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Questione di frequenza

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Biella vista da San Carlo
Image Credit © VeRA Marte

 

Il vero problema non è la quantità di bastonate che la vita ti riserva, ma la frequenza con cui te le assesta sul gobbo.
Se fra una e l’altra non ti resta tempo a sufficienza per riprendere fiato, diventa difficile gestire il dolore e ogni nuovo colpo sembra più feroce.
Credo che, negli ultimi mesi, sia stato proprio questo il problema: la frequenza serrata con cui le cattive notizie mi sono piovute addosso.

Un mese che era iniziato male, giugno, ma con ancora un briciolo di ottimismo, si è concluso peggio, lasciandosi alle spalle un carico importante di tristezza, sconforto e amarezza.

Non ho scritto molto il mese scorso, di sicuro meno di quano avrei voluto, sia sulla carta che in digitale, ma forse è meglio così, perché lo spirito proprio non era quello giusto. In compenso ho recuperato un po’ con la lettura e questo, almeno in parte, mi conforta.

Luglio non è iniziato tanto meglio di come sia finito il suo predecessore, la situazione clinica si presenta in stallo con lievi peggioramenti, di per sé non troppo preoccupanti, ma che hanno già decretato tutta una serie di limitazioni a cui non potrò sottrarmi nella gestione delle vacanze, e questo di sicuro non favorisce un miglioramento dell’umore.

Il protrarsi di questa situazione, però, ha finito col darmi l’ennesimo scossone. Dopo aver trascinato l’AnarcoSocio a vari eventi letterari, spalmati su due regioni e diversi fine settimana consecutivi, sono passata al livello successivo, iscrivendomi per la prima volta a ben due seminari, i cosiddetti “workshop”: uno di scrittura creativa e uno di traduzione editoriale. Cominciare a frequentare sul serio l’ambiente e le persone del mestiere mi sembra un buon passo con cui iniziare il mio cammino verso un cambiamento concreto.

Con mio stesso stupore sto iniziando ad apprezzare luoghi naturali non proprio nelle mie corde. Da sempre amante dell’ipnotico sciabordio delle onde marine, sto poco a poco scoprendo il piacevole effetto rilassante del silenzio delle montagne. Taccuino sempre alla mano, mi lascio sorprendere da quello che il “mondo là fuori” ha da offrirmi: paesaggi, scorci di borghi storici, fotogrammi di vita quotidiana. Osservo tutto con l’avida curiosità di una bambina, cercando di non dare mai nulla per scontato e di scorgere la bellezza anche nei dettagli più semplici e, all’apparenza, insignificanti.

Sto imparando che ogni singolo istante è prezioso e che sapersi prendere il proprio tempo è fondamentale per vivere davvero. È una lezione che, molto spesso, si apprende a caro prezzo, ma che, alla fine, vale la pena di imparare.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Caffellatte a mezzanotte.

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Maggio è cominciato con un caffellatte caldo poco dopo la mezzanotte, tanta pioggia, l’inizio delle “vacanze di primavera” in Russia, l’antica festa pagana di Beltane, il raggiungimento della doppia cifra in chili persi (- 10,4 kg), una buona dose di belle speranze e, per non farsi mancare nulla, un sospetto di trombo alla gamba “buona”, che mi porterà a nuove mirabolanti avventure ospedaliere fuori programma.

Un fine settimana lungo, quello del 1° Maggio, trascorso in preda a dolori fra i più acuti provati dall’esordio dell’AnarcoPatia, eppure con tanta voglia di rinnovarmi e rimettermi in gioco, o quanto meno di (ri)provarci per l’ennesima volta, sperando che sia quella buona.

Guardo la mia inseparabile Moleskine e penso che sì, ci ho già scritto parecchio, ma non quanto avrei voluto.
Controllo le statistiche della pagina facebook e mi accorgo che non solo i “Mi piace” non aumentano, ma c’è chi addirittura si sbatte a togliermelo, ben 3 solo negli ultimi due giorni.
In parallelo a questo prendo atto del drastico rallentamento subìto da quello che, in questo preciso momento, dovrebbe essere il mio progetto principale.

Allora mi domando se, per quanto a malincuore, non sia il caso di mettere in satndby quelle fra le mie attività che sembrano essere in stallo, così da avere più tempo ed energie da dedicare invece a quelle che dimostrano di avere ancora del potenziale da esprimere.
Non posso negare che l’idea mi rattristi, in fondo, come dicevo, ci ho investito parte del mio tempo e delle mie energie, ma tante cose, forse troppe in un periodo così breve, sono cambiate e temo sia arrivato il momento di decidermi ad accettare questa evidenza, con tutte le conseguenze che comporta.

Il numero di strade percorribili si è ridotto in modo netto e piuttosto significativo, sia dal punto di vista personale che da quello lavorativo, e ormai è palese che continuare a temporeggiare in attesa di un migliorameto non abbia più molto senso: devo scegliere quale, fra quelle rimaste, sia quella da percorrere, per poi dedicarmici senza riserve.

Per qualche ragione che non mi spiego, questa situazione mi ha catapultata in uno stato d’animo malinconico e nostalgico, ha portato il mio sguardo interiore a volgersi al passato, un passatto abbastanza lontano a dire il vero, quando solitudine e insonnia erano uno stile di vita intrapreso per scelta, quando la dedizione a quella che consideravo la mia “arte” era assoluta e predominante.
Oggi a intralciare quella determinazione così inscalfibile, segno distintivo della me stessa di allora, c’è il costante torpore mentale da farmaci, ma forse la soluzione sta in un radicale cambio d’approccio alla questione da parte mia.
Forse il segreto sta nella tanto ovvia quanto impegnativa scelta di provare a scoprire e imparare a conoscere le nuove modalità con cui poter continuare a fare al meglio quel che mi piace e mi fa star bene.
Senza arrendermi. Mai.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Macchietta d’olio.

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Da martedì mattina sono ufficialmente un ingranaggio omologato della perversa macchina del lavoro a tempo indeterminato. Alla veneranda età di 32 anni, mi hanno assegnato il mio numerino nei registri e piazzata nella mia casellina predeterminata nel grande archivio dei lavoratori “fortunati”, quelli che accettano qualunque condizione pur di continuare ad avere uno stipendio che gli consenta di (soprav)vivere.

Sia chiaro, non mi lamento, anzi!
Il tono polemico è uno strascico delle mirabolanti peripezie che ho dovuto attraversare per giungere all’agognato traguardo: mi limito a dichiarare che si è più e più volte rasentato il ridicolo.
A fronte di questo la domanda è una sola: perché?

Passi che non si possa pretendere, meno che mai coi tempi che corrono, di trovare il proprio lavoro ideale, ma anche ammesso che si riesca a trovarne uno qualunque, di lavoro, perché ci vogliono mesi, se non anni, per “stabilizzare” la propria situazione?
Perché se hai una qualifica vogliono l’esperienza, se hai l’esperienza vogliono una qualifica, e magari se le hai entrambe non ti assumono lo stesso perché “dovremmo pagarti troppo e non ce lo possiamo permettere”.
Come fai, fai, sbagli.
Come sei, sei, non sei mai abbastanza.

È qui che scatta l’apatia.
Non intesa come disinteresse e menefreghismo, ma come strategia di autodifesa, come unica via percorribile per la sopravvivenza.
Quando le due paroline magiche “tempo indeterminato” fanno capolino nella travagliata esistenza della precaria, d’improvviso è come se la piccola, preoccupante crepa che da tempo ormai immemore minava la sua stabilità mentale cedesse, aprendosi in una vera e propria voragine in cui si riversa l’irruenta cascata di tutte le ansie, le paure e le preoccupazioni che ne hanno angustiato la vita per interminabili mesi.
Un’inaspettata boccata d’aria fresca riempie i polmoni della poveretta e d’un tratto è il silenzio.
Di colpo tutte le fastidiose vocine che ti riempivano la testa tacciono e tu, quasi spaesata, fai una cosa che non facevi da così tanto tempo da aver dimenticato l’ultima volta che te l’eri concessa: respiri.

È una cosa rapidissima, questione di pochi istanti, poi tutto riprende come prima, con la sola, non certo trascurabile, differenza di una leggerezza prima estranea, una sensazione del tutto sconosciuta che ti si insinua nel cervello per insegnarti un concetto nuovo, o meglio ancora, per rilasciarti un’autorizzazione in cui non speravi quasi più: ora puoi iniziare a costruirti la tua vita.

Tempo fa, durante un corso di formazione, la docente di comunicazione mi colse un po’ di sorpresa con questo commento: «Non sono mai stata a favore dell’atteggiamento comunicativo passivo, anche se negli anni mi sono resa conto che possa diventare una sorta di “armatura” difensiva. Tu però sei proprio una macchietta d’olio: non è che non ti metti in gioco nel tentativo di preservarti, è che proprio tutto quello che riguarda il tuo ambito lavorativo ti scivola addosso. A volte vorrei proprio saper essere come te».
Mi pare abbastanza evidente che non fosse proprio un complimento, ma la verità è che quando il lavoro si spoglia di ogni suo valore sociale, intellettuale e umano, gli resta solo quello economico, e quando lavori solo perché hai bisogno dello stipendio, di tutto il resto finisce per importarti davvero ben poco.
Capisci che le cose a cui vale la pena dedicare il poco tempo e le poche energie di cui puoi disporre a tuo piacimento sono altre, e l’entusiasmo per quella cosa che, si dice, dovrebbe nobilitare l’uomo, il lavoro per l’appunto, scema poco a poco fino a svanire, facendone un mero mezzo di sostentamento, a volte addirittura una sorta di “finanziamento” per progetti alternativi con cui ci si augura di riuscire, un giorno, a sostituire la mesta routine quotidiana, che pure si è tanto faticato per costruire.

È così che il lavoro di tutti i giorni diventa poco più che un mezzo, uno svilito strumento per raggiungere fini e obiettivi altri, per provare ad alimentare i sogni nella speranza che crescano a sufficienza da realizzarsi.
Già, realizzarsi, quell’utopia che la mia disorientata generazione insegue da sempre, con tenacia, senza però mai venirne a capo.

Pessimista? Forse…
Ma sono abbastanza convinta di essere in solidale e, ahimè, abbondante compagnia.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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25ª Giornata Mondiale della Traduzione.

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Innanzi tutto, tanti auguri San Gerolamo!
Ebbene sì, verso la fine del 300 d.C. il simpatico malandrino si imbarcò in un’impresa a dir poco epica: la prima traduzione della Bibbia dall’ebraico al latino.
Gli ci vollero ben 23 anni, ma il risultato fu che circa 1500 anni dopo, per la precisione nel 1953, la sua festa venne scelta come data ufficiale per la celebrazione della Giornata Mondiale della Traduzione.

Molte delle riflessioni che questa giornata mi suscita non differiscono granché da quelle espresse nel post di lunedì, quindi eviterò di annoiarvi con inutili ripetizioni, però vorrei citare le parole di Hado Lyria, traduttrice italiana di Manuel Vázquez Montalbán, Juan Marsé, Jorge Louis Borges e Pedro Almodóvar.

 

L’Europa tende sempre più a individuare nel traduttore (anche a livello legale) una sorta di co-autore. Ma è un argomento tuttora molto discusso. Voglio comunque ricordare che una buona esecuzione musicale viene sempre citata con i due nomi: quello dell’autore della partitura e quello del musicista che l’interpreta. Questo non avviene ancora per la traduzione letteraria, se non in casi assai rari. Si ricorda qualche Shakespeare di Montale, e via dicendo. Ma si tratta di eccezioni.

 

Questa considerazione è tratta da un’intervista pubblicata nella raccolta “Gli autori invisibili. Incontri sulla traduzione letteraria.”, realizzata da Ilide Carmignani ed edita da Besa Editrice.

Non credo ci sia molto da aggiungere, il confronto fra l’opera musicale e l’opera letteraria suggerito da Hado Lyria rende alla perfezione la situazione dei traduttori in Italia.

D’altronde, potevo forse io dannarmi l’anima all’inseguimento di obiettivi semplici, risolutivi e, soprattutto, fin da subito appaganti?
Ovvio che no!

 

Buona 25ª Giornata Mondiale
della Traduzione!

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Un lunedì mattina… bollente!

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Image Credit © VeRA Marte

 

La mia settimana è iniziata così, e credo che questo la dica lunga sullo stato in cui potrei versare ora di venerdì…

Non ricordo nemmeno più l’ultima volta che mi sono “ubriacata” di caffè americano, ma credo si possa parlare in termini di anni.
La speranza era che il beverone mi aiutasse a carburare, ma non è stato così.
Rimbambita per essere stata costretta a prendere il treno prima, ho pensato bene di completare l’opera dandomi a commissioni varie e finendo per tornare col treno dopo.

Lo so, lo so, si tratta di una sola ora aggiunta alla mia giornata milanese, ma di lunedì, col torpore del fine settimana ancora addosso, ogni singolo minuto in più può essere davvero traumatico, figuriamoci un’ora.

Mi spiego meglio…
Come accennavo, stamattina la logistica famigliare mi ha imposto il treno prima, così ho pensato di approfittare del motruoso anticipo per passare da Arnold Coffee a fare rifornimento di caffè americano, nella ferma convinzione che fosse l’unico modo per sopravvivere al lunedì mattina.
Entro. Quasi non ci credo quando mi accorgo che la cassa è già libera.
Mentre il mio cervello fatica a mettersi d’accordo con se stesso su una questione di importanza vitale, “medio o grande?”, una cassiera tanto arzilla da sembrare fatta di anfetamina mi accoglie, con uno squillantissimo e rumorosissimo “Buongiorno!”.

 

Con le monetine già in mano, mi concentro per scandire bene: «Buongiorno a te! Vorrei un caffè americano grande da portar via, grazie.».

Prima domanda a tradimento: «Caldo?».

Io: *Rispondi, puoi farcela!*
«Ehm… Sì, caldo, grazie…»

Lei: «Se vuoi, con la bevanda grande, puoi avere anche la mug di Arnold a 4 euro…»

Io: *La cosa??? Mi guardo intorno smarrita, seguendo la direzione verso cui ha fatto un cenno col il mento.*
«Ah, la mug… Ehm… Non saprei… Più che altro non ho dove metterla e avrei paura di romperla… Va beh, dài, la prendo! Per il trasporto m’inventerò qualcosa…»

Lei: *Mi fa lo scontrino, prende i soldi e mi saluta mettendomi in una mano un saccheto che, di mug, avrebbe potuto contenerne almeno 10, e nell’altra un bicchierone da mezzo litro di caffè americano a temperatura lava vulcanica.*

 

Insomma, alla fine ho raggiunto il mio scopo: svegliarmi!
Peccato che io contassi sulla caffeina, non su un’ustione di terzo grado al palmo di una mano…

Il lato positivo di questo allegro siparietto mattutino è che ora ho una fantastica tazzona, la mitologica mug per l’appunto, con il bellissimo logo di Arnold Coffee.

Che altro dire? L’ennesimo lunedì è andato, speriamo che il prossimo sia un po’ meno… “scottante”!

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Perversi Parallelismi.

comandante-auschwitz

 

Trovo doveroso iniziare questo post con una premessa.
Le elucubrazioni mentali che seguono non si permettono in alcun modo di paragonare in modo serio la situazione descritta a quanto letto nell’autobiografia di Rudolf Höss.

Detto questo…

Innanzi tutto due parole sul libro.
Può sembrare bizzarro che Primo Levi abbia scritto la prefazione per l’autobiografia di uno dei personaggi più noti del genocidio nazista, ma non è così: leggendola appare subito chiaro che nessun altro avrebbe potuto scrivere una prefazione migliore a questa fondamentale testimonianza storica.

Di seguito ne cito giusto uno stralcio:

 

Di solito, chi accetta di scrivere la prefazione di un libro lo fa perché il libro gli sembra bello: gradevole da leggersi, di nobile livello letterario, tale da suscitare simpatia o almeno ammirazione per chi lo ha scritto. Questo libro sta all’estremo opposto. È pieno di nefandezze raccontate con una ottusità burocratica che sconvolge; la sua lettura opprime, il suo livello letterario è scadente, ed il suo autore, a dispetto dei suoi sforzi di difesa, appare qual è, un furfante stupido, verboso, rozzo, pieno di boria, ed a tratti palesemente mendace. Eppure questa autobiografia del Comandante di Auschwitz è uno dei libri più istruttivi che mai siano stati pubblicati, perché descrive con precisione un itinerario umano che è, a suo modo, esemplare: in un clima diverso da quello in cui gli è toccato di crescere, secondo ogni previsione Rudolf Höss sarebbe diventato un grigio funzionario qualunque, ligio alla disciplina ed amante dell’ordine: tutt’al più un carrierista dalle ambizioni moderate. Invece, passo dopo passo, si è trasformato in uno dei maggiori criminali della storia umana.
A noi superstiti dei Lager nazionalsocialisti viene spesso rivolta, specialmente dai giovani, una domanda sintomatica: com’erano, chi erano «quelli dall’altra parte»? Possibile che fossero tutti dei malvagi, che nei loro occhi non si leggesse mai una luce umana? A questa domanda il libro risponde in modo esauriente: mostra con quale facilità il bene possa cedere al male, esserne assediato e infine sommerso, e sopravvivere in piccole isole grottesche: un’ordinata vita famigliare, l’amore per la natura, un moralismo vittoriano. Appunto perché il suo autore è un incolto, non lo si può sospettare di una colossale e sapiente falsificazione della storia: non ne sarebbe stato capace. Nelle sue pagine affiorano bensì ritorni meccanici alla retorica nazista, bugie piccole e grosse, sforzi di autogiustificazione, tentativi di abbellimento, ma sono talmente ingenui e trasparenti che anche il lettore più sprovveduto non ha difficoltà ad identificarli: spiccano sul tessuto del racconto come mosche nel latte.
Il libro è insomma un’autobiografia sostanzialmente veridica, ed è l’autobiografia di un uomo che non era un mostro né lo è diventato, neppure al culmine della sua carriera, quando per suo ordine si uccidevano ad Auschwitz migliaia di innocenti al giorno. Intendo dire che gli si può credere quando afferma di non aver mai goduto nell’infliggere dolore e nell’uccidere: non è stato un sadico, non ha nulla di satanico (qualche cosa di satanico si cglie invece nel ritratto che egli traccia di Eichmann, suo pari grado ed amico: ma Eichmann era molto più intelligente di Höss, e si ha l’impressione che Höss abbia prese per buone certe vanterie di Eichmann che non reggono ad un’analisi seria ). È stato uno dei massimi criminali mai esistiti, ma non era fatto di una sostanza diversa da quella di qualsiasi altro borghese di qualsiasi altro paese; la sua colpa, non scritta nel suo patrimonio genetico né nel suo esser nato tedesco, sta tutto nel non aver saputo resistere alla pressione che un ambiente violento aveva esercitato su di lui, già prima della salita di Hitler al potere.

 

Dal libro emerge come Rudolf Höss altro non fosse che un inetto, incapace di pensare con la propria testa e per questo dedito al cieco adempimento di qualunque ordine ricevesse da un’autorità superiore.
Difficile, se non impossibile, comprendere come un essere umano possa essere tanto insignificante. Tremendo, ma invece comprensibilissimo, il fatto che proprio nelle mani di un individuo simile sia stato riposto il comando del più tristemente famoso campo di concentramento nazista: Auschwitz.
La sua ottusa obbedienza, perfino a fronte di incarichi di cui non condivideva obiettivi e mezzi, ne ha fatto il sottoposto perfetto, un ecellente burattino animato dalle abili quanto crudeli dita di Hitler e dei suoi fedelissimi.

Proprio di questi giorni è il “caso-scandalo” del quotidiano che ha proposto, come allegato gratuito, il Mein Kampf di Adolf Hitler.
Io, ad esempio, non ho problemi a dire di averlo acquistato.
Capisco lo sdegno dei più, ma non sono del tutto contraria alla posizione di chi, sostenendo la propria scelta, l’ha motivata dicendo che si debbano conoscere a fondo le origini di certi fenomeni per evitare che si ripetano, soprattutto alla luce dell’attuale clima di posizioni estreme e di terrore generale che si sta diffondendo a livello globale.

 

Dopo questa riflessione, ragionata e sentita, allenterei un attimo la tensione passando all’immagine cretina che si è formata nella mia mente dopo aver letto questo libro.
Ribadendo che il pragaone non si permette in alcun modo di ritenersi serio, sono giunta alla conclusione che, partendo dall’ottica perversa di Höss, il mio ufficio ha un che del campo di concentramento.

C’è un vecchio pazzo a capo di tutto.
Intorno al vecchio pazzo una cerchia di “eletti e fidatissimi” che, in buona parte, sono affetti dalla stessa follia in modo ormai irreversibile.
Seguono coloro che “eseguono gli ordini”, indipendentemente dal fatto che li condividano o meno, un po’ come Höss, per pura devozione al vecchio pazzo o, per come la vedo io, per il quieto vivere dato dall’evitare lo scontro con lui.
Chiudono la fila quelli a cui non resta altra alternativa che obbedire agli ordini dei superiori quieto-viventi, sempre sostenuti dalla speranza, un giorno, di trovare la via per la libertà al di fuori del “campo”.

Come già detto, sono consapevole che il paragone non abbia possibilità alcuna di “stare in piedi”, sarebbe una pretesa eccessiva che l’avesse.
La mia intenzione, però, è quella di focalizzare l’attenzione su quanto dannose siano, ancora oggi, persone come Höss. Persone “mediocri”, per usare il termine scelto da Moravia nell’articolo che si trova a commento del libro, persone anonime che si adagiano nelle scelte che altri, più carismatici, fanno per loro. Con questo non voglio dire che le gerarchie non esistano o non contino, e nemmeno che non vadano rispettate, ma un conto è non sconfinare dal proprio ruolo, ben altro è annichilirsi al punto di rinunciare a ciò che si è e a ciò che si pensa.

Gli inetti di Levi, gli ignavi di Dante, i mediocri di Moravia: queste sono le persone da cui germoglia la frustrazione dei disadattati, di coloro che, pur aperti al confronto in nome della crescita, a rinunciare a se stessi non ci pensano proprio, e cadono in una passività obbligata, dettata dall’istinto di soprevvivenza, unica alternativa all’omologazione quando l’insurrenzione non è attuabile.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Riflessioni a mente… fredda!

снег-neve

 

Nell’amata Madre Russia è primavera da ormai dieci giorni, ad AnarcoLandia, invece, lo scorso sabato c’è stata la prima nevicata di questo pseudo-inverno: treni bloccati, autostrada bloccata, linee elettriche saltate per oltre 8 ore, alberi caduti e, ahimè, addirittura persone decedute per incidenti dovuti al maltempo.

Quanta neve è caduta? Nelle situazioni peggiori non si sono superati i 50 – 60 cm, che non saranno “bricioline”, ma non sono neanche una tempesta artica.
Il rimbalzo delle responsabilità è già iniziato e, come è normale che sia nel “Bel” Paese, andrà avanti fino a perdersi nel nulla.

Mentre cotanta catastrofe impazzava, io ero in trasferta dall’AnarcoSocio, dove Madre Natura ha deciso di essere più mite, “limitandosi” a un furioso acquazzone.
Il karma, però, non lo freghi e la mia settimana è iniziata con un treno pendolari mutilato di almeno due vagoni che, con estrema fatica, mi ha vomitata nel cuore di Milano con 18 minuti di ritardo. Mi rendo conto che l’immagine possa apparire poco poetica, ma i pendolari incalliti sanno bene quanto realistica sia. La parte più triste, almeno per quanto mi riguarda, è che la metafora gastrica non finisce qui, infatti ogni giorno quell’enorme esofago di metallo mi catapulta in quello squallido gabinetto che è l’ufficio.

Lo so, lo so, non si dovrebbe sputare nel piatto in cui si mangia, in un momento di crisi come questo dovrei essere grata di averlo, un lavoro, e blablabla…
La verità è che aver bisogno di uno stipendio è un ottimo motivo, nonché l’unico, per tenersi stretto qualunque lavoro capiti a tiro, senza stare a fare troppo gli schizzinosi o i preziosi.

Alla frustrazione di non essere riusciti a fare quello per cui ci si è più o meno preparati e qualificati negli anni precedenti, si aggiunge quella di ritrovarsi in ambienti sterili, dove tutti si arrabattano a fare quel che possono per tirare a fine giornata senza dare di matto. Le difficoltà aumentano quando qualcuno non ce la fa ed esplode, soffocato dal nervosismo represso, finendo per sfogarsi con reazioni discutibili contro persone che nulla hanno a che fare con l’origine del loro malessere.

Proprio un recente episodio di questo tipo mi ha portata a riflettere, una volta di più, sulla mia situazione lavorativa.
La conclusione a cui sono giunta è che disponibilità ridotta ai minimi livelli indispensabili, rispetto del buon proposito di separare il lavoro dal resto della mia vita e devozione assoluta alla filosofia del “fatti i cazzi tuoi”, siano tre elementi fondamentali per sopravvivere anche alla peggiore delle situazioni, senza accusare eccessive conseguenze in termini di stress.
Immolarsi sull’altare della gloria aziendale, infatti, è uno di quegli attegiamenti che proprio non riesco a concepire, a maggior ragione quando, in cambio, si ricevono solo critiche e ulteriori pretese, fra l’altro sempre più esose.

Un altro fattore fondamentale, almeno nel mio caso, è la rassicurantissima consapevolezza che questo lavoro non sarà per sempre, anzi, se tutto andrà come deve, questo continuo affronto alla pazienza e al buon senso potrebbe volgere presto al termine, per quanto relativo e soggettivo possa essere il concetto di “presto”.

So bene che potrà sembrare la più scontata delle banalità, ma se c’è una cosa che ho imparato davvero solo dopo la comparsa dell’AnarcoPatia, è che il lavoro, come ma anche più di molte altre cose, fa parte di quelle che si fanno per vivere, e non di quelle per cui vivere.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Oggi va così… #1

 

Ha il diritto di rimanere in silenzio,
tutto quello che dirà potrà essere usato contro di lei.

 

Con queste famosissime parole da serie televisiva americana, apro una nuova serie di post.

Ci sono momenti in cui non si hanno parole proprie per esprimersi o in cui, nel caso specifico, le parole ci sarebbero anche, ma permeate dal rischio che mi si ritorcano contro in un pericolosissimo effetto boomerang.

Proprio per non impazzire nei momenti di silenzio forzato o di silenzio da mancanza di parole adatte, ho deciso di dare vita a “Oggi va così…”.
Fotogrammi di vita affidati all’arte altrui, qualsiasi sia la sua forma: pittura, musica, fotografia, scrittura…

Non importa quale sarà l’emozione che mi istigherà a far uso di questi “prestiti”, a contare sarà il fatto di esprimerla in qualche modo, così da poterla sfogare senza permetterle di consumarmi, di divorarmi dall’interno, ma senza perderne le tracce, per poterne sempre ricordare gli insegnamenti.

Che lo spettacolo abbia inizio!

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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24ª Giornata Mondiale della Traduzione.

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Istituita nel 1991 dalla FIT (Fédération Internationale des Traducteurs), ieri si è celebrata la 24ª Giornata Mondiale della Traduzione.
Per questa ricorrenza è stata scelta la data del 30 settembre, giorno in cui si rende omaggio a San Girolamo, considerato patrono dei traduttori per aver tradotto la Bibbia dal greco e dall’ebraico al latino.

Anche se a malincuore, non posso che ammettere di non fare ancora parte di questo meraviglioso mondo in via ufficiale, ma ci sto lavorando.

Si dice che la pazienza sia la virtù dei forti e a volte mi capita di riuscire quasi a crederci.

Mi riferisco a quelle volte in cui decidi di aspettare, senza sapere bene cosa, perché proprio non sai cos’altro fare. Spesso non succede nulla, e l’indecisione fa la muffa nella tua testa finché non si trasforma in rassegnazione. Qualche volta, però, l’attesa porta risposte inaspettate, capaci di indicare la via da intraprendere come fossero enormi insegne al neon.

Così una mail, un sms e due chiamate in apparenza cadute nel vuoto, si sono poi evolute in una telefonata di pochi, ma fondamentali minuti.

È curioso, per certi versi addirittura inquietante, ma la risposta si è rivelata essere una sola, sempre la stessa: russo!

Considerata la quantità di tempo, energie e fatica richiesta dallo studio serio e approfondito di una lingua straniera, non mi stupiscono gli occhi sgranati con cui le persone mi guardano quando dico che per me è una passione.
C’è chi fa sport, chi fotografa, chi cucina, chi recita, balla, canta o dipinge: io studio russo.

Considerata l’attuale situazione politico-economica, forse non è la strada ideale da imboccare, ma io non mi arrendo e continuo a camminare: passo dopo passo dovrò pur arrivare da qualche parte…

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Back to OPG.

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Ferie finite.

Non sono riuscita a fare nemmeno il 50% di quanto mi ero proposta.

La frustrazione è così tanta.

Ho letto poco, scritto pochissimo, riposato ancora meno e studiato nulla.
Ero sicura che 350 pagine sarebbero state troppo poche per una settimana, che la trasferta mi avrebbe ispirata facendomi riempire interi fogli di note, appunti e bozze varie, che avrei imparato almeno un paio di parole russe nuove al giorno, invece niente. Le pagine lette sono all’incirca un centinaio, quelle scritte poche facciate di annotazioni confuse, e i libri di russo non sono nemmeno usciti dallo zainetto.

Non sono pronta a tornare in ufficio.
Mi rendo conto che è la più scontata delle banalità, ma quel posto mi sta esaurendo, prosciugando, spegnendo, forse perfino di più dell’AnarcoPatia.
La necessità mi ha rinchiusa fra le mura di un privato e perverso OPG, che porta mortificazioni invece di soddisfazioni, rassegnazione invece di entusiasmo, esasperazione invece di propositività.
Sono esausta. Il fisico è più sfinito di prima, la ripresa della vita da pendolare e l’avanzare della stagione delle influenze di sicuro non porteranno nulla di buono. La mente non ha avuto tregua, la disperata e frenetica ricerca di un’alternativa non ha smesso un istante di logorarla.

I medici mi ripetono fino alla noia che dovrei riposare di più e stressarmi di meno, ma troverei davvero carino se mi dicessero anche come fare, dato che gli effetti collaterali dei farmaci continuano a imperversare indisturbati, dato che le più semplici azioni quotidiane mi costano una fatica crescente ogni giorno che passa, dato che il tempo che mi resta per fare le cose che mi rilasserebbero è pari a zero.

L’inchiostro si ostina a tacere.
Il cuore, stanco e demotivato, ha smesso di pomparlo nelle vene.
Quello rimasto in circolo è scivolato via poco a poco dalle irreparabili crepe dell’anima, in un lento ma inesorabile dissanguamento.

Vorrei piangere.
Fino allo sfinimento.
Ma non riesco più a fare nemmeno quello.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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