: the day after.

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Bene. L’8 Marzo è passato. E oggi?

Un solo giorno all’anno per celebrare le donne mi sembra davvero una gran presa in giro a fronte del trattamento che poi ci viene riservato negli altri 364, per questo tendo a non festeggiarlo.

Trovo alquanto paradossale che moltissime donne in tutto il mondo abbiamo passato questo 8 Marzo, loro presunta festa, in piazza, manifestando per rivendicare diritti che dovrebbero esser loro riconosciuti in quanto esseri umani, ancor prima che in quanto donne.

Se vuoi fare figli i costi sono proibitivi, se vuoi abortire devi sperare in quella risicata fetta di medici non obiettori, una volta che i figli ce li hai nessuno ti aiuta con un minimo di servizi.
Sul lavoro, sorvolando sulle innegabili influenze del fattore figli anche in questo ambito, a parità di competenze ed esperienza, siamo pagate dal 16% al 30% in meno dei colleghi uomini, in tutti i settori e qualunque sia la mansione. Per non parlare di quando un lavoro proprio non ce l’hai e, nel cercarlo, la domanda principale che ti senti sottoporre è, per l’appunto: «Ha figli? Ha intenzione di averne?» E se fosse? Mi dicano, lor signori, quale improvviso e irreparabile deficit apporterebbe la cosa alle mie capacità professionali?
Uomini incapaci di ammettere che una donna possa essere brava quanto loro, magari anche di più, uomini incapaci di accettare che una donna possa lasciarli, uomini incapaci di capire che una donna è, innanzi tutto, una persona, proprio come loro.

Credo non si contino gli approfondimenti possibili sulla questione della discriminazione di genere, ma per chi volesse dilettarcisi è sufficiente aprire qualunque quotidiano, ascoltare qualunque notiziario, alla radio o in TV, prendere in biblioteca uno dei molti saggi, frequentare gli incontri di una delle tante associazioni, insomma, ce n’è per tutti i gusti.

In questo triste scenario, per rimanere fedele a me stessa, io voglio proporvi due libri:

Storie della buonanotte per bambine ribelli. 100 vite di donne straordinarie.
di Francesca Cavallo e Elena Favilli; tradotto da L. Baldinucci
Edito da: Mondadori

Cattive ragazze. 15 storie di donne audaci e creative.
di Assia Petricelli e Sergio Riccardi
Edito da: Sinnos

Recentissimo il primo, un po’ meno il secondo, sono due libri che parlano di donne alle donne. Un totale di 111 storie di donne semplici ma meravigliosamente complesse, come solo le donne sanno essere, incredibili e comuni allo stesso tempo, raccolte perché le donne non dimentichino mai il loro valore e quanto lontano la loro passione e la loro determinazione possano portarle.

 
 

Donne, rompiamo il Silenzio!

 
 

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“Noi” e la Musica.

THE KIDS AREN’T ALRIGHT
THE OFFSPRING

 

 

Dopo settimane a dedicate alla fine arte di scalpellare abilmente i maroni all’AnarcoSocio, comprovato possessore di seria e ampia cultura musicale, posso dirmi soddisfatta!

Già, perché non solo non conosco interpreti e titoli delle canzoni, incluse quelle che mi piacciono, ma quando tento di riprodurle per avere info in merito ho il superpotere di riuscire a deturparle, snaturandole completamente e rendendole dunque irriconoscibili al malcapitato interlocutore. Sempre, senza eccezioni che confermino la regola.

Di fronte alla mia ennesima, pietosa performance canora, per identificare il brano l’AnarcoSocio ha tentato la via dell’aiutino.

 

AnarcoSocio: «Ma per caso è quella che usavano anche per Buffy??! (faccino timoroso e perplesso)»
Io: «Ma per chi mi hai presa??! o_O
Chi l’ha mai guardato Buffy??!»
AnarcoSocio: «… -.-” (sconsolato) Va beh, prometto che prima o poi te la trovo, intanto abbiamo capito almeno che sono gli Offspring…»

 

Pover uomo…
Nei suoi panni credo mi prenderei a scarpate sui denti.
Non parliamo poi della questione loop.
Per non rischiare, magari causa traffico, di dover sentire due volte di fila lo stesso CD, l’AnarcoSocio esce sempre armato di una quantità di dischi che rasenta quella che io tendo a portarmi in giro in libri. So che non potete conoscere la suddetta unità di misura, ma credetemi sulla parola: non sono pochi!
Io??! Beh, io sono capace di ascoltare la stessa identica canzone anche per una settimana intera, naturalmente con l’immancabile conseguenza che, quando non la sto ascoltando, la canticchio.

Ahimè! Ogni giorno che passa mi rendo conto sempre di più che “Casa Vianello” ci fa una pippa… XD
Per riparare alla mia quota maggioritaria di idiozia nella faccenda, sto meditando sulla creazione di una Onlus che raccolga fondi per preservare dall’estinzione l’unico esemplare di Homo AnarcoSocius Vera Tollerans rimasto al mondo. 😛

 

Buon lunedì a tutte e tutti!!!
Всем доброго понедельника!!!

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Eclettismo e Prudenza.

EQUILIBRISMO STILISTICO

 

Cosa si fa di solito sotto la doccia? Si canta.
Sbagliato! Io sotto la doccia mi lavo.
Avendo la pessima abitudine di farla a orari improponibili, tipo le due di notte o le cinque del mattino, l’opzione canto nel mio caso non è contemplata, e anche se lo fosse, molto meglio per tutti che io mi astenga, credetemi.
Dunque sotto la doccia faccio la persona banale: mi lavo. E penso.

Stamattina, mentre decidevo quale salsa usare per condirvi l’ennesima pappardella sulla scrittura, mi sono invece ritrovata a riflettere sulla monotematicità della maggior parte dei blog, ovvio, compreso il mio.

C’è chi è monotematico nel genere, chi negli argomenti, ma siamo tutti, chi più chi meno, monotematici.
Questo non impedisce che dai temi di base le riflessioni finiscano per spaziare negli ambiti più disparati, ma il punto di partenza rimane lo stesso per ognuno di noi.
C’è chi si affida ai versi e chi alle immagini, chi raccoglie citazioni e chi dà carta bianca solo alla propria creatività, chi parla solo dei tormenti che lo mandano a fondo e chi solo delle passioni che invece lo tengono a galla.
Io, ad esempio, se non parlo di scrittura, parlo del russo, con qualche eccezione ogni tanto per le perle d’ignoranza della nostra fantasiosa gioventù d’oggi.

Sono abbastanza sicura che questo segone mentale sia stato influenzato dal ricordo che mi ha assillata ieri.
Eclettismo. Ecco cosa aveva in più il suo scrivere rispetto a quello di tante altre persone, anch’esse capacissime ma, per l’appunto, tendenti alla monotematicità, sempre sottoscritta inclusa.
Sapeva scrivere, con risultati più che dignitosi, qualunque cosa. E forse è per questo che a volte ne sento la mancanza, perché mi ha massacrata, ma mi stava insegnando a fare lo stesso. Ci stava riuscendo. Mi stava aiutando a diventare una lui al femminile, senza però nulla togliere al mio stile personale.
Stavamo diventando una sorte di invincibile macchina da guerra. Sono davvero poche le occasioni in cui non siamo riusciti a raggiungere gli obiettivi che ci eravamo prefissati.

L’equilibrio è stato spezzato dall’intromissione di persone che hanno pensato bene di espandere il loro ruolo dalla sfera personale e privata a quella artistico-professionale.
Gli hanno montato la testa al punto che la mia abituale funzione di zavorra, che ci teneva ben saldi a terra riguardo le nostre reali possibilità editoriali, è stata del tutto annullata.
Gravità zero. E lui se n’è volato via con le tasche piene dei sogni artistici di entrambi, per poi perderli miseramente durante il volo. Tutto per dar retta a chi non faceva che ripetergli che non si corre alcun rischio facendo il passo molto più lungo della gamba.

Lo so fin troppo bene anch’io, a volte la brama di realizzare un desiderio è tale da riuscire a zittire la vocina del buonsenso, ma forse, se proprio si decide di lanciarsi, prima sarebbe bene assicurarsi di aver posizionato a dovere la rete di sicurezza.

Sono affetta da eccessiva prudenza? Forse.
Il punto è che quando ti resta poco da fracassarti nell’ennesimo schianto, non hai altre alternative.

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Onore alle Mannaie!

NONOSTANTE TUTTO, GRAZIE.

Oggi una sorta di brain storming involontario mi ha ricordato una persona.
Una persona che, se leggesse quel che scrivo ora, con ogni probabilità mi toglierebbe il saluto.
Una persona che mi ha delusa, come nessun altro aveva mai fatto né potrà mai fare.
Una persona che mi ha regalato un sogno per poi frantumarlo davanti ai miei occhi con le sue stesse mani.
Una persona che forse, almeno per quanto ne so io ora, a distanza di circa due anni, ha pagato ritrovandosi a guardare, impotente, il suo sogno andare in pezzi, proprio come il mio.

Mi chiedo se scrivi ancora, o se la delusione ha avuto ripercussioni anche sulla tua, di scrittura.
Mi chiedo se ti sei arreso, o se stai solo studiando gli errori commessi, per essere sicuro di non ripeterli quando sferrerai il prossimo attacco.
Mi chiedo se noteresti mai questo blog, così diverso da quello che ti aveva folgorato, questa persona, così diversa da quella che ti aveva tanto colpito.

Ho tolto al dolore il ruolo di protagonista, e poco importa se ha deciso di restare nonostante gli abbia rifilato una particina di scarsa rilevanza.
Parlo un sacco di scrittura, invece di scrivere, ma in fondo così è più semplice, più sicuro, mi protegge dal rischio di incrociare altre persone come te, per quanto io dubiti che ne esistano, e non saprei nemmeno dire se questo sia un bene o un male.

Ogni tanto mi viene la tentazione di scriverti, di contattarti in qualche modo, ma in genere è questione di qualche ora al massimo.

Hai mandato in fumo l’unica opportunità editoriale reale che mi sia capitata, almeno fino ad ora, e quando è andata in fumo la tua io non c’ero già più, ma è stato meglio così.
Mi manca il gioco delle mannaie, ma non ho dimenticato nessuno degli insegnamenti che ho tratto da ogni singolo, massacrante confronto.
Nonostante tutto, ti auguro di raggiungere quel traguardo che tanto brami da anni, perché non importa quanto lontane si snodino ora le nostre strade, al di là di quel che ne hai fatto dopo, sei stato, e rimani, l’unico in grado di regalarmi un sogno.

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Che schifo!

Non ho mai trattato temi seri in questo blog, non per mancanza di sensibilità, ma perché sono convinta che, purtroppo, con le belle parole non si sia mai risolto niente.

Oggi però credo farò un’eccezione.
Perché ho voglia di urlare fino a farmi sanguinare la gola.
Perché ho voglia di prendere a pugni un muro fino a frantumarmi le ossa.
Perché ho voglia di darmi fuoco e lasciarmi bruciare fino a cancellare ogni segno del mio essere donna.

Ce l’ho con me stessa, perché sono donna.
Ce l’ho con la paura, perché ha sempre la meglio.
Ce l’ho con la rabbia, perché non posso esprimerla.
Ce l’ho con l’indifferenza, perché è l’unica alternativa possibile.
Ce l’ho con la violenza, perché è una fottuta maschilista.

Assistere a una furiosa litigata in treno.
Lei piange mentre lui continua a insultarla, dandole sberle e manate dappertutto, e minacciandola di cose ben peggiori una volta scesi dal treno.
Aver voglia di prenderlo a calci e invece restare paralizzata dalla paura di fare la stessa fine.
Sentire la bile che ribolle nello stomaco e ingoiare saliva per scacciare quel sapore acido.
Le mani formicolano per la tentazione di spaccargli la faccia e le unghie si conficcano nei palmi per non cedere, per non rischiare di attirare anche su di me l’idiozia dello stronzo.

Ma come dicevo, a cosa diavolo servono le parole?

Sei donna? Beh, arrangiati, sono cazzi tuoi!

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Chi non muore… se ne torna affan…!

No, ma io dico, ma chi cazzo credi di essere?
Non penserai mica che io sia una di quelle che, siccome sei bello, ricco e intelligente, chiudono un occhio sul fatto che sei anche stronzo.
Eh no, bello mio!
Sull’intelligenza, lo ammetto, non sono disposta a transigere, ma per quanto riguarda bellezza e ricchezza, beh, non sono qualità capaci di impressionarmi granché.
Per carità, io apprezzo la franchezza, ma quando è autentica, non quando gioca lo sporco ruolo di alibi per la stronzaggine.

“Ma io ero stato chiaro!”
Certo, chiarissimo, ma come dicevo, essere chiari è una cosa, essere stronzi è ben altra.
Hai la tua vita? Coi tuoi impegni e i tuoi ritmi?
Ottimo! E dov’è la parte in cui sta scritto che questo ti autorizza a ignorare che ce l’abbiano anche gli altri?
Mi spiace, ma la mia fase di incondizionata carità verso i casi umani è finita.

Sì, sei una persona sola, ma perdonami la schiettezza: è una tua scelta.
Non è vero? Ah no?
Come ti pare. Per quanto possa, da un certo punto di vista, apprezzare alcune tue attenzioni e accortezze nei miei confronti, resto del parere che se fossi davvero soddisfatto appieno della tua vita, non avresti bisogno di me, in alcun modo e in nessuna veste. E dire che da un lato quasi mi dispiace, perché non si può mettere in dubbio che la tua è una vita di cui sarebbe interessante far parte, ma non da jolly.

Detto ciò, tornatene pure da dove sei venuto.
Quando avrai deciso cosa fare di te stesso, forse imparerai anche a capire cosa fare di te stesso in relazione agli altri.

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Flusso di Coscienza. #1

Mi spiace.

No. Non è vero. Non mi dispiace proprio per niente. Ho smesso di andare incontro a chi non prova nemmeno a venire incontro a me.

Le relazioni umane sono degli enormi, giganteschi compromessi, attorno ai quali, se ti va bene, puoi permetterti di far gravitare anche qualche buon sentimento.
A me finora non è quasi mai andata bene, dunque sì, sono asociale e misantropa.
Detengo ottimi livelli di diplomazia, quindi all’apparenza sono in grado di intrattenere buoni rapporti più o meno con chiunque, in realtà nella mia testa prende forma ogni giorno di più il progetto di un epico rogo purificatore.
Ci tengo a dire che non mi sto lamentando, anzi, solo mi domando dove stia il punto nel censurare se stessi al solo scopo di piacere a tutti.

È un’utopia. Ma anche se fosse possibile, a quel punto come fare?
Se la sintonia con le persone fosse universale e indiscriminata a priori, come sarebbe possibile il crearsi di relazioni di valore?
Un’amica varrebbe l’altra, un compagno varrebbe l’altro, una collega varrebbe l’altra, un parente varrebbe l’altro, e così via…
Saremmo solo tasselli intercambiabili di un macroscopico puzzle sociale.

Non so, forse nonostante tutto credo ancora nell’esistenza di esseri umani dotati di un intelletto affine al mio, forse lascio ancora alle persone che sembrano possederlo troppo spazio per deludermi, forse, più semplicemente, non ho ancora imparato la vecchia, proverbiale lezione del “chi fa da sé fa per tre” ed elargisco ancora troppo beneficio del dubbio.

Mi concedo un’altra precisazione, perché l’idea di apparire presuntuosa non mi alletta…
Vorrei che nell’espressione “intelletto affine al mio” non si leggesse “alla mia altezza”. Lungi da me ritenermi meglio o peggio di chiunque altro. Ciò che intendevo è solo che a volte farebbe piacere, conversando con qualcuno, avere la sensazione che l’altra persona stia davvero capendo ciò che gli dici e, perché no, che magari addirittura lo condivida.

Bene. Mi rendo conto di aver detto tutto e non aver detto nulla, ma stamattina è così.
Colpa mia. Appena sveglia mi si sono schiantati addosso tutti gli strascichi di una cosa che ho deciso di ignorare di proposito.
Sapevo che sarebbe andata così, ma non è bastato a farmi decidere di affrontare subito la questione.

Per cui, tornando all’inizio, in realtà sì, mi dispiace, ma ho deciso di non venirti incontro lo stesso.

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L’Uomo è un animale (sociale?).

“L’uomo è un animale sociale.”

BOOOOOOOOOP!!! RISPOSTA ERRATA, cari i miei Aristotele e Seneca.

La donna è un animale sociale. L’uomo è un animale. Punto.

Ok, lo ammetto, la mia spiccata misantropia in questo periodo è un tantino focalizzata sul genere maschile.
Il punto è che sono stanca di sentire uomini lamentarsi della non serietà delle donne quando il mantra collettivo del sesso “forte” sembra essere diventato: “Scusa, ma non mi sento pronto a una storia seria, non mi va proprio di legarmi.”.

Beh, cari maschietti, sapete una cosa? AVETE ROTTO IL CAZZO!!!

Se queste sono le VOSTRE premesse, mi sembra ragionevole che noi donne ci comportiamo di conseguenza. Dunque perché mai noi dovremmo essere “serie” se tanto quello che ci aspetta è uno scontato due di picche al momento di tirar fuori i coglioni e iniziare a comportarsi da “grandi”?!

Nessuno vi sta chiedendo di trasformarvi all’istante in tanti perfetti principi azzurri. Ci siamo evolute anche noi, lo sappiamo che i miracoli non esistono. Quello che vi si chiede è un briciolo di fottuta coerenza.
Se non mi piaci, io con te non ci esco, non ci ceno, non ci bevo, men che meno ci faccio quello che vorresti tu…
Invece tu, Homo Sapiens (e questa vorrei proprio che qualcuno me la spiegasse, “Sapiens” de che???), mi incontri, mi inviti fuori, mi offri la cena, poi un drink, una passeggiata sul lungomare, io non te la do lo stesso, perché sì, sono stronza, eppure tu torni alla carica…
Il secondo giro non è diverso dal primo. Al terzo ti ritrovi in una bettola fra i miei amici schizzati e sciattoni, ma non molli. Arrivano perfino i complimenti. Sparate che insinuerebbero sospetti perfino nella fiduciosa nonna di Cappuccetto Rosso, del tipo che prima o poi la bellezza abbandona tutti e che è l’interiorità di una persona a contare. Intuile dire che a questo segue un elenco di tutte le cose che è bellissimo fare con me: parlare, ridere, scherzare, discutere, confrontarsi… E a questo punto penso: dai, su, dillo, eri una donna! Se non prima dell’intervento, quanto meno nella vita precedente. Invece no, a quanto pare uomo fino al midollo.

Eppure il momento fatidico arriva. E arriva sempre.
“Ma io sono single per scelta. Sono troppo volubile per riuscire a gestire un rapporto serio e stabile. Non me la sento di legarmi.”

BOOOOOOOOOP!!! RISPOSTA ERRATA. Sì, di nuovo. D’altronde Aristotele e Seneca erano maschi.

Tu non sei uno spirito libero, selavggio, volubile, incapace di intrattenere una relazione seria.
Sei semplicemente un grande STRONZO!

Mi dilungo ancora, perché mi rendo conto di aver dimenticato una postilla fondamentale.
Non sono una bigotta che non concepisce l’idea che possano esistere relazioni “leggere” e senza impegno, quello che mi manda in bestia è la mancanza di onestà nelle persone (perché sì, dai, concediamoglielo, anche i maschi sono persone). Se sai a priori che non hai intenzione nemmeno di dare una possibilità a una persona di diventare significativa nella tua vita, dillo subito, così siamo tutti consapevoli e felici. Non perdere del tempo, ma soprattutto non farne perdere a me, sbrodolando cazzate su quanto io sia diversa dalle altre e robaccia simile, che tanto, se il gioco con te non vale la candela, prima o poi viene a galla.

[N.d.A.] Mr. Costume è qui taggato solo in quanto appartenente alla categoria maschile, non perché il post sia riferito a lui nello specifico.

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Incomprensibilia.

Sarà che mi chiamo “Marte”, ma la vecchia favola che le donne vengono da Venere e gli uomini da Marte, non mi ha mai soddisfatta granché…

La mia modesta, e personalissima, opinione è che gli uomini siano l’umido (leggi: rifiuti organici) degli alieni che abitano e governano il Pianeta Incomprensibilia. Si sono accorti che la biodegradabilità della spazzatura uomo richiedeva tempi troppo lunghi e li hanno scaricati sulla Madre Terra (che in quanto madre è donna) come fosse un’immensa discarica.
Mi pare superfluo dire che alle abitanti originarie del Pianeta Neo-Discarica, le donne, nessuno abbia mai chiesto cosa ne pensassero in merito.

Dato il pianeta d’origine, non credo servano ulteriori spiegazioni sul fatto che gli uomini siano, per l’appunto, incomprensibili, ma ritengo invece importante ricordare che il ruolo che ricoprivano anche a casa loro era quello di immondizia.

Cosa fanno invece gli uomini qui sulla Terra? Semplice: nell’attesa della salvifica decomposizione, complicano la vita alle donne.

Lo so, sono tutte banalità trite e ritrite, ma dovevo pur fare una premessa, per quanto scontata, all’episodio che ha destabilizzato la beata quiete in cui gravitavo ieri sera.

Mentre chiacchieravo amabilmente con un’amica al cordless e lasciavo che la tv provvedesse a fare da sfondo, creando una sana atmosfera di relax assoluto, è partito anche uno scambio di sms in cui, a un certo punto, è sbucata questa frase:

Ma ieri sera ho toccato un tuo tasto dolente?

Shock indescrivibile, con conseguente fobia di essere in preda a un episodio psicotico acuto.
Non può aver davvero scritto una cosa simile! Deve per forza essere frutto della mia fervida immaginazione! Di sicuro me lo sono sognato!

Dove sta il problema? Nel fatto che una singola frase rischia di mandare a monte tutta la mia teoria della spazzatura incomprensibiliana.

Questo piccolo ammasso di parole denota acume, intuito e, addirittura, sensibilità.
Volessi essere stronza, ridurrei il fattaccio a una botta di culo occasionale, ma per questa volta ho optato per la concessione del beneficio del dubbio. Forse perché non è la prima volta che quest’individuo insinua nella mia mente l’atroce sospetto di essere munito di cervello, sul fatto che poi sia funzionante è una questione ancora tutta da discutere.

Le perverse e infinite sorprese di Mr Costume continuano…

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