Articoli con tag: Elisa

Oggi va così… #2

 

You cry out for help,
cuz you’ve lost your soul.

 

Ore 08:46.
Un peso allo stomaco di colpo si sbriciola e svanisce.
Così. Senza preavviso.

Perché? Non lo so.
Come? Non so neanche questo.

Un attimo di lucidità in cui mi è chiaro qualcosa che cerco di afferrare da almeno un mese, ma è solo un istante che sfuma nel nulla da cui è emerso.

Sono di nuovo una molecola di silenzio nell’occhio di un ciclone di suoni che non riesco a comprendere, né ad apprezzare, melodie che si distorcono e arrivano a me sotto forma di frastuono, facendomi impazzire.

È difficile da spiegare, ma in fondo perché dovrei farlo?

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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È IL Momento…

 

È giunto IL Momento.
Se dobbiamo convivere a tempo indeterminato, è ora che io ti dia un nome.
Dopo giorni di elucubrazioni mentali, a volte al limite della tragedia esistenziale, altre al limite del ridicolo, ho deciso che ti chiamerò, in tutta semplicità, AnarcoPatia.
In fondo è questo che sei: una -patìa. Inutile perdere ogni volta un sacco di tempo in rocambolesche perifrasi e infiniti giri di parole, dopo aver rimuginato su mille ipotesi più o meno fantasiose, sono giunta alla conclusione che non ci fosse soluzione migliore che chiamarti col tuo nome.

 

-Patia

-patìa [dal gr. -πάϑεια (lat. -pathīa), der. del tema παϑ- del verbo πάσχω «soffrire»]. – Secondo elemento di parole composte derivate dal greco o formate modernamente sul modello greco, nelle quali indica il fatto di essere soggetto a determinati affetti, sentimenti, passioni (come in simpatia, antipatia, apatia, metriopatia, telepatia, ecc.) o ha il sign. più ampio di «sofferenza». In medicina, indica affezioni diverse, facendo generico riferimento, ora all’organo o sistema interessato (angiopatia, cardiopatia, nefropatia, ecc.), ora al meccanismo patogenetico (allergopatia, endocrinopatia, enzimopatia), ora alle condizioni di insorgenza (protopatia, deuteropatia). In qualche caso, designa particolari metodi di cura (omeopatia, allopatia).

Vocabolario Treccani Online

 

Tutto questo ennesimo segone mentale è partito durante uno dei rari “momenti sì” di queste ultime settimane.
Non ricordo cosa stessi facendo o dove stessi andando, so che stavo camminando e, d’improvviso, la canzone qui sopra mi è apparsa in un significato tutto nuovo.
Di colpo in quel “TU” a cui il testo si rivolge ho visto una nuova me stessa.
Una me stessa che dovrò imparare a conoscere e di cui dovrò imparare a prendermi cura, perché sarà la mia nuova, inseparabile compagna di avventure, nel bene e nel male.
Mi sento un po’ dissociata a dirla così, ma sarà come essere sempre in due, come avere una sorta di gemella immaginaria, uguale e al tempo stesso diversissima. Un’altra me a cui insegnare tutto quello che posso e da cui imparare tutto quello che avrà da insegnare. Respirerò i suoi sorrisi e lascerò che i suoi sguardi mi illuminino, pronta a proteggerla quando non troverà la forza per contrastare le sue fragilità. Con tutta l’umiltà di cui sarò capace, pazienterò nell’attesa che mi spieghi come tornare a vivere, passo dopo passo, giorno dopo giorno, emozione dopo emozione.

Io e l’altra me: sole ma insieme, unite dall’AnarcoPatia.

Fra una settimana ci si rituffa nel mondo esterno.
Un altro capitolo di questa tragicomica narrazione volge al termine: che inizi il prossimo…

 

Buon sabato a tutte e tutti!!!
Всем весёлой субботы*!!!

 
 

*Vsjém visiólaj subbóty!!!

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Fra le Braccia.

 

Tutto finito. Per fortuna.

In fondo basta un attimo per ripiombare nello schifo.
Per due giorni, nonostante il mal tollerato clima natalizio, mi sono sentita una persona quasi normale. Certo, non sono mancate le occhiatacce dei vigilissimi AnarcoGenitori all’ennesimo cioccolatino ingurgitato, ma per circa 40 ore mi sono potuta permettere di mangiare e bere come i comuni mortali.

La cosa inquietante è la confusione…
Mi è difficile capire se il ritorno alla “normalità” sia stato quello vissuto nei due giorni di festa appena passati, o il grigio risveglio di questa mattina, accompagnato dalla consapevolezza del ritorno alla (stramaledetta) dieta, agli orari e alla farmaco-tabella-di-marcia.
Non che per Natale io abbia sospeso i farmaci, non sia mai, ma fra un boccone di lasagna e un sorso di CocaCola per mandar giù meglio il pandoro con la crema al mascarpone, le pastiglie potevano facilmente essere scambiate per caramelle.

Qual è la mia “normalità”?
Non lo so più…
È quella che ha subito una brusca, bruschissima, interruzione a ottobre o quella che a ottobre ha avuto inizio?
Quale sarà la mia normalità? Tornerò pian piano ai vecchi ritmi con cambiamenti tanto minimi da riuscire a sembrare irrilevanti o dovrò rimodellare ogni singolo elemento della mia vita?
Il punto è che le domande si moltiplicano, ma delle risposte neanche l’ombra.

Ora mi attendono sette giorni di fuoco.
Sette giorni, una settimana: questo il tempo concessomi per smaltire tutto quel che il cortisone ha pensato bene di ammucchiare nel mio organismo prima di porgere il braccino all’ago e versare una nuova rata ematica, da cui dipenderà il prossimo aggiustamento della mia neo-vita a tavolino.
È tollerabile? A mio parere no.
Settimane di sacrifici e poi, grazie a due chimicissimi micro-bottoncini bianchi, basta un pranzo per mettere su quello che gli altri non metteranno su neanche sommando i pasti di Natale, Capodanno e i dolci dell’Epifania.
Mavvaff*****o!!!

Chiudendo l’angolo delle lamentele, veniamo al momento “l’altra faccia della medaglia”.
Un Natale tutto sommato tranquillo. Solo l’AnarcoFamily e tanti, tantissimi regali.
Utili e dilettevoli, come il cappello nuovo tutto viola-come-piace-a-me con tanto di pon pon in cima, che dall’AnarcoSocio a Capodanno fa freddo e io non mi posso permettere nella maniera più assoluta di aggiungere acciacchi di salute a quelli che ho già. Una valanga di aggeggi da pasticceria, al punto che ora non mi so decidere su quale possa essere la prossima impresa pasticciera da tentare. Un CD che aspettavo da tanto e che, proprio per questo, sto apprezzando ancora di più. I biglietti per un concerto di cui, per una serie di motivi validissimi, vi parlerò come si deve a tempo debito e di cui, per il momento, mi limto a dirvi: AnarcoSocio for President! ♥

C’è però un primo classificato fra i regali e l’assurdità è che i ringraziamenti vanno proprio alla schifosissima vita imposta di questi ultimi mesi.
Dopo quasi sei mesi di lacrime versate in silenzio, il più possibile di nascosto da occhi più o meno indiscreti, sono riuscita a prendere in braccio la gioia della mia vita, la splendida, unica, inimitabile, meravigliosa AnarcoNipotina!
Averla in giro per casa per tutta la giornata ha reso il Natale un’esperienza da ricordare col sorriso perfino per me, perché sorridere, non con le labbra, ma col cuore, è l’unica cosa che si può fare guardando quel piccolo terremoto che scorrazza da un giocattolo all’altro dopo averli disseminati ovunque.
Sbaciucchiarmela, mordicchiarmela, spupazzarmela, ma soprattutto stringerla forte, tenerla fra le braccia, con la consapevolezza di essere riuscita ad acchiapparmela da sola, senza che qualcuno dovesse sollevarla da terra per me, riuscire a stritolarmela per più di 5 minuti senza sentire braccia, gambe e schiena cedere sotto il suo peso piuma, e godermi la sua risata, le sue coccole e i suoi bacetti quando, di fronte alle braccine alzate, l’AnarcoZia se la agguanta come non riusciva più a fare da mesi.

 

Rimani sempre come sei ora,
un sole che splende e scalda il cuore
anche nei momenti più freddi e bui.

Grazie Letizia!!!
♥ ♥ ♥

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Io che…

 

Io che in dio ho smesso di credere non ricordo nemmeno più da quanto, o che forse non ci ho mai creduto davvero.
Io che spesso ho invidiato chi crede senza remore, senza condizioni, non tanto per quello in cui crede, ma per il modo in cui lo fa, per l’incrollabilità della fede in sé.
Io che ora, da un tempo che è niente eppure mi sembra già infinito, mi sento in balìa di un qualcosa più grande di me.
Io che oscillo in maniera imprevedibile e spaventosa fra il pensiero di chi sta peggio e quello di chi sta meglio, con conseguenti picchi e tracolli d’umore.
Io che creavo con le parole, adesso mi sento paralizzata dall’incapacità di trovare quelle giuste per raccontare il mio stato d’animo.
Io che sono sempre stata fiera di vivere nel mio mondo, ora mi ritrovo a non sapere come fare ad affrontare quello reale.
Io che non pianificavo percorsi, lasciandomi guidare dalle sensazioni, ora devo avanzare al ritmo di una tabella di marcia obbligata, misurando bene ogni singolo passo.
Io che non chiedevo aiuto nemmeno quando ero al limite, ora sono lo stendardo della non-autonomia, perfino in molte banalità del quotidiano.
Io che sapevo quello che volevo e tiravo dritto, a testa bassa, per raggiungerlo, ora sopravvivo di compromessi che prima avrei classificato come inaccettabili.

 

Io che ero convinta di sapere chi ero,
e tutto sommato mi piacevo anche abbastanza,
ora non mi (ri)conosco più.

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I’m no longer afraid.

THIS KNOT – ELISA

 

Pur senza sforare nell’eccesso, credo che Elisa sia la mia unica vera fede musicale.
Tutto è nato perché lei, italiana, aveva sfanculato la propria lingua per quell’inglese che oggi mal tollero, ma che a suo tempo è stato fautore dei miei voti alla linguistica.
Incuriosita e carica d’ammirazione, ho iniziato ad ascoltarla, scoprendo che è una pazza psicotica e dunque, ai miei occhi, una sorta di divinità.
Musicista e cantautrice, Elisa scrive i propri spartiti e i propri testi, sia quelli in italiano che quelli in inglese e, almeno per quanto ne so io, suona pianoforte, chitarra acustica e percussioni. Mi sembra superfluo esprimermi in merito al cantare.
Il suo primo concerto l’avevo pagato poco più di 20 € in un palazzetto, l’ultimo 75 € in teatro, e non era nemmeno il posto migliore, ma se anche il prezzo dovesse salire ancora, beh, un modo di andare lo troverei.
Sono al settimo, forse ottavo tour consecutivo, quando i prezzi erano ancora abbordabili facevo addirittura il bis, tappa varesina e tappa milanese. Adesso nelle cittadine sfigate e bigotte come Varese non suona più, ma in fondo ora per me Milano non è più proibitiva, quindi il problema non esiste.
A buona parte dei concerti sono andata da sola. Non sopporto di dover dividere la mia attenzione fra Elisa ed eventuali accompagnatori/trici.
Ne esco sempre in lacrime, di commozione, con la pelle d’oca che non se ne va per giorni. Ogni volta è una rinascita. Ogni volta la sensazione che i sogni, se ci si crede davvero, possono realizzarsi, mi riempie il cuore.
Poco conosciuta in Italia, troppo poco, messa in ombra dai fenomeni da baraccone sfornati dai talent show, nonostante lei sia autrice del brano della vincitrice della scorsa edizione di X-Factor, canzone che prima o poi vi propinerò, magari quando smetterà di farmi male.
Posta in secondo piano rispetto a interpreti, e badate bene, ho detto interpreti, con grandi voci, ma senza nulla di davvero significativo da dire, se non la solita minestra sull’amore riscaldata all’infinito perché fa vendere.
(Non faccio nomi, ma secondo me molti di voi hanno capito a chi mi riferisco.)
Purtroppo la mia competenza musicale è davvero molto limitata, ma per quanto riguarda i testi mi sento di poter dare dei pareri, di certo non autorevoli, ma nemmeno troppo campati in aria.
Non fossero messi in musica, tutti i testi di Elisa, o quasi, potrebbero benissimo essere considerati poesia.
Passata dai tormenti ermetici della gioventù – Elisa aveva solo 16 anni quando incise il suo primo singolo – alle riflessioni adulte su temi contro cui tutti noi sbattiamo il naso ogni giorno, rimane una sorta di creatura incantata, gentilmente ceduta in prestito da un mondo più puro, sensibile e artistico del nostro.
Niente “ti amo” di qui e “mi manchi” di là, ma foglie e onde, fiori e pianeti, anime sopravvisute alla guerra e profonda fede nel perdono, legame coi colori e i profumi della propria terra e convinzione che tutti meritino di essere amati, voglia di farcela e speranza in se stessi e nelle infinite risorse dell’immenso universo che ognuno di noi è.
Tutto cantato con parole delicate ma incisive, carezze che lasciano segni indelebili, ma senza fare male.
Che altro dire, per oggi credo di aver elargito la mia dose propagandistica di Vera-Style, perché se non sono eclettica – parola figa per dire “schizzata” – non sono contenta!

ВСЕМ ВЕСЁЛОГО ДНЯ!!! – BUONA GIORNATA A TUTTI!!!

 

PS. Se dopo tutta la menata che vi ho fatto, qualcuno fosse interessato al testo della canzone, potete trovarlo qui.

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Nella Testa e nella Vita.

Non ho mai parlato d’amore in questo blog.
Questa è la prima volta (ma potrebbe benissimo essere anche l’ultima) che ho deciso di farlo.
Il punto cruciale della questione sta nella differenza fra la mia testa e la mia vita.

Nella mia testa, l’amore è un qualcosa di enorme, ma composto da infiniti pezzetti minuscoli.
Parole, gesti, sguardi, sorrisi, piccole attenzioni che si susseguono costanti creando una lunga, resistente catena. Ci saranno frammenti un po’ più grandi, i momenti speciali che ogni storia deve avere ma, se è amore, si incastreranno a perfezione con i piccoli tasselli del quotidiano.
Nella mia testa l’amore è condivisione.
Dalla routine quotidiana, sia essa scolastica, lavorativa o famigliare, ai passi importanti, come un nuovo lavoro, un esame o qualunque cambio di rotta radicale.
Nella mia testa l’amore è fusione differenziata.
È creare una sinfonia che armonizza menti e corpi, valorizzando però le caratteristiche dei singoli fino a farne un punto di forza dell’insieme.
Nella mia testa l’amore è serenità.
È sapere di non doversi mai giustificare, perché l’altro è in grado di capire senza bisogno di alcuna spiegazione.
È sapere che posso addormentarmi tranquilla, perché al mio risveglio non mi ritroverò sola.
Nella mia testa l’amore è potermi dimenticare di me stessa.
È potermi permettere di pensare solo all’altro, perché tanto la cosa è reciproca e c’è chi si occupa di me con più attenzione di quanta, con ogni probabilità, mi dedicherei io stessa.

Nella mia vita invece l’amore è sempre stato un estremo.
Estrema gioia o estrema sofferenza, ma mai costanza.
Nella mia vita invece l’amore è sempre stato essere “la fidanzata del sabato sera”.
Quella con cui uscire, divertirsi, fare casino, bere e fare sesso, poi grazie e arrivederci fino al sabato successivo.
Nella mia vita invece l’amore è sempre stato essere un “ammortizzatore emotivo”.
Ascoltare tanto, senza mai essere ascoltata. Sostenere tanto senza mai essere sostenuta. Essere sempre presente per poi ritrovarmi sola nei miei momenti cruciali, belli o brutti che fossero.
Nella mia vita invece l’amore è sempre stato rude freddezza.
Mai una carezza tenera, uno sguardo comprensivo, una parola di conforto, sempre e solo i gesti rozzi di un’immensa rabbia affogata in una brutta recita di qualcosa che dovrebbe essere bello.
Nella mia vita invece l’amore è sempre stato insonnia.
Non solo per la paura che l’altro non ci fosse al mio risveglio, ma per il continuo domandarmi perché con me non ci volesse proprio dormire e, quando capitava, lo faceva dandomi le spalle fin dall’inizio. L’addormentarsi abbracciati è un’esperienza che manca nell’elenco del mio vissuto.

Ecco perché non parlo mai d’amore: perché non so cos’è.

E io detesto chi parla a vanvera di cose che non conosce.

 

But I want to stay here, ‘cause I’m waitin’ for the rain, and I want it to wash away everything, everything, everything.

Labyrinth, Elisa –

Categorie: Abisso, PseudoNormalità, Vita | Tag: , , , , , , | 18 commenti

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