Articoli con tag: Писательница

6,25 mg

piuma_6,25

Image Credit © VeRA Marte

 

Torno a scrivere dopo oltre 8 mesi, con la cauta e prudente insicurezza di chi, dopo una brutta caduta, rimonta in sella per la prima volta.

Torno a scrivere da una casa nuova, una provincia nuova, una regione nuova.

Torno a scrivere in un giorno di festa di metà agosto, che per me è solo un giorno di pausa, mentre il 90% dei miei connazionali è in vacanza.

Torno a scrivere qui, senza in realtà aver mai smesso di farlo altrove, ma alla vecchia maniera, con carta e penna.

Torno a scrivere partendo da un numero: 6,25 mg.
Il dosaggio di prednisone più basso raggiunto dal novembre 2016 a oggi,seppure a giorni alterni con un dosaggio più alto. Primo vero passo verso la sospensione definitiva prevista per dicembre, analisi di monitoraggio permettendo.

Torno a scrivere con la consapevolezza che la malattia rara è sì condanna, ma anche enorme risorsa.

Torno a scrivere forte di piccole vittorie, ma, soprattutto, di grandi sconfitte, perché sono proprio queste ultime a insegnarci a vivere davvero.

Torno a scrivere piena di domande e senza alcuna idea di dove cominciare a cercare le risposte.

Torno a scrivere con la prospettiva di un’imminente vacanza all’insegna di una passione ormai antica e di sicuro radicata, che promette di regalare emozioni destinate a trasformarsi in ricordi indelebili.

Torno a scrivere da un luogo indefinito, a metà fra la testa e il cuore, fra i groppi alla gola e le farfalle allo stomaco, un luogo dove le parole guariscono più dei farmaci, dove è il contenuto a contare, non l’involucro.

Torno a scrivere perché è l’unico modo che conosco per tornare a galla e riprendere fiato, mentre tutto intorno a me sembra volermi inghiottire, enormi fauci scure pronte a divorarmi e inghiottirmi, spingendomi sempre più a fondo in un buco nero senza fine né via d’uscita.

Una parola dopo l’altra, in punta di piedi, torno a scrivere.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Eight Days a Week

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Si è conclusa ieri, 21 settembre 2016, la proiezione del film-documentario «Eight Days A Week – The touring years», con cui Ron Howard ha scelto di rendere omaggio alla più grande band di tutti i tempi: The Beatles.

Da che parte cominciare?
Forse dall’immenso rimpianto di non essere vissuta negli anni ’60, quando la musica era più vissuta e meno monetizzata, sia per chi la faceva che per chi l’ascoltava.
Questo non toglie che i grandissimi nomi abbiano fatto soldi a palate, ma il prezzo da pagare era molto più alto di quanto non sia oggi, epoca in cui i “musicisti”, o sedicenti tali, riescono a guadagnare soldi perfino con un semplice e banale click del pubblico.

È stato curioso sentire persone che hanno avuto modo di ascoltare i Beatles “in tempo reale”, lamentarsi perché il film era in inglese con sottotitoli in italiano.
È vero che i sottotitoli attirano lo sguardo distraendolo dall’immagine, ma è vero anche che a me non era neanche passato per la testa che potesse essere doppiato.

Purtroppo non ho mai avuto la buona abitudine di approfondire la biografia dei musicisti che ascolto, lo faccio di rado perfino con gli autori che leggo, quindi figuratevi. Questo documentario, però, è stato un’esperienza commovente, un viaggio nel tempo di due ore e un quarto, un salto indietro di oltre 50 anni che mi ha catapultata in una realtà che mi ha conquistata.
Io, che nel mondo odierno mi sento sempre un po’ fuori luogo, ho scoperto che è esistito un periodo, fra l’altro neanche così lontano, in cui il mio essere alienata a causa di passioni più o meno condivise dalle masse, sarebbe stato la “normalità”. Un periodo in cui l’aspirare a fare della propria arte un’attività a tempo pieno non era visto come un’infantile e idealista utopia.

È stato interessante sentir svelare le origini autobiografiche di alcune canzoni e scoprire di più sulle personalità dei “Fab Four” di Liverpool, al punto che mi sono vergognata a morte dell’immensa ignoranza in cui galleggiavo quando, ragazzina in vacanza studio, mi è capitata la fortuna di visitare il museo loro dedicato proprio a Liverpool.

Con questo film Ron Howard non ha voluto celebrare l’immensa fama dei Beatles, ma ha voluto mostrare quali conseguenze questa fama abbia avuto sulle loro vite, personali e artistiche.
Venticinque concerti in trenta giorni, attraverso tutti gli Stati Uniti. Nella famosissima esibizione allo Shea Stadium di New York City, con 56.000 spettatori in delirio, i visi sono tirati, gli occhi stanchi, nonostante l’evidente sforzo per continuare a sorridere. Il grido d’aiuto di John Lennon nella canzone “Help!” mi ha colpita come un pugno allo stomaco.
La sensazione che ho provato io è stata che un sogno può spiccare il volo, ma se vola troppo in alto e troppo in fretta, non ti lascia il tempo di abituarti all’improvvisa mancanza d’ossigeno, finendo per soffocarti.

È stato davvero tremendo sbattere il naso contro il fatto che anche le aspirazioni più genuine, una volta realizzate, possono trasformarsi da inesauribili forze motrici a inarrestabili schiacciasassi che ti travolgono, annientandoti sotto il loro insostenibile peso.

Mi ha fatto riflettere parecchio sulla fase che sto vivendo.
Su quanto io mi stia perdendo il bello del viaggio perché troppo concentrata sulla meta, senza alcuna certezza che, se mai la raggiungerò, si riveli come io mi ostino a immaginarla.

 

E proprio con quel grido vorrei chiudere questo post, perché rimanga a monito dell’estrema delicatezza con cui sarebbe opportuno maneggiare i sogni.

 

 
 

Rompiamo il Silenzio…
…magari con della buona musica!

 
 

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Mi piacerebbe saper cantare…

писать-scrivere

 

Mi risulta abbastanza ostico comprendere perché il blog riceva più visite quando non scrivo…

Fino a qualche anno fa non era così: che i miei post siano diventati tanto noiosi da far sì che, nel mio caso, i lettori preferiscano “premiare” il silenzio?

Qualunque sia l’arcano di questo annoso dilemma esistenziale, non sperate che io smetta di ammorbarvi con le mie elucubrazioni mentali.

Questa volta a smuovermi è stata una canzone, di cui non svelerò né il titolo né l’interprete, perché non sono fondamentali, quel che conta è lo scossone che mi ha dato.

In fondo chi se ne frega se a nessuno interessa un post sull’affascinante universo della linguistica pura, se nessuno condivide la mia curiosità sulle norme che regolano la corretta accentazione della meravigliosa lingua italiana, se nessuno si emoziona quanto me di fronte alla poliedricità e all’eclettismo dell’amata Madre Russia, se nessuno si spiega la mia ostinata determinazione nel continuare a studiare di tutto e di più da autodidatta, se nessuno ha voglia di dar retta ai miei piagnistei su quanto essermi scoperta malata mi faccia ancora incazzare a morte: io scrivo per me.

Ho sempre scritto per me, ma devo essere caduta vittima di una temporanea amnesia e la ragione, subdola ingannatrice, ha colto la ghiotta occasione per provare a convincermi del falso, del fatto che anch’io, come molti altri, scrivessi per la “gloria” o, ancora peggio, per la vana e utopistica speranza di camparci, prima o poi.

Non è così.
Scrivo perché amo scrivere.
Scrivo perché scrivere mi fa male, ma quel dolore è la sensazione più bella che io abbia mai provato stando sola con me stessa.
Scrivo perché mi sarebbe piaciuto saper cantare, ma non lo so fare.
Non sono proprio capace di fare acrobazie con la voce, di amplificare il significato delle parole accompagnandole alla vibrante potenza della musica, e allora ecco che scrivo: gioco con le parole lasciando che compiano da sé la magia, dando vita alla loro particolare melodia, diversa e irripetibile nella mente di ogni persona che le legge.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Con i Suoi Occhi.

occhi-глаза

 

Questo nuovo episodio di riposo forzato, durante il quale la testa faceva troppo male perfino per leggere e scrivere, di studiare neanche a parlarne, mi ha lasciato due sole attività alternative: dormire o pensare.

La seconda mi ha dato tempo e modo di rendermi conto di una cosa, per me abbastanza devastante: non sono più capace di raccontare e, ancor peggio, non sono più capace di raccontarmi.

Quando mi capita di rileggermi, risulto banale, scontata e “vuota” ai miei stessi occhi.
Ripenso a quando non avevo bisogno di mille revisioni o di dedicare interi minuti alla scelta di un vocabolo, perché le parole uscivano da sole, spesso tanto impetuose da rendermi difficoltoso stare al loro passo con le dita.
Ora continuano a passarmi per la testa mille spunti, più o meno interessanti, ma fanno tutti la stessa fine: un misero naufragio nel nulla dopo al massimo un paio di paragrafi.
La nostalgia di quella che amavo definire “la mia logorrea scrittoria” è una lama affilata che colpisce a tradimento, affondando, inarrestabile, nello stomaco contratto.
Rivedo il mio nome, stampato nero su bianco sulle antologie in cui sono stata pubblicata, e stento a credere che quelle parole siano davvero farina di un mio sacco, per quanto vecchio e ormai vuoto da tempo. Ancora una volta mi trovo alla deriva nell’immensa mancanza della vecchia me stessa, quella che nelle parole aveva sempre trovato un rifugio, una realtà parallela serena e rassicurante, non la gabbia di emozioni inespresse e sentimenti pietrificati che mi rinchiude ora.

Ho bisogno di ritrovare l’armonia con le parole, perché solo loro sono sempre state la strada capace di guidarmi alla me stessa più autentica.
Il punto è che quando a tradirti è il tuo stesso corpo, non esistono parole “giuste” per parlarne.
Mi guardo dentro, d’improvviso incapace di comprendere quel che vedo, e prima ancora di provare a cercare le parole, realizzo che qualunque cosa di cui io abbia scritto fino a questo momento, non era altro che una sorta di specchio: ero io.
Ora però non lo so più chi sono. Da un momento all’altro mi sono trasformata nella più grande nemica di me stessa, vittima e carnefice allo stesso tempo.
Ho la sensazione di riuscire a vedere la realtà solo attraverso gli occhi dell’AnarcoPatia, invece che attraverso i miei, e la cosa che mi disturba più di tutte è che quegli occhi sono gli stessi.

 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Astratta.

Doodle di Google ispirato a “Composizione VIII
per il 148° Anniversario della Nascita
dell’Artista Russo Vasilij Vasil’evič Kandinskij

 

A volte mi sento così.
Astratta.
Caotica e rigorosa allo stesso tempo.
Ogni elemento può sembrare casuale, eppure non potrebbe stare altro che in quel punto preciso della composizione.

La mente si perde in sé stessa.
L’astrattismo significa tutto e non significa niente: non è schematico nozionismo collettivo, ma pura interpretazione soggettiva.

A 148 anni esatti dalla nascita di uno dei più famosi Basilio della storia dell’arte, a sua volta figlio di un altro Basilio, di sicuro meno famoso, guardo un’accozzaglia in apparenza confusa di forme e colori e mi ci vedo riflessa, quasi fosse uno specchio.

Astratta.
I pezzi perché l’opera si riveli un vero e proprio capolavoro ci sono tutti: la vera sfida è dar loro una disposizione che sappia emozionare, comunicare qualcosa a chi decide di dedicare un po’ del suo tempo a osservarla con quel briciolo d’attenzione in più che fa la differenza fra vedere e guardare.

Astratta.
I miei tasselli sono ancora tutti qui, più o meno. Qualcuno temo sia andato perso, qualche altro si è un po’ ammaccato, ma di materiale su cui lavorare ce n’è davvero parecchio.
La difficoltà sta nell’ingegnarsi rielaborarne i contrasti e le interazioni, fino a crearne una nuova versione che, una volta terminata, esprima un’armonia pari a quella che c’era prima dello schianto, se non addirittura superiore.

È a questo che dedico il mio tempo libero, all’ininterrotto vagabondare da un’astrazione all’altra di me stessa, in costante ricerca di un catartico equilibrio.

 

Buona serata a tutte e tutti!!!
Всем доброго вечера*!!!

 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

*Vsjém dóbrava vjécera!!!

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Fra Due Inverni.

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Image Edit © VeRA Marte

 

Strana stagione l’inverno.
Imperturbabile fuori. Caotica dentro.

È la stagione delle finestre chiuse, che però incorniciano camini scoppiettanti.
È la stagione della terra spoglia, che però nasconde il fermento della natura che si prepara a sbocciare.
È la stagione dei cappotti ben chiusi, che però nascondono il tipico guazzabuglio emotivo delle feste, positivo o negativo che sia.

Mi sono presa un momento di riflessione.
In bilico fra due inverni, l’imminente europeo e il già iniziato russo.
Per un solo istante mi sono guardata da fuori e non mi è piaciuto quel che ho visto.
Quest’ultimo anno mi ha trasformata in una persona troppo esausta per perseguire i propri sogni.
A mettermi tristezza è il fatto che, spesso, non sono perseveranza e forza di volontà a mancarmi, come succedeva prima, quando l’incostanza regnava sovrana, ma le energie fisiche, concrete.
È davvero frustrante.

Quello su cui voglio concentrarmi in questo momento sono gli obiettivi, fra quelli ancora plausibili, che vorrei raggiungere, pur con i miei nuovi tempi.

Mi manca la magia dell’inchiostro che si fa parola quando incontra la pagina bianca.
Mi manca il profumo dei dolci fatti in casa.
Mi manca lei, l’incrollabile Madre Russia, con le sue imponenti meraviglie e i suoi impenetrabili lati oscuri.
Mi manca la sensazione, così piacevole e rassicurante, di avere sempre qualcosa da scrivere.
Più di tutto, però, mi manca l’equilibrio. Fra quella che ero e quella che sono diventata da poco più di un anno a questa parte.

In bilico, come dicevo.
Fra due inverni: europeo e russo.
Fra due vite: sana e malata.
Fra due me stessa: prima e dopo l’AnarcoPatia.

L’unico modo per uscirne è sbilanciarsi e buttarsi.
Di sicuro da qualche parte dovrò pur atterrare, magari anche in malo modo, ma almeno sarò fuori da questo limbo.

 

Buon inverno a tutte e tutti!!!
Всем счастливой зимы*!!!

 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

*Vsjém scjasctlívaj zimý!!!

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La Danza.

 

Fra un fiocco di neve e l’altro danzava la follia, avvolta in un abito iridescente che riluceva di riflessi effimeri e cangianti a ogni suo movimento.
Voci la rincorrevano senza mai riuscire a raggiungerla, dita la sfioravano senza mai riuscire ad afferrarla.
Svaniva dietro un ricciolo di vento, per riapparire pochi istanti dopo adagiata su un ramo spoglio.

La osservavo, in silenzio, da dietro il vetro della mia gabbia domestica, lasciando che il tè verde al gelsomino si insinuasse nello stomaco, sperando che il suo calore riuscisse a sciogliere il nodo che lo stringeva.

Contagiate, anche le parole si avventurano in un timido ballo nella mia testa confusa, disegnando immagini astratte in cui trovano rifugio i pensieri più fragili. Al riparo dalle ossessioni e dalle fobie germogliano, regalandomi sogni dai colori vividi, allucinazioni dai profumi inebrianti, sussurri vibranti che riscuotono l’anima dalla paresi emotiva.

Parole e follia.
Da sempre le mie amiche più intime, le mie più fidate confidenti.
Il solo barlume di viva speranza nella sconfinatezza della morte inferta a tradimento.

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Flusso di Coscienza. #11

 

Nuove batoste.

Silenzio.

Avrei bisogno di tempo, che non ho, per metabolizzarle.
La verità è che non so più dove andare a pescare la forza per affrontare questa ennesima pioggia di brutte notizie che mi si sta abbattendo addosso, come fossero le piaghe d’Egitto.

LEGGERE e SCRIVERE.

ALIENAZIONE e CONSAPEVOLEZZA.

ASSOLUZIONE e CONDANNA.

LEGGO.
Tanto. Tantissimo. Non ricordo nemmeno più quando mi sia capitato l’ultima volta di arrivare a leggere 8 libri in un mese, per un totale attuale di 2292 pagine, star già leggendo il nono e averne altri 4 “in corso” .
Leggere al momento è l’attività che più di ogni altra riesce ad alienarmi dall’alienazione, a estraniarmi dall’estraniamento, a isolarmi dal pensiero.

SCRIVO.
Tanto. Tantissimo. Ho perso il conto delle bozze a cui sono riuscita a dar vita in questi mesi. Quello che stupisce anche me è che, a rotazione, sto davvero lavorando su tutte. Io che spesso faticavo a essere costante quando la bozza in lavorazione era una sola.
Scrivere però è un massacro. Mi costringe ogni volta a immergermi in me stessa, a guardarmi in quello specchio che mi sembra ogni giorno più deformante, in cui non mi riconosco più ormai da mesi, a fissare negli occhi i pensieri e tutto quello che hanno da sbattermi in faccia, col loro ruolo da rappresentanti ufficiali della razionalità.

Raggomitolata sotto una coperta, nascosta dietro le palpebre chiuse, invoco quel sonno chimico che infinite volte, in queste ultime settimane, ho provato a disciplinare, invano. Cerco rifugio in un oblio che non si fa trovare.

“Cos’hai? Non stai bene?”
“Sono stanca.”
“E cos’hai combinato per stancarti così tanto?”
“Ho pianto.”

In fuga da uragani di lacrime che mi aggrediscono sempre più spesso, cogliendomi di sorpresa nei momenti e nelle circostanze più inaspettate, senza che io riesca a fare nulla per contrastarli, per proteggermi.

Non ne posso più.
E alla luce dei nuovi sviluppi, la ripresa si è trasformata da speranza a minaccia.

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Libri, Книги, Książki, Knjige, Books, Bücher… #2

 

Per essere un libro finalista del Premio Strega 2013, mi ha delusa.

Di sicuro sapete che non so fare le recensioni, quindi prendete quanto segue come una pura e semplice opinione personale.
Apprezzo la coraggiosa scelta di affrontare un tema tabù, per lo meno in Italia, come l’aborto terapeutico, ma mi ha abbastanza amareggiata scoprire che proprio nella scelta del tema sta la massima attrattiva del libro di Simona Sparaco, “Nessuno sa di noi“.
Ho scoperto questo libro 5/6 mesi fa e mi si è piantato in testa. Mi incuriosiva, e il fatto che fosse nella lista dei finalisti per lo Strega mi ha portata a pensare che dovesse avere un certo spessore. Alla fine, qualche settimana fa, mi sono decisa e l’ho ordinato online: in un giorno l’avevo finito.

Partiamo dalla biografia dell’autrice, così come la si trova sul libro:

Scrittrice e sceneggiatrice, è nata a Roma. Dopo aver preso una laurea inglese in Scienze della Comunicazione, spinta dalla passione per la letteratura, è tornata in Italia e si è iscritta alla facoltà di Lettere, indirizzo Spettacolo. Ha poi frequentato diversi corsi di scrittura creativa, tra cui il master della scuola Holden di Torino. Per Newton Compton ha pubblicato i romanzi Lovebook e Bastardi senza amore, tradotto anche in lingua inglese. Vive tra Roma e Singapore.

Dunque, questa signorina ha una laurea inglese in Scienze della Comunicazione, una laurea italiana in Lettere, indirizzo Spettacolo e, fra i vari corsi di scrittura frequentati, un Master della Scuola Holden di Torino.
Alla luce di tutto ciò, io mi chiedo: perché il libro è scritto così male???
A livello tecnico e stilistico l’ho trovato scadente, a livello lessicale molto “povero”. Per quanto riguarda la capacità di trasmettere delle emozioni, poi, credo si possa ringraziare solo il tema in sé, abbastanza forte da farsi carico di questo compito di suo, non certo a come l’ha affrontato la Sparaco, in modo sbrigativo e superficiale.

Mette tristezza assistere pagina dopo pagina allo scempio che l’autrice fa del complesso sentire umano, con una scrittura arida e più sterile degli ambienti ospedalieri descritti. Un libro su cui avevo riflettuto molto, proprio a causa del personale, e recente, incontro con l’imprevisto medico, quello a tempo indeterminato, non quello temporaneo che passa, destinato a trasformarsi in un lontano ricordo. Avevo paura delle reazioni che un libro simile avrebbe potuto suscitarmi, per questo mi ci erano voluti addirittura mesi per decidermi a comprarlo, invece niente, zero assoluto. A parte qualche spunto di riflessione, appena accennato e lasciato poi cadere nel nulla dalla Sparaco, e che con ogni probabilità potrebbe essere percepito interessante o meno in base alla sensibilità del/la singolo/a lettore/trice, questo romanzo non mi ha lasciato nulla.

Come già detto, quanto sopra non è altro che un parere personale ma, se decidete di fidarvi, spendete quei 12,00 € per un panino e una birra il sabato sera: a patto che non siate a dieta, saranno spesi meglio.

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Misantropica Serenità.

 

Mi siedo davanti alla schermata bianca con il viso gonfio di cortisone, gli occhi gonfi di lacrime, la pancia gonfia non so di che, vista la dieta, la gamba gonfia di dolenzie, la testa gonfia di domande dopo la prima assunzione del nuovo farmaco.
Non sono più sicura di essere del tutto padrona di me stessa, sembra infatti che alcuni dei farmaci influiscano anche sull’umore, ma non ho modo di sapere come e quanto, quindi sorvolo sulla questione.
Eppure oggi sono serena.
Pastiglie o istinto di sopravvivenza? Magari entrambi, chi lo sa. Sta di fatto che Miss Gamba, nonostante i dolori, sembra aver ridotto i capricci, la fame sembra essersi calmata almeno un po’

Il libro è finito e, nonostante l’AnarcoSocio definisca (molto) discutibili i miei gusti, a me è piaciuto: 5 stelline a Nele Neuhaus!
Ora però si ripresenta il più frequente e più classico dei miei dilemmi: cosa leggo ora?
Non che mi manchi da leggere, anzi, il contrario: la mia velocità di lettura, per quanto intensa, arranca rispetto alla mia ultra-velocità d’acquisto.
In genere mi basta qualche ora di pausa fra la fine di un libro e l’inizio del successivo, così ho deciso di approfittarne e di schiarirmi le idee scrivendo, qui e un paio di altre cosette sparse.
Nelle prossime ore dovrebbero arrivare i prossimi tre libri dei 16 attesi questa settimana e domani l’AnarcoSocio, spedito in missione per l’ennesima volta, completerà l’opera portandomi gli ultimi.

Ludwig Feuerbach ha detto: “Quanto più s’allarga la nostra conoscenza dei buoni libri, tanto più si restringe la cerchia degli uomini la cui compagnia ci è gradita.“, e forse è proprio questo che mi sta capitando. L’isolamento forzato dal genere umano, quello vero, in carne e ossa, ha disseppellito la mia misantropia, facendola riaffiorare in tutto il suo splendore. In questa fase della mia vita la compagnia di un libro mi è, spesso, più gradita di quella di una persona. I libri non chiedono spiegazioni, apprezzano i silenzi invece di restarne turbati, offrono la loro presenza in modo costante ma discreto. Le persone, ahimè, sono una responsabilità che in questo momento non sono proprio in grado di accollarmi.

Detto questo…

 

Buon venerdì 17 a tutte e tutti!!!
Всем с пятницей 17*!!!

 
 

*Vsjém s pjátnizej 17!!!

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