Sclero

Il principe Danila-Govorila

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C’era una volta una vecchietta, una principessa, che aveva un figlio e una figlia — così ben pasciuti, così bravi. Non andavano a genio a una strega cattiva: “Come tormentarli e in rovina mandarli?”, pensava ed escogitò di tramutarsi in volpe. Arrivò dalla loro madre e dice: «Comare-colombella! Eccoti un anellino, mettilo al dito del tuo figliolo, grazie a esso sarà ricco e generoso, a patto di non toglierlo e di sposare la ragazza alla quale il mio anellino andrà bene!». La vecchia ci credette, si rallegrò e, morendo, ordinò al figlio di scegliersi una moglie alla quale l’anello si confacesse.
Il tempo passa, il figliolo cresce. Crebbe e cominciò a cercarsi una fidanzata; gliene piace una, gli va a genio una seconda, ma provano l’anellino — o è piccolo, o è grande; non sta né all’una né all’altra. Cavalcò cavalcò e per campagne e per città, tutte le belle ragazze esaminò, ma quella a lui destinata non trovò; arrivò a casa e divenne pensieroso. «Perché ti affliggi, fratellino?», chiede la sorella. Lui le confidò la sua amarezza, le raccontò la sua pena. «Ma che razza di strano anellino è?» dice la sorella. «Fallo provare a me». Se lo mise al dito — l’anellino si avvinghiò, prese a brillare, stava al dito come se fosse stato fatto apposta. «Ah, sorellina, tu mi sei destinata, tu sarai mia moglie!» «Che dici, fratello! Pensa a Dio, pensa al peccato, si sposano forse le sorelle?» Ma il fratello non ascoltava, ballava per la gioia e ordinò di prepararsi alle nozze. Versò lei lacrime amare, uscì dalla stanza, si sedette sulla soglia e dagli occhi sgorgano fiumi!
Passano di lì delle vecchie viandanti; le chiamò pr rifocillarle. Le chiedono quale sia la sua pena, il suo dolore. Non c’era niente da nascondere; raccontò loro tutto. «Su, non pinagere, non ti affliggere, ma dacci ascolto: fai quattro bambole, mettile ai quattro angoli; tuo fratello ti chiamerà al momento delle nozze — vai; ti chiamerà in camera — non affrettarti. Spera in Dio, addio». Le vecchiette se ne andarono. Il fratello e la sorella si sposarono, lui andò in camera e dice: «Sorella Caterina, vieni a letto!». Lei risponde: «Ora, fratellino, mi tolgo gli orecchini». E le bambole nei quattro angoli iniziarono a cuculiare:

Cucù, principe Danila!
Cucù, Govorila!
Cucù, la sua sorellina,
Cucù, gli fa da mogliettina.
Cucù, sprofonda terra bella,
Cucù, precipita sorella!

La terra prese a sprofondare, la sorella a precipitare. Il fratello grida: «Sorella Caterina, vieni a letto!». «Ora, fratellino, mi slaccio la cintura». Le bambole cuculiano:

Cucù, principe Danila!
Cucù, Govorila!
Cucù, la sua sorellina,
Cucù, gli fa da mogliettina.
Cucù, sprofonda terra bella,
Cucù, precipita sorella!

È già visibile ormai solo la testa. Il fratello di nuovo chiama: «Sorella Caterina, vieni a letto!». «Ora, fratellino, mi tolgo le scarpette». Le bambole cuculiano, e quella scompare sottoterra.
Il fratello chiama ancora, chiama più forte — niente! Si arrabbiò, accorse, bussò alla porta — la porta volò giù, guardò da ogni lato — della sorella neanche l’ombra; e negli angoli siedono solo le bambole e dai a cuculiare: «Sprofonda terra bella, precipita sorella!». Afferrò un’ascia, tagliò loro le teste e le gettò nel forno.
La sorella intanto, cammina cammina sottoterra, vede: c’è una casetta su zampe di gallina, ora sta ferma e ora si volta. «Casetta, casetta! Fermati com’è d’uso, al bosco il culetto, a me il visetto». La casetta si fermò, la porta si aprì. Nella casetta c’è una bella ragazza, ricama una tovaglia in oro e argento. Accolse l’ospite gentilmente, sospirò e dice: «Animuccia, sorellina cara! Sono contenta di poterti accogliere cordialmente e vezzeggiarti finché non c’è la mamma; ma tornerà, e saranno guai per te e per me, perché è una strega!». Si spaventò l’ospite a quelle parole, ma non c’era dove cacciarsi, sedette con la padrona alla tovaglia; cucioni e chiacchierano. Passò molto, passò poco, la padrona sapeva il momento, sapeva quando la madre sarebbe arrivata, trasformò l’ospite in ago, lo pianto in una scopetta, la mise in un angoletto. Non aveva fatto in tempo a nasconderla che la strega apparve sulla porta: «Figlia mia cara, figlia mia bella! C’è odore di ossa russe!». «Signora madre! Ci sono stati dei passanti che si sono fermati a bere un po’ d’acqua». «Perché non li hai fermati?» «Erano vecchi, cara, roba non per i tuoi denti». «Bada d’ora in poi — in cortile tutti fai fermare, dal cortile nessuno possa uscire; e io, fatto fagotto, vado in cerca di una bella preda». Se ne andò; le ragazze sedettero alla tovaglia, cucivano, parlavano e ridevano.
Tornò la strega; annusa in giro per l’izbà: «Figlia mia cara, figlia mia bella! C’è odore di ossa russe!». «Sono appena passati dei vecchi a rsicaldarsi le mani; volevo fermarli, non sono rimasti». La strega era affamata, fece una paternale alla figlia e se ne rivolò via. L’ospite stava nella scopetta. Più in fretta si misero a finire il ricamo della tovaglia; e cucioni, e si affrettano, e parlano su come scampare alla disgrazia, come sfuggire alla strega malvagia. Non fecero in tempo a scambiarsi un’occhiata, a mormorarsi qualcosa che quella era sulla porta, lupus in fabula, capitata all’improvviso: «Figlia mia cara, figlia mia bella! C’è odore di ossa russe!». «Ecco, mamma, questa bella ragazza ti aspetta». La bella ragazza guardò la vecchia e si sentì gelare! Davanti a lei c’era una baba-jaga gamba ossuta, col naso fino al soffitto. «Figlia mia cara, figlia mia bella! Riscalda il forno al massimo!» Portarono legna e di quercia e d’acero, accesero il fuoco: la fiamma esce dal forno.
La strega prese un’enorme pala, si mise a invitare l’ospite: «Siediti un po’ sulla pala, bellezza». La bella sedette. La strega la mosse verso la bocca del forno, ma quella mette una gamba nel forno e l’altra sul forno. «Che c’è, ragazza, non sai star seduta? Siediti per bene» Si aggiustò, sedette per bene; la strega la manda verso la bocca del forno, ma quella mette una gamba nel forno e l’altra sotto il forno. Si adirò la strega, la tirò indietro. «Non sta bene, non sta bene, ragazzina! Siedi buona, così; guarda me!» Paffete! ci si mise lei stessa sulla pala, stese le gambe; allora le ragazze la misero in fretta nel forno, chiusero lo sportello, lo ostruirono con dei ceppi, lo cementarono e lo incatramarono, e loro si misero a correre, presero con sé la tovaglia ricamata, una spazzola e un pettine.
Correvano-correvano, guardano indietro, ma la scellerata è riuscita a uscire, le ha viste e fischia: «Fii, fii, fii, ecco dove siete!». Che fare? Gettarono la spazzola — crebbe un canneto fitto-fitto: non lo supererà. La strega cacciò le unghie, raspò un viottolo, insegue da vicino… Dove ficcarsi? Gettarono il pettine — crebbe un querceto scuro-scuro: una mosca non ci passerà. La strega affilò i denti, si mise al lavoro; ovunque si mette, giù un albero dalle radici! Si lancia da tutti i lati, si allarga un viottolo e insegue di nuovo… com’è vicina! Correvano-correvano, e non c’era dove correre, non ce la facevano più! Gettarono la tovaglia ricamata in oro — si allargò un mare enorme, profondo, infuocato; la strega si alzò in alto, voleva sorvolarlo, cadde nel fuoco e bruciò.
Rimasero le due ragazze, colombelle senza nido; bisogna andare, ma dove? — non lo sanno. Si sedettero a riposare. Ecco che si avvicinò loro un uomo, chiede chi sono; e riportò al padrone che nei suoi possedimenti ci sono non due uccellini di passaggio, ma due bellezze come nei quadri — identiche per altezza e fattezze, ciglio a ciglio, occhio a occhio; una di lor dev’essere vostra sorella, ma quale — non è possibile indovinarlo. Andò il signore a vedere, le invitò. Vede: sua sorella è lì, il servo non ha mentito, ma quale — non può riconoscerla; lei è arrabbiata, non si paleserà; che fare? «Ecco cosa, signore! Verserò in una vescica di montone del sangue, mettetevela sotto l’ascella, conversate con le ospiti, e io mi avvicinerò e vi pianterò un coltello nel fianco; il sangue si verserà, la sorella si mostrerà!» «Bene!» Misero in atto il piano: il servo prese il padrone al fianco, il sangue schizzò, il fratello cadde, la sorella si gettò ad abbracciarlo, e piange, e si lamenta: «Mio caro, mio adorato!». Allora il fratello saltò su sano e salvo, abbracciò la sorella e la fece sposare a un’ottima persona, mentre lui sposò l’amica, alla quale l’anellino andava bene, e vissero felici e contenti.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Toppe e rammendi

giugno-июнь

Siamo a giugno, giovedì scorso nella mia amata Russia è iniziata l’estate, mentre qui ad AnarcoLandia per me è iniziato il settimo mese di arresti domiciliari.
Questo nuovo mese non è partito bene: tutto quello che poteva andare storto nel fine settimana passato non ha mancato di farlo, quindi l’umore non è proprio dei migliori.

Dopo essermi innervosita, arrabbiata, depressa, lasciata andare in balìa delle lacrime e chi più ne ha, più ne metta, sono più o meno rinsavita e giunta a una conclusione: per l’ennesima volta non mi resta che rimboccarmi le maniche e ricominciare tutto da capo. Sì, di nuovo.
Una lezione imparata di recente è che, in fondo, quando le energie si fanno scarse, si tratta di valutare con attenzione e scegliere con cura in cosa investirle, in modo che possano fruttare al meglio, portando a risultati capaci di suscitare l’entusiasmo necessario ad andare avanti, a non arrendersi.
Certo, questo investimento selettivo comporta anche delle rinunce. Il focalizzarsi in maniera esclusiva ed intensiva sugli obiettivi ritenuti prioritari fa sì che tutto il resto venga, quanto meno in via temporanea, accantonato e rimandato a momento da stabilirsi.
Non posso negare che dover per forza restringere i propri orizzonti sia frustrante, ogni giorno di più, ma se non c’è alternativa non resta che prenderne atto e fare del proprio meglio nella gestione delle nuove complicazioni, con la poco rassicurante consapevolezza che, con ogni probabilità, non saranno le ultime.
Decidere cosa sacrificare non sarà affatto facile, ma sono sicura che, una volta fatto, si rivelerà catartico.

Un’idea bizzarra mi frulla per la testa: e se ripartissi facendo un passo indietro?
Se, una volta scelte le priorità, magari con una buona dose di onesto realismo nella scelta, le riprendessi dal passo precedente a quello in cui sono stata costretta ad abbandonarle?
Se invece di impegnarmi a ricucire lo strappo tentando il possibile perché non si noti, mettessi una bella toppa, sobria ma dai colori vivaci, che ripari il danno portando una piacevole nota di novità?

Donare nuova vita a ciò che la vita stessa ha in qualche modo sgualcito, questo sarebbe il proposito. Un atteggiamento di grande rispetto verso le cose davvero importanti, seppur in apparenza ‘rovinate’, ma anche un allenamento costante e rigoroso per imparare a non lasciarsi sopraffare dall’imprevisto e a mantenersi saldi nella propria identità qualsiasi ostacolo ci si pari davanti.

Rompiamo il Silenzio!

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Caffellatte a mezzanotte.

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Maggio è cominciato con un caffellatte caldo poco dopo la mezzanotte, tanta pioggia, l’inizio delle “vacanze di primavera” in Russia, l’antica festa pagana di Beltane, il raggiungimento della doppia cifra in chili persi (- 10,4 kg), una buona dose di belle speranze e, per non farsi mancare nulla, un sospetto di trombo alla gamba “buona”, che mi porterà a nuove mirabolanti avventure ospedaliere fuori programma.

Un fine settimana lungo, quello del 1° Maggio, trascorso in preda a dolori fra i più acuti provati dall’esordio dell’AnarcoPatia, eppure con tanta voglia di rinnovarmi e rimettermi in gioco, o quanto meno di (ri)provarci per l’ennesima volta, sperando che sia quella buona.

Guardo la mia inseparabile Moleskine e penso che sì, ci ho già scritto parecchio, ma non quanto avrei voluto.
Controllo le statistiche della pagina facebook e mi accorgo che non solo i “Mi piace” non aumentano, ma c’è chi addirittura si sbatte a togliermelo, ben 3 solo negli ultimi due giorni.
In parallelo a questo prendo atto del drastico rallentamento subìto da quello che, in questo preciso momento, dovrebbe essere il mio progetto principale.

Allora mi domando se, per quanto a malincuore, non sia il caso di mettere in satndby quelle fra le mie attività che sembrano essere in stallo, così da avere più tempo ed energie da dedicare invece a quelle che dimostrano di avere ancora del potenziale da esprimere.
Non posso negare che l’idea mi rattristi, in fondo, come dicevo, ci ho investito parte del mio tempo e delle mie energie, ma tante cose, forse troppe in un periodo così breve, sono cambiate e temo sia arrivato il momento di decidermi ad accettare questa evidenza, con tutte le conseguenze che comporta.

Il numero di strade percorribili si è ridotto in modo netto e piuttosto significativo, sia dal punto di vista personale che da quello lavorativo, e ormai è palese che continuare a temporeggiare in attesa di un migliorameto non abbia più molto senso: devo scegliere quale, fra quelle rimaste, sia quella da percorrere, per poi dedicarmici senza riserve.

Per qualche ragione che non mi spiego, questa situazione mi ha catapultata in uno stato d’animo malinconico e nostalgico, ha portato il mio sguardo interiore a volgersi al passato, un passatto abbastanza lontano a dire il vero, quando solitudine e insonnia erano uno stile di vita intrapreso per scelta, quando la dedizione a quella che consideravo la mia “arte” era assoluta e predominante.
Oggi a intralciare quella determinazione così inscalfibile, segno distintivo della me stessa di allora, c’è il costante torpore mentale da farmaci, ma forse la soluzione sta in un radicale cambio d’approccio alla questione da parte mia.
Forse il segreto sta nella tanto ovvia quanto impegnativa scelta di provare a scoprire e imparare a conoscere le nuove modalità con cui poter continuare a fare al meglio quel che mi piace e mi fa star bene.
Senza arrendermi. Mai.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Buon Compleanno!

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Non è il numero degli anni a contare, quel che conta è che mi ritrovo a festeggiare un altro compleanno e, per la prima volta, non ho alcuna voglia di farlo.

4 mesi
18 settimane
126 giorni
3.024 ore
181.440 minuti
10.886.400 secondi

Questo è, a oggi, il saldo del conto che vorrei presentare alla vita per non essersi fermata ad aspettarmi mentre l’AnarcoPatia mi costringeva, e continua a costringermi, a un immobilismo quasi assoluto.

Secondo l’inflazionatissima metafora che paragona la vita dell’essere umano a un libro, gli anni potrebbero essere i capitoli, e io ora mi sento come se qualcosa mi stesse obbligando a passare al capitolo successivo senza avermi dato la possibilità di concludere con calma quello in corso.
Il risultato non può essere altro che una sensazione di vuoto, come di un buco nella trama che rende difficile continuare a seguire la storia in maniera fluida e comprensibile.
È come se un lettore un po’ maldestro, in un attimo di distrazione, avesse rovesciato la sua tazza di caffè su quelle pagine e un terzo di quel capitolo fosse andato perduto per sempre: la carta macchiata, l’inchiostro sciolto, le parole incomprensibili, la storia in qualche modo amputata.

Non ci sarà un’altra opportunità di scrivere delle mostre non viste, degli eventi mancati, degli incontri annullati, dei dolci non preparati, dei luoghi nonvisti, degli inviti declinati, delle cene saltate, delle esperienze perse, delle occasioni sacrificate, perché il tempo scorre a senso unico e voltarsi a guardare indietro di rado è una buona idea, anzi, molto spesso può essere pericoloso: si rischia di non notare l’ennesimo ostacolo e di schiantarcisi.

Non sono mai stata molto dedita alle feste comandate, le uniche a cui ho sempre tenuto in modo particolare sono proprio i compleanni, perché li considero momenti unici, in cui coccolare e viziare le persone a cui tengo, ma quest’anno è proprio il mio giorno ch mi sta mandando in crisi: non riesco a liberarmi di questo senso di privazione costante. Penso a “come avrei festeggiato se…” e mi rendo conto che concedermi un intero fine settimana “normale” potrebbe vanificare tutto l’ultimo mese di sforzi e sacrifici, così, invece di pensare a divertirmi e a godermi la mia festa, mi ritrovo a scervellarmi nella maniacale ricerca di alternative che siano all’altezza delle mie abitudini.

Angosciata: ecco come mi sento.
Per la mia incapacità di fare i passi che vorrei e la mia impotenza di fronte a quelli imposti.

E ora che mi sono sfogata, mettiamo su il mio miglior sorriso e prepariamoci ad affrontare questa bizzarra giornata… buon compleanno a me!

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Macchietta d’olio.

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Da martedì mattina sono ufficialmente un ingranaggio omologato della perversa macchina del lavoro a tempo indeterminato. Alla veneranda età di 32 anni, mi hanno assegnato il mio numerino nei registri e piazzata nella mia casellina predeterminata nel grande archivio dei lavoratori “fortunati”, quelli che accettano qualunque condizione pur di continuare ad avere uno stipendio che gli consenta di (soprav)vivere.

Sia chiaro, non mi lamento, anzi!
Il tono polemico è uno strascico delle mirabolanti peripezie che ho dovuto attraversare per giungere all’agognato traguardo: mi limito a dichiarare che si è più e più volte rasentato il ridicolo.
A fronte di questo la domanda è una sola: perché?

Passi che non si possa pretendere, meno che mai coi tempi che corrono, di trovare il proprio lavoro ideale, ma anche ammesso che si riesca a trovarne uno qualunque, di lavoro, perché ci vogliono mesi, se non anni, per “stabilizzare” la propria situazione?
Perché se hai una qualifica vogliono l’esperienza, se hai l’esperienza vogliono una qualifica, e magari se le hai entrambe non ti assumono lo stesso perché “dovremmo pagarti troppo e non ce lo possiamo permettere”.
Come fai, fai, sbagli.
Come sei, sei, non sei mai abbastanza.

È qui che scatta l’apatia.
Non intesa come disinteresse e menefreghismo, ma come strategia di autodifesa, come unica via percorribile per la sopravvivenza.
Quando le due paroline magiche “tempo indeterminato” fanno capolino nella travagliata esistenza della precaria, d’improvviso è come se la piccola, preoccupante crepa che da tempo ormai immemore minava la sua stabilità mentale cedesse, aprendosi in una vera e propria voragine in cui si riversa l’irruenta cascata di tutte le ansie, le paure e le preoccupazioni che ne hanno angustiato la vita per interminabili mesi.
Un’inaspettata boccata d’aria fresca riempie i polmoni della poveretta e d’un tratto è il silenzio.
Di colpo tutte le fastidiose vocine che ti riempivano la testa tacciono e tu, quasi spaesata, fai una cosa che non facevi da così tanto tempo da aver dimenticato l’ultima volta che te l’eri concessa: respiri.

È una cosa rapidissima, questione di pochi istanti, poi tutto riprende come prima, con la sola, non certo trascurabile, differenza di una leggerezza prima estranea, una sensazione del tutto sconosciuta che ti si insinua nel cervello per insegnarti un concetto nuovo, o meglio ancora, per rilasciarti un’autorizzazione in cui non speravi quasi più: ora puoi iniziare a costruirti la tua vita.

Tempo fa, durante un corso di formazione, la docente di comunicazione mi colse un po’ di sorpresa con questo commento: «Non sono mai stata a favore dell’atteggiamento comunicativo passivo, anche se negli anni mi sono resa conto che possa diventare una sorta di “armatura” difensiva. Tu però sei proprio una macchietta d’olio: non è che non ti metti in gioco nel tentativo di preservarti, è che proprio tutto quello che riguarda il tuo ambito lavorativo ti scivola addosso. A volte vorrei proprio saper essere come te».
Mi pare abbastanza evidente che non fosse proprio un complimento, ma la verità è che quando il lavoro si spoglia di ogni suo valore sociale, intellettuale e umano, gli resta solo quello economico, e quando lavori solo perché hai bisogno dello stipendio, di tutto il resto finisce per importarti davvero ben poco.
Capisci che le cose a cui vale la pena dedicare il poco tempo e le poche energie di cui puoi disporre a tuo piacimento sono altre, e l’entusiasmo per quella cosa che, si dice, dovrebbe nobilitare l’uomo, il lavoro per l’appunto, scema poco a poco fino a svanire, facendone un mero mezzo di sostentamento, a volte addirittura una sorta di “finanziamento” per progetti alternativi con cui ci si augura di riuscire, un giorno, a sostituire la mesta routine quotidiana, che pure si è tanto faticato per costruire.

È così che il lavoro di tutti i giorni diventa poco più che un mezzo, uno svilito strumento per raggiungere fini e obiettivi altri, per provare ad alimentare i sogni nella speranza che crescano a sufficienza da realizzarsi.
Già, realizzarsi, quell’utopia che la mia disorientata generazione insegue da sempre, con tenacia, senza però mai venirne a capo.

Pessimista? Forse…
Ma sono abbastanza convinta di essere in solidale e, ahimè, abbondante compagnia.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Tre su tre.

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Proprio come il mese scorso, eccoci di nuovo a una settimana che si apre con un 13 e si conclude con un 17. A febbraio quella settimana per me era iniziata con tre medici in tre giorni.
Febbraio è finito, con dei prelievi, e marzo è iniziato, con una visita di controllo in cui mi hanno pasticciato ancora i dosaggi della terapia: mese nuovo, copione ormai vecchio e scontato.
Che dire? Non male!

Non è su questo però che si sta focalizzando la mia attenzione, bensì sulla mia persistente incapacità di programmare il lavoro, perfino quello che faccio volentieri: la scarsa produttività di queste ultime settimane ne è la prova lampante.

«Sono i farmaci», mi dicono tutti, ma in fondo che differenza fa quale sia la causa?
Malattia in sé o effetti collaterali della terapia, resta il fatto che il cervello non è lucido e reattivo come dovrebbe.

Dopo mesi, si era deciso a partorire un’idea decente, un progetto che, per una volta, sembrava essere interessante, solido, addirittura ragionevole, ma poi si è fermato lì. Non riesce a fare il passo successivo, procedendo dall’illuminazione divina alla messa in atto pratica, e mi ritrovo per l’ennesima volta in un esasperante stato di stallo. Nella testa funziona tutto benissimo, ma poi non riesco a dare alle cose una forma concreta e questo mi fa ammattire.

La frequentazione assidua e obbligatoria di ambienti medici e ospedalieri ha l’aberrante capacità di destabilizzare e riorganizzare a proprio piacimento la scala delle priorità umane.
Occuparti di tutto quello di cui ti DEVI occupare ti sfinisce al punto che non ti restano energie per occuparti di quello di cui VORRESTI occuparti.

Giusto qualche giorno fa, ad esempio, mi sono resa conto che la crescente difficoltà nel concentrarmi mi ha resa intollerante al rumore. Io che leggevo, spesso addirittura studiavo, nel caos regnante di un treno pendolari o camminando sulla banchina sovraffollata della metropolitana, ora fatico a concentrarmi nel silenzio e nella solitudine più assoluti.
Avevo una mia teoria riguardo a questo, secondo cui il frastuono fa da incentivo a concentrarsi meglio, mentre nel silenzio è più facile che un singolo suono riesca a distrarre l’attenzione, ma ora di quella teoria me ne faccio ben poco.

I progetti vanno a rilento, arranco a rispettare le scadenze, imposte o autoimposte che siano, lo studio va a rilento, sembra quasi che nella testa non ci sia più spazio per nuove nozioni, la scrittura e la lettura vanno a rilento, gli strafalcioni abbondano e lo stile zoppica, la “reclusione” invece continua.
È come vivere in un acquario: spazio ben delimitato e una lentezza d’azione quasi surreale.
Non che questo mi fermi o mi impedisca di continuare a provarci, è solo che a volte mi strema, mi sfinisce. Sul lungo termine il continuo dover investire energie doppie, se non triple, per fare qualunque cosa, può diventare logorante.

Il risultato di tutto questo è una serie di post che, almeno a me, sembrano tutti uguali, in cui prima mi lagno e poi tento di farmi coraggio da sola.
Che tristezza…

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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8 Marzo: the day after.

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Bene. L’8 Marzo è passato. E oggi?

Un solo giorno all’anno per celebrare le donne mi sembra davvero una gran presa in giro a fronte del trattamento che poi ci viene riservato negli altri 364, per questo tendo a non festeggiarlo.

Trovo alquanto paradossale che moltissime donne in tutto il mondo abbiamo passato questo 8 Marzo, loro presunta festa, in piazza, manifestando per rivendicare diritti che dovrebbero esser loro riconosciuti in quanto esseri umani, ancor prima che in quanto donne.

Se vuoi fare figli i costi sono proibitivi, se vuoi abortire devi sperare in quella risicata fetta di medici non obiettori, una volta che i figli ce li hai nessuno ti aiuta con un minimo di servizi.
Sul lavoro, sorvolando sulle innegabili influenze del fattore figli anche in questo ambito, a parità di competenze ed esperienza, siamo pagate dal 16% al 30% in meno dei colleghi uomini, in tutti i settori e qualunque sia la mansione. Per non parlare di quando un lavoro proprio non ce l’hai e, nel cercarlo, la domanda principale che ti senti sottoporre è, per l’appunto: «Ha figli? Ha intenzione di averne?» E se fosse? Mi dicano, lor signori, quale improvviso e irreparabile deficit apporterebbe la cosa alle mie capacità professionali?
Uomini incapaci di ammettere che una donna possa essere brava quanto loro, magari anche di più, uomini incapaci di accettare che una donna possa lasciarli, uomini incapaci di capire che una donna è, innanzi tutto, una persona, proprio come loro.

Credo non si contino gli approfondimenti possibili sulla questione della discriminazione di genere, ma per chi volesse dilettarcisi è sufficiente aprire qualunque quotidiano, ascoltare qualunque notiziario, alla radio o in TV, prendere in biblioteca uno dei molti saggi, frequentare gli incontri di una delle tante associazioni, insomma, ce n’è per tutti i gusti.

In questo triste scenario, per rimanere fedele a me stessa, io voglio proporvi due libri:

Storie della buonanotte per bambine ribelli. 100 vite di donne straordinarie.
di Francesca Cavallo e Elena Favilli; tradotto da L. Baldinucci
Edito da: Mondadori

Cattive ragazze. 15 storie di donne audaci e creative.
di Assia Petricelli e Sergio Riccardi
Edito da: Sinnos

Recentissimo il primo, un po’ meno il secondo, sono due libri che parlano di donne alle donne. Un totale di 111 storie di donne semplici ma meravigliosamente complesse, come solo le donne sanno essere, incredibili e comuni allo stesso tempo, raccolte perché le donne non dimentichino mai il loro valore e quanto lontano la loro passione e la loro determinazione possano portarle.

 
 

Donne, rompiamo il Silenzio!

 
 

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La 15ª Domenica…

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Image Credit © VeRA Marte

 

La mia reclusione, sotto la denominazione ufficiale di ‘riposo forzato’, è iniziata di sabato, per la precisione il 26 novembre 2016, ma allo stato attuale non credo sia un singolo giorno a poter fare la differenza.

Settimana dopo settimana, oggi è la 15ª domenica in cui devo arrovellarmi il cervello per trovare qualcosa da fare che soddisfi la mia estrema necessità di evasione, senza però destabilizzare la mia salute capricciosa.

Niente più mostre, perché due ore in piedi in ambienti affollati e poco areati per me potrebbero rivelarsi delle vere e proprie bombe batteriologiche.
Niente passeggiate, o quanto meno con moderazione, perché ogni passo in più potrebbe essere quello fatale, l’innesco di una nuova rivolta autoimmune.
Niente merende, perché la vecchia terapia ha devastato il fegato, circostanza che ha portato all’imposizione di una ferrea dieta disintossicante.

Tanto cinema, almeno quello sì, perché, per ragioni a me ignote, ma per mia grande fortuna, il cervello si ostina vivere qell’agglomerato di persone stipate in uno spazio chiuso come una situazione ‘sicura’.

Insomma, passano i giorni, le settimane, i mesi, ma io rimango bloccata sempre nello stesso fotogramma di vita.
Nella foto i due lati della mia scatolina porta-farmaci, con il necessario per il weekend: 38 pastiglie, 18 e mezza al giorno, a cui si aggiungono quelle a frequenza variabile, fiale, gocce, pomate varie per gli sfoghi da farmaco, e chi più ne ha, più ne metta.

Difficile programmare un fine settimana ‘normale’ con queste premesse, ma io non mollo!
Proseguo la mia crociata d’assalto a tutte le librerie possibili e immaginabili, alla faccia dei puntini neri davanti agli occhi con cui il prednisone tenta di rendermi impossibile perfino la lettura.
Persevero nella frequentazione di locali in cui si fa musica dal vivo, giocandomi lo sgarro salato settimanale in hamburger, patatine e anelli di cipolla, per la prima volta dopo due mesi abbondanti di dieta, accompagnati però da una diligentissima e dignitosissima acqua naturale, che i farmaci con l’alcol fanno male.
Riservo lo sgarro dolce alla domenica pomeriggio, passando dai locali metallari del sabato sera a composte e graziose sale da tè, con le pareti color lavanda e i tavolini in legno bianco, imbanditi di tazze di profumate tisane alla frutta e scenografiche fette di torta in candidi piattini da dessert, che dopo le ore piccole una parentesi ristoratrice ci vuole.

Ebbene sì, cara la mia AnarcoPatia, ci hai provato a fermarmi, ma col ca**o che te la do vinta!
Ti ho concesso di rallentarmi, è vero, ma questo è quanto, non aspettarti altro.
Perché io sono io, non sono la mia malattia, non sono te: io ero io prima di te e continuerò a esserlo dopo di te. Tu invece, sei solo un parassita, senza di me non esisti, non sei nulla.

Ora ti è chiaro chi comanda?

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Boh… Blogger

blog-блог

 

Viviamo un momento costellato di blogger: Fashion Blogger, Food Blogger, Travel Blogger e via di seguito, ma chi era un semplice blogger prima che la blogosfera finisse sotto le luci della ribalta, che tipo di blogger è?
Come dovrebbe definirsi chi, come me, ha iniziato a scrivere il proprio blog così tanto tempo fa da averlo “inaugurato” su piattaforme che si sono estinte ormai da anni? Bei tempi in cui ancora i blogger non millantavano super competenze in un qualche campo, ma si limitavano a trasporre nella più tecnologica versione in pixel il caro, vecchio diario personale.

Ho iniziato a scrivere quando avevo nove, dieci anni. Riempivo pagine e pagine di parole, in tutte le forme possibili e immaginabili: racconti, diario, poesie. Rivedevo, rifinivo, perfezionavo fino allo sfinimento, per poi copiare tutto con cura nei quaderni “in bella”.
Più o meno intorno ai quindici, sedici anni la scoperta dell’esistenza della blogosfera e il mio ingresso, da principio forse un po’ timoroso, in questo affascinante e poliedrico universo. Ricordo ancora con un sorriso le espressioni perplesse alla frase “Scrivo su un blog…”, quando ancora quasi nessuno sapeva cosa diavolo fosse un blog, e l’orgoglio di essere in qualche modo innovativa e fuori dal coro. L’esordio su una piattaforma che, finché è durata, mi ha dato modo di dilettarmi acnhe con le mie dubbie capacità grafiche e di imparare le basi dei codici html, perché la personalizzazione del proprio blog era questione di buona volontà: non c’erano i moderni e intuitivi strumenti di oggi, se volevi emergere dalla massa dovevi sbatterti e imparare ad arrangiarti.

Gli anni sono passati e, giunta alla veranda età di 32 anni, mi sento sempre più disorientata di fronte alla super tecnologica schermata bianca di WordPress.
Il sovraffollamento di blogger iper-competenti, ultra-specializzati, pluri-“followati” mi fa sentire piccola piccola e piuttosto insignificante.
Innanzi tutto, d’improvviso sembrano essere diventati tutti grandi scrittori, cosa che, ahimè, proprio non è. In contraddizione con questo, però, si staglia l’innegabile evidenza che a contare sia sempre più la mole di contenuti prodotti e non la loro reale qualità.
Se si vuole “diventare qualcuno” , essere fedeli al tema del proprio blog è un imperativo inoppugnabile, ma io, creatura ormai vetusta, trovo che questo altro non sia che un meschino ingabbiare il pensiero. La mente umana, così come la meravigliosa vastità del lessico, non sono fatte per rimanere rinchiuse in compartimenti stagni. Così non si fa altro che spacciare per prolifica creatività un costante e svilente riproporre la stessa pietanza in tutte le salse possibili e immaginabili.

Ogni giorno che passa è più palese che io appartenga all’epoca in cui i blog erano luoghi di riflessione e di profonda introspezione, mentre oggi, per buona parte, sono diventati strumenti lavorativi e/o pubblicitari.
Più volte ho pensato che avrei potuto approfittare della mia esperienza per auto-promuovermi o per sostenere e far conoscere le attività a cui vorrei dedicarmi dal punto di vista lavorativo, ma non ci sono mai riuscita.
Credo sia un po’ come quando vado in vacanza. Potrei fare qualche bella fotografia, scegliere con calma l’inquadratura migliore, modificarla con una qalche applicazione e inviarla alle persone più care, parenti e amici, ma non ce la faccio: alla fine preferisco sempre affidarmi alle care vecchie cartoline postali.

Questa nuova percezione del blog mi mette una gran tristezza, destabilizza il mio concetto originario di scrittura e, sempre più spesso, mi lascia disorientata riguardo al come continuare a rapportarmici.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Sarebbe possibile?

epifania-2017-befana

 

Grazie all’AnarcoPatia mi ritrovo, per l’ennesima volta, a trascorrere le feste a dieta.

Sfornare tre teglie di biscotti al cioccolato, con cui riempire le calze degli AnarcoNipotini, senza assaggiarne neanche uno non è da tutti e, di sicuro, non è da me: nonostante questo ce l’ho fatta.

Alla luce di questo, cara Signora Befana, per quest’anno sarebbe possibile sostituire i dolciumi che non potrò permettermi di rubacchiare con qualcos’altro?
Non saprei, delle gambe sane, ad esempio, o delle braccia funzionanti, o magari anche un fegato un po’ meno intossicato dai farmaci.
Lo so, lo so, sono la solita esosa, quindi abbasserò un po’ il tiro, ripiegando sui libri, come prevedibile, ma anche un posto tutto mio dove custodirli, leggerli, tradurli e, chi lo sa, magari anche iniziare a scriverli sul serio, in parallelo a un nuovo lavoro più consono alle mie condizioni di (non) salute.
Ancora troppo, eh? Va bene, allora rilancio con un po’ più di forza, innanzi tutto emotiva, ma anche fisica, perché è proprio quella a mancarmi: l’energia. L’energia per restare sveglia un’ora in più la sera per leggere, scrivere o anche solo per riuscire a vedere un film fino alla fine, l’energia per stare in piedi il tempo necessario a visitare una mostra con l’AnarcoSocio, l’energia per impastare e poi stendere un intero panetto di pasta frolla al cacao, perché come i biscotti della zia non ce n’è.

Insomma, per quest’anno sarebbe possibile avere una calza piena di serenità e di un pizzico di “normalità”?
Così, giusto per cambiare un po’…

 

Buona Epifania 2017!!!

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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