Articoli con tag: Письмо

6,25 mg

piuma_6,25

Image Credit © VeRA Marte

 

Torno a scrivere dopo oltre 8 mesi, con la cauta e prudente insicurezza di chi, dopo una brutta caduta, rimonta in sella per la prima volta.

Torno a scrivere da una casa nuova, una provincia nuova, una regione nuova.

Torno a scrivere in un giorno di festa di metà agosto, che per me è solo un giorno di pausa, mentre il 90% dei miei connazionali è in vacanza.

Torno a scrivere qui, senza in realtà aver mai smesso di farlo altrove, ma alla vecchia maniera, con carta e penna.

Torno a scrivere partendo da un numero: 6,25 mg.
Il dosaggio di prednisone più basso raggiunto dal novembre 2016 a oggi,seppure a giorni alterni con un dosaggio più alto. Primo vero passo verso la sospensione definitiva prevista per dicembre, analisi di monitoraggio permettendo.

Torno a scrivere con la consapevolezza che la malattia rara è sì condanna, ma anche enorme risorsa.

Torno a scrivere forte di piccole vittorie, ma, soprattutto, di grandi sconfitte, perché sono proprio queste ultime a insegnarci a vivere davvero.

Torno a scrivere piena di domande e senza alcuna idea di dove cominciare a cercare le risposte.

Torno a scrivere con la prospettiva di un’imminente vacanza all’insegna di una passione ormai antica e di sicuro radicata, che promette di regalare emozioni destinate a trasformarsi in ricordi indelebili.

Torno a scrivere da un luogo indefinito, a metà fra la testa e il cuore, fra i groppi alla gola e le farfalle allo stomaco, un luogo dove le parole guariscono più dei farmaci, dove è il contenuto a contare, non l’involucro.

Torno a scrivere perché è l’unico modo che conosco per tornare a galla e riprendere fiato, mentre tutto intorno a me sembra volermi inghiottire, enormi fauci scure pronte a divorarmi e inghiottirmi, spingendomi sempre più a fondo in un buco nero senza fine né via d’uscita.

Una parola dopo l’altra, in punta di piedi, torno a scrivere.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Caro Babbo…

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Caro Babbo Natalo,
come ti avrebbe appellato l’Abatantuono di qualche decennio fa, so che forse è un po’ tardi per scriverti, ma ho preferito aspettare che tu finissi di sbrigare il tuo compito più importante: portare i doni ai bimbi.

Non che io sia mai stata uno stinco di santa, ma proprio non mi era parso di essere stata tanto una cattiva persona quest’anno.
Visto quel che mi hai portato, però, il dubbio inizia a sorgermi: analisi peggiorate, nuove terapie con effetti collaterali sempre più manifesti e fastidiosi, un consulto obbligato con la dietista, nel tentativo di salvare un fegato a cui la buona volontà non sembra più essere sufficiente per smaltire tutte le scorie che gli vengono rifilate, chimiche o biologiche che siano.

Ora la sto buttando un po’ sul ridere, ma la verità è che è sempre più difficile mantenere un approccio positivo e ottimista alla situazione.
È difficile alzarti la mattina e non riuscire a vestirti perché quanto rimasto dei muscoli delle gambe non si alza abbastanza per infilare i piedi nei pantaloni, mentre quelli delle braccia non riescono a stare sollevati nemmeno il tempo necessario a pettinarti quei quattro capelli che ti sono rimasti in testa, se non al prezzo di dolori che, di sicuro, non aiutano a iniziare bene la giornata.
È difficile doverti portare l’utile in borsa, ma poterlo fare solo a patto di rinunciare al dilettevole, perché non riesci più a sostenerne il peso: scegliere i libri in base al loro spessore e non al loro contenuto, perché non puoi sacrificare la bottiglietta d’acqua, le salviettine o la cartellina coi documenti medici. Frustrante.
È difficile sentirti dire che il tuo fegato proprio non sta bene, nonostante tu, negli ultimi tre anni, non abbia raggiunto le dieci mangiate di fritto e non abbia mai bevuto più di un paio di birre medie al mese, spesso neanche quelle.
È difficile ritrovarmi di nuovo a non poter guidare, ma non solo, ad avere addirittura problemi a salire e scendere dalle auto delle anime pie che si offrono di scarrozzarmi, costringendole ad assistere ad acrobazie surreali, come se la rinnovata totale mancanza di autonomia non fosse già abbastanza.
È difficile cercare un nuovo lavoro che si adatti alle tue limitazioni di salute senza che nessuno te le riconosca in modo ufficiale. Rinunciare a cose che ti piacerebbe fare, ma su cui non ti puoi più permettere nemmeno di fantasticare, e cercare solo fra le offerte che si adattano alle tue possibilità, per poi vedertele negare a fronte di leggi attualmente in vigore, che non prevedono che qualcuno possa mettere nero su bianco che determinate mansioni ti spetterebbero di diritto.
È difficile smettere di essere il lampante risultato dello stile di vita che hai scelto di condurre, per diventare solo una conseguenza approssimativa e sfuocata del regime farmacologico che segui.

È difficile, più di ogni altra cosa, stare a guardare un intero squadrone di medici che brancolano nel buio, dando l’impressione di non avere la minima idea di quel che fanno, vederti trattare come una vera e propria cavia, sentirti dire che “Non esistono più i pazienti di una volta”, quelli in cui esami e sintomi avevano una corrispondenza che portava a diagnosi facili e, spesso, risolutive.

E allora, caro Babbo Natalo, cosa avrò mai fatto di tanto terribile da meritare cotanta ritorsione da parte tua? E che ne diresti di concordare un congruo conguaglio per l’anno prossimo?
Perché, se questi sono i risultati del mettercela tutta per “fare la brava”, chi me lo fa fare? Tanto varrebbe darsi ai bagordi e vivacchiare, malaticcia sì, ma almeno felice e soddisfatta.

Detto tutto questo, per dimostrarti che non c’è nulla di personale nelle mie recriminazioni, ti dedico il mio personale tormentone delle feste 2016, nella speranza che ti strappi un sorriso e, magari, ti corrompa a essere un tantino più magnanimo nel 2017.

 

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Eight Days a Week

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Si è conclusa ieri, 21 settembre 2016, la proiezione del film-documentario «Eight Days A Week – The touring years», con cui Ron Howard ha scelto di rendere omaggio alla più grande band di tutti i tempi: The Beatles.

Da che parte cominciare?
Forse dall’immenso rimpianto di non essere vissuta negli anni ’60, quando la musica era più vissuta e meno monetizzata, sia per chi la faceva che per chi l’ascoltava.
Questo non toglie che i grandissimi nomi abbiano fatto soldi a palate, ma il prezzo da pagare era molto più alto di quanto non sia oggi, epoca in cui i “musicisti”, o sedicenti tali, riescono a guadagnare soldi perfino con un semplice e banale click del pubblico.

È stato curioso sentire persone che hanno avuto modo di ascoltare i Beatles “in tempo reale”, lamentarsi perché il film era in inglese con sottotitoli in italiano.
È vero che i sottotitoli attirano lo sguardo distraendolo dall’immagine, ma è vero anche che a me non era neanche passato per la testa che potesse essere doppiato.

Purtroppo non ho mai avuto la buona abitudine di approfondire la biografia dei musicisti che ascolto, lo faccio di rado perfino con gli autori che leggo, quindi figuratevi. Questo documentario, però, è stato un’esperienza commovente, un viaggio nel tempo di due ore e un quarto, un salto indietro di oltre 50 anni che mi ha catapultata in una realtà che mi ha conquistata.
Io, che nel mondo odierno mi sento sempre un po’ fuori luogo, ho scoperto che è esistito un periodo, fra l’altro neanche così lontano, in cui il mio essere alienata a causa di passioni più o meno condivise dalle masse, sarebbe stato la “normalità”. Un periodo in cui l’aspirare a fare della propria arte un’attività a tempo pieno non era visto come un’infantile e idealista utopia.

È stato interessante sentir svelare le origini autobiografiche di alcune canzoni e scoprire di più sulle personalità dei “Fab Four” di Liverpool, al punto che mi sono vergognata a morte dell’immensa ignoranza in cui galleggiavo quando, ragazzina in vacanza studio, mi è capitata la fortuna di visitare il museo loro dedicato proprio a Liverpool.

Con questo film Ron Howard non ha voluto celebrare l’immensa fama dei Beatles, ma ha voluto mostrare quali conseguenze questa fama abbia avuto sulle loro vite, personali e artistiche.
Venticinque concerti in trenta giorni, attraverso tutti gli Stati Uniti. Nella famosissima esibizione allo Shea Stadium di New York City, con 56.000 spettatori in delirio, i visi sono tirati, gli occhi stanchi, nonostante l’evidente sforzo per continuare a sorridere. Il grido d’aiuto di John Lennon nella canzone “Help!” mi ha colpita come un pugno allo stomaco.
La sensazione che ho provato io è stata che un sogno può spiccare il volo, ma se vola troppo in alto e troppo in fretta, non ti lascia il tempo di abituarti all’improvvisa mancanza d’ossigeno, finendo per soffocarti.

È stato davvero tremendo sbattere il naso contro il fatto che anche le aspirazioni più genuine, una volta realizzate, possono trasformarsi da inesauribili forze motrici a inarrestabili schiacciasassi che ti travolgono, annientandoti sotto il loro insostenibile peso.

Mi ha fatto riflettere parecchio sulla fase che sto vivendo.
Su quanto io mi stia perdendo il bello del viaggio perché troppo concentrata sulla meta, senza alcuna certezza che, se mai la raggiungerò, si riveli come io mi ostino a immaginarla.

 

E proprio con quel grido vorrei chiudere questo post, perché rimanga a monito dell’estrema delicatezza con cui sarebbe opportuno maneggiare i sogni.

 

 
 

Rompiamo il Silenzio…
…magari con della buona musica!

 
 

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In Busta Chiusa.

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Dopo il successo riscosso da “Lettera Aperta”, oggi CartaResistente dà il via al suo nuovo progetto: “In Busta Chiusa”.

26 autori, uno per ogni lettera dell’alfabeto, uno per ognuno dei prossimi 26 venerdì, che per tutta questa estate 2016 terranno compagnia ai lettori di CartaResistente.

Questo post, oltre a proporsi di promuovere questa bella iniziativa, vuole essere un ringraziamento per l’inivito di CartaResistente a parteciparvi.

Avendo io scelto la lettera V, dovrete aspettare fino alla fine di novembre per leggere il mio pezzo, ma vi invito a non perderne nessuno, a partire da quello di oggi, perché sono convinta che piacevolissime sorprese aspettino chiunque decida di seguire con costanza l’evolversi del progetto.

 

Buona lettura!!!

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Ma come ho fatto??!

 

Dopo circa un anno, sono andata a sentire amici sunoare dal vivo.
Il clima è rimasto lo stesso, accogliente e familiare, le facce invece sono cambiate molto, un sacco di gente nuova, perfino nella band stessa, dove su quattro componenti, due sono “new entry”.

Nel marasma di gente, uno scroscio di pioggia improvviso fa sì che, rifugiatami con l’AnarcoSocio sotto un maxi ombrellone, io mi ritrovi seduta accanto a una signora che, a intuito, sembra sia la mamma di un componente della band.
Dopo qualche scambio di battute molto circostanziale, faccio la sfacciata e chiedo: centro! È la mamma di M., il cantante.
Le chiacchiere continuano e resto incantata nel sentire come questa signora parli del figlio, con positivo stupore per le doti musicali emerse negli anni, che lei non si spiega ma apprezza, prima e convintissima sostenitrice di quello che il figlio fa e dell’obiettivo a cui aspira.
Salutiamo la signora-mamma-del-cantante e torniamo nella mischia.

Solo più tardi, a giornata ormai finita, il pensiero torna a quella conversazione e afferro il nocciolo della questione, quello che ha riportato la mia mente a quella manciata di minuti: l’ammirazione di una mamma per suo figlio.

Non importa che abbia imboccato una direzione inaspettata, che si sia rivelato una persona fuori dagli “schemi” famigliari, che in qualche modo adatti la sua vita quotidiana in modo da renderla funzionale ai suoi sogni, e non viceversa, che giorno dopo giorno diventi un uomo diverso da quello che si sarebbe aspettata: nulla di tutto questo importa, lei è orgogliosa di lui.

Con uno scatto improvviso la memoria si tuffa nei ricordi.
Siamo a gennaio del 2010 ed è ufficiale: mi hanno pubblicata.
Una piccola casa editrice indipendente di Roma ha selezionato un mio racconto e l’ha inserito in un’antologia a tema riservata agli emergenti.
In un picco di esaltazione mi viene la “brillante” idea di dirlo ad AnarcoMater e AnarcoPater. Come prevedibile mi chiedono di leggere il racconto in questione e io, prontissima, gliene stampo una copia.
Silenzio.
Ho ritrovato i fogli sulla scrivania e ancora oggi, dopo sei anni e mezzo, non ho idea di cosa abbia suscitato in loro quel racconto.

Questo atteggiamento è rimasto immutato negli anni, mi verrebbe da definirlo biasimo, ma non sono sicura che sia la parola giusta.
La mia passione per la scrittura, la fotografia, la musica, l’arte è sempre stata vista come un costante avere la testa “fra le nuvole”, un ostinato astenermi dal pensare alle cose serie e concrete della vita, così, da sempre, io sono la “stramba” di famiglia, quella imprevedibile e incomprensibile.

Aver sbattuto la faccia contro un modo diverso di gestire la “stramberia” di un figlio che intraprende una strada diversa da quella che la famiglia si sarebbe immaginata per lui, mi ha riportato a riflettere su quanto l’atteggiamento di chi mi circonda, la famiglia ma non solo, abbia finito per influenzarmi, spingendomi a marciare un po’ più spesso fra i plotoni degli omologati, fino a declassare la scrittura da “fervida passione” a “banale passattempo”.

Dopo anni di buio, gli occhi mi si sono aperti di colpo e, per citare la band, mi sono ritrovata a chiedermi “Ma come ho fatto a perdere la mia verità?”.

Come ho potuto permettere che questo accadesse?

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Nerissimo.

 

Domenica 8 Maggio 2016. Ore 23:50.

Le mani scorticate per il troppo applaudire.

Di colpo risvegliarmi nel profondo dello stomaco, riscoprire i segreti sepolti nei doppi fondi delle viscere.

Il passato che torna per finire di scuoiarmi, esposte le membra mi divora, a morsi, vomitando parole nuove dal significato antico.

Dopo anni ritrovarmi a imbrattare pagine e pagine in piena notte, assediata da un sonno feroce, ma del tutto incapace di dormire.

Non è così che sarebbero dovute andare le cose.
Ero convinta che sarebbe stato un libro a darmi lo scossone decisivo.
Le parole c’entrano, ma non si è trattato di parole scritte: a rivoltarmi l’anima sono state le parole cantate dalla carismatica voce di Blixa Bargeld, sulle ipnotiche sonorità di Teho Teardo.

Una catartica fusione di tedesco, italiano e inglese, in un lampo la visione di sogni frantumati e spazzati via da venti furibondi.

Le parole di Blixa.
Un pugno in piena faccia.
Quelle parole che ormai da mesi continuavano a sfuggirmi.
Quelle parole che guardandomi, beffarde, si prendevano gioco di me da settimane.
Quelle parole che, di colpo, mi sono piovute addosso da un amplificatore.

 

Mi sono permessa di “parafrasarle” appena, solo per adattarle al mio contesto “artistico”, se così lo si può definire:

 

C’è tanto nero nel mio repertorio
Molte ombre nel mio arsenale
Così scrivo quello che scrivo meglio
scrivo ciò che scrivo meglio
Nero
Uso tutto il nero
Nerissimo
Fino a quando arriveremo dall’altra parte
E non c’è più
Non c’è più buio

 
 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Flusso di Coscienza. #15

дождь-pioggia

 

Domenica 29 Maggio 2016. Ore 17:51.

Fuori dal finestrino le nuvole, nere, sembrano avere enormi fauci, spalancate a mostrare denti aguzzi e minacciosi.
Sento il loro morso straziarmi lo stomaco, mentre non riesco a distogliere gli occhi dal dinamico quadro astratto che i tergicristalli dipingono sul parabrezza con le gocce di pioggia battente.

Ripenso a un tizio sentito in televisione, alla sua riflessione sulla differenza fra le espressioni “voto alle donne” e “voto delle donne”, al potere delle parole, a quanto una semplice preposizione possa cambiare tutto, all’incertezza che mi attanaglia di fronte al mio personale bivio fra “con” e “da”.

Penso alle mie ultime analisi del sangue, peggiorate, e al fatto che, in realtà, non me ne frega niente, perché se è il risultato dell’aver ripreso a vivere un po’, allora mi tengo le analisi schifose e vaffanculo.
Stanca morta per stanca morta, tanto vale divertirsi.

Penso ai nervi delle mie mani, ormai tanto malconci da avermi deformato la grafia, ma non abbastanza da avermi fatto desistere dai miei propositi di scrittura.

Penso a chi guarda dall’alto della sua laurea al basso del mio diploma, ma poi scive “Gli ho salvati”.

Penso al senso di impotenza che mi assale quando andare al cinema da sola mi fa venire gli attacchi di panico, o quando rimugino per settimane sull’andare o meno a un concerto che reputo imperdibile, perché non so se il fisico mi assisterà.

Penso ai muri di gomma contro cui continuo a schiantarmi, magari senza neanche farmi troppo male, ma senza mai neanche riuscire a oltrepassarli.

Penso alla moltitudine di parole vuote e inutili che riesco a vomitare in un giorno, costretta dalle incombenze quotidiane, mentre quelle importanti sono incastrate ormai da mesi fra lo stomaco e la gola.

Penso a dove sono e a dove vorrei essere.
Penso a quello che faccio e a quello che vorrei fare.
Penso a quella che ero, a quella che sono, a quella che vorrei essere, ma che forse non sarò mai.

Penso che il temporale è finito e io non me ne sono accorta, quindi, forse, sarebbe meglio smettere di pensare. Almeno per un po’.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Telegiornalisti? No, grazie.

писать-scrivere

 

Oggi è difficile pensare che ci sia stato un tempo in cui, chi lavorava in televisione o alla radio, riceveva un minimo di preparazione, più o meno approfondita, in materia di corretta dizione italiana.

Sorvolando su eventuali imprecisioni nella pronuncia delle vocali aperte o chiuse, spesso dovute alla provenienza geografica, scopro che i mezzi busti più famosi d’Italia non sanno gestire in maniera corretta nemmeno l’accento logico delle frasi.
La necessità di enfatizzare, di spettacolarizzare la notizia fa sì che, invece di utilizzare nel modo corretto il tono della voce, finiscano per sottolineare le parole considerate più importanti spostandone l’accento tonico. Il risultato è una parlata dal ritmo martellante e monotono che rende difficoltosa la comprensione.

Per far capire meglio di cosa parlo, ho estratto e messo nel video che segue un brano dal CD che accompagna il “Manuale di dizione e pronuncia” di Ughetta Lanari, annunciatrice Rai per quasi vent’anni e conduttrice radiofonica.

 

 

Complicato spiegare a parole ciò che, grazie all’audio, appare chiaro fin dal primo ascolto, o almeno così è stato per me.

Questa piccola scoperta è stata lo spunto per una riflessione più ampia sulla NON-meritocrazia che regna sovrana ai giorni nostri.

Per certi versi sarei proprio io la prima a dover tacere, dato che avendo abbandonato ben due facoltà universitarie senza averle portate a termine, mi ritrovo con un Curriculum Vitae piuttosto scarno. So bene che, senza le paroline magiche “Laureata in…” gli esami sostenuti, magari anche con un buon punteggio, e le esperienze pregresse valgono ben poco. È anche vero, però, che un po’ d’esperienza senza i vincoli salariali imposti da una qualifica ufficiale permette ai datori di lavoro di proporti una retribuzione minore, quindi il conto per essere stata una scansafatiche non tarda mai a presentarsi.
Al di là di queste riflessioni spicciole, mi mette una gran tristezza dover assistere, impotente, al trattamento riservato alle potenzialità individuali delle risorse umane, molto spesso sprecate invecve che valorizzate.

Vedo pubblicare testi privi delle più banali caratteristiche di correttezza, quali punteggiatura e maiuscole, e i loro autori lodati per la rapidità con cui li hanno prodotti. Sbagliato. Sbagliatissimo!
Un buon testo ha bisogno di “decantare”, soprattutto se rivolto a un’utenza ampia ed eterogenea, così come una buona pronuncia richiede tempo e dedizione, ma è d’obbligo da parte di chi lavora nell’informazione pubblica.

Quand’è che la qualità ha smesso di essere un requisito fondamentale?

Mi rendo conto di essere di parte, ma sono convinta che possedere gli strumenti per fare un lavoro non sia sinonimo dell’essere in grado di farlo. Sedermi di fronte a una tela con una tavolozza e un pennello in mano, ad esempio, non farebbe di me una pittrice; allo stesso modo, indossare un camice bianco con uno stetoscopio al collo non farebbe di me un medico.

Questa cosa, però, sembra non valere per la scrittura
Certo non mi reputo una somma autorità in materia, ma di sicuro non mi si possono negare la costanza e la passione con cui mi dedico allo studio e agli approfondimenti sull’argomento.
Sempre più gente, invece, è convinta che il saper tenere in mano una penna o agitare le dita su una tastiera, aggiunto alle nozioni di ortografia e sintassi date da un’istruzione medio-alta, equivalga a “saper” scrivere.

Ebbene, Signore e Signori, Ladies and Gentlemen, Mesdames et Messieurs, Дамы и Господа, mi duole comunicarvi la mesta notizia: non è così!

Condivido la pretesa di rispetto e riconoscimento per la propria competenza, ma ad una condizione: che sia preceduta da un impegno serio nell’acquisirla.

Concludendo, so che la mia posizione è poco realistica e, forse, anche un po’ ingenua, ma proprio non riesco a non essere idealista, almeno non quando si tratta di purismo nella catartica e sublime arte della parola, scritta o parlata che sia.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Isolamento Forzato.

уединение-isolamento

 

Il 24 marzo, quindi 11 giorni fa, nell’AnarcoDimora la linea telefonica fissa ha avuto un mancamento.
L’AnarcoPater, attento e attivo socio di una delle più grandi associazioni dei consumatori del Bel Paese, segnala il guasto con irreprensibile prontezza. Il giorno seguente, 25 marzo, la linea viene rianimata, ma solo dopo aver contagiato la connessione internet.
L’AnarcoPater, sempre all’erta, segnala subito il fattaccio, con la tempestività che lo contraddistingue, sia a chi ha messo le sue malefiche manacce sulla nostra linea, sia al gestore che ci fornisce il servizio internet. Poco dopo, il tecnico telefonico ci contatta, dicendo di essersi reso conto che il problema alla connessione è stato causato dal loro intervento per riattivare la linea telefonica.

Passa Pasqua, passa anche Pasquetta, ma niente: silenzio assoluto.
Le persone che si sono fatte carico dell’AnarcoPratica sembrano essersi smaterializzate, in entrambe le aziende, magari sono esplose dopo essersi abbuffate troppo, chi lo sa…

Come si suol dire, però, le disgrazie non vengono mai sole, e nel mio caso questa cosa è ancor più vera se si tratta di tecnologia.
Emarginata, mio malgrado, dal magico mondo del web, avevo deciso di darmi alle serie tv in modo compulsivo, ma anche il decoder mi si è rivoltato contro e ora sul mio datato, ma strepitoso, tubo catodico si vede solo l’ultimo canale su cui era rimasto sintonizzato prima del guasto, per fortuna è un canale che guardo sepsso e volentieri.

Questa ‘fantastica’ coincidenza astrale ha fatto sì che io mi decidessi a riprendere in mano carta e penna e almeno a provare a concentrarmi come si deve su una serie di cose, fra cui un nuovo piano editoriale per il blog, una strategia seria per l’arricchimento lessicale in russo, l’apprendimento e l’approfondimento di una serie di nozioni e competenze che spero mi saranno d’aiuto nella ricerca di un nuovo lavoro.

Durante questo breve periodo di blackout, questa piccola pausa intimistica dall’enormità senza confini della rete, sono anche invecchiata: dico sul serio, nel senso che ho compiuto gli anni.
Festaggiamenti sobri con le persone davvero importanti, pochi regali ma molto significativi, vecchie amicizie ritrovate e, grazie alla Pasqua, tantissimo ottimo cioccolato e una sempre graditissima razione extra di Leti e Tommi, i fantasmagorici AnarcoNipotini.
Una lucidità improvvisa e inaspettata, una sorta di auto-regalo involontario: questa la sorpresa più grande. Una visione tanto nitida quanto improvvisa di quali siano le parti di me perse per strada negli ultimi anni a cui, però, non sono ancora pronta a rinunciare. L’imperante necessità di tornare a riconoscermi quando mi guardo allo specchio, di scorgere di nuovo la luce della determinazione che, per anni, ha illuminato il mio sguardo. Ho bisogno di raccogliere i cocci della mia creatività e di ritagliarmi un po’ di tempo per rimetterli insieme.

Di per sé può sembrare una cosa scontata, ma io ci ho messo mesi ad arrivare a questa ‘banale’ conclusione: quello che ho perso è l’inchiostro.
Ho permesso alle flebo di lavarlo via dalle mie vene, dove prima scorreva impetuoso, e di sostituirlo col loro liquido silenzio chimico.
Ora devo fare con la scrittura la stessa cosa che ho dovuto fare con le gambe, riprendere a ‘camminare’ dopo un lungo periodo di immobilità forzata: ci vuole tempo, tanto tempo, e l’unico modo per farcela è affrontare un passo alla volta, in senso letterale, inseguendo la spranza di non essere mai più costretta a fermarmi.

 
 

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Mi piacerebbe saper cantare…

писать-scrivere

 

Mi risulta abbastanza ostico comprendere perché il blog riceva più visite quando non scrivo…

Fino a qualche anno fa non era così: che i miei post siano diventati tanto noiosi da far sì che, nel mio caso, i lettori preferiscano “premiare” il silenzio?

Qualunque sia l’arcano di questo annoso dilemma esistenziale, non sperate che io smetta di ammorbarvi con le mie elucubrazioni mentali.

Questa volta a smuovermi è stata una canzone, di cui non svelerò né il titolo né l’interprete, perché non sono fondamentali, quel che conta è lo scossone che mi ha dato.

In fondo chi se ne frega se a nessuno interessa un post sull’affascinante universo della linguistica pura, se nessuno condivide la mia curiosità sulle norme che regolano la corretta accentazione della meravigliosa lingua italiana, se nessuno si emoziona quanto me di fronte alla poliedricità e all’eclettismo dell’amata Madre Russia, se nessuno si spiega la mia ostinata determinazione nel continuare a studiare di tutto e di più da autodidatta, se nessuno ha voglia di dar retta ai miei piagnistei su quanto essermi scoperta malata mi faccia ancora incazzare a morte: io scrivo per me.

Ho sempre scritto per me, ma devo essere caduta vittima di una temporanea amnesia e la ragione, subdola ingannatrice, ha colto la ghiotta occasione per provare a convincermi del falso, del fatto che anch’io, come molti altri, scrivessi per la “gloria” o, ancora peggio, per la vana e utopistica speranza di camparci, prima o poi.

Non è così.
Scrivo perché amo scrivere.
Scrivo perché scrivere mi fa male, ma quel dolore è la sensazione più bella che io abbia mai provato stando sola con me stessa.
Scrivo perché mi sarebbe piaciuto saper cantare, ma non lo so fare.
Non sono proprio capace di fare acrobazie con la voce, di amplificare il significato delle parole accompagnandole alla vibrante potenza della musica, e allora ecco che scrivo: gioco con le parole lasciando che compiano da sé la magia, dando vita alla loro particolare melodia, diversa e irripetibile nella mente di ogni persona che le legge.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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