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Grazie Emily…

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A Milano i senzatetto sbocciano e si moltiplicano come margherite a primavera.
Stamattina, notando due nuovi arrivi sotto i portici che percorro ogni giorno per arrivare all’ufficio, ho pensato che quei corpi abbandonati a sé stessi sembrano sculture urbane trascurate da tempo. Troppo tempo.

Mi sono ritrovata a chiedermi cosa, in un’epoca in cui siamo ciò che possediamo, ci renda ‘umani’, diversi e, secondo molti, migliori e superiori a quegli stessi oggetti a cui chiediamo di affermare il nostro ‘status’.

Non importa che si tratti di una bella casa con piscina, di un costoso vestito all’ultima moda, di una macchina sportiva, del più innovativo dei master universitari, di una posizione socio-lavorativa che incuta rispetto reverenziale, se non addirittura soggezione.
Tutte gran belle cose, per carità, soprattutto se guadagnate con impegno e fatica, ma in mezzo a tutto questo dove sono le persone? Come si fa a scorgerle?

Sia chiaro, non sto tentando di fare del facile moralismo.
A parlare, o meglio a scrivere, è un’iPhone-dipendente, aggravatasi più che mai da quando mi hanno rubato la macchina fotografica nel pieno del pogo sotto palco a un concerto, e non posso negare che senza il pc che l’AnarcoSocio mi ha regalato per il mio ultimo compleanno credo avrei ceduto in maniera definitiva all’isolamento sociale.
Per anni il navigatore è stato il mio migliore amico e la macchina comprata di seconda mano dagli AnarcoGenitori, ma lasciata in balìa della sottoscritta almeno nei fine settimana, è stata la mia seconda casa mentre giravo mezza Italia seguendo le note della musica dal vivo.

Però sono anche quella che compra i vestiti al mercato, rammendandoli finché la stoffa si disintegra, quella che improvvisa pasti con gli avanzi perché buttare il cibo mi irrita a morte, quella che crede nelle bolle di sapone come estrema forma di intrattenimento, altro che ‘happy hour’ nel ‘localino trendy’, quella che va al cinema da sola in settimana nel giorno in cui costa meno, quella che prima della dieta si portava la brioche da casa, invece di sborsare ogni giorno un cospicuo extra per il consumo energetico-metabolico del cameriere che ogni mattina consegnava la colazione alle colleghe.

In tutto questo mi sono sentita confusa.
Dopo l’esplosione dell’AnarcoPatia sono stata così impegnata a rincorrere una ‘normalità’ che credevo perduta per sempre, da rendermi conto solo di recente che quella normalità non è mai esistita.

Superata la batosta, pur con le inevitabili conseguenze del caso, sono tornata a essere quella che dorme sul pavimento, quella che spende i suoi pochi guadagni in libri, regali per gli AnarcoNipotonzoli e merende, quella che guarda i cartoni animati in russo perché i film ‘da grandi’ sono ancora oltre i limitati confini della sua comprensione, quella che compra e ascolta quasi solo musica independente fatta da ragazzi e ragazze che conosce di persona, quella che si rifugia dietro una maschera di trucco pesante, quella che sforna quantità spropositate di dolci solo per giustificare la versione ‘baby’ e assaporarsi il sorriso dell’AnarcoNipotina nel momento in cui realizza che la zia ha preparato un mini-dolce solo per lei, quella che si galvanizza di fronte all’improvviso dipanarsi dell’ingarbugliata matassa di un meccanismo della grammatica russa fino a quel momento ostico e inestricabile, quella che con un buon libro in mano si dimentica di esistere.

Però mancava ancora un tassello al puzzle: la scrittura.
Non ricordo più l’ultima volta che ho scritto un post così lungo in pochi, rapidi, semplici minuti.
Non ricordo come sia successo che 24 giorni consecutivi di flebo abbiano avuto la meglio su quasi 30 anni di vita, riuscendo a lavar via l’inchiostro dalle vene, dove prima scorreva impetuoso.
Non ricordo perché ho gettato la spugna, permettendo a tutto questo di sopraffarmi.

Quello che mi è chiaro, dopo quasi due anni, è l’enormità dell’errore commesso.
Smettere di scrivere è quanto di più vicino a un tentativo di suicidio potessi commettere.
Come sostenevano i latini “Errare humanum est, perseverare autem diabolicum”, quindi non vedo alternative valide alla spasmodica ricerca di un modo per conciliare i nuovi ritmi di vita imposti dalle circostanze mediche alla mia necessità primitiva di scrivere.

Sono tornata, o per lo meno questa volta ci sto provando sul serio…

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

PS. Il ringraziamento a Emily è d’obbligo, perché ogni volta che riesco a prendermi il tempo per rimettermi in pari con la lettura del suo blog, l’ispirazione sembra tornare a impossessarsi di me come il più invincibile dei demoni.

 
 

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