Articoli con tag: Concerto

Ma come ho fatto??!

 

Dopo circa un anno, sono andata a sentire amici sunoare dal vivo.
Il clima è rimasto lo stesso, accogliente e familiare, le facce invece sono cambiate molto, un sacco di gente nuova, perfino nella band stessa, dove su quattro componenti, due sono “new entry”.

Nel marasma di gente, uno scroscio di pioggia improvviso fa sì che, rifugiatami con l’AnarcoSocio sotto un maxi ombrellone, io mi ritrovi seduta accanto a una signora che, a intuito, sembra sia la mamma di un componente della band.
Dopo qualche scambio di battute molto circostanziale, faccio la sfacciata e chiedo: centro! È la mamma di M., il cantante.
Le chiacchiere continuano e resto incantata nel sentire come questa signora parli del figlio, con positivo stupore per le doti musicali emerse negli anni, che lei non si spiega ma apprezza, prima e convintissima sostenitrice di quello che il figlio fa e dell’obiettivo a cui aspira.
Salutiamo la signora-mamma-del-cantante e torniamo nella mischia.

Solo più tardi, a giornata ormai finita, il pensiero torna a quella conversazione e afferro il nocciolo della questione, quello che ha riportato la mia mente a quella manciata di minuti: l’ammirazione di una mamma per suo figlio.

Non importa che abbia imboccato una direzione inaspettata, che si sia rivelato una persona fuori dagli “schemi” famigliari, che in qualche modo adatti la sua vita quotidiana in modo da renderla funzionale ai suoi sogni, e non viceversa, che giorno dopo giorno diventi un uomo diverso da quello che si sarebbe aspettata: nulla di tutto questo importa, lei è orgogliosa di lui.

Con uno scatto improvviso la memoria si tuffa nei ricordi.
Siamo a gennaio del 2010 ed è ufficiale: mi hanno pubblicata.
Una piccola casa editrice indipendente di Roma ha selezionato un mio racconto e l’ha inserito in un’antologia a tema riservata agli emergenti.
In un picco di esaltazione mi viene la “brillante” idea di dirlo ad AnarcoMater e AnarcoPater. Come prevedibile mi chiedono di leggere il racconto in questione e io, prontissima, gliene stampo una copia.
Silenzio.
Ho ritrovato i fogli sulla scrivania e ancora oggi, dopo sei anni e mezzo, non ho idea di cosa abbia suscitato in loro quel racconto.

Questo atteggiamento è rimasto immutato negli anni, mi verrebbe da definirlo biasimo, ma non sono sicura che sia la parola giusta.
La mia passione per la scrittura, la fotografia, la musica, l’arte è sempre stata vista come un costante avere la testa “fra le nuvole”, un ostinato astenermi dal pensare alle cose serie e concrete della vita, così, da sempre, io sono la “stramba” di famiglia, quella imprevedibile e incomprensibile.

Aver sbattuto la faccia contro un modo diverso di gestire la “stramberia” di un figlio che intraprende una strada diversa da quella che la famiglia si sarebbe immaginata per lui, mi ha riportato a riflettere su quanto l’atteggiamento di chi mi circonda, la famiglia ma non solo, abbia finito per influenzarmi, spingendomi a marciare un po’ più spesso fra i plotoni degli omologati, fino a declassare la scrittura da “fervida passione” a “banale passattempo”.

Dopo anni di buio, gli occhi mi si sono aperti di colpo e, per citare la band, mi sono ritrovata a chiedermi “Ma come ho fatto a perdere la mia verità?”.

Come ho potuto permettere che questo accadesse?

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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I’m no longer afraid.

THIS KNOT – ELISA

 

Pur senza sforare nell’eccesso, credo che Elisa sia la mia unica vera fede musicale.
Tutto è nato perché lei, italiana, aveva sfanculato la propria lingua per quell’inglese che oggi mal tollero, ma che a suo tempo è stato fautore dei miei voti alla linguistica.
Incuriosita e carica d’ammirazione, ho iniziato ad ascoltarla, scoprendo che è una pazza psicotica e dunque, ai miei occhi, una sorta di divinità.
Musicista e cantautrice, Elisa scrive i propri spartiti e i propri testi, sia quelli in italiano che quelli in inglese e, almeno per quanto ne so io, suona pianoforte, chitarra acustica e percussioni. Mi sembra superfluo esprimermi in merito al cantare.
Il suo primo concerto l’avevo pagato poco più di 20 € in un palazzetto, l’ultimo 75 € in teatro, e non era nemmeno il posto migliore, ma se anche il prezzo dovesse salire ancora, beh, un modo di andare lo troverei.
Sono al settimo, forse ottavo tour consecutivo, quando i prezzi erano ancora abbordabili facevo addirittura il bis, tappa varesina e tappa milanese. Adesso nelle cittadine sfigate e bigotte come Varese non suona più, ma in fondo ora per me Milano non è più proibitiva, quindi il problema non esiste.
A buona parte dei concerti sono andata da sola. Non sopporto di dover dividere la mia attenzione fra Elisa ed eventuali accompagnatori/trici.
Ne esco sempre in lacrime, di commozione, con la pelle d’oca che non se ne va per giorni. Ogni volta è una rinascita. Ogni volta la sensazione che i sogni, se ci si crede davvero, possono realizzarsi, mi riempie il cuore.
Poco conosciuta in Italia, troppo poco, messa in ombra dai fenomeni da baraccone sfornati dai talent show, nonostante lei sia autrice del brano della vincitrice della scorsa edizione di X-Factor, canzone che prima o poi vi propinerò, magari quando smetterà di farmi male.
Posta in secondo piano rispetto a interpreti, e badate bene, ho detto interpreti, con grandi voci, ma senza nulla di davvero significativo da dire, se non la solita minestra sull’amore riscaldata all’infinito perché fa vendere.
(Non faccio nomi, ma secondo me molti di voi hanno capito a chi mi riferisco.)
Purtroppo la mia competenza musicale è davvero molto limitata, ma per quanto riguarda i testi mi sento di poter dare dei pareri, di certo non autorevoli, ma nemmeno troppo campati in aria.
Non fossero messi in musica, tutti i testi di Elisa, o quasi, potrebbero benissimo essere considerati poesia.
Passata dai tormenti ermetici della gioventù – Elisa aveva solo 16 anni quando incise il suo primo singolo – alle riflessioni adulte su temi contro cui tutti noi sbattiamo il naso ogni giorno, rimane una sorta di creatura incantata, gentilmente ceduta in prestito da un mondo più puro, sensibile e artistico del nostro.
Niente “ti amo” di qui e “mi manchi” di là, ma foglie e onde, fiori e pianeti, anime sopravvisute alla guerra e profonda fede nel perdono, legame coi colori e i profumi della propria terra e convinzione che tutti meritino di essere amati, voglia di farcela e speranza in se stessi e nelle infinite risorse dell’immenso universo che ognuno di noi è.
Tutto cantato con parole delicate ma incisive, carezze che lasciano segni indelebili, ma senza fare male.
Che altro dire, per oggi credo di aver elargito la mia dose propagandistica di Vera-Style, perché se non sono eclettica – parola figa per dire “schizzata” – non sono contenta!

ВСЕМ ВЕСЁЛОГО ДНЯ!!! – BUONA GIORNATA A TUTTI!!!

 

PS. Se dopo tutta la menata che vi ho fatto, qualcuno fosse interessato al testo della canzone, potete trovarlo qui.

Categorie: Arte Varia, Musica, PseudoNormalità, Vita | Tag: , , , , , | 4 commenti

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