Articoli con tag: Полимиозит

Giustizia e ingiustizia

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In un reame vivevano due contadini: Ivan e Naum. Erano molto amici e si misero insieme a cercare lavoro. Cammina cammina, si ritrovarono in un ricco borgo e si fecero assumere da padroni diversi; dopo aver lavorato una settimana, si incontrarono la domenica. «Quanto hai guadagnato, fratello?», domandò Ivan. «Il Signore mi ha dato cinque rubli!» «Il Signore! Ti darebbe assai se non lavorassi!» «No, fratello, senza l’aiuto di Dio, non farai mai niente di buono, non avrai mai un soldo!» Qui la discussione si riscaldò e portò a questa decisione: «Seguiamo la strada e domandiamo al primo venuto chi ha ragione. Il perdente dovrà cedere tutti i soldi che ha guadagnato».
Detto fatto; fecero una ventina di passi: incontrano un diavolo con le sembianze di un uomo. Interrogato, rispose: «Conta solo su quello che ti sei guadagnato! Non sperare in Dio, non ti darà nemmeno una copeca!». Naum cedette tutti i suoi soldi a Ivan e tornò dal padrone a mani vuote. Passò un’altra settimana; i due si ritrovarono la domenica e riprese la stessa discussione. Naum dice: «Anche se hai preso i miei soldi la settimana scorsa, il Signore stavolta me ne ha dati anche di più!». «Va bene» replica Ivan «se tu pensi che sia un regalo di Dio e non la tua paga, allora andiamo di nuovo a domandare al primo venuto chi ha ragione. Quello che risulterà in torto sarà privato dei suoi soldi e avrà il braccio destro tagliato». Naum accettò.
Seguirono la strada; incontrarono lo stesso diavolo dell’altra volta, che rispose come aveva già fatto. Ivan prese i soldi al compagno, gli tagliò il braccio destro e lo abbandonò. Naum rifletté lungamente: cosa avrebbe fatto senza un braccio? Chi avrebbe voluto occuparsi di lui? In conclusione, Dio è misericordioso! Se ne andò in riva al fiume e si stese sotto una barca: «Intanto passerò la notte qui e, domani mattina, vedrò il da farsi: la notte porta consiglio».
A mezzanotte precisa, un gran numero di diavoli si riunì intorno alla barca e cominciarono a vantarsi tra loro delle proprie malefatte. Uno dice: «Ho risolto falsamente una disputa tra due contadini e quello che aveva ragione ha avuto un braccio tagliato». Un altro allora disse: «Sciocchezze! Gli basterà rotolarsi tre volte nella rugiada e il braccio gli ricrescerà!». «Io, invece» prese a vantarsi un terzo «ho gettato il malocchio sulla figlia unica di un ricco signore: sta per morire!» «Ma sì!» replicò un quarto. «Colui che avrà pietà del padre, guarirà di sicuro la figlia. Il rimedio è semplice: si prende una certa erba, se ne fa un infuso, ci si bagna la figlia e quella tornerà sana!» «Un contadino» si mise a dire un quinto «ha messo un mulino ad acqua su di un stagno, ma già da molti anni si affatica invano: ogni volta che finisce di costruire la diga, io faccio un buco e faccio passare l’acqua». «Che imbecille, il tuo contadino!» disse un sesto demone. «Dovrebbe solo coprire meglio di fascine la sua diga, e, se l’acqua si dovesse perdere, dovrebbe solo gettare un fascio di paglia nella breccia e sarebbe la tua rovina!»
Naum ascoltò tutto e il giorno dopo recuperò il suo braccio destro, poi riparò la diga del contadino e guarì la figlia del signore. Lo ricompensarono generosamente e il contadino e il signore: così iniziò una vita di agi. Un giorno incontrò il suo vecchio compagno; quello si meravigliò e gli fece un sacco di domande: dove aveva recuperato, dice, il suo braccio e come aveva fatto fortuna? Naum gli raccontò tutto, senza nascondere nulla. Ivan lo ascoltò e pensa: “Un momento, farò così anch’io e diventerò anche più ricco!”. Se ne andò in riva al fiume e si stese sotto la barca. A mezzanotte, i diavoli si riunirono. «Sapete fratelli» dice uno di loro «ci deve essere qualcuno che ci spia. Quel contadino ha recuperato il suo braccio, la figlia del signore è guarita e la diga funziona!»
Si precipitarono a guardare sotto la barca; scoprirono Ivan e lo fecero a pezzetti. Il lupo ha pagato le lacrime dell’agnello!

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Il lupo e la capra

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C’era una volta una capra che si era costruita una capanna nel bosco e aveva messo al mondo dei capretti. Spesso andava nella foresta in cerca di cibo; non appena esce, i capretti sprangano la porta e restano in casa. Al suo ritorno, la capra bussa alla porta e canticchia: «Capretti, pargoletti! Aprite, aprite in fretta! Sono stata nella pineta, ho brucato l’erba di seta, ho bevuto dell’acqua gelata. Scorre il latte dalle mammelle, dalle mammelle sugli zoccoli, dagli zoccoli si perde per terra!». I capretti si affrettano ad aprire la porta e fanno entrare la madre, che li allatta e poi torna nella foresta, mentre i capretti si chiudono dentro a doppia mandata.
Il lupo aveva sentito tutto origliando; aspettò il momento buono, e non appena la capra fu andata nella foresta, si avvicinò alla capanna e gridò con la sua voce cvernosa: «Figlioletti, piccoletti, aprite, aprite in fretta! È arrivata la mamma, carica di latte, con gli zoccoli pieni d’acqua!». Ma i capretti rispondono: «No, no, non è la vocetta della mamma! La nostra mamma ha una voce sottile e dice altre cose». Il lupo se ne andò e si nascose. Ecco arrivare la capra che bussa: «Capretti, pargoletti! Aprite, aprite in fretta! Sono stata nella pineta, ho brucato l’erba di seta, ho bevuto dell’acqua gelata. Scorre il latte dalle mammelle, dalle mammelle sugli zoccoli, dagli zoccoli si perde per terra!».
I capretti lasciarono entrare la madre e le raccontarono che era venuto il lupo cattivo e voleva mangiarli. La capra li allattò e, uscendo per andare nella foresta, raccomandò fermamente di non aprire per nessun motivo al mondo a chiunque si fosse avvicinato all’izbà e avesse parlato loro con voce cavernosa e non avesse ripetuto le sue precise parole. Si era appena allontanata la capra, che il lupo sopraggiunse di corsa, bussò alla porta dell’izbà e cominciò a canterellare con una vocetta flebile: «Capretti, pargoletti! Aprite, aprite in fretta! Sono stata nella pineta, ho brucato l’erba di seta, ho bevuto dell’acqua gelata. Scorre il latte dalle mammelle, dalle mammelle sugli zoccoli, dagli zoccoli si perde per terra!». I capretti aprirono la porta, il lupo si precipitò nell’izbà e li divorò tutti; si salvò solo un capretto, che si era nascosto nel forno.
La capra torna; ma aveva un bel canticchiare, nessuno le rispondeva. Si avvicinò di più alla porta e vede tutto spalancato; entrò, tutto era deserto; guardò dentro il forno e scoprì l’unico capretto rimasto. Quando la capra conobbe la sua disgrazia, si accasciò su una panca e iniziò a piangere amaramente e a lamentarsi: «Ah, piccolini miei, caprettini! Perché avete aperto-spalancato, siete finiti in bocca al lupo cattivo? Vi ha divorati tutti e ha gettato me, la capra, nel dolore e nello sconforto».Il lupo, che l’aveva sentita, penetra nell’izbà e dice alla capra: «Oh, comare, comare! Di cosa mi accusi? Non sono stato io! Andiamo a fare una passeggiata nella foresta». «No, compare, non ho l’umore adatto per fare passeggiate». «Ma su, andiamo!», insiste il lupo.
Se ne andarono nel bosco, trovarono una fossa, e in quella fossa i briganti avevano cotto da poco della polenta, e c’era rimasto fuoco a sufficienza. La capra dice al lupo: «Compare, perché non proviamo a vedere chi riuscirà a saltare la fossa?». Detto fatto. Il lupo saltò e cadde nella fossa ardente; la sua pancia per il calore scoppiò e ne saltarono fuori i capretti, che si precipitarono verso la loro mamma. Da allora, vivono felici e contenti, sono diventati furbi e non si cacciano nei pasticci.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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La quercia profetica

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È brutto che una moglie abbia un marito vecchio, è male che un vecchio abbia una moglie giovane! Da un orecchio entra, dall’altro esce, in un baleno — te la fa sotto gli occhi, dall’acqua esce asciutta: e vedi e sai, ma non la prendi mai!
A un buon vecchio toccò una moglie giovane, una furbacchiona. Lui la istruisce, e lei in risposta: «Non è per te, vecchio fannullone, bere, né mangiare, né camicie bianche portare!». E se non hai pazienza, dici un’iiriverenza: una vecchia storia! Ecco che ebbe l’idea di dare una lezione alla moglie. Andò al bosco, riportò un fascio di legna e dice: «Al mondo succedono prodigi prodigiosi: nel bosco una vecchia quercia mi ha detto quel che è stato, il futuro ha indovinato!». «Oh, anch’io ci corro! Perché sai vecchio: ci muoiono le galline, il bestiame non sta in piedi… Vado a farci due chiacchiere; forse mi dirà qualcosa». «Bene, vai alla svelta, finché la quercia parla; se si azzittisce, non le cavi una parola». Il tempo che la moglie si preparasse, il vecchio andò avanti, si infilò nel cavo della quercia e l’aspetta.
Arrivò la donna, si inchinò alla quercia, pregò, urlò: «Quercia querciosa, nonna verbosa, che devo fare? Non voglio il vecchio amare, voglio mio marito accecare; insegnami come fare». E la quercia in risposta: «Non c’è nulla da fare, è inutile il veleno sprecare, inizia a farlo ben mangiare. Arrostisci una gallina con della panna acida, non essere avara: che mangi lui — tu non ti sedere a tavola. Cuoci un semolino di latte, mettici in più del burro; lascia che mangi, non te ne pentirai! Fai delle frittelle; offrim inchinati, che le intinga nel burro e ne faccia una scorpacciata: e diventerà il tuo vecchio più cieco di una talpa».
Arrivò la moglie a casa, il marito geme sulla stufa. «Ehi tu, vecchino mio, ti fa male di nuovo qualcosa? o di nuovo sei deperito? Se vuoi: ammazzerò una gallina, o farò delle frittelle, o preparerò del semolino col burro. Vuoi o no?» «Mangerei, ma dove prendere tutto?» «Non ti preoccupare! Anche se mi sgridi, mi fai pena!… Ecco, vecchinetto, mangia, gusta, bevi: non te ne pentirai!» «Siediti anche tu con me». «Eh no, per quale motivo? Io devo solo saziarti! Io spizzicherò qui e là — e sarò sazia. Mangia, colombello, aggiungici un po’ di burro!» «Oh, ferma, moglie! Dammi un sorso d’acqua». «L’acqua è sul tavolo». «Dove sul tavolo? Non vedo». «Sta davanti a te!» «Ma dove? I miei occhi si sono oscurati». «Be’, stenditi sulla stufa». «Mostrami un po’ dov’è la stufa. Non trovo neanche quella». «Eccola, arrampicati alla svelta». Il vecchio sta per infilare la testa nella stufa. «Ma che hai? Sei diventato cieco forse?» «Oh, ho peccato, moglie! Ho mangiato troppo bene, ed ecco che la luce divina si è oscurata ai miei occhi. Ohi-ohi!» «Che guaio! Be’, stenditi intanto; vado a prenderti qualcosa».
Corse, volò, ospiti invitò, e ci fu un banchetto favoloso. Bevvero-bevvero, il vino non bastò; corse la donna a prendere il vino. Il vecchio vede che la moglie non c’è, e gli ospiti sono satolli e depressi; scese dalla stufa e giù a picchiarli — chi in fronte, chi sulla schiena; tutti li fece fuori e ficcò loro in bocca una frittella ciascuno, come se si fossero soffocati da soli; dopodiché risalì sulla stufa e si mise a riposare. Arrivò la moglie, guardò e rimase di stucco: tutti gli amici, tutti i conoscenti stanno stesi come porci, tra i denti emergono le frittelle; che fare? dove i cadaveri ficcare? Giurò la donna di non invitare più ospiti, giurò di non abbandonare il vecchio. Nel frattempo passava di lì un babbeo. «Batjuška su, batjuška giù!» grida la donna. «Eccoti dell’oro, lascia l’anima col corpo, togli da noi questo torto!» Il babbeo prese i soldi e trascinò via i cadaveri: chi mise in un burrone, chi nascose nel fango, e occultò tutte le prove.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Il burlone

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C’era una volta Fomka il burlone, sapeva fare scherzi astuti. Una volta va Fomka per la strada; incontrò il pope: «Salve, Fomka!». «Salve, padre!» «Rallegrami con uno scherzo!» «Ah, padre, ne sarei felice, ma ho lasciato gli scherzi a casa». «Corria prenderli, per favore!» «Ma è lontano!» «Prendi il mio cavallo, caro». «Dammelo, padre!» Salì e si avviò dalla popessa: «Matuška, dammi settecento rubli; tuo marito ha comprato sette campi, sette villaggi, mi ha mandato a prendere i soldi, infatti mi ha dato il suo cavallo». La popessa gli diede settecento rubli; Fomka il burlone prese i soldi e andò alla palude; annegò il cavallo nella palude, gli tagliò la coda e la conficcò nel fango. Arriva dal pope: «Be’, padre, è vero che non hai dato da bere alla cavallina da almeno due settimane?». «Che significa?» «Ecco: mentre passavo vicino all’acqua, si è precipitata nella palude, e ci si è impantanata!» «Che fare! Andiamo a tirarla fuori!» Arrivarono alla palude: emerge solo una coda. «Entra, padre, nell’acqua!» «È meglio se vai tu, Fomka!» Fomka andò.
Allora il buffone si attaccò a un capo della coda, e al pope dall’altra parte; tirano da tutti i lati. Tirarono, tirarono, Fomka prese e mollò la presa della coda: il pope cadde a terra. «No» dice Fomka «è chiaro che il cavallo è andato per sempre! Ora non lo tireremo più fuori, abbiamo strappato la coda!» Il pope si rattristò-si rattristò e andò a casa. La popessa lo accoglie: «Allora, batjuška, hai comprato i sette campi, i sette villaggi?». «Quali, cara?» «Come?Fomka il burlone è venuto da parte tua e ha preso settecento rubli!» «Ah, che razza di ladro! Niente da dire: mi ha fatto un bello scherzo!» E Fomka, sornione, andò in città a sperperare i soldi altrui: nel baule del pope, dice, si stavano arrugginendo!
Fomka aveva due fratelli. Una volta accese la stufa, mise sul fuoco un paiolo con l’acqua e si sedette sotto la finestra, guarda: vede di lontano i fratelli che stanno arrivando. Fomka tolse subito il paiolo dalla stufa, lo mise in strada sulla neve e lo coprì con una padella. I fratelli si avvicinarono e sentirono che qualcosa rumoreggiava nella pentola. Si misero a chiedere: «Burlone, cos’hai nella pentola che rumoreggia?». «L’acqua bolle sulla neve! Se si mette nel paiolo della farina, si può cuocere anche del kisel’: non serve nemmeno la legna!»«Regalaci questo paiolo». «Non posso, fratellini! Io non vivo che di questo». «Be’, vendicelo! Quanto vuoi?» «Non meno di cento rubli». «To’, prendi!» Pagarono i fratelli cento rubli, presero il paiolo e lo portarono a casa. «Ehi, moglie» dice uno «facciamo del kisel’». «Non c’è legna!», risponde la moglie. «Ma non ci serve legna; dammi della farina». La donna portò della farina; i contadini versarononel paiolo dell’acqua, ci versarono la farina, coprirono con una padella e misero il tutto sulla neve. Passò un’ora circa. «Allora, donna, non è pronto il nostro kisel’?» Guardarono, e l’acqua si era completamente ghiacciata; si misero a tagliarla col coltello — il coltello non basta, si misero a spaccarla con l’ascia — e ruppero il paiolo in mille pezzi. Si adirarono i fratelli e andarono a picchiare Fomka.
Fomka il burlone sapeva che i fratelli non gliel’avrebbero fatta passare liscia, e aveva escogitato in anticipo un nuovo scherzo: uccise un montone, gli cavò il sangue e lo mise in una vescica; e la vescica la legò sotto l’ascella della moglie. Appena i fratelli entrarono nell’izbà, lui si mise a gridare: «Tanja, fai una frittata, e alla svelta!». Tanja non si alza nemmeno dal posto. Fomka prende un coltello, e come la colpisce sotto l’ascella, il sangue scorre a catinelle. Tanja cadde, prese a rantolare come se stesse esalando l’ultimo respiro. «Ma che hai deciso di morire?», dice Fomka, prese da un chiodouna sferza e giù a frustare e a ripetere: «Frusta della vita, fai rivivere la mia mogliettina!» Lei subito saltò su e si mise a preparare la frittata. «Fomka» dicono i fratelli «vendici la frusta della vita». «Compratela!» Si misero a contrattare, alla fine comprarono la frusta e andarono a vantarsi con le proprie mogli…

 

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Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Il tribunale di Šemjaka

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In certi paraggi vivevano due fratelli: uno ricco e l’altro povero. Arrivò il fratello povero dal ricco a chiedere un cavallo, sul quale poter andare nel bosco a fare legna. Il ricco gli diede il cavallo. Il povero iniziò a chiedere anche il collare; il ricco si adirò contro il fratello e non gli diede il collare. Il fratello povero pensò di legare la legna alla coda del cavallo, e andò nel bosco a fare legna, e ne tagliò una grossa quantità, a stento il cavallo può portarla, e arrivò al suo cortile, e aprì il portone, ma scordò di levare la tavoletta da sotto il portone. Il cavallo si lanciò attraverso la tavoletta e si strappò la coda. Il fratello povero riportò al ricco il cavallo senza coda; il ricco, vedendo il cavallo senza coda, non gli riprese il cavallo e andò dal giudice Šemjaka a presentare una supplica contro il povero. Il povero, sapendo che per lui era arrivata la disgrazia — ne sarebbe venuto l’esilio, perché il destino di un povero è già segnato, che non poteva succedere nulla di peggio, andò dietro al fratello.
E arrivarono ambedue i fratelli a passare la notte da un ricco contadino. Il contadino iniziò a bere, a mangiare e a spassarsela con il fratello ricco, e non vuole offrire nulla al povero. Il povero che stava sul soppalco a guardarli, improvvisamente cadde dal soppalco e schiacciò il bambino nella culla uccidendolo. Il contadino andò dal giudice Šemjaka a presentare una supplica contro il povero.
Mentre andavano insieme in città (il fratello ricco e quel contadino, il fratello povero, invece, camminava dietro di loro), gli capitò di passare per un alto ponte. Il povero capì che non sarebbe uscito vivo dalle mani del giudice Šemjaka e si gettò dal ponte: voleva ammazzarsi. Sotto il ponte un figlio portava il padre malato a fare il bagno, e quello gli cadde sulla slitta e lo schiacciò uccidendolo. Il figlio andò a presentare una supplica al giudice Šemjaka, perché aveva ucciso suo padre.
Il fratello ricco arrivò dal giudice Šemjaka a presentare la supplica contro il fratello che aveva fatto strappare la coda al cavallo. Il povero tirò su una pietra e la legò in un fazzoletto, e la mostra da dietro il fratello, e pensa questo: se il giudice giudicherà non a mio favore, lo ammazzerò. Il giudice capì: stabilisce cento rubli per regolare la faccenda; ordinò al ricco di ridare il cavallo al povero, finché non gli fosse ricresciuta la coda.
Poi arrivò il contadino, diede la supplica per l’uccisione del bambino e iniziò a fare la supplica. Il povero, dopo aver tirato fuori la stessa pietra, la mostrò al giudice da dietro il contadino. Il giudice capì: stabilisce altri cento rubli per regolare la seconda faccenda; ordinò al contadino di dare al povero la moglie, finché non avesse partorito un bambino: «E tu allora riprenditi la moglie e il bambino».
Arrivò il figlio a presentare la supplica per il padre, perché aveva ucciso il padre, e fece la supplica contro il contadino. Il contadino, avendo tirato fuori la stessa pietra, la mostra al giudice. Il giudice capì: stabilisce cento rubli per regolare la faccenda; ordinò al figlio di stare sul ponte: «Tu invece, povero, vai sotto il ponte, e tu, figlio, salta dal ponte sul povero e uccidilo».
Il giudice Šemjaka mandò un servo dal povero a chiedere i trecento rubli. Il povero mostrò la pietra e disse: «Se il giudice non avesse giudicato a mio favore, avevo intenzione di ammazzarlo». Il servo arrivò dal giudice e gli raccontò del povero: «Se tu non avessi giudicato a suo favore, aveva intenzione di ammazzarti con quella pietra». Il giudice cominciò a segnarsi: «Grazie a Dio ho giudicato a suo favore!».
Arrivò il fratello povero dal ricco a chiedere, secondo l’ordine del giudice, il cavallo senza coda finché non gli fosse ricresciuta. Il ricco, non volendo dargli il cavallo, gli diede cinque rubli e tre quartini di grano, e una capra da latte, e si riappacificò con lui per sempre.
Arrivò il fratello povero dal contadino e inizia a chiedere, secondo l’ordine del giudice, la moglie finché non avesse partorito un bambino. Il contadino preferì fare pace col povero e diede al povero cinquanta rubli, e una vacca col vitellino, e una giumenta col puledrino, e quattro quartini di grano, e si riappacificò con lui per sempre.
Arrivò il povero dal figlio per l’uccisione del padre e iniziò a dirgli che «secondo l’ordine del giudice devi metterti sul ponte, e io sotto il ponte, e tut buttati su di me e uccidimi». Il figlio iniziò a riflettere tra sé: «Se salto dal ponte, non lo uccido e io mi ammazzo!»; e preferì fare la pace col povero, gli diede duecento rubli, e un cavallo e cinque quartini di grano, e si riappacificò con lui per sempre.

 

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Dolore

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In un paesello vivevano due contadini, due fratelli: uno era povero, l’altro ricco. Il ricco si trasferì a vivere in città, si costruì una grande casa e si iscrisse alla corporazione dei mercanti; mentre il povero delle volte non ha nemmeno un tozzo di pane, e i bambini — uno più piccolo dell’altro — piangono e chiedono da mangiare. Dalla mattina alla sera si dibatte il contadino come un pesce sul ghiaccio, ma non c’è mai niente. Dice una volta alla moglie: «Fammi andare in città a chiedere a mio fratello se ci può dare una mano». Arrivò dal ricco: «Ah, fratellino caro! Allevia un po’ la mia pena; mia moglie e i miei figli non hanno da mangiare, restano digiuni interi giorni». «Lavora da me questa settimana e allora ti aiuterò!» Che fare? Si mise il povero al lavoro: e pulisce il cortile, e striglia i cavalli, e porta l’acqua, e taglia la legna. Dopo una settimana gli dà il fratello una pagnotta di pane: «Ecco qua per il tuo lavoro!». «Grazie lo stesso!», disse il povero, si inchinò e voleva andare a casa. «Fermo! Torna in visita da me domani e porta tua moglie: domani è il mio onomastico». «Eh, fratellino; ma come faccio? Lo sai tu stesso: da te vengono mercanti con stivali e pellicce, mentre io vado con le ciocie di tiglio e un misero caffettano grigio». «Non importa, vieni! Ci sarà posto anche per te». «Bene, fratellino, verrò».
Tornò il povero a casa, diede alla moglie la pagnotta e dice: «Ascolta, cara! Per domani ci hanno invitato». «Come invitato? Chi ci ha invitato?» «Mio fratello; domani è il suo onomastico». «D’accordo, andremo». Il mattino dopo si alzarono e andarono in città, arrivarono dal ricco, lo salutarono e si sedettero su una panca. A tavola c’erano già molti illustri ospiti; il padrone li intrattiene tutti a meraviglia, e al fratello povero e a sua moglie si dimenticò persino di pensare — non dà loro nulla; quelli stanno seduti e guardano gli altri bere e mangiare. Finì il pranzo; iniziarono gli ospiti ad alzarsi da tavola e a ringraziare il padrone e la padrona, e il povero anche: si alzò dalla panca e si inchina al fratello fino alla cintura. Gli ospiti anarono a casa ubriachi, allegri, fanno chiasso, cantano canzoni.
E il povero torna indietro a stomaco vuoto. «Su» dice alla moglie «cantiamo anche noi una canzone!» «Ehi, non sarai mica scemo! La gente canta perché ha mangiato bene e bevuto molto; e tu invece perché vuoi cantare?» «Be’, in ogni caso sono stato all’onomastico di mio fratello; mi vergogno ad andarmene senza cantare. Se io canto, ognuno penserà che si sono occupati anche di me…» «Be’, canta se vuoi, ma io non lo farò!» Il contadino si mise a cantare, e gli sembrò di sentire due voci; smise e chiede alla moglie: «Sei tu che mi fai da controcanto con una vocetta sottile?». «Che ti prende? Non ci penso nemmeno». «Allora chi è?» «Non lo so!» disse la donna. «Canta un po’, ci farò caso». Lui si rimise a cantare; canta da solo, ma si sentono due voci; si fermò e chiede: «Sei tu, Dolore, che mi fai da controcanto?». Dolore si fece sentire: «Sì, padrone! Sono io». «Allora, Dolore, vieni con noi». «Andiamo, padrone! Ora non ti lascerò più».
Arrivò il contadino a casa, e Dolore lo invita in un’osteria. Quello dice: «Non ho soldi!». «Oh, caro contadino! E a che ti servono i soldi? To’, hai addosso un pellicciotto, ma a che ti serve? Presto sarà estate, non lo porterai in ogni caso! Andiamo all’osteria, e il pellicciotto al diavolo…» Il contadino e Dolore andarono all’osteria e si bevvero il pellicciotto. Il giorno seguente Dolore gemeva, gli fa male la testa dalla sbronza, e nuovamente invita il padrone a bere un goccio di vino. «Niente soldi», dice il contadino. «E a che ti servono i soldi? Prendi la slitta e il carretto — ce n’è abbastanza!» Non c’è niente da fare, non riesce a liberarsi di Dolore il contadino: prese la slitta e il carretto, si trascinò fino all’osteria e bevve insieme a Dolore. Al mattino Dolore gemeva ancora di più, invita il padrone a bere per disintossicarsi; il contadino si bevve e l’erpice e l’aratro. Non era passato un mese che aveva dato via tutto; persino la sua izbà aveva ipotecato con un vicino, e i soldi li aveva portati all’osteria. Dolore di nuovo gli sta addosso: «Andiamo all’osteria, andiamo». «No, Dolore! Fa’ come ti pare, ma non ho più niente». «Come niente? Tua moglie ha due vestiti: uno lascialo, ma l’altro bisogna bercelo». Il contadino prese un vestito, se lo bevve e pensa: “Ecco quando si dice che uno è ripulito! Siamo senza tetto, né letto sia io che mia moglie!”.
Al mattino si svegliò Dolore, vede che non ha più nulla da prendere al contadino, e dice: «Padrone!». «Che c’è, Dolore?» «Ecco che c’è: vai dal tuo vicino e chiedigli una coppia di buoi con un carretto». Andò il contadino dal vicino: «Dammi» chiede «per un po’ di tempo una coppia di buoi con un carretto; io in cambio lavorerò da te almeno una settimana». «A che ti servono?» «Ad andare nel bosco per la legna». «Va bene, prendili; ma non caricare troppo il carro». «Ma che dici, mio benefattore!» Portò la coppia di buoi, salì sul carretto con Dolore e andò in aperta campagna. «Padrone!» chiede Dolore. «Lo sai che in questo campo c’è una grossa pietra?» «E come non saperlo!» «Allora se lo sai, vacci diretto» Arrivarono al punto, si fermarono e scesero dal carretto. Dolore ordina al contadino di sollevare la pietra; il contadino la solleva, Dolore lo aiuta; la sollevarono, e sotto la pietra c’è una buca piena stracolma d’oro. «Be’, che guardi?» dice Dolore al contadino. «Portalo in fretta sul carretto».
Il contadino si mise al lavoro e riempì il carretto di oro, lo tirò fuori dalla fossa fino all’ultimo rublo; vede che non ne è rimasto più, e dice: «Guarda un po’ Dolore se ci sono rimasti per caso ancora soldi?». Dolore si piegò: «Dove? Io non vedo niente !». «Ma lì nell’angolo brillano!» «No, non vedo». «Scendi nella fossa e lo vedrai». Dolore scese nella fossa; non appena ci fu arrivato, il contadino lo chiuse con la pietra. «Così sarà meglio!» disse il contadino. «Altrimenti, se ti prendo con me, tu, Dolore addolorato, presto o tardi ti berrai anche tutti questi soldi!» Arrivò il contadino a casa, scaricò i soldi nella cantina, riportò i buoi al vicino e si mise a pensare a come sistemarsi; comprò della legna, si costruì una gran casa e iniziò a vivere due volte più riccamente di suo fratello.
Passarono ore o mesi: andò in città a invitare il fratello con la moglie per il suo onomastico. «Ma come ti salta in mente!» gli disse il fratello ricco. «Non hai niente da mangiare e festeggi anche l’onomastico!» «Be’, una volta non avevo niente da mangiare, ma adesso, grazie a Dio, ho non meno di te; vieni e vedrai». «Bene, verrò!» Il giorno seguente il fratello ricco si preparò con la moglie, e andarono all’onomastico; guardano, ma quel povero straccione ha una casa nuova, grande, come non tutti i mercanti ne hanno! Il contadino li ricevette, li rifocillò con cibi di ogni genere, li dissetò con idromele e vini di ogni genere. Chiede il ricco al fratello: «Dimmi, per favore, per quale destino ti sei arricchito?». Il contadino gli raccontò senza reticenze come gli si fosse appiccicato addosso Dolore addolorato, come si fosse bevuto all’osteria con Dolore tutto ciò che possedeva fino all’ultimo spillo: non gli era rimasta che l’anima nel corpo; come Dolore gli avesse mostrato un tesoro in aperta campagna, come lui avesse raccolto questo tesoro e si fosse liberato di Dolore.
Il ricco provò invidia: “Fammi andare” pensa “in aperta campagna: solleverò la pietra e libererò Dolore; che rovini completamente mio fratello, affinché non osi vantarsi davanti a me della sua ricchezza&”. Lasciò la moglie a casa, e lui si precipitò nel campo; si avvicinò alla grossa pietra, la voltò da un lato e si chinò a guardare cosa ci fosse sotto la pietra. Non fece in tempo a piegare la testa abbastanza, e già Dolore saltò fuori e gli si gettò al collo. «Ah» grida «volevi farmi morire qui! No, ora a nessun costo ti lascerò». «Ascolta, Dolore!» disse il mercante. «Non sono stato certo io a metterti sotto la pietra…» «E chi se non tu?» «Ti ci ha messo mio fratello, io sono venuto apposta per liberarti». «No, menti! Mi hai ingannato una volta, ma la seconda non ci riuscirai!» Si attaccò fortemente Dolore al collo del ricco mercante; quello lo portò a casa, e tutta la sua impresa andò a capofitto. Dolore già dal mattino si mette all’opera; ogni giorno invita il mercante a bere per disintossicarsi; molti beni se ne andarono all’osteria. “Così non è possibile vivere!”, pensa tra sé il mercante. “Mi sembra di aver sollazzato abbastanza Dolore; è tempo che me ne separi, ma come?” Pensa che ti ripensa, trovò la soluzione: andò nel suo vasto cortile, digrossò due cunei di quercia, prese una nuova ruota e incastrò fortemente un cuneo da un lato del mozzo. Arriva da Dolore : «Che fai, Dolore, sempre steso su un fianco?». «E cos’altro ho da fare?» «Che fare? Andiamo in cortile a giocare a nscondino». Dolore si rallegrò; uscirono in cortile. Dapprima si nascose il mercante — Dolore lo trovò subito, dopodiché fu il turno di Dolore di nascondersi. «Be’» dice «non mi troverai facilmente! Io posso entrare in qualunque fessura!» «Ma che dici?» risponde il mercante. «In questa ruota non riusciresti a entrare, figuriamoci in una fessura!» «Non entro in una ruota? Guarda un po’ come mi ci nascondo!» Penetrò Dolore nella ruota; il mercante prese e incastrò dall’altro lato del mozzo il cuneo di quercia, sollevò la ruota e la buttò con tutto Dolore nel fiume. Dolore afforò, e il mercante riprese a vivere come al solito, come prima.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Il messo veloce

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In un certo reame, in terre lontane, c’erano delle paludi invalicabili; attorno a esse passava una strada di circonvallazione: a cavalcare velocemente per quella strada — ci sarebbero voluti tre anni, a cavalcare piano — anche cinque sarebbero stati pochi! Proprio accanto alla strada viveva un povero vecchio che aveva tre figli: il primo si chiamava Ivan, il secondo — Vasilij, e il terzo — Semën giovanetto. Pensò il povero di bonificare quelle paludi, di farci passare una strada diretta e di costruire dei ponti di viburno, perché i passanti potessero passare in tre settimane, e quelli a cavallo in tre giorni. Si mise al lavoror insieme ai suoi figli, e dopo non poco tempo tutto fu a posto: sistemati i ponti di viburno e spianata una strada diretta.
Tornò il povero alla sua casetta e dice a figlio maggiore Ivan: «Vatti un po’ a sedere, figlio mio amato, sotto il ponte e senti cosa dirà di noi la brava gente: bene o male?». Seguendo l’ordine paterno andò Ivan e si sedette in un punto nascosto sotto il ponte.
Passano per quel ponte di viburno due monaci e dicono tra loro: «Chi ha costruito questo ponte e spianato la strada — qualunque cosa chieda al Signore, che il Signore gliela regali!». Ivan, non appena ebbe sentito questa parole, subito uscì da sotto il ponte di vibutno. «Questo ponte» dice «lo abbiamo costruito io, mio padre e i miei fratelli». «Cosa chiedi dunque al Signore?», domandano i monac. «Che il Signore mi dia soldi per tutto il resto della vita!» «Bene, vai in aperta campagna: in aperta campagna c’è una quercia verde, sotto quella quercia una cantina profonda, in quella cantina c’è una gran quantità d’oro, e d’argento, e di pietre preziose. Prendi una pala e scava — il Signore ti darà soldi per il resto della tua vita!» Ivan andò in aperta campagna, scavò da sotto la quercia molto oro, e argento, e pietre preziose e portò il tutto a casa. «Be’, figliolo» chiede il povero «hai visto qualcuno che sia passato a piedi o a cavallo per il ponte? E cosa dice di noi la gente?» Ivan raccontò al padre che aveva visto due monaci e come quelli lo avevano ripagato per il resto della vita.
Il giorno seguente manda il povero il figlio mediano Vasilij. Andò Vasilij, si sedette sotto il ponte di viburno e sta in ascolto. Passano per il ponte due monaci; giunti all’altezza del punto in cui lui era nascosto dicono: «Chia ha costruito questo ponte — qualunque cosa chieda al Signore, che il Signore gliela dia!». Non appena ebbe sentito Vasilij queste parole, uscì incontro ai monaci e disse: «Questo ponte l’ho costruito io, con mio padre e i miei fratelli». «Cosa chiedi dunque a Dio?» «Che Dio mi conceda grano per il resto della mia vita!» «Bene, vai a casa, ara la terra e semina: il Signore ti darà grano per il resto della vita!» Vasilij arrivò a casa, raccontò tutto al padre, arò la terra e seminò il grano.
Il terzo giorno manda il povero il figlio minore. Semën giovanetto si sedette sotto il ponte e sta in ascolto. Passano per il ponte due monaci; appena giungono alla sua altezza dicono: «Chi ha costruito questo ponte — qualunque cosa chieda al Signore, che il Signore gliela dia!». Semën giovanetto sentì queste parole, uscì verso i monaci e disse: «Questo ponte l’ho costruito io, con mio padre e i miei fratelli». «Cosa chiedi dunque a Dio?» «Chiedo a Dio una grazia: servire un gran sovrano come soldato». «Chiedi qualcos’altro! Il servizio militare è pesante; se farai il soldato, cadrai prigioniero dello zar del mare, e molte tue lacrime saranno versate!» «Eh, siete vecchi, lo sapete: chi a questo mondo non piange, piangerà nell’altro». «Be’, se vuoi davvero andare al servizio dello zar, noi ti benediciamo!», dissero i monaci a Semën, gli misero le mani sulla testa e lo trasformarono in un cervo zampasvelta.
Corse il cervo a casa sua; lo videro dalla finestra il padre e i fratelli, saltarono fuori dalla casetta e volevano acchiapparlo. Il cervo si girò — e via indietro; corse dai due moanci, i monaci lo trasformarono in leprotto. Il leprotto si diresse verso casa sua; lo videro il padre e i fratelli, saltarono fuori dalla casetta e avrebbero voluto catturarlo, ma quello tornò indietro. Corse il leprotto dai due monaci, i monaci lo trasformarono in un uccellino dalla testina d’oro. L’uccellino volò verso casa sua, si posò sulla finestrella aperta; lo videro il padre e i fratelli, si lanciarono alla caccia: l’uccellino spiccò il volo, e via indietro. Volò dai due monaci, i monaci lo fecero tornare come prima un uomo e dicono: «Ora, Semën giovanetto, vai al servizio dello zar. Se avrai bisogno di correre da qualche parte in fretta, puoi trasformarti in cervo, leprotto e uccellino dalla testina d’oro: noi ti abbiamo insegnato».
Semën giovanetto arrivò a casa e iniziò a chiedere il permesso al padre di andare a servire lo zar. «Ma dove vuoi andare?» rispose il povero. «Sei ancora giovane e sciocco!» «No, padre, lasciami andare; per questo esiste una volontà divina». Il povero lo lasciò andare, Semën giovanetto si preparò, il padre e i fratelli salutò e si mise in strada.
Passarono ore o mes, arrivò al palazzo dello zar, diretto dallo zar, e disse: «Vostra Altezza Reale! Non mi fate morire, le mie parole state a sentire». «Parla, Semën giovanetto!» «Vostra Altezza! Prendetemi al vostro servizio come soldato». «Che dici? Sei ancora giovane e sciocco, altro che servizio militare!» «Anche se sono giovane e sciocco, non servirò peggio di altri; per questo spero in Dio». Lo zar acconsentì, lo prese come soldato e ordinò che stesse accanto a lui. Passò del tempo, all’improvviso un certo re dichiarò una crudele guerra allo zar. Lo zar si preparò a una campagna militare; al momento stabilito tutto l’esercito fu pronto. Semën giovanetto si mise a chiedere di andare in guerra; lo zar non poté rifiutarglielo, lo prese con sé e andò in battaglia.
A lungo a lungo marciò lo zar con l’esercito, molte molte terre lasciò dietro di sé, ecco che il nemico è già vicino — tra circa tre giorni bisogna iniziare il combattimento. In quel momento lo zar va per afferrare la sua mazza da combattimento e la sua spada affilata: non c’è né l’una, né l’altra, le ha dimenticate a palazzo; non ha di che difendersi, di che vincere le forze nemiche. Fece un bando per tutto l’esercito per trovare qualcuno che tornasse a palazzo al più presto a prendergli la mazza da combattimento e la spada affilata; chi avesse compiuto questo servizio, a quello prometteva di dare in sposa sua figlia, la principessa Mar’ja, e aggiungeva come dote metà del regno, e dopo la sua morte gli avrebbe lasciato tutto il regno. Iniziarono a presentarsi i volontari; chi dice: io posso andare in tre anni; chi dice: in due anni, e chi — in un anno; ma Semën giovanetto riferì al sovrano: «Io, Vostra Altezza, posso andare a palazzo e portarvi la mazza da combattimento e la spada affilata in tre giorni». Lo zar si rallegrò, lo prese per la mano, lo baciò sulle labbra e subito scrisse alla principessa Mar’ja una carta, perché credesse a quel messo e gli desse la mazza e a spada. Semën giovanetto prese la carta dallo zar e si mise in viaggio.
Allontanatosi di una versta, si trasformò in cervo zampasvelta e si lanciò proprio come una freccia scagliata da un arco; correva, correva, si stancò e si trasformò da cervo in leprotto; partì in quarta con tutta la rapidità di una lepre. Correva, correva, si ferì tutte le zampe e si trasformò da leprotto in uccellino dalla testina d’oro; volò ancora più in fretta, volava, volava e in un giorno e mezzo arrivò nel regno dove stava la principessa Mar’ja. Ritornò uomo, entrò a palazzo e diede alla principessa la carta. La principessa Mar’ja la prese, l’aprì, la lesse e dice: «Come sei stato in grado di attraversare di corsa tante terre e tanto velocemente?». «Ecco come», rispose il messo, si trasformò in cervo zampasvelta, fece uno o due giri di corsa per la stanza della principessa, si avvicinò alla principessa Mar’ja e le poggiò la testa sulle ginocchia; quella prese le forbici e tagliò dalla testa del cervo un ciuffo di pelo. Il cervo si trasformò in leprotto, il leprotto saltò un po’ per la stanza e saltò sulle ginocchia della principessa; quella gli tagliò un ciuffo di pelo. Il leprotto si trasformò in uccellino dalla testina d’oro, l’uccellino svolazzò un po’ per la stanza e si posò sulla mano della principessa; la principessa Mar’ja gli tagliò dalla testa qualche piuma d’oro, e tutto questo — e il pelo di cervo, e il pelo di lepre, e le pennucce d’oro — lo legò in un fazzoletto e lo nascose. L’uccellino dalla testina d’oro si ritrasformò in messo.
La principessa lo rifocillò, lo rifornì per il viaggio, gli diede la mazza da guerra e la spada affilata; dopodiché si salutarono, nel farlo si baciarono forte, e tornò Semën giovanetto dallo zar. Corse di nuovo come cervo zampasvelta, saltò come leprotto orecchione, volò come uccellino e alla fine del terzo giorno vide l’accampamento dello zar nelle vicinanze. Arrivato a circa trecento passi dall’armata, si stese sulla riva del mare, accanto a un cespuglio di salce, per riprendersi dal viaggio; la mazza da guerra e la spada affilata se la mise a fianco. Per la grande stanchezza presto si addormentò di un sonno profondo; nel frattempo accadde che un generale passasse accanto al cespuglio di salce: vide il messo, subito lo gettò a mare, prese la mazza da guerra e la spada affilata, li portò al sovrano e disse: «Vostra Altezza! Eccovi la mazza da guerra e la spada affilata, io stesso sono andato a penderle, perché quel fanfarone, Semën giovanetto, ci avrebbe messo almeno tre anni!». Lo zar ringraziò il generale, iniziò a guerreggiare col nemico e in breve tempo ottenne su di lui una gloriosa vittoria.
Semën giovanetto, intanto, com detto, era caduto in mare. All’istante lo afferrò lo zar del mare e lo portò nelle più segrete profondità. Visse da quello zar un anno intero, si annoiò, si intristì e si mise a piangere amaramente. Arrivò da lui lo zar del mare: «Allora, Semën giovanetto, ti annoi qui?». «S’, Vostra Altezza!» «Vuoi tornare in Russia?» «Sì, se la vostra grazia regale lo concede». Lo zar del mare lo fece uscire a mezzanotte spaccata, lo lasciò sulla riva e se ne ritornò in mare. Semën giovanetto iniziò a pregare Dio: «Dammi, Signore, un po’ di solicello!» Ma proprio prima che uscisse il rosso sole apparvelo zar del mare, lo afferrò e lo riportò negli abissi marini.
Visse lì Semën giovanetto un altro anno intero; si sentì annoiato, e iniziò a piangere fitto-fitto. Chiede lo zar del mare: «Allora, ti annoi forse?». «Sì!», disse Semën giovanetto. «Vuoi tornare in Russia?» «Sì, Vostra Altezza!» Lo zar del mare lo fece uscire a mezzanotte sulla riva e se ne tornò nel mare. Semën giovanetto iniziò a pregare Dio con le lacrime agli occhi: «Dammi, Signore, un po’ di solicello!». Era appena cominciato ad albeggiare che arrivò lo zar del mare, lo afferrò e lo portò negli abissi marini. Visse Semën giovanetto un terzo anno nel mare, si annoiò, e si mise a piangere amaramente, sconsolato. «Allora, Semën, ti annoi?» chiede lo zar del mare. «Vuoi tornare in Russia?» laquo;Sì, Vostra Altezza!» Lo zar del mare lo fece uscire sulla riva e se ne tornò nel mare. Semën giovanetto iniziò a pregare Dio con le lacrime agli occhi: «Dammi, Signore, un po’ di solicello!». All’improvviso il sole brillò coi suoi raggi, e ormai lo zar del mare non poté più prenderlo prigioniero.
Semën giovanetto si diresse nel suo regno; si trasformò dapprima in cervo, poi in leprotto, e poi in uccellino dalla testina d’oro; in breve tempo si ritrovò al palazzo dello zar. E nel frattempo lo zar aveva fatto in tempo a tornare dalla guerra e aveva fidanzato la figlia, la principessa Mar’ja, con il generale-imbroglione. Semën giovanetto entra proprio nella stanza dove erano seduti a tavola i due promessi sposi. Lo vide la principessa Mar’ja e dice allo zar: «Sovrano, padre! Non mi far morire, le mie parole stai a sentire». «Parla, figlia mia cara! Di cosa hai bisogno?» «Sovrano, oadre! Il mio fidanzato non è questo che siede a tavola, ma eccolo — è arrivato adesso! Fai un po’ vedere, Semën giovanetto, come allora corresti a prendere la mazza da guerra, la spada affilata». Semën giovanetto si trasformò in cervo zampasvelta, fece un paio di giri di corsa per la stanza e si fermò accanto alla principessa. La principessa Mar’ja tirò fuori dal fazzolettino il pelo del cervo che aveva tagliato, mostra allo zar il punto in cui l’aveva tagliato, e dice: «Guarda, padre! Ecco i miei piccoli segni». Il cervo si trasformò in leprotto; il leprotto saltò-saltò per la stanza e arrivò dalla principessa; la principessa Mar’ja tirò fuori dal fazzoletto il pelo di lepre. Il leprotto si trasformò in uccellino dalla testina d’oro; l’uccellino volò-volò per la stanza e si posò sulle ginocchia della principessa; la principessa Mar’ja sciolse il terzo nodino del fazzoletto e mostrò le pennucce d’oro. Qui lo zar seppe tutta la verità vera, ordinò di giustiziare il generale, fece sposare la pricnipessa Mar’ja con Semën giovanetto e lo designò suo successore.

 

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Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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La favola dell’anatra dalle uova d’oro

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C’erano una volta due fratelli: uno ricco, l’altro povero; il povero aveva moglie e figli, mentre il ricco era solo soletto. Andò il povero dal ricco e si mise a chiedergli: «Dai da mangiare, fratello, ai miei figli nel momento del bisogno; oggi non abbiamo nemmeno di che sfamarci!». «Oggi non ho tempo per te» dice il ricco «oggi ci sono da me principi e boiari, non è il caso che ci sia anche un povero!» Pianse il fratello povero amaramente e andò a pesca: «Che Dio mi conceda qualcosa! Che i bambini possano mangiare della zuppa di pesce». Appena ebbe terminato di fare la pescaia, gli cadde la brocca. «Tirami fuori e rompimi sulla riva» si sentì dalla brocca «così ti mostrerò la fortuna». Tirò fuori la brocca, la ruppe sulla riva, e ne uscì un prode sconosciuto e disse: «C’è un prato verde, su quel prato c’è una betulla, sotto le radici di quella betulla c’è un’anatra; taglia le radici della betulla e portati l’anatra a casa; inizierà a portarti degli ovetti — un giorno d’oro, l’altro d’argento». Il fratello povero andò alla betulla, trovò l’anatra e la portò a casa; cominciò l’anatra a portare gli ovetti — un giorno d’oro, l’altro d’argento; quello iniziò a venderli ai mercanti e ai boiari e quanto si arricchì in fretta! «Figli miei» dice «pregate Dio; il Signore ci ha trovati».
Il fratello ricco era invidioso, irritato: «Come ha fatto ad arricchirsi mio fratello? Ora io sono diventato più povero e lui più ricco! Deve avere qualche peccato sulla coscienza!», e andò in tribunale con una supplica. La cosa arrivò allo zar in persona. Chiamano il fratello che era povero ed è arricchito in fretta dallo zar. Dove cacciare l’anatra? I bambini erano piccoli, bisognò darla in custodia alla moglie; quella iniziò ad andare al mercato e a vendere le uova a caro prezzo, ed era una bella donna e si innamorò di un signore. «Come avete fatto, dimmi, ad arricchirvi?», la interroga con insistenza il signore. «Ma è stato Dio a darcelo!» Ma lui insiste: «No, dimmi la verità; se non me la dici, smetterò di amarti, smettrò di vederti». E dunque non andò da lei per un giorno o due; lei lo chiamò e gli raccontò: «Abbiamo un’anatra: un giono porta un ovetto d’oro, un giorno uno d’argento». «Porta un po’ quest’anatra e fammi vedere che razza di uccello è». Esaminò l’anatra e vede — sul pancino a lettere d’oro è scritto: chi mangerà la sua testa, quello sarà zar, chi invece il cuore, quello inizierà a sputare oro.
Una tale fortuna fece gola al signore, i appiccicò alla donna: «Devi sgozzare assolutamente l’anatra!». Lei trovava mille scuse, ma andò a finire che sgozzò l’anatra e la mise a cuocere nel forno. Era un giorno di festa; andò alla messa, e nel frattempo arrivarono di corsa nell’izbà i suoi due figli. Ebbero voglia di mettere qualcosa sotto i denti, diedero un’occhiata nel forno e tirarono fuori l’anatra; il maggiore mangiò la testa, il minore il cuore. Tornò la madre dalla chiesa, arrivò il signore, sedettero a tavola; lui guarda: non ci sono né il cuore, né la testa dell’anatra. «Chi l’ha mangiati?», chiede il signore e in questo modo viene a sapere che l’hanno mangiati i due ragazzini. Allora si appiccica alla madre: «Sgozza» dice «i tuoi figli, da uno tira fuori il cervello, dall’altro il cuore; e se non lo farai, la nostra amicizia è finita!». Così disse e se ne andò; lei per un’intera settimana languì, ma poi non resse, manda dal signore: «Vieni! E sia, per te sacrifico perfino i miei figli!». Siede e affila il coltello; il figlio maggiore lo vide, pianse lacrime amare e chiede: «Lasciaci andare, madre, in giardino a passeggiare». «Andate, su, ma non vi allontanate». Ma i ragazzini altro che passeggiare, se la diedero a gambe.
Corsero-corsero, si stancarono e venne loro fame. In aperta campagna un pastore pascola delle vacche. «Pastorello, pastorello! Dacci del pane». «Eccovene un pezzetto» dice il pastore «mi è rimasto solo questo! Mangiate e che buon pro vi faccia». Il fratello maggiore lo dà al minore: «Mangia tu, fratellino, tu sei più deboluccio, io invece sono robusto, posso resistere anche così». «No, fratellino, tu mi hai sempre trascinato per la manina, ti sei affaticato più di me: facciamo a metà!» Divisero in due e si saziarono entrambi.
Eccoli andare oltre; vanno sempre avanti e avanti per un’ampia strada — e si divideva quella strada in due; al bivio c’è un palo, sul palo c’è scritto: chi andrà a destra — diventerà zar, chi a sinistra — sarà ricco. Il fratello minore dice al maggiore: «Fratellino! Vai tu a destra, tu sai più di me, puoi sopportare più di me». Il fratello maggiore andò a destra, il minore a sinistra.
Cammina cammina, ecco che il primo arrivò in un altro regno; chiese a una vecchietta di pernottare, passò lì la notte; al mattino si alzò, si lavò, si vestì, pregò Dio. E in quel regno era appena morto lo zar, e tutti si raccolgono in chiesa con le candele: qullo al quale la candela si accenderà da sola prima, quello sarà zar. «Vai anche tu in chiesa, caro!» gli dice la vecchietta. «Forse sarà la tua candela ad accendersi prima delle altre». Gli diede una candelina; quello andò in chiesa; appena fu entrato, la sua candela si accese; gli altri principi e boiari, invidiosi, cercarono di spegnere la fiamma, di buttare fuori il ragazzino. Ma la principessa siede in alto sul trono e dice: «Non lo toccate! Se sia buono o cattivo — è evidentemente affar mio!». Presero il ragazzino sotto le braccia e lo portarono da lei; lei gli fece un segno sulla fronte col suo anello d’oro, lo prese con sé a palazzo, lo crebbe, lo dichiarò zar e lo sposò.
Vissero molto o poco insieme, dice il nuovo zar alla moglie: «Permettimi di andare a cercare il mio fratello più giovane!». &laquoVai con Dio!» A lungo cavalcò per terre diverse e trovò il fratello più giovane; vive in grande ricchezza, interi mucchi d’oro sono ammucchiati nei depositi; qualunque cosa sputi — è tutto oro! Non si sa dove ficcarlo! «Fratellino!» dice il minore al maggiore. «Andiamo da nostro padre e vediamo come se la passa». «Mettiamoci subito in cammino!» Eccoli dal padre, dalla madre; chiesero di fare una sosta nella loro izbà, ma senza dirgli chi fossero! Sedettero a tavola; il fratello maggiore iniziò a parlare dell’anatra dalle uova d’oro e della madre scellerata. E la madre non fa che interrompere e cambiare discorso. Il padre indovinò: «Non siete forse i miei bambini?». «Sì, padre!» Cominciarono ad abbracciarsi, a baciarsi; quante chiacchiere! Il fratello maggiore prese il padre a vivere con sé nel proprio regno, il minore andò a cercarsi una fidanzata, e la madre la abbandonarono da sola.

 

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Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

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Il principe Danila-Govorila

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C’era una volta una vecchietta, una principessa, che aveva un figlio e una figlia — così ben pasciuti, così bravi. Non andavano a genio a una strega cattiva: “Come tormentarli e in rovina mandarli?”, pensava ed escogitò di tramutarsi in volpe. Arrivò dalla loro madre e dice: «Comare-colombella! Eccoti un anellino, mettilo al dito del tuo figliolo, grazie a esso sarà ricco e generoso, a patto di non toglierlo e di sposare la ragazza alla quale il mio anellino andrà bene!». La vecchia ci credette, si rallegrò e, morendo, ordinò al figlio di scegliersi una moglie alla quale l’anello si confacesse.
Il tempo passa, il figliolo cresce. Crebbe e cominciò a cercarsi una fidanzata; gliene piace una, gli va a genio una seconda, ma provano l’anellino — o è piccolo, o è grande; non sta né all’una né all’altra. Cavalcò cavalcò e per campagne e per città, tutte le belle ragazze esaminò, ma quella a lui destinata non trovò; arrivò a casa e divenne pensieroso. «Perché ti affliggi, fratellino?», chiede la sorella. Lui le confidò la sua amarezza, le raccontò la sua pena. «Ma che razza di strano anellino è?» dice la sorella. «Fallo provare a me». Se lo mise al dito — l’anellino si avvinghiò, prese a brillare, stava al dito come se fosse stato fatto apposta. «Ah, sorellina, tu mi sei destinata, tu sarai mia moglie!» «Che dici, fratello! Pensa a Dio, pensa al peccato, si sposano forse le sorelle?» Ma il fratello non ascoltava, ballava per la gioia e ordinò di prepararsi alle nozze. Versò lei lacrime amare, uscì dalla stanza, si sedette sulla soglia e dagli occhi sgorgano fiumi!
Passano di lì delle vecchie viandanti; le chiamò pr rifocillarle. Le chiedono quale sia la sua pena, il suo dolore. Non c’era niente da nascondere; raccontò loro tutto. «Su, non pinagere, non ti affliggere, ma dacci ascolto: fai quattro bambole, mettile ai quattro angoli; tuo fratello ti chiamerà al momento delle nozze — vai; ti chiamerà in camera — non affrettarti. Spera in Dio, addio». Le vecchiette se ne andarono. Il fratello e la sorella si sposarono, lui andò in camera e dice: «Sorella Caterina, vieni a letto!». Lei risponde: «Ora, fratellino, mi tolgo gli orecchini». E le bambole nei quattro angoli iniziarono a cuculiare:

Cucù, principe Danila!
Cucù, Govorila!
Cucù, la sua sorellina,
Cucù, gli fa da mogliettina.
Cucù, sprofonda terra bella,
Cucù, precipita sorella!

La terra prese a sprofondare, la sorella a precipitare. Il fratello grida: «Sorella Caterina, vieni a letto!». «Ora, fratellino, mi slaccio la cintura». Le bambole cuculiano:

Cucù, principe Danila!
Cucù, Govorila!
Cucù, la sua sorellina,
Cucù, gli fa da mogliettina.
Cucù, sprofonda terra bella,
Cucù, precipita sorella!

È già visibile ormai solo la testa. Il fratello di nuovo chiama: «Sorella Caterina, vieni a letto!». «Ora, fratellino, mi tolgo le scarpette». Le bambole cuculiano, e quella scompare sottoterra.
Il fratello chiama ancora, chiama più forte — niente! Si arrabbiò, accorse, bussò alla porta — la porta volò giù, guardò da ogni lato — della sorella neanche l’ombra; e negli angoli siedono solo le bambole e dai a cuculiare: «Sprofonda terra bella, precipita sorella!». Afferrò un’ascia, tagliò loro le teste e le gettò nel forno.
La sorella intanto, cammina cammina sottoterra, vede: c’è una casetta su zampe di gallina, ora sta ferma e ora si volta. «Casetta, casetta! Fermati com’è d’uso, al bosco il culetto, a me il visetto». La casetta si fermò, la porta si aprì. Nella casetta c’è una bella ragazza, ricama una tovaglia in oro e argento. Accolse l’ospite gentilmente, sospirò e dice: «Animuccia, sorellina cara! Sono contenta di poterti accogliere cordialmente e vezzeggiarti finché non c’è la mamma; ma tornerà, e saranno guai per te e per me, perché è una strega!». Si spaventò l’ospite a quelle parole, ma non c’era dove cacciarsi, sedette con la padrona alla tovaglia; cucioni e chiacchierano. Passò molto, passò poco, la padrona sapeva il momento, sapeva quando la madre sarebbe arrivata, trasformò l’ospite in ago, lo pianto in una scopetta, la mise in un angoletto. Non aveva fatto in tempo a nasconderla che la strega apparve sulla porta: «Figlia mia cara, figlia mia bella! C’è odore di ossa russe!». «Signora madre! Ci sono stati dei passanti che si sono fermati a bere un po’ d’acqua». «Perché non li hai fermati?» «Erano vecchi, cara, roba non per i tuoi denti». «Bada d’ora in poi — in cortile tutti fai fermare, dal cortile nessuno possa uscire; e io, fatto fagotto, vado in cerca di una bella preda». Se ne andò; le ragazze sedettero alla tovaglia, cucivano, parlavano e ridevano.
Tornò la strega; annusa in giro per l’izbà: «Figlia mia cara, figlia mia bella! C’è odore di ossa russe!». «Sono appena passati dei vecchi a rsicaldarsi le mani; volevo fermarli, non sono rimasti». La strega era affamata, fece una paternale alla figlia e se ne rivolò via. L’ospite stava nella scopetta. Più in fretta si misero a finire il ricamo della tovaglia; e cucioni, e si affrettano, e parlano su come scampare alla disgrazia, come sfuggire alla strega malvagia. Non fecero in tempo a scambiarsi un’occhiata, a mormorarsi qualcosa che quella era sulla porta, lupus in fabula, capitata all’improvviso: «Figlia mia cara, figlia mia bella! C’è odore di ossa russe!». «Ecco, mamma, questa bella ragazza ti aspetta». La bella ragazza guardò la vecchia e si sentì gelare! Davanti a lei c’era una baba-jaga gamba ossuta, col naso fino al soffitto. «Figlia mia cara, figlia mia bella! Riscalda il forno al massimo!» Portarono legna e di quercia e d’acero, accesero il fuoco: la fiamma esce dal forno.
La strega prese un’enorme pala, si mise a invitare l’ospite: «Siediti un po’ sulla pala, bellezza». La bella sedette. La strega la mosse verso la bocca del forno, ma quella mette una gamba nel forno e l’altra sul forno. «Che c’è, ragazza, non sai star seduta? Siediti per bene» Si aggiustò, sedette per bene; la strega la manda verso la bocca del forno, ma quella mette una gamba nel forno e l’altra sotto il forno. Si adirò la strega, la tirò indietro. «Non sta bene, non sta bene, ragazzina! Siedi buona, così; guarda me!» Paffete! ci si mise lei stessa sulla pala, stese le gambe; allora le ragazze la misero in fretta nel forno, chiusero lo sportello, lo ostruirono con dei ceppi, lo cementarono e lo incatramarono, e loro si misero a correre, presero con sé la tovaglia ricamata, una spazzola e un pettine.
Correvano-correvano, guardano indietro, ma la scellerata è riuscita a uscire, le ha viste e fischia: «Fii, fii, fii, ecco dove siete!». Che fare? Gettarono la spazzola — crebbe un canneto fitto-fitto: non lo supererà. La strega cacciò le unghie, raspò un viottolo, insegue da vicino… Dove ficcarsi? Gettarono il pettine — crebbe un querceto scuro-scuro: una mosca non ci passerà. La strega affilò i denti, si mise al lavoro; ovunque si mette, giù un albero dalle radici! Si lancia da tutti i lati, si allarga un viottolo e insegue di nuovo… com’è vicina! Correvano-correvano, e non c’era dove correre, non ce la facevano più! Gettarono la tovaglia ricamata in oro — si allargò un mare enorme, profondo, infuocato; la strega si alzò in alto, voleva sorvolarlo, cadde nel fuoco e bruciò.
Rimasero le due ragazze, colombelle senza nido; bisogna andare, ma dove? — non lo sanno. Si sedettero a riposare. Ecco che si avvicinò loro un uomo, chiede chi sono; e riportò al padrone che nei suoi possedimenti ci sono non due uccellini di passaggio, ma due bellezze come nei quadri — identiche per altezza e fattezze, ciglio a ciglio, occhio a occhio; una di lor dev’essere vostra sorella, ma quale — non è possibile indovinarlo. Andò il signore a vedere, le invitò. Vede: sua sorella è lì, il servo non ha mentito, ma quale — non può riconoscerla; lei è arrabbiata, non si paleserà; che fare? «Ecco cosa, signore! Verserò in una vescica di montone del sangue, mettetevela sotto l’ascella, conversate con le ospiti, e io mi avvicinerò e vi pianterò un coltello nel fianco; il sangue si verserà, la sorella si mostrerà!» «Bene!» Misero in atto il piano: il servo prese il padrone al fianco, il sangue schizzò, il fratello cadde, la sorella si gettò ad abbracciarlo, e piange, e si lamenta: «Mio caro, mio adorato!». Allora il fratello saltò su sano e salvo, abbracciò la sorella e la fece sposare a un’ottima persona, mentre lui sposò l’amica, alla quale l’anellino andava bene, e vissero felici e contenti.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Il ladro

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C’erano una volta un vecchio e una vecchia che avevano un figlio di nome Ivan. Lo mantennero finché non fu diventato grande, e poi dicono: «Allora, figliolo, ti abbiamo mantenuto fino a ora, adesso, invece, sarai tu a mantenerci fino alla nostra morte». Rispose loro Ivan: «Visto che mi avete mantenuto fino all’adolescenza, allora mantenetemi fin quando non mi cresceranno i baffi». Lo mantennero finché non iniziarono a crescergli i baffi e dicono: «Allora, figliolo, ti abbiamo mantenuto finché non ti sono cresciuti i baffi, ora sarai tu a mantenerci fino alla nostra morte». «Cari papà e mamma» risponde il figlio «visto che mi avete mantenuto finché non mi sono cresciuti i baffi, ora mantenetemi finché non mi crescerà la barba». Non ci fu niente da fare, lo mantennero, lo nutrirono i vecchi finché non gli fu cresciuta la barba, dopodiché dicono: «Allora, figliolo, ti abbiamo mantenuto finché non ti è cresciuta la barba, ora sarai tu a mantenerci fino alla nostra morte». «Visto che mi avete mantenuto finché non mi è cresciuta la barba, mantenetemi fino alla mia vecchiaia!» Allora il vecchio non ce la fece più, andò dal padrone a lamentarsi del figlio.
Il padrone convoca Ivan: «Perché, mangiaufo, rifiuti di mantenere tuo padre e tua madre?». «E con cosa dovrei mantenerli? Vorresti forse che andassi a rubare? Non ho imparato a fare niente e per studiare è troppo tardi». «Fai come ti pare» gli disse il padrone «ruba, se vuoi, ma mantieni tuo padre e tua madre, che non si vengano più a lamentare di te!» In quel momento vennero a riferire al padrone che il bagno era pronto, e quello andò a fare la sauna; il fatto avveniva verso sera. Il padrone fece il bagno, tornò indietro e si mise a chiedere: «Ehi, c’è qualcuno? Portatemi le pantofole!». Ed ecco qua Ivan, che gli tolse gli stivali, gli diede le pantofole; gli stivali se li mise sottobraccio e se li portò a casa. «Ecco, babbo» dice al padre «togliti le ciocie di tiglio e mettiti gli stivali del padrone».
Il mattino dopo, il padrone si accorse che gli stivalo non c’erano più; mandò a chiamare Ivan: «Hai preso tu i miei stivali?». «Non ne ho la più pallida idea, ma la cosa mi riguarda!» «Ah, furfante, imbroglione! Come hai osato rubare?» «Ma non sei stato tu, padrone, a dirmelo: ruba, se vuoi, ma mantieni tuo padre e tua madre? Io non volevo disobbedire ai tuoi ordini». «Se è così» dice il padrone «ecco quel che ti ordino: rubami il bue nero che è attaccato all’aratro; se ci riuscirai — ti darò cento rubli, altrimenti ti darò cento frustate». «Agli ordini, signore!», risponde Ivan.
Subito filò al villaggio, sgraffignò da qualche parte un gallo, gli strappò le penne, e via, verso il campo; si avvicinò di soppiatto all’ultimo solco, sollevò una zolla di terra, ci mise sotto il gallo e lui si nascose dietro i cespugli. Iniziarono a tracciare con l’aratro un nuovo solco, urtarono quella zolla di terra e deviarono; il gallo spennato saltò fuori e corse a più non posso per le gobbe e le buche del terreno. «Che cosa strana è venuta fuori dalla terra!», gridarono i contadini e si misero a inseguire il gallo. Ivan vide che quelli correvano come matti, si lanciò allora verso l’aratro, tagliò a un bue la coda, la ficcò nella bocca dell’altro, e il terzo lo staccò e se lo portò a casa.
I contadini corsero, corsero dietro al gallo, e non lo acchiapparono nemmeno; tornarono indietro: il bue nero non c’è più e al pezzato manca la coda. «Questa poi, fratelli! Mentre inseguivamo quella cosa strana, un bue ha mangiato l’altro; ha inghiottito tutto il nero e ha strappato la coda al pezzato!». Andarono dal padrone a testa bassa: «Grazia, padre, un bue ha mangiato l’altro». «Ah, razza di idioti scervellati» gridò contro di loro il padrone «ma dove si è mai visto, dove si è mai sentito che un bue ne mangi un altro? Fate venire da me Ivan!» Lo fecero venire. «Hai rubato tu il bue?» «Sissignore». «E dove lo hai cacciato?» «L’ho macellato; ho portato la pelle al mercato, mentre con la carne mantengo mio padre e mia madre». «Bravo» dice il padrone «eccoti cento rubli. Ma ora, rubami il mio stallone preferito, che sta dietro tre porte e sei serrature; se ci riuscirai — ti darò duecento rubli, altrimenti — ti darò duecento frustate!» «Bene, padrone, lo farò».
A sera tardi, Ivan si intrufolò nella casa padronale; entra nell’anticamera: non c’è un’anima, guarda: sull’attaccapanni c’è l’abito del signore; prese il cappotto e il berretto del padrone, li indossò, uscì sulle scale e gridò forte ai cocchieri e agli stallieri: «Ehi, ragazzi! Sellate in fretta il mio cavallo preferito e portatemelo qui». I cocchieri e gli stallieri lo presero per il padrone, corsero nella stalla, aprirono i sei lucchetti, spalancarono le tre porte, in un attimo fecero quel che era stato loro ordinato e portarono fino alle scale il cavallo sellato. Il ladro lo montò, gli diede un colpo di frusta — e chi s’è visto s’è visto!
Il giorno dopo, il padone chiede: «Allora, che ne è del mio cavallo preferito?». Quello era stato sottratto già dalla sera prima. Si dovette far chiamare Ivan. «Hai rbato tu il cavallo?» «Sissignore». «E dov’è?» «L’ho venduto a dei mercanti». «Sei fortunato che te l’avevo detto io di rubarlo! Prenditi i tuoi duecento rubli. Allora, ora rubami il superiore del monastero». «E quanto mi dai, padrone, per questo lavoretto?» «Ti vanno bene trecento rubli?» «Va bene, lo ruberò!» «E se non ci riuscirai?» «Mi rimetto al tuo volere; fai quello che vuoi».
Il padrone convocò il superiore. «Stai attento» dice «resta in preghiera tutta la notte, non dormire! Van’ka il ladro pretende di poterti rapire». Il vecchio, spaventato, non può chiudere occhio, resta a pregare nella sua cella. A mzzanotte precisa arrivò Ivan il ladro con un sacco di tela e bussò alla finestra. «Chi sei, uomo?» «Sono un angelo dal cielo, sono stato mandato a prenderti per portarti da vivo in paradiso; entra nel sacco». Il superiore fu tanto sciocco da entrare nel sacco; il ladro lo legò, se lo caricò in spalla e lo portò sul campanile. Tirava, tirava. «Quanto manca?», chiede il superiore. «Ora vedrai! All’inizio la strada è lunga, ma liscia, alla fine sarà breve, ma dolorosa&raquo.
Lo trascinò fin su e lo buttò giù dalle scale; il superiore sentiva dolore ovunque a farsi tutte le scale a rotoli! «Oh» dice «l’angelo diceva la verità: la prima parte di strada è stata lunga, ma liscia, mentre l’ultima corta, ma dolorosa! Non immaginavo che ci fosse una tale disgrazia all’altro mondo!» «Resisti, sarai salvato!», rispose Ivan, sollevò il sacco e lo appese alla palizzata vicino al portone, mise accanto due rami di betulla spessi un dito e scrisse sul portone: «Chi passerà di qui e non batterà il sacco tre volte, che sia colpito da anatema!». Così chiunque passa di là lo frusta immancabilmente tre volte. Passa il padrone: «Cos’è questo sacco appeso qui?». Ordinò di tirarlo giù e di aprirlo. Lo aprirono e ne venne fuori il superiore del monastero. «Come ci sei finito? Te l’avevo detto: stai attento, ma tu no! Non mi dispiace che tu sia stato frustato, quel che mi dispiace è che per colpa tua ho buttato via trecento rubli!»

 

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Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

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