Articoli con tag: Писать

6,25 mg

piuma_6,25

Image Credit © VeRA Marte

 

Torno a scrivere dopo oltre 8 mesi, con la cauta e prudente insicurezza di chi, dopo una brutta caduta, rimonta in sella per la prima volta.

Torno a scrivere da una casa nuova, una provincia nuova, una regione nuova.

Torno a scrivere in un giorno di festa di metà agosto, che per me è solo un giorno di pausa, mentre il 90% dei miei connazionali è in vacanza.

Torno a scrivere qui, senza in realtà aver mai smesso di farlo altrove, ma alla vecchia maniera, con carta e penna.

Torno a scrivere partendo da un numero: 6,25 mg.
Il dosaggio di prednisone più basso raggiunto dal novembre 2016 a oggi,seppure a giorni alterni con un dosaggio più alto. Primo vero passo verso la sospensione definitiva prevista per dicembre, analisi di monitoraggio permettendo.

Torno a scrivere con la consapevolezza che la malattia rara è sì condanna, ma anche enorme risorsa.

Torno a scrivere forte di piccole vittorie, ma, soprattutto, di grandi sconfitte, perché sono proprio queste ultime a insegnarci a vivere davvero.

Torno a scrivere piena di domande e senza alcuna idea di dove cominciare a cercare le risposte.

Torno a scrivere con la prospettiva di un’imminente vacanza all’insegna di una passione ormai antica e di sicuro radicata, che promette di regalare emozioni destinate a trasformarsi in ricordi indelebili.

Torno a scrivere da un luogo indefinito, a metà fra la testa e il cuore, fra i groppi alla gola e le farfalle allo stomaco, un luogo dove le parole guariscono più dei farmaci, dove è il contenuto a contare, non l’involucro.

Torno a scrivere perché è l’unico modo che conosco per tornare a galla e riprendere fiato, mentre tutto intorno a me sembra volermi inghiottire, enormi fauci scure pronte a divorarmi e inghiottirmi, spingendomi sempre più a fondo in un buco nero senza fine né via d’uscita.

Una parola dopo l’altra, in punta di piedi, torno a scrivere.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Solo un altro lunedì…

DAY IN HELL – EXILIA

 

Dear president and plastic wife
I fell wrong and nothin’s right
I never was a princess
I never had a lucky star

No fucking fairy tale life
No more angels, no more chances

Gotta fight for my dream
Gotta think about me

Ready or not – ready or not – ready or not

It’s just another day, it’s just another day
Another day in hell
It’s just another day, another motherfacking day
it’s just another day
Another day in hell

Dear president and plastic wife
I see black and you see white
I never had no better time
No better place, no better life

Don’t forget where I come from
No destination for my world

It’s your perfect boomtown
My generation is burning down

Ready or not – ready or not – ready or not

It’s just another day, it’s just another day
Another day in hell
It’s just another day, another motherfacking day
it’s just another day
Another day in hell

I see, I see the pistols now
Hanging low on leather belts
I see cops forming a police line
I hear shots making world headline
There’s a war on what I believe in,
There a source for the pain in my head,
Everyday of my life
They push me right to the edge and they scream

Jump,it’s just another day
Jump,it’s just another day
Jump,it’s just another day

It’s just another day, it’s just another day
Another day in hell
It’s just another day, another motherfacking day
it’s just another day
Another day in hell

 
 

Si sa, in genere il lunedì è ILday in hell” per eccellenza, ma in quest’ultimo periodo questa ‘suggestiva’ immagine si sta facendo costante. È una di quelle fasi in cui tutto ciò che può andare storto non manca di farlo, alla faccia della mia buona volontà per imparare a cercare sempre il lato positivo delle cose.

Non sono arrabbiata, né demoralizzata, sono solo un po’ stanca di ritrovarmi ad affrontare ogni giorno come fosse una battaglia.

La voglia di fare non manca, l’impegno nemmeno, vorrei solo riuscire a gestire tutto in maniera un po’ più serena, che si tratti di entusiasmanti novità o di assillanti preoccupazioni, ma proprio non mi riesce. La mia tendenza a ingigantire le cose, al momento, mi sta un po’ fregando, bloccandomi proprio in una fase cruciale, in cui i passi già fatti richiederebbero un minimo di equilibrio per consolidarsi, equilibrio che io fatico a trovare.

Cambiare non è mai facile, soprattutto quando il cambiamento non si sostituisce alla quotidianità corrente, ma vi si sovrappone, sotto forma di prospettiva per un futuro diverso. Tenere in piedi entrambe le cose richiede un livello di stabilità che, per ora, sembra essere fuori dalla mia portata e, anche se la determinazione è tanta, fatica e stanchezza la seguono a ruota.

Tornare a scrivere dopo tanto silenzio è uno dei compiti che mi sono auto-assegnata, perché in questi giorni mi è tornato in mente quante volte io abbia sostenuto, nei vari blog, che per me “scrivere è respirare”, e allora, forse, in questa situazione di apnea riprendere a scrivere potrebbe essere un modo, IL modo, per riprendere anche a respirare.

Il tempo è poco, il lavoro e lo studio lo assorbono quasi tutto, ma questa non può essere una scusante per sfruttare male quel che resta, quindi rieccomi qui, a tentare di mettere nero su bianco pensieri ed emozioni.
Durante le vacanze ho ripreso a leggere: almeno mezz’ora al giorno, questo è il nuovo accordo con me stessa. Allo stesso modo credo sia arrivato il momento di negoziare anche sullo scrivere: chissà se io e me riusciremo a trovare un compromesso accettabile…

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Caffellatte a mezzanotte.

caffellatte-mezzanotte-maggio

 

Maggio è cominciato con un caffellatte caldo poco dopo la mezzanotte, tanta pioggia, l’inizio delle “vacanze di primavera” in Russia, l’antica festa pagana di Beltane, il raggiungimento della doppia cifra in chili persi (- 10,4 kg), una buona dose di belle speranze e, per non farsi mancare nulla, un sospetto di trombo alla gamba “buona”, che mi porterà a nuove mirabolanti avventure ospedaliere fuori programma.

Un fine settimana lungo, quello del 1° Maggio, trascorso in preda a dolori fra i più acuti provati dall’esordio dell’AnarcoPatia, eppure con tanta voglia di rinnovarmi e rimettermi in gioco, o quanto meno di (ri)provarci per l’ennesima volta, sperando che sia quella buona.

Guardo la mia inseparabile Moleskine e penso che sì, ci ho già scritto parecchio, ma non quanto avrei voluto.
Controllo le statistiche della pagina facebook e mi accorgo che non solo i “Mi piace” non aumentano, ma c’è chi addirittura si sbatte a togliermelo, ben 3 solo negli ultimi due giorni.
In parallelo a questo prendo atto del drastico rallentamento subìto da quello che, in questo preciso momento, dovrebbe essere il mio progetto principale.

Allora mi domando se, per quanto a malincuore, non sia il caso di mettere in satndby quelle fra le mie attività che sembrano essere in stallo, così da avere più tempo ed energie da dedicare invece a quelle che dimostrano di avere ancora del potenziale da esprimere.
Non posso negare che l’idea mi rattristi, in fondo, come dicevo, ci ho investito parte del mio tempo e delle mie energie, ma tante cose, forse troppe in un periodo così breve, sono cambiate e temo sia arrivato il momento di decidermi ad accettare questa evidenza, con tutte le conseguenze che comporta.

Il numero di strade percorribili si è ridotto in modo netto e piuttosto significativo, sia dal punto di vista personale che da quello lavorativo, e ormai è palese che continuare a temporeggiare in attesa di un migliorameto non abbia più molto senso: devo scegliere quale, fra quelle rimaste, sia quella da percorrere, per poi dedicarmici senza riserve.

Per qualche ragione che non mi spiego, questa situazione mi ha catapultata in uno stato d’animo malinconico e nostalgico, ha portato il mio sguardo interiore a volgersi al passato, un passatto abbastanza lontano a dire il vero, quando solitudine e insonnia erano uno stile di vita intrapreso per scelta, quando la dedizione a quella che consideravo la mia “arte” era assoluta e predominante.
Oggi a intralciare quella determinazione così inscalfibile, segno distintivo della me stessa di allora, c’è il costante torpore mentale da farmaci, ma forse la soluzione sta in un radicale cambio d’approccio alla questione da parte mia.
Forse il segreto sta nella tanto ovvia quanto impegnativa scelta di provare a scoprire e imparare a conoscere le nuove modalità con cui poter continuare a fare al meglio quel che mi piace e mi fa star bene.
Senza arrendermi. Mai.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Tu sei una favola!


 

Un bicchierone di latte macchiato, un caffè americano fumante e una curiosa chiacchierata con l’AnarcoSocio sulle conseguenze della discriminazione di genere sul lavoro.

Si ragionava su quanto le donne, costrette da retaggi culturali inamovibili a fare molto più degli uomini per ottenere un trattamento lavorativo paritario, finiscano per diventare acide arpie senza cuore.
L’aspetto bizzarro è che, in genere, questo atteggiamento viene riservato alle altre donne, quasi mai ai colleghi uomini. L’ipotesi che ne è uscita più accreditata è stata quella di una sorta di “guerra fra poverE”, che cercano in qualche modo di emergere nel contesto delle loro ‘pari’, ben consapevoli che provare a fare altrettanto rispetto alla controparte maschile sarebbe una battaglia persa in partenza.

Parlando, mi è tornato in mente l’ultimo cartone animato visto, davvero bellissimo: “Ballerina”.
Una coppia di amici inseparabili, una femmina e un maschio, entrambi orfani, scappano a Parigi nella speranza di realizzare i propri sogni. Alla fine, fra i due, è lei quella che ce la fa, grazie a un’incrollabile determinazione.

Tralasciando la riflessione femminista da cui questo post è nato, vorrei concentrarmi sul messaggio che questo fantastico cartone animato trasmette.
A differenza delle eroine di molti suoi predecessori, forse perfino più gettonati, la protagonista è una ragazzina “normale”, solo un po’ fantasiosa e molto intraprendente. Niente fate, animaletti prodigiosi o magie varie, solo tanta buona volontà e un’incredibile voglia di farcela, condite da qualche momento di debolezza e dall’umanissima tendenza ad approfittare di eventuali circostanze favorevoli, a volte perfino al costo di commettere qualche piccola scorrettezza.

Un invito, semplice ma efficace, a non arrendersi, a lottare per ottenere ciò che si desidera davvero, a scegliere il sentiero indicato dall’istinto, a credere sempre e innanzi tutto in sé stessi, a fare appello alla propria passione quando niente sembra andare per il verso giusto.
Un insegnamento prezioso per grandi e piccini, basato su quel principio di meritocrazia tanto oscuro all’epoca in cui viviamo, ma in cui non voglio smettere di credere.

 

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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La 15ª Domenica…

giornata-memoria-2017

Image Credit © VeRA Marte

 

La mia reclusione, sotto la denominazione ufficiale di ‘riposo forzato’, è iniziata di sabato, per la precisione il 26 novembre 2016, ma allo stato attuale non credo sia un singolo giorno a poter fare la differenza.

Settimana dopo settimana, oggi è la 15ª domenica in cui devo arrovellarmi il cervello per trovare qualcosa da fare che soddisfi la mia estrema necessità di evasione, senza però destabilizzare la mia salute capricciosa.

Niente più mostre, perché due ore in piedi in ambienti affollati e poco areati per me potrebbero rivelarsi delle vere e proprie bombe batteriologiche.
Niente passeggiate, o quanto meno con moderazione, perché ogni passo in più potrebbe essere quello fatale, l’innesco di una nuova rivolta autoimmune.
Niente merende, perché la vecchia terapia ha devastato il fegato, circostanza che ha portato all’imposizione di una ferrea dieta disintossicante.

Tanto cinema, almeno quello sì, perché, per ragioni a me ignote, ma per mia grande fortuna, il cervello si ostina vivere qell’agglomerato di persone stipate in uno spazio chiuso come una situazione ‘sicura’.

Insomma, passano i giorni, le settimane, i mesi, ma io rimango bloccata sempre nello stesso fotogramma di vita.
Nella foto i due lati della mia scatolina porta-farmaci, con il necessario per il weekend: 38 pastiglie, 18 e mezza al giorno, a cui si aggiungono quelle a frequenza variabile, fiale, gocce, pomate varie per gli sfoghi da farmaco, e chi più ne ha, più ne metta.

Difficile programmare un fine settimana ‘normale’ con queste premesse, ma io non mollo!
Proseguo la mia crociata d’assalto a tutte le librerie possibili e immaginabili, alla faccia dei puntini neri davanti agli occhi con cui il prednisone tenta di rendermi impossibile perfino la lettura.
Persevero nella frequentazione di locali in cui si fa musica dal vivo, giocandomi lo sgarro salato settimanale in hamburger, patatine e anelli di cipolla, per la prima volta dopo due mesi abbondanti di dieta, accompagnati però da una diligentissima e dignitosissima acqua naturale, che i farmaci con l’alcol fanno male.
Riservo lo sgarro dolce alla domenica pomeriggio, passando dai locali metallari del sabato sera a composte e graziose sale da tè, con le pareti color lavanda e i tavolini in legno bianco, imbanditi di tazze di profumate tisane alla frutta e scenografiche fette di torta in candidi piattini da dessert, che dopo le ore piccole una parentesi ristoratrice ci vuole.

Ebbene sì, cara la mia AnarcoPatia, ci hai provato a fermarmi, ma col ca**o che te la do vinta!
Ti ho concesso di rallentarmi, è vero, ma questo è quanto, non aspettarti altro.
Perché io sono io, non sono la mia malattia, non sono te: io ero io prima di te e continuerò a esserlo dopo di te. Tu invece, sei solo un parassita, senza di me non esisti, non sei nulla.

Ora ti è chiaro chi comanda?

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Ma buongiorno Signor 2017!

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È ufficiale: abbiamo archiviato questo tremendo 2016!

In realtà non è proprio così, dato che il calendario medico è l’innegabile prova degli strascichi che mi ha lasciato in eredità, ma ho deciso di lasciare al 2016 quel che nel 2016 ha avuto origine, quindi pagina voltata: un nuovo, benevolo foglio bianco aspetta solo che io lo riempia di momenti felici e novità entusiasmanti.

Per quanto riguarda il blog posso dirmi soddisfatta per aver raggiunto l’obiettivo che mi ero posta, ovvero “superare” le statistiche del 2014, ma l’idea sarebbe quella di continuare a crescere e di migliorare ancora in costanza, aspetto che tuttora mi risulta piuttosto ostico.

L’ultimo acquisto dell’anno è stato all’insegna di una delle mie più grandi passioni, la meravigliosa lingua russa, e ho deciso che lo stesso varrà per il primo acquisto del 2017, anche se le nuove pubblicazioni interessanti sono tantissime, i soldi pochi e, di conseguenza, la scelta si fa difficilissima.

Non stilerò la canonica lista dei buoni propositi. Non che, quando mi è capitato di farla, io poi non mi ci sia applicata, è che proprio me ne dimentico nel giro di pochi giorni, nel migliore dei casi poche settimane.

Quello che posso dire è che i progetti che mi si agitano in testa sono pochi per i miei standard, ma la ridotta quantità è ben controbilanciata dal notevole innalzamento del loro livello di complessità: meglio poche cose fatte bene che tante fatte male, soprattutto ora che le energie sono razionate.

Ad esempio, la prima cosa che ho fatto, terminata la nottata con gli amici, è stata “imbrattare” la mia prima Moleskine originale, un lusso che non mi ero mai concessa perché avevo sempre visto lo storico taccuino come una sorta di Sacro Graal, da non contaminare con parole futili e insignificanti. La verità è che solo scrivendo tutto quel che passa per la testa si ha davvero la possibilità di riuscire a scrivere qualcosa di buono, mentre se ci si autocensura, nella convinzione di aver poco di valido da dire, si finisce per lasciarsi scappare anche le idee degna di nota.

Forse l’unico simil buon proposito per quest’anno, altro non è che il rinnovo del mio più classico e inflazionato proposito da anno nuovo: scrivere.
Scrivere ogni volta che qualcosa mi fa arrabbiare, scrivere ogni volta che mi sento giù, scrivere ogni volta che vorrei abbuffarmi di qualcosa che non posso mangiare, scrivere ogni volta che i farmaci sembrano farmi più male che bene, scrivere ogni volta che i dolori rendono insooportabile il semplice atto di respirare, ma anche scrivere ogni volta che gli occhi degli AnarcoNipotini si illumineranno vedendomi, scrivere ogni volta che un istante indimenticabile si aggiungerà all’elenco di quelli trascorsi con l’AnarcoSocio, scrivere ogni volta che mi farò una risata di cuore con un’amica, scrivere ogni volta che gli esiti delle analisi miglioreranno.

Proprio come i progetti, per il 2017 le motivazioni per cui scrivere sono diminuite, ma quelle rimaste sono più serie e impegnative che mai, quindi chissà mai che possa essere l’anno buono.

Intanto la prima fiaba del 2017 ve l’ho già rifilata, perché, anche se le fiabe non sono farina del mio sacco, le buone abitudini vanno mantenute.

 

Buon 2017!!!

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Eight Days a Week

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Si è conclusa ieri, 21 settembre 2016, la proiezione del film-documentario «Eight Days A Week – The touring years», con cui Ron Howard ha scelto di rendere omaggio alla più grande band di tutti i tempi: The Beatles.

Da che parte cominciare?
Forse dall’immenso rimpianto di non essere vissuta negli anni ’60, quando la musica era più vissuta e meno monetizzata, sia per chi la faceva che per chi l’ascoltava.
Questo non toglie che i grandissimi nomi abbiano fatto soldi a palate, ma il prezzo da pagare era molto più alto di quanto non sia oggi, epoca in cui i “musicisti”, o sedicenti tali, riescono a guadagnare soldi perfino con un semplice e banale click del pubblico.

È stato curioso sentire persone che hanno avuto modo di ascoltare i Beatles “in tempo reale”, lamentarsi perché il film era in inglese con sottotitoli in italiano.
È vero che i sottotitoli attirano lo sguardo distraendolo dall’immagine, ma è vero anche che a me non era neanche passato per la testa che potesse essere doppiato.

Purtroppo non ho mai avuto la buona abitudine di approfondire la biografia dei musicisti che ascolto, lo faccio di rado perfino con gli autori che leggo, quindi figuratevi. Questo documentario, però, è stato un’esperienza commovente, un viaggio nel tempo di due ore e un quarto, un salto indietro di oltre 50 anni che mi ha catapultata in una realtà che mi ha conquistata.
Io, che nel mondo odierno mi sento sempre un po’ fuori luogo, ho scoperto che è esistito un periodo, fra l’altro neanche così lontano, in cui il mio essere alienata a causa di passioni più o meno condivise dalle masse, sarebbe stato la “normalità”. Un periodo in cui l’aspirare a fare della propria arte un’attività a tempo pieno non era visto come un’infantile e idealista utopia.

È stato interessante sentir svelare le origini autobiografiche di alcune canzoni e scoprire di più sulle personalità dei “Fab Four” di Liverpool, al punto che mi sono vergognata a morte dell’immensa ignoranza in cui galleggiavo quando, ragazzina in vacanza studio, mi è capitata la fortuna di visitare il museo loro dedicato proprio a Liverpool.

Con questo film Ron Howard non ha voluto celebrare l’immensa fama dei Beatles, ma ha voluto mostrare quali conseguenze questa fama abbia avuto sulle loro vite, personali e artistiche.
Venticinque concerti in trenta giorni, attraverso tutti gli Stati Uniti. Nella famosissima esibizione allo Shea Stadium di New York City, con 56.000 spettatori in delirio, i visi sono tirati, gli occhi stanchi, nonostante l’evidente sforzo per continuare a sorridere. Il grido d’aiuto di John Lennon nella canzone “Help!” mi ha colpita come un pugno allo stomaco.
La sensazione che ho provato io è stata che un sogno può spiccare il volo, ma se vola troppo in alto e troppo in fretta, non ti lascia il tempo di abituarti all’improvvisa mancanza d’ossigeno, finendo per soffocarti.

È stato davvero tremendo sbattere il naso contro il fatto che anche le aspirazioni più genuine, una volta realizzate, possono trasformarsi da inesauribili forze motrici a inarrestabili schiacciasassi che ti travolgono, annientandoti sotto il loro insostenibile peso.

Mi ha fatto riflettere parecchio sulla fase che sto vivendo.
Su quanto io mi stia perdendo il bello del viaggio perché troppo concentrata sulla meta, senza alcuna certezza che, se mai la raggiungerò, si riveli come io mi ostino a immaginarla.

 

E proprio con quel grido vorrei chiudere questo post, perché rimanga a monito dell’estrema delicatezza con cui sarebbe opportuno maneggiare i sogni.

 

 
 

Rompiamo il Silenzio…
…magari con della buona musica!

 
 

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Pozdrav z Prahy!

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Cattedrale di San Vito
Image Credit © VeRA Marte

 

Ahimè, di nuovo a casa, ma soprattutto, da martedì, di nuovo a Milano, al lavoro…

La prima cosa che si pensa rientrando in Italia dall’estero? “Santo bidet!”.
Battute a parte, tornare dalle vacanze è sempre uno shock.

Per undici giorni, io e l’AnarcoSocio abbiamo vissuto in una fiaba.
Grandi castelli, imponenti chiese gotiche, carrozze trainate da cavalli, rombanti auto d’epoca, artisti di strada a ogni angolo e antiche leggende secolari custodite da ogni singola pietra della città.
In una sola parola: Praga.

Una città pittoresca, tanto ricca di dettagli da non sapere dove rivolgere lo sguardo, dove tutto contribuisce a creare un quadro di rara bellezza, che incanta e rapisce, lasciandoti senza fiato.

L’insegnamento principale tratto da questi undici giorni è che una vacanza deve sì essere riposante per il corpo e rilassante per la mente, ma più di tutto deve essere rigenerante per lo spirito.

L’immersione nel luogo che, con i suoi punti di luce, ma soprattutto con i suoi lati oscuri, ha dato i natali a personalità scientifiche e artistiche del calibro di Gregor Mendel, Milan Kundera, Alfons Mucha, Rainer Maria Rilke e, su tutti, Franz Kafka, non può che portare a un contatto intenso, profondo e significativo con gli abissi più bui e remoti dell’animo umano, incluso il proprio.
Intere vite dedicate a perseguire la propria vocazione, a volte a dispetto perfino degli affetti e dei rapporti umani. Talenti che, nel tempo, si sono trasformati in ossessioni, in schiavitù autoimposte, quelle da cui è più difficile liberarsi.
Una riscoperta ruvida e graffiante di se stessi e dell’incontrastabile potenza degli istinti e delle passioni. Un improvviso chiedersi cosa serva davvero per sentirsi realizzati e soddisfatti, di cosa si abbia davvero bisogno per essere felici.

Un esame di coscienza non programmato, che mi ha fatto riflettere su quanto del non-scrivere dipenda da fattori fuori dal mio controllo e quanto sia responsabilità mia. Uno scossone che mi ha restituito almeno una parte della lucidità che, negli ultimi mesi, avevo perso, aggiunta a una sana dose di realismo auto-somministrata.

Si dice che, insieme a Torino e Lione, Praga sia una città magica. Non so quanto ci sia di vero in questa credenza, ma di sicuro per me lo è stata.
Le sue forme, i suoi colori, i suoi profumi, le sue leggende e le sue atmosfere, magiche per l’appunto, hanno riportato a galla relitti interiori che credevo perduti per sempre, riesumando sensazioni che non pensavo di poter provare ancora.

È troppo presto per dire quanto profonda sia l’impronta che Praga mi ha lasciato dentro incamminandosi nel fitto dell’anima, quel che è certo è che un segno è rimasto, un marchio indelebile che, oltre a fissare nella memoria un piacevole ricordo, negli anni sarà testimonianza ed emblema di un momento di svolta importante.

A presto magnifica, ipnotica, suggestiva Praga!

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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In Busta Chiusa.

busta-chiusa

 

Dopo il successo riscosso da “Lettera Aperta”, oggi CartaResistente dà il via al suo nuovo progetto: “In Busta Chiusa”.

26 autori, uno per ogni lettera dell’alfabeto, uno per ognuno dei prossimi 26 venerdì, che per tutta questa estate 2016 terranno compagnia ai lettori di CartaResistente.

Questo post, oltre a proporsi di promuovere questa bella iniziativa, vuole essere un ringraziamento per l’inivito di CartaResistente a parteciparvi.

Avendo io scelto la lettera V, dovrete aspettare fino alla fine di novembre per leggere il mio pezzo, ma vi invito a non perderne nessuno, a partire da quello di oggi, perché sono convinta che piacevolissime sorprese aspettino chiunque decida di seguire con costanza l’evolversi del progetto.

 

Buona lettura!!!

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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