L’audace bracciante.

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Un mugnaio aveva un bracciante. Il mugnaio lo mandò a versare nella tramoggia del frumento, ma il lavorante andò e lo versò su una pietra. Il mulino iniziò a girare, e tutto il frumento si sparpagliò. Quando il padrone arrivò al mulino e vide il frumento sparpagliato, cacciò subito il lavorante. Il lavorante partì per tornare a casa, nel suo villaggio, e si perse. Si avvicinò allora a dei cespugli e si mise a dormire. Arriva un lupo; vede che il lavorante dorme, e gli si avvicinò piano piano, iniziò ad annusarlo, ma il lavorante afferrò il lupo per la coda, lo uccise e lo scuoiò!
Ecco che il lavorante si ritrovò su un monte , e sul monte c’era un mulino vuoto: decise di passarci la notte. Giunsero tre uomini: briganti; accesero nel mulino un bel fuoco e iniziarono a spartirsi lo spartibile. Il primo brigante dice: «Io metterò la mia parte sotto il rovescio del mulino»; il secondo brigante: «E io la caccerò sotto la ruota»; e il terzo dice: «Io la nasconderò nella tramoggia». Ma nella tramoggia c’era il lavorante, il quale, temendo che i briganti lo uccidessero, pensò tra sé: «Mi metterò a gridare qualcosa: Ehi, tu, vieni qui giù; e tu, Donato, guarda di lato; e tu, piccolo, guarda qui, mentre io guarderò lì! Teneteli, ragazzi! Pestateli, ragazzi!». I briganti furono presi dal panico, mollarono i loro averi e corsero via.
Il lavorante venne fuori dalla tramoggia, raccolse tutte le ricchezze e andò a casa; arriva e racconta al padre e alla madre: «Ecco quel che ho guadagnato dal mugnaio. Ora, vecchio, andiamo al mercato: ci compreremo un bel fucile e andremo a caccia». Se ne andarono al mercato, comprarono un fucile e vengono via dal mercato. Ecco che il lavorante dice al vecchio: «Tu, padre, guarda se non ci capiti una lepre, una volpe, oppure una martora». Andarono, ma ambedue si appisolarono e poi si addormentarono. Da non si sa dove saltarono fuori due lupi, sventrarono il loro cavallo e se lo mangiarono. Il vecchio si svegliò e iniziò a dar colpi di frusta: credeva di colpire il cavallo, e invece colpiva il lupo! Il lupo si infilò nel giogo e iniziò a tirare, mentre il vecchio a guidare. Il secondo lupo vuole afferrare da dietro il lavorante, e quel lupo aveva la gobba. Il lavorante iniziò a frustare il lupo, quello tentò di afferrare la frusta con i denti: sulla frusta, però, c’era un nodo, che si impigliò nella gobba del lupo! Il lavorante riuscì a trascinare anche quello dietro la carretta. Un lupo e l’altro da dietro spingeva. Ecco che arrivarono a casa; il cagnolino uscì fuori saltando e cominciò ad abbaiare. I lupi si spaventarono, il primo fece una mossa repentina: la carretta si rovesciò, il lavorante col vecchio a terra precipitò; allora il lupo dal giogo si liberò, mentre al lavorante la frusta dalle mani cascò; così tutti e due i lupi corsero via, mentre il vecchio e il lavorante rimasero con un palmo di naso. Da allora vissero nella ricchezza, la loro casa era una bellezza, avevano il cielo sopra la testa, e la vita era una gran festa!

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Giornata Internazionale della Lingua Russa 2017

 

Chi non condivide la mia famigerata russofilia potrebbe non sapere che oggi, 6 giugno, si celebra l’anniversario della nascita del signor Александр Сергеевич Пушкин (Aleksandr Sergeevič Puškin; 6 giugno 1799, Mosca – 10 febbraio 1837, San Pietroburgo) e, dal 2010 per proclamazione dell’ONU, anche la Giornata Internazionale della Lingua Russa.

Poeta, saggista, scrittore e drammaturgo del romanticismo russo, Puškin è considerato il fondatore della lingua letteraria russa contemporanea e le sue opere sono state fonte di ispirazione per numerosi scrittori, compositori e artisti.
Proprio “ispirazione”, in russo вдохновение, è la parola con cui ho festeggiato la Giornata Internazionale della Lingua Russa del 2017. Una parola imparata dai fantastici cartoni animati di Masha & Orso e poi riutilizzata, riscuotendo un enorme successo, durante l’esame orale per la Certificazione Internazionale TORFL.

Fra la definizioni di “ispirazione” fornite da Il Nuovo De Mauro, tengo in modo particolare a sottolineare le due che seguono:

  • potenza immaginativa, impulso che spinge alla creazione di un’opera dell’intelletto, specialmente artistica; motivo ispiratore di un’opera intellettuale o artistica
  • disposizione, impulso improvviso dell’animo che spinge ad agire in un determinato modo; intuizione, idea brillante

Qual è il legame fra le due cose? Semplice!
È così che mi sento ogni volta che mi immergo nella meravigliosa lingua russa: ispirata.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Un buon consiglio.

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C’era una volta Ivan Sfortunato: ovunque andasse a lavorare, agli altri davano un rublo o due a testa, mentre a lui quaranta copeche in tutto. «Ahimè» dice «non sono nato anch’io uguale agli altri? voglio proprio andare dallo zar a chiedergli perché sono tanto sfortunato». Ecco che arrivò dallo zar. «Perché sei venuto, caro?» «Le cose stanno così, giudicate un po’ voi: perché non ho mai fortuna in niente?» Lo zar mandò a chiamare i suoi boiari e i generali e lo chiese a loro: pensa che ti ripensa, si ruppero tutti la testa, ma non riuscirono a dare una risposta. Ma apparve la principessa, e dice al padre: «Io la penso così, padre: se si sposa, forse Dio gli manderà un altro destino». Lo zar si infuriò, iniziò a gridare alla figlia: «Visto che sei più brava di noi nei giudizi, allora prenditelo tu per marito!». Subito presero Ivan Sfortunato, lo fecero sposare con la principessa e li cacciarono tutti e due dalla città, perché non si sentisse mai più parlare di loro.
Andarono in riva al mare. Dice la principessa a suo marito: «Be’, Ivan Sfortunato, non possiamo regnare né commerciare, ma bisogna a sé pensare. Costruisci in questo luogo una capanna, ci vivremo insieme, Dio pregando e per la gente lavorando». Ivan Sfortunato costruì la capanna e iniziò a viverci con la giovane moglie. Il giorno dopo, la moglie gli dà una copeca: «Vai a comprare della seta!». Con quella seta ricamò un bellissimo tappeto e mandò il marito a venderlo. Cammina Ivan Sfortunato con il tappeto in mano, e incontra un vecchio: «Lo vendi questo tappeto?». «Sì». «E quanto vuoi?» «Cento rubli». «Be’, eccoti i soldi! Se li prendi, li perderai; è meglio che tu mi dia il tappeto per un buon consiglio». «No, vecchietto! Io sono povero, i soldi mi servono». Il vecchio pagò i cento rubli; Ivan Sfortunato tornò a casa, arriva, va a guardare: i soldi non ci sono più, li aveva persi per la strada.
La principessa fece un altro tappeto; Ivan Sfortunato lo andò a vendere e di nuovo incontrò il vecchio. «Quanto vuoi per il tappeto?» «Duecento rubli». «Be’, eccoti i soldi! Se li prendi, li perderai; è meglio che tu me lo dia per un buon consiglio». Pensa che ti ripensa, Ivan Sfortunato disse: «E sia, parla!». «Alza il braccio, ma non lo abbassare, altrimenti te ne dovrai pentire!», disse il vecchio, prese il tappeto e se ne andò. “E che me ne faccio adesso io di questo buon consiglio? Come posso ripresentarmi a mia moglie a mani vuote?” pena Ivan Sfortunato. “Meglio andare il più lontano possibile!”
Cammina cammina, arrivò in un posto dove venne a sapere che in quella terra un drago a dodici teste mangiava la gente; si sedette Ivan Sfortunato in mezzo alla strada per riposarsi e dice tra sé, ma a voce alta: «Eh! Se avessi dei soldi, saprei io come aggiustare quel drago, ma ora che fare? Senza soldi manca anche il senno». Passava di lì un mercante, sentì quelle parole: che senza soldi manca anche il senno. “È proprio vero!” pensa. “Lo aiuterò.” «Quanti soldi ti servono?» chiede. «Dammi cinquecento rubli». Il mercant gli diede cinquecento rubli in prestito, e Ivan Sfortunato si precipitò al porto, assunse degli operai e iniziò a costruire una nave. Consumò tutti i soldi e le cose erano ancora all’inizio: che fare? Andò dal mercante: «Dammi» dice «ancora cinquecento rubli; altrimenti il lavoro si fermerà e i tuoi soldi saranno andati persi!». Il mercante gli diede altri cinquecento rubli; quello li impiegò sempre nella nave, ma il lavoro era ancora a metà. Di nuovo arriva Ivan Sfortunato dal mercante: «Dammi» dice «ancora mille rubli; altrimenti il lavoro si fermerà e i tuoi soldi saranno andati persi!». Il mercante, sebbene controvoglia, gli diede i mille rubli. Ivan Sfortunarto finì la nave, la caricò di carbone, ci aggiunse picconi, vanghe, delle pellicce, dei marinai e prese il mare.
Passarono giorni o mesi, arrivò nell’isola in cui c’era la tana del drago. Il drago aveva appena mangiato e si era messo nel suo rifugio a dormire. Ivan Sfortunato gli versò intorno il carbone, accese il fuoco e giù ad agitare le pelli: il fetore si sparse per tutto il mare! Il drago crepò… Ivan Sfortunato prese allora una spada affilata, gli tagliò tutte e dodici le teste e in ognuna di esse trovò una pietra preziosa. Rientrò dalla spedizione, vendette le pitre per una cifra incalcolabile e divenne ricchssimo, tanto da non potersi dire! Pagò al mercante il suo debito e tornò dalla moglie. Ecco che arriva Ivan Sfortunato alla capanna e vede che l moglie vive con due ragazzi, che erano i suoi figli gemelli (erano nati mentre lui non c’era). Gli venne in mente un brutto pensiero, afferrò la sua spada tagliente e alzò il braccio sulla moglie… In quel momento si ricordò del buon consiglio: alza il braccio, ma non lo abbassare, altrimenti te ne dovrai pentire! Ivan Sfortunato a malincuore chiese alla principessa chi fossero quei giovani e poi iniziarono a festeggiare. A qul festino sono stato, ho bevuto del moscato, le ciambelle ho mangiato.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Lutonjuška

Lutonjuška-Лутонюшка

 

C’erano una volta un vecchio e una vecchia, che avevano un figlio di nome Lutonja. Un giorno il vecchio e Lutonja si stavano occupando di qualcosa nel cortile, mentre la vecchia era nell’izbà. Tirò giù dal soppalco un ciocco, lo fece cadere sul focolare e qui a voce spiegata iniziò a gridare e a strillare. Il vecchio sentì le grida, si precipitò nell’izbà e chiede alla vecchia perché gridi. La vecchia tra le lacrime gli disse: «Se avessimo fatto sposare il nostro Lutonjuška, e se gli fosse nato un figlio, e se si fosse seduto qui sul focolare, io gli avrei fatto del male con questo ciocco!». Be’, anche il vecchio iniziò a gridare insieme a lei, dicendo: «È vero, vecchia! Gli avresti fatto del male!…». Gridavano tutti e due a più non posso!
Arriva allora di corsa dal cortile Lutonja e chiede: «Perché gridate?». Quelli glielo dissero: «Se ti avessimo fatto sposare, e se tu avessi avuto un figlio, e se poco fa fosse stato seduto qui, la vecchia lo avrebbe ucciso con il ciocco; è caduto proprio qui, e così bruscamente!». «Be’» disse Lutonja «che Dio vi abbia in gloria!» Poi prese il suo cappello tra le braccia e dice; «Addio! Se troverò qualcuno più sciocco di voi, allora tornerò, se non lo troverò, allora non aspettatemi!», e se ne andò.
Cammina cammina, vede dei contadini che stanno trascinando sopra un’izbà una vacca. «Perché trascinate sul tetto la vacca?», chiese Lutonja. Quelli gli dissero: «Vedi anche tu quanta erba ci è cresciuta!». «Ah, asini calzati e vestiti!», disse Lutonja, si arrampicò sull’izbà, strappò l’erba e la gettò alla vacca. I contadini ne furono davvero sbalorditi e chiesero insistentemente a Lutonja di restare a vivere con loro e di insegnar loro qualcosa. «No» disse Lutonja »devo ancora vedere molti imbecilli come voi al mondo!», e andò avanti.
Ecco che in un villaggio vide un sacco di contadini accanto a un’izbà: avevano legato al portone un giogo e con dei bastoni cercavano di fare andare verso il giogo un cavallo, che per le botte era più morto che vivo. «Che fate?», chiese Lutonja. «Ecco, batjuška, vogliamo aggiogare il cavallo». «Ah, voi, asini calzati e vestiti! Lasciate un po’ fare a me». Prese il giogo e lo mise sul cavallo. Anche quei contadini rimasero a bocca aperta dallo stupore, cercarono di trattenerlo e lo pregarono in tutti i odi perché rimanesse da loro almeno una settimanella. Ma no, Lutonja andò avanti.
Cammina cammina, si stancò ed entrò in una locanda. Là vide che la padrona, una vecchietta, aveva fatto una gelatina, l’aveva messa sul tavolo davanti ai suoi bambini, e lei va continuamente in cantina con un cucchiaio a prendere la panna acida. «Perché, vecchia, consumi invano le ciabatte?», disse Lutonja. «Come perché?» rispose la vecchia con voce fioca «vedi bene, batjuška, che la gelatina è sul tavolo e la panna acida in cantina». «E se invece, vecchia, prendessi la panna cida e la portassi qui; sarebbe un affare coi fiocchi!» «Giusto, caro!» Portò nell’izbà la panna acida e fece accomodare a tavola Lutonja. Lutonja mangiò a più non posso, si arrampicò sul soppalco e si addormentò. Quando si sveglierà, allora anche la mia favola continuerà, per ora è tutto qua.

 

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Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Il gallo e la macina.

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C’erano una volta un vecchio e una vecchia, ma così poveri! Non avevano niente da mangiare; allora andarono nel bosco, raccolsero delle ghiande, le portarono a casa e si misero a mangiarle. Mangiarono un’ora o un giorno, la vecchia seminò una ghianda sottoterra. Germogliò la ghianda e in poco tempo crebbe fino al pavimento. La vecchia lo notò e dice: «Vecchio! Bisogna spaccare il pavimento, perché la quercia cresca ancora; quando sarà cresciuta, non dovremo andare nel bosco a raccogliere le ghiande, ma le avremo in casa». Il vecchio spaccò il pavimento, l’alberello crebbe, crebbe e arrivò fino al soffitto. Il vecchio ruppe anche il soffitto, e in seguito tolse anche il tetto; l’albero continua a crescere a vista d’occhio, e crebbe addirittura fino al cielo. Non videro più il vecchio e la vecchia le ghiande, lui prese un sacchetto e si arrampicò sulla quercia.
Salì, salì, e montò fino al cielo. Cammina cammina per il cielo, vide un galletto dalla crestina d’oro, la testina unta, e c’era anche una macina. Il vecchio non ci pensò sopra due volte, prese con sé sia il galletto che la macina e ridiscese nell’izbà. Sceso giù, dice: «Che faccaimo, vecchia, che mangamo?». «Aspetta» disse la vecchia «io provo la macina». Prese la macina e iniziò a macinare: e giù frittelle e dolci, frittelle e dolci! Comunque girasse, sepre frittelle e dolci!… E sfamò il vecchio.
Passava di lì un signore e fece un salto in casa del vecchio e della vecchia. «Non avreste qualcosa» chiede «da mangiare?» La vecchia dice: «Non abbiamo altro da darti, caro, se non delle frittelle». Prese la macina e macinò: caddero frittelle e dolcetti. L’ospite mangiò e dice: «Vendimi, nonna, la tua macina». «No» dice la vecchia «non posso». E lui allora le rubò la macina. Quando il vecchio e la vecchia si accorsero che avevano rubato loro la macina, si rattristarono molto. «Aspetta» dice il galletto dalla crestina d’oro «io volerò, lo raggiungerò!» Arrivò in volo al palazzo del boiaro, si posò sul portone e grida: «Chicchirichì! Boiaro, boiaro, ridacci la nostra macina d’oro, il nostro tesoro! Boiaro, boiaro, ridacci la nostra macina d’oro, il nostro tesoro!». Quando il boiaro sentì, subito ordina: «Ehi, ragazzo! Prendilo e buttalo nell’acqua». Acchiapparono il galletto, lo buttarono nel pozzo; ma quello prese a dire: «Beccuccio, beccuccio, bevi l’acqua! Boccuccia, boccuccia, bevi l’acqua!», e bevve tutta l’acqua. Bevve tutta l’acqua e volò al palazzo del boiaro; si posò su di un balcone e di nuovo grida: «Chicchirichì! Boiaro, boiaro, ridacci la nostra macina d’oro, il nostro tesoro! Boiaro, boiaro, ridacci la nostra macina d’oro, il nostro tesoro!». Il signore ordinò al cuoco di gettarlo nel forno ardente. Acchiapparono il galletto, lo gettarono nel forno ardente — proprio nel fuoco; ma quello prese a dire: «Beccuccio, beccuccio, versa l’acqua! Boccuccia, boccuccia, versa l’acqua!», e spense il fuoco del forno. Spiccò il volo e volò alla camera del boiaro e di nuovo grida: «Chicchirichì! Boiaro, boiaro, ridacci la nostra macina d’oro, il nostro tesoro! Boiaro, boiaro, ridacci la nostra macina d’oro, il nostro tesoro!». Gli ospiti lo sentirono e di casa fuggirono, mentre il padrone corse loro dietro; il galletto dalla crestina d’oro afferrò la macina e ritornò dal vecchio e dalla vecchia.

 

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Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Gelo.

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Una donna aveva una figliastra e una figlia propria; qualsiasi cosa fa la figlia, le accarezzano la testa e dicono: «Quant’è sensata!». Qualsiasi cosa, invece, fa la figliastra per compiacerla, non riesce mai a soddisfarla, è sempre tutto sbagliato, fatto male; ma, a dire la verità, la bambina era un tesoro, in buone mani avrebbe avuto una vita spensierata, mentre dalla matrigna ogni giorno piageva tanto che avrebbe potuto fare il bagno nelle lacrime. Che fare? Il vento per un po’ soffia, poi si calma, ma la vecchia aveva sempre i nervi a fior di pelle — non si sarebbe calmata entro breve, tutto avrebbe escogitato e i denti ben spazzolato. E venne in mente alla matrigna di cacciare di casa la figliastra: «Portala, portala dove vuoi, vecchio, ma che non mi compaia più davanti agli occhi, e che le mie orecchie non sentano mai più parlare di lei; e non la portare dai parenti in una calda casetta, ma in aperta campagna al freddo e al gelo!». Il vecchio si afflisse, pianse; tuttavia mise la figlia sulla slitta, voleva coprirla con una gualdrappa — ebbe paura anche di questo; condusse la poveretta in aperta campagna, la gettò su un mucchio di neve, la benedisse e se ne tornò in fretta a casa, per non vedere morire la figlia.
Rimase la poverina a tremare dal freddo e iniziò a pregare piano piano. Arriva Gelo: saltò, balzò, la bella ragazza guardò: «Ehi, ragazza, ti sono addosso, sono Gelo dal naso rosso!» «Benvenuto, Gelo; deve essere Dio che ti manda a prendere la mia anima peccatrice». Gelo voleva colpirla e gelarla, ma gli piacquero le parole intelligenti di lei e ne ebbe pietà! Le gettò una pelliccia. Lei la indossò, incorciò i piedini e si sedette. Di nuovo le fu addosso Gelo dal naso rosso, saltò, balzò, la bella ragazza guarò: «Ehi, ragazza, ti sono addosso, sono Gelo dal naso rosso!». «Benvenuto, Gelo; deve essere Dio che ti manda a prendere la mia anima peccatrice». Gelo, però, non era venuto per l’anima, ma aveva portato alla bella ragazza un baule grande e pesante, pieno di ogni ben di Dio. Quella si sedette con la sua pelliccetta sul bauletto, era così allegra, così carina! Di nuovo le fu addosso Gelo dal naso rosso, saltò, balzò, la bella ragazza guardò. Lei lo salutò, e lui le regalò un vestito, cucito in oro e argento. La ragazza lo indossò ed era tanto bella, tanto elegante! Sta seduta e si mette a cantare.
La matrigna, intanto, prepara la festa di commemorazione; aveva cotto delle frittelle. «Va’, arito mio, riporta tua figlia per seppellirla». Il vecchio partì. E il cagnolino sotto il tavolo: «Arf! arf! La figlia del vecchio coperta d’oro e d’argento porteranno mentre quella della vecchia i fidanzati non la vorranno!». «Taci, sciocco! Eccoti una frittella, di’: la figlia della vecchia i fidanzati prenderanno, mentre di quella del vecchio solo le ossa riporteranno!» Il cagnolino mangiò la frittella e di nuovo: «Arf, arf! La figlia del vecchio coperta d’oro e d’argento porteranno, mentre quella della vecchia i fidanzati non la vorranno!». La vecchia pria gli dette delle altre frittelle, poi lo picchiò, ma il cagnolino continuava a ripetere: «La figlia del vecchio coperta d’oro e d’argento porteranno, mentre quella della vecchia i fidanzati non la vorranno!«.
Cigolò il portone, si aprì la porta: portano un baule grande, pesante, arriv la figliastra — risplende come una signora! La matrigna gettò uno sguardo e le caddero le braccia! «Vecchio, vecchio, attacca degli altri cavalli, portaci anche mia figlia, il più presto possibile! Lasciala nello stesso campo, nello stesso posto». La condusse il vecchio nello stesso campo, nello stesso posto la lasciò. Anche a lei fu addosso Gelo dal naso rosso, diede un’occhiata alla sua ospite, saltò, balzò, ma belle parole non ascoltò; si arrabbiò la afferrò e la uccise. «Vecchio, va’, riporta mia figlia, attacca dei cavalli poderosi, la slitta non far rovesciare, il baule non far cadere!» Ma il cagnolino sotto il tavolo: «Arf, arf! La figlia del vecchio i fidanzati prenderanno, mentre di quella della vecchia le ossa in un sacco porteranno!» «Non mentire! Eccoti un dolcetto, di’: la figlia della vecchia nell’oro e nell’argento porteranno!» Cigolò il portone, la vecchia corse incontro alla figlia, ma invece di lei abbracciò il suo corpo freddo. Pianse, si lamentò, ma troppo tardi!

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
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Caffellatte a mezzanotte.

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Maggio è cominciato con un caffellatte caldo poco dopo la mezzanotte, tanta pioggia, l’inizio delle “vacanze di primavera” in Russia, l’antica festa pagana di Beltane, il raggiungimento della doppia cifra in chili persi (- 10,4 kg), una buona dose di belle speranze e, per non farsi mancare nulla, un sospetto di trombo alla gamba “buona”, che mi porterà a nuove mirabolanti avventure ospedaliere fuori programma.

Un fine settimana lungo, quello del 1° Maggio, trascorso in preda a dolori fra i più acuti provati dall’esordio dell’AnarcoPatia, eppure con tanta voglia di rinnovarmi e rimettermi in gioco, o quanto meno di (ri)provarci per l’ennesima volta, sperando che sia quella buona.

Guardo la mia inseparabile Moleskine e penso che sì, ci ho già scritto parecchio, ma non quanto avrei voluto.
Controllo le statistiche della pagina facebook e mi accorgo che non solo i “Mi piace” non aumentano, ma c’è chi addirittura si sbatte a togliermelo, ben 3 solo negli ultimi due giorni.
In parallelo a questo prendo atto del drastico rallentamento subìto da quello che, in questo preciso momento, dovrebbe essere il mio progetto principale.

Allora mi domando se, per quanto a malincuore, non sia il caso di mettere in satndby quelle fra le mie attività che sembrano essere in stallo, così da avere più tempo ed energie da dedicare invece a quelle che dimostrano di avere ancora del potenziale da esprimere.
Non posso negare che l’idea mi rattristi, in fondo, come dicevo, ci ho investito parte del mio tempo e delle mie energie, ma tante cose, forse troppe in un periodo così breve, sono cambiate e temo sia arrivato il momento di decidermi ad accettare questa evidenza, con tutte le conseguenze che comporta.

Il numero di strade percorribili si è ridotto in modo netto e piuttosto significativo, sia dal punto di vista personale che da quello lavorativo, e ormai è palese che continuare a temporeggiare in attesa di un migliorameto non abbia più molto senso: devo scegliere quale, fra quelle rimaste, sia quella da percorrere, per poi dedicarmici senza riserve.

Per qualche ragione che non mi spiego, questa situazione mi ha catapultata in uno stato d’animo malinconico e nostalgico, ha portato il mio sguardo interiore a volgersi al passato, un passatto abbastanza lontano a dire il vero, quando solitudine e insonnia erano uno stile di vita intrapreso per scelta, quando la dedizione a quella che consideravo la mia “arte” era assoluta e predominante.
Oggi a intralciare quella determinazione così inscalfibile, segno distintivo della me stessa di allora, c’è il costante torpore mentale da farmaci, ma forse la soluzione sta in un radicale cambio d’approccio alla questione da parte mia.
Forse il segreto sta nella tanto ovvia quanto impegnativa scelta di provare a scoprire e imparare a conoscere le nuove modalità con cui poter continuare a fare al meglio quel che mi piace e mi fa star bene.
Senza arrendermi. Mai.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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La pecora, la volpe e il lupo.

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Dal gregge di un contadino scappò una pecora. Le si fece incontro una volpe e chiede: «Dove te ne vai di bello, comare?». «Ohi, comare! Stavo nel gregge di un contadino, ma non era vita: il montone era matto, e io, povera pecora, sempre colpevole! Così ho deciso di andarmene via, il più lontano possibile». «E anch’io!» rispose la volpe. «Mio marito acchiappava le galline, e io, povera volpe, sempre colpevole. Andiamocene insieme». Dopo qualche tempo, incontrarono un lupo. «Salute, comare!» «Salve», dice la volpe. «Vai lontano?» Quella rispose: «Dove mi portano le gambe!» e, quado ebbe raccontato le sue pene, il lupo disse: «E anch’io! La lupa sgozzava gli agnelli, e io, povero lupo, sempre colpevole. Andiamocene insieme».
Si incamminarono. Per l strada il lupo dice alla pecora: «Perché, pecora, porti tu la mia pelliccia?». La volpe sentì e aggiunse: «Davvero, compare, è tua?». «Ma certo, è mia!» «Lo giuri?» «Lo giuro!» «Solennemente?» «Solennemente». «Bene, allora devi confermare il giuramento con un bacio». Qui la volpe notò che i contadini avevano messo sul viottolo una tagliola; condusse il lupo proprio davanti alla tagliola e dice: «Ecco, bacia là!». Il lupo fu tanto stupido da ficcarcisi: la tagliola scattò e gli prese il muso. La volpe e la pecora si allontanarono subito di corsa sane e salve.

 

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L’indovina.

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In un certo villaggio viveva una donna molto vecchia che aveva un figlio, né grande né piccolo, ma ancora non in grado di lavorare bene la terra. Sopravvissero finché poterono, un bel giorno, però, non ebbero più niente da mangiare; allora la vecchia si mise a fare tristi riflessioni, se ne stette a pensare, scervellandosi sul come fare, come al mondo restare e come procurarsi qualche cosina da mangiare.
Pensa che ti ripensa, le venne un’idea e ne parlottò col suo ragazzino: «Figliolo, vai per esempio a rubare a qualcuno dei avallucci e attaccali a un cespuglio, dà loro del fieno, e poi staccali di nuovo, portali nella tale valle e lasciali intanto lì». Il piccolo era, non c’è che dire, molto lesto; sentito quel che la madre gli aveva ordinato, ancdò subito a rubare da qualche parte dei cavallucci e fece tutto quello che la madre gli aveva suggerito.
Quanto alla vecchia, su di lei girava la voce che sapesse un sacco di cose e che, se glielo si chiedeva, all’occasione si dava alla magia.
Quando i padroni si accorsero di non avere più i cavallucci, si misero a cercarli e a lungo si affaticarono, poveretti, ma non li trovarono da nessuna parte. Allora si misero a parlottare: «Che fare? Ci vorrebbe un indovino che ci dicesse dove trovarli e che non si facesse pagare una gran cifra». Allora si ricordano della vecchia, e dicono: «Su, andiamo da lei e chiediamole di aiutarci con la magia; forse lei ci potrà dire qualcosa di utile». Detto fatto. Arrivarono dunque dalla vecchia e dicono: «Nonnina, benefattrice nostra! Abbiamo saputo da certe brave persone che sai un sacco di cose, che sai leggere le carte e interpretarle come un libro aperto: usa il tuo potere anche per noi, cara! Abbiamo perduto i nostri cavallucci». La vecchia allora risponde: «Oh, batjuški miei cari, ma se non ho neanche un briciolo di forza! Soffoco, miei cari, sono sfinita». Ma quelli insistono: «Ma su, nonna, un piccolo sforzo, cara! Non te lo chiediamo gratis, ti pagheremo per il tuo lavoro».
Allora quella, sussultando e tossicchiando, stese le carte, le osservò lungamente e disse loro (sebbene non sapesse nulla, ma non aveva scelta: la fame non scherza, aguzza l’ingegno): «È un vero rebus! Devo riflettere. Guardate qui, batjuški! Eccoli, forse, i vostri cavallucci, che stanno nel tal posto, attaccati a un cespuglio». I padroni allora si rallegrarono, pagarono la vecchia per il disturbo e se ne andarono a cercare i loro animali.Giunsero al detto cespuglio, ma là i loro cavalli già non c’erano più; c’erano, invece, delle tracce nel punto in cui erano stati attaccati i cavalli, perché una correggia tagliata delle briglie pendeva dal cespuglio, e c’era del fieno ammassato, e parecchio per giunta. Arrivarono dunque, si guardarono intorno, ma di quelli neanche l’ombra; si avvilirono i poveretti e non sanno cos’altro fare; rifletterono un po’ e poi tornarono dalla vecchia: visto che già una volta aveva dato delle buone indicazioni, forse ne avrebbe date anche ora.
Arrivarono dunque di nuovo dalla vecchia, e quella sta stesa sulla stufa, ansima e si lamenta di avere non si sa che malattia. Quelli iniziarono umilmente a pregarla di leggere ancora le carte. Lei si comportò come la volta precedente, iniziò col rifiutare, dicendo: «Non ne posso più, la vecchiaia mi ha tolto le forze!», e tutto per farsi pagare di più le sue fatiche. Quelli promisero, se avessero ritrovato i cavalli, di non lesinare sulle spese e di darle subito subito, intanto, un acconto. La vecchia allora scese dalla stufa, gemendo e tossicchiando, stese di nuovo le carte, pensò, le osservò e dice: «Anadate, cercateli nella tale valle, sono lì che pascolano, sicuramente!». I padroni la pagarono per il lavoro con gioia e generosamente, e uscirono di casa sua per andare di nuovo alla ricerca. Arrivarono dunque nella valle, guardano: i loro cavalli se ne stanno lì a pascolare sani e salvi; li presero e li riportarono a casa.
Naturalmente, la vecchia divenne molto famosa, perché, dice, è talmente abile che sa interpretare qualsiasi segno: se dice una cosa, è di sicuro così. La sua fama si sparse ovunque e queste voci arrivarono fino all’orecchio di un boiaro che aveva perso non si sa dove un intero baule di monete. Quando egli lo seppe, mandò a prendere l’indovina con la sua carrozza, perché la portassero da lui a qualunque costo, anche se era malata; e mandò due dei suoi uomini — Simone e Lodovico (erano stati proprio loro a rubare i soldi del padrone). Quelli arrivarono dunque dalla donna, e quasi con la forza la misero nella carrozza per portarla dal padrone. Per la strada, la nonna iniziò a lamentarsi, a gemere e a respirare con l’affanno, e borbotta tra sé e sé: «Ohi, ohi, ohi! Se non fosse stato per Mammone e per l’appetito, questo non sarebbe successo: ora io, povera indovina, non starei in questa carrozza per andare da un signore e farmi rinchiudere là, dove il corvo non porterà via nemmeno le mie ossa. Oh, che brutto affare!».
Simone, che aveva ascoltato tutto, dice: «Senti, Lodovico! La vecchia da un pezzo sta borbottando qualcosa sul nostro conto. Mi sa che le cose si mettono male!». Lodovico gli risponde: «Perché ti preoccupi, è la paura che ti fa avere questa impressione». Ma Simone gli dice: «Ascolta un po’ tu stesso, ecco che ricomincia a parlottare». La vecchia era in preda alla paura e all’angoscia: ed ecco che dopo un po’ ripete le stesse parole: «Ohi, ohi, ohi! Se non fosse stato per Mammone e per l’appetito, non mi troverei in questa situazione!». I ragazzi allora si misero ad ascoltare quello che la vecchia borbottava; e quella, dopo un po’, ripete: «Mammone e l’appetito», e continuava a ripeterlo per la paura. Quando i due ragazzi lo sentirono, furono presi dal panico: che fare? Palottarono tra di loro e decisero che bisognava convincere in ogni modo la nonna a non spifferare la cosa al padrone, ma la vecchia continua: «Se non fosse stato per Simone e per Lodovico, non mi troverei in questa situazione!». Quelli, terrificati, per la paura non capirono che la vecchia parlava di Mammone e dell’appetito, ma credettero di sentire Simone e Lodovico.
Detto fatto, iniziarono a pregare la vecchia: «Nonna cara, benefattrice, non ci rovinare, e in terno pregheremo Dio per l’anima tua. Che te ne verrebbe se ci denunciassi e parlassi col padrone? Non tirarci in ballo, inventa qualcosa, e noi per questo ti pagheremo quel che vorrai». La nonna non era una sciocca, anzi, era molto scaltra, comprese quelle parole, si rassicurò, le passò di colpo la paura — come cancellata — e chiede loro: «Dove avete messo i soldi, figlioli?». Essi dicono ormai in lacrime: «Ahimè, cara, deve essere stato il diavolo a toglierci la ragione e a farci commettere un tale peccato». La vecchia di nuovo chiede: «Ma dove sono?». Quelli, allora, rispondono: «E dove nasconderli se non sotto la diga del mulino, nell’attesa che passasse la bufera?».
Dopo essersi messi d’accordo come bisognava per la strada, arrivarono alla casa del signore. Quando il boiaro vide che gli avevano portato la vecchia, si fece quanto mai allegro, la condusse sottobraccio nella sue stanze, le diede tutti i tipi di bevande e di cibi che desiderava, e, dopo averla ristorata a dovere, prese a chiederle di leggere le carte a proposito dei soldi. Ma la noтna, che è scaltra, ripete di non sentirsi bene e di non avere più forze; il boiaro disse: «Andiamo, nonna! Fai come fossi a casa tua: se vuoi mettiti seduta, oppure stenditi, se non hai la forza di stare seduta, ma devi assolutamente dirmi quello che ti chiedo, e cioè chi ha preso i miei soldi; se ritroverò quel che ho perso, non solo ti ospiterò, ma in più ti ricompenserò secondo i tuoi desideri, come si deve, senza offesa».
La vecchia dunque, sussultando come in preda a un brutto male, prese le carte, le stese per bene e le osservò a lungo, sempre bisbigliando qualcosa tra i denti. Dopo averle osservate, dice: «Quel che hai perso sta sotto la diga del mulino». Udito ciò che aveva detto la vecchia, subito il boiaro mandò Simone e Lodovico perché li cercassero e glieli riportassero: non sapeva che erano stati proprio loro a combinare tutto. Quelli li trovarono, li presero e li portarono al signore; il signore, guardando i suoi soldi, si rallegrò talmente che non si mise nemmeno a contarli, e diede subito alla vecchia cento rubli e altri regali di valore, promettendole, per un simile favore, di non smettere mai anche in futuro; poi, dopo averle offerto un bel pranzetto, la rimandò a casa in carrozza, dandole ancora qualche provvista per il viaggio. Per la strada, Simone e Lodovico ringraziarono la vecchia di non aver detto al padrone quel che sapeva del loro impiccio, e le diedero degli altri soldi.
Da allora, la nostra vecchietta divenne ancora più famosa e cominciò una vita di agi: non solo ebbe sempre pane in abbondanza, ma anche tante altre cose, e tutto a volontà, e il bestiame pure crebbe in gran numero; prese a vivere felice e contenta con il figlio, i suoi beni ad aumentare, birra e vino a gustare. Anch’io ci sono stato, ho bevuto del moscato, ma in bocca non è arrivato, sui miei baffi è scivolato.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Elena la Saggia.

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Tanto tempo fa, in un certo reame, in terre lontane accadde a un soldato di montare la guardia ai piedi di una torre di pietra; la torre era chiusa da un catenaccio e sigillata con un sigillo. Si era di notte. Esattamente alla mezzanotte, il soldato sente qualcuno gridare da dentro quella torre: «Ehi, sentinella!». Il soldato chiede: «Chi mi chiama?». «Sono io, il Maligno» fece la voce da dietro l’inferriata. «Sono qui da trent’anni senza mangiare né bere». «E che vuoi allora?» «Liberami, e quando avrai bisogno ti ripagnerò; appena pronuncerai il mio nome, all’istante verrò in tuo aiuto!» Il soldato subito strappò il sigillo, ruppe il catenaccio e parì la porta: il Maligno volò via dalla torre, salì fino alle stelle e sparì più veloce di un lampo. “Bene” pensa il soldato “l’ho fatta proprio grossa; tutti i miei anni di servizio in fumo. Ora mi metteranno agli arresti, sarò giudicato dalla corte marziale e, niente di più facile, mi condannerano a morte mediante fustigazione; è megio sparire finché sono in tempo». Gettò a terra il fucile e lo zaino e partì alla ventura.
Camminò un giorno, due, tre; era affamato e non aveva niente da mangiare né da bere; si sedette sulla strada e scoppiò in lacrime: “Non sono un vero idiota?” pensava. “Ho servito lo zar per dieci anni e ho sempre mangiato a volontà, mi davano tre libbre di pane al giorno; e invece no! Ho preso la via dei campi per crepare di fame. Eh, Maligno, sei tu la causa di tutto”. Il Maligno comparve all’improvviso da non si sa dove e chiede: «Buongiorno, soldato! Cosa ti affligge?». «E come non affliggermi se muoio di fame da tre giorni». «Non ti disperare, a questo c’è rimedio!», disse il Maligno; corse di qua e di là e portò ogni tipo di vino e provviste, ristorò il soldato e poi lo invitò a seguirlo: «starai benone a casa mia: berrai, mangerai e te la spasserai quanto vuoi; tutto quello che ti chiedo è di sorvegliare le mie figlie, di più non voglio». Il soldato accettò; il Maligno lo prese sottobraccio, lo portò in alto in alto con sé nell’aria e lo dpositò lontano, molto lontano, ai confini del mondo, in un palazzo di pietra bianca.
Il Maligno aveva tre figlie, belle come la luce del giorno. Comandò loro di obbedire al soldato, di nutrirlo, di dissetarlo finché avesse voluto, e se ne andò a commettere i suoi misfatti; tutti sanno chi è il Maligno! Non resta mai nello stesso posto, vagabonda per il mondo e corrompe la gente, la spinge ad agire male. Il soldato rimase con le tre belle e la sua vita era cocì piacevole che gli sembrava di stare già in paradiso. Non ha che una preoccupazione: ogni notte le belle fanciulle si assentano e chissà dove se ne vanno in giro. Prese a interrogarle, ma quelle si rifiutano di confessare. “Bene” pensa il soldato “starò con gli occhi aperti tutta la notte e vedrò certo dove scappate”. La sera, il soldato si mise a letto, finse di dormire come un sasso e aspettò, invece, di vedere cosa sarebbe successo.
Al momento giusto, scivolò di soppiatto fino alla camera da letto delle ragazze, si fermò accanto alla porta, si chinò e guarda dal buco della serratura. Le belle avevano preso un tappeto magico, lo stesero sul pavimento, vi si lasciarono cadere e si trasformarono in colombe; spiegarono le ali e volarono via dalla finestra. “Questa poi!” pensa il soldato. “Bisogna che ci provi anch’io”. Piombò nella camera, si buttò sul tappeto e si trasformò in una capinera, che volò via dalla finestra dietro a loro. Le colombe si posarono su di un prato verde; la capinera, invece, si mise sotto un cespuglio di ribes, si nascose tra le foglie e le spia. Arrivarono in quello stesso posto altre colombe in stormo, il prato ne era coperto; nel centro si ergeva un trono d’oro. Un po’ più tardi, si illuminarono cielo e terra: vola nell’aria un carro dorato, trainato da sei draghi di fuoco; sul carro siede la principessa Elena la Saggia, di una beltà tale che non si può né descrivere, né immaginare, néindovinare, né nelle favole raccontare! Scese dal carro e sedette sul trono d’oro; chiaò a sé le colombe a una a una e insegnò loro ogni sorta di astuzia. Finita la lezione, risalì sul carro e chi s’è visto s’è visto!
Allora, le colombe, tutte quante erano, lasciarono il prato e si dispersero; la capinera volò dietro alle tre sorelle e si ritrovò con loro in camera da letto. Le colombe si gettarono sul tappeto e ridivennero delle belle fanciulle; anche la capinera si gettò e ridivenne soldato. «Da dove vieni?», gli chiedono le fanciulle. «Ero con voi in quel prato verde, ho visto la bella principessa sul trono d’oro e ho sentito come vi insegnava la principessa diverse magie». «Sei stato fortunato a scamparla! Quella principessa è Elena la Saggia, la nostra potente sovrana. Se avesse avuto sotto mano il suo libro di magia, ti avrebbe riconosciuto all’istante e saresti stato un uomo morto. Stai attento, soldato! Non tornare mai più in quel prato verde, non guardare Elena la Saggia; altrimenti perderai la tua testa impetuosa». Il soldato, per nulla intimidito, non si cura affatto dei loro avvertimenti; aspettò la notte successiva, si gettò sul tappeto e si cambiò in capinera. Volò la capinera fino al prato verde, si nascose sotto il cespuglio di ribes; guarda Elena la Saggia, ammira la sua bellezza inaudita e pensa: “Se avessi una moglie come quella, non potrei desiderare niente altro al mondo! Voglio seguirla per sapere dove abita”.
Ecco che Elena la Saggia scese dal suo trono d’oro, saì sul suo carro e volò via attraverso i cieli, in direzione del suo magnifico palazzo; la capinera la seguì. La principessa arrivò a palazzo; cameriere e governanti le corsero incontro, la presero sottobraccio e la condussero nelle sale sontuose. La capinera si introdusse nel giardino, scelse un bell’albero, che per l’appunto stava sotto la finestra della camera da letto della principessa, si mise su un rametto e iniziò a cantare con una voce tanto gentile e languida, che la principessa, incantata, non poté chiudere occhio tutta la notte. Appena il bel solicello si fu levato, gridò Elena la Saggia con voce sonora: «Cameriere e governanti, correte subito in giardino; acchiappatemi quella capinera!». Cameriere e governanti si precipitarono in giardino, si misero a dare la caccia all’uccelletto canterino; macché, povere vecchie! La capinera svolazza di ramo in ramo, vola sotto il loro naso, ma senza lasciarsi prendere.
Spazientita, la principessa corse nel verde giardino, vuole lei stessa prendere la capinera; si avvicina a un cespuglio — l’uccellino non si muove dal ramo, sta con le ali abbassate, come se l’aspettasse. La principessa, felice, prese l’uccellino tra le mani, lo portò a palazzo, lo mise in una gabbia d’oro e la appese nella sua camera da letto. Il giorno passò, il sole calò, Elena la Saggia volò verso il prato verde, tornò, si tolse gli abiti, si mise in libertà e andò a letto. La capinera contempla il suo corpo bianco, la sua bellezza inaudita e trema dalla testa ai piedi. Quando la principessa si fu addormentata, la capinera si cambiò in mosca, uscì dalla gabbia d’oro si gettò sul pavimento e ridivenne un bel giovane. Si avvicinò il bel giovane al letto della principessa, guardava, guardava la bella e non poté trattenersi dal darle un bacio sulle labbra zuccherine. Vede che la principessa si sta svegliando, ridivenne svelto una mosca, rientrò nella gabbia e si tramutò in capinera.
Elena la Saggia aprì gli occhi, si guardò intorno: nessuno. «Avrò sognato!», si disse. Poi si girò sull’altro fianco e si riaddormentò. Il soldato era molto impetuoso; ci provò una seconda e una terza volta: la principessa ha il sonno leggero e si sveglia a ogni bacio. La terza volta, si alzò dal letto e dice: «Di certo non mi sbaglio: vediamo un po’ nel mio libro di magia». Consultò il suo libro di magia e venne subito a sapere che nella gabbia d’oro non c’era una semplice capinera, ma un giovane soldato. «Razza di villano!» gridò Elena la Saggia. «Esci dalla gabbia. Per la tua impudenza pagherai con la vita».
Non ci fu niente da fare — l’uccellino uscì dalla gabbia d’oro, si gettò sul pavimento e ridivenne un bel giovane. Cadde il soldato in ginocchio davanti alla principessa e le chiese perdono. «Perdi il tuo tempo, canaglia», rispose Elea la Saggia, e chiamò il boia perché tagliasse sul ceppo la testa al soldato. Subito apparve davanti a lei un gigante con un’ascia e un ceppo, gettò il soldato a terra, gli mise la testa impetuosa sul ceppo e alzò l’ascia. La principessa non doveva far altro che dare il segnale col suo fazzoletto e quella testa ardita sarebbe rotolata!… «Di grazia, bella principessa» implora il soldato piangendo «permettimi di cantare un’ultima volta». «Va bene, ma fa’ in fretta!» Il soldato intonò un canto talmente triste, talmente malinconico, che Elena la Saggia scoppiò in lacrime; ebbe pietà del povero giovane, dice al soldato: «Ti concedo dieci ore di rinvio; se, nel frattempo, riesci a nasconderti in modo che io non ti trovi, ti sposerò; se non riuscirai a farlo, ti farò tagliare la testa».
Il soldato uscì dal palazzo, si addentrò in una fitta foresta, si sedette sotto un cespuglio e si mise a pensare, con la morte nel cuore: «Ah, Maligno! Tu sei la colpa di tutte le mie sventure». Il Maligno subito gli apparve: «Che vuoi, soldato?». «Ahimè» dice «sto per morire! Come nascondermi da Elena la Saggia?» Il Maligno si gettò sull’umida terra e si cambiò in un’aquila cenerina: «Sali sulla mia schiena, soldato; io ti porterò nell’alto dei cieli». Il soldato salì sull’aquila: l’aquila si alzò nel cielo e volò oltre le nuvole cupe. Passarono cinque ore, Elena la Saggia prese il suo libro di magia, lo consultò e vide tutto come sul palmo della mano; esclamò con voce sonora: «Hai volato abbastanza nei cieli, aquila; posati, non puoi sfuggire ai miei occhi». L’aquila ridiscese a terra.
Il soldato era più che mai desolato: «Che fare ora? Dove nascondermi?». «Aspetta» dice il Maligno «ti aiuterò». Si avvicinò al soldato, gli diede uno schiaffo e lo tramutò in spillo; poi si trasformò in topolino, prese la spilla tra i denti, si intrufolò a palazzo, trovò il libro di magia e ci piantò dentro la spilla. Passarono le ultime cinque ore, Elena la Saggia prese il suo libro di magia, lo guardò, lo sfogliò, ma il libro non le dice niente; furiosa, la principessa lo gettò nel fuoco. La spilla cadde dal libro, si gettò sul pavimento e ridivenne un bel giovane. Elena la Saggia lo prese per mano. «Io» dice «sono scaltra, ma tu lo sei più di me!» Si sposarono senza porre indugi e, da allora, vivono d’amore e d’accordo.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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