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Pozdrav z Prahy!

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Cattedrale di San Vito
Image Credit © VeRA Marte

 

Ahimè, di nuovo a casa, ma soprattutto, da martedì, di nuovo a Milano, al lavoro…

La prima cosa che si pensa rientrando in Italia dall’estero? “Santo bidet!”.
Battute a parte, tornare dalle vacanze è sempre uno shock.

Per undici giorni, io e l’AnarcoSocio abbiamo vissuto in una fiaba.
Grandi castelli, imponenti chiese gotiche, carrozze trainate da cavalli, rombanti auto d’epoca, artisti di strada a ogni angolo e antiche leggende secolari custodite da ogni singola pietra della città.
In una sola parola: Praga.

Una città pittoresca, tanto ricca di dettagli da non sapere dove rivolgere lo sguardo, dove tutto contribuisce a creare un quadro di rara bellezza, che incanta e rapisce, lasciandoti senza fiato.

L’insegnamento principale tratto da questi undici giorni è che una vacanza deve sì essere riposante per il corpo e rilassante per la mente, ma più di tutto deve essere rigenerante per lo spirito.

L’immersione nel luogo che, con i suoi punti di luce, ma soprattutto con i suoi lati oscuri, ha dato i natali a personalità scientifiche e artistiche del calibro di Gregor Mendel, Milan Kundera, Alfons Mucha, Rainer Maria Rilke e, su tutti, Franz Kafka, non può che portare a un contatto intenso, profondo e significativo con gli abissi più bui e remoti dell’animo umano, incluso il proprio.
Intere vite dedicate a perseguire la propria vocazione, a volte a dispetto perfino degli affetti e dei rapporti umani. Talenti che, nel tempo, si sono trasformati in ossessioni, in schiavitù autoimposte, quelle da cui è più difficile liberarsi.
Una riscoperta ruvida e graffiante di se stessi e dell’incontrastabile potenza degli istinti e delle passioni. Un improvviso chiedersi cosa serva davvero per sentirsi realizzati e soddisfatti, di cosa si abbia davvero bisogno per essere felici.

Un esame di coscienza non programmato, che mi ha fatto riflettere su quanto del non-scrivere dipenda da fattori fuori dal mio controllo e quanto sia responsabilità mia. Uno scossone che mi ha restituito almeno una parte della lucidità che, negli ultimi mesi, avevo perso, aggiunta a una sana dose di realismo auto-somministrata.

Si dice che, insieme a Torino e Lione, Praga sia una città magica. Non so quanto ci sia di vero in questa credenza, ma di sicuro per me lo è stata.
Le sue forme, i suoi colori, i suoi profumi, le sue leggende e le sue atmosfere, magiche per l’appunto, hanno riportato a galla relitti interiori che credevo perduti per sempre, riesumando sensazioni che non pensavo di poter provare ancora.

È troppo presto per dire quanto profonda sia l’impronta che Praga mi ha lasciato dentro incamminandosi nel fitto dell’anima, quel che è certo è che un segno è rimasto, un marchio indelebile che, oltre a fissare nella memoria un piacevole ricordo, negli anni sarà testimonianza ed emblema di un momento di svolta importante.

A presto magnifica, ipnotica, suggestiva Praga!

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Un pezzo alla volta.

 

Graduali prese di consapevolezza che, oggi, fanno male, ma forse, domani, si riveleranno provvidenziali.

Lenta e faticosa comprensione del fatto che i problemi del corpo vanno risolti innanzi tutto nella testa.

Poi una canzone, rimasta chiusa in un CD comprato sei mesi fa e ascoltato per la prima volta solo la settimana scorsa, mi si è piantata in testa.

In quattro minuti e una manciata di secondi ho ritrovato tutte le sensazioni che mi tormentano in questo periodo, descritte con parole che rendono alla perfezione quello che io cercavo di esprimere ormai da settimane, senza riuscirci.

All’inizio volevo mettere in grassetto le parti in cui riconoscevo me stessa e tutte le emozioni a cui sto soccombendo, poi ho pensato che sarebbe stato meglio mettere in evidenza i buoni propositi che, per l’ennesima volta, stanno tentando di insinuarsi nelle spesse mura del ‘sepolcro’ di frustrazione in cui mi sono blindata.

Alla fine, non ho saputo decidere quale delle due cose fosse più importante, così ho scelto di usare i colori: uno per le emozioni e un altro per i buoni propositi, così che nulla restasse escluso.

 

Alzati e cammina
Per scoprire di essere vivo come non mai

Lazzaro stamattina
E resuscita un pezzo alla volta la volontà

Ora che sei un’emozione scaduta
Ora che sei una certezza tradita
Ora che sei un’ambizione svenduta
Chiuso nel tuo sepolcro

Quello che avevi oggi non vale più
Hai studiato, creduto, lottato e sofferto
C’era un sorriso negli occhi che non c’è più
Col futuro qualcuno ha giocato d’azzardo

Alzati e cammina
Per scoprire di essere vivo come non mai

Lazzaro stamattina
E resuscita un pezzo alla volta la volontà

Ora che sei una protesta ammaestrata
Ora che sei una carezza svogliata
Ora che sei una speranza piegata
Chiuso nel tuo sepolcro

Alzati e cammina
Per scoprire di essere vivo come non mai

Lazzaro stamattina
E resuscita un pezzo alla volta la volontà
Un pezzo alla volta
Un pezzo alla volta
Un pezzo alla volta

Se ci hai creduto oggi c’è un più
Hai discusso sprecato amato ed offerto
C’è un’ipoteca anche sulla tua dignità
Nel crudele silenzio delle notti insonni

Alzati e cammina
Per scoprire di essere vivo come non mai

Lazzaro Stamattina
E resuscita un pezzo alla volta la volontà
Un pezzo alla volta
Un pezzo alla volta
Un pezzo alla volta
Un pezzo alla volta

C’era un volta ora non c’è più
Mentre l’unica cosa che resta davvero sei TU

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Nerissimo.

 

Domenica 8 Maggio 2016. Ore 23:50.

Le mani scorticate per il troppo applaudire.

Di colpo risvegliarmi nel profondo dello stomaco, riscoprire i segreti sepolti nei doppi fondi delle viscere.

Il passato che torna per finire di scuoiarmi, esposte le membra mi divora, a morsi, vomitando parole nuove dal significato antico.

Dopo anni ritrovarmi a imbrattare pagine e pagine in piena notte, assediata da un sonno feroce, ma del tutto incapace di dormire.

Non è così che sarebbero dovute andare le cose.
Ero convinta che sarebbe stato un libro a darmi lo scossone decisivo.
Le parole c’entrano, ma non si è trattato di parole scritte: a rivoltarmi l’anima sono state le parole cantate dalla carismatica voce di Blixa Bargeld, sulle ipnotiche sonorità di Teho Teardo.

Una catartica fusione di tedesco, italiano e inglese, in un lampo la visione di sogni frantumati e spazzati via da venti furibondi.

Le parole di Blixa.
Un pugno in piena faccia.
Quelle parole che ormai da mesi continuavano a sfuggirmi.
Quelle parole che guardandomi, beffarde, si prendevano gioco di me da settimane.
Quelle parole che, di colpo, mi sono piovute addosso da un amplificatore.

 

Mi sono permessa di “parafrasarle” appena, solo per adattarle al mio contesto “artistico”, se così lo si può definire:

 

C’è tanto nero nel mio repertorio
Molte ombre nel mio arsenale
Così scrivo quello che scrivo meglio
scrivo ciò che scrivo meglio
Nero
Uso tutto il nero
Nerissimo
Fino a quando arriveremo dall’altra parte
E non c’è più
Non c’è più buio

 
 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Flusso di Coscienza. #15

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Domenica 29 Maggio 2016. Ore 17:51.

Fuori dal finestrino le nuvole, nere, sembrano avere enormi fauci, spalancate a mostrare denti aguzzi e minacciosi.
Sento il loro morso straziarmi lo stomaco, mentre non riesco a distogliere gli occhi dal dinamico quadro astratto che i tergicristalli dipingono sul parabrezza con le gocce di pioggia battente.

Ripenso a un tizio sentito in televisione, alla sua riflessione sulla differenza fra le espressioni “voto alle donne” e “voto delle donne”, al potere delle parole, a quanto una semplice preposizione possa cambiare tutto, all’incertezza che mi attanaglia di fronte al mio personale bivio fra “con” e “da”.

Penso alle mie ultime analisi del sangue, peggiorate, e al fatto che, in realtà, non me ne frega niente, perché se è il risultato dell’aver ripreso a vivere un po’, allora mi tengo le analisi schifose e vaffanculo.
Stanca morta per stanca morta, tanto vale divertirsi.

Penso ai nervi delle mie mani, ormai tanto malconci da avermi deformato la grafia, ma non abbastanza da avermi fatto desistere dai miei propositi di scrittura.

Penso a chi guarda dall’alto della sua laurea al basso del mio diploma, ma poi scive “Gli ho salvati”.

Penso al senso di impotenza che mi assale quando andare al cinema da sola mi fa venire gli attacchi di panico, o quando rimugino per settimane sull’andare o meno a un concerto che reputo imperdibile, perché non so se il fisico mi assisterà.

Penso ai muri di gomma contro cui continuo a schiantarmi, magari senza neanche farmi troppo male, ma senza mai neanche riuscire a oltrepassarli.

Penso alla moltitudine di parole vuote e inutili che riesco a vomitare in un giorno, costretta dalle incombenze quotidiane, mentre quelle importanti sono incastrate ormai da mesi fra lo stomaco e la gola.

Penso a dove sono e a dove vorrei essere.
Penso a quello che faccio e a quello che vorrei fare.
Penso a quella che ero, a quella che sono, a quella che vorrei essere, ma che forse non sarò mai.

Penso che il temporale è finito e io non me ne sono accorta, quindi, forse, sarebbe meglio smettere di pensare. Almeno per un po’.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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L’Armata delle Fobie.

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Macchina, un giretto per i negozi, con tappa obbligata in libreria, una piadina farcitissima e super filmone impegnato al cinema.

Tutto da sola.

Erano anni che non lo facevo e devo ammetterlo: ci voleva.

Prima del tracollo medico ero piuttosto conosciuta per la mia autonomia, la mia indipendenza, ma soprattutto per la mia incrollabile fedeltà a me stessa.

Questa serata di libera uscita, però, è stata l’inconfutabile prova che di quella persona è rimasto ben poco.
Un tempo ero l’autista ‘di ruolo’ della comitiva. Amavo guidare, mi rilassava. Ero sicura di me e, avendo sempre guidato macchine piccoline, anche piuttosto agile nel traffico, qualunque fosse la velocità di marcia, da 20 a 130 km/h con nonchalance, non oltre solo perché per la PandaMobile avrebbe significato prendere il volo.

Non avevo alcun problema nell’essere a zonzo da sola: cinema, musei, concerti, ma all’occorrenza anche posta, medico, panettiere, distributore di benzina self-service, sia di giorno che di notte, insomma, qualunque cosa. Nella mia fase da concertara accanita, ad esempio, mi sono girata in lungo e in largo il Nord e Centro Italia con la sola compagnia della PandaMobile, con l’audiocassetta collegata al lettore mp3 sempre nell’autoradio, a volumi folli, e carta e penna sempre in borsa. Ore e ore passate a macinare chilometri cantando a squarciagola le cose più disparate, senza pensare a nulla, con uno spiraglio di finestrino sempre aperto anche d’inverno, dato che nella PandaMobile il meccanismo per spannare i vetri non ha mai funzionato granché.

Martedì scorso, invece, il panico.
Uno strano senso di soffocamento in autostrada: troppe macchine, troppo vicine, troppo veloci, e al ritorno gli occhi che si rifiutano di gestire l’effetto abbagliante dei fanali delle auto provenienti dalla direzione opposta.
Al cinema, il costante timore di perdere il telefono, il portafoglio o le chiavi della macchina e, nel parcheggio, il cuore a mille nell’attraversare l’androne buio che collega l’esterno alle scale che portano all’ingresso del multisala.

Sapevo che sarebbe successo, ma mi ostinavo a negarlo.
Un’intera armata di nuove fobie è di stanza nel fondo del mio stomaco ormai da mesi ma, germofobia a parte, finora ero stata abilissima nel tenerla a bada.

Per quanto liberatoria, è stata una serata di tensione e di rammarico di fronte all’evidente e innegabile incapacità di fare, in serenità, cose che prima facevo senza doverci pensare su.

La verità è che l’AnarcoSocio ha ragione quando si lamenta di quanto logorante sia la sensazione di non riuscire mai a riprendere fiato.
Io ci sono riuscita, ma per farlo ho rinunciato a tutte quelle piccole cose che facevano di me la persona che ero, e ho sbagliato. Ho permesso alla paura, alle mille nuove paure che mi hanno assediata, di avere la meglio, di divorarrmi giorno dopo giorno.

Solo ora ho realizzato: se per ‘respirare’ devo sacrificare quello che amo, quello che mi fa stare bene con me stessa, allora preferisco vivere in apnea.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Isolamento Forzato.

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Il 24 marzo, quindi 11 giorni fa, nell’AnarcoDimora la linea telefonica fissa ha avuto un mancamento.
L’AnarcoPater, attento e attivo socio di una delle più grandi associazioni dei consumatori del Bel Paese, segnala il guasto con irreprensibile prontezza. Il giorno seguente, 25 marzo, la linea viene rianimata, ma solo dopo aver contagiato la connessione internet.
L’AnarcoPater, sempre all’erta, segnala subito il fattaccio, con la tempestività che lo contraddistingue, sia a chi ha messo le sue malefiche manacce sulla nostra linea, sia al gestore che ci fornisce il servizio internet. Poco dopo, il tecnico telefonico ci contatta, dicendo di essersi reso conto che il problema alla connessione è stato causato dal loro intervento per riattivare la linea telefonica.

Passa Pasqua, passa anche Pasquetta, ma niente: silenzio assoluto.
Le persone che si sono fatte carico dell’AnarcoPratica sembrano essersi smaterializzate, in entrambe le aziende, magari sono esplose dopo essersi abbuffate troppo, chi lo sa…

Come si suol dire, però, le disgrazie non vengono mai sole, e nel mio caso questa cosa è ancor più vera se si tratta di tecnologia.
Emarginata, mio malgrado, dal magico mondo del web, avevo deciso di darmi alle serie tv in modo compulsivo, ma anche il decoder mi si è rivoltato contro e ora sul mio datato, ma strepitoso, tubo catodico si vede solo l’ultimo canale su cui era rimasto sintonizzato prima del guasto, per fortuna è un canale che guardo sepsso e volentieri.

Questa ‘fantastica’ coincidenza astrale ha fatto sì che io mi decidessi a riprendere in mano carta e penna e almeno a provare a concentrarmi come si deve su una serie di cose, fra cui un nuovo piano editoriale per il blog, una strategia seria per l’arricchimento lessicale in russo, l’apprendimento e l’approfondimento di una serie di nozioni e competenze che spero mi saranno d’aiuto nella ricerca di un nuovo lavoro.

Durante questo breve periodo di blackout, questa piccola pausa intimistica dall’enormità senza confini della rete, sono anche invecchiata: dico sul serio, nel senso che ho compiuto gli anni.
Festaggiamenti sobri con le persone davvero importanti, pochi regali ma molto significativi, vecchie amicizie ritrovate e, grazie alla Pasqua, tantissimo ottimo cioccolato e una sempre graditissima razione extra di Leti e Tommi, i fantasmagorici AnarcoNipotini.
Una lucidità improvvisa e inaspettata, una sorta di auto-regalo involontario: questa la sorpresa più grande. Una visione tanto nitida quanto improvvisa di quali siano le parti di me perse per strada negli ultimi anni a cui, però, non sono ancora pronta a rinunciare. L’imperante necessità di tornare a riconoscermi quando mi guardo allo specchio, di scorgere di nuovo la luce della determinazione che, per anni, ha illuminato il mio sguardo. Ho bisogno di raccogliere i cocci della mia creatività e di ritagliarmi un po’ di tempo per rimetterli insieme.

Di per sé può sembrare una cosa scontata, ma io ci ho messo mesi ad arrivare a questa ‘banale’ conclusione: quello che ho perso è l’inchiostro.
Ho permesso alle flebo di lavarlo via dalle mie vene, dove prima scorreva impetuoso, e di sostituirlo col loro liquido silenzio chimico.
Ora devo fare con la scrittura la stessa cosa che ho dovuto fare con le gambe, riprendere a ‘camminare’ dopo un lungo periodo di immobilità forzata: ci vuole tempo, tanto tempo, e l’unico modo per farcela è affrontare un passo alla volta, in senso letterale, inseguendo la spranza di non essere mai più costretta a fermarmi.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Mi piacerebbe saper cantare…

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Mi risulta abbastanza ostico comprendere perché il blog riceva più visite quando non scrivo…

Fino a qualche anno fa non era così: che i miei post siano diventati tanto noiosi da far sì che, nel mio caso, i lettori preferiscano “premiare” il silenzio?

Qualunque sia l’arcano di questo annoso dilemma esistenziale, non sperate che io smetta di ammorbarvi con le mie elucubrazioni mentali.

Questa volta a smuovermi è stata una canzone, di cui non svelerò né il titolo né l’interprete, perché non sono fondamentali, quel che conta è lo scossone che mi ha dato.

In fondo chi se ne frega se a nessuno interessa un post sull’affascinante universo della linguistica pura, se nessuno condivide la mia curiosità sulle norme che regolano la corretta accentazione della meravigliosa lingua italiana, se nessuno si emoziona quanto me di fronte alla poliedricità e all’eclettismo dell’amata Madre Russia, se nessuno si spiega la mia ostinata determinazione nel continuare a studiare di tutto e di più da autodidatta, se nessuno ha voglia di dar retta ai miei piagnistei su quanto essermi scoperta malata mi faccia ancora incazzare a morte: io scrivo per me.

Ho sempre scritto per me, ma devo essere caduta vittima di una temporanea amnesia e la ragione, subdola ingannatrice, ha colto la ghiotta occasione per provare a convincermi del falso, del fatto che anch’io, come molti altri, scrivessi per la “gloria” o, ancora peggio, per la vana e utopistica speranza di camparci, prima o poi.

Non è così.
Scrivo perché amo scrivere.
Scrivo perché scrivere mi fa male, ma quel dolore è la sensazione più bella che io abbia mai provato stando sola con me stessa.
Scrivo perché mi sarebbe piaciuto saper cantare, ma non lo so fare.
Non sono proprio capace di fare acrobazie con la voce, di amplificare il significato delle parole accompagnandole alla vibrante potenza della musica, e allora ecco che scrivo: gioco con le parole lasciando che compiano da sé la magia, dando vita alla loro particolare melodia, diversa e irripetibile nella mente di ogni persona che le legge.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Prospettive.

перспективы-prospettive

Image Credit © VeRA Marte

 

A volte l’unico modo per cambiare le cose è fare lo sforzo, spesso enorme, di cambiare la prospettiva da cui le si guarda.

È proprio questa l’ennesima, assurda impresa in cui ho deciso di imbarcarmi: cambiare prospettiva.
Mi rendo conto che, da circa due anni a questa parte, riesco a mala pena ad arrivare a fine giornata senza cedere all’incombente esaurimento nervoso che mi perseguita, ma il punto sta proprio qui: cambiare approccio o soccombere, al momento non vedo altre opzioni plausibili da poter prendere in considerazione.

Affidarsi al luogo comune del “fare buon viso a cattivo gioco”, confidando nel domani, può essere una strategia interessante, all’inizio, ma col passare del tempo diventa uno stillicidio logorante e letale.
Continuare a darsi da fare è importante, ma ora come ora non è più sufficiente: sarebbe ipocrita sostenere il contrario. Studi per anni, fai pratica, fai la cosiddetta “gavetta” e… niente. Ti fermi lì. Magari, grazie a un qualche cavillo legale, riesci ad accaparrarti un contratto giusto un pochino più degno di questo nome, ma questo è quanto. Non dico che lavorare sia, o debba essere, una festa, ma dovrebbe essere un’attività stimolante, all’occasione anche soddisfacente, una spinta a migliorarsi, a crescere, non una faticosa maratona affrontata giorno dopo giorno solo in nome della necessità, della sopravvivenza.

Il bisogno di cambiamento diventa ‘conditio sine qua non’ per non impazzire, per riuscire a evitare di sacrificare la propria salute fisica e mentale in nome del nulla di fatto più assoluto. Spesso, perché questo non avvenga, il cambiamento deve essere drastico, radicale, meglio ancora se irreversibile, non sia mai che dei ripensamenti si insinuino nella sofferta decisione dopo che è stata presa.

Senza la salute fisica, per l’appunto, non si va da nessuna parte, e questo io lo so fin troppo bene, ma potersi permettere di preservarla dovrebbe essere un diritto, non una strenua battaglia quotidiana. Se poi volessi essere pignola fino in fondo, è dimostrato dalla scienza che livelli eccessivi di stress, soprattutto se protratti per periodi prolungati, possono influire sui livelli ormonali di una persona a tal punto da farla ammalare.
Questo per dire che, al di là dei luoghi comuni, anche un minimo di equlibrio mentale è un requisito indispensabile per non andare a fondo.

Proprio questo minimo indispensabile di equilibrio mentale è quello che vorrei tentare di recuperare con la mia ricerca di nuove prospettive, perché ho già dato di matto, nel senso letterale dell’espressione, almeno un paio di volte, e vorrei evitare di ripetere l’infausta impresa.

Inutile dire che, trattandosi di me, per avere una guida e un sostegno mi sono rivolta ai soli e unici: i libri. Al momento sono in balia di concrete difficoltà fisiche nello scrivere, sia con la penna che con la tastiera, dovute a un’infiammazione dei nervi delle mani, effetto collaterale di un farmaco. Questa frustrante e faticosa circostanza mi aveva spinta a una reazione assurda: perché dare attenzione alle parole degli altri mentre io non riuscivo a scrivere le mie?

La prima “nuova prospettiva” è proprio quella che mi ha fatto superare il rifiuto della lettura: smettere di vedere nelle parole altrui un affronto alla mia attuale difficoltà nello scriverne di mie, per tornare a vedervi un rifugio, l’unico sicuro, l’unico possibile.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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L’Amante di Lenin.

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Di questo amore non si deve sapere
di Ritanna Armeni

Un libro inaspettato, ricevuto in regalo, prescelto come capostipite di una neonata stirpe di libri che si è aggiunta alla mia già imponente collezione: quelli sulla Grande Madre Russia, sulla sua storia, la sua cultura, ma soprattutto sui suoi carismatici e memorabili personaggi e sui suoi affascinanti ed enigmatici intrighi.

Pagina dopo pagina, la scelta si sta rivelando azzeccata.
Inessa Armand, di cui il libro racconta la vita, è stata una donna tutta d’un pezzo che, pur potendo avere qualunque cosa desiderasse, ha sacrificato ogni cosa, perfino gli affetti, in nome della propria ideologia e di quella che lei chiamava “la Causa”.

Conosciuta per essere stata la più famosa e attiva rivoluzionaria e femminista della Rivoluzione d’Ottobre del 1917 in Russia, questo libro focalizza l’attenzione anche sull’altro ruolo di Inessa Armand, quello “scomodo”, quello di amante di Vladimir Il’ič Ul’janov, noto al mondo come Lenin.

L’approfondimento storico è ridotto al minimo indispensabile, forse si dà per scontato che tutti sappiano degli eventi di cui si fa cenno. Il taglio del libro è in prevalenza biografico, ma proprio l’assenza di frequenti e rigorosi dettagli storici fa sì che la narrazione risulti più scorrevole e, almeno per i miei gusti personali, molto più piacevole.

Passando oltre qualsiasi possibile recensione di stile e contenuti, a colpirmi è stata la determinazione di Inessa Armand. Leggere di come questa donna vissuta in tempi, ma soprattutto circostanze di sicuro non semplici, sia riuscita a rimanere fedele a sé stessa, è stato uno scossone.
In un momento in cui lo sconforto stava prendendo il sopravvento, una sferzata d’entusiasmo ci voleva proprio per rimettermi in carreggiata.
Ho ripreso a leggere, a scrivere, ad ascoltare musica, a guardare film, a cucinare, ho mandato una mail alla mia docente per riprendere con gli esercizi e le traduzioni di russo, ho perfino rivisto la mia “tabella di marcia”, nel tentativo di riorganizzare il mio poco tempo libero in un modo un po’ più funzionale.
Mi piacerebbe riuscire a mettermi in testa, una volta per tutte, che gettare la spugna non è fra le opzioni contemplabili: questa è la lezione che spero di aver imparato dal racconto della vita di Inessa Armand.

Non importa se i capelli continuano a cadere, se lo stomaco si rivolta, se la vista traballa, se le mani sanguinano, se il cervello si annebbia, non deve importare. L’imperativo ora è tirare dritto per la mia strada a testa bassa, senza permettere a niente e a nessuno di distrarmi o di intralciare il mio percorso.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Oggi va così… #1

 

Ha il diritto di rimanere in silenzio,
tutto quello che dirà potrà essere usato contro di lei.

 

Con queste famosissime parole da serie televisiva americana, apro una nuova serie di post.

Ci sono momenti in cui non si hanno parole proprie per esprimersi o in cui, nel caso specifico, le parole ci sarebbero anche, ma permeate dal rischio che mi si ritorcano contro in un pericolosissimo effetto boomerang.

Proprio per non impazzire nei momenti di silenzio forzato o di silenzio da mancanza di parole adatte, ho deciso di dare vita a “Oggi va così…”.
Fotogrammi di vita affidati all’arte altrui, qualsiasi sia la sua forma: pittura, musica, fotografia, scrittura…

Non importa quale sarà l’emozione che mi istigherà a far uso di questi “prestiti”, a contare sarà il fatto di esprimerla in qualche modo, così da poterla sfogare senza permetterle di consumarmi, di divorarmi dall’interno, ma senza perderne le tracce, per poterne sempre ricordare gli insegnamenti.

Che lo spettacolo abbia inizio!

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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