Strano Pianeta

In memoriam. 2017

giornata-memoria-2017

 
 

Giornata della Memoria 2017

minoranza

 

Oggi vorrei dedicare solo una piccola riflessione a chi, in quanto considerato parte di una presunta minoranza, subisce ingiustizie e angherie di ogni tipo.

Trovo che il concetto di “minoranza” sia davvero labile e relativo, e proprio la Shoah è stata la più tremenda dimostrazione di questa ipotesi: la “minoranza” rappresentata dal popolo ebraico, infatti, si è poi rivelata ammontare a un totale di circa sei milioni di persone, non proprio una cifra insignificante.

Fin da ragazzina mi sono interessata a questo tema, leggendo, guardando film e documentari, ma da tre anni a questa parte, da quando io stessa mi sono ritrovata a essere bersaglio impotente delle quotidiane iniquità riservate a un’altra presunta minoranza, quella dei malati rari, preferisco rendere un omaggio più quieto.

Così il 27 Gennaio è diventato uno di quei rarissimi giorni dell’anno in cui rinuncio al mio mantra, inneggiando, una volta ogni tanto, a un assoluto e rispettoso…

… Silenzio.

 
 

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Boh… Blogger

blog-блог

 

Viviamo un momento costellato di blogger: Fashion Blogger, Food Blogger, Travel Blogger e via di seguito, ma chi era un semplice blogger prima che la blogosfera finisse sotto le luci della ribalta, che tipo di blogger è?
Come dovrebbe definirsi chi, come me, ha iniziato a scrivere il proprio blog così tanto tempo fa da averlo “inaugurato” su piattaforme che si sono estinte ormai da anni? Bei tempi in cui ancora i blogger non millantavano super competenze in un qualche campo, ma si limitavano a trasporre nella più tecnologica versione in pixel il caro, vecchio diario personale.

Ho iniziato a scrivere quando avevo nove, dieci anni. Riempivo pagine e pagine di parole, in tutte le forme possibili e immaginabili: racconti, diario, poesie. Rivedevo, rifinivo, perfezionavo fino allo sfinimento, per poi copiare tutto con cura nei quaderni “in bella”.
Più o meno intorno ai quindici, sedici anni la scoperta dell’esistenza della blogosfera e il mio ingresso, da principio forse un po’ timoroso, in questo affascinante e poliedrico universo. Ricordo ancora con un sorriso le espressioni perplesse alla frase “Scrivo su un blog…”, quando ancora quasi nessuno sapeva cosa diavolo fosse un blog, e l’orgoglio di essere in qualche modo innovativa e fuori dal coro. L’esordio su una piattaforma che, finché è durata, mi ha dato modo di dilettarmi acnhe con le mie dubbie capacità grafiche e di imparare le basi dei codici html, perché la personalizzazione del proprio blog era questione di buona volontà: non c’erano i moderni e intuitivi strumenti di oggi, se volevi emergere dalla massa dovevi sbatterti e imparare ad arrangiarti.

Gli anni sono passati e, giunta alla veranda età di 32 anni, mi sento sempre più disorientata di fronte alla super tecnologica schermata bianca di WordPress.
Il sovraffollamento di blogger iper-competenti, ultra-specializzati, pluri-“followati” mi fa sentire piccola piccola e piuttosto insignificante.
Innanzi tutto, d’improvviso sembrano essere diventati tutti grandi scrittori, cosa che, ahimè, proprio non è. In contraddizione con questo, però, si staglia l’innegabile evidenza che a contare sia sempre più la mole di contenuti prodotti e non la loro reale qualità.
Se si vuole “diventare qualcuno” , essere fedeli al tema del proprio blog è un imperativo inoppugnabile, ma io, creatura ormai vetusta, trovo che questo altro non sia che un meschino ingabbiare il pensiero. La mente umana, così come la meravigliosa vastità del lessico, non sono fatte per rimanere rinchiuse in compartimenti stagni. Così non si fa altro che spacciare per prolifica creatività un costante e svilente riproporre la stessa pietanza in tutte le salse possibili e immaginabili.

Ogni giorno che passa è più palese che io appartenga all’epoca in cui i blog erano luoghi di riflessione e di profonda introspezione, mentre oggi, per buona parte, sono diventati strumenti lavorativi e/o pubblicitari.
Più volte ho pensato che avrei potuto approfittare della mia esperienza per auto-promuovermi o per sostenere e far conoscere le attività a cui vorrei dedicarmi dal punto di vista lavorativo, ma non ci sono mai riuscita.
Credo sia un po’ come quando vado in vacanza. Potrei fare qualche bella fotografia, scegliere con calma l’inquadratura migliore, modificarla con una qalche applicazione e inviarla alle persone più care, parenti e amici, ma non ce la faccio: alla fine preferisco sempre affidarmi alle care vecchie cartoline postali.

Questa nuova percezione del blog mi mette una gran tristezza, destabilizza il mio concetto originario di scrittura e, sempre più spesso, mi lascia disorientata riguardo al come continuare a rapportarmici.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Io sono lo scrittore.

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Io sono lo scrittore.
È così che mi chiamano tutti. I miei amici, i miei genitori, i miei parenti, e anche le persone che non conosco e che tuttavia mi riconoscono in un luogo pubblico e mi dicono: “Lei non è quello scrittore…?” Io sono lo scrittore: è la mia identità.
La gente crede che, in quanto scrittore, la tua vita sia abbastanza tranquilla. Recentemente un mio amico, dopo essersi lamentato per i suoi spostamenti quotidiani tra casa e ufficio, mi ha detto: “Tu, in fondo, la mattina ti alzi, ti siedi alla scrivania e scrivi. Tutto qua.” Non gli ho risposto niente, forse per lo sconforto di rendermi conto fino a che punto, nell’immaginario collettivo, il mio lavoro consista nel non far niente. La gente pensa che non combini nulla, ma è proprio quando non fai niente che lavori di più.
Scrivere un libro è come aprire una colonia estiva. La tua vita, in genere solitaria e tranquilla, viene improvvisamente scombussolata da una moltitudine di personaggi che un giorno giungono senza preavviso e ti stravolgono l’esistenza. Arrivano una mattina, a bordo di un grande pullman, dal quale scendono rumorosamente, eccitati per il ruolo che hanno ottenuto. E tu devi rassegnarti, devi occupartene, devi dargli da mangiare, devi ospitarli. Sei responsabile di tutto. Perché tu, appunto, sei lo scrittore.

♦ “Il libro dei Baltimore”,
di Joël Dicker

 

Lunedì, nel “mondo là fuori”, la vita di tutti i giorni ha ripreso il suo corso.
Io, ancora blindata in casa grazie a una nuova fase acuta di AnarcoPatia, ho scelto di riprendere con questo paragrafo, che apre il primo capitolo de “Il libro dei Baltimore”, l’ultimo romanzo di Joël Dicker, nella speranza che possa essere profetico e portarmi fortuna.

Mi piace molto l’immagine creata da Dicker.
Non è necessario che si tratti di romanzi, e nemmeno di veri e propri personaggi, quando ti metti a scrivere subisci un assedio, un’invasione: immagini, luoghi, suoni, colori, profumi. Interi mondi si riversano nella tua testa da passaggi segreti invisibili, per lasciarla solo quando sta bene a loro.

La prima volta che mi sono ritrovata allettata, ero convinta che avrei scritto tantissimo, invece niente. Al di là delle vene esplose a causa dei farmaci nelle flebo, che mi rendevano quasi impossibile qualsiasi movimento delle dita, la cosa più grave era la testa del tutto vuota. Nessuna idea, zero.

Mi ero convinta che le parole sarebbero state il mio ponte di salvezza per attraversare l’impervio fiume della malattia in cui mi sentivo affogare, ma non è stato così. È subentrato un inaspettato silenzio mentale che mi ha portata a rimuginare sulle cose più di quanto io non facessi già di mio, rendendomi una persona rabbiosa, rancorosa e pessimista.

Questa volta, però, vorrei che fosse diverso.
Risfoderati i libri del caso, mi sono riarmata di carta e penna e mi sono rimessa a studiare e a esercitarmi.
Mi ci sono voluti tre anni, ma c’è una lezione che, alla fine, sono stata costretta ad imparare, ed è questa: quando il corpo non ti assiste, punta tutto sulla mente.
Concentrati su quello che sai e su come trasformarlo in un’opportunità di svolta, approfondisci e specializzati, così da poterti dedicare a quello che ti piace e ti appassiona, magari riuscendo anche a trarne dei progetti innovativi o un qualcosa di unico da offrire sul piano professionale, a cui nessun altro sia in grado di tenere testa.

E allora, in quest’ottica, viviamoci in allegria e assoluta tranquillità questo Venerdì 13, che tanto, per una questione di equilibrio universale superiore, è quasi impossibile che anche la prossima razione di sfiga cosmica sia destinata a me.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Caro Babbo…

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Caro Babbo Natalo,
come ti avrebbe appellato l’Abatantuono di qualche decennio fa, so che forse è un po’ tardi per scriverti, ma ho preferito aspettare che tu finissi di sbrigare il tuo compito più importante: portare i doni ai bimbi.

Non che io sia mai stata uno stinco di santa, ma proprio non mi era parso di essere stata tanto una cattiva persona quest’anno.
Visto quel che mi hai portato, però, il dubbio inizia a sorgermi: analisi peggiorate, nuove terapie con effetti collaterali sempre più manifesti e fastidiosi, un consulto obbligato con la dietista, nel tentativo di salvare un fegato a cui la buona volontà non sembra più essere sufficiente per smaltire tutte le scorie che gli vengono rifilate, chimiche o biologiche che siano.

Ora la sto buttando un po’ sul ridere, ma la verità è che è sempre più difficile mantenere un approccio positivo e ottimista alla situazione.
È difficile alzarti la mattina e non riuscire a vestirti perché quanto rimasto dei muscoli delle gambe non si alza abbastanza per infilare i piedi nei pantaloni, mentre quelli delle braccia non riescono a stare sollevati nemmeno il tempo necessario a pettinarti quei quattro capelli che ti sono rimasti in testa, se non al prezzo di dolori che, di sicuro, non aiutano a iniziare bene la giornata.
È difficile doverti portare l’utile in borsa, ma poterlo fare solo a patto di rinunciare al dilettevole, perché non riesci più a sostenerne il peso: scegliere i libri in base al loro spessore e non al loro contenuto, perché non puoi sacrificare la bottiglietta d’acqua, le salviettine o la cartellina coi documenti medici. Frustrante.
È difficile sentirti dire che il tuo fegato proprio non sta bene, nonostante tu, negli ultimi tre anni, non abbia raggiunto le dieci mangiate di fritto e non abbia mai bevuto più di un paio di birre medie al mese, spesso neanche quelle.
È difficile ritrovarmi di nuovo a non poter guidare, ma non solo, ad avere addirittura problemi a salire e scendere dalle auto delle anime pie che si offrono di scarrozzarmi, costringendole ad assistere ad acrobazie surreali, come se la rinnovata totale mancanza di autonomia non fosse già abbastanza.
È difficile cercare un nuovo lavoro che si adatti alle tue limitazioni di salute senza che nessuno te le riconosca in modo ufficiale. Rinunciare a cose che ti piacerebbe fare, ma su cui non ti puoi più permettere nemmeno di fantasticare, e cercare solo fra le offerte che si adattano alle tue possibilità, per poi vedertele negare a fronte di leggi attualmente in vigore, che non prevedono che qualcuno possa mettere nero su bianco che determinate mansioni ti spetterebbero di diritto.
È difficile smettere di essere il lampante risultato dello stile di vita che hai scelto di condurre, per diventare solo una conseguenza approssimativa e sfuocata del regime farmacologico che segui.

È difficile, più di ogni altra cosa, stare a guardare un intero squadrone di medici che brancolano nel buio, dando l’impressione di non avere la minima idea di quel che fanno, vederti trattare come una vera e propria cavia, sentirti dire che “Non esistono più i pazienti di una volta”, quelli in cui esami e sintomi avevano una corrispondenza che portava a diagnosi facili e, spesso, risolutive.

E allora, caro Babbo Natalo, cosa avrò mai fatto di tanto terribile da meritare cotanta ritorsione da parte tua? E che ne diresti di concordare un congruo conguaglio per l’anno prossimo?
Perché, se questi sono i risultati del mettercela tutta per “fare la brava”, chi me lo fa fare? Tanto varrebbe darsi ai bagordi e vivacchiare, malaticcia sì, ma almeno felice e soddisfatta.

Detto tutto questo, per dimostrarti che non c’è nulla di personale nelle mie recriminazioni, ti dedico il mio personale tormentone delle feste 2016, nella speranza che ti strappi un sorriso e, magari, ti corrompa a essere un tantino più magnanimo nel 2017.

 

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Habemus Jack O’Lantern!

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Image Credit © VeRA Marte

 

Un picco di influenza inaspettato ha ritardato la pubblicazione di questo post, ma non ha interrotto la tradizione!

Nata nel 2013, per il primo Halloween più o meno consapevole dell’AnarcoNipotina, anno dopo anno la zucca intagliata si sta trasformando in un’irrinunciabile e piacevole abitudine.

Pur rispettando tutte le opinioni in merito, non posso negare che mi fanno sorridere quelle persone che borbottano contro questa festa, contro la sua non appartenenza alla nostra tradizione e alla nostra cultura.

La verità è che questa festa, come tante altre, è molto più europea di quanto si pensi e addirittura di secoli antecedente all’avvento del Cristianesimo nel Vecchio Continente.
Halloween è infatti l’odierna forma contratta dell’antica espressione celtica All Hallows’ Eve, ovvero “Vigilia di Ognissanti”.

Questa celebrazione sembra affondare le sue origini nell’Irlanda di oltre 2000 anni fa, abitata da popolazioni celtiche, e ancora oggi sopravvive nelle correnti neopagane col nome di Samhain, o Capodanno Celtico.
Ciò a cui si rende omaggio non è nulla più di un evento naturale: la fine dell’estate, intesa come fine dell’anno agricolo.

Mi rendo conto che nell’epoca dell’agricoltura intensiva e dell’allevamento in batteria, la nostra epoca, possa sembrare anacronistico parlare di feste stagionali, ma è proprio di questo che si tratta.
Per gli antichi la notte fra il 31 ottobre e il 1° novembre era una sorta di “zona franca”, che non apparteneva né all’anno vecchio né a quello nuovo, in cui il velo fra il mondo dei vivi e quello degli spiriti era tanto sottile da permettere che questi entrassero in contatto.
Le usanze prevedevano un gioioso banchetto per festeggiare la fine dell’estate e tutto ciò che questa aveva portato attraverso l’agricoltura e l’allevamento, oltre alla conclusione dei lavori di immagazzinamento delle scorte per la stagione invernale. Il pasto era a base di ingredienti di stagione, come zucca, frutta secca, mele e cereali, oltre a generose portate di carne.
Tutto durante questa nottata celebrava l’imminente riposo della natura, da cui avrebbe avuto inizio un nuovo ciclo vitale.

A oggi, le testimonianze disponibili fanno risalire le prime tracce dell’esistenza di questa festa al VI secolo a.C., nei territori corrispondenti all’odierna Irlanda, quindi mi chiedo: perché mai non dovremmo considerarla “nostra” e festeggiarla?
Non parlo certo di chi ne approfitta, facendone solo un’occasione in più per stordirsi, di musica, di alcol o di qualunque altra cosa; quello a cui mi riferisco io sono cose come, per l’appunto, l’intaglio della zucca, i biscotti per i più piccoli o una serata diversa da trascorrere con le persone a cui teniamo; insomma, nulla di troppo diverso dal Capodanno “classico”.

Per queste ragioni, spero abbiate trascorso una bella nottata di Halloween e che la zucca che io e l’AnarcoSocio abbiamo intagliato quest’anno per gli AnarcoNipotini vi piaccia!

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Un lunedì mattina… bollente!

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Image Credit © VeRA Marte

 

La mia settimana è iniziata così, e credo che questo la dica lunga sullo stato in cui potrei versare ora di venerdì…

Non ricordo nemmeno più l’ultima volta che mi sono “ubriacata” di caffè americano, ma credo si possa parlare in termini di anni.
La speranza era che il beverone mi aiutasse a carburare, ma non è stato così.
Rimbambita per essere stata costretta a prendere il treno prima, ho pensato bene di completare l’opera dandomi a commissioni varie e finendo per tornare col treno dopo.

Lo so, lo so, si tratta di una sola ora aggiunta alla mia giornata milanese, ma di lunedì, col torpore del fine settimana ancora addosso, ogni singolo minuto in più può essere davvero traumatico, figuriamoci un’ora.

Mi spiego meglio…
Come accennavo, stamattina la logistica famigliare mi ha imposto il treno prima, così ho pensato di approfittare del motruoso anticipo per passare da Arnold Coffee a fare rifornimento di caffè americano, nella ferma convinzione che fosse l’unico modo per sopravvivere al lunedì mattina.
Entro. Quasi non ci credo quando mi accorgo che la cassa è già libera.
Mentre il mio cervello fatica a mettersi d’accordo con se stesso su una questione di importanza vitale, “medio o grande?”, una cassiera tanto arzilla da sembrare fatta di anfetamina mi accoglie, con uno squillantissimo e rumorosissimo “Buongiorno!”.

 

Con le monetine già in mano, mi concentro per scandire bene: «Buongiorno a te! Vorrei un caffè americano grande da portar via, grazie.».

Prima domanda a tradimento: «Caldo?».

Io: *Rispondi, puoi farcela!*
«Ehm… Sì, caldo, grazie…»

Lei: «Se vuoi, con la bevanda grande, puoi avere anche la mug di Arnold a 4 euro…»

Io: *La cosa??? Mi guardo intorno smarrita, seguendo la direzione verso cui ha fatto un cenno col il mento.*
«Ah, la mug… Ehm… Non saprei… Più che altro non ho dove metterla e avrei paura di romperla… Va beh, dài, la prendo! Per il trasporto m’inventerò qualcosa…»

Lei: *Mi fa lo scontrino, prende i soldi e mi saluta mettendomi in una mano un saccheto che, di mug, avrebbe potuto contenerne almeno 10, e nell’altra un bicchierone da mezzo litro di caffè americano a temperatura lava vulcanica.*

 

Insomma, alla fine ho raggiunto il mio scopo: svegliarmi!
Peccato che io contassi sulla caffeina, non su un’ustione di terzo grado al palmo di una mano…

Il lato positivo di questo allegro siparietto mattutino è che ora ho una fantastica tazzona, la mitologica mug per l’appunto, con il bellissimo logo di Arnold Coffee.

Che altro dire? L’ennesimo lunedì è andato, speriamo che il prossimo sia un po’ meno… “scottante”!

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Ma sul serio??! #1

 

Circa quattro anni e mezzo fa, per ragioni che mi sono tutt’oggi ignote, sono stata assunta nel sedicente Ufficio Marketing in cui lavoro.
“Sedicente” perché, in concreto, non abbiamo un grafico, non abbiamo un copy, non abbiamo nessuno che abbia mai ricevuto un minimo di formazione specifica in marketing e pubblicità, quindi ci arrabattiamo facendo del nostro meglio.

Col tempo ho scoperto che, a quanto pare, le mie carte vincenti siano state la capacità di scrivere, ai tempi avevo già pubblicato e lavorato come editor, e il fatto che studiassi russo.

Volente o nolente mi sono trovata a confrontarmi col magico mondo della pubblicità, di cui mi definirei del tutto digiuna ancora adesso.

È cambiato però lo spirito con cui osservo, con cui vivo il mio ruolo di destinataria del lavoro pubblicitario altrui.

Alla luce di tutto ciò mi chiedo: puoi pagare una persona per produrre ciò???

Sorvolando sull’aspetto video e grafico dello spot, che io non trovo granché originale, ma che tutto sommato potrebbe anche starci, la mia irritazione esplode quando sento la stupidissima canzoncina.

Per chi, come me, ha bisogno di “visualizzare” per riuscire a mettere a fuoco una questione, riporto le parole di questa “perla” compositiva:

 

Mare, mare
Sole, sole
Molto sole
Troppo sole
Non fa bene, no!
Cosa fa?
Scottature, eritemi: questo fa.

 

Vi prego! Ditemi che non sono l’unica a sentirsi presa in giro…

Chiunque di voi abbia figli, nipoti, amici con pargoli al seguito sa che, alla tenera età di 4/5 anni, un cucciolo d’uomo è in grado di dare vita a creazioni poetiche di livello ben superiore a questo.
In confronto, il “sole, cuore, amore” che gli appartenenti alla mia generazione di sicuro ricordano, diventa alta classe.

Ok, ok, il fatto che io ora sia qui a scriverne dimostra che, nel bene o nel male, hanno comunque fatto centro, perché la loro pubblicità mi è rimasta in testa, ma l’attenzione è attratta nello stesso modo fastidioso in cui lo sarebbe da una zanzara che ronza nel buio della stanza impedendoti di dormire.

Cercando sul web la definizione di “neuromarketing”, di cui tanto si sente parlare, almeno nell’ambiente, ho scelto quella che segue, solo perché è la più sintetica: “Il complesso delle tecniche di marketing che sfruttano le scoperte e le metodologie delle neuroscienze per determinare le forme di comunicazione più efficaci a influire sui processi decisionali del consumatore.”.
Detto con parole mie: lo studio di come abbindolare il maggior numero di potenziali clienti, riuscendo a convincerli a comprare il proprio prodotto, qualsiasi sia il reale livello di qualità di quest’ultimo.

Rifletto su quanto gli esperti di questo settore chiedano per le loro preziosissime e vitali consulenze e mi chiedo quale sopraffino genio del male debba essere colui che ha selezionato e approvato cotanta ‘opera musicale’.

Dico sul serio, presentatemelo!
È molto probabile che agli occhi di un personaggio del genere i miei scritti apparirebbero come inestimabili capolavori letterari e la mia strenua lotta per emergere nel caotico e perfido mondo della scrittura vedrebbe finalmente far capolino il tanto agognato traguardo.

Bene! Mi sono sfogata…
Ora posso tornare a far finta di saper fare pubblicità a cuor leggero…

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Riflessioni a mente… fredda!

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Nell’amata Madre Russia è primavera da ormai dieci giorni, ad AnarcoLandia, invece, lo scorso sabato c’è stata la prima nevicata di questo pseudo-inverno: treni bloccati, autostrada bloccata, linee elettriche saltate per oltre 8 ore, alberi caduti e, ahimè, addirittura persone decedute per incidenti dovuti al maltempo.

Quanta neve è caduta? Nelle situazioni peggiori non si sono superati i 50 – 60 cm, che non saranno “bricioline”, ma non sono neanche una tempesta artica.
Il rimbalzo delle responsabilità è già iniziato e, come è normale che sia nel “Bel” Paese, andrà avanti fino a perdersi nel nulla.

Mentre cotanta catastrofe impazzava, io ero in trasferta dall’AnarcoSocio, dove Madre Natura ha deciso di essere più mite, “limitandosi” a un furioso acquazzone.
Il karma, però, non lo freghi e la mia settimana è iniziata con un treno pendolari mutilato di almeno due vagoni che, con estrema fatica, mi ha vomitata nel cuore di Milano con 18 minuti di ritardo. Mi rendo conto che l’immagine possa apparire poco poetica, ma i pendolari incalliti sanno bene quanto realistica sia. La parte più triste, almeno per quanto mi riguarda, è che la metafora gastrica non finisce qui, infatti ogni giorno quell’enorme esofago di metallo mi catapulta in quello squallido gabinetto che è l’ufficio.

Lo so, lo so, non si dovrebbe sputare nel piatto in cui si mangia, in un momento di crisi come questo dovrei essere grata di averlo, un lavoro, e blablabla…
La verità è che aver bisogno di uno stipendio è un ottimo motivo, nonché l’unico, per tenersi stretto qualunque lavoro capiti a tiro, senza stare a fare troppo gli schizzinosi o i preziosi.

Alla frustrazione di non essere riusciti a fare quello per cui ci si è più o meno preparati e qualificati negli anni precedenti, si aggiunge quella di ritrovarsi in ambienti sterili, dove tutti si arrabattano a fare quel che possono per tirare a fine giornata senza dare di matto. Le difficoltà aumentano quando qualcuno non ce la fa ed esplode, soffocato dal nervosismo represso, finendo per sfogarsi con reazioni discutibili contro persone che nulla hanno a che fare con l’origine del loro malessere.

Proprio un recente episodio di questo tipo mi ha portata a riflettere, una volta di più, sulla mia situazione lavorativa.
La conclusione a cui sono giunta è che disponibilità ridotta ai minimi livelli indispensabili, rispetto del buon proposito di separare il lavoro dal resto della mia vita e devozione assoluta alla filosofia del “fatti i cazzi tuoi”, siano tre elementi fondamentali per sopravvivere anche alla peggiore delle situazioni, senza accusare eccessive conseguenze in termini di stress.
Immolarsi sull’altare della gloria aziendale, infatti, è uno di quegli attegiamenti che proprio non riesco a concepire, a maggior ragione quando, in cambio, si ricevono solo critiche e ulteriori pretese, fra l’altro sempre più esose.

Un altro fattore fondamentale, almeno nel mio caso, è la rassicurantissima consapevolezza che questo lavoro non sarà per sempre, anzi, se tutto andrà come deve, questo continuo affronto alla pazienza e al buon senso potrebbe volgere presto al termine, per quanto relativo e soggettivo possa essere il concetto di “presto”.

So bene che potrà sembrare la più scontata delle banalità, ma se c’è una cosa che ho imparato davvero solo dopo la comparsa dell’AnarcoPatia, è che il lavoro, come ma anche più di molte altre cose, fa parte di quelle che si fanno per vivere, e non di quelle per cui vivere.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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The Eichmann Show

eichmann-show-film

 

Un film “difficile”, che però non potevo perdermi.
Io, fervente sostenitrice del “Non dimentichiamo!”, sto faticando molto a non indignarmi di fronte alla “leggerezza” con cui, secondo me, quest’anno si è affrontata la tragica ricorrenza della Giornata della Memoria.
Mi rendo conto che l’attualità ci impone di concentrarci sugli eventi, altrettanto drammatici, del nostro presente: disoccupazione, tagli dei fondi sui servizi fondamentali ai cittadini, come la garanzia di un tetto sopra la testa o l’assistenza sanitaria, terrorismo, razzismo, sanguinarie guerre senza scrupoli in nome della religione e degli interessi economici, e la lista sarebbe ancora molto lunga. Troppo lunga.

La mia opinione è che questa situazione, sempre più insostenibile in qualunque parte del mondo si viva, non dovrebbe distrarci da quanto accaduto nel passato.
Purtroppo sono “cambiate”, se così si può dire, le ideologie, ma non il grado di fanatismo con cui le si persegue.

Quello che accade ogni giorno in molti paesi del mondo non è meno spaventoso di quanto accaduto durante la Seconda Guerra Mondiale, ma proprio per questo dovremmo guardare a quegli eventi con occhi avidi di conoscenza, oltre che pieni di commozione, per comprendere più a fondo i meccanismi di una situazione che si è rivelata più grande di quanto chiunque avrebbe mai potuto immaginare, una dinamica che è sfuggita al controllo di chi l’aveva innescata. Capire per non inciampare sugli stessi ostacoli, per non ricadere negli stessi errori, per non lasciarsi ingannare dagli stessi tranelli.

Nell’alienazione generale che, ormai da anni, si sta diffondendo come una spietata e inarrestabile epidemia, infettando la nostra vita di tutti i giorni, c’è chi cerca di adeguarsi alle mode e ai dettami del momento per sentirsi protetto dal senso d’appartenenza garantito dalla cieca omologazione, e c’è chi invece da quell’imponente armata di cloni cerca di distinguersi, ma il motore comune è lo stesso: tutti cerchiamo di respirare. Tutti diamo la caccia a uno scampolo di serenità a cui aggrapparci quando la sensazione di stare affogando prende il sopravvento: per restare a galla, per non impazzire, per sopravvivere.

Ecco allora che nel non dimenticare io vedo uno spiraglio di salvezza. Cerco di tenere sempre a mente che milioni di persone sono state costrette all’omologazione contro la loro volontà, fino all’annichilimento, mentre ai fautori dello scempio sfuggiva di mano, fino a ritorcerglisi contro, quella voglia di emergere che li aveva spinti a mettere in moto la più grande operazione di morte di cui la storia sia stata testimone.
Per questo faccio del mio meglio, per non perdere mai di vista il fatto che tutti corriamo verso uno stesso traguardo, il trovare il nostro posto nel mondo, ma che l’unico modo per raggiungerlo è correre senza invadere il percorso altrui, anche se non lo comprendiamo o non lo condividiamo, senza permettere che il bisogno di “arrivare” abbia la meglio.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Facebookiane Sorprese Natalizie.

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Image Credit © VeRA Marte

 

A suo tempo, si parla quindi di oltre due anni fa, mi ero sbattuta all’impossibile per promuovere la pagina facebook legata a questo blog, con risultati che definire pessimi sarebbe ancora un eufemismo, infatti ero a malapena riuscita, importunando amici e conoscenti, a raggiungere i 30 “Mi piace” indispensabili per poter almeno accedere alle statistiche della pagina.
Alla luce della quantità di lavoro, tanto enorme quanto inutile, che era servita a raggiungere 33 miserrimi “Mi piace”, avevo deciso di concentrarmi solo sul blog, lasciando i vari canali social a se stessi.
Ora, quel che è successo è che, qualche giorno fa, incuriosita da un numero insolito di notifiche segnalato sull’iconcina dell’app, ho sbirciato e, alle 21:40 di ieri sera, la situazione che mi sono trovata davanti è quella che si può vedere nell’immagine, dimensioni e risoluzione permettendo.
Oltre 50 nuovi “Mi piace” in una settimana e parametri vari alle stelle in positivo.
Cosa ho fatto? Nulla.
Proprio qui sta il bello. All’improvviso sono iniziati a fioccare nuovi fans senza alcun apparente motivo. Ho curiosato qualche profilo qua e là, pescandoli a caso fra i nuovi arrivati, ma non ho contatti in comune con nessuno di quelli visti. La parte più divertente è che questa tendenza sembra continuare: inarrestabile…

In quest’ultimo anno ho pian piano assimilato il categorico divieto, se mai mi fosse passato per la testa, di dedicarmi a scolpire quella zampogna saccagnata di corpicino che mi ritrovo, quindi, per ovvia, scontata e inevitabile deduzione, non mi resta che ripiegare su un attento rimodellamento della mia testaccia dura.
In un post dello scorso anno sostenevo l’assoluta inutilità del formulare buoni propositi per l’anno in arrivo, poi ho riflettuto sul fatto che non fare buoni propositi è a sua volta un proposito e mi sono detta “Al diavolo…!”.
Se, per una serie di motivi con cui non starò ad annoiarvi ora, non mi è più dato di poter contare su un minimo di tonicità muscolare, su una pelle presentabile e su una folta chioma fluente, vorrà dire che mi impegnerò a infradiciare quella spugna malconcia del mio cervello con tutto quello che sarò in grado di fargli assorbire, e d’ora in poi me la giocherò facendo onore al mio lato “nerd” e intellettualoide, ammesso che tale si possa definire.

Partendo dal presupposto che, ahimè, in realtà nemmeno la capoccia è del tutto immune agli effetti collaterali dei farmaci, ho pensato di propinarvi una delle mie famigerate liste per dare un’idea di quali siano i miei piani, almeno nelle intenzioni:

  • Leggere, leggere, leggere.
  • Scrivere, scrivere, scrivere.
  • Cucinare, soprattutto dolci, ma non escludo la possibilità di cimentarmi anche col salato. Magari così riuscirei a frenare almeno un po’ le accuse, mossemi ormai da chiunque mi circondi, di voler attentare alla loro linea/salute.
  • Studiare RUSSO. La docente che tiene il corso di quest’anno è un vero osso duro, ma il suo grado di preparazione mi lascia a bocca aperta, sempre di più di lezione in lezione. Trovare la giusta modalità per fare tesoro di questa opportunità vorrebbe dire mettere a segno proprio un bel colpo, sia a livello personale che, non si sa mai, a livello professionale.
  • Riprendere a studiare almeno una delle lingue abbandonate. È vero, oltre all’italiano e al russo, il lavoro mi richiede l’uso quotidiano dell’inglese, ma a parte le indiscutibili ragioni per cui, a oggi, è impossibile farne a meno, è una lingua che ha perso ogni capacità di solleticare il mio interesse, salvo rare e isolate eccezioni più o meno obbligate. Pensavo al tedesco, ma si vedrà…

Mi piacerebbe un sacco anche porre rimedio alla mia imbarazzante incapacità nel disegno, nella fotografia e nel canto, ma credo che questa sia tutta un’altra storia…

 

Buona serata a tutte e tutti!!!
Всем весёлого вечера*!!!

 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

*Vsjém visjólava vjécera!!!

Categorie: Blog, Buoni Propositi, Capita anche a me..., PolimioVita, PseudoNormalità, Strano Pianeta, Vita | Tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | 8 commenti

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