Giornata Mondiale della Traduzione 2017

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Senza la traduzione
abiteremmo province
confinanti con il silenzio.

George Steiner

 

Sulla metafora del silenzio si basa anche il pensiero di Peter Bush, secondo cui “La letteratura non è un’arte universale come la pittura, o meglio lo è solo grazie alla traduzione. La letteratura è piuttosto come la musica, ha bisogno di un interprete per dar voce a note che altrimenti resterebbero mute”, mentre José Saramago, coerente ma forse un po’ più concreto, sostiene che “Gli scrittori creano la letteratura nazionale, mentre i traduttori rendono universale la letteratura”.

Domani si celebrerà la 26ª Giornata Mondiale della Traduzione, fissata il 30 settembre in onore di San Gerolamo, patrono ufficiale dei traduttori grazie alla sua colossale impresa di traduzione dell’intera Bibbia dall’ebraico al latino.

Ancora oggi in Italia la figura del traduttore riceve scarso riconoscimento, professionale ed economico, ma questo non smorza la dedizione che l’esercito dei traduttori riversa nello svolgimento del proprio lavoro.
Seppur a fronte del quasi anonimato e di una remunerazione di cui spesso non si riesce a vivere, i traduttori sono, e rimangono, ben consapevoli di quanto fondamentale sia il loro ruolo nella società iper-globalizzata dei giorni nostri.

Pensate alla piacevole sensazione che provate quando guardate un bel film o leggete un buon libro. Ora pensate che, in un buon 80% dei casi, ma forse anche di più, quella sensazione vi sarebbe negata se non esistessero i traduttori, dato che gran parte della letteratura, odierna e non, e ancor più della produzione cinematografica, non nasce certo in italiano.

Ecco allora che la giornata di domani dovrebbe essere un monito per tutti coloro che non si rendono conto di quanto fragile sia l’equilibrio della comunicazione interlinguistica e interculturale, ma ancor più vorrebbe essere un invito a provare a scoprire il mondo sommerso, e spesso bistrattato, della traduzione perché, proprio come molti altri ambiti lavorativi, è un universo fatto di persone che si danno da fare, ma, soprattutto, di persone che, a dispetto del risicato riscontro personale che ne ricevono, amano in modo viscerale e sincero quello che fanno.

 

Buona Giornata della Traduzione
a tutte e tutti!!!

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Emelja lo sciocco

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C’era una volta in un villaggio un contadino che aveva tre figli: due erano intelligenti e il terzo, Emelja, un babbeo. Quando il padre ebbe vissuto a lungo e si fu fatto vecchio, chiamò i suoi figli e disse loro: «Miei cari ragazzi! Sento che mi resta ben poco da vivere; vi lascio la casa e il bestiame, che vi dividerete in parti uguali; vi lascio anche del denaro, cento rubli a testa». Morì di lì a poco il padre e i figli, dopo averlo degnamente interrato, vivevano di buona intesa. Un giorno i fratelli di Emel’jan decisero di andare in città al mercato con quei trecento rubli che aveva lasciato loro il padre, e dissero allo sciocco Emel’jan: «Senti, sciocco, noi andiamo in città, prendiamo anche i tuoi cento rubli e, quando i nostri affari saranno andati in porto, riceverai anche tu la tua parte e ti compreremo un vestito rosso, un berretto rosso e degli stivali rossi. Aspettaci qui a casa; se le nostre mogli e tue cognate (tutti e due erano sposati) ti chiedono di fare qualcosa, fallo». Lo sciocco, incantato all’idea di avere un vestito rosso, un berretto rosso e degli stivali rossi, rispose ai fratelli che avrebbe fatto tutto quello che gli avessero domandato. Dopodiché i suoi fratelli partirono per la città, mentre lo sciocco restò a casa con le cognate.
Qualche tempo dopo, in una giornata d’inverno in cui gelava da spaccare le pietre, le due cognate volevano spedirlo a prendere l’acqua. Ma lo sciocco, sdraiato sulla stufa, replicò: «E voi?». Le cognate gli gridarono: «Come sarebbe, sciocco, e noi? Eppure vedi che fa un freddo cane, tocca a un uomo andare!». Ma quello disse: «Mi sento fiacco!». Le cognate di nuovo gli gridarono: «Come fiacco? Be’, se vuoi mangiare… perché senz’acqua non si può certo cucinare». E aggiunsero: «Va bene, diremo ai nostri mariti, quando torneranno, di non darti né il vestito rosso, né le altre cose che ti avranno comprato», sentendo la qual cosa lo sciocco, che desiderava tanto il vestito rosso e il cappello, si vide costretto ad andare, scese dalla stufa, si mise le scarpe e il cappotto. Finalmente pronto, prese dei secchi e un scure, se ne andò al fiume (perché il loro villaggio era proprio accanto a un fiume) e quando arrivò al fiume fece un buco nel ghiaccio, un buco enorme. Poi riempì i secchi d’acqua, li poggiò sul ghiaccio e rimase lì accanto a guardare l’acqua.
Ed ecco che lo sciocco vide nuotare nel buco un grosso luccio; a Emelja, nonostante fosse idiota, venne tuttavia in mente di catturarlo e per questo si avvicinò piano piano; gli andò vicino, lo acchiappò improvvisamente con la mano, lo tirò fuori dall’acqua e lo infilò sotto la giacca per portarselo a casa. Ma il luccio disse: «Che fai, sciocco? Perché mi hai catturato?». «Come perché?» rispose quello. «Ti porterò a casa e ti farò ccucinare dalle mie cognate». «No, sciocco, non portarmi a casa; lasciami andare; in cambio ti farò diventare un uomo ricco». Ma lo sciocco, diffidente, voleva andare a casa. Il luccio, vedendo che lo sciocco non lo mollava, disse: «Senti, sciocco, rimettimi nell’acqua; come ricompensa realizzerò anche il più piccolo dei tuoi desideri». Lo sciocco, a queste parole, si rallegrò molto, poiché era un terribile pigrone, e pensò: “Se il luccio realizzerà anche il mio più piccolo desiderio, tutto sarà fatto, non avrò più bisogno di lavorare!”. Disse al luccio: «Io ti lascerò libero, ma tu mantieni la tua promessa!», al che il luccio rispose: «Tu prima rimettimi nell’acqua, e poi salderò il mio debito». Ma lo sciocco pretese che il luccio prima mantenesse la sua promessa e poi lo avrebbe lasciato. Vedendolo così pstinato, il luccio disse: «Se vuoi che io ti dica come realizzare ogni tuo più piccolo desiderio, allora bisogna che tu ora mi dica quel che desideri». Lo sciocco gli disse: «Voglio che i miei secchi con l’acqua salgano da soli la montagna (il villaggio era su di un’altura) e che l’acqua non si versi». Il luccio gli disse subito: «Non temere, non si verserà! Ma ricorda le parole che sto per pronunciare; ecco di che si tratta: come il luccio comanda su mia domanda, risalite soli, secchi, la montagna!». Lo sciocco ripeté: «Come il luccio comanda su mia domanda, risalite soli, secchi, la montagna!», e all’istante secchi e bilanciere scalarono soli il pendio. Emelja ne rimase strabiliato; poi disse al luccio: «Sarà sempre così?». Al che il luccio rispose che «tutto sarà sempre come desidererai, ma non dimenticare le parole che ti ho detto». Allora lo sciocco lo rimise nell’acqua, e lui seguì i secchi. I suoi vicini, stupefatti, dicevano tra loro: «Ma che diavolo combina questo sciocco? I secchi con l’acqua si muovono da soli e lui dietro». Ma Emelja, senza dir loro una parola, giunse a casa; i secchi entrarono nell’izbà e si andarono a mettere sulla panca, mentre lo sciocco si arrampicò sulla stufa.
Qualche tempo dopo, le cognate tornarono alla carica: «Emelja come sei pigro! Dovresti andare a spaccare la legna». Ma lo sciocco replicò: «E voi allora?». «Come sarebbe a dire, e noi?» gli gridarono le cognate. «Siamo in inverno, no? E se non vai a fare la legna, avrai freddo anche tu». «Mi sento fiacco!», disse lo sciocco. «Come fiacco?» dissero le cognate. «Gelerai, andiamo». Poi aggiunsero: «Se ti rifiuti di andare a tagliare la legna, noi diremo ai nostri mariti di non darti né il vestito rosso, né il berretto rosso, né gli stivali rossi». Lo sciocco, che desiderava il vestito, il berretto e gli stivali rossi, fu obbligato a obbedire; ma poiché era oltremodo pigro e non aveva voglia di scendere dalla stufa, mormorò piano piano, sempre restando steso sulla stufa, queste parole: «Come il luccio comanda su mia domanda, scure, vai a spaccare la legna, e voi, ciocchi, entrate da soli nell’izbà e nella stufa». La scure all’improvviso si precipitò in cortile e si mise a lavorare; i ciocchi entrarono da soli nell’izbà per infilarsi nella stufa: il tutto sotto lo sguardo delle cognate, stupefatte per l’astuzia di Emel’jan. E così ogni giorno: appena ordinano allo sciocco di fare la legna, la scure fa da sola il suo dovere.
Ed egli visse con le cognate per qualche tempo; poi le cognate gli dissero: «Emelja, ora non abbiamo più legna; vai a tagliarne nel bosco». Lo sciocco disse loro: «E voi allora?». «Come sarebbe, e noi?» risposero le cognate. «Il bosco è lontano, e ora è inverno, avremmo freddo ad andare nel bosco per la legna». Ma lo sciocco disse loro: «Mi sento fiacco!». «Come fiacco?» gli dissero le cognate. «Sarai il primo a gelare; e poi, se ti rifiuti, allora quado arriveranno i tuoi fratelli, nostri mariti, diremo loro di non darti niente: né vestito rosso, né berretto rosso, né stivali rossi». Lo sciocco, che desiderava il vestito rosso, il berretto rosso e gli stivali rossi, fu obbligato ad andare nel bosco a far legna; si alzò, scese dalla stufa e in fretta si mise le scarpe e il cappotto.
Finalmente pronto, uscì in cortile, tirò fuori la slitta da sotto la tettoia, prese una corda e la scure, si sedette nella slitta e disse alle cognate di aprire il cancello. Le cognate, vedendolo nella slitta, ma senza il cavallo, poiché lo sciocco non aveva attaccato il cavallo, gli dissero: «Che fai, Emelja, seduto nella slitta, se non attacchi il cavallo?». Ma lui disse che non sapeva che farsene del cavallo e che gli aprissero solo il cancello. Le cognate aprirono il cancello e lo sciocco, seduto nella slitta, disse: «Come il luccio comanda su mia domanda, slitta, corri nel bosco!». A queste parole subito la slitta partì dal cortile, sotto gli occhi dei contadini vicini, sbalorditi di vedere Emel’jan passare in una slitta senza cavallo e a una buona andatura: se ne avesse avuti due di cavalli, non sarebbe andato certo più veloce! Siccome la strada per il bosco passava per la città, lo sciocco la attraversò; ma dato che non sapeva che bisognava gridare per non schiacciare la gente, passò senza gridare che si mettessero da un lato e investì parecchia gente; e sebbene gli corressero dietro, tuttavia non poterono raggiungerlo.
Emelja lasciò la città e arrivao nel bosco si fermò, scese dalla slitta e disse: «Come il luccio comanda su mia domanda, scure, taglia della legna, e voi, ciocchi, ammucchiatevi da soli sulla slitta e legatevi!». Detto fatto, la scure si mise all’opera e i ciocchi si ammucchiarono da soli sulla slitta e si legarono con la corda. Quando ebbe finito di tagliare la legna, ordinò ancora alla scure di tagliargli un bastone. Quando la scure l’ebbe tagliato, rimontò sul suo carro e disse: «Andiamo, come il luccio comanda su mia domanda, ritorna a casa da sola, slitta!». Subito la slitta partì a una buona andatura, ma quando passò nella città in cui aveva investito un sacco di gente, già lo stavano aspettando per saltargli addosso; appena entrato in città, fu preso e tirato giù dalla slitta; dopodiché iniziarono a picchiarlo. Lo sciocco, vedendo che lo avevano tirato giù e lo picchiavano, mormorò queste parole: «Come il luccio comanda su mia domanda, bastone, rompigli braccia e gambe!». Subito il bastone si sollevò e giù a bastonare tutti. E approfittando della confusione, lo sciocco se ne scappò a casa, mentre il bastone gli andava dietro dopo aver massacrato di botte gli assalitori. Appena arrivato a casa, Emelja si arrampicò sulla stufa.
Da allora, si cominciò a parlare di lui un po’ dappertutto. Non tanto di come aveva investito un sacco di gente, quanto dello strano modo che aveva di spostarsi in una slitta senza cavallo. Piano piano le dicerie giunsero fino alle orecchie del re. Appena il relo venne a sapere, fu preso dalla smania di vederlo e per questo mandò un ufficiale e alcuni soldati a cercarlo. L’emissario del re partì immediatamente dalla città e prese quella strada che lo sciocco aveva fatto per andare nel bosco. Arrivato al villaggio dove viveva Emelja, l’ufficiale convocò lo starosta, cioè l’anziano del villaggio e gli disse: «Sono stato mandato dal re a prendere il vostro sciocco per portarlo da lui». Lo starosta gli indicò subito lìizbà dove viveva Emelja, e l’ufficiale entrò nell’izbà e chiese: «Dov’è lo sciocco?», ma quello rispose da sopra la stufa: «Perché lo cerchi?». «Come perché? Vestiti in fretta; ti devo portare dal re». Ma Emelja replicò: «Per che fare?». L’ufficiale, esasperato da una tale insolenza, gli diede uno schiaffo. Lo sciocco, vedendo che lo battevano, mormorò: «Come il luccio comanda su mia domanda, bastone, rompigli braccia e gambe!». Subito il bastone saltò su e cominciò a bastonarli, e li massacrò tutti — ufficiale e soldati. L’ufficiale fu costretto a tornare indietro; arrivato in città, riportarono al re che lo sciocco li aveva massacrati tutti, Sorpreso e non potendo credere che lo sciocco da solo avesse avuto ragione di tutti loro, il re scelse una persona di spirito con l’incarico di portargli lo sciocco con qualsiasi mezzo, compreso l’inganno.
L’emissario del re si mise in cammino e, appena giunto al villaggio dove viveva Emelja, convocò lo starosta e gli disse: «Sono stato mandato dal re a prendere il vostro sciocco; tu fai venire qui quelli che abitano con lui». Lo starosta si affrettò ad andare a chiamare le cognate. L’emissario del re chiese loro: «Cosa piace al vostro sciocco?». Le cognate risposero: «Egregio signore, lo sciocco ama… se gli chiedete insistentemente qualcosa, la prima volta rifiuta, la seconda pure, ma alla terza la fa; non ama essere strapazzato». L’emissario del re le congedò, raccomandandosi di non dire a Emelja che le aveva chiamate. Poi comprò dell’uva passa, delle prugne e dei fichi secchi, andò dallo sciocco e, appena entrato nell’izbà, disse, avvicinandosi alla stufa: «Che fai steso là, Emelja?», e gli offre l’uva passa, le prugne e i fichi secchi e lo solletica: «Andiamo dal re, Emelja, ti ci porterò io». Ma lo sciocco disse: «Sto bene al caldo anche qui!», poiché non amava altro che il caldo. L’uomo, però, insisteva: «Andiamo, Emelja, ti prego; starai bene laggiù!». Lo sciocco diceva: «Mi sento fiacco!». L’altro riprese: «Vieni, ti prego; il re ti farà fare un vestito rosso, un berretto rosso, e degli stivali rossi».
Lo sciocco, sentendo che gli avrebbero dato un vestito rosso se fosse andato, disse: «Vai avanti, io ti seguo». L’emissario non insité oltre, si allontanò e chiese piano alle cognate: «Non sta cercando di ingannarmi lo sciocco?». Ma quelle gli garantirono che no. L’emissario dunque tornò indietro, mentre lo sciocco, dopo essere rimasto ancora un po’ steso sulla stufa, disse: «Ah, non ho proprio voglia di andare a trovare il re; ma pazienza!». Poi disse: «Allora, come il luccio comanda su mia domanda, stufa, vai dritta in città!». Subito l’izbà si spaccò, la stufa uscì fuori dall’izbà, lasciò il cortile e partì di volata, tanto veloce che sarebbe stato impossibile raggiungerla; e quello raggiunse ancora per strada l’emissario che era andato a prenderlo, e arrivò con lui a palazzo.
Quando il re vide che era arrivato lo sciocco, uscì con tutti i suoi ministri per vederlo e, accorgendosi che Emelja era arrivato sopra una stufa, non disse niente; poi il re gli chiese: «Perché hai investito tanta gente andando nel bosco per fare legna?». Ma Emelja disse: «Non è colpa mia! Perché non si sono fatti da parte?». In quel momento, la figlia del re si affacciò alla finestra e guardò lo sciocco; Emelja per casoalzò gli occhi verso la finestra di lei, e trovandola lo sciocco bellissima mormorò: «Vorrei, come il luccio comanda su mia domanda, che quella bella si innamorasse di me!». Appena dette queste parole, la figlia del re lo guardò e si innamorò di lui. Dopodiché lo sciocco disse: «Su, come il luccio comanda su mia domanda, stufa, torna a casa!». La stufa obbedì immediatamente e, giunta a casa, riprese il suo posto abituale.
Emelja ricominciò la sua vita tranquilla; ma diversamente andavano le cose a palazzo, poiché, dopo le parole dello sciocco, la figlia del re si era innamorata di lui e supplicava il padre di fargli sposare lo sciocco. Il re, furioso contro lo sciocco, non sapeva come ricondurlo là. Allora i ministri gli consigliarono di incaricare quell’ufficiale che era andato la prima volta da Emelja e non era stato capace di portarlo; l’idea piacque al re, che, per punizione, chiamò l’ufficiale. Quando l’ufficiale gli si presentò, il re gli disse: «Senti, caro, ti avevo mandato in precedenza a cercare lo sciocco, ma hai fallito; per punizione, ti ci mando un’altra volta: portamelo qui, costi quel che costi; se ci riuscirai, saprò ricompensarti, altrimenti sarai punito». L’ufficiale ascoltò il re e partì immediatamente per andare a prendere lo sciocco; quando arrivò al villaggio, covocò di nuovo lo starosta e gli disse: «Eccoti del denaro; compra il necessario per un buon pranzo e poi invita per domani Emelja:quando sarà da te a pranzo, fallo ubriacare finché non si addormenti».
Lo starosta sapeva che quello veniva da parte del re, fu costretto a obbedirgli; comprò il necessario e invitò lo sciocco. L’ufficiale seppe che Emelja aveva accettato l’invito e lo aspettava con grande gioia. Il giorno dopo arrivò lo sciocco; lo starosta iniziò a versargli da bere in grande quantità e lo fece ubriacare finché non si fu addormentato. L’ufficiale, vedendo che dormiva, lo legò subito, fece avvicinare la sua carrozza e poi ce lo mise dentro; quindi montò anche l’ufficiale nella carrozza e lo portò in città. Arrivato in città, lo condusse dritto a palazzo. I ministri annunciarono al re l’arrivo dell’ufficiale. Quando il re lo seppe, ordinò all’istante di portare un enorme barile cerchiato di ferro. Detto fatto. Il re, vedendo che tutto era pronto, ordinò di chiudere sua figlia e lo sciocco dentro il barile, di sigillarlo con del catrame; quando li ebbero chiusi nel barile e sigillati con il catrame, allora il re ordinò di gettarli in mare sotto i suoi occhi. Su suo ordine furono subito gettati, e il re tornò in città.
Ma il barile, abbandonato alle onde, galleggiò per alcune ore; lo sciocco continuava a dormire, ma quando si svegliò non vide altro che del nero e si chiese: «Dove sono?», credendosi solo. La principessa gli disse: «Emelja, sei in un barile con me». «E tu chi sei?», chiese lo sciocco. «La figlia del re», rispose lei e gli spiegò perché erano stati chiusi insieme nel barile; lo pregò poi di liberarli. Al che lui replicò: «Sto bene al caldo anche qui!». «Di grazia» lo implorava la principessa «abbi pietà delle mie lacrime; facci uscire tutti e due da questo barile». «Un corno!» rispose Emelja. «Mi sento fiacco!» La principessa lo supplicò di nuovo: «Di grazia, Emelja, liberami da questo barile, non mi far morire». Lo sciocco, commosso dalle preghiere e dalle lacrime di lei, le disse: «E sia, lo farò per te». Poi mormorò: «Come il luccio comanda su mia domanda, mare, lancia il barile in cui siamo sulla riva, all’asciutto, il più vicino possibile al nostro paese; e tu, barile, quando sarai all’asciutto, apriti da solo!».
Appena lo sciocco ebbe pronunciato queste parole, il mare iniziò ad agitarsi e proiettò il barile sulla riva all’asciutto, e il barile si aprì da solo. Emelja si alzò e insieme alla principessa si incamminò per la spiaggia; lo sciocco si rese conto che erano in un’isola magnifica, dove cresceva ogni sorta di albero carico di frutta. La principessa, vedendo tutto quel ben di Dio, si rallegrò moto di essere capitata in un’isola tanto bella; dopodiché disse: «Allora, Emelja, dove abiteremo? Poiché qui non c’è nemmeno una capanna». Ma lo sciocco rispose: «Come sei difficile!». «Di grazia, Emelja, fai apparire una casetta» diceva la principessa «per poterci riparare quando piove»; infatti la principessa sapeva che lui poteva fare ciò che voleva. Ma lo sciocco replicò: «Mi sento fiacco!». Lei tornò alla carica e Emelja, commosso dalle sue preghiere, finì per acconsentire; si allontanò da lei di qualche passo e disse: «Come il luccio comanda su mia domanda, che in mezzo all’isola appaia un palazzo più bello di quello del re e che il mio palazzo sia unito a quello reale tramite un ponte di cristallo, e nel palazzo abitino persone di ogni condizione». Appena ebbe pronunciato queste parole, apparvero all’istante un vasto palazzo e un ponte di cristallo. Lo sciocco, accompagnato dalla principessa, entrò nel palazzo e passò per saloni riccamente ammobiliati, con molta gente, valletti e portantini, pronti ai suoi ordini. Lo sciocco, vedendosi più misero e stupido delle altre persone, desiderò migliorare e perciò disse: «Come il luccio comanda su mia domanda, che io diventi bello come nessuno e straordinariamente intelligente!». Fece appena in tempo a pronunciare queste parole, che divenne all’istante di una bellezza e un’intelligenza sorprendenti.
Allora mandò Emelja uno dei suoi servitori al re per invitarlo da lui con tutti i ministri. Il messaggero di Emelja andò dal re passando per il ponte di cristallo creato dallo sciocco; arrivato a palazzo, i ministri lo condussero davanti al re e il messaggero di Emelja disse: «Sire! Sono stato mandato dal mio padrone con l’incarico di invitarvi a cena». Il re chiese: «Chi è il tuo padrone?». Al che il messaggero replicò: «Non posso dirvelo (lo sciocco gli aveva raccomandato di mantenere il segreto); del mio padrone non si sa niente; vi parlerà lui stesso di sé durante la cena». Punto dalla curiosità di sapere chi l’avesse invitato, il re disse al messaggero che sarebbe andato senza meno. Appena partito il messaggero, il re si mise subito in strada con tutti i suoi ministri. Il messaggero, al suo ritorno, disse che il re non avrebbe mancato di venire: infatti il re stava già arrivando dallo sciocco attraverso il ponte di cristallo, attorniato dai suoi signori.
Appena il re arrivò a palazzo, Emelja gli si fece incontro, lo prese per le bianche mani, lo baciò sulle labbra zuccherine, lo fece entrare gentilmente nel suo palazzo di pietra bianca, lo fece sedere a tavoli di quercia coperti di tovaglie preziose e carichi di cibi succulenti e bevande delicate. Il re e i ministri mangiarono e bevvero a volontà e stettero in allegria; terminata la cena e sedutisi nel salotto, lo sciocco disse al re: «Sire, mi riconoscte?». Il re disse di no, poiché Emelja era irriconoscibile a causa dei suoi abiti sontuosi e della bellezza del viso. Ma lo sciocco disse: «Vi ricordate, Vostra Maestà, dello sciocco che era venuto al vostro palazzo su di una stufa e che voi faceste chiudere con vostra figlia in un barile e gettare in mare? Ebbene, guardatemi, sono io quell’Emelja!». Il re, vedendolo davanti a sé, si spaventò molto e non sapeva che fare; nel frattempo, lo sciocco era andato a chiamare la principessa e la portò davanti a suo padre. Il re, vedendo la figlia, si rallegrò molto e disse allo sciocco: «Per riparare ai miei torti, ti do mia figlia in sposa». Lo sciocco ringraziò umilmente il re e, dato che aveva preparato già tutto per le nozze, queste furono celebrate il giorno stesso, in pompa magna. Il giorno dopo, lo sciocco offrì un magnifico festino a tutti i ministri e fece preparare all’aria aperta dei tini di bevande varie per la gente del popolo. Alla fine dei festeggiamenti, il re parlò di cedergli il suo reame, ma Emelja rifiutò. Dopodiché, il re se ne tornò nel suo reame e lo sciocco visse felice e contento nel suo palazzo.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Giornata Europea delle Lingue 2017

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26 settembre: Giornata Europea delle Lingue.

Una giornata in cui emerge tutto l’amore per le lingue studiate negli anni, ma, a tratti, anche tutta la frustrazione del non avere possibilità o sbocchi professionali che mi permettano di usarle e mantenerle vive.

Obiettivi di questa giornata, proclamata nel 2001 dal Consiglio d’Europa, sono la sensibilizzazione sull’importanza dell’apprendimento delle lingue per migliorare il plurilinguismo e la comprensione interculturale, promuovere la diversità linguistica dell’Europa e incoraggiare uno studio delle lingue esteso a tutta la vita.

Ammetto di essermi domandata, da quando ne ho scoperta l’esistenza, perché questa giornata si limiti all’Europa e non sia estesa a livello globale, ma alla fine ho deciso che non ha senso dedicare tempo ed energie a questioni di cui non ho modo di venire a capo.

La cosa che più mi dispiace, in generale ma in maniera particolare in una giornata come questa, è la predominanza dell’inglese su tutte le altre lingue. Per avendone di recente riapprezzato le potenzialità e le squisitezze strettamente linguistiche, continuo a rammaricarmi di quanto questa prevalenza sia limitante.
Questa situazione porta infatti a una scelta quasi obbligata nell’ambito dello studio e a una, secondo me netta, diminuzione delle opportunità di lavoro, dato che la battaglia per eventuali posti disponibili finisce per farsi serratissima, ma all’interno di uno squadrone piuttosto omologato di candidati.

Portando la mia situazione a esempio, sono stata assunta 5 anni e mezzo fa perché studiavo russo. Da allora a oggi, almeno il 95% delle mansioni che mi sono state assegnate prevedevano l’uso esclusivo dell’inglese.
Che dire? Un tantino sbilanciata come proporzione, no?

Le lingue sono la concretizzazione “materiale” del pensiero e della cultura dei popoli, quindi trovo che sarebbe molto più affascinante se ci si sforzasse almeno un pochino di valorizzarle, invece di perseverare, imperterriti, nel voler uniformare il linguaggio. Forse questa scelta rende la comunicazione più rapida e agevole, ma comporta la perdita di infinite sfumature di significato, proprie di ogni singola lingua e, almeno a mio parere, un coseguente impoverimento collettivo. Se la parola è pensiero che si “materializza”, parlare tutti la stessa lingue significherebbe finire per pensare tutti allo stesso modo, o comunque secondo gli stessi schemi e le stesse linee guida.
Non trovate che sia triste?

Detto questo, me ne vado a festeggiare quel resta di questa magnifica giornata con una bella passeggiata, in piacevole compagnia di musica in italiano, inglese e russo!

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Giustizia e ingiustizia

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In un reame vivevano due contadini: Ivan e Naum. Erano molto amici e si misero insieme a cercare lavoro. Cammina cammina, si ritrovarono in un ricco borgo e si fecero assumere da padroni diversi; dopo aver lavorato una settimana, si incontrarono la domenica. «Quanto hai guadagnato, fratello?», domandò Ivan. «Il Signore mi ha dato cinque rubli!» «Il Signore! Ti darebbe assai se non lavorassi!» «No, fratello, senza l’aiuto di Dio, non farai mai niente di buono, non avrai mai un soldo!» Qui la discussione si riscaldò e portò a questa decisione: «Seguiamo la strada e domandiamo al primo venuto chi ha ragione. Il perdente dovrà cedere tutti i soldi che ha guadagnato».
Detto fatto; fecero una ventina di passi: incontrano un diavolo con le sembianze di un uomo. Interrogato, rispose: «Conta solo su quello che ti sei guadagnato! Non sperare in Dio, non ti darà nemmeno una copeca!». Naum cedette tutti i suoi soldi a Ivan e tornò dal padrone a mani vuote. Passò un’altra settimana; i due si ritrovarono la domenica e riprese la stessa discussione. Naum dice: «Anche se hai preso i miei soldi la settimana scorsa, il Signore stavolta me ne ha dati anche di più!». «Va bene» replica Ivan «se tu pensi che sia un regalo di Dio e non la tua paga, allora andiamo di nuovo a domandare al primo venuto chi ha ragione. Quello che risulterà in torto sarà privato dei suoi soldi e avrà il braccio destro tagliato». Naum accettò.
Seguirono la strada; incontrarono lo stesso diavolo dell’altra volta, che rispose come aveva già fatto. Ivan prese i soldi al compagno, gli tagliò il braccio destro e lo abbandonò. Naum rifletté lungamente: cosa avrebbe fatto senza un braccio? Chi avrebbe voluto occuparsi di lui? In conclusione, Dio è misericordioso! Se ne andò in riva al fiume e si stese sotto una barca: «Intanto passerò la notte qui e, domani mattina, vedrò il da farsi: la notte porta consiglio».
A mezzanotte precisa, un gran numero di diavoli si riunì intorno alla barca e cominciarono a vantarsi tra loro delle proprie malefatte. Uno dice: «Ho risolto falsamente una disputa tra due contadini e quello che aveva ragione ha avuto un braccio tagliato». Un altro allora disse: «Sciocchezze! Gli basterà rotolarsi tre volte nella rugiada e il braccio gli ricrescerà!». «Io, invece» prese a vantarsi un terzo «ho gettato il malocchio sulla figlia unica di un ricco signore: sta per morire!» «Ma sì!» replicò un quarto. «Colui che avrà pietà del padre, guarirà di sicuro la figlia. Il rimedio è semplice: si prende una certa erba, se ne fa un infuso, ci si bagna la figlia e quella tornerà sana!» «Un contadino» si mise a dire un quinto «ha messo un mulino ad acqua su di un stagno, ma già da molti anni si affatica invano: ogni volta che finisce di costruire la diga, io faccio un buco e faccio passare l’acqua». «Che imbecille, il tuo contadino!» disse un sesto demone. «Dovrebbe solo coprire meglio di fascine la sua diga, e, se l’acqua si dovesse perdere, dovrebbe solo gettare un fascio di paglia nella breccia e sarebbe la tua rovina!»
Naum ascoltò tutto e il giorno dopo recuperò il suo braccio destro, poi riparò la diga del contadino e guarì la figlia del signore. Lo ricompensarono generosamente e il contadino e il signore: così iniziò una vita di agi. Un giorno incontrò il suo vecchio compagno; quello si meravigliò e gli fece un sacco di domande: dove aveva recuperato, dice, il suo braccio e come aveva fatto fortuna? Naum gli raccontò tutto, senza nascondere nulla. Ivan lo ascoltò e pensa: “Un momento, farò così anch’io e diventerò anche più ricco!”. Se ne andò in riva al fiume e si stese sotto la barca. A mezzanotte, i diavoli si riunirono. «Sapete fratelli» dice uno di loro «ci deve essere qualcuno che ci spia. Quel contadino ha recuperato il suo braccio, la figlia del signore è guarita e la diga funziona!»
Si precipitarono a guardare sotto la barca; scoprirono Ivan e lo fecero a pezzetti. Il lupo ha pagato le lacrime dell’agnello!

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Il lupo e la capra

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C’era una volta una capra che si era costruita una capanna nel bosco e aveva messo al mondo dei capretti. Spesso andava nella foresta in cerca di cibo; non appena esce, i capretti sprangano la porta e restano in casa. Al suo ritorno, la capra bussa alla porta e canticchia: «Capretti, pargoletti! Aprite, aprite in fretta! Sono stata nella pineta, ho brucato l’erba di seta, ho bevuto dell’acqua gelata. Scorre il latte dalle mammelle, dalle mammelle sugli zoccoli, dagli zoccoli si perde per terra!». I capretti si affrettano ad aprire la porta e fanno entrare la madre, che li allatta e poi torna nella foresta, mentre i capretti si chiudono dentro a doppia mandata.
Il lupo aveva sentito tutto origliando; aspettò il momento buono, e non appena la capra fu andata nella foresta, si avvicinò alla capanna e gridò con la sua voce cvernosa: «Figlioletti, piccoletti, aprite, aprite in fretta! È arrivata la mamma, carica di latte, con gli zoccoli pieni d’acqua!». Ma i capretti rispondono: «No, no, non è la vocetta della mamma! La nostra mamma ha una voce sottile e dice altre cose». Il lupo se ne andò e si nascose. Ecco arrivare la capra che bussa: «Capretti, pargoletti! Aprite, aprite in fretta! Sono stata nella pineta, ho brucato l’erba di seta, ho bevuto dell’acqua gelata. Scorre il latte dalle mammelle, dalle mammelle sugli zoccoli, dagli zoccoli si perde per terra!».
I capretti lasciarono entrare la madre e le raccontarono che era venuto il lupo cattivo e voleva mangiarli. La capra li allattò e, uscendo per andare nella foresta, raccomandò fermamente di non aprire per nessun motivo al mondo a chiunque si fosse avvicinato all’izbà e avesse parlato loro con voce cavernosa e non avesse ripetuto le sue precise parole. Si era appena allontanata la capra, che il lupo sopraggiunse di corsa, bussò alla porta dell’izbà e cominciò a canterellare con una vocetta flebile: «Capretti, pargoletti! Aprite, aprite in fretta! Sono stata nella pineta, ho brucato l’erba di seta, ho bevuto dell’acqua gelata. Scorre il latte dalle mammelle, dalle mammelle sugli zoccoli, dagli zoccoli si perde per terra!». I capretti aprirono la porta, il lupo si precipitò nell’izbà e li divorò tutti; si salvò solo un capretto, che si era nascosto nel forno.
La capra torna; ma aveva un bel canticchiare, nessuno le rispondeva. Si avvicinò di più alla porta e vede tutto spalancato; entrò, tutto era deserto; guardò dentro il forno e scoprì l’unico capretto rimasto. Quando la capra conobbe la sua disgrazia, si accasciò su una panca e iniziò a piangere amaramente e a lamentarsi: «Ah, piccolini miei, caprettini! Perché avete aperto-spalancato, siete finiti in bocca al lupo cattivo? Vi ha divorati tutti e ha gettato me, la capra, nel dolore e nello sconforto».Il lupo, che l’aveva sentita, penetra nell’izbà e dice alla capra: «Oh, comare, comare! Di cosa mi accusi? Non sono stato io! Andiamo a fare una passeggiata nella foresta». «No, compare, non ho l’umore adatto per fare passeggiate». «Ma su, andiamo!», insiste il lupo.
Se ne andarono nel bosco, trovarono una fossa, e in quella fossa i briganti avevano cotto da poco della polenta, e c’era rimasto fuoco a sufficienza. La capra dice al lupo: «Compare, perché non proviamo a vedere chi riuscirà a saltare la fossa?». Detto fatto. Il lupo saltò e cadde nella fossa ardente; la sua pancia per il calore scoppiò e ne saltarono fuori i capretti, che si precipitarono verso la loro mamma. Da allora, vivono felici e contenti, sono diventati furbi e non si cacciano nei pasticci.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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La quercia profetica

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È brutto che una moglie abbia un marito vecchio, è male che un vecchio abbia una moglie giovane! Da un orecchio entra, dall’altro esce, in un baleno — te la fa sotto gli occhi, dall’acqua esce asciutta: e vedi e sai, ma non la prendi mai!
A un buon vecchio toccò una moglie giovane, una furbacchiona. Lui la istruisce, e lei in risposta: «Non è per te, vecchio fannullone, bere, né mangiare, né camicie bianche portare!». E se non hai pazienza, dici un’iiriverenza: una vecchia storia! Ecco che ebbe l’idea di dare una lezione alla moglie. Andò al bosco, riportò un fascio di legna e dice: «Al mondo succedono prodigi prodigiosi: nel bosco una vecchia quercia mi ha detto quel che è stato, il futuro ha indovinato!». «Oh, anch’io ci corro! Perché sai vecchio: ci muoiono le galline, il bestiame non sta in piedi… Vado a farci due chiacchiere; forse mi dirà qualcosa». «Bene, vai alla svelta, finché la quercia parla; se si azzittisce, non le cavi una parola». Il tempo che la moglie si preparasse, il vecchio andò avanti, si infilò nel cavo della quercia e l’aspetta.
Arrivò la donna, si inchinò alla quercia, pregò, urlò: «Quercia querciosa, nonna verbosa, che devo fare? Non voglio il vecchio amare, voglio mio marito accecare; insegnami come fare». E la quercia in risposta: «Non c’è nulla da fare, è inutile il veleno sprecare, inizia a farlo ben mangiare. Arrostisci una gallina con della panna acida, non essere avara: che mangi lui — tu non ti sedere a tavola. Cuoci un semolino di latte, mettici in più del burro; lascia che mangi, non te ne pentirai! Fai delle frittelle; offrim inchinati, che le intinga nel burro e ne faccia una scorpacciata: e diventerà il tuo vecchio più cieco di una talpa».
Arrivò la moglie a casa, il marito geme sulla stufa. «Ehi tu, vecchino mio, ti fa male di nuovo qualcosa? o di nuovo sei deperito? Se vuoi: ammazzerò una gallina, o farò delle frittelle, o preparerò del semolino col burro. Vuoi o no?» «Mangerei, ma dove prendere tutto?» «Non ti preoccupare! Anche se mi sgridi, mi fai pena!… Ecco, vecchinetto, mangia, gusta, bevi: non te ne pentirai!» «Siediti anche tu con me». «Eh no, per quale motivo? Io devo solo saziarti! Io spizzicherò qui e là — e sarò sazia. Mangia, colombello, aggiungici un po’ di burro!» «Oh, ferma, moglie! Dammi un sorso d’acqua». «L’acqua è sul tavolo». «Dove sul tavolo? Non vedo». «Sta davanti a te!» «Ma dove? I miei occhi si sono oscurati». «Be’, stenditi sulla stufa». «Mostrami un po’ dov’è la stufa. Non trovo neanche quella». «Eccola, arrampicati alla svelta». Il vecchio sta per infilare la testa nella stufa. «Ma che hai? Sei diventato cieco forse?» «Oh, ho peccato, moglie! Ho mangiato troppo bene, ed ecco che la luce divina si è oscurata ai miei occhi. Ohi-ohi!» «Che guaio! Be’, stenditi intanto; vado a prenderti qualcosa».
Corse, volò, ospiti invitò, e ci fu un banchetto favoloso. Bevvero-bevvero, il vino non bastò; corse la donna a prendere il vino. Il vecchio vede che la moglie non c’è, e gli ospiti sono satolli e depressi; scese dalla stufa e giù a picchiarli — chi in fronte, chi sulla schiena; tutti li fece fuori e ficcò loro in bocca una frittella ciascuno, come se si fossero soffocati da soli; dopodiché risalì sulla stufa e si mise a riposare. Arrivò la moglie, guardò e rimase di stucco: tutti gli amici, tutti i conoscenti stanno stesi come porci, tra i denti emergono le frittelle; che fare? dove i cadaveri ficcare? Giurò la donna di non invitare più ospiti, giurò di non abbandonare il vecchio. Nel frattempo passava di lì un babbeo. «Batjuška su, batjuška giù!» grida la donna. «Eccoti dell’oro, lascia l’anima col corpo, togli da noi questo torto!» Il babbeo prese i soldi e trascinò via i cadaveri: chi mise in un burrone, chi nascose nel fango, e occultò tutte le prove.

 

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Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

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Il burlone

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C’era una volta Fomka il burlone, sapeva fare scherzi astuti. Una volta va Fomka per la strada; incontrò il pope: «Salve, Fomka!». «Salve, padre!» «Rallegrami con uno scherzo!» «Ah, padre, ne sarei felice, ma ho lasciato gli scherzi a casa». «Corria prenderli, per favore!» «Ma è lontano!» «Prendi il mio cavallo, caro». «Dammelo, padre!» Salì e si avviò dalla popessa: «Matuška, dammi settecento rubli; tuo marito ha comprato sette campi, sette villaggi, mi ha mandato a prendere i soldi, infatti mi ha dato il suo cavallo». La popessa gli diede settecento rubli; Fomka il burlone prese i soldi e andò alla palude; annegò il cavallo nella palude, gli tagliò la coda e la conficcò nel fango. Arriva dal pope: «Be’, padre, è vero che non hai dato da bere alla cavallina da almeno due settimane?». «Che significa?» «Ecco: mentre passavo vicino all’acqua, si è precipitata nella palude, e ci si è impantanata!» «Che fare! Andiamo a tirarla fuori!» Arrivarono alla palude: emerge solo una coda. «Entra, padre, nell’acqua!» «È meglio se vai tu, Fomka!» Fomka andò.
Allora il buffone si attaccò a un capo della coda, e al pope dall’altra parte; tirano da tutti i lati. Tirarono, tirarono, Fomka prese e mollò la presa della coda: il pope cadde a terra. «No» dice Fomka «è chiaro che il cavallo è andato per sempre! Ora non lo tireremo più fuori, abbiamo strappato la coda!» Il pope si rattristò-si rattristò e andò a casa. La popessa lo accoglie: «Allora, batjuška, hai comprato i sette campi, i sette villaggi?». «Quali, cara?» «Come?Fomka il burlone è venuto da parte tua e ha preso settecento rubli!» «Ah, che razza di ladro! Niente da dire: mi ha fatto un bello scherzo!» E Fomka, sornione, andò in città a sperperare i soldi altrui: nel baule del pope, dice, si stavano arrugginendo!
Fomka aveva due fratelli. Una volta accese la stufa, mise sul fuoco un paiolo con l’acqua e si sedette sotto la finestra, guarda: vede di lontano i fratelli che stanno arrivando. Fomka tolse subito il paiolo dalla stufa, lo mise in strada sulla neve e lo coprì con una padella. I fratelli si avvicinarono e sentirono che qualcosa rumoreggiava nella pentola. Si misero a chiedere: «Burlone, cos’hai nella pentola che rumoreggia?». «L’acqua bolle sulla neve! Se si mette nel paiolo della farina, si può cuocere anche del kisel’: non serve nemmeno la legna!»«Regalaci questo paiolo». «Non posso, fratellini! Io non vivo che di questo». «Be’, vendicelo! Quanto vuoi?» «Non meno di cento rubli». «To’, prendi!» Pagarono i fratelli cento rubli, presero il paiolo e lo portarono a casa. «Ehi, moglie» dice uno «facciamo del kisel’». «Non c’è legna!», risponde la moglie. «Ma non ci serve legna; dammi della farina». La donna portò della farina; i contadini versarononel paiolo dell’acqua, ci versarono la farina, coprirono con una padella e misero il tutto sulla neve. Passò un’ora circa. «Allora, donna, non è pronto il nostro kisel’?» Guardarono, e l’acqua si era completamente ghiacciata; si misero a tagliarla col coltello — il coltello non basta, si misero a spaccarla con l’ascia — e ruppero il paiolo in mille pezzi. Si adirarono i fratelli e andarono a picchiare Fomka.
Fomka il burlone sapeva che i fratelli non gliel’avrebbero fatta passare liscia, e aveva escogitato in anticipo un nuovo scherzo: uccise un montone, gli cavò il sangue e lo mise in una vescica; e la vescica la legò sotto l’ascella della moglie. Appena i fratelli entrarono nell’izbà, lui si mise a gridare: «Tanja, fai una frittata, e alla svelta!». Tanja non si alza nemmeno dal posto. Fomka prende un coltello, e come la colpisce sotto l’ascella, il sangue scorre a catinelle. Tanja cadde, prese a rantolare come se stesse esalando l’ultimo respiro. «Ma che hai deciso di morire?», dice Fomka, prese da un chiodouna sferza e giù a frustare e a ripetere: «Frusta della vita, fai rivivere la mia mogliettina!» Lei subito saltò su e si mise a preparare la frittata. «Fomka» dicono i fratelli «vendici la frusta della vita». «Compratela!» Si misero a contrattare, alla fine comprarono la frusta e andarono a vantarsi con le proprie mogli…

 

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Il tribunale di Šemjaka

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In certi paraggi vivevano due fratelli: uno ricco e l’altro povero. Arrivò il fratello povero dal ricco a chiedere un cavallo, sul quale poter andare nel bosco a fare legna. Il ricco gli diede il cavallo. Il povero iniziò a chiedere anche il collare; il ricco si adirò contro il fratello e non gli diede il collare. Il fratello povero pensò di legare la legna alla coda del cavallo, e andò nel bosco a fare legna, e ne tagliò una grossa quantità, a stento il cavallo può portarla, e arrivò al suo cortile, e aprì il portone, ma scordò di levare la tavoletta da sotto il portone. Il cavallo si lanciò attraverso la tavoletta e si strappò la coda. Il fratello povero riportò al ricco il cavallo senza coda; il ricco, vedendo il cavallo senza coda, non gli riprese il cavallo e andò dal giudice Šemjaka a presentare una supplica contro il povero. Il povero, sapendo che per lui era arrivata la disgrazia — ne sarebbe venuto l’esilio, perché il destino di un povero è già segnato, che non poteva succedere nulla di peggio, andò dietro al fratello.
E arrivarono ambedue i fratelli a passare la notte da un ricco contadino. Il contadino iniziò a bere, a mangiare e a spassarsela con il fratello ricco, e non vuole offrire nulla al povero. Il povero che stava sul soppalco a guardarli, improvvisamente cadde dal soppalco e schiacciò il bambino nella culla uccidendolo. Il contadino andò dal giudice Šemjaka a presentare una supplica contro il povero.
Mentre andavano insieme in città (il fratello ricco e quel contadino, il fratello povero, invece, camminava dietro di loro), gli capitò di passare per un alto ponte. Il povero capì che non sarebbe uscito vivo dalle mani del giudice Šemjaka e si gettò dal ponte: voleva ammazzarsi. Sotto il ponte un figlio portava il padre malato a fare il bagno, e quello gli cadde sulla slitta e lo schiacciò uccidendolo. Il figlio andò a presentare una supplica al giudice Šemjaka, perché aveva ucciso suo padre.
Il fratello ricco arrivò dal giudice Šemjaka a presentare la supplica contro il fratello che aveva fatto strappare la coda al cavallo. Il povero tirò su una pietra e la legò in un fazzoletto, e la mostra da dietro il fratello, e pensa questo: se il giudice giudicherà non a mio favore, lo ammazzerò. Il giudice capì: stabilisce cento rubli per regolare la faccenda; ordinò al ricco di ridare il cavallo al povero, finché non gli fosse ricresciuta la coda.
Poi arrivò il contadino, diede la supplica per l’uccisione del bambino e iniziò a fare la supplica. Il povero, dopo aver tirato fuori la stessa pietra, la mostrò al giudice da dietro il contadino. Il giudice capì: stabilisce altri cento rubli per regolare la seconda faccenda; ordinò al contadino di dare al povero la moglie, finché non avesse partorito un bambino: «E tu allora riprenditi la moglie e il bambino».
Arrivò il figlio a presentare la supplica per il padre, perché aveva ucciso il padre, e fece la supplica contro il contadino. Il contadino, avendo tirato fuori la stessa pietra, la mostra al giudice. Il giudice capì: stabilisce cento rubli per regolare la faccenda; ordinò al figlio di stare sul ponte: «Tu invece, povero, vai sotto il ponte, e tu, figlio, salta dal ponte sul povero e uccidilo».
Il giudice Šemjaka mandò un servo dal povero a chiedere i trecento rubli. Il povero mostrò la pietra e disse: «Se il giudice non avesse giudicato a mio favore, avevo intenzione di ammazzarlo». Il servo arrivò dal giudice e gli raccontò del povero: «Se tu non avessi giudicato a suo favore, aveva intenzione di ammazzarti con quella pietra». Il giudice cominciò a segnarsi: «Grazie a Dio ho giudicato a suo favore!».
Arrivò il fratello povero dal ricco a chiedere, secondo l’ordine del giudice, il cavallo senza coda finché non gli fosse ricresciuta. Il ricco, non volendo dargli il cavallo, gli diede cinque rubli e tre quartini di grano, e una capra da latte, e si riappacificò con lui per sempre.
Arrivò il fratello povero dal contadino e inizia a chiedere, secondo l’ordine del giudice, la moglie finché non avesse partorito un bambino. Il contadino preferì fare pace col povero e diede al povero cinquanta rubli, e una vacca col vitellino, e una giumenta col puledrino, e quattro quartini di grano, e si riappacificò con lui per sempre.
Arrivò il povero dal figlio per l’uccisione del padre e iniziò a dirgli che «secondo l’ordine del giudice devi metterti sul ponte, e io sotto il ponte, e tut buttati su di me e uccidimi». Il figlio iniziò a riflettere tra sé: «Se salto dal ponte, non lo uccido e io mi ammazzo!»; e preferì fare la pace col povero, gli diede duecento rubli, e un cavallo e cinque quartini di grano, e si riappacificò con lui per sempre.

 

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Dolore

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In un paesello vivevano due contadini, due fratelli: uno era povero, l’altro ricco. Il ricco si trasferì a vivere in città, si costruì una grande casa e si iscrisse alla corporazione dei mercanti; mentre il povero delle volte non ha nemmeno un tozzo di pane, e i bambini — uno più piccolo dell’altro — piangono e chiedono da mangiare. Dalla mattina alla sera si dibatte il contadino come un pesce sul ghiaccio, ma non c’è mai niente. Dice una volta alla moglie: «Fammi andare in città a chiedere a mio fratello se ci può dare una mano». Arrivò dal ricco: «Ah, fratellino caro! Allevia un po’ la mia pena; mia moglie e i miei figli non hanno da mangiare, restano digiuni interi giorni». «Lavora da me questa settimana e allora ti aiuterò!» Che fare? Si mise il povero al lavoro: e pulisce il cortile, e striglia i cavalli, e porta l’acqua, e taglia la legna. Dopo una settimana gli dà il fratello una pagnotta di pane: «Ecco qua per il tuo lavoro!». «Grazie lo stesso!», disse il povero, si inchinò e voleva andare a casa. «Fermo! Torna in visita da me domani e porta tua moglie: domani è il mio onomastico». «Eh, fratellino; ma come faccio? Lo sai tu stesso: da te vengono mercanti con stivali e pellicce, mentre io vado con le ciocie di tiglio e un misero caffettano grigio». «Non importa, vieni! Ci sarà posto anche per te». «Bene, fratellino, verrò».
Tornò il povero a casa, diede alla moglie la pagnotta e dice: «Ascolta, cara! Per domani ci hanno invitato». «Come invitato? Chi ci ha invitato?» «Mio fratello; domani è il suo onomastico». «D’accordo, andremo». Il mattino dopo si alzarono e andarono in città, arrivarono dal ricco, lo salutarono e si sedettero su una panca. A tavola c’erano già molti illustri ospiti; il padrone li intrattiene tutti a meraviglia, e al fratello povero e a sua moglie si dimenticò persino di pensare — non dà loro nulla; quelli stanno seduti e guardano gli altri bere e mangiare. Finì il pranzo; iniziarono gli ospiti ad alzarsi da tavola e a ringraziare il padrone e la padrona, e il povero anche: si alzò dalla panca e si inchina al fratello fino alla cintura. Gli ospiti anarono a casa ubriachi, allegri, fanno chiasso, cantano canzoni.
E il povero torna indietro a stomaco vuoto. «Su» dice alla moglie «cantiamo anche noi una canzone!» «Ehi, non sarai mica scemo! La gente canta perché ha mangiato bene e bevuto molto; e tu invece perché vuoi cantare?» «Be’, in ogni caso sono stato all’onomastico di mio fratello; mi vergogno ad andarmene senza cantare. Se io canto, ognuno penserà che si sono occupati anche di me…» «Be’, canta se vuoi, ma io non lo farò!» Il contadino si mise a cantare, e gli sembrò di sentire due voci; smise e chiede alla moglie: «Sei tu che mi fai da controcanto con una vocetta sottile?». «Che ti prende? Non ci penso nemmeno». «Allora chi è?» «Non lo so!» disse la donna. «Canta un po’, ci farò caso». Lui si rimise a cantare; canta da solo, ma si sentono due voci; si fermò e chiede: «Sei tu, Dolore, che mi fai da controcanto?». Dolore si fece sentire: «Sì, padrone! Sono io». «Allora, Dolore, vieni con noi». «Andiamo, padrone! Ora non ti lascerò più».
Arrivò il contadino a casa, e Dolore lo invita in un’osteria. Quello dice: «Non ho soldi!». «Oh, caro contadino! E a che ti servono i soldi? To’, hai addosso un pellicciotto, ma a che ti serve? Presto sarà estate, non lo porterai in ogni caso! Andiamo all’osteria, e il pellicciotto al diavolo…» Il contadino e Dolore andarono all’osteria e si bevvero il pellicciotto. Il giorno seguente Dolore gemeva, gli fa male la testa dalla sbronza, e nuovamente invita il padrone a bere un goccio di vino. «Niente soldi», dice il contadino. «E a che ti servono i soldi? Prendi la slitta e il carretto — ce n’è abbastanza!» Non c’è niente da fare, non riesce a liberarsi di Dolore il contadino: prese la slitta e il carretto, si trascinò fino all’osteria e bevve insieme a Dolore. Al mattino Dolore gemeva ancora di più, invita il padrone a bere per disintossicarsi; il contadino si bevve e l’erpice e l’aratro. Non era passato un mese che aveva dato via tutto; persino la sua izbà aveva ipotecato con un vicino, e i soldi li aveva portati all’osteria. Dolore di nuovo gli sta addosso: «Andiamo all’osteria, andiamo». «No, Dolore! Fa’ come ti pare, ma non ho più niente». «Come niente? Tua moglie ha due vestiti: uno lascialo, ma l’altro bisogna bercelo». Il contadino prese un vestito, se lo bevve e pensa: “Ecco quando si dice che uno è ripulito! Siamo senza tetto, né letto sia io che mia moglie!”.
Al mattino si svegliò Dolore, vede che non ha più nulla da prendere al contadino, e dice: «Padrone!». «Che c’è, Dolore?» «Ecco che c’è: vai dal tuo vicino e chiedigli una coppia di buoi con un carretto». Andò il contadino dal vicino: «Dammi» chiede «per un po’ di tempo una coppia di buoi con un carretto; io in cambio lavorerò da te almeno una settimana». «A che ti servono?» «Ad andare nel bosco per la legna». «Va bene, prendili; ma non caricare troppo il carro». «Ma che dici, mio benefattore!» Portò la coppia di buoi, salì sul carretto con Dolore e andò in aperta campagna. «Padrone!» chiede Dolore. «Lo sai che in questo campo c’è una grossa pietra?» «E come non saperlo!» «Allora se lo sai, vacci diretto» Arrivarono al punto, si fermarono e scesero dal carretto. Dolore ordina al contadino di sollevare la pietra; il contadino la solleva, Dolore lo aiuta; la sollevarono, e sotto la pietra c’è una buca piena stracolma d’oro. «Be’, che guardi?» dice Dolore al contadino. «Portalo in fretta sul carretto».
Il contadino si mise al lavoro e riempì il carretto di oro, lo tirò fuori dalla fossa fino all’ultimo rublo; vede che non ne è rimasto più, e dice: «Guarda un po’ Dolore se ci sono rimasti per caso ancora soldi?». Dolore si piegò: «Dove? Io non vedo niente !». «Ma lì nell’angolo brillano!» «No, non vedo». «Scendi nella fossa e lo vedrai». Dolore scese nella fossa; non appena ci fu arrivato, il contadino lo chiuse con la pietra. «Così sarà meglio!» disse il contadino. «Altrimenti, se ti prendo con me, tu, Dolore addolorato, presto o tardi ti berrai anche tutti questi soldi!» Arrivò il contadino a casa, scaricò i soldi nella cantina, riportò i buoi al vicino e si mise a pensare a come sistemarsi; comprò della legna, si costruì una gran casa e iniziò a vivere due volte più riccamente di suo fratello.
Passarono ore o mesi: andò in città a invitare il fratello con la moglie per il suo onomastico. «Ma come ti salta in mente!» gli disse il fratello ricco. «Non hai niente da mangiare e festeggi anche l’onomastico!» «Be’, una volta non avevo niente da mangiare, ma adesso, grazie a Dio, ho non meno di te; vieni e vedrai». «Bene, verrò!» Il giorno seguente il fratello ricco si preparò con la moglie, e andarono all’onomastico; guardano, ma quel povero straccione ha una casa nuova, grande, come non tutti i mercanti ne hanno! Il contadino li ricevette, li rifocillò con cibi di ogni genere, li dissetò con idromele e vini di ogni genere. Chiede il ricco al fratello: «Dimmi, per favore, per quale destino ti sei arricchito?». Il contadino gli raccontò senza reticenze come gli si fosse appiccicato addosso Dolore addolorato, come si fosse bevuto all’osteria con Dolore tutto ciò che possedeva fino all’ultimo spillo: non gli era rimasta che l’anima nel corpo; come Dolore gli avesse mostrato un tesoro in aperta campagna, come lui avesse raccolto questo tesoro e si fosse liberato di Dolore.
Il ricco provò invidia: “Fammi andare” pensa “in aperta campagna: solleverò la pietra e libererò Dolore; che rovini completamente mio fratello, affinché non osi vantarsi davanti a me della sua ricchezza&”. Lasciò la moglie a casa, e lui si precipitò nel campo; si avvicinò alla grossa pietra, la voltò da un lato e si chinò a guardare cosa ci fosse sotto la pietra. Non fece in tempo a piegare la testa abbastanza, e già Dolore saltò fuori e gli si gettò al collo. «Ah» grida «volevi farmi morire qui! No, ora a nessun costo ti lascerò». «Ascolta, Dolore!» disse il mercante. «Non sono stato certo io a metterti sotto la pietra…» «E chi se non tu?» «Ti ci ha messo mio fratello, io sono venuto apposta per liberarti». «No, menti! Mi hai ingannato una volta, ma la seconda non ci riuscirai!» Si attaccò fortemente Dolore al collo del ricco mercante; quello lo portò a casa, e tutta la sua impresa andò a capofitto. Dolore già dal mattino si mette all’opera; ogni giorno invita il mercante a bere per disintossicarsi; molti beni se ne andarono all’osteria. “Così non è possibile vivere!”, pensa tra sé il mercante. “Mi sembra di aver sollazzato abbastanza Dolore; è tempo che me ne separi, ma come?” Pensa che ti ripensa, trovò la soluzione: andò nel suo vasto cortile, digrossò due cunei di quercia, prese una nuova ruota e incastrò fortemente un cuneo da un lato del mozzo. Arriva da Dolore : «Che fai, Dolore, sempre steso su un fianco?». «E cos’altro ho da fare?» «Che fare? Andiamo in cortile a giocare a nscondino». Dolore si rallegrò; uscirono in cortile. Dapprima si nascose il mercante — Dolore lo trovò subito, dopodiché fu il turno di Dolore di nascondersi. «Be’» dice «non mi troverai facilmente! Io posso entrare in qualunque fessura!» «Ma che dici?» risponde il mercante. «In questa ruota non riusciresti a entrare, figuriamoci in una fessura!» «Non entro in una ruota? Guarda un po’ come mi ci nascondo!» Penetrò Dolore nella ruota; il mercante prese e incastrò dall’altro lato del mozzo il cuneo di quercia, sollevò la ruota e la buttò con tutto Dolore nel fiume. Dolore afforò, e il mercante riprese a vivere come al solito, come prima.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Il messo veloce

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In un certo reame, in terre lontane, c’erano delle paludi invalicabili; attorno a esse passava una strada di circonvallazione: a cavalcare velocemente per quella strada — ci sarebbero voluti tre anni, a cavalcare piano — anche cinque sarebbero stati pochi! Proprio accanto alla strada viveva un povero vecchio che aveva tre figli: il primo si chiamava Ivan, il secondo — Vasilij, e il terzo — Semën giovanetto. Pensò il povero di bonificare quelle paludi, di farci passare una strada diretta e di costruire dei ponti di viburno, perché i passanti potessero passare in tre settimane, e quelli a cavallo in tre giorni. Si mise al lavoror insieme ai suoi figli, e dopo non poco tempo tutto fu a posto: sistemati i ponti di viburno e spianata una strada diretta.
Tornò il povero alla sua casetta e dice a figlio maggiore Ivan: «Vatti un po’ a sedere, figlio mio amato, sotto il ponte e senti cosa dirà di noi la brava gente: bene o male?». Seguendo l’ordine paterno andò Ivan e si sedette in un punto nascosto sotto il ponte.
Passano per quel ponte di viburno due monaci e dicono tra loro: «Chi ha costruito questo ponte e spianato la strada — qualunque cosa chieda al Signore, che il Signore gliela regali!». Ivan, non appena ebbe sentito questa parole, subito uscì da sotto il ponte di vibutno. «Questo ponte» dice «lo abbiamo costruito io, mio padre e i miei fratelli». «Cosa chiedi dunque al Signore?», domandano i monac. «Che il Signore mi dia soldi per tutto il resto della vita!» «Bene, vai in aperta campagna: in aperta campagna c’è una quercia verde, sotto quella quercia una cantina profonda, in quella cantina c’è una gran quantità d’oro, e d’argento, e di pietre preziose. Prendi una pala e scava — il Signore ti darà soldi per il resto della tua vita!» Ivan andò in aperta campagna, scavò da sotto la quercia molto oro, e argento, e pietre preziose e portò il tutto a casa. «Be’, figliolo» chiede il povero «hai visto qualcuno che sia passato a piedi o a cavallo per il ponte? E cosa dice di noi la gente?» Ivan raccontò al padre che aveva visto due monaci e come quelli lo avevano ripagato per il resto della vita.
Il giorno seguente manda il povero il figlio mediano Vasilij. Andò Vasilij, si sedette sotto il ponte di viburno e sta in ascolto. Passano per il ponte due monaci; giunti all’altezza del punto in cui lui era nascosto dicono: «Chia ha costruito questo ponte — qualunque cosa chieda al Signore, che il Signore gliela dia!». Non appena ebbe sentito Vasilij queste parole, uscì incontro ai monaci e disse: «Questo ponte l’ho costruito io, con mio padre e i miei fratelli». «Cosa chiedi dunque a Dio?» «Che Dio mi conceda grano per il resto della mia vita!» «Bene, vai a casa, ara la terra e semina: il Signore ti darà grano per il resto della vita!» Vasilij arrivò a casa, raccontò tutto al padre, arò la terra e seminò il grano.
Il terzo giorno manda il povero il figlio minore. Semën giovanetto si sedette sotto il ponte e sta in ascolto. Passano per il ponte due monaci; appena giungono alla sua altezza dicono: «Chi ha costruito questo ponte — qualunque cosa chieda al Signore, che il Signore gliela dia!». Semën giovanetto sentì queste parole, uscì verso i monaci e disse: «Questo ponte l’ho costruito io, con mio padre e i miei fratelli». «Cosa chiedi dunque a Dio?» «Chiedo a Dio una grazia: servire un gran sovrano come soldato». «Chiedi qualcos’altro! Il servizio militare è pesante; se farai il soldato, cadrai prigioniero dello zar del mare, e molte tue lacrime saranno versate!» «Eh, siete vecchi, lo sapete: chi a questo mondo non piange, piangerà nell’altro». «Be’, se vuoi davvero andare al servizio dello zar, noi ti benediciamo!», dissero i monaci a Semën, gli misero le mani sulla testa e lo trasformarono in un cervo zampasvelta.
Corse il cervo a casa sua; lo videro dalla finestra il padre e i fratelli, saltarono fuori dalla casetta e volevano acchiapparlo. Il cervo si girò — e via indietro; corse dai due moanci, i monaci lo trasformarono in leprotto. Il leprotto si diresse verso casa sua; lo videro il padre e i fratelli, saltarono fuori dalla casetta e avrebbero voluto catturarlo, ma quello tornò indietro. Corse il leprotto dai due monaci, i monaci lo trasformarono in un uccellino dalla testina d’oro. L’uccellino volò verso casa sua, si posò sulla finestrella aperta; lo videro il padre e i fratelli, si lanciarono alla caccia: l’uccellino spiccò il volo, e via indietro. Volò dai due monaci, i monaci lo fecero tornare come prima un uomo e dicono: «Ora, Semën giovanetto, vai al servizio dello zar. Se avrai bisogno di correre da qualche parte in fretta, puoi trasformarti in cervo, leprotto e uccellino dalla testina d’oro: noi ti abbiamo insegnato».
Semën giovanetto arrivò a casa e iniziò a chiedere il permesso al padre di andare a servire lo zar. «Ma dove vuoi andare?» rispose il povero. «Sei ancora giovane e sciocco!» «No, padre, lasciami andare; per questo esiste una volontà divina». Il povero lo lasciò andare, Semën giovanetto si preparò, il padre e i fratelli salutò e si mise in strada.
Passarono ore o mes, arrivò al palazzo dello zar, diretto dallo zar, e disse: «Vostra Altezza Reale! Non mi fate morire, le mie parole state a sentire». «Parla, Semën giovanetto!» «Vostra Altezza! Prendetemi al vostro servizio come soldato». «Che dici? Sei ancora giovane e sciocco, altro che servizio militare!» «Anche se sono giovane e sciocco, non servirò peggio di altri; per questo spero in Dio». Lo zar acconsentì, lo prese come soldato e ordinò che stesse accanto a lui. Passò del tempo, all’improvviso un certo re dichiarò una crudele guerra allo zar. Lo zar si preparò a una campagna militare; al momento stabilito tutto l’esercito fu pronto. Semën giovanetto si mise a chiedere di andare in guerra; lo zar non poté rifiutarglielo, lo prese con sé e andò in battaglia.
A lungo a lungo marciò lo zar con l’esercito, molte molte terre lasciò dietro di sé, ecco che il nemico è già vicino — tra circa tre giorni bisogna iniziare il combattimento. In quel momento lo zar va per afferrare la sua mazza da combattimento e la sua spada affilata: non c’è né l’una, né l’altra, le ha dimenticate a palazzo; non ha di che difendersi, di che vincere le forze nemiche. Fece un bando per tutto l’esercito per trovare qualcuno che tornasse a palazzo al più presto a prendergli la mazza da combattimento e la spada affilata; chi avesse compiuto questo servizio, a quello prometteva di dare in sposa sua figlia, la principessa Mar’ja, e aggiungeva come dote metà del regno, e dopo la sua morte gli avrebbe lasciato tutto il regno. Iniziarono a presentarsi i volontari; chi dice: io posso andare in tre anni; chi dice: in due anni, e chi — in un anno; ma Semën giovanetto riferì al sovrano: «Io, Vostra Altezza, posso andare a palazzo e portarvi la mazza da combattimento e la spada affilata in tre giorni». Lo zar si rallegrò, lo prese per la mano, lo baciò sulle labbra e subito scrisse alla principessa Mar’ja una carta, perché credesse a quel messo e gli desse la mazza e a spada. Semën giovanetto prese la carta dallo zar e si mise in viaggio.
Allontanatosi di una versta, si trasformò in cervo zampasvelta e si lanciò proprio come una freccia scagliata da un arco; correva, correva, si stancò e si trasformò da cervo in leprotto; partì in quarta con tutta la rapidità di una lepre. Correva, correva, si ferì tutte le zampe e si trasformò da leprotto in uccellino dalla testina d’oro; volò ancora più in fretta, volava, volava e in un giorno e mezzo arrivò nel regno dove stava la principessa Mar’ja. Ritornò uomo, entrò a palazzo e diede alla principessa la carta. La principessa Mar’ja la prese, l’aprì, la lesse e dice: «Come sei stato in grado di attraversare di corsa tante terre e tanto velocemente?». «Ecco come», rispose il messo, si trasformò in cervo zampasvelta, fece uno o due giri di corsa per la stanza della principessa, si avvicinò alla principessa Mar’ja e le poggiò la testa sulle ginocchia; quella prese le forbici e tagliò dalla testa del cervo un ciuffo di pelo. Il cervo si trasformò in leprotto, il leprotto saltò un po’ per la stanza e saltò sulle ginocchia della principessa; quella gli tagliò un ciuffo di pelo. Il leprotto si trasformò in uccellino dalla testina d’oro, l’uccellino svolazzò un po’ per la stanza e si posò sulla mano della principessa; la principessa Mar’ja gli tagliò dalla testa qualche piuma d’oro, e tutto questo — e il pelo di cervo, e il pelo di lepre, e le pennucce d’oro — lo legò in un fazzoletto e lo nascose. L’uccellino dalla testina d’oro si ritrasformò in messo.
La principessa lo rifocillò, lo rifornì per il viaggio, gli diede la mazza da guerra e la spada affilata; dopodiché si salutarono, nel farlo si baciarono forte, e tornò Semën giovanetto dallo zar. Corse di nuovo come cervo zampasvelta, saltò come leprotto orecchione, volò come uccellino e alla fine del terzo giorno vide l’accampamento dello zar nelle vicinanze. Arrivato a circa trecento passi dall’armata, si stese sulla riva del mare, accanto a un cespuglio di salce, per riprendersi dal viaggio; la mazza da guerra e la spada affilata se la mise a fianco. Per la grande stanchezza presto si addormentò di un sonno profondo; nel frattempo accadde che un generale passasse accanto al cespuglio di salce: vide il messo, subito lo gettò a mare, prese la mazza da guerra e la spada affilata, li portò al sovrano e disse: «Vostra Altezza! Eccovi la mazza da guerra e la spada affilata, io stesso sono andato a penderle, perché quel fanfarone, Semën giovanetto, ci avrebbe messo almeno tre anni!». Lo zar ringraziò il generale, iniziò a guerreggiare col nemico e in breve tempo ottenne su di lui una gloriosa vittoria.
Semën giovanetto, intanto, com detto, era caduto in mare. All’istante lo afferrò lo zar del mare e lo portò nelle più segrete profondità. Visse da quello zar un anno intero, si annoiò, si intristì e si mise a piangere amaramente. Arrivò da lui lo zar del mare: «Allora, Semën giovanetto, ti annoi qui?». «S’, Vostra Altezza!» «Vuoi tornare in Russia?» «Sì, se la vostra grazia regale lo concede». Lo zar del mare lo fece uscire a mezzanotte spaccata, lo lasciò sulla riva e se ne ritornò in mare. Semën giovanetto iniziò a pregare Dio: «Dammi, Signore, un po’ di solicello!» Ma proprio prima che uscisse il rosso sole apparvelo zar del mare, lo afferrò e lo riportò negli abissi marini.
Visse lì Semën giovanetto un altro anno intero; si sentì annoiato, e iniziò a piangere fitto-fitto. Chiede lo zar del mare: «Allora, ti annoi forse?». «Sì!», disse Semën giovanetto. «Vuoi tornare in Russia?» «Sì, Vostra Altezza!» Lo zar del mare lo fece uscire a mezzanotte sulla riva e se ne tornò nel mare. Semën giovanetto iniziò a pregare Dio con le lacrime agli occhi: «Dammi, Signore, un po’ di solicello!». Era appena cominciato ad albeggiare che arrivò lo zar del mare, lo afferrò e lo portò negli abissi marini. Visse Semën giovanetto un terzo anno nel mare, si annoiò, e si mise a piangere amaramente, sconsolato. «Allora, Semën, ti annoi?» chiede lo zar del mare. «Vuoi tornare in Russia?» laquo;Sì, Vostra Altezza!» Lo zar del mare lo fece uscire sulla riva e se ne tornò nel mare. Semën giovanetto iniziò a pregare Dio con le lacrime agli occhi: «Dammi, Signore, un po’ di solicello!». All’improvviso il sole brillò coi suoi raggi, e ormai lo zar del mare non poté più prenderlo prigioniero.
Semën giovanetto si diresse nel suo regno; si trasformò dapprima in cervo, poi in leprotto, e poi in uccellino dalla testina d’oro; in breve tempo si ritrovò al palazzo dello zar. E nel frattempo lo zar aveva fatto in tempo a tornare dalla guerra e aveva fidanzato la figlia, la principessa Mar’ja, con il generale-imbroglione. Semën giovanetto entra proprio nella stanza dove erano seduti a tavola i due promessi sposi. Lo vide la principessa Mar’ja e dice allo zar: «Sovrano, padre! Non mi far morire, le mie parole stai a sentire». «Parla, figlia mia cara! Di cosa hai bisogno?» «Sovrano, oadre! Il mio fidanzato non è questo che siede a tavola, ma eccolo — è arrivato adesso! Fai un po’ vedere, Semën giovanetto, come allora corresti a prendere la mazza da guerra, la spada affilata». Semën giovanetto si trasformò in cervo zampasvelta, fece un paio di giri di corsa per la stanza e si fermò accanto alla principessa. La principessa Mar’ja tirò fuori dal fazzolettino il pelo del cervo che aveva tagliato, mostra allo zar il punto in cui l’aveva tagliato, e dice: «Guarda, padre! Ecco i miei piccoli segni». Il cervo si trasformò in leprotto; il leprotto saltò-saltò per la stanza e arrivò dalla principessa; la principessa Mar’ja tirò fuori dal fazzoletto il pelo di lepre. Il leprotto si trasformò in uccellino dalla testina d’oro; l’uccellino volò-volò per la stanza e si posò sulle ginocchia della principessa; la principessa Mar’ja sciolse il terzo nodino del fazzoletto e mostrò le pennucce d’oro. Qui lo zar seppe tutta la verità vera, ordinò di giustiziare il generale, fece sposare la pricnipessa Mar’ja con Semën giovanetto e lo designò suo successore.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

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