Articoli con tag: Convalescenza

E tu cammini???

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Sono passati due anni, ma il ricordo è ancora piuttosto vivido.

Il 21 ottobre del 2013 sono uscita di casa convinta di fare l’ennesima visita di controllo, la solita mezz’oretta di inutili e inconcludenti convenevoli medici, per poi prendere il primo treno disponibile col pensiero delle ore che avrei dovuto recuperare.

Quel treno non l’ho mai preso. Il primo treno disponibile è passato circa tre mesi e mezzo dopo.

Nella mia memoria il momento più nitido di quella mattinata è l’ingresso nell’ambulatorio.

 

Reumatologa: Buongiorno!
Io e AnarcoMater: Buongiorno!
R: E la paziente dov’è?
Io: Sono io…
R: E tu cammini??? O.O
Io e AM: o_O…

 

Certo che camminavo, perché mai non avrei dovuto?!
E non solo!
Camminavo, guidavo, prendevo il treno per Milano dal lunedì al venerdì per andare in ufficio e ne prendevo due tutti i sabati per andare dall’AnarcoSocio, mi godevo passeggiate epiche, ballavo come una pazza sotto palco ai concerti, facevo le acrobazie più assurde per far divertire l’AnarcoNipotina.

Il nostro sguardo perplesso non dev’essere passato inosservato, perché Barbie Dottoressa ha deciso di spiegarci il suo stupore.
Guardando le mie analisi del sangue, era convinta di trovarsi davanti una persona vicina alla paralisi totale, pronta per essere spedita di corsa in rianimazione.

E invece no, cara la mia Barbie Dottoressa!
Io a fare la visita ci sono venuta sulle mie gambe, e avrei anche fretta di andarmene al lavoro, che proprio non ho voglia di dovermi fermare troppo al pomeriggio.

Tu saprai anche, per ovvi motivi professionali, che le proteine muscolari CPK non dovrebbero superare il valore di 165, ma il mio corpo non lo sa e, nella sua imperfezione, ha imparato a cavarsela anche con le CPK a 15.272.

Sta di fatto che Barbie Dottoressa mi ha ricoverata d’urgenza.
Così, giusto per precauzione, perché in genere dopo le gambe e le braccia, ai tempi già quasi del tutto inservibili alla facciazza delle millantate incredibili risorse e capacità di adattamento del mio corpo, l’AnarcoPatia sembra abbia il brutto vizio di andare a colpire i muscoli dell’apparato digerente, il diaframma e il cuore.

Fu così che, in un anonimo ambulatorio di un anonimo reparto di reumatologia di un anonimo ospedale di AnarcoLandia, ebbero inizio le mie rocambolesche (dis)avventure.

Sono cambiate davvero un sacco di cose da quella mattina di due anni fa.
Ritrovare un equilibrio è difficile, ma non del tutto impossibile. L’errore da non commettere nel modo più assoluto è escludere l’imprevisto da questo equilibrio, perché con l’AnarcoPatia ogni giorno è davvero un giorno nuovo, imprevedibile e improgrammabile, da vivere un po’ come viene, facendo tesoro di ogni esperienza e cercando di imparare a lasciar scivolare via i momenti brutti per potersi concentrare meglio su quelli belli.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Milligrammi di Prigionia.

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Questa matttina mi sono lasciata distrarre da un pensiero un po’ così…

Le cose più grandi si quantificano con le unità di misura più piccole.

Misuriamo il mondo in chilometri, ma affrontiamo le sfide a passi.
Misuriamo la vita in anni, ma le emozioni in secondi.
Misuriamo il frastuono della quotidianità in decibel, ma le parole importanti in sussurri.

Misuriamo la salute in chilogrammi, la malattia in milligrammi.

Milligrammi chimici da cui, nell’ultimo anno e mezzo, è dipesa la mia chilogrammica salute.

Questo è quello che mi è passato per la testa stamattina, di fronte alla mia pastiglia e mezza di cortisone.
Da domani la mezza, quella che mi fa tanto sentire una pusher incallita quando la taglio a metà, non ci sarà più.
Da domani si scende a 5 milligrammi.
Da domani rifilerò al mio organismo un quantitativo di cortisone pari al peso di una formica, di un capello, di un fiocco di neve.
Un successone se penso ai 100 mg iniziale. Eppure, dopo tutti questi mesi, dopo tutte le conseguenze collaterali dell’assunzione massiccia e prolungata, faccio abbastanza fatica a considerarli un traguardo: a me sembrano un’incudine, una balena, una portaerei.

Domani inizia il nuovo capitolo della prigionia farmacologica, un capitolo che, salvo nuovi imprevisti, si protrarrà per i prossimi sette mesi.
Nell’attesa del verdetto finale.
Nella speranza che sia liberatorio.

 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Attesa. #1

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Image Credit © VeRA Marte

 

Questo, a mio parere, si chiama “pararsi il c**o”.
Con classe, aggiungerei, per carità, ma pur sempre pararsi il c**o.
(Ebbene sì, ogni tanto mi ricordo di auto-censurarmi le continue volgarità che eruttano dalla mia boccaccia polemica.)

Mi sta bene che non si possa essere marziali riguardo la durata di una visita medica, ma se da oltre un anno a questa parte il ritardo medio fra l’orario dell’appuntamento e quello dell’effettivo ingresso in ambulatorio non è MAI sceso al di sotto dell’ora e 15 minuti, non sono polemica io: c’è qualcosa che non va nell’organizzazione e nella gestione degli appuntamenti, eccome se c’è.

Sarà che dopo il ricovero a sorpresa l’ambiente ospedaliero si è fatto ancora più infido ai miei occhi.
Il riscaldamento a palla non è perché i malati non prendano freddo, ma per stordirli riproducendo le condizioni che provocano i colpi di calore d’estate, così si accasciano e non rompono.
Poi esci e ti ritrovi in 10 centimetri di neve con una temperatura di -3°. Il risultato è che, causa sbalzo termico, ti riammali, devi tornare in ospedale, e così via, in un infinito circolo vizioso.

Va beh, venendo al sodo, mercoledì avevo il controllo con la reumatologa fissato per le 12:30, ma il mio turno è giunto solo all’alba delle 14:00.
Entro e scopro che:

  • Non è vero che con la mia terapia non mi si dovrebbe alzare la febbre: diciamo che è molto poco probabile, ma non impossibile. Come io poi riesca a raggiungere i 39,9° nessuno me lo sa spiegare.
  • Mi hanno dato l’antibiotico senza sospendermi l’immunosoppressore??? Ma come è possibile???
    Così si rischia di prolungare, se non addirittura di peggiorare, l’infezione in corso.
    Peccato che questo fosse come minimo il quarto o quinto ciclo di antibiotici che la sottoscritta si è ingollata nell’ultimo anno.
  • Dimenticarsi della mia riabilitazione??!
    Ma come ho potuto anche solo pensare che potessero aver commesso cotanta oscenità??!
    Il punto sta nella pazienza: finché i valori degli esami non saranno come dicono loro, non è proprio il caso di pensare alla riabilitazione. In ogni caso, giusto perché ho avuto la malsana idea di chiederlo, se tutto sarà in ordine se ne potrebbe perlare verso l’inizio del 2016.
    STICAZZI!!! Aggiungo io.
    (Perdonatemi, ma qui proprio non me la sento di auto-censurarmi.)

Per amor di cronaca, finite le rimostranze, trovo giusto dire anche che, dopo circa 8 mesi di stallo, l’agognata riduzione dei farmaci c’è stata, e questa volta ha addirittura superato le mie aspettative, che tanto erano rimaste deluse la volta scorsa. Da 10 mg di cortisone al giorno a 7,5 mg per tutto il prossimo mese e poi, udite, udite, si passa a 5 mg al giorno fino al prossimo controllo, ai primi di ottobre.

Intanto fuori è tutto bianco, coperto da 15/20 centimetri buoni di neve che in realtà non ho vissuto granché, se non per il mortale gelo casalingo alla facciazza dei caloriferi bollenti, perché questa è stata anche la mia prima settimana di lavoro da casa. Fra l’ufficio, i compiti di russo, il blog e la mia pessima (pessimissima, pessimerrima) gestione degli acquisti (compulsivissimi) online, mi resta poco tempo perfino per guardare fuori dalla finestra.
È curioso come, nonostante ora risparmi le 3 ore giornaliere che di solito mi portano via i vari spostamenti, il tempo continui a rivelarsi troppo poco per tutto quello che vorrei fare. Le due alternative più plausibili sono: fare tutto in maniera abbastanza superficiale oppure dedicarmi a una sola cosa al giorno, però facendola bene.
Il problema è che alcune cose, lo studio del russo su tutte, richiederebbero un minimo d’applicazione quotidiana per portare a dei risultati decenti, quindi il problema rimane.

Detto questo, forse è il caso che io vada a fare almeno un paio di russ-esercizi…

 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Idea Delusa.

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Riemersa a fatica dai deliri della febbre a 39,9°, ma ancora in preda agli strascichi di una massiccia assunzione di antibiotici per via intramuscolare, questa mattina mi alzo e decido di approfittare della convalescenza per provare a mettere in fila un paio di frasi di senso compiuto.
Accendo il computer e… SBAM!!! Sbatto la testa contro l’ennesimo aggiornamento di WordPress.
La mia domanda, semplice e forse ingenua, è una sola: perché?
Perché questa pruriginosa necessità di stravolgere tutto una volta al mese?
Sarà che io non sono più costante come una volta, o forse il punto è che spesso approfitto delle infinite ore trascorse in treno, utilizzando quindi l’app per gestire il blog, ma inizia a sorgermi il dubbio che WordPress, ritrovatosi sovraccarico, stia mirando all’eliminazione dei blogger meno tenaci attraverso la sottile strategia dello sfinimento psicologico.
Apri il sito, tutta presa dall’entusiasmo di un’idea che ti frulla in testa e che non vedi l’ora di scrivere, e ti ritrovi a perdere il filo dopo soli pochi minuti, costretta a concentrarti per capire come diavolo funzioni la nuova versione dell’editor, mentre le tua brillantissima idea se ne va, delusa per essere stata messa in secondo piano, e ben decisa a non tornare mai più.

Essere di nuovo malata è abbastanza frustrante. Dal 30 dicembre a oggi, quindi meno di un mese, ho calcolato di aver avuto la febbre per un totale di ben 21 giorni: non male! Quel che è ancora più frustrante, però, è l’essere in uno stato tanto pietoso da non riuscire nemmeno a leggere. L’unica cosa che sono stata in grado di fare per circa una settimana è stata vegetare sul divano, mangiando a stento e faticando a dormire.
Ogni volta che mi capita mi impunto dicendomi che, nel male, almeno posso approfittare del tempo a mia disposizione per dedicarmi alle cose che mi piacciono, ma ogni volta finisco per stare troppo male per riuscirci ed è questo, in realtà, a demoralizzarmi più di ogni altra cosa: il senso di assoluto annientamento.

Nei momenti “buoni”, però, ricomincio a fare programmi e, man mano che le forze e la lucidità tornano, mi rimetto all’opera, facendo del mio meglio per approfittare almeno della fase di recupero finale della convalescenza, stando sempre molto attenta a non affaticarmi troppo, così da evitare ricadute.
È un equilibrio delicato, difficile da mantenere, ma indispensabile per sopravvivere.
Ecco allora che, ancora troppo debole per stare ore in piedi a impastare dolci o rimestare padelle, per oggi ho scelto un po’ di sana lettura e un timido tentativo di scrittura.

Domani, stando alla tabella di marcia, dovrei fare una rapida tappa in posta per il ritiro e la firma di alcuni documenti. Chissà come sarà rimettere il naso ancora tutto arrossato fuori dalla porta dopo più di dieci giorni: una sana boccata d’aria, per quanto gelida, o lo spunto perfetto per l’ennesimo picco di febbre?
Vedremo…

 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Menù del Giorno.

 

Ci sono voluti febbre alta e un principio di bronchite perché, di nuovo costretta al riposo in casa, io riuscissi a trovare il tempo per un post.

Il mio menù del giorno prevede:
– 13 pastiglie
– due fialette
– una bustina
– varie e abbondanti spalmate di pomata balsamica

La ripresa non sta affatto andando come mi ero prospettata.
Non sto spaccando il mondo come mi auguravo di fare negli ultimi, (fin troppo) ottimisti post pre-rientro, anzi, ancora una volta è la vita che sta massacrando me.
Che poi, quale vita?
Quella “nuova”, che mi aspettavo più complicata, ma tutto sommato accettabile, si sta rivelando non-vita.
Avevo deciso che il “dovuto” non avrebbe più preso il sopravvento sul “voluto”, e in un certo senso forse sta anche andando così, ma solo perché è cambiato l’attore che recita questo ruolo. Prima il dovuto erano gli obblighi di tutti i comuni mortali, primo su tutti il lavoro, ora il dovuto è quello medico e non è un dovuto che posso declassare sulla scala delle priorità. Così, una volta fatto tutto ciò che la gestione della mia routine farmacologica quotidiana richiede, le mie 24 ore sono finite. L’unica cosa che riesco ancora a fare è leggere un po’ sul treno del ritorno, perché all’andata ne approfitto per recuperare un po’ di sonno.

Ero convinta che tornare in superficie, riemergere dall’abisso che mi stava inghiottendo, mi avrebbe aiutata, invece mi sento come se una sorta di onda anomala mi avesse scaraventata da una piccola baia al riparo dalle correnti, dove però già faticavo a stare a galla, all’oceano aperto, con tutti i rischi e pericoli che questo comporta.
Sveglia alle 5:30 per scaldare i miei vari pasti dietetici preconfezionati e infilarli nei thermos.
Treno pendolari all’ora di punto conciata come se stessi andando in campeggio per una settimana.
Metropolitane inaccessibili per chi ha un equilibrio precario e la necessità di riuscire a incamerare aria che non provenga dagli scarti respiratori di centinaia di estranei.
Scale mobili che erano “in riparazione” da mesi già prima del mio ricovero. Non so se nel frattempo siano tornate in attività per poi arrendersi di nuovo, sta di fatto che non funzionano, e che a quelle che io ricordavo se ne sono aggiunte altre.
Persone che scorrazzano senza guardare dove vanno, schiantando i loro trolley contro Miss Gamba che, fra l’altro, è reduce da nuove mirabolanti disavventure di cui non ho avuto tempo per raccontare.
L’ufficio che continua a essere il malsano cantiere di sempre, continuando ad alimentare il dubbio che proprio qualche schifezza respirata lì dentro possa essere fra i principali candidati a fattore scatenante che ha risvegliato l’AnarcoPatia.
L’assoluta incapacità, con rincaro di mancanza di voglia, di correre. Il segnale che la vita mi ha inviato riguardo al fatto che dovessi rallentare è stato fin troppo eloquente, quindi ora mi guardo bene dal forzare troppo i ritmi, in qualunque cosa io mi trovi ad affrontare.
Il ritorno a casa, di sicuro meno caotico dell’andata, durante il quale riesco a concedermi ben 45 minuti per me, per leggere, scrivere, pensare o fare qualunque altra cosa sia fattibile in treno.
Una volta a casa ci sono tutti i thermos da lavare, ché quei materiali lì non vanno in lavastoviglie e, appena è tutto pulito, si prepara tutto da capo per il giorno dopo.
Ri-allestito il circo culinario per il dì seguente, è già ora di cena. Mangio, se così si può dire, e mentre aspetto l’orario dell’ultima pastiglia rifornisco il portapillole, controllo la batteria del lettore mp3 e preparo i vestiti puliti, dopo di che collasso, nel migliore dei casi sulla poltrona, che a volte almeno ci provo a stare sveglia un po’ di più se c’è un film che mi interessa, se no direttamente a letto.
In tutto ciò, per mero amor di cronaca, ancora non ho ripreso a guidare, quindi continuo a dover dipendere dagli altri per qualunque spostamento superi le mie, ancora ridotte, autonomie pedonali.

Non male, vero?!
Vorrei proprio scambiare due chiacchiere con chi sosteneva, e continua a sostenere che, pastiglie a parte, la mia vita sarebbe tornata tale e quale a prima. Vorrei proprio raccontare a queste care persone quanto poco sia rimasto della mia vita, quanto più frustrante sia già riuscita a rivelarsi questa nuova variante, nonostante conti appena poche settimane di vita contro i 29 anni di quella che mi sono dovuta lasciare alle spalle.
Vorrei sapere da loro dove sta la normalità nel non potermi bere un cappuccio con brioche a colazione o nel non potermi ordinare una pizza con una birra media il sabato sera. Vorrei sapere dove sta la normalità nel non poter schiodare gli occhi dall’orologio nemmeno nel fine settimana e nell’avere il proprio tempo scandito e vincolato dai farmaci. Vorrei sapere dove sta la normalità nel terrore di prendere un banale raffreddore di stagione, dato dal sapere che mi ci vorrà come minimo il doppio del tempo a guarire perché i farmaci che già prendo mi annientano il sistema immunitario. Vorrei sapere dove sta la normalità nel dover passare due giorni al mese in ambulatori vari per “monitorare” l’AnarcoPatia. Vorrei sapere dove sta la normalità nell’avere (quasi) 30 e sentirmi sempre addosso la stanchezza di un’ottantenne, per di più acciaccata. Vorrei sapere dove la normalità nel non poter fare, tuttora, la riabilitazione post intervento e quindi nell’avere una gamba che fa quel che vuole, facendomi deambulare come se fossi rimasta storpia. Nulla contro chi, purtroppo, lo è, anzi, avete tutta la mia comprensione, ma il mio malanno è già un altro, se riuscissi a evitare almeno gli extra evitabili non è che mi dispiacerebbe. Vorrei sapere dove sta la normalità nello stare a guardare una tabella di marcia dietetico-farmacologica che si divora il mio tempo, non lasciandomene neanche uno scampolo per dedicarmi alle poche cose che davvero hanno ancora il potere di farmi sorridere. Vorrei sapere dove sta la normalità nell’avere in corpo talmente tante schifezze chimiche da non avere più alcun controllo nemmeno sulle emozioni e sull’umore.
E queste sono solo alcune delle circostanze in cui non riesco più a vederla, la normalità, alcune delle più stupide e banali, perché pensare a quelle serie fa troppo male.

La verità è che questa nuova “vita” fa schifo.
La verità è che, pur continuando a non voler fare la vittima, la differenza fra essere malati e non esserlo c’è eccome, altro che patologie “modulabili” con farmaci che le rendono “assolutamente gestibili”.
Balle! Un’enorme, infinita camionata di balle!
Ancor di più quando è il tuo stesso corpo a rivoltartisi contro, a costringerti a bombardarlo per evitare che ti/si faccia altro male, che ti/si autodistrugga.
È devastante: questa è la verità.

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Ora tutto, tutto deve cambiare.

 

FEDE NELLA PRIMAVERA

Le dolci brezze si sono risvegliate
Spirano e sussurrano giorno e notte;
Si muovono ovunque.
Oh aria fresca, oh nuovo suono!
Ora, povero cuore, non temere,
Ora tutto, tutto deve cambiare.

Il mondo diventa più bello ogni giorno,
Non si sa cosa diventerà.
La fioritura non accenna a finire
Fiorisce anche la valle più lontana e profonda.
Ora, povero cuore, dimentica il tuo tormento.
Ora tutto, tutto deve cambiare.

– Ludwig Uhland –

 
 

I cambiamenti obbligati iniziano a palesarsi in tutta la loro importanza e non so quanto mi ci vorrà per abituarmici.
Le normali attività del quotidiano richiedono impegno doppio. Non posso decidere che non ho voglia di prepararmi il pranzo e, magari solo per un giorno, prendermi un panino, e non posso limitarmi a “farne un po’ di più” quando cucino la sera, perché il mio menù prevede portate diverse per mezzogiorno e sera.

Nell’attesa che la dieta veda la parola “FINE” e il peso si stabilizzi, ho reputato inutile rifare ora il guardaroba, anche considerando che la stagione va a finire, quindi coi vestiti mi arrabatto come posso, cercando di non coprirmi troppo né troppo poco. Faccio del mio meglio per non sembrare un clown, dato che buona parte dei pantaloni mi va larga e sto prendendo confidenza con le nuove scarpe da combattimento: stringhe, in modo da regolarle a seconda di come stanno le gambe la mattina, impermeabili, con l’imbottitura per tenere caldo e, inutile dirlo, senza tacchi.

Da non credere! Nella mia borsa c’è UN SOLO libro. Ahimè, non sono riuscita a mantenere il proposito di evitare quelli con la copertina rigida, ma solo perché ormai avevo iniziato a leggerlo. Finita la lettura in corso, però, ho già pronta una delle mie tante, amate liste, piena di libri interessanti e… in brossura!

Con la scrittura sto un pochino latitando, lo ammetto, ma non ho ancora preso il nuovo ritmo e in treno, dopo massimo quindici, venti minuti, mi addormento. La cosa buona è che quei pochi minuti sono sufficienti almeno per mettere a fuoco la pianificazione di alcune ideuzze che se ne vanno a spasso per la mia testa da qualche settimana e che, poco alla volta, sembra stiano prendendo forma. Così programmo, abbozzo, progetto, schematizzo, nell’attesa di metabolizzare i nuovi bioritmi al punto da riuscire a reincastrarci anche il tempo per scrivere come si deve. Per ora mi è riuscito solo di ridurre ai minimi termini anche il peso del mio kit da scrittura portatile, ma chi lo sa, magari prima o poi dai miei vaneggiamenti verrà fuori qualcosa di buono. Di sicuro non mi manca l’entusiasmo, e credo che già questo sia un buon punto di partenza.

Sono passati solo tre giorni, eppure una cosa mi è già ben chiara: qualcosa è cambiato, e molto deve ancora cambiare.
Io sono cambiata. E anch’io devo ancora cambiare parecchio.
Per me stessa, per la mia serenità, perché ho imparato a rimettere in ordine le priorità e sto cercando di imparare anche a dare alle cose il giusto peso, quello che davvero gli spetta.
Non mi aspetto che sia semplice, anzi, so per certo che non lo sarà, ma come mi ha fatto notare una persona, sarebbe stupido arrendersi proprio ora, quindi stringo i denti e vado avanti.
Non ho idea di dove porti questa nuova strada che sono stata in qualche modo costretta a imboccare, ma per il momento io mi limito a camminare, con calma, un passo alla volta, un giorno alla volta, e a godermi i panorami che questo nuovo viaggio ha da offrirmi e le lezioni che ha da insegnarmi.

 
 

Buona giornata a tutte e tutti!!!
Всем доброго дня*!!!

 
 

*Vsjém dóbrava dnjá!!!

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La Danza.

 

Fra un fiocco di neve e l’altro danzava la follia, avvolta in un abito iridescente che riluceva di riflessi effimeri e cangianti a ogni suo movimento.
Voci la rincorrevano senza mai riuscire a raggiungerla, dita la sfioravano senza mai riuscire ad afferrarla.
Svaniva dietro un ricciolo di vento, per riapparire pochi istanti dopo adagiata su un ramo spoglio.

La osservavo, in silenzio, da dietro il vetro della mia gabbia domestica, lasciando che il tè verde al gelsomino si insinuasse nello stomaco, sperando che il suo calore riuscisse a sciogliere il nodo che lo stringeva.

Contagiate, anche le parole si avventurano in un timido ballo nella mia testa confusa, disegnando immagini astratte in cui trovano rifugio i pensieri più fragili. Al riparo dalle ossessioni e dalle fobie germogliano, regalandomi sogni dai colori vividi, allucinazioni dai profumi inebrianti, sussurri vibranti che riscuotono l’anima dalla paresi emotiva.

Parole e follia.
Da sempre le mie amiche più intime, le mie più fidate confidenti.
Il solo barlume di viva speranza nella sconfinatezza della morte inferta a tradimento.

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Flusso di Coscienza. #11

 

Nuove batoste.

Silenzio.

Avrei bisogno di tempo, che non ho, per metabolizzarle.
La verità è che non so più dove andare a pescare la forza per affrontare questa ennesima pioggia di brutte notizie che mi si sta abbattendo addosso, come fossero le piaghe d’Egitto.

LEGGERE e SCRIVERE.

ALIENAZIONE e CONSAPEVOLEZZA.

ASSOLUZIONE e CONDANNA.

LEGGO.
Tanto. Tantissimo. Non ricordo nemmeno più quando mi sia capitato l’ultima volta di arrivare a leggere 8 libri in un mese, per un totale attuale di 2292 pagine, star già leggendo il nono e averne altri 4 “in corso” .
Leggere al momento è l’attività che più di ogni altra riesce ad alienarmi dall’alienazione, a estraniarmi dall’estraniamento, a isolarmi dal pensiero.

SCRIVO.
Tanto. Tantissimo. Ho perso il conto delle bozze a cui sono riuscita a dar vita in questi mesi. Quello che stupisce anche me è che, a rotazione, sto davvero lavorando su tutte. Io che spesso faticavo a essere costante quando la bozza in lavorazione era una sola.
Scrivere però è un massacro. Mi costringe ogni volta a immergermi in me stessa, a guardarmi in quello specchio che mi sembra ogni giorno più deformante, in cui non mi riconosco più ormai da mesi, a fissare negli occhi i pensieri e tutto quello che hanno da sbattermi in faccia, col loro ruolo da rappresentanti ufficiali della razionalità.

Raggomitolata sotto una coperta, nascosta dietro le palpebre chiuse, invoco quel sonno chimico che infinite volte, in queste ultime settimane, ho provato a disciplinare, invano. Cerco rifugio in un oblio che non si fa trovare.

“Cos’hai? Non stai bene?”
“Sono stanca.”
“E cos’hai combinato per stancarti così tanto?”
“Ho pianto.”

In fuga da uragani di lacrime che mi aggrediscono sempre più spesso, cogliendomi di sorpresa nei momenti e nelle circostanze più inaspettate, senza che io riesca a fare nulla per contrastarli, per proteggermi.

Non ne posso più.
E alla luce dei nuovi sviluppi, la ripresa si è trasformata da speranza a minaccia.

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È IL Momento…

 

È giunto IL Momento.
Se dobbiamo convivere a tempo indeterminato, è ora che io ti dia un nome.
Dopo giorni di elucubrazioni mentali, a volte al limite della tragedia esistenziale, altre al limite del ridicolo, ho deciso che ti chiamerò, in tutta semplicità, AnarcoPatia.
In fondo è questo che sei: una -patìa. Inutile perdere ogni volta un sacco di tempo in rocambolesche perifrasi e infiniti giri di parole, dopo aver rimuginato su mille ipotesi più o meno fantasiose, sono giunta alla conclusione che non ci fosse soluzione migliore che chiamarti col tuo nome.

 

-Patia

-patìa [dal gr. -πάϑεια (lat. -pathīa), der. del tema παϑ- del verbo πάσχω «soffrire»]. – Secondo elemento di parole composte derivate dal greco o formate modernamente sul modello greco, nelle quali indica il fatto di essere soggetto a determinati affetti, sentimenti, passioni (come in simpatia, antipatia, apatia, metriopatia, telepatia, ecc.) o ha il sign. più ampio di «sofferenza». In medicina, indica affezioni diverse, facendo generico riferimento, ora all’organo o sistema interessato (angiopatia, cardiopatia, nefropatia, ecc.), ora al meccanismo patogenetico (allergopatia, endocrinopatia, enzimopatia), ora alle condizioni di insorgenza (protopatia, deuteropatia). In qualche caso, designa particolari metodi di cura (omeopatia, allopatia).

Vocabolario Treccani Online

 

Tutto questo ennesimo segone mentale è partito durante uno dei rari “momenti sì” di queste ultime settimane.
Non ricordo cosa stessi facendo o dove stessi andando, so che stavo camminando e, d’improvviso, la canzone qui sopra mi è apparsa in un significato tutto nuovo.
Di colpo in quel “TU” a cui il testo si rivolge ho visto una nuova me stessa.
Una me stessa che dovrò imparare a conoscere e di cui dovrò imparare a prendermi cura, perché sarà la mia nuova, inseparabile compagna di avventure, nel bene e nel male.
Mi sento un po’ dissociata a dirla così, ma sarà come essere sempre in due, come avere una sorta di gemella immaginaria, uguale e al tempo stesso diversissima. Un’altra me a cui insegnare tutto quello che posso e da cui imparare tutto quello che avrà da insegnare. Respirerò i suoi sorrisi e lascerò che i suoi sguardi mi illuminino, pronta a proteggerla quando non troverà la forza per contrastare le sue fragilità. Con tutta l’umiltà di cui sarò capace, pazienterò nell’attesa che mi spieghi come tornare a vivere, passo dopo passo, giorno dopo giorno, emozione dopo emozione.

Io e l’altra me: sole ma insieme, unite dall’AnarcoPatia.

Fra una settimana ci si rituffa nel mondo esterno.
Un altro capitolo di questa tragicomica narrazione volge al termine: che inizi il prossimo…

 

Buon sabato a tutte e tutti!!!
Всем весёлой субботы*!!!

 
 

*Vsjém visiólaj subbóty!!!

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Shopping Funzionale.

Image Credit © VeRA Marte

 

Iniziano le grandi manovre.
La domenica pomeriggio, nonostante il diluvio universale, è stata dedicata a una trasferta improvvisata per procurarmi l’equipaggiamento da trasporto cibo. Si ringrazia l’AnarcoSocio per essersi accollato senza lamentele la mansione di autista-singing-in-the-rain, che nella PandaMobile non c’è il lettore CD e da qualche mese la radio ha deciso che le aggrada solo la frequenza di Radio Cuore, così oltre a guidare, il sant’uomo mi ha anche fatto da jukebox umano.

Come ormai sapete fin troppo bene, sono a dieta ferrea e rigorosa, quindi la questione pasti è una delle tante che dovrò imparare a gestire al mio rientro in ufficio, fra due settimane.
Nel male delle porzioni pesate al grammo e, ahimè, piuttosto ridotte, ho risolto con due maxi thermos per alimenti. Prove d’ingombro fatte: ci sta tutto alla perfezione, e già questo mi ha sollevata non poco.
Il prossimo passo sono le prove d’ingombro dei liquidi. Archiviato il mio vecchio thermos da 0,5 L addetto alla tisana, sono passata a due da 0,4 L in modo da potermi portare sia la tisana che il caffelatte previsto dalla colazione, che dal 3 di febbraio verrà “celebrata” alla scrivania. Alla faccia della pausa caffè fighettosa in tipico stile milanese: almeno a colazione, mangerò tre volte tanto rispetto alle colleghe, ma senza spendere niente. Ok, cappuccio e brioche alla crema sono un’altra cosa, ma sto cercando di vedere i lati positivi.
A corredare la mia collezione di thermos nuovissimi, ecco i bicchieroni di plastica da campeggio, che nei bicchierini/tappo dei thermos le fette biscottate non riesco proprio a inzupparcele, non ci passano.
Il tutto è destinato a essere portato a spasso nel mio meraviglioso zaino da escursionismo, nuovo anche lui, insieme alle posate e ai miei millemila litri d’acqua giornalieri obbligatori.
Insomma, per la fine di febbraio, metà marzo al massimo, conto, oltre alla gamba, di essere riuscita a stortarmi la schiena… Ihihih!!!

Riflettevo sul fatto che, contenuto dello zaino a parte, in effetti non sono molte le cose che mi restano da portarmi dietro.
Posto che io riesca a tener fede ai miei buoni propositi riguardanti i libri, potrei addirittura riuscire a compiere il grande passo: sostituire la maxi borsa in stile Mary Poppins con una borsa “normale”, ovvero contenente soltanto un mini-kit di sopravvivenza composto da documenti, portafoglio, salviettine, fazzolettini, UN SOLO libro, il mini blocnotes, il quadernino, un paio di penne, uno specchietto, gomme da masticare, burrocacao e crema per le mani. Una valutazione a sé verrà riservata, a tempo debito, alla gestione del materiale di russo nei giorni in cui c’è lezione e ai cosmetici, indispensabili da quando mi sono riempita di sfoghi causa farmaci. Elencate sembrano un sacco di cose, ma se ci pensate bene peso e ingombro sono davvero ridotti.

Che dire? Il ghiaccio è rotto.
Il primo passo verso la ripresa è fatto e, mentre mi domando perché il caricamento online abbia trasformato la mia fiquissima foto da moderna natura morta a orrenda sgranatura complessiva, penso a come organizzare le prossime tappe del mio ritorno al mondo esterno.

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