Articoli con tag: Cinema

Tu sei una favola!


 

Un bicchierone di latte macchiato, un caffè americano fumante e una curiosa chiacchierata con l’AnarcoSocio sulle conseguenze della discriminazione di genere sul lavoro.

Si ragionava su quanto le donne, costrette da retaggi culturali inamovibili a fare molto più degli uomini per ottenere un trattamento lavorativo paritario, finiscano per diventare acide arpie senza cuore.
L’aspetto bizzarro è che, in genere, questo atteggiamento viene riservato alle altre donne, quasi mai ai colleghi uomini. L’ipotesi che ne è uscita più accreditata è stata quella di una sorta di “guerra fra poverE”, che cercano in qualche modo di emergere nel contesto delle loro ‘pari’, ben consapevoli che provare a fare altrettanto rispetto alla controparte maschile sarebbe una battaglia persa in partenza.

Parlando, mi è tornato in mente l’ultimo cartone animato visto, davvero bellissimo: “Ballerina”.
Una coppia di amici inseparabili, una femmina e un maschio, entrambi orfani, scappano a Parigi nella speranza di realizzare i propri sogni. Alla fine, fra i due, è lei quella che ce la fa, grazie a un’incrollabile determinazione.

Tralasciando la riflessione femminista da cui questo post è nato, vorrei concentrarmi sul messaggio che questo fantastico cartone animato trasmette.
A differenza delle eroine di molti suoi predecessori, forse perfino più gettonati, la protagonista è una ragazzina “normale”, solo un po’ fantasiosa e molto intraprendente. Niente fate, animaletti prodigiosi o magie varie, solo tanta buona volontà e un’incredibile voglia di farcela, condite da qualche momento di debolezza e dall’umanissima tendenza ad approfittare di eventuali circostanze favorevoli, a volte perfino al costo di commettere qualche piccola scorrettezza.

Un invito, semplice ma efficace, a non arrendersi, a lottare per ottenere ciò che si desidera davvero, a scegliere il sentiero indicato dall’istinto, a credere sempre e innanzi tutto in sé stessi, a fare appello alla propria passione quando niente sembra andare per il verso giusto.
Un insegnamento prezioso per grandi e piccini, basato su quel principio di meritocrazia tanto oscuro all’epoca in cui viviamo, ma in cui non voglio smettere di credere.

 

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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La 15ª Domenica…

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Image Credit © VeRA Marte

 

La mia reclusione, sotto la denominazione ufficiale di ‘riposo forzato’, è iniziata di sabato, per la precisione il 26 novembre 2016, ma allo stato attuale non credo sia un singolo giorno a poter fare la differenza.

Settimana dopo settimana, oggi è la 15ª domenica in cui devo arrovellarmi il cervello per trovare qualcosa da fare che soddisfi la mia estrema necessità di evasione, senza però destabilizzare la mia salute capricciosa.

Niente più mostre, perché due ore in piedi in ambienti affollati e poco areati per me potrebbero rivelarsi delle vere e proprie bombe batteriologiche.
Niente passeggiate, o quanto meno con moderazione, perché ogni passo in più potrebbe essere quello fatale, l’innesco di una nuova rivolta autoimmune.
Niente merende, perché la vecchia terapia ha devastato il fegato, circostanza che ha portato all’imposizione di una ferrea dieta disintossicante.

Tanto cinema, almeno quello sì, perché, per ragioni a me ignote, ma per mia grande fortuna, il cervello si ostina vivere qell’agglomerato di persone stipate in uno spazio chiuso come una situazione ‘sicura’.

Insomma, passano i giorni, le settimane, i mesi, ma io rimango bloccata sempre nello stesso fotogramma di vita.
Nella foto i due lati della mia scatolina porta-farmaci, con il necessario per il weekend: 38 pastiglie, 18 e mezza al giorno, a cui si aggiungono quelle a frequenza variabile, fiale, gocce, pomate varie per gli sfoghi da farmaco, e chi più ne ha, più ne metta.

Difficile programmare un fine settimana ‘normale’ con queste premesse, ma io non mollo!
Proseguo la mia crociata d’assalto a tutte le librerie possibili e immaginabili, alla faccia dei puntini neri davanti agli occhi con cui il prednisone tenta di rendermi impossibile perfino la lettura.
Persevero nella frequentazione di locali in cui si fa musica dal vivo, giocandomi lo sgarro salato settimanale in hamburger, patatine e anelli di cipolla, per la prima volta dopo due mesi abbondanti di dieta, accompagnati però da una diligentissima e dignitosissima acqua naturale, che i farmaci con l’alcol fanno male.
Riservo lo sgarro dolce alla domenica pomeriggio, passando dai locali metallari del sabato sera a composte e graziose sale da tè, con le pareti color lavanda e i tavolini in legno bianco, imbanditi di tazze di profumate tisane alla frutta e scenografiche fette di torta in candidi piattini da dessert, che dopo le ore piccole una parentesi ristoratrice ci vuole.

Ebbene sì, cara la mia AnarcoPatia, ci hai provato a fermarmi, ma col ca**o che te la do vinta!
Ti ho concesso di rallentarmi, è vero, ma questo è quanto, non aspettarti altro.
Perché io sono io, non sono la mia malattia, non sono te: io ero io prima di te e continuerò a esserlo dopo di te. Tu invece, sei solo un parassita, senza di me non esisti, non sei nulla.

Ora ti è chiaro chi comanda?

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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The Space In Between.

space-between-Marina-Abramović

 

Lo scorso martedì sera mi sono imbarcata in una delle mie serate cinematrografiche da solista.
Ho appoggiato il mio sederone nella PandaMobile e sono partita alla volta DEL Multisala (con la M maiuscola), a 20 km da casa, che a differenza dei consimili della mia zona, è abbastanza chic da potersi permettere la proiezione dei “film-evento”.

Attenzione puntata su “The Space In Between”, docu-film che testimonia il viaggio che Marina Abramović ha intrapreso nel 2013 in Brasile, alla ricerca di una spiritualità più profonda e trascendente.

Bello, ma un tantino al di sotto delle aspettative.
L’artista, sessantasettenne all’epoca del viaggio, sembra aver perso smalto e originalità. Condizione accettabile se la si pensa come naturale evoluzione di un essere umano che, col passare degli anni, va incontro a un possibile calo fisiologico d’energia, ma difficile da concepire in relazione a Marina Abramović.

Nonostante questo, si coglie ancora almeno l’ombra di quel che Marina Abramović è stata e, per quanto mi riguarda, è stata comunque una visione interessante.

Ho letto e sentito critiche feroci riguardo questo documentario e mi rendo conto che, forse, il mio giudizio è “ammorbidito” dall’effetto catartico che le performance della Abramović hanno avuto su di me negli anni.

Non posso negare l’oggettività di alcune delle osservazioni mosse contro “The Space In Between”, ma, personalmente, non ho trovato il passaggio dallo scioccare il pubblico al suggestionarlo così disturbante e deludente.

Un percorso che, compiuto da chiunque altro, risulterebbe emozionante, mentre trattandosi di Marina Abramović dà l’idea di essere di essere quasi banale.
Durante il suo viaggio l’artista ha incontrato guaritori e guaritrici rappresentanti di diverse correnti sciamaniche del Brasile e si è sottoposta ad alcuni dei loro rituali purificatori.
A farmi percepire ancora lo spirito di sperimentazione della Abramović è stata la consapevolezza che ben poche persone provenienti da paesi “civilizzati” si sottoporrebbero a pratiche simili, perfino se fossero la loro ultima speranza. Interventi chirurgici eseguiti con strumenti di fortuna e senza anestesia, intrugli potenzialmente letali e permanenze in contesti naturali sconfinati e ostili.

Quel che più mi è rimasto è un insegnamento, tanto semplice da risultare scontato, ma difficile da vivere nella quotidianità:

Ho capito che la felicità non viene dall’esterno, viene da me. Da dentro.

 

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Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Eight Days a Week

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Si è conclusa ieri, 21 settembre 2016, la proiezione del film-documentario «Eight Days A Week – The touring years», con cui Ron Howard ha scelto di rendere omaggio alla più grande band di tutti i tempi: The Beatles.

Da che parte cominciare?
Forse dall’immenso rimpianto di non essere vissuta negli anni ’60, quando la musica era più vissuta e meno monetizzata, sia per chi la faceva che per chi l’ascoltava.
Questo non toglie che i grandissimi nomi abbiano fatto soldi a palate, ma il prezzo da pagare era molto più alto di quanto non sia oggi, epoca in cui i “musicisti”, o sedicenti tali, riescono a guadagnare soldi perfino con un semplice e banale click del pubblico.

È stato curioso sentire persone che hanno avuto modo di ascoltare i Beatles “in tempo reale”, lamentarsi perché il film era in inglese con sottotitoli in italiano.
È vero che i sottotitoli attirano lo sguardo distraendolo dall’immagine, ma è vero anche che a me non era neanche passato per la testa che potesse essere doppiato.

Purtroppo non ho mai avuto la buona abitudine di approfondire la biografia dei musicisti che ascolto, lo faccio di rado perfino con gli autori che leggo, quindi figuratevi. Questo documentario, però, è stato un’esperienza commovente, un viaggio nel tempo di due ore e un quarto, un salto indietro di oltre 50 anni che mi ha catapultata in una realtà che mi ha conquistata.
Io, che nel mondo odierno mi sento sempre un po’ fuori luogo, ho scoperto che è esistito un periodo, fra l’altro neanche così lontano, in cui il mio essere alienata a causa di passioni più o meno condivise dalle masse, sarebbe stato la “normalità”. Un periodo in cui l’aspirare a fare della propria arte un’attività a tempo pieno non era visto come un’infantile e idealista utopia.

È stato interessante sentir svelare le origini autobiografiche di alcune canzoni e scoprire di più sulle personalità dei “Fab Four” di Liverpool, al punto che mi sono vergognata a morte dell’immensa ignoranza in cui galleggiavo quando, ragazzina in vacanza studio, mi è capitata la fortuna di visitare il museo loro dedicato proprio a Liverpool.

Con questo film Ron Howard non ha voluto celebrare l’immensa fama dei Beatles, ma ha voluto mostrare quali conseguenze questa fama abbia avuto sulle loro vite, personali e artistiche.
Venticinque concerti in trenta giorni, attraverso tutti gli Stati Uniti. Nella famosissima esibizione allo Shea Stadium di New York City, con 56.000 spettatori in delirio, i visi sono tirati, gli occhi stanchi, nonostante l’evidente sforzo per continuare a sorridere. Il grido d’aiuto di John Lennon nella canzone “Help!” mi ha colpita come un pugno allo stomaco.
La sensazione che ho provato io è stata che un sogno può spiccare il volo, ma se vola troppo in alto e troppo in fretta, non ti lascia il tempo di abituarti all’improvvisa mancanza d’ossigeno, finendo per soffocarti.

È stato davvero tremendo sbattere il naso contro il fatto che anche le aspirazioni più genuine, una volta realizzate, possono trasformarsi da inesauribili forze motrici a inarrestabili schiacciasassi che ti travolgono, annientandoti sotto il loro insostenibile peso.

Mi ha fatto riflettere parecchio sulla fase che sto vivendo.
Su quanto io mi stia perdendo il bello del viaggio perché troppo concentrata sulla meta, senza alcuna certezza che, se mai la raggiungerò, si riveli come io mi ostino a immaginarla.

 

E proprio con quel grido vorrei chiudere questo post, perché rimanga a monito dell’estrema delicatezza con cui sarebbe opportuno maneggiare i sogni.

 

 
 

Rompiamo il Silenzio…
…magari con della buona musica!

 
 

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Pozdrav z Prahy!

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Cattedrale di San Vito
Image Credit © VeRA Marte

 

Ahimè, di nuovo a casa, ma soprattutto, da martedì, di nuovo a Milano, al lavoro…

La prima cosa che si pensa rientrando in Italia dall’estero? “Santo bidet!”.
Battute a parte, tornare dalle vacanze è sempre uno shock.

Per undici giorni, io e l’AnarcoSocio abbiamo vissuto in una fiaba.
Grandi castelli, imponenti chiese gotiche, carrozze trainate da cavalli, rombanti auto d’epoca, artisti di strada a ogni angolo e antiche leggende secolari custodite da ogni singola pietra della città.
In una sola parola: Praga.

Una città pittoresca, tanto ricca di dettagli da non sapere dove rivolgere lo sguardo, dove tutto contribuisce a creare un quadro di rara bellezza, che incanta e rapisce, lasciandoti senza fiato.

L’insegnamento principale tratto da questi undici giorni è che una vacanza deve sì essere riposante per il corpo e rilassante per la mente, ma più di tutto deve essere rigenerante per lo spirito.

L’immersione nel luogo che, con i suoi punti di luce, ma soprattutto con i suoi lati oscuri, ha dato i natali a personalità scientifiche e artistiche del calibro di Gregor Mendel, Milan Kundera, Alfons Mucha, Rainer Maria Rilke e, su tutti, Franz Kafka, non può che portare a un contatto intenso, profondo e significativo con gli abissi più bui e remoti dell’animo umano, incluso il proprio.
Intere vite dedicate a perseguire la propria vocazione, a volte a dispetto perfino degli affetti e dei rapporti umani. Talenti che, nel tempo, si sono trasformati in ossessioni, in schiavitù autoimposte, quelle da cui è più difficile liberarsi.
Una riscoperta ruvida e graffiante di se stessi e dell’incontrastabile potenza degli istinti e delle passioni. Un improvviso chiedersi cosa serva davvero per sentirsi realizzati e soddisfatti, di cosa si abbia davvero bisogno per essere felici.

Un esame di coscienza non programmato, che mi ha fatto riflettere su quanto del non-scrivere dipenda da fattori fuori dal mio controllo e quanto sia responsabilità mia. Uno scossone che mi ha restituito almeno una parte della lucidità che, negli ultimi mesi, avevo perso, aggiunta a una sana dose di realismo auto-somministrata.

Si dice che, insieme a Torino e Lione, Praga sia una città magica. Non so quanto ci sia di vero in questa credenza, ma di sicuro per me lo è stata.
Le sue forme, i suoi colori, i suoi profumi, le sue leggende e le sue atmosfere, magiche per l’appunto, hanno riportato a galla relitti interiori che credevo perduti per sempre, riesumando sensazioni che non pensavo di poter provare ancora.

È troppo presto per dire quanto profonda sia l’impronta che Praga mi ha lasciato dentro incamminandosi nel fitto dell’anima, quel che è certo è che un segno è rimasto, un marchio indelebile che, oltre a fissare nella memoria un piacevole ricordo, negli anni sarà testimonianza ed emblema di un momento di svolta importante.

A presto magnifica, ipnotica, suggestiva Praga!

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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L’Armata delle Fobie.

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Macchina, un giretto per i negozi, con tappa obbligata in libreria, una piadina farcitissima e super filmone impegnato al cinema.

Tutto da sola.

Erano anni che non lo facevo e devo ammetterlo: ci voleva.

Prima del tracollo medico ero piuttosto conosciuta per la mia autonomia, la mia indipendenza, ma soprattutto per la mia incrollabile fedeltà a me stessa.

Questa serata di libera uscita, però, è stata l’inconfutabile prova che di quella persona è rimasto ben poco.
Un tempo ero l’autista ‘di ruolo’ della comitiva. Amavo guidare, mi rilassava. Ero sicura di me e, avendo sempre guidato macchine piccoline, anche piuttosto agile nel traffico, qualunque fosse la velocità di marcia, da 20 a 130 km/h con nonchalance, non oltre solo perché per la PandaMobile avrebbe significato prendere il volo.

Non avevo alcun problema nell’essere a zonzo da sola: cinema, musei, concerti, ma all’occorrenza anche posta, medico, panettiere, distributore di benzina self-service, sia di giorno che di notte, insomma, qualunque cosa. Nella mia fase da concertara accanita, ad esempio, mi sono girata in lungo e in largo il Nord e Centro Italia con la sola compagnia della PandaMobile, con l’audiocassetta collegata al lettore mp3 sempre nell’autoradio, a volumi folli, e carta e penna sempre in borsa. Ore e ore passate a macinare chilometri cantando a squarciagola le cose più disparate, senza pensare a nulla, con uno spiraglio di finestrino sempre aperto anche d’inverno, dato che nella PandaMobile il meccanismo per spannare i vetri non ha mai funzionato granché.

Martedì scorso, invece, il panico.
Uno strano senso di soffocamento in autostrada: troppe macchine, troppo vicine, troppo veloci, e al ritorno gli occhi che si rifiutano di gestire l’effetto abbagliante dei fanali delle auto provenienti dalla direzione opposta.
Al cinema, il costante timore di perdere il telefono, il portafoglio o le chiavi della macchina e, nel parcheggio, il cuore a mille nell’attraversare l’androne buio che collega l’esterno alle scale che portano all’ingresso del multisala.

Sapevo che sarebbe successo, ma mi ostinavo a negarlo.
Un’intera armata di nuove fobie è di stanza nel fondo del mio stomaco ormai da mesi ma, germofobia a parte, finora ero stata abilissima nel tenerla a bada.

Per quanto liberatoria, è stata una serata di tensione e di rammarico di fronte all’evidente e innegabile incapacità di fare, in serenità, cose che prima facevo senza doverci pensare su.

La verità è che l’AnarcoSocio ha ragione quando si lamenta di quanto logorante sia la sensazione di non riuscire mai a riprendere fiato.
Io ci sono riuscita, ma per farlo ho rinunciato a tutte quelle piccole cose che facevano di me la persona che ero, e ho sbagliato. Ho permesso alla paura, alle mille nuove paure che mi hanno assediata, di avere la meglio, di divorarrmi giorno dopo giorno.

Solo ora ho realizzato: se per ‘respirare’ devo sacrificare quello che amo, quello che mi fa stare bene con me stessa, allora preferisco vivere in apnea.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Io e l’Unicorna.

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Sveglia alle 5:45.
Il tempo fuori fa schifo, freddo e pioggia, ma in fondo le previsioni lo annunciano da giorni, quindi mi limito a constatare che posso abbandonare anche le ultime speranze che si fossero sbagliati.
Incredibile ma vero, con i mezzi fila tutto liscio e alle 9:05 sono in aula.
Tre ore di lezione di russo, durante le quali faccio un altro passo avanti verso la triste consapevolezza che, per i quattro mesi a venire, dovrò riuscire a inventarmi uno stratagemma per ritagliare qualche altra ora nella mia settimana da dedicare allo studio.
Tappa fuori programma per recuperare in anticipo i biglietti del cinema.
Io non ci sono mai stata, ma secondo una mia compagna di corso si tratta di un cinemino, quindi meglio passare prima se si vogliono trovare dei posti decenti.
All’alba delle 13:45 riesco a infilarmi al Self Service, che per fortuna si è già liberato del pienone dell’ora di punta. Un trancio di margherita ingurgitato di corsa e una fetta di torta alla frutta che, seppur buona, ammazza ogni mia aspettativa rivelandosi del tutto priva di una qualsivoglia crema zuccherosa al di sotto del coloratissimo strato fruttoso.
Sono nei tempi, ma più che un sabato di svago mi sembra una maratona.
Attraverso Milano in metropolitana per raggiungere l’AnarcoSocio al parcheggio, scarico in macchina tutto ciò che serviva solo per la lezione, e… torniamo indietro. Ebbene sì, la tappa successiva prevede che io torni proprio alla fermata da cui sono partita solo 25 minuti prima.
Il cinema non è poi così piccolo, ma presumo che la percezione dello spazio di chi è nato e cresciuto a Milano sia un tantino diversa da quella di chi viene da un paesino di provincia in mezzo ai campi. In ogni caso, è un bene avere già i biglietti, perché alla biglietteria c’è la coda e i posti ancora disponibili non sono certo dei migliori.
Dal trailer mi aspettavo tutta un’altra cosa, ma non è importante: Birdman non è affatto male. Tanti spunti, approfonditi quanto basta da renderli interessanti, ma non tanto da annoiare.
Una volta fuori ci rituffiamo nel caos della metropolitana: destinazione Spazio Lambrate. Tutta la giornata è stata organizzata in funzione dell’evento serale, quindi siamo curiosi di arrivare e di scoprire come sarà…

Delusione.
Interessante l’idea, davvero carino il posto, ma l’organizzazione un vero disastro.
La locandina dell’evento è comparsa su internet solo due giorni fa, ma nel frattempo nessuno si è preoccupato di promuoverlo in qualche altro modo. Basta un colpo d’occhio per renderci conto che la partecipazione sarà scarsa. Poco importa, noi siamo lì per sostenere la pittura a olio “live” di un’amica, il resto è un di più.
Ce ne andiamo verso le 22:00, dopo il monologo teatrale.
La fame e il freddo ormai la fanno da padroni.
Io dico: si può organizzare un evento dalle 18:00 alle 22:00, a metà febbraio, senza peroccuparsi di riscaldare l’ambiente e di organizzare un piccolo buffet?
La mia risposta è irremovibile: NO, non si può!

Anche l’amica ne esce amareggiata. Addirittura si scusa.
Non è lei, però, a doversi giustificare. In alcun modo.
Chi dovrebbe, invece, sembra essere in pace col mondo: beata incompetenza.

Decidiamo di annegare la serataccia in un buon boccale di birra, ma la sorte si ostina a non assisterci.
Il birrificio è tanto pieno da poterci a mala pena entrare, figurarsi se sia concepibile la pretesa di un tavolo a cui sedersi per poter rimpinzare a dovere gli stomaci brontolanti.

Io e l’Anarco Socio ci rassegniamo.
Siamo vincolati dagli orari dei mezzi e non possiamo permetterci di tirare tardi.
Salutiamo e ci avviamo verso la metro: 9 minuti di attesa.
I 9 minuti passano, ma il trenino sferragliante ci passa davanti senza fermarsi, con una scritta luminosa che ci informa che il suddetto è “fuori servizio”. Altri 10 minuti.
Attesi con pazienza i 19 interminabili minuti, scendiamo per cambiare linea: altri 6 minuti.
Il treno arriva, ci accasciamo sui sedili, ben 15 fermate ci separano dal parcheggio dove ci aspetta la nostra confortevole, ma soprattutto calda, macchinina.

È mezzanotte.
Siamo in macchina e almeno il problema del freddo l’abbiamo risolto.
I pancini però si sono fatti rabbiosi, quindi non possiamo ancora rilassarci.
Suo malgrado, con uno sforzo disumano, l’Anarcosocio propone il McDonald’s a pochi minuti da casa mia, sempre che sia aperto, dato che non saremo lì prima dell’una di notte.
Controllo. Il sabato notte chiude alle due: sarebbe fattibile.
La tentazione c’è, anche se mi chiedo fin da subito quando digerirei il tutto, ma poi una lampadina si accende nel mio cervello annebbiato dal freddo e dalla fame: l’Autogrill.
Di sicuro lì ci sarà qualcosa di buono anche per il mio vegetarianissimo compare e per l’onnivora sottoscritta ci sarà l’imbarazzo della scelta.
La trovata si conferma vincente!
Paninone al sesamo con cotoletta di pollo, insalata, pomodoro e salsa tartara, mentre l’AnarcoSocio, meno avvezzo a ingollare schifezze, si lancia su una focaccia con i pomodorini, il tutto accompagnato da due ottime spremute d’arancia. Il “lauto” spuntino notturno si chiude con la condivisione di un Mars: 10% all’AnarcoSocio, il resto a me!
Esco dall’Autogrill saltellando, per lo meno col pensiero, dato che la devastante stanchezza non mi permette di farlo anche con le gambe. In mano due peluches morbidosi con gli occhioni enormi e tanto dolci: una tartaruga per me e un’unicorna (perché io ho deciso che è femmina) per l’AnarcoNipotina.

Di nuovo in macchina: direzione cuscino!

Ammesso che a qualcuno possa interessare, ho trascorso la domenica mettendo in atto profetiche minacce fatte all’AnarcoSocio almeno due giorni prima: ronf, ronf, ronf…

 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Educazione Siberiana. – Il Film.

EDUCAZIONE SIBERIANA. – IL FILM.

 

 

Ieri sera, finalmente, ho visto Educazione Siberiana, tratto dall’omonimo romanzo del qui onnipresente Nicolai Lilin e diretto dal regista Premio Oscar Gabriele Salvatores.

Girovagando per la blogosfera mi sono accorta che il recente martellare del trailer ha attirato l’attenzione di parecchie persone anche sul romanzo. C’è chi si limiterà al film, chi al libro, ma c’è anche chi si è dato allalettura feroce per poter prima leggere il libro e poi vedere il film prima che lo tolgano dalle sale.

 

Di seguito qualche dritta interessante che, secondo me, potrebbe tornarvi utile, a qualunque dei tre suddetti gruppi apperteniate:

  1. Se siete indecisi fra solo libro o solo film, non c’è dubbio: solo libro.
  2. Se state già leggendo Educazione Siberiana e vi sta poacendo, rinunciate al film. Non perché non meriti, ma perché il film è un gran minestrone di Educazione Siberiana, Caduta Libera e Storie sulla Pelle (primo, secondo e quarto libro di Lilin), quindi non riuscireste a capire tutti i riferimenti.
  3. Non sono un’esperta di cinema, quindi forse sono io a non essere in grado di comprendere, ma la mia opinione è che alcune delle “licenze poetiche” sfoggiate nella versione cinematografica siano decisamente eccessive, sia per quanto riguarda i personaggi, sia per quanto riguarda la trama.
  4. Riprendendo quanto detto nei due punti precedenti, se state pensando di leggere anche i libri successivi a Educazione Siberiana, non temete: non correte alcun rischio che il film vi rovini la sorpresa anticipando fatti salienti degli altri scritti di Lilin.

 

Tirando le somme, a me il film non è dispiaciuto, a parte un paio di variazioni di trama, ma resto convinta del fatto che, come spessissimo accade, il film non sia all’altezza del libro.
Al momento attendo con impazienza l’uscita della colonna sonora, prevista per questo martedì, ma mi rendo conto che un campionario di canzoni in russo possano essere di grande interesse per la maggior parte di voi.

 

Detto questo concludo con una cosa che mi è risultata davvero spiacevole: secondo le statistiche oggi qualcuno è capitato sul mio blog da Google cercando “nicolai lilin coglione”. Beh, chiunque tu sia sappi che, innanzi tutto, sei fortunato/a che io non possa rintracciarti di persona. In secondo luogo, se reputi che qualcuno sia un “coglione” perché dedichi del tempo a cercarlo su Google? E chiudo dicendo che, ipotizzando di essere d’accordo con te, non si potrebbe comunque negare che Lilin dev’essere un coglione parecchio furbo, visto l’impero che sta riuscendo a costruirsi. Tu invece che fai? Magari sei un/a multimiliardario/a che ha fatto fortuna grazie a un intelletto eccelso, ma se così fosse, e qui mi ripeto, che ti frega di Lilin?

 

Tornando a noi, per chiunque fosse interessato, vi lascio col trailer del film.

 

ВСЕМ СПОКОЙНОЙ НОЧИ!!!
BUONANOTTE A TUTTI!!!

 

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