Sproloqui d’Inchiostro

Nerissimo.

 

Domenica 8 Maggio 2016. Ore 23:50.

Le mani scorticate per il troppo applaudire.

Di colpo risvegliarmi nel profondo dello stomaco, riscoprire i segreti sepolti nei doppi fondi delle viscere.

Il passato che torna per finire di scuoiarmi, esposte le membra mi divora, a morsi, vomitando parole nuove dal significato antico.

Dopo anni ritrovarmi a imbrattare pagine e pagine in piena notte, assediata da un sonno feroce, ma del tutto incapace di dormire.

Non è così che sarebbero dovute andare le cose.
Ero convinta che sarebbe stato un libro a darmi lo scossone decisivo.
Le parole c’entrano, ma non si è trattato di parole scritte: a rivoltarmi l’anima sono state le parole cantate dalla carismatica voce di Blixa Bargeld, sulle ipnotiche sonorità di Teho Teardo.

Una catartica fusione di tedesco, italiano e inglese, in un lampo la visione di sogni frantumati e spazzati via da venti furibondi.

Le parole di Blixa.
Un pugno in piena faccia.
Quelle parole che ormai da mesi continuavano a sfuggirmi.
Quelle parole che guardandomi, beffarde, si prendevano gioco di me da settimane.
Quelle parole che, di colpo, mi sono piovute addosso da un amplificatore.

 

Mi sono permessa di “parafrasarle” appena, solo per adattarle al mio contesto “artistico”, se così lo si può definire:

 

C’è tanto nero nel mio repertorio
Molte ombre nel mio arsenale
Così scrivo quello che scrivo meglio
scrivo ciò che scrivo meglio
Nero
Uso tutto il nero
Nerissimo
Fino a quando arriveremo dall’altra parte
E non c’è più
Non c’è più buio

 
 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Grazie Emily…

grazie-emily

 

A Milano i senzatetto sbocciano e si moltiplicano come margherite a primavera.
Stamattina, notando due nuovi arrivi sotto i portici che percorro ogni giorno per arrivare all’ufficio, ho pensato che quei corpi abbandonati a sé stessi sembrano sculture urbane trascurate da tempo. Troppo tempo.

Mi sono ritrovata a chiedermi cosa, in un’epoca in cui siamo ciò che possediamo, ci renda ‘umani’, diversi e, secondo molti, migliori e superiori a quegli stessi oggetti a cui chiediamo di affermare il nostro ‘status’.

Non importa che si tratti di una bella casa con piscina, di un costoso vestito all’ultima moda, di una macchina sportiva, del più innovativo dei master universitari, di una posizione socio-lavorativa che incuta rispetto reverenziale, se non addirittura soggezione.
Tutte gran belle cose, per carità, soprattutto se guadagnate con impegno e fatica, ma in mezzo a tutto questo dove sono le persone? Come si fa a scorgerle?

Sia chiaro, non sto tentando di fare del facile moralismo.
A parlare, o meglio a scrivere, è un’iPhone-dipendente, aggravatasi più che mai da quando mi hanno rubato la macchina fotografica nel pieno del pogo sotto palco a un concerto, e non posso negare che senza il pc che l’AnarcoSocio mi ha regalato per il mio ultimo compleanno credo avrei ceduto in maniera definitiva all’isolamento sociale.
Per anni il navigatore è stato il mio migliore amico e la macchina comprata di seconda mano dagli AnarcoGenitori, ma lasciata in balìa della sottoscritta almeno nei fine settimana, è stata la mia seconda casa mentre giravo mezza Italia seguendo le note della musica dal vivo.

Però sono anche quella che compra i vestiti al mercato, rammendandoli finché la stoffa si disintegra, quella che improvvisa pasti con gli avanzi perché buttare il cibo mi irrita a morte, quella che crede nelle bolle di sapone come estrema forma di intrattenimento, altro che ‘happy hour’ nel ‘localino trendy’, quella che va al cinema da sola in settimana nel giorno in cui costa meno, quella che prima della dieta si portava la brioche da casa, invece di sborsare ogni giorno un cospicuo extra per il consumo energetico-metabolico del cameriere che ogni mattina consegnava la colazione alle colleghe.

In tutto questo mi sono sentita confusa.
Dopo l’esplosione dell’AnarcoPatia sono stata così impegnata a rincorrere una ‘normalità’ che credevo perduta per sempre, da rendermi conto solo di recente che quella normalità non è mai esistita.

Superata la batosta, pur con le inevitabili conseguenze del caso, sono tornata a essere quella che dorme sul pavimento, quella che spende i suoi pochi guadagni in libri, regali per gli AnarcoNipotonzoli e merende, quella che guarda i cartoni animati in russo perché i film ‘da grandi’ sono ancora oltre i limitati confini della sua comprensione, quella che compra e ascolta quasi solo musica independente fatta da ragazzi e ragazze che conosce di persona, quella che si rifugia dietro una maschera di trucco pesante, quella che sforna quantità spropositate di dolci solo per giustificare la versione ‘baby’ e assaporarsi il sorriso dell’AnarcoNipotina nel momento in cui realizza che la zia ha preparato un mini-dolce solo per lei, quella che si galvanizza di fronte all’improvviso dipanarsi dell’ingarbugliata matassa di un meccanismo della grammatica russa fino a quel momento ostico e inestricabile, quella che con un buon libro in mano si dimentica di esistere.

Però mancava ancora un tassello al puzzle: la scrittura.
Non ricordo più l’ultima volta che ho scritto un post così lungo in pochi, rapidi, semplici minuti.
Non ricordo come sia successo che 24 giorni consecutivi di flebo abbiano avuto la meglio su quasi 30 anni di vita, riuscendo a lavar via l’inchiostro dalle vene, dove prima scorreva impetuoso.
Non ricordo perché ho gettato la spugna, permettendo a tutto questo di sopraffarmi.

Quello che mi è chiaro, dopo quasi due anni, è l’enormità dell’errore commesso.
Smettere di scrivere è quanto di più vicino a un tentativo di suicidio potessi commettere.
Come sostenevano i latini “Errare humanum est, perseverare autem diabolicum”, quindi non vedo alternative valide alla spasmodica ricerca di un modo per conciliare i nuovi ritmi di vita imposti dalle circostanze mediche alla mia necessità primitiva di scrivere.

Sono tornata, o per lo meno questa volta ci sto provando sul serio…

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

PS. Il ringraziamento a Emily è d’obbligo, perché ogni volta che riesco a prendermi il tempo per rimettermi in pari con la lettura del suo blog, l’ispirazione sembra tornare a impossessarsi di me come il più invincibile dei demoni.

 
 

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Flusso di Coscienza. #13

шабарша-sabarsa

 

Ombre si affacciano dagli abissi del passato.

È strano osservare come tutto vada a scatafascio.
Osservo. In silenzio.
Smetto perfino di pensare.
Qualsiasi pensiero sarebbe inutile contro l’impotenza che mi ingoia.

Sono felice? NO.
Sono infelice? Nemmeno.
Sono. Ma non mi percepisco.
Urlo. Ma non mi sento.

La mattina mi alzo e non ho voglia di andare in ufficio.
Il pomeriggio finisco e non ho voglia di tornare a casa.
Nel fine settimana cerco di uscire, ma non c’è alcun posto in cui io abbia davvero voglia di andare.

Non ho più voglia di leggere, di cucinare, di ascoltare musica, di guardare film, di studiare: avrei solo voglia di dormire, ma non ci riesco.
Scrivo, certo, ma scrivo poco, scrivo male, e mi costa una fatica disumana.

Non avevo grandi progetti, non credo di averne mai avuti, forse a causa della mia imperante incostanza, ma tanto sono andati in fumo anche quelli piccoli e per niente ambiziosi, quindi il problema non sussiste.

Mi sento un’invisibile osservatrice, anche piuttosto distratta aggiungerei, di una realtà di cui continuo a non sentirmi parte.

Sono felice? NO.
Sono infelice? Nemmeno.
Sono. Ma non mi percepisco.
Urlo. Ma non mi sento.

Ho concesso a una persona il beneficio del dubbio, conscia del mio caratteraccio, ma a un certo punto è arrivata la conferma che, in fondo, diffidare della persona in questione non era poi così sbagliato.

Persone che ti giudicano da quello che pochi fogli raccontano di te, invece che dagli anni di condivisione del quotidiano.

Un’infinita aridità interiore che si lascia dietro solo un retrogusto amaro.

Un tempo non sarei stata così indulgente.
Né prima né, tanto meno, dopo.
Non avrei tollerato l’immersione in tanta ipocrisia.

Sono felice? NO.
Sono infelice? Nemmeno.
Sono. Ma non mi percepisco.
Urlo. Ma non mi sento.

Così è scattato l’ennesimo faticoso tentativo di ritorno alle origini. Non erano molte le persone a cui stavo bene com’ero, ma io ero fra quelle poche, e questa è l’unica cosa che conta.

Cerco di tornare indietro facendo passi avanti.

Rimettere insieme i cocci non è mai stato il mio forte, ecco perché questa volta sto provando a reinventarmi da zero, con uno sguardo alla me del passato come principale fonte d’ispirazione.

Ho preso le forbici e ho tagliato quel che restava dei vecchi capelli, malati e ormai sfiniti. Un nuovo paio di occhiali, molto meno bon ton, ha da pochi giorni preso possesso della mia faccia.

Sono felice? NO.
Sono infelice? Nemmeno.
Sono. Ma non mi percepisco.
Urlo. Ma non mi sento.

Compongo maldestri collage di annotazioni solitarie, mietendole senza troppa attenzione dopo averle seminate qua e là un po’ a casaccio.

Scruto frustrata quel che resta del mio vecchio scrivere: solo un pallido ricordo che si fa più sbiadito di giorno in giorno.

Ascolto le lacrime rimbombare, lasciarsi cadere come biglie di vetro opaco sui pavimenti metallici dell’anima, ormai troppo stanche per provare a fuggire dagli occhi.

Incasso con estenuata desolazione il disorientamento che, di fronte alla pagina bianca, ha sostituito l’entusiasmo

Sono felice? NO.
Sono infelice? Nemmeno.
Sono. Ma non mi percepisco.
Urlo. Ma non mi sento.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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The Sick Rose

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The Sick Rose

O Rose, thou art sick.
The invisible worm
That flies in the night
In the howling storm

Has found thy bed
Of crimson joy,
And his dark secret love
Does thy life destroy.

William Blake, 1794 ♦

 
 

Una citazione che per me è storia.
Un’immagine che per me è storia.
La ricerca disperata di una me stessa che, a quel tempo, ero sicura avrebbe fatto la storia, perlomeno la mia.

Non ero molto incline al compromesso, fino a quando non si è trasformato nell’unica alternativa possibile.

Una mina antiuomo che ha fatto saltare in aria la mia determinazione. La credevo ferrea, ma sembra che un metallo anti-esplosione non sia ancora stato inventato.

Ora le parole sono gocce solitarie che arrancano nell’immenso letto di un fiume in secca.
I pensieri si avventurano, impavidi, fino alla gola, per poi rimanervi incastrati, impigliati in un nodo perenne.

Non è andata come mi aspettavo.
Ero convinta che… Non lo so nemmeno io di cosa fossi convinta, ma di sicuro era qualcosa di diverso.

Credevo che l’AnarcoPatia si sarebbe rivelata una ragione in più per scrivere, invece mi sono blindata in me stessa e perfino l’inchiostro è stato messo a tacere.
È tremendo realizzare che fatico ad arrivare alla fine di un post, perfino del più breve e insulso, mentre prima ero tanto logorroica da ritrovarmi a scrivere anche più post al giorno.
Qualcosa si è inceppato, ma non sembra esserci verso di capire cosa sia. Per un po’ ho pensato che il problema fosse la paura che alcune persone del mio quotidiano, che sanno dell’esistenza del blog, leggessero cose che non avrei voluto sapessero, così ho provato a riprendere in mano un po’ più spesso carta e penna. Niente.

Sapevo dipingere con le parole, ora a stento riconosco i colori primari. La consapevolezza che tante, troppe cose non potranno più andare come avrei voluto che andassero mi sta prosciugando, e forse questa è la prima volta in cui trovo il coraggio di ammetterlo a me stessa.

 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Flusso di Coscienza. #12

In questo periodo è così difficile scrivere.

Mentre Google mi ricorda che oggi è la Giornata della Terra, io constato come il centro di Milano puzzi sempre di più.
Mi sono sempre chiesta se i milanesi se ne rendano conto o se se ne accorgano solo le migliaia di pendolari che ogni giorno arrivano da paesini più o meno dispersi per la regione, dove l’aria non sarà pulitissima, ma di sicuro è più respirabile.

Vedo sbucare come funghi i controlli in uscita dalla metropolitana e non ne comprendo l’utilità, dato che in entrata nessuno si preoccupa di verificare che tu non sia carico di dinamite da seminare qua e là nelle varie gallerie e stazioni.

Non parliamo poi delle grandi manovre in vista dell’imminente inaugurazione di Expo.
Mi sono presa dell’anticonformista per partito preso, ma continuo a sentirmi presa in giro (per essere fine) dal fatto che che lavori e migliorie varie siano state messe in atto per salvarsi la faccia con gli stranieri, mentre, fosse stato solo per i cittadini con le cui tasse tutto ciò è stato finanziato, saremmo ancora immersi nel nostro brodo fino al collo, nell’arduo tentativo di non andare a fondo.

In questo periodo è così difficile scrivere.

Mentre le mie coetanee, nonostante la situazione economica e sociale, si danno da fare, inseguendo l’aspirazione a una vita dignitosa, io gioisco per un palloncino regalatomi dall’AnarcoSocio durante un “blitz frittella” al luna park. Splendido, di quelli gonfiati a elio: so che esiste una semplicissima spiegazione scientifica, ma io ho sempre percepito un po’ di magia in quel loro ostinato tentare di volare via, lontano dalle costrizioni, oltre tutti i confini, oltre le nuvole.

In questo periodo è così difficile scrivere.

Pianifico lo studio, cosa che non avevo mai avuto bisogno di fare, per poi trovarmi costretta a dover ammettere a me stessa che, studiando il doppio, rendo la metà.

In questo periodo è così difficile scrivere.

Osservo le pagine bianche rimanere tali e non mi capacito di come questo sia possibile.
I pensieri accelerano, ma le dita restano immobili.

In questo periodo è così difficile scrivere.

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Questióne d’Accènto. #7

ударение-accento

 

È curioso come questa stramba rubrica settimanale stia riuscendo a tirar fuori dalla sottoscritta una costanza che, in tutta onestà, non avrei mai pensato di avere.

Il tormentone attuale è “concentrazione massima sullo studio”, nella speranza di riuscire a dare l’esame, magari di passarlo con un buon punteggio e di poter così mirare a qualche opportunità di crescita professionale in più. Da qui la scelta del tema di questa settimana: le professioni.

Attóre → o chiusa
Attrìce
Avvocàto
Avvocatéssa → e chiusa
Cantànte
Comméssa → e chiusa
Commésso → e chiusa
Cuòca → o aperta
Cuòco → o aperta
Dottóre → o chiusa
Dottoréssa → e chiusa
Editóre → o chiusa
Falegnàme
Fotògrafo → o aperta
Fotògrafa → o aperta
Giornalìsta
Giùdice
Imbianchìno
Imprenditóre → o chiusa
Imprenditrìce
Infermièra → e aperta
Infermière → e aperta
Informàtico
Ingegnère → e aperta
Insegnànte
Maèstra → e aperta
Maèstro → e aperta
Meccànico
Mèdico → e aperta
Muratóre → o chiusa
Pittóre → o chiusa
Pittrìce
Poliziòtto →o aperta
Pompière → e aperta
Pubblicitària
Pubblicitàrio
Regìsta
Sàrta
Sàrto
Scrittóre → o chiusa
Scrittrìce
Soldatéssa → e chiusa
Soldàto
Studènte → e aperta
Studentéssa → e chiusa

 

Come sempre è possibile, anzi sicuro, che manchino delle voci all’elenco, e come sempre sentitevi liberi di chiedere nel caso aveste dubbi o anche semplici curiosità in merito.

Al prossimo giovedì!

 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Questióne d’Accènto. #3

accento-ударение

Una scoperta tremenda ha dissestato il mio neo-intrapreso cammino sulla via del corretto accento.
Il settentrione ha il potere di deformare non solo la pronuncia delle vocali, ma anche quella delle consonanti.
Prima o poi troverò il coraggio di affrontare anche quelle, ma per il momento rimaniamo alle vocali toniche, aperte o chiuse che siano.

Questa settimana, pensando a quale tema affrontare, ho preso spunto da una visita a sorpresa dell’AnarcoNipotina, e ho deciso di rifilarvi una bella lista di animali.
Chi non ha bimbi che gli gravitano intorno, forse faticherà a comprendere questa scelta, ma vi assicuro che chiedere ai pargoli di fare i versi degli animali è uno dei passatempi più divertenti a cui ci si possa dedicare.
Solo di recente, ad esempio, il gatto dell’AnarcoNipotina ha smesso di sembrare una tigre del bengala digiuna da un mese di fronte a un grosso trancio di carne fresca, ovvero un’indomita belva assetata di sangue.

Mi pare superfluo dire che non sia possibile elencare tutti gli animali esistenti, quindi mi limiterò a quelli imitati dalla duenne di famiglia. Come sempre, se qualcuno volesse chiarimenti sull’accento correto di una bestiola non citata, si senta libero di chiedere nei commenti.

Àsino
Càne
Cavàllo
Coccinèlla → e aperta
Conìglio
Cricèto → e aperta
Delfìno
Elefànte
Farfàlla
Formìca
Gàtto
Giràffa
Leóne → o chiusa
Maiàle
Mùcca
Pàpera
Pècora → e aperta
Pésce → e chiusa
Ràgno
Ràna
Scìmmia
Serpènte → e aperta
Tartarùga
Tòpo → o aperta
Uccèllo → e aperta
Zanzàra
Zèbra → e aperta

Ok, ok, ho un po’ barato, di sicuro la nipotina non imita creaturine come la giraffa, il delfino o la tartaruga, ma li riconosce sui libretti degli animali e le piacciono, quindi li ho aggiunti per rimpolpare un po’ la lista.
Fra l’altro mi sono impegnata a “fare l’adulta”, perché con la mia baby socia gli animali sembrano tutti in miniatura: coniglietto, scimmietta, asinello e così via.

E anche per questa settimana, credo di aver dato.
Al prossimo giovedì!

 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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И на Сердце Ураган…

 

Ci sono poi quei giorni in cui di cose da dire ne avresti tante, forse perfino troppe, ma ti mordi la lingua e taci perché, pensi, in fondo il quieto vivere è più importante.

Chi se ne frega se poi tu, dentro, di quieto non hai proprio niente, se è uno di quei momenti in cui non puoi fingere che non sia cambiato nulla, in cui non puoi far altro che rassegnarti all’idea che la tua vecchia vita, con tutto il suo bel carico di opportunità, non tornerà più. Che poi, anche tornasse, ti troverebbe diversa, e più vecchia, e gli anni persi per strada rimangono lì, dove li hai persi, mica te li restituisce nessuno.
Allo stesso modo nessuno ti ridarà mai indietro i capelli persi, le passeggiate mancate, le pizze e i dolci che non hai potuto mangiare, le birre e le cioccolate con la panna che non hai potuto bere, gli hamburger con patatine e la Nutella di cui non ti sei potuta abbuffare, i posti che non hai potuto visitare, i film e le mostre che non hai potuto vedere, i corsi che non hai potuto frequentare, gli esami che di conseguenza non hai potuto dare, le feste a cui non hai potuto partecipare, i tacchi vertiginosi e le acconciature stravaganti che non hai potuto sfoggiare, i fine settimana in cui non sei potuta uscire, le occasioni che non hai potuto cogliere, e mi fermo qui, solo perché sto riuscendo ad angosciarmi ancora di più di quanto io non sia già.
Forse il punto è che sono troppo giovane per tollerare l’obbligo di porre un freno tanto drastico a una vita che avevo appena iniziato a vivere davvero, e troppo vecchia per credere sul serio che tutto passi, tutto si risolva.

E allora?
E allora in quei giorni vaffanculo mondo!
Io mi chiudo nel mio autistico castello di ghiaccio e chi s’è visto, s’è visto.

Ci si chiede perché io ami dormire sul pavimento, incastrata al centimetro fra decine di libri sparsi.
La verità è che l’ho sempre fatto. La verità è che è una di quelle cose che la malattia non è riuscita a togliermi.
I libri. Oggetto sovrano delle mie più malsane compulsioni.
Dai libri ho imparato un sacco di cose.
A parte essermi avventurata nelle infinite vicende narrate, ho imparato a preparare dolci, a migliorare il mio stile nella scrittura, a meditare, a ricamare, a costruire giocattoli con materiali di riciclo, a truccarmi, a realizzarmi la bigiotteria da sola, a fare gli scooby doo colorati, a gestire l’html di base per personalizzarmi il blog.
Dai libri scolastici, lo ammetto, non ho assorbito molto. La storia, la matematica, la geografia, la fisica, la statistica proprio non ce l’hanno fatta, ma la letteratura, un po’ di chimica, la biologia, qualcosina di informatica, la genetica, quelle sì, sono rimaste impigliate da qualche parte nel mio cervello.
Categoria a sé sono i manuali di scrittura, di grammatica, italiana e delle varie lingue straniere, di tecniche di traduzione, di stilistica. Pur non sapendo spiegare perché, sono questi i libri che hanno sempre fatto il lavoro sporco, caricandomi sulle loro spalle a peso morto, quando lo scoraggiamento era tanto da non riuscire a muovermi, da riuscire a stento a respirare.

Essere malati non è un gioco da cui potersi ritirare quando si è stanchi o si è persa la voglia.
Nelle parole ho trovato un universo infinito in cui c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire, un mondo in cui non servono muscoli forti e resistenti o un metabolismo perfetto. Certo, se gli occhi fossero meno stanchi e doloranti sarebbe meglio, ma mi conosco, e so che avrei finito per affaticarli in ogni caso, magari ci sarebbe soltanto voluto un po’ più di tempo.
Nelle parole ho trovato la congiunzione, il collegamento fra il prima e il dopo, il punto fermo di riferimento intorno a cui far ruotare la ricostruzione di tutto quel che è andato distrutto o da cui far partire qualunque cosa sostituirà ciò che invece è andato perso in maniera irreversibile.
Nelle parole ho trovato la magia, la stessa magia racchiusa nei baci che curano le ginocchia sbucciate dei bimbi, la stessa magia che si sprigiona dalla prima margherita che sboccia a primavera, la stessa magia che guizza nelle scoppiettanti scintille di un falò in riva al mare, la stessa magia che esplode ai piedi di una limpida e impetuosa cascata, la stessa magia che si annida nel profumo dell’inchiostro sulla carta fresca di stampa, la stessa magia lieve e misteriosa custodita nella fragile iridescenza di una bolla di sapone, quella magia che non chiede niente in cambio e non ha bisogno di nulla per compiersi, se non del qui e ora.

Sono così stanca…
Stanca di essere malata.
Stanca di essere forte.
Stanca di essere stanca.

 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Questióne d’Accènto. #2

accento-ударение

 

L’intento iniziale del post di lunedì era quello di lanciarmi in una riflessione su come la “mala” organizzazione possa rischiare di sminuire perfino la più interessante delle proposte artistiche. Il risultato, invece, è stato una semplice cronaca del mio movimentato sabato perché, presa dal raccontare, mi sono persa la riflessione per strada.

Fatta questa premessa, a cui tenevo in maniera particolare, posso tornare al post di oggi.

Non che si possa parlare di un successone clamoroso ma, stando ai miei recenti standard, mi ha sorpresa la partecipazione suscitata dal mio post sugli accenti.
Pur essendo poca cosa, non me l’aspettavo: il mio ego si è lasciato cullare dai numeri e la mia testolina bacata è stata presa in ostaggio dall’ennesima delle mie trovate malsane.
Mi sono detta: “E se io ne facessi una sorta di rubrica settimanale?”.
E… si può forse dire di no a se stessi? Per citare me stessa, mania di grandezza portami via: NO, non si può!
Così rieccomi con i miei sproloqui linguistici.

Ci ho rimuginato su per qualche giorno prima di decidere che impostazione dare alla cosa, poi ho pensato che fosse carino suddividere le parole per tematiche, un po’ come quando si gioca a “Nomi, Cose, Città”.
La seconda domanda che mi sono posta è stata un’inevitabile conseguenza: “Da quale tema partire?”.
La risposta è giunta, per ragioni che non mi è dato di capire, da una vocina nella testa: i COLORI!
Sono semplici, poco impegnativi e utilizzabili in qualunque contesto si riesca a immaginare.

Prima di iniziare, una piccola nota che potrà sembrare scontata, ma che io ho trovato interessante.
In italiano esistono due tipi di accento: acuto e grave.
L’accento acuto «é» indica la pronuncia chiusa, mentre l’accento grave «è» indica la pronuncia aperta.
Nella nostra lingua questa distinzione è fondamentale per la pronuncia delle vocali «e» ed «o». Per quanto riguarda le vocali «a», «i» ed «u», si utilizza l’accento grave, che però serve a identificarle quando svolgono la funzione di vocale tonica all’interno della parola, ovvero la vocale su cui cade l’accento principale del vocabolo.

Detto questo, possiamo cominciare:

Biànco
Giàllo
Arancióne → o chiusa / Aràncio
Rósso → o chiusa
Ròsa → o aperta
Pórpora → o chiusa
Viòla → o aperta
Blù
Azzùrro
Vérde → e chiusa
Marróne → o chiusa
Grìgio
Néro → e chiusa
Òro → o aperta
Argènto → e aperta

In genere, quando non hanno funzione di vocale tonica, le vocali «e» ed «o» vengono pronunciate chiuse.

Come avrete notato, mi sono limitata ai colori principali.
Se ci fossero dubbi sulla corretta pronuncia di qualche colore di quelli omessi, sentitevi liberi di scrivermi per chiedere.

Al prossimo giovedì!

 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Questióne d’Accènto. #1

accento-ударение

 

Le mie ossessioni filologico-linguistiche stanno peggiorando in maniera drastica.

Dopo la slavofilia, la grammatica, la linguistica, le tecniche di traduzione, l’ortografia, la stilistica, l’editing, ho aggiunto un nuovo componente all’allegra combriccola con cui affronto, giorno per giorno, questo mio bizzarro viaggio nel rocambolesco mondo della parola: la dizione.

All’età di 8 anni ho iniziato a studiare inglese e francese. Ai tempi non c’era alcuna legge che prevedesse l’obbligo di insegnamento di una lingua straniera fin dalla prima elementare, ma la scelta si rivelò azzeccata: amore a prima vista.
Arrivata al liceo, inutile dire che ho frequentato un linguistico, ho deciso di cimentarmi anche col tedesco e di iscrivermi a un corso di spagnolo da frequentare dopo le lezioni.
Il colpo di fulmine, però, è arrivato con l’università: le lingue slave.

Nel frattempo divoravo libri e scrivevo tantissimo.

La passione cresceva e, man mano che gli studi si facevano più approfonditi, anche la competenza e, soprattutto, la curiosità.

Lingue straniere a parte, la mia attenzione è sempre stata molto più concentrata sulla parola scritta, quindi la dizione è sempre stata un tarlo latente che stava lì, in un angolino remoto del cervello, senza dare troppo fastidio.

La svolta è stata innescata dall’incontro(/scontro) con l’AnarcoSocio.
Nati e cresciuti in regioni diverse: impossibile non notare le differenze di pronuncia dovute alle influenze regionali e dialettali.
Su tutto spiccano le “e” e le “o”: aperte o chiuse?
Istigata dalle continue parodie della sottoscritta scimmiottate dall’AnarcoSocio, sono passata all’azione, acquistando un manuale di dizione professionale, con tanto di CD allegato, e il delirio ha avuto inizio!

Imparate poche regoline di base, almeno per quanto riguarda le due vocali dello scandale, eccomi pronta a dare libero sfogo alla mania compulsiva: ho ragoine io o ha ragione l’AnarcoSocio?

Al momento sono in vantaggio, ma la gara è aperta…

Vérde: e chiusa – Vera
Fréccia: e chiusa – Vera
Lèggere (verbo): e aperta – AnarcoSocio
Tòpo: o aperta – Vera
Mòto: o aperta – Vera

Tirando le somme, almeno per il momento:

Vera 4 – AnarcoSocio 1

Tiè!!!

Le prossime parole candidate per una pronta verifica sono: parcheggio, foto e qualunque altra parola si permetta di incitare l’Anarcosocio a scimmiottarmi ancora!

 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

Categorie: Blog, Deliri Linguistici, Malattie Rare, PolimioVita, PseudoNormalità, Sclero, Sproloqui d'Inchiostro, Vita | Tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , | 8 commenti

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