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La 15ª Domenica…

giornata-memoria-2017

Image Credit © VeRA Marte

 

La mia reclusione, sotto la denominazione ufficiale di ‘riposo forzato’, è iniziata di sabato, per la precisione il 26 novembre 2016, ma allo stato attuale non credo sia un singolo giorno a poter fare la differenza.

Settimana dopo settimana, oggi è la 15ª domenica in cui devo arrovellarmi il cervello per trovare qualcosa da fare che soddisfi la mia estrema necessità di evasione, senza però destabilizzare la mia salute capricciosa.

Niente più mostre, perché due ore in piedi in ambienti affollati e poco areati per me potrebbero rivelarsi delle vere e proprie bombe batteriologiche.
Niente passeggiate, o quanto meno con moderazione, perché ogni passo in più potrebbe essere quello fatale, l’innesco di una nuova rivolta autoimmune.
Niente merende, perché la vecchia terapia ha devastato il fegato, circostanza che ha portato all’imposizione di una ferrea dieta disintossicante.

Tanto cinema, almeno quello sì, perché, per ragioni a me ignote, ma per mia grande fortuna, il cervello si ostina vivere qell’agglomerato di persone stipate in uno spazio chiuso come una situazione ‘sicura’.

Insomma, passano i giorni, le settimane, i mesi, ma io rimango bloccata sempre nello stesso fotogramma di vita.
Nella foto i due lati della mia scatolina porta-farmaci, con il necessario per il weekend: 38 pastiglie, 18 e mezza al giorno, a cui si aggiungono quelle a frequenza variabile, fiale, gocce, pomate varie per gli sfoghi da farmaco, e chi più ne ha, più ne metta.

Difficile programmare un fine settimana ‘normale’ con queste premesse, ma io non mollo!
Proseguo la mia crociata d’assalto a tutte le librerie possibili e immaginabili, alla faccia dei puntini neri davanti agli occhi con cui il prednisone tenta di rendermi impossibile perfino la lettura.
Persevero nella frequentazione di locali in cui si fa musica dal vivo, giocandomi lo sgarro salato settimanale in hamburger, patatine e anelli di cipolla, per la prima volta dopo due mesi abbondanti di dieta, accompagnati però da una diligentissima e dignitosissima acqua naturale, che i farmaci con l’alcol fanno male.
Riservo lo sgarro dolce alla domenica pomeriggio, passando dai locali metallari del sabato sera a composte e graziose sale da tè, con le pareti color lavanda e i tavolini in legno bianco, imbanditi di tazze di profumate tisane alla frutta e scenografiche fette di torta in candidi piattini da dessert, che dopo le ore piccole una parentesi ristoratrice ci vuole.

Ebbene sì, cara la mia AnarcoPatia, ci hai provato a fermarmi, ma col ca**o che te la do vinta!
Ti ho concesso di rallentarmi, è vero, ma questo è quanto, non aspettarti altro.
Perché io sono io, non sono la mia malattia, non sono te: io ero io prima di te e continuerò a esserlo dopo di te. Tu invece, sei solo un parassita, senza di me non esisti, non sei nulla.

Ora ti è chiaro chi comanda?

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Le corna.

Corna-рога

 

C’era una volta un bracciante; Dio gli diede una grande fortuna. Venne a sapere che dalla figlia dello zar volava un drago, e iniziò a vantarsi: «Nessuno» dice «farà morire il feroce drago, ma io lo farò morire!». Sentirono la sua smargiassata le persone di corte, gli si appiccicarono: «Vai, bracciante! Guarisci la principessa». Quando si è in ballo, bisogna ballare; andò il bracciante dallo zar e gli dice: «Io potrei guarire la principessa; cosa ci sarà per il distubo?». Si rallegrò lo zar e gli dice: «Ti darò in sposa la principessa». Allora il bracciante ordinò di portargli sette pelli di bue e di fare delle noci di ferro, delle unghie di ferro e un martello di ferro; poi si mise le sette pelli di bue e le unghie di ferro, ficcò in tasca le noci, e normali e di ferro, prese in mano l’enorme martello e andò nella camera della principessa.
Ecco che arriva in volo dalla principessa il drago; quando vide il bracciante, giù ad arrotare i denti: «Perché sei venuto?». «Per lo stesso motivo per il quale sei qui tu!», disse il bracciante, e se ne sta seduto a sgranocchiare noci. Il drago rosicchiò-rosicchiò e poi sputò: «Non sono buone, fratello, le tue noci! È meglio se ci facciamo una partita a carte». «Bene, magari; ma come giocheremo?» E si accordarono così: chi perde avrà una mazzata. Si misero a giocare; perse il drago. Il bracciante tirò fuori il martello e gli diede una tale mazzata che a stento quello se ne riebbe. «Su» dice il drago «giochiamoci la pelle: a chi perde via la pelle». Perse il bracciante; il drago gli tolse una pelle di bue. «Ancora!» Perse il drago; come il bracciante lo pizzicò con le unghie di ferro portò via tutto! Il drago subito spirò.
Lo venne a sapere lo zar e per la gioia fece sposare al bracciante la principessa. Alla principessa, però, secca vivere con quel cafone; ordinò di portarlo nel bosco e di ammazzarlo. I servi lo afferrarono, lo portarono nel bosco, ma ebbero pietà e non lo uccisero. Cammina il bracciante per il bosco, piange. Gli vanno incontro tre persone che stanno litigando. Quando lo ebbero affiancato, subito si lanciarono verso di lui con una pregiera: «Di’, buon uomo, abbiamo trovato degli stivali-van da soli, un tappeto volante e una tovaglia magica; come dividerceli?». «Ecco come: chi per primo tra voi si arrampicherà su una quercia, a quello spetterà tutto!» Quelli, idiotamente, furono d’accordo, si gettarono sull’albero; appena furono saliti sulla quercia, il bracciante indossò gli stivali-van da soli, sedette sul tappeto volante, prese con sé la tovaglia magica, e dice: «Che mi ritrovi presso la città regale!». E lì si ritrovò. Alzò una tenda, ordinò alla tovaglia magica di preparare un pranzo e invitò lo zar e la principessa; quelli non lo riconobbero. Arrivano da lui lo zar e la principessa; lui li ricevette con tutti gli onori, fu un ospite magnifico e si mise a mostrare alla principessa il tappeto volante, e intanto, piano piano, prese la tovaglia magica, spinse la principessa sul tappeto e gli ordinò di portarlo in un fitto bosco. Nel bosco disse il bracciante alla principessa chi era; quella iniziò a blandirlo e a fargli mille moine: lui si addolcì. Ma appena si fu addormentato, la principessa afferrò la tovaglia magica, salì sul tappeto volante e chi s’è visto s’è visto!
Si svegliò il bracciante, vede che non c’è più né la principessa, né il tappeto volante, né la tovaglia magica; rimanevano soltanto gli stivali-van da soli. Vagò, vagò per il bosco; gli venne voglia di mangiare, vede che ci sono due meli, strappò da uno una mela e si mise a mangiare. Mangiò la mela: gli crebbe sulla fronte un corno; ne mangiò un’altra: gli crebbe un altro corno! Provò con l’altro melo: mangiò una mela — in quell’attimo le corna caddero e lui divenne un bellissimo prode! Si mise in tasca una scorta di mele di ambedue i tipi e andò nella città regale. Passa il bracciante davanti al palazzo; vide una ragazza bruna, cameriera della principessa, brutta come la fame: «Non vorresti, colombella, una meluccia?». Quella prese la meluccia, la mangiò e divenne una tale bellezza, da non potersi nelle favole narrare, né in un libro raccontare. Arriva la brunetta dalla principessa che trasalì. «Compra» dice «comprami assolutamente delle mele del genere». La brunetta andò e comprò; mangiò la principessa e le crebbero le corna. Il giorno dopo arriva il bracciante dalla principessa e le dice che può farla ritornare bella. Quella si mise a pregarlo. Lui ordinò di andare nel bagno; lì la spogliò nuda e iniziò a frustarla tanto forte con delle verghe di ferro, che a lungo non lo scorderà! Poi disse che era il marito legittimo; la principessa si tranquillizzò, gli restituì il tappeto volante e la tovaglia magica; e il bracciante le diede le mele buone. E vissero felici e contenti, diventando sempre più abbienti.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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