Sproloqui dal passato

Welcome Back.

ELIZABETH – ASHRAM


 

Lìberati. Svèlati.
Dài fuoco alla maschera.
Ti si rivelerà inutile quando avrai davvero bisogno di protezione.
Ama i tuoi difetti. Ti rendono più unica dei tuoi pregi.

Spolvera i tuoi scheletri. Arreda loro i tuoi armadi con amorevole cura.
Sono i tuoi avi. Sono le radici da cui germogli ogni giorno.
Smetti di tamponare le ferite. Lascia che sputino il loro veleno.
Permetti al sangue di scorrere, così che le arterie respirino.

B., guardami.
Riesci ancora a riconoscermi?
Potrai mai perdonarmi?
Non ho molto da offrirti, solo una lacrima.

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Scorrere.

 

Vorrei essere capace di scorrere.
Come l’acqua. Come il tempo.
Sfiorare tutto e tutti,
ma non legarmi a niente e nessuno.

– © Vera Marte –

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Sunshine Award.

Prima di dar vita a Fuochi Anarchici avevo fatto un altro timido tentativo di blog pubblico e il Sunshine Award è stato il primo premio che ho ricevuto, così quando l’ho visto in alcuni blog che seguo ho deciso di ripostarlo anche qui.

E ora veniamo alle regole di rito…

  • Includere il logo del premio in un post o nel tuo blog.

    Fatto.

  • Rispondere a 10 domande su te stesso/a.

    1) Qual è il tuo colore preferito?   Nero.
    2) Qual è il tuo animale preferito?   Tartaruga.
    3) Qual è il tuo numero preferito?   31.
    4) Qual è il tuo drink preferito non alcolico?   Coca-Cola.
    5) Preferisci facebook o Twitter?   Nessuno dei due.
    6) Quali sono le tue passioni?   I libri, il russo e la scrittura.
    7) Preferisci ricevere o fare regali?   Dipende dalle persone.
    8) Qual è il tuo modello preferito?   Modello de che??! o_O
    9) Qual è il tuo giorno preferito della settimana?   Quello in cui posso dormire, qualunque esso sia.
    10) Qual è il tuo fiore preferito?   Mmm… Difficile… Ma direi tulipano…

  • Nominare altri 10/12 bloggers favolosi e far sapere ai tuoi candidati che li hai nominati.

    Come alcune bloggers sagge hanno scelto di fare prima di me, anch’io a questo giro mi risparmio la selezione e vi dico di ritenervi tutte/i nominate/i.

  • Citare la persona che ti ha nominato.

    Per avermi fatto ricordare la bella sensazione provata la prima volta che ho ricevuto questo premio, con l’altro blog, ringrazio beta endorphin e Dona.

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Vorrei Essere un Papavero.

Ho promesso a una persona che prima o poi avrei pubblicato questo piccolo spaccato di vita passata.
Spero non deluda le tue aspettative…

Ieri ho notato i primi papaveri.

Ai lati dei binari, in una delle tante stazioni del mio tragitto quotidiano.

Mi piacciono i papaveri.

Sembrano gocce di sangue dal cuore nero, spruzzate un po’ a caso su morbida pelle erbosa, verde di rabbia repressa. Lentiggini dispettose in ordine sparso su un viso contratto dal vento. Un esercito poco compatto alla conquista del metallico e rigoroso ricamo delle rotaie.

Vorrei essere un papavero.

Mai sola.

Ma sempre a debita distanza dai miei simili.

– © Vera Marte, 07/05/2012 –

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Piccola Casa da Brivido.

Da due giorni sono in fissa con una canzone…
Lei è l’essere umano più inutile mai visto sulla faccia della terra, e la canzone stessa non è certo una perla, né per la musica né per il testo, anche se ammetto che, a suo modo, crea un’atmosfera carina.
A colpirmi, quando mi capitò a portata d’orecchio per la prima volta, fu il video che, se si toglie l’insignificanza della “cantante”, trovo tuttora fighissimo.
Sarà per il mio rapporto perverso con le bambole di ogni genere e specie, marionette comprese, ma ritengo che il punto sia stato proprio questo: catturare l’utente con un video fiquerrimo, per distogliere l’attenzione dall’incapace.
Detto questo, da due giorni ascolto la signorina Kerli in loop, e in genere i miei loop si protraggono finché non riesco a capire cosa vuole dirmi l’inconscio con la fissa del momento.
A questo giro, a quanto pare, il loop voleva che recuperassi un mio vecchio pezzo e, magari, che rileggendolo a distanza di tempo, io riuscissi a cavarne una qualche lezione.
Dopo ricerche varie, il pezzo l’ho trovato, ora sono concentrata sulla ricerca dell’insegnamento che dovrei trarne.

 
 

WALKING ON AIR – KERLI

 

 

È la vita che dovrebbe essere considerata un cattivo funzionamento.

– “Metafisica dei Tubi”, Amélie Nothomb –

Di colpo ti accorgi che ti stai spegnendo.
Sei una sorta di locale, ma invece che organizzare eventi sei tu stessa una sorta di evento itinerante.
Offri te stessa come intrattenimento a chiunque sembri averne bisogno, seppellendo sotto cumuli di sorrisi ben costruiti il vuoto che sta assediando la tua anima. Mentre fuori risuona il caos, dentro rimbomba, prepotente, il silenzio.

Vorrei vivere in una casetta viola in cima a una collina non troppo alta, quel tanto che basta per poter guardar il cielo poco oltre le cime degli alberi. Sì, alberi. La casetta viola la vorrei in mezzo a un boschetto di sempreverdi, di quelli con le fronde fitte, che offrono ombra fresca d’estate e che rimani a fissare incantata d’inverno quando si cristallizzano sotto una spolverata di neve.
Vorrei una cucina accogliente con le credenze piene di tè e tisane da ogni parte del mondo.
Vorrei pareti ricoperte di librerie straripanti di volumi di ogni epoca, genere e dimensione.
E vorrei una veranda, dove poter stare seduta a scrivere durante i temporali…
Vorrei veder scrosciare le parole sulla pagina bianca come la pioggia si abbatte sulla terra.
Libere. Inafferrabili. Implacabili.

Forse se avessi il mio boschetto di sempreverdi la serenità non mi sembrerebbe un miraggio.
Forse se avessi la mia cucina piena di tè e tisane l’immobilità del tempo non mi sembrerebbe tanto amara.
Forse se avessi le mie pareti ricoperte di libri la felicità non mi sembrerebbe fantascienza.
Forse se avessi la mia veranda la passione viscerale per la scrittura non mi sembrerebbe radicata follia.
Forse se avessi la mia casetta viola la vita non mi sembrerebbe un cattivo funzionamento.

– © Vera Marte, 12/08/2011 –

 

ВСЕМ ВЕСЁЛОГО ДНЯ!!! – BUONA GIORNATA A TUTTI!!!

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Eclettismo e Prudenza.

EQUILIBRISMO STILISTICO

 

Cosa si fa di solito sotto la doccia? Si canta.
Sbagliato! Io sotto la doccia mi lavo.
Avendo la pessima abitudine di farla a orari improponibili, tipo le due di notte o le cinque del mattino, l’opzione canto nel mio caso non è contemplata, e anche se lo fosse, molto meglio per tutti che io mi astenga, credetemi.
Dunque sotto la doccia faccio la persona banale: mi lavo. E penso.

Stamattina, mentre decidevo quale salsa usare per condirvi l’ennesima pappardella sulla scrittura, mi sono invece ritrovata a riflettere sulla monotematicità della maggior parte dei blog, ovvio, compreso il mio.

C’è chi è monotematico nel genere, chi negli argomenti, ma siamo tutti, chi più chi meno, monotematici.
Questo non impedisce che dai temi di base le riflessioni finiscano per spaziare negli ambiti più disparati, ma il punto di partenza rimane lo stesso per ognuno di noi.
C’è chi si affida ai versi e chi alle immagini, chi raccoglie citazioni e chi dà carta bianca solo alla propria creatività, chi parla solo dei tormenti che lo mandano a fondo e chi solo delle passioni che invece lo tengono a galla.
Io, ad esempio, se non parlo di scrittura, parlo del russo, con qualche eccezione ogni tanto per le perle d’ignoranza della nostra fantasiosa gioventù d’oggi.

Sono abbastanza sicura che questo segone mentale sia stato influenzato dal ricordo che mi ha assillata ieri.
Eclettismo. Ecco cosa aveva in più il suo scrivere rispetto a quello di tante altre persone, anch’esse capacissime ma, per l’appunto, tendenti alla monotematicità, sempre sottoscritta inclusa.
Sapeva scrivere, con risultati più che dignitosi, qualunque cosa. E forse è per questo che a volte ne sento la mancanza, perché mi ha massacrata, ma mi stava insegnando a fare lo stesso. Ci stava riuscendo. Mi stava aiutando a diventare una lui al femminile, senza però nulla togliere al mio stile personale.
Stavamo diventando una sorte di invincibile macchina da guerra. Sono davvero poche le occasioni in cui non siamo riusciti a raggiungere gli obiettivi che ci eravamo prefissati.

L’equilibrio è stato spezzato dall’intromissione di persone che hanno pensato bene di espandere il loro ruolo dalla sfera personale e privata a quella artistico-professionale.
Gli hanno montato la testa al punto che la mia abituale funzione di zavorra, che ci teneva ben saldi a terra riguardo le nostre reali possibilità editoriali, è stata del tutto annullata.
Gravità zero. E lui se n’è volato via con le tasche piene dei sogni artistici di entrambi, per poi perderli miseramente durante il volo. Tutto per dar retta a chi non faceva che ripetergli che non si corre alcun rischio facendo il passo molto più lungo della gamba.

Lo so fin troppo bene anch’io, a volte la brama di realizzare un desiderio è tale da riuscire a zittire la vocina del buonsenso, ma forse, se proprio si decide di lanciarsi, prima sarebbe bene assicurarsi di aver posizionato a dovere la rete di sicurezza.

Sono affetta da eccessiva prudenza? Forse.
Il punto è che quando ti resta poco da fracassarti nell’ennesimo schianto, non hai altre alternative.

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Onore alle Mannaie!

NONOSTANTE TUTTO, GRAZIE.

Oggi una sorta di brain storming involontario mi ha ricordato una persona.
Una persona che, se leggesse quel che scrivo ora, con ogni probabilità mi toglierebbe il saluto.
Una persona che mi ha delusa, come nessun altro aveva mai fatto né potrà mai fare.
Una persona che mi ha regalato un sogno per poi frantumarlo davanti ai miei occhi con le sue stesse mani.
Una persona che forse, almeno per quanto ne so io ora, a distanza di circa due anni, ha pagato ritrovandosi a guardare, impotente, il suo sogno andare in pezzi, proprio come il mio.

Mi chiedo se scrivi ancora, o se la delusione ha avuto ripercussioni anche sulla tua, di scrittura.
Mi chiedo se ti sei arreso, o se stai solo studiando gli errori commessi, per essere sicuro di non ripeterli quando sferrerai il prossimo attacco.
Mi chiedo se noteresti mai questo blog, così diverso da quello che ti aveva folgorato, questa persona, così diversa da quella che ti aveva tanto colpito.

Ho tolto al dolore il ruolo di protagonista, e poco importa se ha deciso di restare nonostante gli abbia rifilato una particina di scarsa rilevanza.
Parlo un sacco di scrittura, invece di scrivere, ma in fondo così è più semplice, più sicuro, mi protegge dal rischio di incrociare altre persone come te, per quanto io dubiti che ne esistano, e non saprei nemmeno dire se questo sia un bene o un male.

Ogni tanto mi viene la tentazione di scriverti, di contattarti in qualche modo, ma in genere è questione di qualche ora al massimo.

Hai mandato in fumo l’unica opportunità editoriale reale che mi sia capitata, almeno fino ad ora, e quando è andata in fumo la tua io non c’ero già più, ma è stato meglio così.
Mi manca il gioco delle mannaie, ma non ho dimenticato nessuno degli insegnamenti che ho tratto da ogni singolo, massacrante confronto.
Nonostante tutto, ti auguro di raggiungere quel traguardo che tanto brami da anni, perché non importa quanto lontane si snodino ora le nostre strade, al di là di quel che ne hai fatto dopo, sei stato, e rimani, l’unico in grado di regalarmi un sogno.

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A Cosa Serviva?

Un pò di tempo fa ho promesso ad alcune persone che prima o poi avrei pubblicato qualcosa nel mio vecchio stile, neoscritto o ripescato che fosse, e oggi boh…
Non è giornata e non so nemmeno perché.

Così ho deciso di “tornare a casa”, in una delle infinite case virtuali che ho costruito e poi abbandonato, a volte di proposito, altre volte costretta.
Mi fa sempre un effetto strano. Il primo istinto è quello di copiare e incollare qui pagine e pagine di post, ma poi mi ridimensiono e capisco che sarebbe solo l’ennesima scusa per trattenermi un po’ nel passato, evitando di andare avanti. Un vero e proprio genio, se ripenso a tutta la fatica che ho fatto, e che sto ancora facendo, per ficcarmi in testa che la vita è un senso unico: non si può fare inversione di marcia e tornare indietro.

Non so bene nemmeno io perché, fra i tanti, ho scelto di citare proprio questo post. Forse per rispondere a una persona che mi ha chiesto di insegnarle a diventare saggia come me. Io saggia. Ammetto che la cosa mi ha fatta scompisciare dal ridere. Come ormai sarà chiaro a chi mi legge da un po’, l’unica cosa che ogni tanto riesce a spiengermi a fare la scelta giusta è l’istinto di sopravvivenza, ma anche questo povero malcapitato fa una fatica porca a farmi capire in tempo quando sto per fare una cazzata stratosferica.
È possibile che quanto segue risponda anche a chi si domanda perché io sembri una pazza furiosa femminista, che rifugge gli uomini come fossero peste bubbonica, ma non ne sono sicura e, soprattutto, non ho alcuna intenzione di approfondire questo aspetto della questione, almeno, non ancora.

In ogni caso, la parola che risponde a tutto è sempre la stessa: SOPRAVVIVENZA.

 

Inchiodata alla Tua croce, inghiotto lacrime e vomito amore insanguinato. E le parole mi mancano, nel senso che non escono e nel senso che mi sento sola senza di loro. La pelle urla, le mente crolla, la lama scrive al mio posto. Sangue e inchiostro si confondono. Era tanto che non mi capitava di scrivere così, senza pensare, senza riflettere, sputando quello che avvelena mente, cuore e anima. Sono esausta, sfinita dal continuo dare. E non mi frega un cazzo di sembrare egoista. Ogni tanto sarebbe bello anche ricevere. Non sono una persona che dà per avere, non lo sono mai stata, ma forse è stato proprio questo il mio errore. Troppa fiducia. Troppa indulgenza. Sempre a trovare scusanti per gli altri, mentre venivo saccheggiata di qualunque cosa io avessi. Sentimenti. Energie. Emozioni. Sempre troppo impegnata a socorrere gli altri per rendermi conto che anch’io ho bisogno d’aiuto. Sempre troppo impegnata a non deludere, per capire che anch’io merito di non essere delusa. Sempre troppo impegnata a non ferire per pensare a difendermi da chi ferisce me. E poi lo stupore quando cado. Lo sgomento nel ritrovarmi con la faccia nel fango senza sapere come cazzo ci sono finita. La stanchezza. La voglia di restare lì, perché nessuna delle motivazioni che mi hanno spinta a rialzarmi le altre volte si è poi rivelata valida. Le emozioni alla fine non hanno avuto funerali né degna sepoltura. Non ce n’era ragione. Erano già putrefatte da tempo. Le ho gettate nella prima discarica e mi sono tolta il pensiero. Peccato io sia una fottuta blasfema, che non riesce a lasciare in pace nemmeno i morti. Solo in tre sono resuscitati. Amore. Dolore. Follia. E Tu sei solo un altro fallimento. Un nuovo ricamo sulla pelle. Ma tranquillo, ti ho riservato una sezione tutta per Te. Rilegata in pelle candida, screziata di vene. Area vergine inaugurata apposta per Te. Con un bel trio di soldatini rosso sangue, perché si dice che il tre sia il numero perfetto e che, all’occasione, porti anche fortuna. Ti ho messo in prima fila, perché è lì che meriti di stare. La retroguardia è per quei peccati che si vogliono nascondere. Ma Tu sei un peccato di cui vado fiera. Un peccato che potrei commettere all’infinito. Un peccato che ti si conficca nell’anima e la squarcia. Ma lo sai, per me il dolore è sollievo. Il dolore è sopravvivenza. Il dolore è vita pura sbranata a morsi. Il dolore è piacere. Il dolore è un’anima stuprata dall’amore. Il dolore è un cuore violentato dall’amore. Perché l’amore è violenza. Perché la violenza è amore. Perché innamorarmi di Te mi ha fottuto il cervello. Il pericolo mi fa sorridere, con aria di sfida. Non distinguo più la vita dalla morte. A cosa serve essere viva fuori, se sono morta dentro? Ti guardo ridere senza di me. Ti guardo amare senza di me. Ti guardo piangere senza di me. Ti guardo odiare senza di me. Ti guardo vivere senza di me. E mi accorgo che io ormai rido, amo, piango, odio, vivo solo attraverso Te.

E di nuovo mi chiedo:

A COSA SERVE ESSERE VIVA FUORI, SE SONO MORTA DENTRO?

– © Vera Marte –

 

NdA. Il brano citato fa ancora parte degli scritti tutto sommato “comprensibili”… 😛

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Orrore # 1

C’è una sezione di un mio vecchio blog che mi manca in modo particolare, per questo non ho alcuna intenzione di oppormi all’impulso di riproporla qui. Quasi quasi, siccome sono pigra, non cambio nemmeno il titolo.

Sì, lo so, quella per la grammatica e la linguistica è una passione abbastanza perversa e poco condivisa, ma in fondo cosa ci avrà mai fatto di male l’italiano per essere maltrattato? Abbiamo una lingua ricchissima e musicale, che ci permette di esprimere concetti che per molte altre lingue risultano troppo articolati per essere resi in modo efficace, eppure riusciamo a storpiarlo nei modi più disparati e a sbagliare perfino le cose più semplici.

Inaugurerei questa sezione con uno strafalcione epico di qualche anno fa, che però è rimasto impresso nella mia memoria come se ce l’avessero marchiato a fuoco. Ero convinta si trattasse di un lapsus del momento, ma la recidività non ha tardato a manifestarsi.

Che ora sono?

→ Ora: singolare. Sono: plurale. A meno che io non colga la poesia dell’immedesimazione nell’unità temporale ora e “sono” sia quindi una prima persona singolare, ma fatico a confidare in tale sottigliezza.

E ora forse mi prenderò della stronza pignola, ma certe “perle” sono davvero da brivido.

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Per le Ferrovie Italiane il passato non passa.

A volte mi capita di rileggere i miei vecchi blog. È sempre un po’ strano, ma a lungo andare sono arrivata a pensare che in fondo è come un album fotografico, solo che al posto delle immagini ci sono le parole.

Oggi, in preda a uno dei miei raptus di rilettura, ho deciso che ogni tanto ripescherò dal passato. Mi fa sempre un po’ ridere citare me stessa, ma in fondo un po’ di sana mitomania ogni tanto ci vuole.

 

E io che già pregustavo il post che gironzolava nella mia mente…
Una cosina poetica e profonda sullo scrivere come filosofia di vita.

Ero lì, a crogiolarmi nelle fantasiose anteprime mentali delle mie prossime creazioni, quando ecco giungere il controllore.
Il secondo per l’esattezza. Il primo in realtà era una prima, ma il mio sfegatato amore per l’amata lingua madre m’impedisce di definirla controllorA.
Sta di fatto che l’esemplare femmina di questa strana specie, incubo e capro espiatorio dei pendolari, passa senza conseguenze, come un soffio di brezza primaverile, educata e sorridente.

Cinque fermate dopo si presenta il collega maschio:

C: Signorina, biglietto.

Io: (porgo l’abbonamento, ritenuto in perfetta regola dalla sua collega solo 20 minuti prima)

C: Come mai non l’ha convalidato?

Io: Mi hanno detto che, trattandosi di un abbonamento, fa fede la data d’emissione stampata sul tagliandino.

C: Eh no, Signorina cara!

Io: (Ma “cara” a chi?!)

C: Se non vengono stampate anche le stazioni di partenza e arrivo del tratto coperto dall’abbonamento, questo vale come un biglietto normale. Senza convalida, quindi, lei potrebbe usarlo e riusarlo per sessanta giorni dalla data d’emissione.

Io: A parte il fatto che se fosse un biglietto normale non avrei dovuto scriverci io, a mano, la stazione di partenza e quella di arrivo, ma poi ho chiesto, e mi è stato detto che essendoci stampata la dicitura ABBONAMENTO MENSILE, viene considerato valido solo per il mese in corso, se emesso nei primi giorni del mese, o per il mese successivo, se emesso negli ultimi giorni del mese precedente.

C: Sta provando a fare la furba, Signorina? Guardi che le chiedo il documento e le faccio 50 € di multa!

Io: Non sto provando a fare proprio nulla! Ho chiesto spiegazioni e questo è ciò che mi è stato detto. (E poi 20 minuti/5 fermate fa, secondo la tua collega, il mio abbonamento non aveva nulla di anomalo, stronzo!”)

C: Quindi che facciamo? Li paga questi 50 € di multa?

Io: Ma neanche per sogno! Io sono un utente pagante. Se chiedo informazioni a chi dovrebbe essere competente e me le dà sbagliate, la colpa non è certo mia, quindi i 50 € se li scorda!

C: Fa la prepotente? Guardi che tanto le Ferrovie lo trovano il modo per rintracciarla!

Io: Faccia pure! Avrei giusto un paio di cosette da chiedere a quelli delle Ferrovie…

C: Comunuqe questa volta l’ho informata, ma la prossima la multa non gliela leva nessuno!

Io: Io le informazioni le avevo già chieste, ma non posso farci nulla se voi persone “competenti” (o presunte tali) mi dite cose diverse… Se non sapete voi come stanno le cose, devo saperlo io??!

C: Signorina, gliel’ho detto, per questa volta passa, ma la prossima… (con fare minaccioso) E comunque guardi che basta leggere: le condizioni di validità sono riportate sul retro del biglietto.

Ringraziando tutte le divinità in cui non credo per l’improvvisa materializzazione, fuori dai finestrini, della mia fermata, scendo dal treno più imbufalita di un toro a digiuno con un drappo rosso che gli sventola sotto il naso.
Colto da dubbio cocente, recupero l’abbonamento dalla borsa, lo sfilo dalla custodietta di plastica, lo giro e:

Il contratto di trasporto é disciplinato dalle “Condizioni e Tariffe per il trasporto delle persone sulle FS” consultabile sul sito http://www.ferroviedellostato.it o http://www.trenitalia.com – Condizioni di trasporto.

Allora…

Punto primo: Dietro il biglietto non dovevano essere indicate le condizioni di validità del biglietto? E se io a casa non avessi la connessione a internet? O addirittura nemmeno un computer? Dovrei affidarmi alle informazioni che mi forniscono loro, dunque sarei punto e a capo.

Punto secondo: Lo so, ora mi odierete tutti, ma quando sei editor, lo sei nell’anima… “Il contratto di trasporto é disciplinato…”? “é“??? Ma voi siete le Ferrovie Italiane! Le inesistenti indicazioni sul retro dei biglietti dovrebbero, quanto meno, essere scritte in italiano corretto!

(Lunedì 17 Gennaio 2011)

È passato un anno e mezzo ormai, ma secondo voi, a parte i costi aumentati a dismisura, è cambiato qualcosa?

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