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La favola dell’anatra dalle uova d’oro

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C’erano una volta due fratelli: uno ricco, l’altro povero; il povero aveva moglie e figli, mentre il ricco era solo soletto. Andò il povero dal ricco e si mise a chiedergli: «Dai da mangiare, fratello, ai miei figli nel momento del bisogno; oggi non abbiamo nemmeno di che sfamarci!». «Oggi non ho tempo per te» dice il ricco «oggi ci sono da me principi e boiari, non è il caso che ci sia anche un povero!» Pianse il fratello povero amaramente e andò a pesca: «Che Dio mi conceda qualcosa! Che i bambini possano mangiare della zuppa di pesce». Appena ebbe terminato di fare la pescaia, gli cadde la brocca. «Tirami fuori e rompimi sulla riva» si sentì dalla brocca «così ti mostrerò la fortuna». Tirò fuori la brocca, la ruppe sulla riva, e ne uscì un prode sconosciuto e disse: «C’è un prato verde, su quel prato c’è una betulla, sotto le radici di quella betulla c’è un’anatra; taglia le radici della betulla e portati l’anatra a casa; inizierà a portarti degli ovetti — un giorno d’oro, l’altro d’argento». Il fratello povero andò alla betulla, trovò l’anatra e la portò a casa; cominciò l’anatra a portare gli ovetti — un giorno d’oro, l’altro d’argento; quello iniziò a venderli ai mercanti e ai boiari e quanto si arricchì in fretta! «Figli miei» dice «pregate Dio; il Signore ci ha trovati».
Il fratello ricco era invidioso, irritato: «Come ha fatto ad arricchirsi mio fratello? Ora io sono diventato più povero e lui più ricco! Deve avere qualche peccato sulla coscienza!», e andò in tribunale con una supplica. La cosa arrivò allo zar in persona. Chiamano il fratello che era povero ed è arricchito in fretta dallo zar. Dove cacciare l’anatra? I bambini erano piccoli, bisognò darla in custodia alla moglie; quella iniziò ad andare al mercato e a vendere le uova a caro prezzo, ed era una bella donna e si innamorò di un signore. «Come avete fatto, dimmi, ad arricchirvi?», la interroga con insistenza il signore. «Ma è stato Dio a darcelo!» Ma lui insiste: «No, dimmi la verità; se non me la dici, smetterò di amarti, smettrò di vederti». E dunque non andò da lei per un giorno o due; lei lo chiamò e gli raccontò: «Abbiamo un’anatra: un giono porta un ovetto d’oro, un giorno uno d’argento». «Porta un po’ quest’anatra e fammi vedere che razza di uccello è». Esaminò l’anatra e vede — sul pancino a lettere d’oro è scritto: chi mangerà la sua testa, quello sarà zar, chi invece il cuore, quello inizierà a sputare oro.
Una tale fortuna fece gola al signore, i appiccicò alla donna: «Devi sgozzare assolutamente l’anatra!». Lei trovava mille scuse, ma andò a finire che sgozzò l’anatra e la mise a cuocere nel forno. Era un giorno di festa; andò alla messa, e nel frattempo arrivarono di corsa nell’izbà i suoi due figli. Ebbero voglia di mettere qualcosa sotto i denti, diedero un’occhiata nel forno e tirarono fuori l’anatra; il maggiore mangiò la testa, il minore il cuore. Tornò la madre dalla chiesa, arrivò il signore, sedettero a tavola; lui guarda: non ci sono né il cuore, né la testa dell’anatra. «Chi l’ha mangiati?», chiede il signore e in questo modo viene a sapere che l’hanno mangiati i due ragazzini. Allora si appiccica alla madre: «Sgozza» dice «i tuoi figli, da uno tira fuori il cervello, dall’altro il cuore; e se non lo farai, la nostra amicizia è finita!». Così disse e se ne andò; lei per un’intera settimana languì, ma poi non resse, manda dal signore: «Vieni! E sia, per te sacrifico perfino i miei figli!». Siede e affila il coltello; il figlio maggiore lo vide, pianse lacrime amare e chiede: «Lasciaci andare, madre, in giardino a passeggiare». «Andate, su, ma non vi allontanate». Ma i ragazzini altro che passeggiare, se la diedero a gambe.
Corsero-corsero, si stancarono e venne loro fame. In aperta campagna un pastore pascola delle vacche. «Pastorello, pastorello! Dacci del pane». «Eccovene un pezzetto» dice il pastore «mi è rimasto solo questo! Mangiate e che buon pro vi faccia». Il fratello maggiore lo dà al minore: «Mangia tu, fratellino, tu sei più deboluccio, io invece sono robusto, posso resistere anche così». «No, fratellino, tu mi hai sempre trascinato per la manina, ti sei affaticato più di me: facciamo a metà!» Divisero in due e si saziarono entrambi.
Eccoli andare oltre; vanno sempre avanti e avanti per un’ampia strada — e si divideva quella strada in due; al bivio c’è un palo, sul palo c’è scritto: chi andrà a destra — diventerà zar, chi a sinistra — sarà ricco. Il fratello minore dice al maggiore: «Fratellino! Vai tu a destra, tu sai più di me, puoi sopportare più di me». Il fratello maggiore andò a destra, il minore a sinistra.
Cammina cammina, ecco che il primo arrivò in un altro regno; chiese a una vecchietta di pernottare, passò lì la notte; al mattino si alzò, si lavò, si vestì, pregò Dio. E in quel regno era appena morto lo zar, e tutti si raccolgono in chiesa con le candele: qullo al quale la candela si accenderà da sola prima, quello sarà zar. «Vai anche tu in chiesa, caro!» gli dice la vecchietta. «Forse sarà la tua candela ad accendersi prima delle altre». Gli diede una candelina; quello andò in chiesa; appena fu entrato, la sua candela si accese; gli altri principi e boiari, invidiosi, cercarono di spegnere la fiamma, di buttare fuori il ragazzino. Ma la principessa siede in alto sul trono e dice: «Non lo toccate! Se sia buono o cattivo — è evidentemente affar mio!». Presero il ragazzino sotto le braccia e lo portarono da lei; lei gli fece un segno sulla fronte col suo anello d’oro, lo prese con sé a palazzo, lo crebbe, lo dichiarò zar e lo sposò.
Vissero molto o poco insieme, dice il nuovo zar alla moglie: «Permettimi di andare a cercare il mio fratello più giovane!». &laquoVai con Dio!» A lungo cavalcò per terre diverse e trovò il fratello più giovane; vive in grande ricchezza, interi mucchi d’oro sono ammucchiati nei depositi; qualunque cosa sputi — è tutto oro! Non si sa dove ficcarlo! «Fratellino!» dice il minore al maggiore. «Andiamo da nostro padre e vediamo come se la passa». «Mettiamoci subito in cammino!» Eccoli dal padre, dalla madre; chiesero di fare una sosta nella loro izbà, ma senza dirgli chi fossero! Sedettero a tavola; il fratello maggiore iniziò a parlare dell’anatra dalle uova d’oro e della madre scellerata. E la madre non fa che interrompere e cambiare discorso. Il padre indovinò: «Non siete forse i miei bambini?». «Sì, padre!» Cominciarono ad abbracciarsi, a baciarsi; quante chiacchiere! Il fratello maggiore prese il padre a vivere con sé nel proprio regno, il minore andò a cercarsi una fidanzata, e la madre la abbandonarono da sola.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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