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Ritorno alla “normalità”

Bled - Slovenia

Lago e Isola di Bled – Slovenia
Image Credit © VeRA Marte

 

Di solito è mia abitudine ignorare i primi 2-3 richiami della sveglia, ma già la settimana scorsa ho battuto me stessa dimenticando del tutto di puntarla, ed era solo il terzo giorno di lavoro, parliamone.

Ero partita con la convinzione che in vacanza avrei letto tantissimo, scritto tantissimo, tradotto tantissimo, meditato tantissimo, riprovato a fare yoga, sfornato tantissime nuove idee per “rinfrescare” il sito di Anima Russa e avviare i vari account social, invece niente. Mi è più o meno riuscito solo il primo di questi nobili propositi, ma neanche troppo bene.
La realtà, come suo solito, non ha mancato di ricordarmi che non sempre si può fare quel che si vuole, quanto meno non sempre al primo tentativo, perché, intendiamoci, la costanza e la determinazione, sul lungo termine, pagano.

C’era anche l’intenzione di tenere una sorta di “diario di bordo” qui sul blog, invece queste sono le prime parole che scrivo da quando ho iniziato le ferie e, per rendere il concetto, vorrei precisare che le mie ferie sono ufficialmente finite dieci giorni fa.
Sorvolando sul mesto fallimento e sulla salute, che non è stata propriamente collaborativa, la Slovenia si è rivelata una piacevolissima sorpresa: un costante e rasserenante abbraccio di Madre Natura, grande quanto un’intera nazione.

Da qualche tempo ho scelto di intraprendere un percorso personale a metà fra il pagano e l’orientaleggiante, una bizzarra combinazione dai contorni ancora sfuocati che ho deciso di “cucirmi” su misura, rimodellandola giorno dopo giorno in modo che possa aiutarmi a perseguire al meglio l’obiettivo che mi sono proposta di raggiungere, ovvero trovare e mantenere la serenità, e che, nonostante il suo essere ancora piuttosto “fumosa”, sta già mostrando i primi risultati, grazie al cielo positivi.
Alla luce di questo, sono abbastanza convinta che la Slovenia non sia stata un colpo di testa dell’ultimo minuto “casuale”, ma una sorta di “illuminazione” che mi ha portata in luoghi in cui avevo bisogno di andare per riuscire a fare dei passi avanti concreti in relazione ad alcune questioni e per fare pace con me stessa in relazione ad altre.
Difficile stabilire quanto dureranno gli effetti dell’immersione totale fra le braccia della Madre Terra, ma al momento evito di chiedermelo e mi limito a godermeli, insieme alla certezza che non potranno svanire nel nulla come se non avessi mai fatto questo enigmatico viaggio.

Stare su una barca in mezzo a un lago dalla limpidezza quasi surreale e scendere a 144 metri di profondità nel silenzio quasi religioso di maestose grotte carsiche.
Ascoltare il fruscio del vento fra le foglie degli alberi, mentre si asciugano al caldo sole estivo dopo un dei temporali più violenti che io abbia mai visto.
Osservare l’imponente profilo delle montagne incorniciare i riflessi cangianti del mare.

Una continua improvvisazione, un continuo fuori programma, un continuo abbandonarsi e lasciarsi trasportare dalle emozioni del momento, la consueta sensazione di essere “a casa” che mi travolge ogni volta che mi trovo in un paese slavo, facendomi sentire libera e viva come non mi sentivo da tempo.

Questa è stata la mia vacanza.
Questa è stata la mia Slovenia.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Ottobre Rosso.

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Image Credit © VeRA Marte

 

Scherzetto! Nonostante la mia conclamata russofilia, questo post nulla ha a che fare con gli eventi della rivoluzione d’ottobre avvenuta nel 1917 nella Grande Madre Russia.

L’unico sangue versato è stato il mio, infatti ho iniziato il mese con l’abituale gita trimestrale al Centro Prelievi: vi lascio immaginare con quale gaudio io abbia accolto il trillo della sveglia sabato mattina.

Non ho grandi aspettative rispetto a questo giro di analisi, forse perché le mie aspettative non coincidono mai con gli esiti effettivi, positivi o negativi che siano.

Spiegare la mia apparente indifferenza, in fondo, è semplice: arriva un momento in cui smetti di lasciarti ossessionare dai numeri stampati sui referti, e inizi a concentrarti su quale sia stato il reale impatto della malattia sulla tua vita e su cosa significhi davvero conviverci giorno dopo giorno.

Dopo aver pianto, dopo essermi arrabbiata, dopo aver finto che non fosse mai successo nulla, non ho potuto fare altro che prendere atto della realtà.

Così ho imparato a riposare gli occhi da computer e televisione almeno ogni due ore, a non sacrificare preziosi minuti di sonno per niente al mondo, a organizzare i pasti in modo da non interferire con l’assunzione dei farmaci.

Quelli nella foto, ad esempio, sono i miei 11 giorni di vacanza a Praga.
Una bella rottura, certo, ma nulla di ingestibile una volta preso il ritmo.

Quando i medici mi dicevano “Sarà una cosa lunga”, non avevo idea che si stesse parlando di anni, e per un sacco di tempo ho vissuto posticipando tutto a “quando sarei stata meglio”. Di sicuro la situazione è migliorata, ma col tempo ai benefici della terapia si sono aggiunti anche gli effetti collaterali, e la sensazione di prigionia si è amplificata.

Dover accettare di stare male per non stare peggio è una gran fregatura.

A un certo punto, però, è stata proprio questa consapevolezza a spingermi a ripartire, a riprendere le redini e le misure della mia (nuova) vita.
Seppur con ritmi molto più blandi, ho ripreso a scrivere, a leggere, a studiare e tradurre, ad andare fuori a cena e al cinema da sola in settimana.
Sono perfino tornata all’estero, prendendo un aereo e scarrozzandomi i bagagli.

Il prossimo obiettivo, tanto banale quanto complicato se si pensa che da mesi ho in nervi delle mani infiammati, è tornare a impastare biscotti di tutte le forme per gli AnarcoNipoti.

Sono convinta che a Leti non dispiacerà affatto riprendere questa vecchia abitudine ma, soprattutto, con ben 6 dentini già attivi e con il 7º e l’8º in arrivo, è proprio ora che anche Tommi si unisca a noi!

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Pozdrav z Prahy!

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Cattedrale di San Vito
Image Credit © VeRA Marte

 

Ahimè, di nuovo a casa, ma soprattutto, da martedì, di nuovo a Milano, al lavoro…

La prima cosa che si pensa rientrando in Italia dall’estero? “Santo bidet!”.
Battute a parte, tornare dalle vacanze è sempre uno shock.

Per undici giorni, io e l’AnarcoSocio abbiamo vissuto in una fiaba.
Grandi castelli, imponenti chiese gotiche, carrozze trainate da cavalli, rombanti auto d’epoca, artisti di strada a ogni angolo e antiche leggende secolari custodite da ogni singola pietra della città.
In una sola parola: Praga.

Una città pittoresca, tanto ricca di dettagli da non sapere dove rivolgere lo sguardo, dove tutto contribuisce a creare un quadro di rara bellezza, che incanta e rapisce, lasciandoti senza fiato.

L’insegnamento principale tratto da questi undici giorni è che una vacanza deve sì essere riposante per il corpo e rilassante per la mente, ma più di tutto deve essere rigenerante per lo spirito.

L’immersione nel luogo che, con i suoi punti di luce, ma soprattutto con i suoi lati oscuri, ha dato i natali a personalità scientifiche e artistiche del calibro di Gregor Mendel, Milan Kundera, Alfons Mucha, Rainer Maria Rilke e, su tutti, Franz Kafka, non può che portare a un contatto intenso, profondo e significativo con gli abissi più bui e remoti dell’animo umano, incluso il proprio.
Intere vite dedicate a perseguire la propria vocazione, a volte a dispetto perfino degli affetti e dei rapporti umani. Talenti che, nel tempo, si sono trasformati in ossessioni, in schiavitù autoimposte, quelle da cui è più difficile liberarsi.
Una riscoperta ruvida e graffiante di se stessi e dell’incontrastabile potenza degli istinti e delle passioni. Un improvviso chiedersi cosa serva davvero per sentirsi realizzati e soddisfatti, di cosa si abbia davvero bisogno per essere felici.

Un esame di coscienza non programmato, che mi ha fatto riflettere su quanto del non-scrivere dipenda da fattori fuori dal mio controllo e quanto sia responsabilità mia. Uno scossone che mi ha restituito almeno una parte della lucidità che, negli ultimi mesi, avevo perso, aggiunta a una sana dose di realismo auto-somministrata.

Si dice che, insieme a Torino e Lione, Praga sia una città magica. Non so quanto ci sia di vero in questa credenza, ma di sicuro per me lo è stata.
Le sue forme, i suoi colori, i suoi profumi, le sue leggende e le sue atmosfere, magiche per l’appunto, hanno riportato a galla relitti interiori che credevo perduti per sempre, riesumando sensazioni che non pensavo di poter provare ancora.

È troppo presto per dire quanto profonda sia l’impronta che Praga mi ha lasciato dentro incamminandosi nel fitto dell’anima, quel che è certo è che un segno è rimasto, un marchio indelebile che, oltre a fissare nella memoria un piacevole ricordo, negli anni sarà testimonianza ed emblema di un momento di svolta importante.

A presto magnifica, ipnotica, suggestiva Praga!

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Caterina e il diavolo.

Come avrete di sicuro indovinato dal silenzio prolungato, io e l’AnarcoSocio siamo in vacanza.

Dove siamo lo scoprirete presto, per oggi mi limito a dirvi che la fiaba di questa settimana non è russa, ma originaria della terra che ci sta ospitando.

Buona lettura!!!

 

Caterina-diavolo-Čert-Káča

 

In un paese viveva una donnina di nome Caterina, che possedeva una casetta, un giardinetto e qualche soldino, ma se anche fosse stata seduta su una montagna d’oro, neanche il più povero dei giovani l’avrebbe sposata, perché era un vero diavolo e quando litigava la si sentiva a centocinquanta passi di distanza.
Quando la domenica in paese si faceva musica, Caterina era la prima a presentarsi: i giovanotti facevano l’occhiolino alle ragazze e loro si lanciavano nelle danze sorridendo, ma a Caterina non era mai capitata questa fortuna in tutta la sua vita, nonostante avesse già quarant’anni. Nessuno voleva ballare con lei, eppure lei non mancava neanche una domenica.
Un giorno uscì di casa e si mise a pensare: «Sono già così vecchia e non ho ancora ballato con un giovanotto, c’è di che arrabbiarsi! Ho una tale voglia di danzare, che oggi potrei accettare anche l’invito del diavolo!”
Imbronciata, entrò nella locanda, si sedette accanto alla stufa e si mise a guardare chi andava a ballare con chi. D’improvviso entrò un signore vestito da cacciatore, che sedette vicino a Caterina e si fece servire da bere. La ragazza gli portò una birra, il sognore la prese e ne offrì a Caterina, perché brindasse con lui.
Caterina non credeva ai suoi occhi che quel signore potesse farle un tale onore, esitò un po’, ma alla fine bevve un sorso.
Il signore appoggiò il boccale, prese di tasca un ducato, lo lanciò allo zampognaro e gridò: «Ora ballo io, ragazzi!»
I giovanotti si fecero da parte e il signore condusse Caterina al centro della stanza.
«Ahi, ahi, ma chi sarà?», si chiedevano i più anziani, confabulando fra loro; i ragazzi facevano delle smorfie e le fanciulle si nascondevano il viso nei grembiuli, perché Caterina non le vedesse sorridere. Ma Caterina non aveva occhi per nessuno, era talmente felice di poter danzare che se anche il mondo intero si fosse sbellicato dalle risa, lei non se ne sarebbe accorta. Per tutto il pomeriggio, e poi tutta la sera, il signore ballò solo con Caterina, le comprò il marzapane e l’acqua e zucchero, e quando giunse l’ora di tornare a casa, l’accompagnò a piedi attraverso il paese.
«Se solo potessi ballare per tutta la vita con voi come oggi», disse Caterina al momento del commiato.
«Si può fare, se vieni con me».
«E dove vivete?»
«Aggrappati al mio collo e io te lo dirò».
Caterina obbedì, ma a quel punto il signore si trasformò nel diavolo e la condusse con sè all’inferno. Si fermò davanti alla porta, bussò e i suoi compari gli vennero ad aprire, e vedendolo così stanco, si offrirono di prendere loro Caterina. Ma lei rimase aggrappata e non voleva lasciare andare la presa a nessun costo; così il diavolo fu costretto a presentarsi al Grande Diavolo con Caterina appesa al collo.
«Chi mi porti?», chiese lui.
Il diavolo raccontò che durante il suo girovagare per il mondo aveva udito il grido di richiamo di Caterina, che voleva a tutti i costi un uomo con cui ballare, e così aveva voluto consolarla e alla fine aveva pensato anche di mostrarle l’inferno. «Non sapevo che non mi avrebbe lasciato andare», concluse poi.
«Perché sei uno sciocco e non vuoi imparare mai la lezione», lo apostrofò il vecchio padrone. «Prima di cominciare qualcosa con qualcuno, devi conoscere la sua natura; se ci avessi pensato prima, non avresti portato Caterina con te. Ora allontanati dal mio sguardo e fai in modo di liberarti di lei».
Il povero diavolo risalì nel mondo degli umani insieme a Caterina. Le promise mari e monti se solo l’avesse lasciato andare, la rimbrottò, ma inutilmente. Sfinito e irato, raggiunse un campo dove un giovane pastore, avvolto in un’enorme pelliccia, stava pascolando il suo gregge. Il diavolo aveva assunto le sembianze umane e quindi il pastore non lo riconobbe. «Chi portate con voi, amico?», chiese fiducioso al diavolo.
«Ah, se lei sapesse, non riesco neanche più a respirare. Pensate un po’, me ne andavo per la mia strada, pensavo ai fatti miei, quando questa donna mi salta al collo e si rifiuta di lasciarmi andare. Volevo portarla fino al paese dopo e scrollarmela di dosso, ma non ce la faccio, i miei piedi non mi reggono più».
«Se volete vi posso venire in soccorso, ma non per molto, perché poi devo badare alle mie pecore. Posso portarla per metà del cammino».
«Oh, quanto ne sarei felice».
«Hai sentito? Aggrappati a me», disse il pastore a Caterina.
Non appena udite quelle parole, Caterina lasciò andare il diavolo e si aggrappò al manto di pecora. Ora sì che il poveretto aveva un bel carico, la sua pelliccia e Caterina! Ben presto si stancò e cominciò a pensare a come liberarsi di Caterina. Se solo avesse potuto spogliarsi di lei come della pelliccia! Lentamente provò a vedere se gli riusciva, proprio mentre passava accanto a uno stagno. Tirò fuori una mano, poi tirò fuori l’altra e Caterina non si accorse di nulla, aprì il primo bottone, poi il secondo, infine il terzo e pluff — Caterina si ritrovò in acqua insieme alla pelliccia.
Il diavolo non aveva seguito il pastore, ma era seduto a terra, stava fermo al freddo a badare alle pecore e aspettava di veder tornare il ragazzo con Caterina. Non dovette attendere a lungo. Con la pelliccia fradicia sulle spalle, il pastore tornò di corsa al suo gregge, nel timore che lo straniero se ne fosse già andato e avesse lasciato sole le sue pecorelle. Quando si incontrarono, si guardarono per un attimo. Il diavolo non credette ai suoi occhi perché il pastore era tornato senza Caterina, e il pastore si sbalordì nel vedere lo straniero ancora intento a badare al gregge. «Ti ringrazio», disse infine il diavolo al pastore. «Mi hai fatto un grande favore, altrimenti non avrei saputo come fare con Caterina. Non lo dimenticherò mai e mi sdebiterò con te. Affinché tu sappia chi hai aiutato nel momento del bisogno, ti dico che io sono il diavolo». Così dicendo, scomparve. Il pastore rimase un po’ a grattarsi il capo, poi si disse: «Se tutti i diavoli sono così sciocchi come questo, posso stare tranquillo».
Nel paese dove viveva il pastore, regnava un giovane principe con due governatori, i quali governavano molto male. La gente imprecava contro il principe e i suoi due luogotenenti. Una volta, il principe chiamò un astrologo e gli ordinò di leggere nelle stelle il destino suo e dei governatori. L’astrologo obbedì, e scrutò le stelle per vedere quale fosse la fine di quei tre. «Perdonate, vostra maestà principesca», disse lui una volta concluso il suo studio. «Ma voi e i Vostri due uomini siete in grave pericolo e io temo di parlarvene».
«Voglio sapere tutto, qualunque cosa sia! Ma resta qui, perché se le tue profezie non si dovessero avverare, perderai la testa».
«Mi inchino volentieri ai Vostri ordini. Allora ascolti: prima che si presenti il secondo quarto di luna, il diavolo si porterà via i due governatori alla tale e tale ora, nel tale e tale giorno e all’inizio della luna piena verrà a prendere Voi, principesca maestà e vi porterà tutti e tre all’inferno».
«Chiudete in prigione questo truffatore imbroglione!», ordinò il principe e i sui servitori gli obbedirono. Ma nel suo cuore, il principe non era così sicuro come voleva apparire: le parole dell’astrologo lo avevano scosso. Per la prima volta si sentiva in pericolo! I due governatori erano spaventati a morte, arraffarono tutti i loro averi, corsero nelle loro proprietà e le fecero fortificare per essere sicuri che il diavolo non potesse andare a prenderli. Il principe invece riprese la retta ivia, sperando che la terribile profezia non si avverasse.
Il povero pastore non sapeva nulla d tutto ciò; giorno per giorno pascolava il suo gregge e non si curava minimamente di quanto accadeva nel mondo. Un giorno, il diavolo i presentò inatteso da lui e gli disse: «Pastore mio, sono venuto per ripagarti del favore. Dopo il primo quarto di luna devo portare con me all’inferno i due governatori, perché hanno derubato la povera gente e hanno consiglito male il principe. Ma se dovessi vedere che possono redimersi, li lascerò qui e al tempo stesso premierò te. Il tale e tale giorno presentati al primo castello, dove sarà riunita una gran folla. Non appena si sentirà un frastuono terribile, i servitori apriranno i portoni e io porterò fuori il signore. A quel punto vienimi vicino e dì: “Allontanati all’istante, altrimenti te la passerai male!”. Io ti ubbidirò e me ne andrò. Dopo fatti consegnare dal signore due sacchi d’oro e se non te li vuole dare, allora digli che mi richiamerai. A quel punto, vai al secondo castello, fai lo stesso e pretendi lo stesso compenso. Impiega a dovere quell’oro e usalo per il bene. Quando verrà la luna piena, dovrò andare a prendere il principe, ma non vorrei consigliarti di liberare anche lui, altrimenti dovrai dare in cambio la tua pelle». Detto questo, se ne andò.
Il astore tnne a mente ogni singola parola. Quando giunse il primo quarto di luna, lasciò il suo gregge e si recò a castello, dove viveva uno dei due governatori. Arrivò proprio al momento giusto. La gente era riunta a guardare il diavolo che voleva portasi via il signore. Si udì un urlo raccapricciante, il portone si aprì e il maligno trascinò fuori il poveretto agonizzante. A quel punto, il pastore si fece avanti, prese per mano il signore e allotanò il diavolo con queste parole: «Vattene o te la passerai male!» Il diavolo svanì all’istante e l’incredulo signorebaciò la mano del pastore, chiedendogli cosa volesse in cambio. Il pastore gli disse che voleva due sacchi d’oro e il signore lo accontentò all’istante.
Soddisfatto, il pastore si recò al secondo castello e anche lì si comportò allo stesso modo. Si capiva che il principe era veuto a sapere del pastore, difatti chiedeva di continuo informazioni sulla sorte dei due governatori. Dopo aver appreso tutto quanto era successo, mandò una carrozza con quattro cavalli, perché accompagnasse il pastore da lui, e poi lo pregò di aiutare anche lui e salvarlo dalle grinfie del diavolo.
«Mio signore», gli rispose il pastore, «a voi non posso prometterlo; in questo caso si tratta di me. Voi siete un grande peccatore, ma se saprete migliorare e regnare in modo giusto saggio e buono sul vostro popolo, come si conviene a un principe, allora potrò fare il tentativo e prendere l vostro posto fra le fiamme dell’inferno».
Il principe accettò tutte le condizioni, il pastore se ne andò, dopo aver promesso che si sarebbe presentato all’appuntamento.
Si attendeva la luna piena, in preda all’ansia e alla paura. Inizialmete tutti auguravano il peggio al principe, ma poi tutti si ricredettero, perché egli aveva cominciato a comportarsi irreprensibilmente e non avrebbe potuto esserci un principe migliore. I giorni volavano tanto in fretta, che la gente non riusciva a tenenrne il conto! Prima che il principe se ne accorgesse, giunse il momento in cui avrebbe dovuto prendere congedo da tutto ciò che gli dava gioia. Si vestì di nero, e bianco come un cencio, e si sedette ad aspettare che arrivassero il pastore o il diavolo. D’un tratto la porta si aprì e comparve il Maligno.
«Preparati signor principe, è giunta l’ora che ti porti via con me».
Senza ribattere, il principe si alzò e insieme al diavolo attraversò il cortile dove era riunita una gran folla. All’improvviso, il pastore si fece largo, correndo verso il diavolo e urlando già da lontano: «Fuggi, fuggi, altrimenti te la passerai male».
«Come puoi pensare di fermarmi? Non ricordi quello che ti ho detto?», sussurrò il diavolo al pastore.
«Povero sciocco, non penso al principe, ma a te. Caterina è viva e chiede di te!»
Non appena il diavolo udì il nome di Caterina, svanì in un soffio, lasciando in pace il principe. Il pastore rise di gusto, felice di aver salvato il principe con quel trabocchetto. Per ricompensarlo, il principe lo nominò primo ministro e cominciò a trattarlo come un fratello. Il pastore si rivelò un bravo consigliere e un fedele servitore. Dei due sacchi d’oro, tenne per sé solo una corona e con il resto aiuto tutta la povera gente che era stata derubata dai due overnatori malvagi.

 

Božena Němcová

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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